Visualizzazione post con etichetta mafia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mafia. Mostra tutti i post

domenica 27 dicembre 2015

Lotta concreta alle mafie: le parole del Comitato Addio Pizzo


Addiopizzo è un movimento aperto, fluido, dinamico, che agisce dal basso e si fa portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia. È formato da tutte le donne e gli uomini, i ragazzi e le ragazze, i commercianti e i consumatori che si riconoscono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.

Addiopizzo è anche un’associazione di volontariato espressamente apartitica e volutamente “monotematica”, il cui campo d’azione specifico, all’interno di un più ampio fronte antimafia, è la promozione di un’economia virtuosa e libera dalla mafia attraverso lo strumento del “consumo critico Addiopizzo”.

L'Associazione per i Diritti umani ha rivolto alcune domande ai membri del Comitato Addio Pizzo.

Risponde, per voi, Pico Di Trapani. Ringraziamo moltissimo il Comitato Addio pizzo.


 


Un comitato, il vostro, costituito da studenti: potete parlarci delle vostre competenze, dei motivi che vi hanno spinto e di come siete organizzati?

Siamo un gruppo di cittadini palermitani di età varia, abbiamo tutti intorno ai venti, trenta, quarant'anni e ci siamo ritrovati nel tempo a costruire un percorso dentro l'associazione convenendo sulla necessità di creare a Palermo, la nostra città, una rete che permettesse in ultima istanza ai commercianti e imprenditori vessati dal racket delle estorsioni mafiose, di denunciare in tutta sicurezza le violenze subite da Cosa nostra. Proveniamo da percorsi personali differenti, ma siamo uniti dall'adesione a principi comuni che si riassumono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Tutto nacque casualmente così, nel 2004, dal primo nucleo storico della futura associazione, che decise di condividere quella comunicazione con la città di Palermo affiggendo dappertutto, per le strade del centro storico, centinaia di adesivi che riportavano quel messaggio. Poi nel tempo i volontari sono aumentati e ci siamo potuti strutturare meglio, pianificando azioni che vanno nella stessa direzione e che ad oggi convergono su un'opera di sensibilizzazione nei confronti della cittadinanza e del mondo delle scuole, una comunicazione costante sul tema del racket e di ciò che concerne la lotta alla mafia, l'organizzazione di eventi e la promozione di una lista di consumo critico antiracket - consultabile sul nostro sito internte e tramite App - l'assistenza processuale e psicologica alle vittime del pizzo, etc.

Perchè l'estorsione è la “madre di tutti i crimini”?

Quando sosteniamo questo, riportiamo e quindi condividiamo l'idea espressa nel 1991 da Libero Grassi, che diceva al proposito: “L’estorsione è la madre di tutti i crimini perché è funzionale a stabilire, consolidare ed estendere il governo sul territorio rappresentato da una strada, una piazza o un quartiere. Il pizzo è manifestazione della signoria territoriale di Cosa nostra sulla città di Palermo. Con il pizzo la mafia si fa Stato”. Il pizzo, pur costituendo un'emergenza sociale ed essendo ancora oggi fortemente radicato come prassi criminale, non è per Cosa nostra e non ha mai costituito una fonte di reddito così alta, in rapporto al totale delle sue entrate. Ciononostante, è da sempre praticata dalle organizzazioni mafiose come strumento di affermazione del proprio potere e di riconoscimento della propria superiorità da parte della comunità locale vessata, che invece di unirsi e reagire accetta questa supremazia imposta con la violenza. Sta in questo il vulnus culturale su cui intendiamo agire, invitando gli altri palermitani e siciliani a riconoscere in noi stessi per primi i responsabili di questo potere mafioso nella nostra regione, e a reagire insieme di conseguenza.

Come si svolgono le vostre iniziative antiracket rivolte alle scuole?

Dal 2005 i nostri volontari incontrano studenti di ogni età, nella certezza che la scuola, bene comune prioritario, è laboratorio privilegiato per la lotta alla criminalità mafiosa e alla mentalità che ne sta alla base. Le scuole, luogo di incontro di culture differenti, possono e debbono educare il cittadino in un’ottica cosmopolita, quella di una società interculturale, finalmente libera. Gli incontri con gli studenti si svolgono nelle rispettive scuole o nella sede a noi affidata, un bene confiscato alla mafia, per questo stesso luogo di forte impatto simbolico. A fianco di docenti, studenti, genitori e dirigenti scolastici, che ringraziamo sentitamente, Addiopizzo in questi anni ha non solo inciso nella formazione di questi studenti, ma segnato, secondo noi, un momento unico e significativo nella storia della nostra città con le diverse iniziative e progetti di sensibilizzazione elaborati e attuati ogni anno, a dimostrazione di quanto la scuola possa essere determinante nel formare le coscienze dei giovani.

Quali appoggi e quali ostacoli avete incontrato durante il vostro lavoro?

Gli ostacoli maggiori provengono dal tentativo che portiamo avanti, di provare a scardinare la mentalità di chi è rassegnato all’idea che nulla possa cambiare e per tale approccio assume atteggiamenti di indifferenza, nella migliore delle ipotesi, o di acquiescenza nella peggiore, a fenomeni dai quali oggi ci si può davvero liberare. Ma si tratta di un lavoro per il quale bisogna ancora tanto faticare. Si tratta di sfide e ostacoli prettamente culturali. Non a caso la maggior parte degli operatori economici che hanno denunciato e che si sono avvalsi del nostro ausilio appartengono a generazioni di giovani - trentenni, quarantenni e cinquantenni che hanno forti resistenze culturali rispetto a fenomeni come quello delle estorsioni. Noi vogliamo sostanzialmente restituire normalità alla nostra terra, facendo in modo che chi resiste alle pressioni mafiose e clientelari possa proseguire il proprio lavoro senza ripercussioni sulla propria incolumità e sull’attività economica che esercita. La presenza mafiosa nell’economia siciliana è ancora forte. Il pizzo imposto ai commercianti, oltre a rappresentare la negazione di libertà importanti, come quella di impresa, è anche un pesante macigno che incide sulla possibilità dello sviluppo dell’economia isolana, distorcendone le regole del mercato e della libera concorrenza. Ma, oggi, esistono molti esempi positivi di riscatto che possono permettere di sperare in un futuro diverso, libero dalla criminalità organizzata e dai suoi disastrosi effetti. L'appoggio su cui contiamo proviene da questa rete che da anni, ognuno per la propria parte, stiamo contribuendo a tessere insieme.

mercoledì 9 dicembre 2015

Generazione Rosarno: dalla violenza alla legalità



Continuiamo ad occuparci di lotta alle mafie e vi proponiamo il libro intitolato Generazione Rosarno di Serena Uccello, per Melampo edizioni.




Si può nascere in una famiglia di 'ndrangheta eppure scegliere una strada alternativa e rigettare la violenza? Si può amare un padre in carcere e riuscire lo stesso a prenderne le distanze, immaginando per sé un destino diverso, di libertà e di rispetto vero? Vive e pulsa in questo libro una scuola superiore in cui vengono abbattuti antichi e nuovi pregiudizi e privilegi, dove non esistono figli di boss né figli di collaboratori o di testimoni di giustizia, dove mille ragazzi e ragazze si ritrovano ogni mattina tutti uguali, senza dover sopportare il peso delle storie personali. Dove una leggerezza gentile e sconosciuta è capace di generare nuova cultura. Una scuola che è un autentico fortino piantato in una periferia geografica e sociale, da cui insegna le opportunità e le promesse del mondo. Si chiama Rosarno ma diventa alla fine simbolo di tutto il Sud.






L'Associazione per i Diritti umani ha intervistato per voi l'autrice e la ringrazia.



Il libro è ambientato in Calabria, una terra bellissima e difficile. Quali sono i tratti della cultura tradizionale in cui affondano le radici della mentalità mafiosa?


Questa domanda richiede un’analisi di tipo antropologico che non sono in grado di fare, non ne ho gli strumenti, né la formazione. Posso però dare una chiave di lettura di tipo storico e sociale per spiegare perché la ‘ndrangheta è cresciuta così tanto in questi anni, in una situazione di sostanziale silenzio. In questo senso la spiegazione è l’isolamento della Calabria. Isolamento geografico e culturale, appunto. Prendo in prestito il procuratore Giuseppe Pignatone, già capo della Procura di Reggio Calabria, oggi capo della procura di Roma: “la società calabrese è realmente isolata dal resto del paese. Non esiste la Calabria, ma esistono le Ca­labrie: la provincia di Reggio è totalmente diversa da quella di Cosenza o dall’alto Catanzarese. L’isolamento tra le diverse province e dell’intera regione è innanzitutto fisico. La rete via­ria inadeguata, i cantieri dell’A3, le carenze della rete ferrovia­ria, lo sbarramento fisico dello Stretto amplificano l’isolamento geografico”. All’isolamento geografico c’è poi da aggiungere quello informativo. Negli ultimi anni sui giornali di ’ndran­gheta si è scritto, forse poco o forse in modo discontinuo, titoli e commenti e inchieste. Ma prima? Prima di Duisburg, la strage di Duisburg, quella in cui, nell’agosto del 2007, furono uccise sei persone, o prima di più recenti ope­razioni che hanno portato, soprattutto in Lombardia e nel nord Italia, all’arresto di centinaia di persone? Qualche titolo di tan­to in tanto e poco altro. Di fatto ha ragione il procuratore capo di Roma quando parla di “cono d’ombra” ricordando come “l’agenzia Ansa sia a Catanzaro, la sede Rai a Cosenza” e che “nessuna testata nazionale ha una redazione in Calabria”, men­tre “il quotidiano più diffuso, la Gazzetta del Sud è un giornale di Messina che pubblica pagine sulla Calabria”.

Quindi non saprei esattamente dire in quali tratti della cultura tradizione affondi la mentalità mafiosa, posso però dire che la mentalità mafiosa si nutre dell’isolamento e dell’assenza di cura da parte dello Stato e in questo isolamento cresce.



Da dove può o deve ripartire la cultura della legalità?


Il mio libro è sostanzialmente ambientato in una scuola. Un scuola sotto molti aspetti speciale perché è riuscita a compiere la sfida della inclusione. A far convivere cioè i figli di vittime, con i figli dei boss, con figli dei collaboratori. A far loro condividere tempo, spazio e sogni. Ecco la cultura della legalità deve, secondo me, essere meno slogan, meno pratica convegnistica, e più pedagogia del Bene. Come dice la ricercatrice Ombretta Ingrascì la pedagogia bianca che si oppone a quella nera della violenza.


Come si svolge la lotta alle mafie a Rosarno (e in altri luoghi)?


La lotta alle mafie è stata a lungo repressione. E l’aspetto repressivo è e deve restare centrale. In questi anni sono stati raggiunti risultati importantissimi. Tuttavia i risultati si sono cominciati a vedere anche su lungo periodo quando accanto alla repressione c’è la formazione. In questo caso uso le parole della scrittrice Evelina Santangelo che ho intervistato per il libro: “Non è un caso, credo, che in Sicilia il momento di maggiore forza della lotta alla mafia sia stato quando si è creata una saldatura tra il braccio operativo di chi deve condurre l’attività investigativa e repressiva e il mon­do della formazione. Perché è evidente che la lotta alla mafia è lotta alla sottocultura mafiosa. E questa lotta si può condurre solo se c’è collaborazione tra tutte le forze in campo”.



Quanto sono importanti le donne nel tramandare il valore della vita ?


Le donne sono fondamentali. Così come sono loro a tramandare il codice della violenza dai padri ai figli, sono loro che sempre in nome dei figli possono rompere la catena del sangue. E in questi ultimi anni in Calabria ma non solo abbiamo avuto diversi esempi. Penso a Lea Garofalo, ma anche a Maria Concetta Cacciola, che purtroppo hanno pagato con la vita la loro scelta di rottura. Ma penso anche a Giusy Pesce che invece è riuscita a salvare se stessa e i suoi figli scegliendo la strada della collaborazione.

Questo sono le sue parole che spiegano più di mille analisi.

Se io non cambio strada e non li porto con me, quando uscirò il bambino potrebbe già essere in un carcere mino­rile, e comunque gli metteranno al più presto una pistola in mano; le due bimbe invece dovranno sposare due uomi­ni di ’ndrangheta e saranno costrette a seguirli. Io voglio provare a costruire un futuro diverso per loro... Io potrei anche cavarmela con qualche anno di carcere ma nessuno libererebbe i miei figli da un destino già segnato. Quando il mio bambino, una volta, ha detto che da grande avrebbe voluto fare il carabiniere, suo zio l’ha preso a botte, poi gli ha promesso che una pistola gliel’avrebbe regalata lui... Un giorno che io gli chiesi a mio figlio ‘Che cosa vuoi fare quando sei veramente grande?’ E lui mi rispose ‘Il carabi­niere’, loro lo aggredirono: ‘Che stai dicendo, scemo, stor­to!’, tipo loro hanno questo carattere, parlavano così, con i bambini hanno una delicatezza particolare”.



Qual è l'operato dei giudici e delle istituzioni per salvare i giovani che appartengono a famiglie malavitose?


Anche in questo caso voglio rispondere raccontando un aneddoto che riporto nel libro. Un pomeriggio un piccolo gruppo di studenti del liceo Raffaele Piria di Rosarno sta partecipando a un seminario tenuto da Michele Prestipino allora procuratore aggiunto a Reggio Calabria, oggi a Roma. I ragazzi stanno lavorando su un libro, un romanzo La vita obliqua di Enzo Siciliano. E quel giorno in particolare stanno discutendo della vendetta, esattamente di qual è la differenza tra chiedere giustizia invece di vendetta. A un certo punto Prestipino si rivolge ad un ragazzo in prima fila e dice: “Vieni Carmelo, tu che pensi?”. Carmelo si avvicina e Prestipino lo tira a sé allungandogli un braccio sulle spalle. Il movimento di entrambi è spontaneo. E mi colpisce molto. Mi colpisce perché Carmelo è Carmelo Bellocco. Anche i Bellocco sono una famiglia sminuzzata tra morti, latitanti ed ergastolani. Alcuni di questi arresti portano pure la firma di Prestipino, così la na­turalezza con cui il primo ha accolto il secondo e il secondo si è fatto accogliere mi appare inedita e mi appare straordinaria. Ho così compreso che solo l’accoglienza può far passare il messaggio che non esiste una predestinazione al Male ma che ognuno può riscattare se stesso. L’accoglienza e anche il sostegno.





Did you like this article? Share it with your friends!




domenica 29 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI







Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA

Combattere le mafie, combattere per il diritto alla legalità e alla vita.



Presentazione del romanzo: “ Sola con te in un futuro aprile”

di Michela Gargiulo





giovedì 3 DICEMBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1 (Ang. Via G. da Cermenate 2 – MM ROMOLO) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro:



Presentazione del romanzo “ Sola con te in un futuro aprile”, alla presenza dell'autrice e giornalista Michela Gargiulo e di Veronica Tedeschi, avvocato.

Il 2 aprile del 1985 Margherita ha soltanto dieci anni. La sua casa di Pizzolungo, a Trapani, al mattino è invasa dalla confusione allegra di Salvatore e Giuseppe, i suoi fratelli, gemelli di sei anni. Non vogliono saperne di vestirsi e Margherita non vuole fare tardi a scuola. Chiede un passaggio a una vicina. I gemelli usciranno con l’utilitaria della mamma Barbara. Nello stesso istante due macchine della scorta vanno a prendere un magistrato. Si chiama Carlo Palermo e viene da Trento, dove ha indagato su un traffico di morfina proveniente dalla Turchia. Un fiume di droga che serve a finanziare altri traffici, armi soprattutto, e che produce altri soldi, che si intrecciano col giro delle tangenti della politica. Quando Palermo arriva a sfiorare Craxi la sua indagine arriva al capolinea. Da Trento, il giudice si fa trasferire a Trapani, dove la morfina turca viene raffinata in eroina. Per continuare a indagare su mafia, massoneria e politica. Sul lungomare di Pizzolungo le auto della scorta sfrecciano, non possono rallentare e quella utilitaria con una donna e due bambini seduti dietro va troppo piano. La sorpassano. Parcheggiata sul ciglio della strada c’è una golf con venti chili di tritolo nel bagagliaio. Qualcuno preme il tasto di un telecomando. È l’inferno. Carlo Palermo viene sbalzato fuori, è sotto choc ma si salva. Di Barbara Asta e dei piccoli Giuseppe e Salvatore restano solo frammenti.

mercoledì 18 novembre 2015

La sacralità di Lea Garofalo secondo Marco Tullio Giordana







 



Questa sera, alle 21.20, su RAI 1 il film di Marco Tullio Giordana sulla vita di Lea Garofalo.



di Maurizio Porro (da La 27maOra)
 
 
Altri 100 passi di Marco Tullio Giordana in direzione del cinema civile. Se nel film di 15 anni fa con Lo Cascio si ricordava Peppino Impastato in lotta contro la mafia in cui militava il padre, Lea , che apre l’11 novembre il RomaFiction Fest coordinato da Piera Detassis, è la storia di una vittima della ‘ndrangheta in cui milita tutta la famiglia. Dice il regista: «Lei aveva fatto vedere I cento passi alla figlia, dicendo che avrebbe fatto la stessa fine: quel film è stato un punto di riferimento. Questo ricorda uno dei fatti di cronaca più spaventosi, un omicidio tribale e orrendo che viene da un mondo remoto».
Ancora anime nere: la Calabria in trasferta al Nord e una donna che non vuole accettare il malaffare atavico e cerca di resistere con la figlia Denise, sotto scorta. Quando il programma di protezione viene revocato, Lea scompare, il 24 novembre 2009. Spetta a Denise infiltratasi nella cosca familiare per denunciare i veri colpevoli, fratello e padre, smascherati da un pentito, finché il corpo viene trovato: ergastolo per tutti, anche per la 24enne Denise che vive da sorvegliata speciale.
Una vera tragedia greca. «Gli elementi ci sono tutti — dice Giordana —. Il film è in ordine cronologico: la adolescenza calabrese di Lea, inseguendo un romanzo di formazione, girando a Milano, ricostruendo aule del tribunale e telecamere di sorveglianza. Solo alla fine ho inserito veri documenti del funerale con la città intera mobilitata. L’eloquenza di quelle facce ed espressioni non si poteva replicare, volevo fosse chiaro che avevamo raccontato una storia vera».
Tornando alla tv, dove piantò un paletto d’autore con La meglio gioventù , Giordana la vede come un supporto importante: «Proposta l’idea, ho girato come un fulmine in 6 settimane». Lea (produzione Rai e Angelo Barbagallo con l’Associazione Produttori Tv e la Fondazione Cinema per Roma, col sostegno di Regione Lazio, Camera di commercio) passerà su Rai1 il 18 novembre. «Non è solo un film-tv di rara forza, ma è anche un‘opera di grande valore civile, anzi di denuncia. Un impegno che per noi è prioritario», sottolinea il direttore Rai Fiction Tinny Andreatta.
Tensioni sul set? «No — riprende Giordana — ho avuto appoggi basilari, come quello di don Ciotti, interpretato da Diego Ribon. Lui e l’avvocato Vincenza Rando hanno spiegato che la denuncia contro l’omertà, la rottura con le famiglie, è il passo che mette in crisi i meccanismi automatici di obbedienza, le leggi non scritte della ‘ndrangheta».
E qui è la madre Lea a ribellarsi: «Quando le donne rompono la linea di continuità si apre la frattura, la crisi vera. Don Ciotti rivela che, dopo Lea, è stato avvicinato da molte donne terrorizzate, il fenomeno è in crescita, è l’unico modo per rompere il blocco, la fortezza impenetrabile». Per Lea un cast di volti nuovi di cui Giordana è entusiasta, partendo dalle due eroine, Vanessa Scalera (Lea) e Linda Caridi (Denise).
Ma fra quei cento passi e questi c’è continuità: «È sempre l’universo familiare, clan a delinquere fondato sul sacro vincolo di sangue. Lea si ribella e cambia vita perché pensa ai figli, cioè al futuro. Gli uomini hanno perso credibilità, le donne sono concrete, a loro spetta educazione e trasmissione di valori. L’elemento rivoluzionario è femminile».
La prova? È nel testo che Giordana prepara dell’irlandese Colm Tòibìn, Il testamento di Maria con Michela Cescon, dal 17 novembre allo Stabile di Torino. «Le due figure archetipe di madri, una laica, l’altra sacra, la Madonna, due ribelli che protestano contro il ruolo attribuito, vogliono esser se stesse».
Anche Lea ha una sua religione in fondo? «In lei c’è sacralità. Ex agnostico e incredulo, oggi ho la massima curiosità e invidia per chi ha la fede. Penso che Lea credesse: quel sentimento di maternità l’avvicina alla religione. Perciò metto il film a disposizione della società civile. Ma di politica non ne voglio più nemmeno sentir parlare».


venerdì 6 novembre 2015

Il festival dei beni confiscate alle mafie






Da venerdì 6 a domenica 8 novembre torna a Milano il Festival dei Beni sequestrati e confiscati alle mafie: incontri e convegni, presentazione di libri, anteprime di film e spettacoli teatrali e la possibilità di visitare case e negozi, un tempo usati dalla criminalità organizzata, oggi restituiti alla cittadinanza e divenuti luogo di attività di carattere sociale.

Il
festival aprirà venerdì 6 alle ore 10 a Casa Chiaravalle, il bene più grande mai confiscato a Milano, con un incontro dedicato agli studenti delle scuole milanesi e proseguirà anche sabato con le visite ad alcuni beni aperti al pubblico
per l’occasione:

- casa Chiaravalle in via Sant’Arialdo 69;
- appartamento via Monti 41;
- negozio via Leoncavallo 12;
- negozio via Momigliano 3;
- appartamento via Ceriani 14;
- appartamento via Curtatone 12;
- negozio in via Leoncavallo 12;
- appartamento in viale Jenner 31.

Sempre venerdì 6,
alle ore 19 nella Sala Consiliare di Palazzo Marino si svolgerà l’incontro cui parteciperanno il Presidente onorario di Libera, Luigi Ciotti, e il regista cinematografico, Marco Tullio Giordana
che, in anteprima a Milano, presenterà il suo nuovo film “Lea”, dedicato a Lea Garofalo, vittima della mafia.

Per il programma completo delle iniziative
clicca qui

martedì 8 settembre 2015

La cooperativa “Giovani in vita” ottiene l'attenzione delle istituzioni





In merito alla notizia sulle minacce da parte della mafia nei confronti della Cooperativa “Giovani in vita” (leggi precedente nostro post), pubblichiamo il seguente comunicato:



Il Vice Presidente della Regione Calabria Antonio Viscomi, insieme all’Assessore alle Politiche Sociali Federica Roccisano, oggi 31/08/2015 a Sinopoli a manifestare solidarietà alla Coop. Soc. Giovani in Vita



Ad attirare l’attenzione delle Istituzioni sono state le ultime vicende che hanno interessato la Cooperativa Sociale Giovani in Vita diretta da Domenico Luppino:

  • in data 11 agosto presso i terreni sequestrati alla Famiglia Oliveri e ricadenti in agro del comune di Anoia, la Cooperativa ha subito il furto di un mezzo agricolo depositato all’interno di un capannone;
  • il 19 agosto incendiati alcuni alberi di ulivo di proprietà del direttore generale Domenico Luppino;
  • in data 25 agosto, di nuovo presso i terreni di Anoia, ennesimo atto intimidatorio con esplicita minaccia di morte nei confronti del direttore generale Domenico Luppino.

L’incontro di oggi, presso la sede della Cooperativa, ha posto in evidenza le difficoltà oggettive della Cooperativa nell’operare in un contesto non facile. Ricordiamo, infatti, che la cooperativa opera su territori confiscati alla ‘ndrangheta.

I rappresentanti istituzionali Viscomi e Roccisano hanno espresso la loro vicinanza al direttore e ad alcuni dei collaboratori presenti riconoscendo il valore etico e sociale dell’operato di Giovani in Vita; hanno inoltre mostrato interesse e disponibilità a valutare le possibili iniziative volte a tutelare chi opera su terreni confiscati alla ‘ndrangheta.

Finalmente una risposta da parte delle Istituzioni che hanno il Dovere di sostenere attivamente, e non solo formalmente, tutte quelle realtà tanto positive quanto fragili che affondano le proprie radici in un contesto che da sempre tende ad isolarle.

sabato 29 agosto 2015

Storia di una cooperativa sociale minacciata dalla mafia






27 agosto 2015: l'ennesima intimidazione. questa volta una minaccia di morte rivolta al direttore generare della Cooperativa Giovani in Vita, Domenico Luppino. 


 
 




La Cooperativa Sociale Giovani in Vita conta oggi 26 soci ed è nata nel nell'ambito del PON Sicurezza e Sviluppo nel Mezzogiorno d'Italia 2002-2006 come risultato di un progetto del Consorzio di nove comuni della Piana di Gioia Tauro denominato "Impegno Giovani" di cui faceva parte il comune di Sinopoli, allora amministrato da Domenico Luppino (oggi Direttore Generale della Cooperativa) e da questi fortemente voluta anche per dare una risposta concreta alle diverse intimidazioni subite da parte della criminalità organizzata.



La Cooperativa aveva ed ha come principale finalità il recupero di soggetti svantaggiati attraverso l'offerta di un'opportunità di lavoro sia nel settore agricolo, con la coltivazione e produzione sui terreni confiscati alla 'ndrangheta, sia nel campo dei servizi offerti anche e soprattutto ad altri imprenditori agricoli vittime della mafia che hanno difficoltà a reperire le maestranze disposte a lavorare sui loro terreni.   





La cooperativa opera su un totale di circa 700 ettari di terreni coltivati a uliveto, agrumeto e seminativo divisi tra confiscati, sequestrati o di proprietà di altre aziende agricole private. Risale al 2008 l’assegnazione dei primi terreni (circa trenta ettari) confiscati ad alcune famiglie malavitose dei comuni di Oppido Mamertina e Varapodio, entrambi in prov. di Reggio Calabria, e Limbadi (provincia di Vibo Valentia) e di Sinopoli stesso. La nostra scelta di offrire un'opportunità LEGALE di lavoro a uomini e donne del posto, ha da sempre riscontrato l'opposizione da parte di molte persone e talvolta anche da parte di taluni che, in maniera nemmeno tanto velata e seppur lontani dalla 'ndrangheta, ci hanno "suggerito" di "lasciar perdere" perché "contro certe realtà è una battaglia persa" (cit. testuale). Per non parlare poi dei vari attentati, furti, incendi e quant'altro, che la Cooperativa, e ancor più il direttore Luppino, hanno subito sistematicamente in oltre dieci anni di attività. 



L'idea che ci spinge, però, ad andare avanti sulla nostra strada, e anzi a cercare sempre nuove opportunità di crescita e miglioramento per il nostro territorio, è la convinzione che solo attraverso la creazione di occasioni di lavoro, alternative al profitto "facile" proposto dalle organizzazioni criminali, riusciremo ad essere uomini e donne veramente liberi, anzi, come ci piace dire...



uomini e donne ‘NDRANGHETA FREE



Ecco perché da alcuni anni, ormai, abbiamo intrapreso un nuovo impegno confezionando la marmellata prodotta con le arance, i limoni, le clementine e gli altri frutti dei terreni confiscati e l'imbottigliamento dell'olio, fino a poco tempo fa venduto sfuso all'ingrosso, realizzato con le olive raccolte nei terreni di Sinopoli, Oppido Mamertina e Limbadi.



Nonostante gli svariati tentativi di impedirci o quantomeno ostacolarci nel nostro lavoro, stiamo proseguendo con fermezza sulla nostra strada e stiamo portando avanti il nostro progetto. Anzi, il nostro impegno nella ricerca di nuove opportunità di lavoro per la crescita della Cooperativa stessa e quindi degli uomini e delle donne che la compongono, è sempre maggiore. Ecco perché da meno di un anno abbiamo aperto un nostro punto vendita a Firenze ed un altro è in fase di apertura a Messina; abbiamo anche avviato un laboratorio di pasticceria e prodotti da forno sempre a Firenze e stiamo collaborando con Associazioni, Cooperative e altre realtà pubbliche e private di rilevanza anche nazionale e internazionale.



Giovani in Vita, solo per parlare degli ultimi anni, si è resa promotrice di alcune importanti iniziative sociali quali la costituzione di una Rete di Imprese denominata Calabria Solidale (un progetto di Chico Mendes Coop. Scarl di Milano) – rete di produttori calabresi che promuovono i principi di legalità, trasparenza, solidarietà, rispetto del lavoro, tutela dell’ambiente e del territorio e che mette in relazione piccoli agricoltori di una delle regioni italiane con maggiori difficoltà di sviluppo con i consumatori solidali – e di una Cooperativa di Comunità (TENORCA Terre Normanne di Calabria) finalizzata al recupero dal rischio di estinzione di un intero Comune, quello di Arena in provincia di VV, e al recupero di una specie di legume, il fagiolo Zicca Janca, coltura che sta scomparendo; la sottoscrizione di un Patto di Collaborazione con la "Misericordia di Firenze" per la fornitura a titolo gratuito delle eccedenze alimentari e dei prodotti in scadenza per la redistribuzione alle persone in difficoltà; un accordo di collaborazione con Emergency, finalizzata alla fornitura di prodotti alimentari e al riconoscimento di una parte del ricavato delle vendite alla stessa Associazione; una collaborazione con l’Associazione "SOS Rosarno" finalizzata all'impiego di migranti africani ospiti della tendopoli di San Ferdinando.


La Cooperativa ha anche avviato rilevanti rapporti commerciali con realtà quali SIAF, importante azienda pubblico-privata specializzata nelle forniture per le mense scolastiche e ospedaliere, e CTM Altromercato, la principale organizzazione di fair trade presente in Italia (con circa 300 Botteghe del Mondo) e tra le principali a livello internazionale.




https://www.facebook.com/pages/Cooperativa-Giovani-In-Vita-RC/344764342204778?ref=aymt_homepage_panel

giovedì 20 agosto 2015

Dalla “mala” milanese alle frontiere dell'anima


 


Gli appassionati di Massimo Carlotto conosceranno sicuramente Beniamino Rossini, uno dei suoi personaggi più amati. In La terra della mia anima (sempre edito da E/O) lo stesso compagno di avventure dell'Alligatore decide di raccontare la propria esistenza, una vita che attraversa l'immediato dopoguerra - quando inizia a fare lo “spallone” trafficando in sigarette - per arrivare alla guerra civile, passando per la Resistenza.

Beniamino ha un animo nomade, batte le terre d'Italia e d'Europa e si spinge fino al Libano; ma la sua anima viene ancorata nel mare, in quella distesa aperta e infinita che promette libertà eterna. E di libertà ne ha vissuta, il Rossini, una libertà sfrenata fatta di soldi e di femmine. Una libertà spezzata, a periodi, da anni di galera che non hanno fiaccato lo spirito indomito. Una vita appassionata, vissuta ai margini di frontiere fisiche e interiori, ma con princìpi saldi, un'etica criminale che oggi non esiste più e poi un amore, quello per un uomo diventato donna.

Il romanzo, uno dei più intensi di Carlotto, attraversa il Novecento, i momenti più bui del nostro Paese, con riflessioni di stretta attualità, come quella che riguarda le carceri: “Ora le rivolte non esistono più, le nuove carceri e le ristrutturazioni di quelle già esistenti sono state concepite per impedire ogni forma di protesta organizzata. In passato però furono un fenomeno molto diffuso, provocato dalle condizioni di vita inaccettabili nelle prigioni della Repubblica. Se oggi i detenuti hanno a disposizione un water e un lavandino, un fornello da campeggio, una caffettiera e un pentolino, lo si deve solo al sacrificio di quelli che si ribellarono e vennero picchiati, trasferiti e condannati. Sbaglia chi pensa che quel minimo di decenza venne portato nelle carceri da politici o intellettuali illuminati che sono arrivati sempre dopo e con un ritardo imbarazzante” e questo è solo un esempio. Così come può esserlo, oggi, la passione politica di Beniamino che, parlando di un suo mèntore, Enrico il Barbùn, dice: “Era comunista, in Svizzera aveva avuto problemi con la polizia, ma era un nemino dichiarato del partito. Aveva sempre considerato Stalin un dittatore sanguinario e all'inizio fu difficile discutere di politica. Quando parlava male dell'Unione sovietica mi veniva voglia di saltargli addosso”.

Ma il libro commuove per la capacità di scandagliare l'animo umano. Una frase su tutte, da sottolineare e ricordare: “ Voglio tentare di andarmene pervaso da un senso di appartenenza. Forse è una furbizia per sentirmi meno solo, ma il desiderio è sincero e preferisco il cuore in tumulto e la testa piena di sogni alla rassegnazione e all'urgenza del pentimento”.




venerdì 7 agosto 2015

Per non dimenticare le terre dei fuochi

 
L'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato, nell'ambito della manifestazione “D(i)ritti al centro!” un incontro con il Thomas Turolo, regista del documentario Ogni singolo giorno in cui ha dato voce agli abitanti delle terre dei fuochi infestate dai rifiuti e dagli sversamenti tossici. Il diritto alla salute e alla vita, i racconti dei malati, l'agricoltura in crisi: questi sono solo alcuni degli argomenti di cui si è parlato. Ringraziamo l'autore, il Centro Asteria che ha ospitato la manifestazione e tutte quelle persone (donne, uomini, bambini, giovani e meno giovani) che hanno prestato anche il loro volto per dire NO alla mafia e alle collusioni disoneste.

Eccovi il video
 
 
 

domenica 19 luglio 2015

Milano ricorda Paolo Borsellino

19 luglio 1992 - 19 luglio 2015
Milano ricorda Paolo Borsellino



Domenica 19 luglio 2015 Milano ricorda Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina.
Al mattino alle 10.30 convegno in Sala Alessi a Palazzo Marino dalle ore 10.30 con un convegno e al pomeriggio dalle 16.15 all'albero Falcone-Borsellino, in via Benedetto Marcello per osservare - alle 16.58 - un minuto di silenzio.


Di seguito le iniziative


Mattino: convegno dalle 10.30 alle 12.30 in Sala Alessi, Palazzo Marino

Basilio Rizzo, pres. Consiglio Comunale di Milano Saluti istituzionali

Laura Incantalupo, Scuola Caponnetto“Vivere l’antimafia nel quotidiano è possibile per tutti”

David Gentili, pres. Comm. Consiliare Antimafia Comune di Milano"L'impegno del Comune di Milano nella lotta alle mafie: dal negazionismo alla costituzione di parte civile"

Lucilla Andreucci, referente Libera Milano“Libera Milano, esperienza di antimafia sociale. Un popolo in movimento”

Giuseppe Teri,  Scuola Caponnetto, Coordinamento Scuole Milanesi"Rocco Chinnici, precursore del pool antimafia. Il magistrato che per primo intuì l'importanza di organizzare e coordinare la lotta alla mafia"

Sabrina D'Elpidio, Agende Rosse di Milano gruppo Peppino Impastato "Via D'Amelio: la difficile ricerca della verità tra depistaggi e menzogne"

Donata Costa, pubblico ministero presso la Procura di Monza "Corruzione: anticamera della mafia al nord"

Nando dalla Chiesa,  pres. Scuola Caponnetto, pre. onorario Libera "La stagione delle stragi. Significati storici e convergenze strategiche"



Pomeriggio: cittadini e Istituzioni si incontrano dalle 16.15 all'albero Falcone-Borsellino in via Benedetto Marcello, davanti al Liceo Volta

Alle h. 16.58 un minuto di silenzio e la sirena dei Vigili del Fuoco. Installazioni d’arte a cura di Jerry Bogani e di Studio Pace10 “Gli eroi non muoiono mai” e “L’agenda rossa di Paolo Borsellino

mercoledì 20 maggio 2015

Un giudice, un attentato mafioso e una sopravvissuta







Sola con te in un futuro aprile di Margherita Asta e Michela Gargiulo (Fandango) racconta una storia dolorosa, terribile, ma che va ricordata.

È il 2 aprile di trent’anni fa, Carlo Palermo è arrivato in Sicilia da quaranta giorni. A Trapani aveva preso il posto di un magistrato coraggioso ucciso dalla mafia, Giangiacomo Ciaccio Montalto. Due macchine della scorta parcheggiano davanti al cancello di una villetta vicino a Bonagia, a 3 chilometri di distanza dalla casa della famiglia Asta.
Il giudice Palermo vive lì da pochi giorni e proprio lì arriva l'ultima telefonata di minacce che era stata ancora più esplicita e definitiva: "Dite al giudice che il regalo sta per essergli recapitato".

Il giudice, la mattina del 2 aprile 1985, scende di casa alle 8 e qualche minuto per recarsi al Tribunale di Trapani. Sul rettilineo di contrada Pizzolungo la macchina trova davanti a sé un'altra auto, una Volkswagen Scirocco, dentro ci sono Barbara Rizzo, giovane madre di 31 anni, e due dei suoi tre figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe di 6 anni che stanno andando a scuola. L'autista del giudice aspetta il momento giusto per iniziare il sorpasso; le tre auto, per un brevissimo istante, si trovano perfettamente allineate ed è proprio in momento che viene azionato il detonatore.

L'esplosione è devastante, una bomba al tritolo. L'utilitaria fa scudo all'auto del sostituto procuratore che si ritrova scaraventato fuori dalla macchina , è ferito ma miracolosamente vivo. Muoiono dilaniati la donna e i due bambini. Nunzio Asta, il marito di Barbara in quei giorni va a lavoro un po' più tardi a causa di un intervento al cuore. Sente il boato, esce per andare a prestare soccorso, ma non lo lasciano avvicinare. La Volkswagen di sua moglie è stata polverizzata, non sospetta che la sua famiglia sia rimasta coinvolta. Margherita, l'altra figlia di dieci anni, in quel momento è già a scuola. Avrebbe dovuto essere a bordo anche lei, ma quella mattina i due fratellini ci mettevano troppo tempo a vestirsi e per non fare tardi la ragazzina chiede un passaggio in macchina alla mamma di una sua amica e si salva.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato la giornalista Michela Gargiulo che ringraziamo molto.



Come avete lavorato, lei e la sig.ra Margherita, per la stesura di questo libro che racconta una storia così dolorosa?


Conosco Margherita dal 2006 e, da quell'incontro, è nata subito un'amicizia, un rapporto speciale. Ho provato nei confronti di questa donna una senso di affetto profondo e quasi di protezione. Abbiamo iniziato a conoscerci sempre meglio e io, nei miei viaggi siciliani, finivo sempre a Pizzolungo con lei, la sua nuova madre e il fratello Giuseppe Salvatore. Ci sono state vicende personali che ci hanno unite, Margherita è madrina di mia figlia e il progetto di scrivere il libro della sua storia è nato molto tempo fa. Mi sono spesso avvicinata, in questi anni, ai ricordi di Margherita con timore e rispetto. La curiosità professionale ha sempre lasciato il posto alle confidenze e all'accoglienza. Margherita è una donna di grande coraggio ma tirare fuori un dolore così grande non è stato facile. Ho raccolto i ricordi di Margherita durante i nostri incontri. Pezzi di storia scritti spesso in rubriche e quaderni diversi che finivano sempre sul comodino, uno sopra l'altro. Margherita mi ha dato i preziosi giornali che suo padre Nunzio custodiva in cassaforte e sono stati per me uno strumento fondamentale per ricostruire molte scene del libro. Gli atti giudiziari sono stati l'ultimo tassello per ricomporre la sua storia, dal giorno dell'attentato ad oggi. "Sola con te in un futuro aprile" è un libro che è nato grazie al nostro rapporto di fiducia e di affetto profondo, è stato un lavoro di rilettura di fatti di cronaca decisivi per il nostro Paese fatto da un punto di vista unico: quello di chi aveva subito la perdita di tutto ciò che aveva di più caro. Credo che il lettore, di fronte al racconto intenso di questa donna, riesca a vivere il suo dramma personale e insieme a lei la rabbia delle ingiustizie subite ma allo stesso tempo capirà quanto è importante lottare contro la mafia e portare avanti un messaggio di speranza per costruire una storia diversa per il nostro Paese.


E' un percorso, anche interiore, quello che in questi trent'anni ha dovuto affrontare la sig.ra Margherita...


Margherita ha affrontato il dolore della perdita più grande, quella della madre. Ha dovuto gestire la rabbia e l'ha trasformata in una risorsa che le ha permesso di cercare la verità sulla sua storia. Ha costruito il suo futuro sulla speranza e questa è la dimostrazione della sua grande umanità.


Vogliamo spiegare più approfonditamente di cosa si stesse occupando il magistrato Carlo Palermo?


E' impossibile raccontare in poche righe l'ampiezza delle indagini di Carlo Palermo. Lui ha iniziato la sua attività di giudice istruttore a Trento nel 1980 e da allora non si è mai fermato fino al quel tragico 2 aprile 1985. Dai traffici di morfina base che transitavano da Trento provenienti dalla Turchia e diretti in Sicilia ha indagato sui traffici di armi, due mercati che, nelle sue inchieste, erano paralleli. Ha messo sotto inchiesta uomini dei servizi segreti, trafficanti, mercanti della droga, mafiosi e pidduisti. Poi, nel 1984, ha iniziato a percorrere le tracce che lo portavano dritto a due società vicine al partito socialista. Era la pista politica. Quell'inchiesta scatenò l'ira dell'allora presidente del consiglio Bettino Craxi e Carlo Palermo capì in quel momento che per le sue inchieste rimaneva poco tempo. Sul giudice istruttore arrivò un procedimento disciplinare, si aprì un'inchiesta penale per l'arresto di due avvocati. Fu costretto a chiudere l'inchiesta su armi e droga prima che questa fosse trasferita a Venezia ad altri giudici. Allora, a novembre 1984 decise di trasferirsi a Trapani per riprendere i fili del traffico di droga. Arrivò in Sicilia a fine febbraio 1985 e dopo soli 40 giorni ci fu l'attentato. Dopo l'attentato Palermo non ha mai smesso di cercare la verità e da trenta anni si interroga ancora su chi voleva la sua morte.

E' un testo che parla del nostro Paese: cosa è cambiato da allora?


Sono cambiate molte cose, altre sono rimaste immutate . La mafia ha cambiato volto e modalità ma gode sempre di un sistema di complicità a vari livelli. I meccanismi di infiltrazione sono sempre più sofisticati e meno riconoscibili. Io credo che anche i sistemi criminali si siano adeguati ad un mondo globale in continua evoluzione e che sarà sempre più difficile colpire gli interessi e i capitali frutto di attività criminali. Gli anni che ci lasciamo alle spalle sono stati anni terribili segnati da stragi e morti innocenti. Ancora oggi, per molti di quegli episodi non conosciamo né i colpevoli, né i moventi. Non sapere la verità su episodi che hanno segnato il corso della storia di questo Paese ha creato un sistema fragile, frutto di segreti e quindi di ricatti.


Qual è stato l'esito del processo per gli esecutori dell'attentato e come si può commentare quella sentenza?


Il primo processo sugli esecutori materiali della strage rappresenta un capitolo nero della nostra storia. In primo grado, nel 1988, la Corte di Assise di Caltanissetta, condannò all'ergastolo tre uomini per avere messo in atto la strage di Pizzolungo. Erano Gioacchino Calabrò, Vincenzo Milazzo e Filippo Melodia. Furono condannati, rispettivamente a 19 anni e a 12 anni, Giuseppe Ferro e Antonino Melodia. In secondo grado gli stessi uomini furono assolti e la prima sezione penale della corte di cassazione, presieduta da Corrado Carnevale confermò la sentenza di appello. Solo nel 2002, durante il processo sui mandanti i pentiti racconteranno che erano stati proprio quegli uomini a eseguire materialmente la strage ma anche di fronte a quel quadro accusatorio convergente e completo nessun tribunale potrà più processare chi è stato assolto per sempre.


Nell'attentato hanno perso la vita una madre e due figli piccoli: questo libro è dedicato a loro e crediamo porti anche un messaggio importante per i ragazzi di oggi...


I nostri ragazzi dovrebbero conoscere la storia di Barbara, Giuseppe e Salvatore e con questa andare a scavare nella cronaca recente del nostro Paese. La loro morte drammatica raccontata in questo libro dovrebbe essere uno stimolo per i giovani a guardarsi intorno e chiedersi quante sono le vittime innocenti delle quali non ci ricordiamo nemmeno i nomi. Sono 900 le persone uccise dalla mafia, alcune di loro sono state dimenticate e i loro nomi risuonano il 21 marzo quando Libera dedicata loro la giornata della memoria. Io spero che "Sola con te in un futuro aprile" faccia sentire anche le voci di chi non è stato raccontato. I ragazzi sono la nostra speranza e per costruire un mondo più giusto devono conoscere a capire qual è stata la storia del nostro Paese.

domenica 17 maggio 2015

Non dimentichiamo le terre dei fuochi



L'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato, nell'ambito della manifestazione “D(i)ritti al centro!” un incontro con  Thomas Turolo, regista del documentario Ogni singolo giorno in cui ha dato voce agli abitanti delle terre dei fuochi infestate dai rifiuti e dagli sversamenti tossici. Il diritto alla salute e alla vita, i racconti dei malati, l'agricoltura in crisi: questi sono solo alcuni degli argomenti di cui si è parlato. Ringraziamo l'autore, il Centro Asteria che ha ospitato la manifestazione e tutte quelle persone (donne, uomini, bambini, giovani e meno giovani) che hanno prestato anche il loro volto per dire NO alla mafia e alle collusioni disoneste.





Ecco, per voi, il video dell'incontro con Thomas Turolo






Ricordiamo che l'Associazione per i Diritti Umani organizza e conduce questi incontri anche nelle scuole medie inferiori e superiori e per le università. Per informazioni scrivere a: peridirittiumani@gmail.com



Come strumento didattico, il libro “Mosaikon – Voci e immagini per i diritti umani”, che potete acquistare con Paypall, al costo di 12,50 euro: tutte le interviste realizzate da noi a scrittori, registi, giornalisti, operatori, etc. con una ricca bibliografia e sitografia e tante notizie e approfondimenti.

martedì 5 maggio 2015

La trattativa Stato - mafia: il diritto alla legalità e il diritto alla conoscenza dei fatti




Un film forte e preciso: si tratta del lavoro di Sabina Guzzanti che ne La trattativa usa il suo piglio sagace e diretto per mettere sullo schermo il patto Stato-mafia, le stragi degli anni'90 e i rapporti, accertati, tra uomini politici e uomini di Cosa nostra.

Il film è stato presentato anche al Parlamento italiano, nelle scuole, in moltissime sale cinematografiche e ha ottenuto consensi, analisi e alcune critiche, come accade sempre quando il materiale trattato è controverso e tocca i punti deboli di un Paese.

Un gruppo di lavoratori dello spettacolo, in un teatro di posa, sceglie di realizzare uno spettacolo sui “patti” tra Stato e mafie, subito dopo gli attentati a Roma, Milano e Firenze. Un escamotage interessante, quello di inserire il teatro nel cinema, doppia “fiction” per dare doppia cornice a una realtà vera e drammatica. I personaggi (sul palco e sullo schermo) diventano investigatori che dipanano i passaggi fondamentali di vent'anni di (brutta) storia italiana: l'uccisione di Salvo Lima, il maxi processo, gli agguati a Falcone e Borsellino, le bombe, la strage fallita allo stadio Olimpico. E sfilano le figure confuse e contorte di: Ciancimino (padre e figlio), dei pentiti, di Dell'Utri, di Provenzano e di Berlusconi impersonato, ovviamente, dalla stessa Guzzanti.

Applaudito dal pubblico all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, La trattativa denuncia il meccanismo del racconto filmico e il linguaggio utilizzato, un linguaggio composto da pannelli grafici, immagini di repertorio, docu-fiction, interviste, intercettazioni. Vengono mescolati, quindi, finzione e realtà, come detto, per dimostrare che, troppo spesso, la verità dei fatti supera la fantasia dei migliori sceneggiatori.

Il film si apre con il primo piano della regista che, guardando in camera, si rivolge direttamente agli spettatori: come a chimarci tutti in causa, uno per uno, per dirci di guardare in faccia le cose così come stanno, nonostante la parzialità delle informazioni e delle prove; per costringerci a non trovare alibi o scusanti nella nostra mancanza di coraggio nel lottare contro un sistema marcio e corrotto.

Gaspare Mutolo, in carcere, si converte e Spatuzza si iscrive a un corso universitario: sembra surreale e invece non lo è. E allora ci si può aspettare davvero di tutto e dobbiamo continuare ad aprire bene gli occhi e a non abbassare mai la guardia.



Dedichiamo questo post a Peppino Imapstato, vittima di un attentato mafioso il 9 maggio 1978.

domenica 29 marzo 2015

Mappare le mafie: un progetto importante per la legalità


Mappare le mafie: un nuovo progetto etico da sostenere



L'Associazione per i Diritti Umani ringrazia Marco Fortunato, Osservatorio sulla 'ndrangheta e decide di dare visibilità a questo progetto, utile e importante per garantire un futuro di legalità e giustizia al nostro Paese. Ogni cittadino può fare qualcosa e tutti insieme possiamo dar vita al cambiamento.





MafiaMaps è il primo progetto di un’App per smartphone e tablet che permetta a chiunque la ricerca e la visualizzazione di carte geografiche sul fenomeno mafioso in tutta Italia.



Nata dall’evoluzione di un progetto di WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie, grazie alla completa integrazione con quest’ultima sarà qualcosa di più di semplici mappe: sarà la prima enciclopedia geografica sul fenomeno mafioso.



Il cittadino potrà avere sempre a portata di mano il più grande database sulla criminalità organizzata e non solo avrà accesso a tutte le informazioni rilevanti sul fenomeno mafioso di tutta Italia, ma sarà in grado di fare ricerche avanzate in maniera semplice e veloce in qualsiasi luogo d’Italia si trovi su qualsiasi aspetto di suo interesse.



Uno strumento per diffondere conoscenza, ma anche per coltivare Memoria: di quello che è stato il fenomeno mafioso in Italia e di chi lo ha combattuto, molto spesso pagando con il sacrificio estremo della vita.  E proprio per evitare che si ripetano scenari già visti, dare visibilità a chi oggi li combatte tutti i giorni sul territorio, rilanciando direttamente le iniziative e gli eventi, ma anche notificando in tempo reale le ultime notizie di mafia provenienti da un territorio, grazie alla collaborazione con le nostre testate partner.



Come è nata l’idea di MafiaMaps



Quando è nata WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie nel 2012, uno dei principali progetti che avevamo annunciato erano le "Mappe delle principali attività mafiose in Italia", in quanto eravamo convinti che non vi fosse solo l’esigenza di riorganizzare in maniera scientifica tutta la conoscenza accumulata in oltre 30 anni sul fenomeno mafioso, ma anche di dare a questa conoscenza una proiezione geografica che aiutasse il cittadino a comprendere effettivamente l’entità della minaccia mafiosa. Eravamo e siamo convinti che la mancata consapevolezza del cittadino comune (che permette alle organizzazioni mafiose di radicarsi e di inquinare sempre più territori al di fuori degli originari contesti di insediamento) sia anche figlia della mancata percezione anzitutto geografica del fenomeno nel proprio territorio.



Questa mancata percezione, nonostante svariate e documentate inchieste giornalistiche che irrimediabilmente finiscono nel dimenticatoio, è la prima ragione del dominio mafioso in sempre più ampi settori della vita socio-economica in Italia (e non solo). Per questo nel dicembre 2014 abbiamo deciso di dare una propria autonomia alle "Mappe", trasformandole nel progetto di MafiaMaps.



Perché il Crowdfunding



La mole di informazioni da processare e la necessità di un team che si occupi a tempo pieno del progetto fa sì che non possiamo affidarci alle esigue risorse (poco più di 150 euro) con cui in due anni siamo riusciti a far conquistare a WikiMafia non solo il titolo di "prima", ma anche di "più grande" enciclopedia sul fenomeno mafioso. Per questo motivo sabato 21 marzo 2015 abbiamo lanciato la campagna di crowdfunding #mappiamolitutti, perché pensiamo che questa nuova e innovativa pagina della Storia del contrasto alle organizzazioni mafiose debba essere scritta anche con voi che come noi condividete l’ideale di un mondo senza mafie. Perché questa volta c’è bisogno dell’aiuto di TUTTI affinché il sogno si concretizzi.



Ci rivolgiamo, quindi, a VOI, studenti, studiosi, giornalisti, professori, blogger, appassionati, associazioni, comitati, antimafiosi e cittadini di ogni ordine e grado. Scrivete questa pagina del movimento antimafia con NOI, condividete la nostra PASSIONE, realizziamo INSIEME questo sogno.



Perché aveva ragione Paolo Borsellino, quel 18 dicembre 1991, quando diceva che “lo Stato può cambiare se la società civile prende coscienza di se stessa e delle sue potenzialità. Se il cittadino non aspetta che dall’alto arrivi qualche cambiamento ma si adopera per trasformare”.



Per realizzare il sogno dobbiamo raccogliere almeno 100mila e ci serve un anno di lavoro: poiché le probabilità di successo della campagna sono molto basse, persone più sagge di noi ci hanno sconsigliato di imbarcarci in questa avventura. Ma a noi non importa: qualora non dovessimo raccogliere tutti i soldi necessari, useremo quelli raccolti per realizzare una versione “minima” ed “essenziale” di MafiaMaps.



Perché noi non facciamo questa cosa per guadagnarci uno stipendio: lo facciamo perché ci siamo stancati di subire questa gente. Non siamo noi che dobbiamo andarcene, sono loro che devono andarsene, li dobbiamo cacciare a pedate dai nostri quartieri e dalle nostre città: ovunque ci sia un mafioso devono esserci cento antimafiosi preparati e consapevoli che gli stanno col fiato sul collo.



Diceva Giovanni Falcone che “se le cose vanno così non è detto che debbano andare così. Ma per cambiarle bisogna pagare un prezzo ed è qui che la stragrande maggioranza delle persone preferisce lamentarsi piuttosto che fare.”



Noi abbiamo deciso di smettere di lamentarci e di fare. Ci auguriamo che vogliate combattere questa battaglia insieme a noi. Perché l’Italia è un paese troppo bello per lasciarlo in mano loro. Riprendiamocelo.



Come puoi finanziare il progetto



Puoi contribuire come Singolo, Associazione o Sponsor. La via più rapida è su www.mafiamaps.it: scegli l’importo da donare ed esegui la donazione con PayPal. Puoi però anche sostenerci durante gli eventi di WikiMafia di sostegno a MafiaMaps: compili al momento il modulo di donazione con i tuoi dati, fai la donazione in contanti e penseremo noi a registrare il tuo contributo sul sito.



Se preferisci usare la formula del bonifico bancario, inviaci via mail la ricevuta (mafiamaps@wikimafia.it) con i tuoi dati, penseremo noi a registrare il tuo profilo e il tuo contributo. Le donazioni vanno fatte su un conto dedicato che abbiamo aperto appositamente per la campagna, intestato a Pierpaolo Farina, responsabile del progetto, con la causale "Raccolta Fondi MafiaMaps", IBAN IT 68 F 02008 01621 000103664219.





La nostra squadra



MafiaMaps viene pensata a metà dicembre 2014 da Pierpaolo Farina, con l’idea di rilanciare il progetto originario della “Mappa delle Principali attività mafiose in Italia” di WikiMafia. Il progetto iniziale è stato elaborato insieme a Francesco Moiraghi, Chiara Sanvito, Adriana Varriale, Marco Fortunato ed Ester Castano. La campagna di crowdfunding #mappiamolitutti è stata ideata anche grazie al supporto di Hermes Mariani, Samuele Motta, Thomas Aureliani, Mattia Mercuri, Claudio Paciello, Eleonora Di Pilato, Francesco Terragno, Monica De Astis, Ilaria Meli, Federica Cabras, Martina Bedetti, Dario Parazzoli, Marco Salfi.



Il team di sviluppo sarà composto da giovani ricercatori under-30, la gran parte dei quali appartenenti a WikiMafia, tutti laureati con tesi sulla criminalità organizzata con il Prof. Nando dalla Chiesa. La Startup che nascerà dopo la campagna di crowdfunding avrà sede a Milano.



Vogliamo fare Rete!



Siamo consapevoli che esistono tante realtà sul territorio che hanno svolto lavori eccellenti di mappatura (non dinamica). Il nostro obiettivo è instaurare quante più partnership possibili con realtà e associazioni che lavorano quotidianamente sul territorio, dando visibilità a loro e al loro lavoro, che andrebbero a far parte della bibliografia e dei Credits dell’App. Le associazioni che vogliono sostenere il progetto possono farlo o con un semplice contributo economico oppure dichiarando di volerci aiutare nella mappatura (in questo caso, scriveteci a mafiamaps@wikimafia.it). In entrambi i casi guadagnano la possibilità di caricare i propri eventi sulla criminalità organizzata nell'App e un account gratuito di 1 anno per usare l'App. Le associazioni "mapper" ottengono la geolocalizzazione sulla mappa in qualità di associazione partner di MafiaMaps.



Cosa succede dopo?



La campagna di crowdfunding partirà sabato 21 marzo 2015, nella Giornata della Memoria e dell'Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie, e terminerà sabato 23 maggio 2015, nel 23° anniversario della Strage di Capaci. Qualora alla chiusura della campagna di crowdfunding venisse raggiunto il traguardo per sviluppare l’App sia per Android che per IoS con la mappatura in tutta Italia (100mila euro), il team di ricerca comincerebbe subito a lavorare e si impegna a rilasciare l'App nella primavera 2016. Qualora dovessimo superare il minimo individuato per la campagna, useremmo le maggiori risorse per sviluppare l’App anche per i dispositivi Windows e per assumere nuovi collaboratori e velocizzare i lavori di sviluppo. Molte delle informazioni necessarie sono state già da noi raccolte in questi due anni di lavoro con WikiMafia, necessitano solamente di essere riorganizzate. Altre invece vanno reperite ex-novo e sistematizzate.



Qualora non raggiungessimo il traguardo iniziale, ma dovessimo fermarci a molto meno, useremmo comunque le minori risorse per sviluppare un'App "minima", con la mappatura delle principali città italiane.



I sostenitori del progetto potranno in qualsiasi momento seguire i progressi dell’App dalle pagine social (Facebook, Twitter, Google+) e dalla newsletter preposta (che invierà ogni mese 1 mail di aggiornamento). In esclusiva per i "Gold Supporter" (vedi sezione ricompense), il 21 marzo 2016 verrà rilasciata una beta in anteprima. L’App sarà completamente gratuita per i sostenitori del progetto, a seconda dell'importo donato (vedi la sezione ricompense per maggiori dettagli), mentre costerà 0,99 centesimi ogni anno per tutti gli altri. L’abbonamento ricorsivo all’applicazione implica l’assoluta assenza di qualsiasi tipo di pubblicità al suo interno. Puntiamo nel lungo periodo a rendere completamente gratuita l'App.



Cosa puoi fare (oltre a sostenere economicamente il progetto)



Se credi in questo progetto e vuoi aiutarci a far diventare il sogno una realtà nel 2016, sarà determinante il “passaparola”: è decisamente improbabile che finiremo in televisione o sui grandi giornali, quindi far conoscere il progetto ai propri amici e convincerli a donare anche solo 1 euro è importante.



Condividi la pagina della campagna sui social network e segnalala via mail ai tuoi contatti. Crea un cartello con #mappiamolitutti e scattati una foto, usando l’hashtag per dare visibilità alla campagna.



Se conosci qualche giornalista che potrebbe fare eco alla campagna, fagliela notare. Se MafiaMaps diventerà realtà, dipende anzitutto da te: anche un piccolo gesto, come una condivisione su Facebook, può essere determinante.