Visualizzazione post con etichetta antigone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta antigone. Mostra tutti i post

lunedì 23 novembre 2015

Ragazzi fuori: 18mo rapporto Antigone sulle carceri minorili in Italia



Dalla prefazione di Patrizio Gonnella:
 
Le carceri minorili hanno oramai, fortunatamente, un uso davvero residuale all’interno del sistema della giustizia dei minori. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere stigmatizzante. Solo i più cattivi vanno a finire in galera: è questo il messaggio che dobbiamo oggi decostruire. Per decenni la presenza dei ragazzi negli II.PP.MM. italiani si era attestata attorno alle 500 unità. A seguito dell’ondata riformatrice che ha investito il sistema penitenziario degli adulti e che si è portata dietro a ricasco anche quello minorile, si era arrivati a meno di 350 presenze, oggi nuovamente aumentate dalla presenza dei giovani adulti negli istituti per minori. In ogni caso, numeri molto bassi.
Che si confermano tali anche nella permanenza media di ciascun ragazzo, che non supera le poche settimane. Pochi ragazzi e per poco tempo. Il problema sembra dunque gestibile. Gli adulti siamo noi. E da adulti sapremo trovare una modalità di attenzione, di presa in carico, di accoglienza sociale capace di fare a meno di celle, cancelli e muri quando si ha a che fare con dei minori di età. La direzione da percorrere – quella che di fatto abbiamo già iniziato a percorrere – deve andare verso una progressiva decarcerizzazione. Se il nostro primo Rapporto sugli II.PP.MM. si intitolava Ragazzi dentro, oggi è decisamente il momento di pensare ogni modalità affinché i ragazzi rimangano fuori.


Sono stati 11 i minori accusati di omicidio volontario, secondo gli ultimi dati disponibili, 12 quelli accusati di tentato omicidio e in totale 159 quelli entrati in carcere nel 2013 per reati contro la persona, 713 per reati contro il patrimonio. Questi i dati che emergono dal terzo rapporto dell'associazione Antigone sugli istituti penali minorili, 'Ragazzi fuori', realizzato quest'anno in collaborazione con l'Isfol e presentato oggi a Roma. Sono circa 37 mila i procedimenti davanti al gip o al gup nei confronti di minorenni, stabili i reati denunciati, questo a dimostrazione del fatto che "meno detenuti non significa più reati": sottolinea Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri.

La misura carceraria per i minori, cautelare o detentiva, è infatti "extrema ratio": nel 2015 i ragazzi detenuti sono 20 volte di meno che nel 1940, quando erano 8.521, nel 1975 erano 858, oggi sono 449, un numero stabile negli ultimi quindici anni. Di questi 281 sono giovani adulti che hanno commesso il reato da minorenni. Le ragazze sono 39, l'8,7%, ovvero una percentuale doppia rispetto alla popolazione detenuta femminile adulta. Gli stranieri detenuti sono 204, pari al 45%, cioè 12 punti percentuali in più rispetto alle carceri per adulti: questo significa, rileva Antigone, che "il sistema della giustizia minorile riesce a garantire opportunità alternative alla carcerazione maggiori per i ragazzi italiani".




 

lunedì 30 marzo 2015

Oltre i tre metri quadri: il nuovo rapporto di Antigone relativo alle carceri


 


Colpisce subito un numero: il 100,8%, che si riferisce al tasso di affollamento delle carceri italiane. Si tratta di uno dei tanti numeri che fanno parte delle ricerche svolte per l'annuale rapporto di Antigone sullo stato degli istituti di pena, quest'anno intitolato "Oltre i tre metri quadri".

Nel testo si legge che i detenuti presenti al 28 febbraio 2015 erano 53.982, di cui il 32% stranieri. Al 31 dicembre 2013 erano invece 62.536. Ad oggi sono dunque 8.554 in meno rispetto a fine 2013. Antigone sottolinea che questo cambiamento "non è tuttavia servito a risolvere completamente il problema del sovraffollamento: i posti regolamentari in tutte le carceri del Paese sono infatti 49.943 secondo il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap). "Se si tiene conto delle detenzioni transitorie - si legge nel documento - il tasso di sovraffollamento potrebbe salire al 118%". Sono poi circa 4.200 i posti inutilizzabili per manutenzione. I reati L’Italia è tra i Paesi più sicuri al mondo con un tasso di 0,9 omicidi ogni 100mila abitanti, addirittura al di sotto della media Ue.

Dall'inizio dell'anno sono stati regitrati 9 suicidi e 44 i detenuti si sono tolti la vita nel corso del 2014. Numeri, superiori alla media europea. Nelle nostre carceri sono inoltre detenuti 14 combattenti jihadisti.

Il rapporto parla anche dei braccialetti elettronici: sono duemila circa quelli in uso oggi e il loro noleggio costa 2,4 milioni di euro.

La ricerca ha riguardato anche il 41 bis, il carcere duro che viene commentato con i seguenti dati: "Nelle carceri italiane, il numero complessivo di detenuto sottoposti al regime duro del 41 bis è pari a 725 e, secondo quanto dichiarato dall'amministrazione penitenziaria, sarebbero 14 i detenuti accusati o condannati per terrorismo internazionale jihadista".


Giovanni Torrente, di Antigone, ha così risposto alle nostre domande:


Come avete condotto l'indagine e quali i risultati significativi che emergono per quanto riguarda il sovraffollamento?



L’osservatorio di Antigone opera attraverso diversi strumenti, fra i quali uno dei più importanti è la visita all’interno degli istituti penitenziari. Antigone dispone infatti di un’autorizzazione ministeriale in base alla quale i suoi osservatori hanno la possibilità di visitare le carceri italiane e, attraverso una griglia di raccolta dati, verificarne le maggiori criticità.

Accanto a tale strumento, gli osservatori si avvalgono di informazioni raccolte tramite testimoni privilegiati, cronache giornalistiche e confronti con operatori del settore.

Tale attività quest’anno ha osservato la quotidianità detentiva a seguito dei provvvedimenti emanati per incidere sul sovraffollamento penitenziario. Il quadro che ne emerge mostra come, a fronte della diminuzione del numero di detenuti, non sia significativamente mutato il clima di tensione all’interno degli istituti. Ciò si deve anche al fatto che i provvedimenti adottati, pur incidendo significativamente sul numero di persone recluse, non ha invece toccato la composizione sociale della popolazione detenuta, che ancora oggi appartiene in larga parte a gruppi sociali fortemente marginali.




Un tema a noi caro: cosa scrive Patrizio Gonnella a proposito degli stranieri detenuti? E della possibilità, per loro, di professare la religione?



Chiaramente l’esercizio della propria religione costituisce un problema. Ciò si deve sia alla mancanza di spazi, sia alle limitate possibilità di accesso per i ministri del culto di alcune religioni – soprattutto islamica – sia infine per i pregiudizi culturali che ancora oggi accompagnano molti operatori della giustizia penale.



Nel report sono inserite infografiche che permettono di fare un confronto con la situazione carcaeraria di due anni fa: c'è stato un miglioramento? In che modo si dovrebbe intervenire per garantire i diritti di base ai detenuti?



Come dicevo, un miglioramento chiaramente c’è stato. Tuttavia non è riuscito ad incidere su quei fattori che ancora oggi incidono pesantemente sulla dignità della pena: dalla fatiscenza dei luoghi alla inadeguatezza del carcere nell’affrontare le situazioni di disagio in cui versano molti condannati (tossicodipendenza, malattia mentale, percorsi migratori irregolari ecc.).

Gli interventi necessari sarebbero naturalmente numerosi. La madre di tutte le riforme dovrebbe essere l’approvazione di un nuovo codice penale attraverso l’introduzione di un sistema di diritto penale minimo consono ai principi del garantismo penale. Ciò si tradurrebbe, tra l’altro, in una differenziazione delle pene, con la perdita della centralità del carcere a favore di altri strumenti puntivi (risarcitori, riparativi, interdittivi ecc.) A ciò si potrebbe accompagnare una riforma dell’ordinamento penitenziario in senso più favorevole alla tutela dei diritti fondamentali del condannato e che limiti i meccanismi più infantilizzanti delle procedure penitenziarie. Infine, occorrerebbe intervenire anche a livello organizzativo e strutturale. Il luogo di espiazione della pena dovrebbe infatti mutare radicalmente nelle sue pratiche e nei suoi luoghi, in modo da divenire qualcosa che ricordi sempre meno la prigione così come oggi noi la conosciamo.



Cosa recita l'Art. 35 e qual è il bilancio a sei mesi dalla sua entrata in vigore?



Il biliancio, allo stato attuale, è purtroppo piuttosto deludente. Come noto, la norma prevede un rimedio risarcitorio per quei detenuti che siano stati reclusi in condizioni ritenute dalla CEDU come inumane e degradanti. Tale rimedio si concretizza in un risarcimento pecuniario di 8 Euro per ogni giorno di detenzione in condizioni inumane e degradanti per quei detenuti che attualmente sono in libertà, e di uno sconto di pena di 1 giorno ogni 10 trascorsi nelle medesime condizioni per chi attualmente è ancora detenuto. Purtroppo tali rimedi si stanno attualmente scontrando con una giurisprudenza della magistratura di sorveglianza (che è l’organo preposto a riconoscere i risarcimenti) piuttosto altalenante e in alcuni casi eccessivamente restrittiva. Ne deriva quindi, in diverse situazioni, una scarsa effettività della norma nel porre rimedio alle violazioni commesse.
 
 

lunedì 12 maggio 2014

Carceri. I confini della dignità: il libro di Patrizio Gonnella, Presidente Associazione Antigone







La pratica penitenziaria evidenzia una distanza tra diritti proclamati e diritti garantiti: parte da qui la riflessione di Patrizio Gonnella, Presidente dell'Associazione Antigone, che nel suo testo - intitolato Carceri. I confini della dignità edito da Jaca Book - ridisegna i confini della pena carceraria attraverso una descrizione qualitativa e critica dei diritti dei detenuti. Si parla di diritto alla vita, alla salute, al voto, al lavoro, agli affetti: diritti che, se tutelati, garantiscono il riconoscimento della dignità umana. E la loro tutela passa attraverso un costante impegno giuridico, politico e culturale.




Abbiamo intervistato per voi Patrizio Gonnella che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.




Qual è la sua opinione in merito alla legge cosiddetta “svuotacarceri”? Le misure adottate sono sufficienti o si può fare di più?



È stato questo un periodo di piccole riforma che hanno segnato un cambio di tendenza rispetto ai precedenti vent’anni. È però ancora una situazione fragile e non necessariamente resistente alle intemperie culturali. Ricordo i pilastri di quella che non è una legge svuotacarceri : norma timida sulle droghe che cambierà di pochissimo in meglio l’orribile legge Fini-Giovanardi. Espulsione facilitata per gli stranieri già in carcere. Qualche giorno di liberazione anticipata in più per chi tiene in carcere regolare condotta, ad esclusione di mafiosi, narcotrafficanti, sequestratori etc. etc. Misure per facilitare il lavoro penitenziario. Istituzione del Garante dei diritti delle persone private della libertà. Tutela giurisdizionale dei diritti per chi oggi non ne ha. A noi questo decreto non convince perché ha fatto poco rispetto a quello di cui il nostro sistema penale e penitenziario avrebbe bisogno. Faccio un elenco: nuovo codice penale di ispirazione non autoritaria; nuova legge sulle droghe non proibizionista e punitiva; abrogazione totale della legge Cirielli sulla recidiva che in parte sopravvive grazie a chi lo scorso agosto l’ha salvata dall’abrogazione; garanzie di rispetto della dignità umana per chi è dietro le sbarre.

In che modo si può modificare l'approccio culturale relativo al carcere, ai detenuti? Ovvero, in che modo si può pensare alla persona detenuta, appunto come a una “persona”?


È un percorso che richiede un diverso approccio sociale e culturale. È necessaria una svolta umanocentrica di tipo universalista capace di superare la logica violenta che governa oggi le decisioni politiche. Le parole chiave sono dignità umana e nonviolenza. Solo la nonviolenza come fine e come mezzo è capace di produrre un cambio di paradigma nel nome dell’uguaglianza e della solidarietà.


In base alla sua lunga esperienza professionale, quali sono gli istituti di pena italiani in cui vengono tutelati i diritti dei detenuti e quali, invece, quelli in cui è necessario intervenire? Può farci alcuni esempi?


Più che fare esempi indicherei modelli. Esistono modelli di carcere fondati sulla umiliazione, la deresponsabilizzazione, l’infantilizzazione. In questi istituti il detenuto è ridotto a cosa non pensante. E’ questo un modello fintamente correzionale, ma sostanzialmente autoritario. Poi vi sono poche carceri dove si sperimenta una vita sociale fondata sulla responsabilità e sulla somiglianza alla vita vera, quella libera. Questo è un modello sano e umanocentrico. Purtroppo non è il modello prevalente.

 

Parliamo della burocratizzazione della giustizia e delle persone recluse in attesa di giudizio...


Due grandi tumori della giustizia italiana. La burocratizzazione della giustizia ha prodotto una selezione classista delle punizioni. Nella burocrazia i ricchi si insinuano bene, dilatando i tempi e sfruttando le garanzie che tali non sono offerte dalla macchina amministrativa che non funziona. Per quanto riguarda le persone in attesa di giudizio, il loro grande numero è l’esito di un processo penale troppo lento. La custodia cautelare in Italia è la risposta di polizia alla giustizia penale fallace e burocratica.



Nel 1999 l'Associazione Antigone ha stilato un rapporto dal titolo “Il carcere trasparente”: quanto è importante accendere i fari sul tema delle condizioni di sopravvivenza negli istituti penitenziari e cosa possono fare, in tal senso, gli organi di stampa ?


I media sono decisivi per far uscire il carcere, le sue storie, le sue contraddizioni, le sue violenze, i suoi numeri dal cono d’ombra dove periodicamente finisce. La pena nella pre-modernità era pubblica in quanto doveva essere un monito. Oggi è stata giustamente sottratta agli sguardi vouyeristici. Ma è stata anche confinata in ambienti oscuri e inaccessibili a chi deve controllarne la legalità.

martedì 15 aprile 2014

Carceri. I confini della dignità




 
La reclusione in carcere come pena regolamentata nello spazio e nel tempo è l'esito di una grande rivoluzione prodotta dal movimento utilitarista e da quello illuminista. Il carcere come pena è un'invenzione della modernità connessa a grandi questioni che lo trascendono e a volte lo rimuovono: dal modello di produzione economica alla ideologia del lavoro, dai più generici obiettivi di giustizia al più specifico tema del rito del processo penale.
Il carcere come pena ha a che fare con il sistema sociale e con quello fiscale, con le scelte urbanistiche e con quelle architettoniche, con i diritti umani e con il residuo di giustiziabilità degli stessi, con la dignità dei corpi e con la salvezza delle anime, con l'etica e con la religione. Il carcere come pena è dentro il sistema del diritto, ma è storicamente poco incline a farsi ingabbiare dal diritto. E' il risultato di un giudizio che si trasforma in pregiudizio. Il carcere, per non ridursi a descrizione storica, va letto anche attraverso una indagine epistemologica che usi le categorie classiche dello spazio e del tempo e ne sveli le aporie”.
Questo un brano dell'introduzione al testo Carceri. I confini della dignità, di Patrizio Gonnella.

Un’opera profonda e coraggiosa, frutto di una straordinaria esperienza da parte del presidente dell’associazione Antigone che da anni lavora e lotta per i diritti dei carcerati detenuti e per il miglioramento della loro esistenza all'interno degli istituti penitenziari: una tematica, quella della riforma delle carceri, in prima pagina nell’agenda sociale e politica dell’Italia di oggi.
Dopo lunghi decenni dedicati e in parte persi inseguendo la retorica rieducativa, in questo libro si propone un cambio di paradigma. Si ridisegnano i confini della pena carceraria attraverso una descrizione qualitativa e critica dei diritti dei detenuti, avvalendosi di standard internazionali. Diritto alla vita, diritto alla salute, diritto agli affetti, diritto alla libertà di conoscenza e di coscienza, diritto di voto, diritto al lavoro, diritto di difesa non sono nella disponibilità di chi detiene il potere di punire: per riaffermare questi diritti è necessario, appunto, un cambio di prospettiva. (Vedi anche l'articolo in cui si fa riferimento al saggio di Gherardo Colombo
Il perdono responsabile, pubblicato su questo sito).
La pratica penitenziaria evidenzia una distanza tra diritti proclamati e diritti garantiti. Lo svelamento delle violazioni sistematiche dei diritti che avvengono nelle carceri serve a chiarire a noi stessi che lo stato sociale costituzionale di diritto si difende con il lavoro giuridico affiancato a un lavoro politico, ma soprattutto culturale: la direzione potrebbe essere quella di predisporre percorsi rieducativi e riabilitativi per il detenuto, ricominciando dalla tutela della sua dignità in quanto “essere umano”: un percorso non facile, un percorso che non può essere rivolto a tutti, ma che per alcuni può funzionare per restituire la vita, la consapevolezza e il senso di responsabilità, individuale e sociale.



Il volume sarà presentato in anteprima a Milano alla libreria Jaca Book mercoledì 16 aprile alle ore 18.30, in Via Frua, 11 (ingresso da Via Stelline), Milano. Intervengono con l'autore, Adolfo Ceretti Professore Ordinario in Medicina Legale all'Università di Milano Bicocca, Mirko Mazzali Presidente Commissione Sicurezza del Comune di Milano, Alessandra Naldi Garante Detenuti del Comune di Milano


mercoledì 2 aprile 2014

Mentre il dibattito sui CIE continua...



Nei primi tre mesi del nuovo anno sono sbarcati sulle coste italiane circa 5.500 migranti. Persone provenienti da Stati, è bene ricordarlo, in cui imperversano le guerre civili o in cui molti cittadini sono perseguitati per cause politiche o religiose. In particolare i migranti provengono dalla Siria, dalla Libia, dall'Eritrea, dalla Nigeria e dal Gambia: tanti di loro sono profughi e richiedenti asilo.

Come sempre è stato dichiarato lo stato di “emergenza” e, al posto di approntare un piano di accoglienza e di predisporre strutture adatte, anche le navi militari sono state trasformate in CIE, ovvero in Centri per la prima Identificazione e per il rilievo delle impronte digitali.

I CIE e i Cas (centri di accoglienza straordinaria) sono spesso ridotti a tendopoli o a edifici fatiscenti in cui mancano adeguati servizi di base come, ad esempio, le strutture sanitarie. A questo si aggiunge dell'altro: la scorsa settimana 13 persone sono state rinviate a giudizio dal Tribunale di Gorizia per la gestione del CIE e del Cara (Centro accoglienza rifugiati) di Gradisca d'Isonzo con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa allo Stato e inadempienze di pubbliche forniture. Con la frode, secondo l'accusa, di 2,3 milioni di euro. Il processo a carico degli imputati inizierà il prossimo 2 luglio.

Il gestore del CIE è accusato di aver gonfiato il numero di reclusi ospitati nella struttura proprio per ottenere un rimborso maggiore da parte dello Stato e ricordiamo che ogni migrante “vale” circa 42 euro. Il rimborso statale sarebbe dovuto servire, oltre che per fornire i servizi utili a garantire il rispetto della dignità umana, anche per fornire ai migranti carte telefoniche, bottigliette d'acqua e sigarette: niente di tutto questo.

Ma per capire meglio come si vive - o meglio si sopravvive - all'interno dei CIE l'Associazione per i Diritti Umani ha seguito un incontro, organizzato da Stessabarca di Milano, sul tema e vi proponiamo un breve stralcio dell'intervento di Valeria Verdolini, Associazione Antigone:






martedì 4 febbraio 2014

Il punto di Antigone sulla situazione carceri



Il 28 gennaio scorso si è svolto a Milano un incontro, presso l'Urban Center, in cui si è discusso ancora del problema del sovraffollamento delle carceri italiane e, in particolare della situazione dei detenuti negli istituti penitenziari della Lombardia.

Siamo una Regione molto particolare dal punto di vista carcerario” ha affermato Valeria Verdolini, presidente lombardo dell'Associazione Antigone “ con ben 19 diversi istituti detentivi. Un fenomeno di grandi dimensioni, quindi, ma al quale è possibile approcciarsi in maniera costruttiva grazie alla rete esistente a livello locale e che unisce le strutture di volontariato, le associazioni, le istituzioni”.

Antigone monitora periodicamente le carceri e racconta ciò che vede. Nel IX e ultimo rapporto dell'associazione sulle condizioni di detenzione, intitolato “Senza dignità”, i dati riferiscono che le regioni italiane più affollate sono la Liguria, la Puglia e il Veneto; al 31 ottobre 2012 i 66.685 detenuti sono in maggioranza uomini e italiani; le donne rappresentano il 4,2% della popolazione carceraria e il 35,6% è rappresentato dagli stranieri. Le nazionalità più presenti sono quella marocchina, romena, tunisina, albanese e nigeriana. Nel report si ricorda che: “Con una sentenza del 28 aprile 2011 la Corte di Giustizia Europea ha dichiarato incompatibile con la Direttiva rimpatri l'articolo 14, commi 5 ter e 5 quater, del Decreto Legislativo n. 286/1998, che prevedeva la detenzione in caso di mancata ottemperanza all'ordine del Questore di allontanarsi dal territorio italiano. Dopo una iniziale incertezza, si è di fatto proceduto per decreto legge alla modifica di questo reato, escludendo il ricorso al carcere. Ad oggi, però, la percentuale degli stranieri tra i detenuti è scesa di poco rispetto al dicembre del 2010, quando era del 36,7%”.

La ricerca riporta un dato inquietante: quello relativo agli atti di autolesionismo o ai tentati suicidi; a questo si aggiunge il fatto che il 70% dei detenuti è malato e che le patologie più comuni sono i disturbi psichici, le malattie dell'apparato digerente e le malattie infettive e parassitarie.

Qualche passo avanti è stato fatto, nella tutela dei diritti dei detenuti, con il piano di riorganizzazione avviato a livello ministeriale che ha ridotto il numero di ore che il detenuto deve trascorrere chiuso in cella, a favore di una maggiore possibilità di movimento all'interno della struttura: “Altre iniziative necessarie sono quelle miranti ad ampliare l'offerta di attività formative e ricreative” ha sostenuto Alessandra Naldi, Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Milano e ha aggiunto: “In questo Bollate è diventata un vero e proprio modello per la sua capacità di sfruttare le risorse del territorio; Opera, invece, deve ancora completare questo processo di apertura verso l'esterno”. Diversa la situazione a San Vittore perchè, ha sottolineato sempre il Garante, sono evidenti i problemi igienici e “la popolazione presenta emergenze di carattere sociale, con molti stranieri privi di permesso di soggiorno e detenuti affetti da problemi di salute mentale e di tossicodipendenza”.

Da Milano a Roma: a Rebibbia Antigone, in due anni di attività, ha effettuato 1.149 colloqui e, tra i diritti negati, quelli che più pesano sulle condizioni dei detenuti riguardano la lontananza dai propri affetti e il diritto alla salute.

Infine, un grande ostacolo al miglioramento delle condizioni di vita negli istituti carcerari è costituito dalla mancanza di fondi: “ Assistiamo a un estremo impoverimento del sistema penitenziario”, ha affermato Daniela Ronco, coordinatrice dell'Osservatorio Nazionale sulle condizioni di detenzione di Antigone, "mancano i fondi per qualunque tipo di attività all'interno del carcere, per il lavoro, per lo studio e per tutti gli altri progetti che potrebbero rendere meno afflittiva la vita nelle strutture detentive”.



lunedì 1 luglio 2013

Video della serata in occasione della campagna sulle tre leggi popolari: tortura, droga e carceri

Pubblichiamo il video della serata che l'Associazione per i Diritti Umani, in collaborazione con Spazio Tadini, ha organizzato in occasione della campagna per la raccolta firme sulle tre leggi popolari riguardanti l'inserimento del reato di tortura nel nostro sistema legislativo, l'uso di droghe e sostanze stupefacenti e le condizioni dei detenuti nelle carceri; una campagna nata dopo la sanzione che il nostro Paese ha ricevuto, a gennaio, dalla Corte europea per i diritti umani a causa del sovraffollamento degli istituti di pena. Una serata molto importante che si è potuta realizzare, nonostante il nubifragio a Milano, grazie alla presenza dei relatori, all'interesse del pubblico e all'impegno di tutti. Ringraziamo anche Mattia e Alessandro Levratti che, non potendo partecipare di persona, hanno realizzato una presentazione video del loro documentario intitolato “La prigione degli altri” che è stato molto apprezzato.