
"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
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domenica 27 dicembre 2015
Lotta concreta alle mafie: le parole del Comitato Addio Pizzo
Addiopizzo è un movimento aperto, fluido, dinamico, che agisce dal basso e si fa portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia. È formato da tutte le donne e gli uomini, i ragazzi e le ragazze, i commercianti e i consumatori che si riconoscono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.
Addiopizzo è anche un’associazione di volontariato espressamente apartitica e volutamente “monotematica”, il cui campo d’azione specifico, all’interno di un più ampio fronte antimafia, è la promozione di un’economia virtuosa e libera dalla mafia attraverso lo strumento del “consumo critico Addiopizzo”.
L'Associazione per i Diritti umani ha rivolto alcune domande ai membri del Comitato Addio Pizzo.
Risponde, per voi, Pico Di Trapani. Ringraziamo moltissimo il Comitato Addio pizzo.
Un comitato, il vostro, costituito da studenti: potete parlarci delle vostre competenze, dei motivi che vi hanno spinto e di come siete organizzati?
Siamo un gruppo di cittadini palermitani di età varia, abbiamo tutti intorno ai venti, trenta, quarant'anni e ci siamo ritrovati nel tempo a costruire un percorso dentro l'associazione convenendo sulla necessità di creare a Palermo, la nostra città, una rete che permettesse in ultima istanza ai commercianti e imprenditori vessati dal racket delle estorsioni mafiose, di denunciare in tutta sicurezza le violenze subite da Cosa nostra. Proveniamo da percorsi personali differenti, ma siamo uniti dall'adesione a principi comuni che si riassumono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Tutto nacque casualmente così, nel 2004, dal primo nucleo storico della futura associazione, che decise di condividere quella comunicazione con la città di Palermo affiggendo dappertutto, per le strade del centro storico, centinaia di adesivi che riportavano quel messaggio. Poi nel tempo i volontari sono aumentati e ci siamo potuti strutturare meglio, pianificando azioni che vanno nella stessa direzione e che ad oggi convergono su un'opera di sensibilizzazione nei confronti della cittadinanza e del mondo delle scuole, una comunicazione costante sul tema del racket e di ciò che concerne la lotta alla mafia, l'organizzazione di eventi e la promozione di una lista di consumo critico antiracket - consultabile sul nostro sito internte e tramite App - l'assistenza processuale e psicologica alle vittime del pizzo, etc.
Perchè l'estorsione è la “madre di tutti i crimini”?
Quando sosteniamo questo, riportiamo e quindi condividiamo l'idea espressa nel 1991 da Libero Grassi, che diceva al proposito: “L’estorsione è la madre di tutti i crimini perché è funzionale a stabilire, consolidare ed estendere il governo sul territorio rappresentato da una strada, una piazza o un quartiere. Il pizzo è manifestazione della signoria territoriale di Cosa nostra sulla città di Palermo. Con il pizzo la mafia si fa Stato”. Il pizzo, pur costituendo un'emergenza sociale ed essendo ancora oggi fortemente radicato come prassi criminale, non è per Cosa nostra e non ha mai costituito una fonte di reddito così alta, in rapporto al totale delle sue entrate. Ciononostante, è da sempre praticata dalle organizzazioni mafiose come strumento di affermazione del proprio potere e di riconoscimento della propria superiorità da parte della comunità locale vessata, che invece di unirsi e reagire accetta questa supremazia imposta con la violenza. Sta in questo il vulnus culturale su cui intendiamo agire, invitando gli altri palermitani e siciliani a riconoscere in noi stessi per primi i responsabili di questo potere mafioso nella nostra regione, e a reagire insieme di conseguenza.
Come si svolgono le vostre iniziative antiracket rivolte alle scuole?
Dal 2005 i nostri volontari incontrano studenti di ogni età, nella certezza che la scuola, bene comune prioritario, è laboratorio privilegiato per la lotta alla criminalità mafiosa e alla mentalità che ne sta alla base. Le scuole, luogo di incontro di culture differenti, possono e debbono educare il cittadino in un’ottica cosmopolita, quella di una società interculturale, finalmente libera. Gli incontri con gli studenti si svolgono nelle rispettive scuole o nella sede a noi affidata, un bene confiscato alla mafia, per questo stesso luogo di forte impatto simbolico. A fianco di docenti, studenti, genitori e dirigenti scolastici, che ringraziamo sentitamente, Addiopizzo in questi anni ha non solo inciso nella formazione di questi studenti, ma segnato, secondo noi, un momento unico e significativo nella storia della nostra città con le diverse iniziative e progetti di sensibilizzazione elaborati e attuati ogni anno, a dimostrazione di quanto la scuola possa essere determinante nel formare le coscienze dei giovani.
Quali appoggi e quali ostacoli avete incontrato durante il vostro lavoro?
Gli ostacoli maggiori provengono dal tentativo che portiamo avanti, di provare a scardinare la mentalità di chi è rassegnato all’idea che nulla possa cambiare e per tale approccio assume atteggiamenti di indifferenza, nella migliore delle ipotesi, o di acquiescenza nella peggiore, a fenomeni dai quali oggi ci si può davvero liberare. Ma si tratta di un lavoro per il quale bisogna ancora tanto faticare. Si tratta di sfide e ostacoli prettamente culturali. Non a caso la maggior parte degli operatori economici che hanno denunciato e che si sono avvalsi del nostro ausilio appartengono a generazioni di giovani - trentenni, quarantenni e cinquantenni che hanno forti resistenze culturali rispetto a fenomeni come quello delle estorsioni. Noi vogliamo sostanzialmente restituire normalità alla nostra terra, facendo in modo che chi resiste alle pressioni mafiose e clientelari possa proseguire il proprio lavoro senza ripercussioni sulla propria incolumità e sull’attività economica che esercita. La presenza mafiosa nell’economia siciliana è ancora forte. Il pizzo imposto ai commercianti, oltre a rappresentare la negazione di libertà importanti, come quella di impresa, è anche un pesante macigno che incide sulla possibilità dello sviluppo dell’economia isolana, distorcendone le regole del mercato e della libera concorrenza. Ma, oggi, esistono molti esempi positivi di riscatto che possono permettere di sperare in un futuro diverso, libero dalla criminalità organizzata e dai suoi disastrosi effetti. L'appoggio su cui contiamo proviene da questa rete che da anni, ognuno per la propria parte, stiamo contribuendo a tessere insieme.
mercoledì 9 dicembre 2015
Generazione Rosarno: dalla violenza alla legalità
Continuiamo ad occuparci di lotta alle mafie e vi proponiamo il libro intitolato Generazione Rosarno di Serena Uccello, per Melampo edizioni.
Si può nascere in una famiglia di 'ndrangheta eppure scegliere una strada alternativa e rigettare la violenza? Si può amare un padre in carcere e riuscire lo stesso a prenderne le distanze, immaginando per sé un destino diverso, di libertà e di rispetto vero? Vive e pulsa in questo libro una scuola superiore in cui vengono abbattuti antichi e nuovi pregiudizi e privilegi, dove non esistono figli di boss né figli di collaboratori o di testimoni di giustizia, dove mille ragazzi e ragazze si ritrovano ogni mattina tutti uguali, senza dover sopportare il peso delle storie personali. Dove una leggerezza gentile e sconosciuta è capace di generare nuova cultura. Una scuola che è un autentico fortino piantato in una periferia geografica e sociale, da cui insegna le opportunità e le promesse del mondo. Si chiama Rosarno ma diventa alla fine simbolo di tutto il Sud.
L'Associazione
per i Diritti umani ha intervistato per voi l'autrice e la ringrazia.
Il libro è
ambientato in Calabria, una terra bellissima e difficile. Quali sono
i tratti della cultura tradizionale in cui affondano le radici della
mentalità mafiosa?
Questa domanda richiede un’analisi di
tipo antropologico che non sono in grado di fare, non ne ho gli
strumenti, né la formazione. Posso però dare una chiave di lettura
di tipo storico e sociale per spiegare perché la ‘ndrangheta è
cresciuta così tanto in questi anni, in una situazione di
sostanziale silenzio. In questo senso la spiegazione è l’isolamento
della Calabria. Isolamento geografico e culturale, appunto. Prendo in
prestito il procuratore Giuseppe Pignatone, già capo della Procura
di Reggio Calabria, oggi capo della procura di Roma: “la
società calabrese è realmente isolata dal resto del paese. Non
esiste la Calabria, ma esistono le Calabrie: la provincia di
Reggio è totalmente diversa da quella di Cosenza o dall’alto
Catanzarese. L’isolamento tra le diverse province e dell’intera
regione è innanzitutto fisico. La rete viaria inadeguata, i
cantieri dell’A3, le carenze della rete ferroviaria, lo
sbarramento fisico dello Stretto amplificano l’isolamento
geografico”. All’isolamento geografico c’è poi da aggiungere
quello informativo. Negli ultimi anni sui giornali di ’ndrangheta
si è scritto, forse poco o forse in modo discontinuo, titoli e
commenti e inchieste. Ma prima? Prima di Duisburg, la strage di
Duisburg, quella in cui, nell’agosto del 2007, furono uccise sei
persone, o prima di più recenti operazioni che hanno portato,
soprattutto in Lombardia e nel nord Italia, all’arresto di
centinaia di persone? Qualche titolo di tanto in tanto e poco
altro. Di fatto ha ragione il procuratore capo di Roma quando parla
di “cono d’ombra” ricordando come “l’agenzia Ansa sia a
Catanzaro, la sede Rai a Cosenza” e che “nessuna testata
nazionale ha una redazione in Calabria”, mentre “il
quotidiano più diffuso, la Gazzetta
del Sud è
un giornale di Messina che pubblica pagine sulla Calabria”.
Quindi non saprei esattamente dire in
quali tratti della cultura tradizione affondi la mentalità mafiosa,
posso però dire che la mentalità mafiosa si nutre dell’isolamento
e dell’assenza di cura da parte dello Stato e in questo isolamento
cresce.
Da dove può o
deve ripartire la cultura della legalità?
Il mio libro è sostanzialmente
ambientato in una scuola. Un scuola sotto molti aspetti speciale
perché è riuscita a compiere la sfida della inclusione. A far
convivere cioè i figli di vittime, con i figli dei boss, con figli
dei collaboratori. A far loro condividere tempo, spazio e sogni. Ecco
la cultura della legalità deve, secondo me, essere meno slogan, meno
pratica convegnistica, e più pedagogia del Bene. Come dice la
ricercatrice Ombretta Ingrascì la pedagogia bianca che si oppone a
quella nera della violenza.
Come si svolge la
lotta alle mafie a Rosarno (e in altri luoghi)?
La
lotta alle mafie è stata a lungo repressione. E l’aspetto
repressivo è e deve restare centrale. In questi anni sono stati
raggiunti risultati importantissimi. Tuttavia i risultati si sono
cominciati a vedere anche su lungo periodo quando accanto alla
repressione c’è la formazione. In questo caso uso le parole della
scrittrice Evelina Santangelo che ho intervistato per il libro: “Non
è un caso, credo, che in Sicilia il momento di maggiore forza della
lotta alla mafia sia stato quando si è creata una saldatura tra il
braccio operativo di chi deve condurre l’attività investigativa e
repressiva e il mondo della formazione. Perché è evidente che
la lotta alla mafia è lotta alla sottocultura mafiosa. E questa
lotta si può condurre solo se c’è collaborazione tra tutte le
forze in campo”.
Quanto sono
importanti le donne nel tramandare il valore della vita ?
Le donne sono fondamentali. Così come
sono loro a tramandare il codice della violenza dai padri ai figli,
sono loro che sempre in nome dei figli possono rompere la catena del
sangue. E in questi ultimi anni in Calabria ma non solo abbiamo avuto
diversi esempi. Penso a Lea Garofalo, ma anche a Maria Concetta
Cacciola, che purtroppo hanno pagato con la vita la loro scelta di
rottura. Ma penso anche a Giusy Pesce che invece è riuscita a
salvare se stessa e i suoi figli scegliendo la strada della
collaborazione.
Questo sono le sue parole che spiegano
più di mille analisi.
“Se
io non cambio strada e non li porto con me, quando uscirò il bambino
potrebbe già essere in un carcere minorile, e comunque gli
metteranno al più presto una pistola in mano; le due bimbe invece
dovranno sposare due uomini di ’ndrangheta e saranno costrette
a seguirli. Io voglio provare a costruire un futuro diverso per
loro... Io potrei anche cavarmela con qualche anno di carcere ma
nessuno libererebbe i miei figli da un destino già segnato. Quando
il mio bambino, una volta, ha detto che da grande avrebbe voluto fare
il carabiniere, suo zio l’ha preso a botte, poi gli ha promesso che
una pistola gliel’avrebbe regalata lui... Un giorno che io gli
chiesi a mio figlio ‘Che cosa vuoi fare quando sei veramente
grande?’ E lui mi rispose ‘Il carabiniere’, loro lo
aggredirono: ‘Che stai dicendo, scemo, storto!’, tipo loro
hanno questo carattere, parlavano così, con i bambini hanno una
delicatezza particolare”.
Qual è l'operato
dei giudici e delle istituzioni per salvare i giovani che
appartengono a famiglie malavitose?
Anche
in questo caso voglio rispondere raccontando un aneddoto che riporto
nel libro. Un pomeriggio un piccolo gruppo di studenti del liceo
Raffaele Piria di Rosarno sta partecipando a un seminario tenuto da
Michele Prestipino allora procuratore aggiunto a Reggio Calabria,
oggi a Roma. I ragazzi stanno lavorando su un libro, un romanzo La
vita obliqua di Enzo Siciliano. E quel giorno in particolare stanno
discutendo della vendetta, esattamente di qual è la differenza tra
chiedere giustizia invece di vendetta. A un certo punto Prestipino
si rivolge ad un ragazzo in prima fila e dice: “Vieni
Carmelo, tu che pensi?”. Carmelo si avvicina e Prestipino lo tira a
sé allungandogli un braccio sulle spalle. Il movimento
di entrambi è spontaneo. E mi colpisce molto. Mi colpisce perché
Carmelo è Carmelo Bellocco. Anche i Bellocco sono una famiglia
sminuzzata tra morti, latitanti ed ergastolani. Alcuni di questi
arresti portano pure la firma di Prestipino, così la naturalezza
con cui il primo ha accolto il secondo e il secondo si è fatto
accogliere mi appare inedita e mi appare straordinaria. Ho così
compreso che solo l’accoglienza può far passare il messaggio che
non esiste una predestinazione al Male ma che ognuno può riscattare
se stesso. L’accoglienza e anche il sostegno.
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domenica 29 novembre 2015
L'ASSOCIAZIONE
PER I DIRITTI UMANI
Associazione
per i Diritti Umani
PRESENTA
Combattere
le mafie, combattere per il diritto alla legalità e alla vita.
Presentazione
del romanzo: “ Sola con te in un futuro aprile”
di
Michela Gargiulo
giovedì
3 DICEMBRE, ore 19
presso
CENTRO
ASTERIA
Piazza
Carrara 17.1 (Ang. Via G. da Cermenate 2 – MM ROMOLO) MILANO
L’Associazione
per i Diritti Umani organizza l'incontro:
Presentazione
del romanzo “ Sola con te in un futuro aprile”, alla presenza
dell'autrice e giornalista Michela Gargiulo e di Veronica Tedeschi,
avvocato.
Il 2 aprile del 1985 Margherita ha soltanto dieci anni. La sua casa di Pizzolungo, a Trapani, al mattino è invasa dalla confusione allegra di Salvatore e Giuseppe, i suoi fratelli, gemelli di sei anni. Non vogliono saperne di vestirsi e Margherita non vuole fare tardi a scuola. Chiede un passaggio a una vicina. I gemelli usciranno con l’utilitaria della mamma Barbara. Nello stesso istante due macchine della scorta vanno a prendere un magistrato. Si chiama Carlo Palermo e viene da Trento, dove ha indagato su un traffico di morfina proveniente dalla Turchia. Un fiume di droga che serve a finanziare altri traffici, armi soprattutto, e che produce altri soldi, che si intrecciano col giro delle tangenti della politica. Quando Palermo arriva a sfiorare Craxi la sua indagine arriva al capolinea. Da Trento, il giudice si fa trasferire a Trapani, dove la morfina turca viene raffinata in eroina. Per continuare a indagare su mafia, massoneria e politica. Sul lungomare di Pizzolungo le auto della scorta sfrecciano, non possono rallentare e quella utilitaria con una donna e due bambini seduti dietro va troppo piano. La sorpassano. Parcheggiata sul ciglio della strada c’è una golf con venti chili di tritolo nel bagagliaio. Qualcuno preme il tasto di un telecomando. È l’inferno. Carlo Palermo viene sbalzato fuori, è sotto choc ma si salva. Di Barbara Asta e dei piccoli Giuseppe e Salvatore restano solo frammenti.
Il 2 aprile del 1985 Margherita ha soltanto dieci anni. La sua casa di Pizzolungo, a Trapani, al mattino è invasa dalla confusione allegra di Salvatore e Giuseppe, i suoi fratelli, gemelli di sei anni. Non vogliono saperne di vestirsi e Margherita non vuole fare tardi a scuola. Chiede un passaggio a una vicina. I gemelli usciranno con l’utilitaria della mamma Barbara. Nello stesso istante due macchine della scorta vanno a prendere un magistrato. Si chiama Carlo Palermo e viene da Trento, dove ha indagato su un traffico di morfina proveniente dalla Turchia. Un fiume di droga che serve a finanziare altri traffici, armi soprattutto, e che produce altri soldi, che si intrecciano col giro delle tangenti della politica. Quando Palermo arriva a sfiorare Craxi la sua indagine arriva al capolinea. Da Trento, il giudice si fa trasferire a Trapani, dove la morfina turca viene raffinata in eroina. Per continuare a indagare su mafia, massoneria e politica. Sul lungomare di Pizzolungo le auto della scorta sfrecciano, non possono rallentare e quella utilitaria con una donna e due bambini seduti dietro va troppo piano. La sorpassano. Parcheggiata sul ciglio della strada c’è una golf con venti chili di tritolo nel bagagliaio. Qualcuno preme il tasto di un telecomando. È l’inferno. Carlo Palermo viene sbalzato fuori, è sotto choc ma si salva. Di Barbara Asta e dei piccoli Giuseppe e Salvatore restano solo frammenti.
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mercoledì 18 novembre 2015
La sacralità di Lea Garofalo secondo Marco Tullio Giordana
Questa
sera, alle 21.20, su RAI 1 il film di Marco Tullio Giordana sulla
vita di Lea Garofalo.
di
Maurizio Porro (da La 27maOra)
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venerdì 6 novembre 2015
Il festival dei beni confiscate alle mafie
Da
venerdì
6 a domenica 8
novembre torna a Milano il Festival dei Beni sequestrati e
confiscati alle mafie: incontri e convegni, presentazione di
libri, anteprime di film e spettacoli teatrali e la possibilità
di visitare case e negozi, un tempo usati dalla criminalità
organizzata, oggi restituiti alla cittadinanza e divenuti luogo di
attività di carattere sociale. Il festival aprirà venerdì 6 alle ore 10 a Casa Chiaravalle, il bene più grande mai confiscato a Milano, con un incontro dedicato agli studenti delle scuole milanesi e proseguirà anche sabato con le visite ad alcuni beni aperti al pubblico per l’occasione: - casa Chiaravalle in via Sant’Arialdo 69; - appartamento via Monti 41; - negozio via Leoncavallo 12; - negozio via Momigliano 3; - appartamento via Ceriani 14; - appartamento via Curtatone 12; - negozio in via Leoncavallo 12; - appartamento in viale Jenner 31. Sempre venerdì 6, alle ore 19 nella Sala Consiliare di Palazzo Marino si svolgerà l’incontro cui parteciperanno il Presidente onorario di Libera, Luigi Ciotti, e il regista cinematografico, Marco Tullio Giordana che, in anteprima a Milano, presenterà il suo nuovo film “Lea”, dedicato a Lea Garofalo, vittima della mafia. Per il programma completo delle iniziative clicca qui |
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martedì 8 settembre 2015
La cooperativa “Giovani in vita” ottiene l'attenzione delle istituzioni
In merito alla notizia sulle minacce da parte della mafia nei confronti della Cooperativa “Giovani in vita” (leggi precedente nostro post), pubblichiamo il seguente comunicato:
Il Vice Presidente
della Regione Calabria Antonio Viscomi, insieme all’Assessore alle
Politiche Sociali Federica Roccisano, oggi 31/08/2015 a Sinopoli a
manifestare solidarietà alla Coop. Soc. Giovani in Vita
Ad attirare l’attenzione delle
Istituzioni sono state le ultime vicende che hanno interessato la
Cooperativa Sociale Giovani in Vita diretta da Domenico Luppino:
- in data 11 agosto presso i terreni sequestrati alla Famiglia Oliveri e ricadenti in agro del comune di Anoia, la Cooperativa ha subito il furto di un mezzo agricolo depositato all’interno di un capannone;
- il 19 agosto incendiati alcuni alberi di ulivo di proprietà del direttore generale Domenico Luppino;
- in data 25 agosto, di nuovo presso i terreni di Anoia, ennesimo atto intimidatorio con esplicita minaccia di morte nei confronti del direttore generale Domenico Luppino.
L’incontro di oggi, presso la sede
della Cooperativa, ha posto in evidenza le difficoltà oggettive
della Cooperativa nell’operare in un contesto non facile.
Ricordiamo, infatti, che la cooperativa opera su territori confiscati
alla ‘ndrangheta.
I rappresentanti istituzionali Viscomi
e Roccisano hanno espresso la loro vicinanza al direttore e ad alcuni
dei collaboratori presenti riconoscendo il valore etico e sociale
dell’operato di Giovani in Vita; hanno inoltre mostrato interesse e
disponibilità a valutare le possibili iniziative volte a tutelare
chi opera su terreni confiscati alla ‘ndrangheta.
Finalmente una risposta da parte delle Istituzioni che hanno il
Dovere di sostenere attivamente, e non solo formalmente, tutte
quelle realtà tanto positive quanto fragili che affondano le proprie
radici in un contesto che da sempre tende ad isolarle.
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sabato 29 agosto 2015
Storia di una cooperativa sociale minacciata dalla mafia
27 agosto 2015: l'ennesima intimidazione. questa volta una minaccia di morte rivolta al direttore generare della Cooperativa Giovani in Vita, Domenico Luppino.
La Cooperativa Sociale Giovani in Vita conta oggi 26 soci ed è nata nel nell'ambito del PON Sicurezza e Sviluppo nel Mezzogiorno d'Italia 2002-2006 come risultato di un progetto del Consorzio di nove comuni della Piana di Gioia Tauro denominato "Impegno Giovani" di cui faceva parte il comune di Sinopoli, allora amministrato da Domenico Luppino (oggi Direttore Generale della Cooperativa) e da questi fortemente voluta anche per dare una risposta concreta alle diverse intimidazioni subite da parte della criminalità organizzata.
La Cooperativa aveva ed ha come principale finalità il recupero di soggetti svantaggiati attraverso l'offerta di un'opportunità di lavoro sia nel settore agricolo, con la coltivazione e produzione sui terreni confiscati alla 'ndrangheta, sia nel campo dei servizi offerti anche e soprattutto ad altri imprenditori agricoli vittime della mafia che hanno difficoltà a reperire le maestranze disposte a lavorare sui loro terreni.
La cooperativa opera su un totale di circa 700 ettari di terreni coltivati a uliveto, agrumeto e seminativo divisi tra confiscati, sequestrati o di proprietà di altre aziende agricole private. Risale al 2008 l’assegnazione dei primi terreni (circa trenta ettari) confiscati ad alcune famiglie malavitose dei comuni di Oppido Mamertina e Varapodio, entrambi in prov. di Reggio Calabria, e Limbadi (provincia di Vibo Valentia) e di Sinopoli stesso. La nostra scelta di offrire un'opportunità LEGALE di lavoro a uomini e donne del posto, ha da sempre riscontrato l'opposizione da parte di molte persone e talvolta anche da parte di taluni che, in maniera nemmeno tanto velata e seppur lontani dalla 'ndrangheta, ci hanno "suggerito" di "lasciar perdere" perché "contro certe realtà è una battaglia persa" (cit. testuale). Per non parlare poi dei vari attentati, furti, incendi e quant'altro, che la Cooperativa, e ancor più il direttore Luppino, hanno subito sistematicamente in oltre dieci anni di attività.
L'idea che ci spinge, però, ad andare avanti sulla nostra strada, e anzi a cercare sempre nuove opportunità di crescita e miglioramento per il nostro territorio, è la convinzione che solo attraverso la creazione di occasioni di lavoro, alternative al profitto "facile" proposto dalle organizzazioni criminali, riusciremo ad essere uomini e donne veramente liberi, anzi, come ci piace dire...
uomini e donne ‘NDRANGHETA FREE
Ecco perché da alcuni anni, ormai, abbiamo intrapreso un nuovo impegno confezionando la marmellata prodotta con le arance, i limoni, le clementine e gli altri frutti dei terreni confiscati e l'imbottigliamento dell'olio, fino a poco tempo fa venduto sfuso all'ingrosso, realizzato con le olive raccolte nei terreni di Sinopoli, Oppido Mamertina e Limbadi.
Nonostante gli svariati tentativi di impedirci o quantomeno ostacolarci nel nostro lavoro, stiamo proseguendo con fermezza sulla nostra strada e stiamo portando avanti il nostro progetto. Anzi, il nostro impegno nella ricerca di nuove opportunità di lavoro per la crescita della Cooperativa stessa e quindi degli uomini e delle donne che la compongono, è sempre maggiore. Ecco perché da meno di un anno abbiamo aperto un nostro punto vendita a Firenze ed un altro è in fase di apertura a Messina; abbiamo anche avviato un laboratorio di pasticceria e prodotti da forno sempre a Firenze e stiamo collaborando con Associazioni, Cooperative e altre realtà pubbliche e private di rilevanza anche nazionale e internazionale.
Giovani in Vita, solo per parlare degli ultimi anni, si è resa promotrice di alcune importanti iniziative sociali quali la costituzione di una Rete di Imprese denominata Calabria Solidale (un progetto di Chico Mendes Coop. Scarl di Milano) – rete di produttori calabresi che promuovono i principi di legalità, trasparenza, solidarietà, rispetto del lavoro, tutela dell’ambiente e del territorio e che mette in relazione piccoli agricoltori di una delle regioni italiane con maggiori difficoltà di sviluppo con i consumatori solidali – e di una Cooperativa di Comunità (TENORCA Terre Normanne di Calabria) finalizzata al recupero dal rischio di estinzione di un intero Comune, quello di Arena in provincia di VV, e al recupero di una specie di legume, il fagiolo Zicca Janca, coltura che sta scomparendo; la sottoscrizione di un Patto di Collaborazione con la "Misericordia di Firenze" per la fornitura a titolo gratuito delle eccedenze alimentari e dei prodotti in scadenza per la redistribuzione alle persone in difficoltà; un accordo di collaborazione con Emergency, finalizzata alla fornitura di prodotti alimentari e al riconoscimento di una parte del ricavato delle vendite alla stessa Associazione; una collaborazione con l’Associazione "SOS Rosarno" finalizzata all'impiego di migranti africani ospiti della tendopoli di San Ferdinando.
La
Cooperativa ha anche avviato rilevanti rapporti commerciali con
realtà quali SIAF, importante azienda pubblico-privata specializzata
nelle forniture per le mense scolastiche e ospedaliere, e CTM
Altromercato, la principale organizzazione di fair trade presente in
Italia (con circa 300 Botteghe del Mondo) e tra le principali a
livello internazionale.
https://www.facebook.com/pages/Cooperativa-Giovani-In-Vita-RC/344764342204778?ref=aymt_homepage_panel
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giovedì 20 agosto 2015
Dalla “mala” milanese alle frontiere dell'anima
Gli
appassionati di Massimo Carlotto conosceranno sicuramente Beniamino
Rossini, uno dei suoi personaggi più amati. In La
terra della mia anima (sempre
edito da E/O) lo stesso compagno di avventure dell'Alligatore decide
di raccontare la propria esistenza, una vita che attraversa
l'immediato dopoguerra - quando inizia a fare lo “spallone”
trafficando in sigarette - per arrivare alla guerra civile, passando
per la Resistenza.
Beniamino
ha un animo nomade, batte le terre d'Italia e d'Europa e si spinge
fino al Libano; ma la sua anima viene ancorata nel mare, in quella
distesa aperta e infinita che promette libertà eterna. E di libertà
ne ha vissuta, il Rossini, una libertà sfrenata fatta di soldi e di
femmine. Una libertà spezzata, a periodi, da anni di galera che non
hanno fiaccato lo spirito indomito. Una vita appassionata, vissuta ai
margini di frontiere fisiche e interiori, ma con princìpi saldi,
un'etica criminale che oggi non esiste più e poi un amore, quello
per un uomo diventato donna.
Il
romanzo, uno dei più intensi di Carlotto, attraversa il Novecento, i
momenti più bui del nostro Paese, con riflessioni di stretta
attualità, come quella che riguarda le carceri: “Ora le rivolte
non esistono più, le nuove carceri e le ristrutturazioni di quelle
già esistenti sono state concepite per impedire ogni forma di
protesta organizzata. In passato però furono un fenomeno molto
diffuso, provocato dalle condizioni di vita inaccettabili nelle
prigioni della Repubblica. Se oggi i detenuti hanno a disposizione un
water e un lavandino, un fornello da campeggio, una caffettiera e un
pentolino, lo si deve solo al sacrificio di quelli che si ribellarono
e vennero picchiati, trasferiti e condannati. Sbaglia chi pensa che
quel minimo di decenza venne portato nelle carceri da politici o
intellettuali illuminati che sono arrivati sempre dopo e con un
ritardo imbarazzante” e questo è solo un esempio. Così come può
esserlo, oggi, la passione politica di Beniamino che, parlando di un
suo mèntore, Enrico il Barbùn, dice: “Era comunista, in Svizzera
aveva avuto problemi con la polizia, ma era un nemino dichiarato del
partito. Aveva sempre considerato Stalin un dittatore sanguinario e
all'inizio fu difficile discutere di politica. Quando parlava male
dell'Unione sovietica mi veniva voglia di saltargli addosso”.
Ma
il libro commuove per la capacità di scandagliare l'animo umano. Una
frase su tutte, da sottolineare e ricordare: “ Voglio tentare di
andarmene pervaso da un senso di appartenenza. Forse è una furbizia
per sentirmi meno solo, ma il desiderio è sincero e preferisco il
cuore in tumulto e la testa piena di sogni alla rassegnazione e
all'urgenza del pentimento”.
venerdì 7 agosto 2015
Per non dimenticare le terre dei fuochi
Eccovi il video
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domenica 19 luglio 2015
Milano ricorda Paolo Borsellino
19 luglio 1992 - 19 luglio 2015
Milano ricorda Paolo Borsellino
Domenica 19 luglio 2015 Milano ricorda Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina.
Al mattino alle 10.30 convegno in Sala Alessi a Palazzo Marino dalle ore 10.30 con un convegno e al pomeriggio dalle 16.15 all'albero Falcone-Borsellino, in via Benedetto Marcello per osservare - alle 16.58 - un minuto di silenzio.
Di seguito le iniziative
Mattino: convegno dalle 10.30 alle 12.30 in Sala Alessi, Palazzo Marino
Basilio Rizzo, pres. Consiglio Comunale di Milano Saluti istituzionali
Laura Incantalupo, Scuola Caponnetto“Vivere l’antimafia nel quotidiano è possibile per tutti”
David Gentili, pres. Comm. Consiliare Antimafia Comune di Milano"L'impegno del Comune di Milano nella lotta alle mafie: dal negazionismo alla costituzione di parte civile"
Lucilla Andreucci, referente Libera Milano“Libera Milano, esperienza di antimafia sociale. Un popolo in movimento”
Giuseppe Teri, Scuola Caponnetto, Coordinamento Scuole Milanesi"Rocco Chinnici, precursore del pool antimafia. Il magistrato che per primo intuì l'importanza di organizzare e coordinare la lotta alla mafia"
Sabrina D'Elpidio, Agende Rosse di Milano gruppo Peppino Impastato "Via D'Amelio: la difficile ricerca della verità tra depistaggi e menzogne"
Donata Costa, pubblico ministero presso la Procura di Monza "Corruzione: anticamera della mafia al nord"
Nando dalla Chiesa, pres. Scuola Caponnetto, pre. onorario Libera "La stagione delle stragi. Significati storici e convergenze strategiche"
Pomeriggio: cittadini e Istituzioni si incontrano dalle 16.15 all'albero Falcone-Borsellino in via Benedetto Marcello, davanti al Liceo Volta
Alle h. 16.58 un minuto di silenzio e la sirena dei Vigili del Fuoco. Installazioni d’arte a cura di Jerry Bogani e di Studio Pace10 “Gli eroi non muoiono mai” e “L’agenda rossa di Paolo Borsellino
Milano ricorda Paolo Borsellino
Domenica 19 luglio 2015 Milano ricorda Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina.
Al mattino alle 10.30 convegno in Sala Alessi a Palazzo Marino dalle ore 10.30 con un convegno e al pomeriggio dalle 16.15 all'albero Falcone-Borsellino, in via Benedetto Marcello per osservare - alle 16.58 - un minuto di silenzio.
Di seguito le iniziative
Mattino: convegno dalle 10.30 alle 12.30 in Sala Alessi, Palazzo Marino
Basilio Rizzo, pres. Consiglio Comunale di Milano Saluti istituzionali
Laura Incantalupo, Scuola Caponnetto“Vivere l’antimafia nel quotidiano è possibile per tutti”
David Gentili, pres. Comm. Consiliare Antimafia Comune di Milano"L'impegno del Comune di Milano nella lotta alle mafie: dal negazionismo alla costituzione di parte civile"
Lucilla Andreucci, referente Libera Milano“Libera Milano, esperienza di antimafia sociale. Un popolo in movimento”
Giuseppe Teri, Scuola Caponnetto, Coordinamento Scuole Milanesi"Rocco Chinnici, precursore del pool antimafia. Il magistrato che per primo intuì l'importanza di organizzare e coordinare la lotta alla mafia"
Sabrina D'Elpidio, Agende Rosse di Milano gruppo Peppino Impastato "Via D'Amelio: la difficile ricerca della verità tra depistaggi e menzogne"
Donata Costa, pubblico ministero presso la Procura di Monza "Corruzione: anticamera della mafia al nord"
Nando dalla Chiesa, pres. Scuola Caponnetto, pre. onorario Libera "La stagione delle stragi. Significati storici e convergenze strategiche"
Pomeriggio: cittadini e Istituzioni si incontrano dalle 16.15 all'albero Falcone-Borsellino in via Benedetto Marcello, davanti al Liceo Volta
Alle h. 16.58 un minuto di silenzio e la sirena dei Vigili del Fuoco. Installazioni d’arte a cura di Jerry Bogani e di Studio Pace10 “Gli eroi non muoiono mai” e “L’agenda rossa di Paolo Borsellino
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mercoledì 20 maggio 2015
Un giudice, un attentato mafioso e una sopravvissuta
Sola
con te in un futuro aprile
di Margherita Asta e Michela Gargiulo (Fandango) racconta una storia
dolorosa, terribile, ma che va ricordata.
È il 2 aprile di trent’anni fa, Carlo Palermo è arrivato in Sicilia da quaranta giorni. A Trapani aveva preso il posto di un magistrato coraggioso ucciso dalla mafia, Giangiacomo Ciaccio Montalto. Due macchine della scorta parcheggiano davanti al cancello di una villetta vicino a Bonagia, a 3 chilometri di distanza dalla casa della famiglia Asta.
Il giudice Palermo vive lì da pochi giorni e proprio lì arriva l'ultima telefonata di minacce che era stata ancora più esplicita e definitiva: "Dite al giudice che il regalo sta per essergli recapitato".
Il giudice, la mattina del 2 aprile 1985, scende di casa alle 8 e qualche minuto per recarsi al Tribunale di Trapani. Sul rettilineo di contrada Pizzolungo la macchina trova davanti a sé un'altra auto, una Volkswagen Scirocco, dentro ci sono Barbara Rizzo, giovane madre di 31 anni, e due dei suoi tre figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe di 6 anni che stanno andando a scuola. L'autista del giudice aspetta il momento giusto per iniziare il sorpasso; le tre auto, per un brevissimo istante, si trovano perfettamente allineate ed è proprio in momento che viene azionato il detonatore.
L'esplosione è devastante, una bomba al tritolo. L'utilitaria fa scudo all'auto del sostituto procuratore che si ritrova scaraventato fuori dalla macchina , è ferito ma miracolosamente vivo. Muoiono dilaniati la donna e i due bambini. Nunzio Asta, il marito di Barbara in quei giorni va a lavoro un po' più tardi a causa di un intervento al cuore. Sente il boato, esce per andare a prestare soccorso, ma non lo lasciano avvicinare. La Volkswagen di sua moglie è stata polverizzata, non sospetta che la sua famiglia sia rimasta coinvolta. Margherita, l'altra figlia di dieci anni, in quel momento è già a scuola. Avrebbe dovuto essere a bordo anche lei, ma quella mattina i due fratellini ci mettevano troppo tempo a vestirsi e per non fare tardi la ragazzina chiede un passaggio in macchina alla mamma di una sua amica e si salva.
È il 2 aprile di trent’anni fa, Carlo Palermo è arrivato in Sicilia da quaranta giorni. A Trapani aveva preso il posto di un magistrato coraggioso ucciso dalla mafia, Giangiacomo Ciaccio Montalto. Due macchine della scorta parcheggiano davanti al cancello di una villetta vicino a Bonagia, a 3 chilometri di distanza dalla casa della famiglia Asta.
Il giudice Palermo vive lì da pochi giorni e proprio lì arriva l'ultima telefonata di minacce che era stata ancora più esplicita e definitiva: "Dite al giudice che il regalo sta per essergli recapitato".
Il giudice, la mattina del 2 aprile 1985, scende di casa alle 8 e qualche minuto per recarsi al Tribunale di Trapani. Sul rettilineo di contrada Pizzolungo la macchina trova davanti a sé un'altra auto, una Volkswagen Scirocco, dentro ci sono Barbara Rizzo, giovane madre di 31 anni, e due dei suoi tre figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe di 6 anni che stanno andando a scuola. L'autista del giudice aspetta il momento giusto per iniziare il sorpasso; le tre auto, per un brevissimo istante, si trovano perfettamente allineate ed è proprio in momento che viene azionato il detonatore.
L'esplosione è devastante, una bomba al tritolo. L'utilitaria fa scudo all'auto del sostituto procuratore che si ritrova scaraventato fuori dalla macchina , è ferito ma miracolosamente vivo. Muoiono dilaniati la donna e i due bambini. Nunzio Asta, il marito di Barbara in quei giorni va a lavoro un po' più tardi a causa di un intervento al cuore. Sente il boato, esce per andare a prestare soccorso, ma non lo lasciano avvicinare. La Volkswagen di sua moglie è stata polverizzata, non sospetta che la sua famiglia sia rimasta coinvolta. Margherita, l'altra figlia di dieci anni, in quel momento è già a scuola. Avrebbe dovuto essere a bordo anche lei, ma quella mattina i due fratellini ci mettevano troppo tempo a vestirsi e per non fare tardi la ragazzina chiede un passaggio in macchina alla mamma di una sua amica e si salva.
L'Associazione
per i Diritti Umani ha intervistato la giornalista Michela Gargiulo
che ringraziamo molto.
Come
avete lavorato, lei e la sig.ra Margherita, per la stesura di questo
libro che racconta una storia così dolorosa?
Conosco
Margherita dal 2006 e, da quell'incontro, è nata subito un'amicizia,
un rapporto speciale. Ho provato nei confronti di questa donna una
senso di affetto profondo e quasi di protezione. Abbiamo iniziato a
conoscerci sempre meglio e io, nei miei viaggi siciliani, finivo
sempre a Pizzolungo con lei, la sua nuova madre e il fratello
Giuseppe Salvatore. Ci sono state vicende personali che ci hanno
unite, Margherita è madrina di mia figlia e il progetto di scrivere
il libro della sua storia è nato molto tempo fa. Mi sono spesso
avvicinata, in questi anni, ai ricordi di Margherita con timore e
rispetto. La curiosità professionale ha sempre lasciato il posto
alle confidenze e all'accoglienza. Margherita è una donna di grande
coraggio ma tirare fuori un dolore così grande non è stato facile.
Ho raccolto i ricordi di Margherita durante i nostri incontri. Pezzi
di storia scritti spesso in rubriche e quaderni diversi che finivano
sempre sul comodino, uno sopra l'altro. Margherita mi ha dato i
preziosi giornali che suo padre Nunzio custodiva in cassaforte e sono
stati per me uno strumento fondamentale per ricostruire molte scene
del libro. Gli atti giudiziari sono stati l'ultimo tassello per
ricomporre la sua storia, dal giorno dell'attentato ad oggi. "Sola
con te in un futuro aprile" è un libro che è nato grazie al
nostro rapporto di fiducia e di affetto profondo, è stato un lavoro
di rilettura di fatti di cronaca decisivi per il nostro Paese fatto
da un punto di vista unico: quello di chi aveva subito la perdita di
tutto ciò che aveva di più caro. Credo che il lettore, di fronte al
racconto intenso di questa donna, riesca a vivere il suo dramma
personale e insieme a lei la rabbia delle ingiustizie subite ma allo
stesso tempo capirà quanto è importante lottare contro la mafia e
portare avanti un messaggio di speranza per costruire una storia
diversa per il nostro Paese.
E' un
percorso, anche interiore, quello che in questi trent'anni ha dovuto
affrontare la sig.ra Margherita...
Margherita
ha affrontato il dolore della perdita più grande, quella della
madre. Ha dovuto gestire la rabbia e l'ha trasformata in una risorsa
che le ha permesso di cercare la verità sulla sua storia. Ha
costruito il suo futuro sulla speranza e questa è la dimostrazione
della sua grande umanità.
Vogliamo
spiegare più approfonditamente di cosa si stesse occupando il
magistrato Carlo Palermo?
E'
impossibile raccontare in poche righe l'ampiezza delle indagini di
Carlo Palermo. Lui ha iniziato la sua attività di giudice istruttore
a Trento nel 1980 e da allora non si è mai fermato fino al quel
tragico 2 aprile 1985. Dai traffici di morfina base che transitavano
da Trento provenienti dalla Turchia e diretti in Sicilia ha indagato
sui traffici di armi, due mercati che, nelle sue inchieste, erano
paralleli. Ha messo sotto inchiesta uomini dei servizi segreti,
trafficanti, mercanti della droga, mafiosi e pidduisti. Poi, nel
1984, ha iniziato a percorrere le tracce che lo portavano dritto a
due società vicine al partito socialista. Era la pista politica.
Quell'inchiesta scatenò l'ira dell'allora presidente del consiglio
Bettino Craxi e Carlo Palermo capì in quel momento che per le sue
inchieste rimaneva poco tempo. Sul giudice istruttore arrivò un
procedimento disciplinare, si aprì un'inchiesta penale per l'arresto
di due avvocati. Fu costretto a chiudere l'inchiesta su armi e droga
prima che questa fosse trasferita a Venezia ad altri giudici. Allora,
a novembre 1984 decise di trasferirsi a Trapani per riprendere i fili
del traffico di droga. Arrivò in Sicilia a fine febbraio 1985 e
dopo soli 40 giorni ci fu l'attentato. Dopo l'attentato Palermo non
ha mai smesso di cercare la verità e da trenta anni si interroga
ancora su chi voleva la sua morte.
E' un
testo che parla del nostro Paese: cosa è cambiato da allora?
Sono
cambiate molte cose, altre sono rimaste immutate . La mafia ha
cambiato volto e modalità ma gode sempre di un sistema di complicità
a vari livelli. I meccanismi di infiltrazione sono sempre più
sofisticati e meno riconoscibili. Io credo che anche i sistemi
criminali si siano adeguati ad un mondo globale in continua
evoluzione e che sarà sempre più difficile colpire gli interessi e
i capitali frutto di attività criminali. Gli anni che ci lasciamo
alle spalle sono stati anni terribili segnati da stragi e morti
innocenti. Ancora oggi, per molti di quegli episodi non conosciamo né
i colpevoli, né i moventi. Non sapere la verità su episodi che
hanno segnato il corso della storia di questo Paese ha creato un
sistema fragile, frutto di segreti e quindi di ricatti.
Qual è
stato l'esito del processo per gli esecutori dell'attentato e come si
può commentare quella sentenza?
Il primo
processo sugli esecutori materiali della strage rappresenta un
capitolo nero della nostra storia. In primo grado, nel 1988, la
Corte di Assise di Caltanissetta, condannò all'ergastolo tre uomini
per avere messo in atto la strage di Pizzolungo. Erano Gioacchino
Calabrò, Vincenzo Milazzo e Filippo Melodia. Furono condannati,
rispettivamente a 19 anni e a 12 anni, Giuseppe Ferro e Antonino
Melodia. In secondo grado gli stessi uomini furono assolti e la
prima sezione penale della corte di cassazione, presieduta da Corrado
Carnevale confermò la sentenza di appello. Solo nel 2002, durante il
processo sui mandanti i pentiti racconteranno che erano stati
proprio quegli uomini a eseguire materialmente la strage ma anche di
fronte a quel quadro accusatorio convergente e completo nessun
tribunale potrà più processare chi è stato assolto per sempre.
Nell'attentato
hanno perso la vita una madre e due figli piccoli: questo libro è
dedicato a loro e crediamo porti anche un messaggio importante per i
ragazzi di oggi...
I nostri
ragazzi dovrebbero conoscere la storia di Barbara, Giuseppe e
Salvatore e con questa andare a scavare nella cronaca recente del
nostro Paese. La loro morte drammatica raccontata in questo libro
dovrebbe essere uno stimolo per i giovani a guardarsi intorno e
chiedersi quante sono le vittime innocenti delle quali non ci
ricordiamo nemmeno i nomi. Sono 900 le persone uccise dalla mafia,
alcune di loro sono state dimenticate e i loro nomi risuonano il 21
marzo quando Libera dedicata loro la giornata della memoria. Io spero
che "Sola con te in un futuro aprile" faccia sentire anche
le voci di chi non è stato raccontato. I ragazzi sono la nostra
speranza e per costruire un mondo più giusto devono conoscere a
capire qual è stata la storia del nostro Paese.
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domenica 17 maggio 2015
Non dimentichiamo le terre dei fuochi
L'Associazione
per i Diritti Umani ha organizzato, nell'ambito della manifestazione
“D(i)ritti al centro!” un incontro con Thomas Turolo, regista
del documentario Ogni
singolo giorno in
cui ha dato voce agli abitanti delle terre dei fuochi infestate dai
rifiuti e dagli sversamenti tossici. Il diritto alla salute e alla
vita, i racconti dei malati, l'agricoltura in crisi: questi sono solo
alcuni degli argomenti di cui si è parlato. Ringraziamo l'autore, il
Centro Asteria che ha ospitato la manifestazione e tutte quelle
persone (donne, uomini, bambini, giovani e meno giovani) che hanno
prestato anche il loro volto per dire NO alla mafia e alle collusioni
disoneste.
Ecco,
per voi, il video dell'incontro con Thomas Turolo
Ricordiamo
che l'Associazione per i Diritti Umani organizza e conduce questi
incontri anche nelle scuole medie inferiori e superiori e per le
università. Per informazioni scrivere a: peridirittiumani@gmail.com
Come
strumento didattico, il libro “Mosaikon – Voci e immagini per i
diritti umani”, che potete acquistare con Paypall, al costo di
12,50 euro: tutte le interviste realizzate da noi a scrittori,
registi, giornalisti, operatori, etc. con una ricca bibliografia e
sitografia e tante notizie e approfondimenti.
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tumore
martedì 5 maggio 2015
La trattativa Stato - mafia: il diritto alla legalità e il diritto alla conoscenza dei fatti
Un film
forte e preciso: si tratta del lavoro di Sabina Guzzanti che ne La
trattativa usa
il suo piglio sagace e diretto per mettere sullo schermo il patto
Stato-mafia, le stragi degli anni'90 e i rapporti, accertati, tra
uomini politici e uomini di Cosa nostra.
Il
film è stato presentato anche al Parlamento italiano, nelle scuole,
in moltissime sale cinematografiche e ha ottenuto consensi, analisi e
alcune critiche, come accade sempre quando il materiale trattato è
controverso e tocca i punti deboli di un Paese.
Un
gruppo di lavoratori dello spettacolo, in un teatro di posa, sceglie
di realizzare uno spettacolo sui “patti” tra Stato e mafie,
subito dopo gli attentati a Roma, Milano e Firenze. Un escamotage
interessante, quello di inserire il teatro nel cinema, doppia
“fiction” per dare doppia cornice a una realtà vera e
drammatica. I personaggi (sul palco e sullo schermo) diventano
investigatori che dipanano i passaggi fondamentali di vent'anni di
(brutta) storia italiana: l'uccisione di Salvo Lima, il maxi
processo, gli agguati a Falcone e Borsellino, le bombe, la strage
fallita allo stadio Olimpico. E sfilano le figure confuse e contorte
di: Ciancimino (padre e figlio), dei pentiti, di Dell'Utri, di
Provenzano e di Berlusconi impersonato, ovviamente, dalla stessa
Guzzanti.
Applaudito
dal pubblico all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia,
La trattativa
denuncia
il meccanismo del racconto filmico e il linguaggio utilizzato, un
linguaggio composto da pannelli grafici, immagini di repertorio,
docu-fiction, interviste, intercettazioni. Vengono mescolati, quindi,
finzione e realtà, come detto, per dimostrare che, troppo spesso, la
verità dei fatti supera la fantasia dei migliori sceneggiatori.
Il
film si apre con il primo piano della regista che, guardando in
camera, si rivolge direttamente agli spettatori: come a chimarci
tutti in causa, uno per uno, per dirci di guardare in faccia le cose
così come stanno, nonostante la parzialità delle informazioni e
delle prove; per costringerci a non trovare alibi o scusanti nella
nostra mancanza di coraggio nel lottare contro un sistema marcio e
corrotto.
Gaspare
Mutolo, in carcere, si converte e Spatuzza si iscrive a un corso
universitario: sembra surreale e invece non lo è. E allora ci si
può aspettare davvero di tutto e dobbiamo continuare ad aprire bene
gli occhi e a non abbassare mai la guardia.
Dedichiamo
questo post a Peppino Imapstato, vittima di un attentato mafioso il 9
maggio 1978.
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domenica 29 marzo 2015
Mappare le mafie: un progetto importante per la legalità
Mappare
le mafie: un nuovo progetto etico da sostenere
L'Associazione
per i Diritti Umani ringrazia Marco Fortunato, Osservatorio sulla
'ndrangheta e decide di dare visibilità a questo progetto, utile e importante per garantire un futuro di legalità e giustizia al nostro Paese. Ogni cittadino può fare qualcosa e tutti insieme possiamo dar vita al cambiamento.
MafiaMaps
è il primo progetto di
un’App per smartphone e tablet
che permetta a chiunque
la ricerca e la
visualizzazione di carte geografiche sul fenomeno mafioso in tutta
Italia.
Nata
dall’evoluzione di un progetto di WikiMafia
– Libera Enciclopedia sulle Mafie,
grazie alla completa integrazione con quest’ultima sarà qualcosa
di più di semplici mappe: sarà la
prima enciclopedia geografica sul fenomeno mafioso.
Il
cittadino potrà avere sempre a portata di mano il
più grande database sulla criminalità organizzata
e non solo avrà accesso a tutte le informazioni rilevanti sul
fenomeno mafioso di tutta Italia, ma sarà in grado di fare ricerche
avanzate in maniera semplice e veloce
in qualsiasi luogo d’Italia si trovi su qualsiasi aspetto di suo
interesse.
Uno
strumento per diffondere conoscenza, ma anche per
coltivare Memoria:
di quello che è stato il fenomeno mafioso in Italia e di chi lo ha
combattuto, molto spesso pagando con il sacrificio estremo della
vita. E proprio per evitare che si ripetano scenari già visti,
dare
visibilità a chi oggi li combatte tutti i giorni sul territorio,
rilanciando
direttamente le iniziative e gli eventi, ma anche notificando in
tempo reale le ultime notizie di mafia provenienti da un territorio,
grazie alla collaborazione con le nostre testate partner.
Come
è nata l’idea di MafiaMaps
Quando è
nata WikiMafia - Libera
Enciclopedia sulle Mafie nel
2012, uno dei principali progetti che avevamo annunciato erano le
"Mappe
delle principali attività mafiose in Italia",
in quanto eravamo convinti che non vi fosse solo l’esigenza
di riorganizzare in maniera scientifica tutta
la conoscenza accumulata in oltre 30 anni sul fenomeno mafioso, ma
anche di dare a questa conoscenza una
proiezione geografica che
aiutasse il cittadino a comprendere effettivamente l’entità della
minaccia mafiosa. Eravamo e siamo convinti che la mancata
consapevolezza del cittadino comune (che permette alle organizzazioni
mafiose di radicarsi e di inquinare sempre più territori al di fuori
degli originari contesti di insediamento) sia anche figlia della
mancata percezione anzitutto geografica del fenomeno nel proprio
territorio.
Questa
mancata percezione, nonostante svariate e documentate inchieste
giornalistiche che irrimediabilmente finiscono nel dimenticatoio,
è la prima ragione del dominio mafioso in sempre più ampi
settori della vita socio-economica in Italia (e non solo). Per questo
nel dicembre 2014 abbiamo deciso di dare una propria autonomia alle
"Mappe", trasformandole nel progetto di MafiaMaps.
Perché
il Crowdfunding
La mole
di informazioni da processare e la necessità di un team che si
occupi a tempo pieno del progetto fa sì che non possiamo affidarci
alle esigue risorse (poco più di 150 euro) con cui in due anni siamo
riusciti a far conquistare a WikiMafia
non solo il titolo di
"prima", ma anche di "più grande" enciclopedia
sul fenomeno mafioso. Per questo motivo sabato
21 marzo 2015 abbiamo
lanciato la campagna di
crowdfunding
#mappiamolitutti,
perché pensiamo che questa nuova e innovativa pagina della Storia
del contrasto alle organizzazioni mafiose debba essere scritta anche
con voi che come noi condividete l’ideale di un mondo senza mafie.
Perché questa volta c’è bisogno dell’aiuto di TUTTI
affinché il sogno si concretizzi.
Ci
rivolgiamo, quindi, a VOI,
studenti, studiosi,
giornalisti, professori, blogger, appassionati, associazioni,
comitati, antimafiosi e cittadini di ogni ordine e grado.
Scrivete questa pagina del movimento antimafia con NOI,
condividete la nostra PASSIONE, realizziamo INSIEME questo sogno.
Perché
aveva ragione Paolo
Borsellino, quel 18
dicembre 1991, quando
diceva che “lo Stato può
cambiare se la società civile prende coscienza di se stessa e delle
sue potenzialità. Se il cittadino non aspetta che dall’alto arrivi
qualche cambiamento ma si adopera per trasformare”.
Per
realizzare il sogno dobbiamo
raccogliere almeno 100mila e ci serve un anno di lavoro:
poiché le probabilità di successo della campagna sono molto basse,
persone più sagge di noi ci hanno sconsigliato di imbarcarci in
questa avventura. Ma a
noi non importa:
qualora non dovessimo raccogliere tutti i soldi necessari, useremo
quelli raccolti per realizzare una versione “minima” ed
“essenziale” di MafiaMaps.
Perché
noi non facciamo questa
cosa per guadagnarci uno stipendio:
lo facciamo perché ci siamo stancati
di subire questa gente.
Non siamo noi che dobbiamo andarcene, sono
loro che devono andarsene,
li dobbiamo cacciare a pedate dai nostri quartieri e dalle nostre
città: ovunque ci sia
un mafioso devono esserci cento antimafiosi preparati
e consapevoli che gli stanno col fiato sul collo.
Diceva
Giovanni Falcone che “se
le cose vanno così non è detto che debbano andare così. Ma per
cambiarle bisogna pagare un prezzo ed è qui che la stragrande
maggioranza delle persone preferisce lamentarsi piuttosto che fare.”
Noi
abbiamo deciso di smettere di lamentarci e di fare. Ci auguriamo che
vogliate combattere questa battaglia insieme a noi. Perché
l’Italia è un paese troppo bello per lasciarlo in mano loro.
Riprendiamocelo.
Come
puoi finanziare il progetto
Puoi
contribuire come Singolo, Associazione o Sponsor. La via più rapida
è su www.mafiamaps.it:
scegli l’importo da donare ed esegui la donazione con PayPal.
Puoi però anche sostenerci durante
gli eventi di WikiMafia
di sostegno a MafiaMaps: compili al momento il modulo di donazione
con i tuoi dati, fai la donazione in contanti e penseremo noi a
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Se
preferisci usare la formula del bonifico bancario, inviaci via mail
la ricevuta (mafiamaps@wikimafia.it)
con i tuoi dati, penseremo noi a registrare il tuo profilo e il tuo
contributo. Le donazioni vanno fatte su un conto dedicato che abbiamo
aperto appositamente per la campagna, intestato a Pierpaolo
Farina, responsabile
del progetto, con la causale "Raccolta
Fondi MafiaMaps",
IBAN IT 68 F 02008 01621
000103664219.
La
nostra squadra
MafiaMaps
viene pensata a metà dicembre 2014 da Pierpaolo
Farina, con l’idea
di rilanciare il progetto originario della “Mappa delle Principali
attività mafiose in Italia” di WikiMafia. Il progetto iniziale è
stato elaborato insieme a Francesco
Moiraghi, Chiara Sanvito, Adriana Varriale, Marco Fortunato
ed Ester Castano.
La campagna di crowdfunding #mappiamolitutti
è stata ideata anche grazie al supporto di Hermes
Mariani, Samuele
Motta, Thomas
Aureliani, Mattia
Mercuri, Claudio
Paciello, Eleonora
Di Pilato, Francesco
Terragno, Monica
De Astis, Ilaria
Meli, Federica
Cabras, Martina
Bedetti, Dario
Parazzoli, Marco Salfi.
Il team
di sviluppo sarà composto da giovani ricercatori under-30, la gran
parte dei quali appartenenti a WikiMafia, tutti laureati con tesi
sulla criminalità organizzata con il Prof. Nando
dalla Chiesa. La
Startup che nascerà dopo la campagna di crowdfunding avrà sede a
Milano.
Vogliamo
fare Rete!
Siamo
consapevoli che esistono tante
realtà sul territorio che hanno svolto lavori eccellenti di
mappatura (non
dinamica). Il nostro obiettivo è instaurare quante più partnership
possibili con realtà e associazioni che lavorano quotidianamente sul
territorio, dando visibilità a loro e al loro lavoro, che andrebbero
a far parte della bibliografia e dei Credits dell’App. Le
associazioni che vogliono sostenere il progetto possono farlo o con
un semplice contributo economico oppure dichiarando di volerci
aiutare nella mappatura (in questo caso, scriveteci a
mafiamaps@wikimafia.it).
In entrambi i casi guadagnano la possibilità di caricare i propri
eventi sulla criminalità organizzata nell'App e un account gratuito
di 1 anno per usare l'App. Le associazioni "mapper"
ottengono la geolocalizzazione sulla mappa in qualità di
associazione partner di MafiaMaps.
Cosa
succede dopo?
La
campagna di crowdfunding partirà sabato 21
marzo 2015, nella
Giornata della Memoria e dell'Impegno per ricordare le vittime
innocenti di tutte le mafie, e terminerà sabato 23
maggio 2015, nel 23°
anniversario della Strage di Capaci. Qualora alla chiusura della
campagna di crowdfunding venisse raggiunto il traguardo per
sviluppare l’App sia per Android che per IoS con la mappatura in
tutta Italia (100mila
euro), il team di
ricerca comincerebbe subito a lavorare e si
impegna a rilasciare l'App nella primavera 2016.
Qualora dovessimo superare il minimo individuato per la campagna,
useremmo le maggiori risorse per sviluppare l’App anche per i
dispositivi Windows e per assumere nuovi collaboratori e velocizzare
i lavori di sviluppo. Molte delle informazioni necessarie sono state
già da noi raccolte in questi due anni di lavoro con WikiMafia,
necessitano solamente di essere riorganizzate. Altre invece vanno
reperite ex-novo e sistematizzate.
Qualora
non raggiungessimo il traguardo iniziale, ma dovessimo fermarci a
molto meno, useremmo comunque le minori risorse per sviluppare un'App
"minima", con la mappatura delle principali città
italiane.
I
sostenitori del progetto potranno in
qualsiasi momento
seguire i progressi dell’App dalle pagine social (Facebook,
Twitter, Google+) e dalla newsletter preposta (che invierà ogni mese
1 mail di aggiornamento). In esclusiva per i "Gold Supporter"
(vedi sezione ricompense), il 21 marzo 2016 verrà rilasciata una
beta in anteprima. L’App sarà
completamente gratuita per i sostenitori
del progetto, a seconda dell'importo donato (vedi la sezione
ricompense per maggiori dettagli), mentre costerà 0,99
centesimi ogni anno
per tutti gli altri. L’abbonamento ricorsivo all’applicazione
implica l’assoluta assenza di qualsiasi tipo di pubblicità al suo
interno. Puntiamo nel
lungo periodo a rendere completamente gratuita l'App.
Cosa
puoi fare (oltre a sostenere economicamente il progetto)
Se credi
in questo progetto e vuoi aiutarci a far diventare il sogno una
realtà nel 2016, sarà determinante il “passaparola”:
è decisamente improbabile che finiremo in televisione o sui grandi
giornali, quindi far conoscere il progetto ai propri amici e
convincerli a donare anche solo 1 euro è importante.
Condividi
la pagina della campagna sui social network e segnalala via mail ai
tuoi contatti. Crea un
cartello con #mappiamolitutti
e scattati una foto, usando l’hashtag per dare visibilità alla
campagna.
Se
conosci qualche giornalista che potrebbe fare eco alla campagna,
fagliela notare. Se MafiaMaps diventerà realtà, dipende anzitutto
da te: anche un piccolo gesto, come una condivisione su Facebook, può
essere determinante.
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