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martedì 21 luglio 2015

La casa del nulla: una riflessione sugli istituti penitenziari e un esempio di letterartura carceraria

 
 
 
 
 
 
 



Naria Giuliano e Rosella Simone sono le autrici del libro intitolato La casa del nulla (Milieu edizioni) opera sospesa tra storia orale, letteratura carceraria, racconto corale e antropologico. Pubblicato per la prima volta a metà degli anni ottanta da Tullio Pironti, e riproposto in una versione ridotta nel 1997 con il titolo "I duri", il testo ha avuto, come i suoi autori, diverse vicissitudini, ma rimane un testo fondamentale per capire gli anni settanta-ottanta e conserva ancora oggi una freschezza narrativa inossidabile.



Abbiamo rivolto alcune domande a Rosella Simone che ringraziamo.
 
 
Il libro racconta storie ambientate nelle carceri degli anni '70, anni difficili per il nostro Paese: qual era la popolazione carceraria dell'epoca ? E quali relazioni si instauravano tra le mura degli istituti?
Era una popolazione carceraria particolare e rispecchiava, come sempre fa il carcere, la società di allora. Nelle carceri speciali appena istituite erano stati concentrati due soggetti diciamo “nuovi”: ”terroristi” e rapinatori. Le istituzioni ritenevano che le regole durissime di quel carcere (colloqui con i vetri, arie d’aria ridotte all’osso, perquisizioni corporali….) e mettere insieme soggetti così apparentemente diversi avrebbe creato conflitti e piegato gli irriducibili. Non fu così. Proprio le condizioni brutali in cui erano costretti a vivere i detenuti creò una saldatura, una solidarietà, una amicizia, tra politici e banditi che fece detonare il circuito carcerario italiano.
Facciamo un paragone tra le condizioni di vita all'interno dei luoghi di detenzione di ieri e in quelli di oggi...
Il carcere è cambiato ma non è detto che sia sempre e solo in meglio. La carcerazione è differenziata e c’è chi può avere accesso alle pene alternative, andare a scuola, fare teatro e chi è chiuso nell’orrore del 41 bis. Di recente mi sono occupata del caso di un carcerato rinchiuso a Sulmona, Domenico Belfiore ergastolano in carcere da 32 anni, con un tumore all’intestino che, andato in coma, era stato ricoverato con urgenza, operato e rimandato immediatamente in carcere deve nel giro di pochi giorni è ritornato, ovviamente, in coma. Fortunatamente siamo venuti a saperlo e c’è stata una mobilitazione che ha portato alla concessione degli arresti domiciliari. Ma quanti i casi di cui non si sa niente?
Non sono contraria al carcere attenuato ma non posso giustificare, neanche per un capomafia alla Reina, una detenzione che equivale, per me, alla tortura.
Tra l’altro è proprio questa differenziazione che crea nei soggetti detenuti un processo di desolidarizzazione. Se io aspiro al premio (e non dico che non sia legittimo) dovrò guardarmi da stringere amicizie o essere solidale con chi gode fama di “cattivo”. E un carcere dove non c’è solidarietà tra i reclusi è un carcere dove si vive molto male.
Com'è nata l'idea di scrivere questo libro?
E’ una storia vecchia di 30 anni. Nell’agosto del 1985 Giuliano Naria, allora mio marito (abbiamo divorziato nel 1993), (condannato per banda armata denominata Brigate rosse e accusato, poi assolto, del delitto del Procuratore della Repubblica di Genova Francesco Coco) dopo un durissimo sciopero della fame che lo aveva portato a pesare 40 chili e dopo aver scontato 9 anni e sei mesi aveva ottenuto gli arresti domiciliari a Garlenda, un paesino dell’entroterra ligure nella casa che era dei mia nonna e che avevo dato in uso a i suoi genitori. Io lo avevo raggiunto lasciando Milano e il lavoro di giornalista. Era una bella cosa ma cosa ci facevamo lì? Non ci amavamo più così tanto da fare un figlio ma un libro forse potevamo provare a farlo. Avevamo a disposizioni personaggi straordinari da far impazzire di gioia qualsiasi aspirante scrittore! Giuliano era il narratore che sa guardare il carcere con ironia e gusto del paradosso, io l’intervistatrice. L’idea era raccontare la brutalità del carcere ma senza piagnistei, volevamo racconti scanzonati anche nella tragedia. Volevamo raccontare persone, non criminali o terroristi. Persone curiose, sbruffone, prepotenti, generose, crudeli anche e, soprattutto, non volevamo dare giudizi. Quelli li aveva già dati la legge.
Il testo fa fare una riflessione anche sull'utilità del carcere: qual è la sua opinione in merito?
L’obbiettivo di fondo per cui è stato scritto il libro è far si che chi lo legge si chieda: a cosa serve il carcere? Credo, credevamo, che il carcere non sia riformabili e, come da tempo insiste il mio amico Vincenzo Guagliardo, e fortunatamente non solo lui, che dovremmo liberarci dalla necessità del carcere.
Si tratta di storie che, da una parte, attingono alla realtà e, da un'altra, sono romanzate: perchè questa scelta?
Il libro è firmato da due persone ma in realtà è un canto corale e tutti i personaggi citati ne sono in qualche modo gli autori. E’ un documento di storia orale, storia raccontate come intorno a un bivacco (molti racconti sono nati all’Asinara a celle distrutte), dove ciascuno racconta la sua di storia e magari la abbellisce, omette, confonde. Non sono la verità ma sono più che vere.

 
 

martedì 4 febbraio 2014

Il punto di Antigone sulla situazione carceri



Il 28 gennaio scorso si è svolto a Milano un incontro, presso l'Urban Center, in cui si è discusso ancora del problema del sovraffollamento delle carceri italiane e, in particolare della situazione dei detenuti negli istituti penitenziari della Lombardia.

Siamo una Regione molto particolare dal punto di vista carcerario” ha affermato Valeria Verdolini, presidente lombardo dell'Associazione Antigone “ con ben 19 diversi istituti detentivi. Un fenomeno di grandi dimensioni, quindi, ma al quale è possibile approcciarsi in maniera costruttiva grazie alla rete esistente a livello locale e che unisce le strutture di volontariato, le associazioni, le istituzioni”.

Antigone monitora periodicamente le carceri e racconta ciò che vede. Nel IX e ultimo rapporto dell'associazione sulle condizioni di detenzione, intitolato “Senza dignità”, i dati riferiscono che le regioni italiane più affollate sono la Liguria, la Puglia e il Veneto; al 31 ottobre 2012 i 66.685 detenuti sono in maggioranza uomini e italiani; le donne rappresentano il 4,2% della popolazione carceraria e il 35,6% è rappresentato dagli stranieri. Le nazionalità più presenti sono quella marocchina, romena, tunisina, albanese e nigeriana. Nel report si ricorda che: “Con una sentenza del 28 aprile 2011 la Corte di Giustizia Europea ha dichiarato incompatibile con la Direttiva rimpatri l'articolo 14, commi 5 ter e 5 quater, del Decreto Legislativo n. 286/1998, che prevedeva la detenzione in caso di mancata ottemperanza all'ordine del Questore di allontanarsi dal territorio italiano. Dopo una iniziale incertezza, si è di fatto proceduto per decreto legge alla modifica di questo reato, escludendo il ricorso al carcere. Ad oggi, però, la percentuale degli stranieri tra i detenuti è scesa di poco rispetto al dicembre del 2010, quando era del 36,7%”.

La ricerca riporta un dato inquietante: quello relativo agli atti di autolesionismo o ai tentati suicidi; a questo si aggiunge il fatto che il 70% dei detenuti è malato e che le patologie più comuni sono i disturbi psichici, le malattie dell'apparato digerente e le malattie infettive e parassitarie.

Qualche passo avanti è stato fatto, nella tutela dei diritti dei detenuti, con il piano di riorganizzazione avviato a livello ministeriale che ha ridotto il numero di ore che il detenuto deve trascorrere chiuso in cella, a favore di una maggiore possibilità di movimento all'interno della struttura: “Altre iniziative necessarie sono quelle miranti ad ampliare l'offerta di attività formative e ricreative” ha sostenuto Alessandra Naldi, Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Milano e ha aggiunto: “In questo Bollate è diventata un vero e proprio modello per la sua capacità di sfruttare le risorse del territorio; Opera, invece, deve ancora completare questo processo di apertura verso l'esterno”. Diversa la situazione a San Vittore perchè, ha sottolineato sempre il Garante, sono evidenti i problemi igienici e “la popolazione presenta emergenze di carattere sociale, con molti stranieri privi di permesso di soggiorno e detenuti affetti da problemi di salute mentale e di tossicodipendenza”.

Da Milano a Roma: a Rebibbia Antigone, in due anni di attività, ha effettuato 1.149 colloqui e, tra i diritti negati, quelli che più pesano sulle condizioni dei detenuti riguardano la lontananza dai propri affetti e il diritto alla salute.

Infine, un grande ostacolo al miglioramento delle condizioni di vita negli istituti carcerari è costituito dalla mancanza di fondi: “ Assistiamo a un estremo impoverimento del sistema penitenziario”, ha affermato Daniela Ronco, coordinatrice dell'Osservatorio Nazionale sulle condizioni di detenzione di Antigone, "mancano i fondi per qualunque tipo di attività all'interno del carcere, per il lavoro, per lo studio e per tutti gli altri progetti che potrebbero rendere meno afflittiva la vita nelle strutture detentive”.