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lunedì 23 novembre 2015

Ragazzi fuori: 18mo rapporto Antigone sulle carceri minorili in Italia



Dalla prefazione di Patrizio Gonnella:
 
Le carceri minorili hanno oramai, fortunatamente, un uso davvero residuale all’interno del sistema della giustizia dei minori. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere stigmatizzante. Solo i più cattivi vanno a finire in galera: è questo il messaggio che dobbiamo oggi decostruire. Per decenni la presenza dei ragazzi negli II.PP.MM. italiani si era attestata attorno alle 500 unità. A seguito dell’ondata riformatrice che ha investito il sistema penitenziario degli adulti e che si è portata dietro a ricasco anche quello minorile, si era arrivati a meno di 350 presenze, oggi nuovamente aumentate dalla presenza dei giovani adulti negli istituti per minori. In ogni caso, numeri molto bassi.
Che si confermano tali anche nella permanenza media di ciascun ragazzo, che non supera le poche settimane. Pochi ragazzi e per poco tempo. Il problema sembra dunque gestibile. Gli adulti siamo noi. E da adulti sapremo trovare una modalità di attenzione, di presa in carico, di accoglienza sociale capace di fare a meno di celle, cancelli e muri quando si ha a che fare con dei minori di età. La direzione da percorrere – quella che di fatto abbiamo già iniziato a percorrere – deve andare verso una progressiva decarcerizzazione. Se il nostro primo Rapporto sugli II.PP.MM. si intitolava Ragazzi dentro, oggi è decisamente il momento di pensare ogni modalità affinché i ragazzi rimangano fuori.


Sono stati 11 i minori accusati di omicidio volontario, secondo gli ultimi dati disponibili, 12 quelli accusati di tentato omicidio e in totale 159 quelli entrati in carcere nel 2013 per reati contro la persona, 713 per reati contro il patrimonio. Questi i dati che emergono dal terzo rapporto dell'associazione Antigone sugli istituti penali minorili, 'Ragazzi fuori', realizzato quest'anno in collaborazione con l'Isfol e presentato oggi a Roma. Sono circa 37 mila i procedimenti davanti al gip o al gup nei confronti di minorenni, stabili i reati denunciati, questo a dimostrazione del fatto che "meno detenuti non significa più reati": sottolinea Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri.

La misura carceraria per i minori, cautelare o detentiva, è infatti "extrema ratio": nel 2015 i ragazzi detenuti sono 20 volte di meno che nel 1940, quando erano 8.521, nel 1975 erano 858, oggi sono 449, un numero stabile negli ultimi quindici anni. Di questi 281 sono giovani adulti che hanno commesso il reato da minorenni. Le ragazze sono 39, l'8,7%, ovvero una percentuale doppia rispetto alla popolazione detenuta femminile adulta. Gli stranieri detenuti sono 204, pari al 45%, cioè 12 punti percentuali in più rispetto alle carceri per adulti: questo significa, rileva Antigone, che "il sistema della giustizia minorile riesce a garantire opportunità alternative alla carcerazione maggiori per i ragazzi italiani".




 

venerdì 22 agosto 2014

Su carceri e tortura



Ringraziamo Patrizio Gonnella che ci permette di pubblicare questo suo testo già uscito sul suo blog di Micromega.



Nel 1948 è stata firmata solennemente da tutti gli Stati la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo L’articolo 5 afferma che: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti». Il termine ricompare all’articolo 3 delle quattro convenzioni di Ginevra del 1949 sul trattamento dei prigionieri di guerra, cuore del diritto umanitario post-bellico. Il divieto è assoluto essendo assoluta la intangibilità della dignità umana.
Assolutezza ribadita dal Patto sui diritti civili e politici del 1966 delle Nazioni Unite il cui articolo 7 afferma che: «nessuno può essere sottoposto alla tortura, né a punizioni o trattamenti crudeli o degradanti, in particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il suo libero consenso, a un esperimento medico e scientifico». Il successivo articolo 10 a sua volta afferma che: «Tutte le persone private della libertà devono essere trattate umanamente e con il rispetto dovuto alla dignità inerente all’essere umano».
Nel 1975 sempre in sede Onu viene promulgata la Dichiarazione sulla protezione di tutte le persone contro la tortura e altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti. All’articolo 2 si afferma perentoriamente che tutti gli atti di tortura costituiscono una offesa alla dignità umana. All’articolo 7 gli Stati membri dell’Onu sono invitati a prevedere al loro interno il delitto specifico di tortura. Una Dichiarazione nel diritto internazionale, però, è un atto privo di effetti vincolanti. Implica per gli Stati solo una doverosità morale.
Nel 1984 viene adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti. In questo caso la Convenzione, essendo un Trattato, vincola chi vi aderisce. E questo Trattato vincola ben 151 Paesi, quasi tutto il globo. L’articolo 1 della Convenzione del 1984 così definisce la tortura: «Ai fini della presente Convenzione, il termine ‘tortura’ designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate».
La tortura così come definita in sede Onu si compone dei seguenti quattro elementi: l’inflizione di una acuta sofferenza fisica e/o psichica, la responsabilità diretta di un funzionario dell’apparato pubblico, la non liceità della sanzione, la intenzionalità. E’ questa l’unica definizione di tortura universalmente riconosciuta.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dà vita negli anni 1993 e 1994 al Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia (TPIJ) e al Tribunale penale internazionale per il Ruanda (TPIR). Il contributo delle Corti ad hoc è stato comunque significativo per segnare la universalità della proibizione della tortura e la sua cogenza. La norma che vieta la tortura è ritenuta disposizione di natura consuetudinaria con radici lontane nel tempo e diffuse nello spazio. Nel caso Furundzija il TPIJ, proprio partendo dalla considerazione che la proibizione della tortura fosse norma di ius cogens, è giunto a sostenere una responsabilità diretta dello Stato nel caso di mancato adeguamento interno agli obblighi punitivi internazionalmente imposti.
Nel 1998 a Roma viene firmato lo Statuto della Corte Penale Internazionale. Vincola gli Stati che ratificano il relativo Trattato internazionale. Non più quindi una Corte ad hoc nata per giudicare crimini avvenuti in un dato contesto geografico prima della nascita della Corte stessa, bensì un tribunale permanente posto a protezione giudiziaria universale dei diritti umani. Tra i crimini contro l’umanità che la Corte deve perseguire vi è la tortura. Nel dicembre del 2002 viene elaborato e posto alla firma degli Stati il Protocollo Opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura che prevede un meccanismo
universale di controllo dei luoghi di detenzione.

Anche l’Europa vieta la tortura. La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà del 1950 all’articolo 3 afferma perentoriamente che: «nessuno può essere sottoposto a tortura o a pene o trattamenti inumani o degradanti». Il successivo articolo 15 sancisce che tale norma non trova eccezione neanche in caso di guerra. (Brani tratti da un mio libro del 2012, La tortura in Italia, ed. Derive Approdi).

In Italia la tortura non è ancora un reato. È inaccettabile, grave, vergognoso. La Camera sta discutendo un testo pieno di contraddizioni approvato dal Senato. In autunno andremo sotto il giudizio del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Chissà se per allora ci sarà uno scatto di reni delle forze politiche democratiche nel nome della dignità.




Lo Stato risponde della tortura dei suoi ufficiali se non ha il divieto nella sua legislazione.
Nel 1998 a Roma viene firmato lo Statuto della Corte Penale Internazionale. Vincola gli Stati che ratificano il relativo Trattato internazionale. Non più quindi una Corte ad hoc nata per giudicare crimini avvenuti in un dato contesto geografico prima della nascita della Corte stessa, bensì un tribunale permanente posto a protezione giudiziaria universale dei diritti umani. Tra i crimini contro l’umanità che la Corte deve perseguire vi è la tortura. Nel dicembre del 2002 viene elaborato e posto alla firma degli Stati il Protocollo Opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura che prevede un meccanismo universale di controllo dei luoghi di detenzione.

Anche l’Europa vieta la tortura. La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà del 1950 all’articolo 3 afferma perentoriamente che: «nessuno può essere sottoposto a tortura o a pene o trattamenti inumani o degradanti». Il successivo articolo 15 sancisce che tale norma non trova eccezione neanche in caso di guerra. (Brani tratti da un mio libro del 2012, La tortura in Italia, ed. Derive Approdi).
In Italia la tortura non è ancora un reato. È inaccettabile, grave, vergognoso. La Camera sta discutendo un testo pieno di contraddizioni approvato dal Senato. In autunno andremo sotto il giudizio del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Chissà se per allora ci sarà uno scatto di reni delle forze politiche democratiche nel nome della dignità.






giovedì 24 luglio 2014

Sovraffollamento carceri: riconosciuto l'impegno dell'Italia




Il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, è intervenuto lo scorso 12 luglio al convegno intitolato “Riforma della giustizia: magistratura e avvocatura insieme per un'occasione da non perdere”, promosso dall'associazione “Rifare l'Italia” in collaborazione con l'Anm di Agrigento e l'Ordine degli avvocati. Durante il convegno ha rilasciato alcune dichiarazioni riguardanti la proroga che la Corte di Strasburgo ha concesso al nostro Paese per risolvere il problema del sovraffollamento nelle carceri: “ Senza troppo clamore siamo progressivamente usciti dalla situazione di sovraffollamento...Ci siamo mossi con le manutenzioni straordinarie anziché scegliere la via dell'indulto e dell'amnistia”, ha detto il Ministro. Indulto e amnistia che erano stati auspicati dal Presidente Giorgio Napolitano e dall'Onu a seguito di tre giorni di ispezioni negli istituti di pena italiani.

Orlando ha poi riportato anche alcuni dati aggiornati,dal Dap, al 30 giugno 2014: “ I detenuti sono 58.092, oltre 800 in meno rispetto al 5 giugno...I posti normativamente previsti nei 206 istituti penitenziari italiani sono circa 45.000, quindi ancora ci sarebbero almeno 13 mila detenuti in più in attesa di vedere l'esito del nuovo decreto svuotacarceri”. E, infine, ha aggiunto che la diminuzione delle presenze in carcere è dovuta anche ad altri due fattori: ai rimpatri “più sistematici” degli stranieri e alle convenzioni che permettono ai tossicodipendenti di scontare una parte della pena nelle comunità.

mercoledì 11 giugno 2014

Le catacombe della Romania: le colpe di un regime





Abbiamo intervistato, per voi, la dott.ssa Violeta P. Popescu, scrittrice e curatrice del saggio intitolato Le catacombe della Romania. Testimonianze dalle carceri comuniste 1945-1964 un testo storico, importante, utile per ricordare e far emergere un Passato che molti molto lasciare nell'oblio. Un regime duro che ha represso, con la violenza, la libertà e la vita di chi ha lottato per i valori democratici.

Ringraziamo molto Violeta P. Popescu per queste sue parole.


Come si è sviluppato il progetto di questo libro: come avete raccolto le testimonianze, quanto tempo avete impiegato per realizzarlo ?



Il libro “Le catacombe della Romania. Testimonianze dalle carceri comuniste (1945-1964)” che recentemente è uscito presso la casa editrice Rediviva, collana Memorie, è un lavoro documentario di squadra. Sul portale CulturaRomena.it le mie collaboratrici hanno lavorato con tanta dedizione a questo volume: Lorena Curiman, Claudia Bolboceanu, Mirela Tingire hanno iniziato a pubblicare un paio d'anni fa alcuni articoli che trattavano della storia recente del nostro Paese, in particolare del regime comunista e della durissima repressione, notando un grande interesse da parte del pubblico lettore; quindi abbiamo pensato di riunire e dar voce al passato e di riportare le testimonianze di alcuni personaggi per far conoscere una realtà storica della Romania.



Quanto è importante la Memoria per la Romania di oggi e per l'Europa?

Il libro intende proprio essere un “recupero della memoria” recente della storia romena. Il regime comunista instaurato in Romania dopo la seconda guerra mondiale ha tentato di cancellare la memoria storica del popolo romeno puntando nella sua strategia di creare “un uomo nuovo”, una persona senza radici, senza memoria e parzialmente direi che ci sia riuscito. Il regime ha significato un cambiamento forzato e un tragico isolamento dalla grande famiglia europea. Fino alla caduta del regime, nell'89, il Paese era percepito nell' Occidente come “il paese del dittatore Ceausescu”. Si è studiato ad esempio poco il ruolo della resistenza e dei movimenti anticomunisti attivi in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Oltre ai fatti ben noti dell’89, l’opinione pubblica dell’Europa occidentale è a conoscenza solo dei maggiori episodi di ribellione popolare contro i regimi oppressivi, come la Rivolta ungherese del 1956 o la Primavera di Praga del 1968, mentre a mio avviso restano ancora in gran parte sconosciuti fenomeni come la repressione comunista e la resistenza anticomunista in Romania. Quindi la memoria...va recuperata nel senso di conoscere e di avere un'immagine di quello che è accaduto. L’identità di molte delle persone che hanno trovato la morte nelle carceri comuniste è destinata a restare sconosciuta senza lo sforzo di un lavoro documentario e un percorso che porta all' attenzione questa realtà.



La Romania ha visto nascere il regime comunista con tutte le sue conseguenze: il nostro saggio intende far conoscere il periodo delle carceri trasformate negli anni'50 del partito in veri centri di sterminio, in veri gulag.



Abbiamo notato una carenza bibliografica in Italia su questa tematica tranne alcuni lavori, tra cui nomino il volume “I musica per i lupi” di Dario Fertlio che parla del fenomeno della rieducazione del carcere Pitesti.



I fatti storici raccontati nel nostro breve saggio, attraverso le testimonianze dei nostri dieci personaggi (di cui nessuno è più vivente) - non rappresentano una realtà storica che io, le mie compagne del libro, la mia generazione ha studiato durante la scuola perchè, fino al momento della Rivoluzione dell'89 e la caduta del regime, era vietato fare commemorazione, ricordare le vittime, organizzare delle conferenze. Dopo la caduta del regime siamo entrati in contatto con alcuni sopravvissuti ed e stato come un risveglio scoprire migliaia e migliaia di vittime, una realtà ben nascosta del regime.

 


Si possono paragonare le carceri e i campi di lavoro forzato ai lager nazisti?


Si tratta in tutti e due casi di regimi totalitari in cui sono avvenuti gravi violazioni dei diritti umani: esecuzioni individuali e collettive, morti in campi di concentramento, fame, deportazioni, torture e altre forme di terrore fisico di massa, persecuzioni su base religosa o etnica, violazioni della libertà di coscienza, della libertà di stampa e l'elenco può continuare.

A quasi 25 anni di distanza, fare una stima del numero di persone decedute durante il regime in Romania risulta molto difficile a causa della scarsa affidabilità delle fonti di informazione di allora soggette a pesanti controlli.

Secondo i dati forniti dall’Istituto di Investigazione dei Crimini del Comunismo in Romania, un ente che si è impegnato a far conoscere questa realtà storica, durante il regime comunista in Romania esistevano 44 carceri e 72 campi di lavoro forzato in cui sono passati oltre tre milioni di romeni, 800.000 dei quali sono morti. Migliaia di romeni provenienti dal mondo dei contadini ricchi, fedeli ortodossi, greco-cattolici, romano-cattolici, intellettuali, operai, oppure attivisti di partiti storici, sono stati arrestati, rinchiusi nelle carceri, prelevati dalle loro case e uccisi sulle strade, ai bordi dei fossi, nei boschi o sono scomparsi senza lasciare traccia. I nomi e il numero di tutti questi martiri non si sapranno mai.

Oggi alcune carceri sono state trasformate in memoriali dei luoghi della sofferenza. Ad esempio: il carcere Aiud dove oggi esiste un monumento innalzato nella memoria delel vittime. La direzione politica del Paese ha deciso di trasformare nel 1947 la prigione di Aiud in un grande centro di sterminio, per l’élite religiosa e intellettuale dove I detenuti sono stati sottoposti a torture e a un trattamento disumano; oppure il carcere Sighet dove nell'anno 1950 più di cento persone che avevano superato l'età di di 60 anni (ex-ministri, accademici, economisti, militari, storici, giornalisti, politici), sono stati incarcerati, condannati a pene pesanti, altri neppure giudicati.

Vorrei nominare anche il carcere Piteşti, luogo dove è stato condotto il più orrendo esperimento concentrazionario del dopoguerra. Gli oppositori del regime comunista (principalmente studenti universitari, liberali, conservatori, religiosi e cristiani di tutte le confessioni) vengono richiusi a Piteşti con l’obiettivo di rieducarli, di farne degli “uomini nuovi”. Per due anni, dal dicembre 1949 al gennaio 1952, il carcere di Piteşti si trasforma in un vero inferno in cui viene sperimentata una tecnica sconosciuta nell’ambito carcerario, la “rieducazione” dei detenuti politici. I “rieducati” erano obbligati ad autodenunciarsi, a negare se stessi, a denunciare la propria famiglia, gli amici e le fidanzate.


Può anticipare alcune testimonianze riportate nel testo? Per quali valori hanno lottato le persone che hanno perso la vita durante il regime comunista?

Nel buio delle carceri diffuse su tutto il territorio della Romania, un'intera generazione è stata sottoposta a torture e alle sofferenze disumane per aver continuato a credere in una società democratica.

Il legame con il passato, con i valori democratici, con i valori morali, l’amore per la patria, la testimonianza della fede venivano considerati “colpe maggiori”.

Tutto quello che significava i valori tradizionali che avevano accompagnato i romeni per intere generazioni, erano considerati un vero pericolo per il nuovo regime; con pretesti a volte assurdi, si procedeva ad arresti di massa, mentre i detenuti venivano sottoposti a torture di tipo fisico e psicologico a volte fino alla morte.

Molti prigionieri hanno sacrificato la vita in nome dei loro ideali democratici, delle loro convinzioni e della fede come veri martiri. Si tratta di persone incarcerate non solo perché si opponevano al regime e non accettavano il nuovo potere, ma anche perché erano cristiani pronti a testimoniare la fede, un aspetto che agli occhi dei comunisti appariva la “colpa” maggiore da punire cercando anche falsi capi d’accusa.


Il titolo del libro: Le catacombe della Romania - è un modo metaforico per definire le carceri, le celle, in cui hanno sofferto migliaia di detenuti. L'ultimo supporto rimasto nelle carceri era, come testimonia un'intera letteratura memorialistica, il supporto spirituale: la preghiera e la fede in Gesù Cristo. Il regime comunista nutriva un grande odio verso la fede – considerava “i mistici” (i credenti) le persone più pericolose.


Abbiamo ricordato nel libro alcune figure che hanno scontato da dieci a vent'anni di carcere oppure sono morti: padre Gheorghe Calciu Dumitreasa (1925-2006) che ha scontato più di 20 di carcere, il poeta Radu Gyr (1905-1975) condannato a morte per una poesia, il grande filosofo Mircea Vulcanescu (1904-1952) morto ad Aiud; il poeta Vasile Voiculescu (1884-1963) una delle figure più importante della poesia romena del periodo interbelico; il principe e sacerdote cattolico Vladmir Ghika (1873-1954) incarcerato a Jilava (beatificato l'anno scorso dalla Chiesa Cattolica), si spense a 80 anni a causa del trattamento inumano cui era stato sottoposto e tanti altri nomi vittime del regime.

 

Quali sono le aspettative della Romania contemporanea?


Penso sia ancora lunga la strada per arrivare ad un traguardo. La Romania nascosta per cinquant’anni dietro il muro del comunismo, ha attraversato momenti decisivi, incompresi e poco studiati. Un tempo considerata il “granaio d’Europa”, per la sua ricchezza agraria, la Romania è passata ad essere uno dei Paesi più provati dal blocco comunista.

Dopo l'89 sono stati fatti passi importanti: l'ingresso nella NATO, l'ingresso nell'UE, ma ci sono ancora tanti altri passi da compiere in vari settori.

lunedì 12 maggio 2014

Carceri. I confini della dignità: il libro di Patrizio Gonnella, Presidente Associazione Antigone







La pratica penitenziaria evidenzia una distanza tra diritti proclamati e diritti garantiti: parte da qui la riflessione di Patrizio Gonnella, Presidente dell'Associazione Antigone, che nel suo testo - intitolato Carceri. I confini della dignità edito da Jaca Book - ridisegna i confini della pena carceraria attraverso una descrizione qualitativa e critica dei diritti dei detenuti. Si parla di diritto alla vita, alla salute, al voto, al lavoro, agli affetti: diritti che, se tutelati, garantiscono il riconoscimento della dignità umana. E la loro tutela passa attraverso un costante impegno giuridico, politico e culturale.




Abbiamo intervistato per voi Patrizio Gonnella che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.




Qual è la sua opinione in merito alla legge cosiddetta “svuotacarceri”? Le misure adottate sono sufficienti o si può fare di più?



È stato questo un periodo di piccole riforma che hanno segnato un cambio di tendenza rispetto ai precedenti vent’anni. È però ancora una situazione fragile e non necessariamente resistente alle intemperie culturali. Ricordo i pilastri di quella che non è una legge svuotacarceri : norma timida sulle droghe che cambierà di pochissimo in meglio l’orribile legge Fini-Giovanardi. Espulsione facilitata per gli stranieri già in carcere. Qualche giorno di liberazione anticipata in più per chi tiene in carcere regolare condotta, ad esclusione di mafiosi, narcotrafficanti, sequestratori etc. etc. Misure per facilitare il lavoro penitenziario. Istituzione del Garante dei diritti delle persone private della libertà. Tutela giurisdizionale dei diritti per chi oggi non ne ha. A noi questo decreto non convince perché ha fatto poco rispetto a quello di cui il nostro sistema penale e penitenziario avrebbe bisogno. Faccio un elenco: nuovo codice penale di ispirazione non autoritaria; nuova legge sulle droghe non proibizionista e punitiva; abrogazione totale della legge Cirielli sulla recidiva che in parte sopravvive grazie a chi lo scorso agosto l’ha salvata dall’abrogazione; garanzie di rispetto della dignità umana per chi è dietro le sbarre.

In che modo si può modificare l'approccio culturale relativo al carcere, ai detenuti? Ovvero, in che modo si può pensare alla persona detenuta, appunto come a una “persona”?


È un percorso che richiede un diverso approccio sociale e culturale. È necessaria una svolta umanocentrica di tipo universalista capace di superare la logica violenta che governa oggi le decisioni politiche. Le parole chiave sono dignità umana e nonviolenza. Solo la nonviolenza come fine e come mezzo è capace di produrre un cambio di paradigma nel nome dell’uguaglianza e della solidarietà.


In base alla sua lunga esperienza professionale, quali sono gli istituti di pena italiani in cui vengono tutelati i diritti dei detenuti e quali, invece, quelli in cui è necessario intervenire? Può farci alcuni esempi?


Più che fare esempi indicherei modelli. Esistono modelli di carcere fondati sulla umiliazione, la deresponsabilizzazione, l’infantilizzazione. In questi istituti il detenuto è ridotto a cosa non pensante. E’ questo un modello fintamente correzionale, ma sostanzialmente autoritario. Poi vi sono poche carceri dove si sperimenta una vita sociale fondata sulla responsabilità e sulla somiglianza alla vita vera, quella libera. Questo è un modello sano e umanocentrico. Purtroppo non è il modello prevalente.

 

Parliamo della burocratizzazione della giustizia e delle persone recluse in attesa di giudizio...


Due grandi tumori della giustizia italiana. La burocratizzazione della giustizia ha prodotto una selezione classista delle punizioni. Nella burocrazia i ricchi si insinuano bene, dilatando i tempi e sfruttando le garanzie che tali non sono offerte dalla macchina amministrativa che non funziona. Per quanto riguarda le persone in attesa di giudizio, il loro grande numero è l’esito di un processo penale troppo lento. La custodia cautelare in Italia è la risposta di polizia alla giustizia penale fallace e burocratica.



Nel 1999 l'Associazione Antigone ha stilato un rapporto dal titolo “Il carcere trasparente”: quanto è importante accendere i fari sul tema delle condizioni di sopravvivenza negli istituti penitenziari e cosa possono fare, in tal senso, gli organi di stampa ?


I media sono decisivi per far uscire il carcere, le sue storie, le sue contraddizioni, le sue violenze, i suoi numeri dal cono d’ombra dove periodicamente finisce. La pena nella pre-modernità era pubblica in quanto doveva essere un monito. Oggi è stata giustamente sottratta agli sguardi vouyeristici. Ma è stata anche confinata in ambienti oscuri e inaccessibili a chi deve controllarne la legalità.

sabato 10 maggio 2014

Il mondo si mobilita per le studentesse nigeriane

Le donne in rosso di Abuja non si fermano e, insieme a loro, si mobilita, finalmente, anche la comunità internazionale. Cortei, tweet, striscioni per la liberazione delle studentesse nigeriane sequestrate dal gruppo terrorista di Boko Haram nello Stato del Borno, nel nord della Nigeria.

Boko Haram” in italiano significa “l'educazione occidentale è peccato” : i loro seguaci, estremisti islamici chiamati anche i “talebani d'Africa”, vogliono togliere il controllo dell'area del Paese a quell'Occidente corrotto, secondo loro, moderno, liberale e, per questo, pericoloso per le tradizioni. E, quindi, la rappresaglia inizia dalle scuole: le ragazze e le bambine (anche di età compresa tra i 9 e i 15 anni), accusate solo perchè ricevono un'istruzione, vengono trascinate via con la forza dalle loro case e dalle scuole per poi essere vendute come schiave nei mercati, in Ciad e in Camerun, come dichiarato dai leaders della setta, costrette alla conversione con ogni sorta di violenza ed essere anche date in “spose” ai loro carcerieri.  


In Nigeria si contano oltre 250 gruppi etnici, si parlano 10 lingue ufficiali; è il Paese che rilancia l'economia africana e patria di Nollywood, la più grande industria cinematografica del continente, ma il suo governo si è accorto troppo tardi di quello che sta accadendo. Solo ora che la comunità internazionale sta puntando i riflettori sul Paese, il Presidente Goodluck Jonathan ha chiesto aiuto e rinforzi.

La risposta c'è stata: gli USA hanno disposto l'invio di agenti dell'FBI e di uomini delle forze speciali; il Ministro della difesa francese, Jean-Yves Le Drian, ha dichiarato che fornirà tutta l'assistenza necessaria per riportare a casa le ragazze; anche Al Ahzar, la più importante istituzione teologica sunnita, ha chiesto ufficialmente a Boko Haram di rilasciare le studentesse.

Alle forze politiche si aggiunge il coro delle società civili che, in tutto il mondo, si sono unite nella campagna BRINGBACKOURGIRLS. E anche noi, dall'Italia, possiamo far sentire la nostra voce.

lunedì 17 marzo 2014

La legge svuotacarceri e la giustizia riparativa



Il 19 febbraio scorso è diventato legge il decreto “svuotacarceri” con 147 voti a favore e 95 contrari in Senato senza modifiche rispetto al decreto votato dalla Camera dei deputati.

La legge si pone due obiettivi: quello, appunto, di evitare il sovraffollamento e, di conseguenza, anche quello di garantire maggiori diritti ai detenuti.

La nuova norma prevede: lo sconto di pena con un affidamento in prova ai servizi sociali per i più meritevoli e la liberazione anticipata – che passa da 45 a 75 giorni – sempre per chi tiene una buona condotta. Questa misura vede esclusi i boss e i delinquenti che si sono macchiati di reati gravi. Inoltre, è stato stabilito che il giudice possa decidere di assegnare i domiciliari per gli ultimi 18 mesi di reclusione e tale misura diventa stabile;per la detenzione domiciliare viene ampliato l'uso dei braccialetti elettronici e, in caso in cui il magistrato non lo facesse adottare, deve spiegare le motivazioni della sua decisione, in forma scritta.

Per quanto riguarda i tossicodipendenti: viene ipotizzato l'affido terapeutico nelle comunità di recupero anche in caso di recidiva di reati minori.

Novità importanti, inoltre, per quanto riguarda gli immigrati: è stato abolito il reato di clandestinità ed è stata potenziata l'espulsione immediata in alternativa agli ultimi due anni di pena, in caso di reati minori. Infine, le procedure di identificazione devono essere avviate subito dopo la carcerazione.

Ma, forse, non tanti sanno che, in Italia, si è avviata, da qualche tempo, anche una forma di giustizia che vede a confronto vittima e reo: si chiama “giustizia riparativa”.

La giustizia riparativa o “rigenerativa” considera il reato in termini di danno alle persone per cui l'autore del reato deve porre rimedio alle proprie azioni: il metodo prevede un coinvolgimento e una forma di collaborazione tra l'agente del reato, la vittima e la comunità civile che devono, insieme, trovare una soluzione concordata al danno.

Sempre nel mese di febbraio, l'Associazione per i Diritti Umani ha seguito l'incontro, organizzato dal Centro Asteria, con Agnese Moro (il video dell'incontro è disponibile sul canale Youtube dell'Associazione) e, in quell'occasione, è intervenuta Biancamaria Spricigo, dottore in ricerca presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica di Milano, che ha spiegato l'utilità della giustizia riparativa anche per un eventuale recupero delle persone che hanno commesso azioni sbagliate e per un loro possibile reinserimento nella società.


Vi proponiamo il video dell'intervento dell'Avv. Biancamaria Spricigo.


martedì 4 febbraio 2014

Il punto di Antigone sulla situazione carceri



Il 28 gennaio scorso si è svolto a Milano un incontro, presso l'Urban Center, in cui si è discusso ancora del problema del sovraffollamento delle carceri italiane e, in particolare della situazione dei detenuti negli istituti penitenziari della Lombardia.

Siamo una Regione molto particolare dal punto di vista carcerario” ha affermato Valeria Verdolini, presidente lombardo dell'Associazione Antigone “ con ben 19 diversi istituti detentivi. Un fenomeno di grandi dimensioni, quindi, ma al quale è possibile approcciarsi in maniera costruttiva grazie alla rete esistente a livello locale e che unisce le strutture di volontariato, le associazioni, le istituzioni”.

Antigone monitora periodicamente le carceri e racconta ciò che vede. Nel IX e ultimo rapporto dell'associazione sulle condizioni di detenzione, intitolato “Senza dignità”, i dati riferiscono che le regioni italiane più affollate sono la Liguria, la Puglia e il Veneto; al 31 ottobre 2012 i 66.685 detenuti sono in maggioranza uomini e italiani; le donne rappresentano il 4,2% della popolazione carceraria e il 35,6% è rappresentato dagli stranieri. Le nazionalità più presenti sono quella marocchina, romena, tunisina, albanese e nigeriana. Nel report si ricorda che: “Con una sentenza del 28 aprile 2011 la Corte di Giustizia Europea ha dichiarato incompatibile con la Direttiva rimpatri l'articolo 14, commi 5 ter e 5 quater, del Decreto Legislativo n. 286/1998, che prevedeva la detenzione in caso di mancata ottemperanza all'ordine del Questore di allontanarsi dal territorio italiano. Dopo una iniziale incertezza, si è di fatto proceduto per decreto legge alla modifica di questo reato, escludendo il ricorso al carcere. Ad oggi, però, la percentuale degli stranieri tra i detenuti è scesa di poco rispetto al dicembre del 2010, quando era del 36,7%”.

La ricerca riporta un dato inquietante: quello relativo agli atti di autolesionismo o ai tentati suicidi; a questo si aggiunge il fatto che il 70% dei detenuti è malato e che le patologie più comuni sono i disturbi psichici, le malattie dell'apparato digerente e le malattie infettive e parassitarie.

Qualche passo avanti è stato fatto, nella tutela dei diritti dei detenuti, con il piano di riorganizzazione avviato a livello ministeriale che ha ridotto il numero di ore che il detenuto deve trascorrere chiuso in cella, a favore di una maggiore possibilità di movimento all'interno della struttura: “Altre iniziative necessarie sono quelle miranti ad ampliare l'offerta di attività formative e ricreative” ha sostenuto Alessandra Naldi, Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Milano e ha aggiunto: “In questo Bollate è diventata un vero e proprio modello per la sua capacità di sfruttare le risorse del territorio; Opera, invece, deve ancora completare questo processo di apertura verso l'esterno”. Diversa la situazione a San Vittore perchè, ha sottolineato sempre il Garante, sono evidenti i problemi igienici e “la popolazione presenta emergenze di carattere sociale, con molti stranieri privi di permesso di soggiorno e detenuti affetti da problemi di salute mentale e di tossicodipendenza”.

Da Milano a Roma: a Rebibbia Antigone, in due anni di attività, ha effettuato 1.149 colloqui e, tra i diritti negati, quelli che più pesano sulle condizioni dei detenuti riguardano la lontananza dai propri affetti e il diritto alla salute.

Infine, un grande ostacolo al miglioramento delle condizioni di vita negli istituti carcerari è costituito dalla mancanza di fondi: “ Assistiamo a un estremo impoverimento del sistema penitenziario”, ha affermato Daniela Ronco, coordinatrice dell'Osservatorio Nazionale sulle condizioni di detenzione di Antigone, "mancano i fondi per qualunque tipo di attività all'interno del carcere, per il lavoro, per lo studio e per tutti gli altri progetti che potrebbero rendere meno afflittiva la vita nelle strutture detentive”.



martedì 21 gennaio 2014

L'iter burrascoso del decreto svuotacarceri



Alla fine del 2013 è stato approvato, con il decreto legge n. 146, l'abbassamento della pena massima da 6 a 5 anni per i reati di lieve entità come, ad esempio, lo spaccio di sostanze stupefacenti che è la principale causa del sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani. Ma l'iter della riforma carceraria prosegue: dal 14 gennaio, infatti, la Commissione Giustizia, in Senato, ha esaminato quattro ddl sui temi dell'amnistia e dell'indulto.

Secondo l'articolo 1 del ddl 20, unificato al 21, "è concessa amnistia per tutti i reati commessi entro il 14 marzo 2013 per i quali – si legge - è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, ovvero una pena pecuniaria". All'articolo 3 del ddl si legge che "è concesso indulto, per tutti i reati commessi fino a tutto il 14 marzo 2013, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per le pene pecuniarie". Previste anche misure di revoca o esclusione dell'indulto e di rinuncia all'amnistia. Vengono affidate al ddl 21 altre norme che entrano più nello specifico sia dei reati previsti sia da quelli esclusi ma che ancora devono concludere l'iter di discussione in commissione Giustizia, presieduta da Francesco Nitto Palma (Forza Italia). L'esame congiunto riprenderà l'8 gennaio 2014. Il ddl 21 prevede, per esempio, che l'indulto non si applica a pene per associazione mafiosa anche straniera, riciclaggio denaro sporco, strage, usura, sequestro di persona a scopo d'estorsione, saccheggio, associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e anche produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti o psicotrope. Queste sono solo alcune delle novità introdotte dai due ddl, l'esame adesso entrerà nel vivo con il seguito della discussione e l'esame congiunto degli altri due dei quattro disegni di legge.

Non serve a risolvere il problema del sovraffollamento, è molto peggio di un indulto. E, soprattutto, premia i mafiosi”. Questo il commento del procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita, esaminando il decreto svuotacarceri. Ardita è una delle persone più competenti in materia essendo stato per nove anni direttore generale dei detenuti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e spiega che le critiche più pesanti riguardano la “liberazione anticipata speciale”, ovvero la norma che porta da 45 a 75 i giorni di sconto concessi ogni sei mesi di detenzione. Misura che prevede una retroattività al 2010. “Avendo deciso di affrontare il sovraffollamento rinunciando alla sanzione penale – scrive Ardita nella sua relazione –, il legislatore d’urgenza sembrerebbe da un lato aver effettuato una opzione minimale, e dunque certamente non in grado di risolvere il problema dell’affollamento, e dall’altro avere scelto i soggetti da scarcerare tra i mafiosi e i più pericolosi ( condannati a pene lunghe) e solo in parte minima tra coloro che sono stati raggiunti dall’intervento penale a pioggia (in primo luogo extracomunitari e tossicodipendenti)”.
La misura prevista dal decreto si applica a tutti i detenuti, 416-bis compresi, perché si basa come unico presupposto sull’“opera di rieducazione. Che, attenzione, non vuol dire altro che colloqui con la famiglia, attività teatrali, attività sportive. Nessuno escluso, dunque. Ma quanto la liberazione anticipata inciderà realmente sul problema per cui Strasburgo rischia di condannarci, e cioè il sovraffollamento? Non potrà che incidere in modo molto marginale – scrive Ardita – "potendo riguardare al più qualche migliaio di soggetti.
Non usciranno certo di galera i poveri cristi, o saranno pochissimi, mentre verranno premiati – non si sa a fronte di cosa – coloro che sono stati condannati a pene lunghe. TRADOTTO: chi deve scontare, da sentenza, sei anni di carcere potrebbe uscire dopo tre anni e mezzo. “Anche un penitenziarista poco esperto – prosegue il procuratore aggiunto – può ben comprendere come uno strumento così concepito venga a minare alle fondamenta i principi stessi del trattamento penitenziario, che presuppone sempre percorsi nei quali i benefici siano il frutto di sacrificio, attraverso la revisione critica del proprio passato criminale e la provata volontà di reinserirsi nel tessuto sociale”.
Un regalo, bello e buono, a chi ha commesso gravi delitti e non ha mostrato neanche il minimo segno di pentimento. C’è poi un altro elemento che vale la pena evidenziare. Il ministro Cancellieri ha messo in piedi il decreto per svuotare le carceri sovraffollate, ma coloro che hanno condanne pesanti, i criminali veri, sono in celle doppie o al massimo triple, non sono certo stipati come bestie sulle brandine a quattro piani.
Più che rispondere alle accuse di Strasburgo, il provvedimento potrebbe tornare utile a delinquenti dentro i nostri confini". Ardita conclude la sua relazione con una domanda importante: perché destinare il costo sociale di quest’operazione ai cittadini, che ne pagherebbero la pericolosità, visto che – statisticamente – il numero dei reati aumenterebbe?



Intanto vi segnaliamo la seguente iniziativa che ci sembra utile e interessante
 
 

carcerAzioni. Prigionie dei nostri tempi

Sono la libertà e la sua privazione i temi centrali dell'iniziativa carcerAzioni. Prigionie dei nostri tempi, che dal 7 dicembre 2013 all'11 aprile 2014 coinvolgerà alcuni spazi dedicati alla cultura di Roma Capitale - Casa della Memoria e della Storia, Casa dei Teatri, Sala Santa Rita, Nuovo Cinema Aquila, Teatro di Villa Torlonia - oltre al Museo storico della Liberazione di Via Tasso e al Museo Laboratorio della Mente.
Attraverso mostre, incontri, letture, proiezioni, laboratori e performance, carcerAzioni ricerca e approfondisce il significato di libertà, un valore oggi sempre più negletto, incerto ed esposto al rischio di perdita delle garanzie conquistate nella storia dell'umanità. La prigionia nelle carceri, l'isolamento dal mondo per scelta o impedimento fisico, il disagio esistenziale diventano temi di una serie di appuntamenti, momenti di approfondimento che aprono lo sguardo sull'altro per riconoscervi la nostra stessa condizione, soltanto apparentemente differente.
La scelta del tema nasce dall'osservazione delle enormi trasformazioni a cui tutti assistiamo e che stanno modificando anche il nostro quotidiano, come le trasmigrazioni da un bacino all'altro del Mediterraneo, dal Sud al Nord del mondo, causa di tragiche sofferenze umane. Il mondo occidentale e democratico è uno snodo fondamentale per tornare a discutere di libertà dell'individuo contemporaneo, di prigioni come metafora dell'esistenza umana, di segregazione come vera e propria chiusura al mondo, impedimento come reclusione. Un approfondimento sul "carcere" nel senso etimologico della parola, dal latino "càrcer" - recinto, chiuso e quindi prigione - che ha radice dal verbo co-èrcio da cui il significato di luogo ove si restringe, si rinchiude ed anche si castiga e si punisce.

Per il programma completo della manifestazione: www.comune.roma.it/cultura




martedì 26 novembre 2013

Sistema carceri


A pochi giorni dal messaggio del capo dello Stato,Giorgio Napolitano,rivolto ai Presidenti delle Camere in cui chiedeva di risolvere l'emergenza del sovraffollamento delle carceri, un giovane di ventinove anni si è tolto la vita nell'istituto di pena di Benevento, impiccandosi ad una finestra della cella. L' associazione Stretti Orizzonti riferisce che, con questo ultimo episodio, salgono a 46 i detenuti suicidi dall'inizio dell'anno e a 141 il totale dei decessi in carcere.
Torna, quindi, al centro del dibattito, anche politico, la questione del sovraffollamento e del miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti. Il Guardiasigilli, Annamaria Cancellieri, durante il congresso dei Radicali Italiani a Chianciano, ha sottolineato il fatto che: “ Non è più un problema di sovraffollamento delle carceri” ma che “Il problema è più ampio, diverso e coinvolge non soltanto le condizioni dei detenuti nelle acrceri, ma anche il modo in cui si trovano a lavorare gli agenti della polizia penitenziaria e i magistrati di sorveglianza”.
Il Ministro ha anticipato anche alcuni provvedimenti proposti durante l'incintro,a Strasburgo, con il segretario generale del Consiglio d'Europa, Thorbjorn Jagland. Il cosiddetto “piano carceri” prevede: l'approvazione di un decreto legge che riduca i flussi d'ingresso in carcere e che renda più fluido l'accesso alle misure alternative: in tal senso, si propone di adottatre un provvedimento che preveda minori sanzioni per i tossicodipendenti e percosri facilitati di rimpatrio per gli stranieri, in linea con le direttive dell'Unione Europea.
Un secondo obiettivo riguarda l'ampliamento del modello di detenzione “aperta” che riguarda la permanenza fuori dalle camere di pernottamento per 8 ore al giorno e la creazione, all'interno degli istituti, di spazi per attuare attività ricreative e laboratori rivolti al reinserimento del detenuto nel mondo del lavoro e nella società.
Infine, è previsto un potenziamento delle strutture penitenziarie che porterà, entro la fine dell'anno, ad altri 2000 posti in edifici nuovi e all'aumento di 4.500 posti in quelli già esistenti.

Riproponiamo, per voi, il video di un incontro organizzato, prima dell'estate, dall'Associazione per i Diritti Umani in collaborazione con Spazio Tadini




Ma il dibattito continua. Vi segnaliamo, inoltre, un'iniziativa che verrà presentata oggi, martedì 26 novembre, 2013 presso l'Urban Center, alle ore 18.00 in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano. Consigli di lettura su carcere e dintorni



Quante sono le persone detenute negli istituti penitenziari di Milano? Come si fa a sopravvivere in sei persone in una cella di 3 metri per 4? Come si passa la giornata chiusi in un "locale/loculo"? Qual è la condizione di chi vive in un regime carcerario "duro"? Cosa significa per una donna e per una mamma essere detenuta? Come funziona il sistema della giustizia minorile e perché è diverso da quello degli adulti?Per rispondere a queste e a tante altre domande simili, l'Ufficio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale propone un ciclo di incontri e di presentazione di libri per conoscere e appronfondire le varie sfacettature del mondo del carcere e della penalità.
OSPITI: DAVIDE DUTTO, fotografo e GIORGIA GAY, antropologa-giornalista
Come si fa a sopravvivere per mesi o per anni in una cella di pochi metri quadri, chiusi fino a ventun'ore al giorno in compagnia di altre tre, o quattro, o cinque persone? Come si fa a far trascorrere intere giornate senza avere assolutamente mai niente da fare? Come si fa a difendere la propria identità all'interno di un sistema che tende ad annullare la personalità di chi sta chiuso al suo interno?
Davide Dutto è fotografo,coautore con Michele Marziani del libro "Il gambero nero" (Edizioni Cibele) e promotore dell'associazione "Sapori reclusi" che, partendo dal comune bisogno dell'uomo di nutrirsi, vuole riunire uomini e donne che vivono nascosti agli occhi dei più, con il resto della società.
Giorgia Gay è antropologa, giornalista ed autrice dell'e-book "... e per casa una cella - I detenuti e lo spazio: tattiche di reazione e domesticazione", una ricerca sulla percezione e l'utilizzo dello spazio in una comunità ristretta.
Al dibattito interverranno Emilio Caravatti e Lorenzo Consales, docenti a contratto del Politecnico di Milano, per raccontare un'esperienza di interazione tra studenti di architettura e persone detenute sulla riprogettazione degli spazi del carcere.
Un ricettario "galeotto" nel quale confluiscono piatti, sapori e metodi di preparazione provenienti da tutto il mondo, perché la globalizzazione è arrivata anche in carcere. Un libro fotografico (un racconto in immagini, realizzato assieme al direttore, alle educatrici, alle assistenti sociali e al comandante della polizia penitenziaria) per illustrare la vita quotidiana dei detenuti del carcere piemontese di Fossano. Un ricettario nel quale per un detenuto il cibo diventa un momento in cui affermare i propri gusti e il proprio saper fare, e un modo per ricordare gli affetti e condividere un momento di piacere.
Una cella di tre metri per due, un corridoio di circa 30 passi, un cortile (definito "passeggio"), per stare all'aria aperta; in questi spazi, circondati da muri, cancelli e porte blindate, si svolge la vita di una comunità molto numerosa ma nascosta, relegata ai margini: la comunità dei detenuti. Si tratta di migliaia di persone in tutta Italia che vivono, mangiano, respirano in un mondo quasi fuori dal tempo e dallo spazio, una sorta di non-luogo impenetrabile. E' una comunità che ha un proprio ordine, regole e dinamiche interne assolutamente originali. Ma soprattutto è una comunità "ristretta" nella libertà ma anche negli spazi, che abita un mondo che si esaurisce in pochi metri quadri.





mercoledì 9 ottobre 2013

Giorgio Napolitano e l'emergenza carceri

Il Presidente Giorgio Napolitano ha riportato all'attenzione del Parlamento il problema dell'emergenza carceri, ricordando che  "l'intollerabile congestione ...dà all'Italia il primato di sovraffollamento tra gli Stati dell'UE con il 140,1%, mentre  la Grecia è al 136,5%". Il Presidente ha parlato di indulto "che non incide sul realto e può applicarsi ad ambito esteso".
Il nostro Paese è stato condannato da Strasburgo a causa del sovraffollamento degli istituti di pena e ha un anno di tempo per conformarsi alla richiesta di soluzione che giunge dalla Corte europea.
In occasione del discorso di Napolitano, riproponiamo il video  dell'incontro organizzato dall'Associazione per i Diritti Umani nello scorso mese di giugno.








lunedì 1 luglio 2013

Video della serata in occasione della campagna sulle tre leggi popolari: tortura, droga e carceri

Pubblichiamo il video della serata che l'Associazione per i Diritti Umani, in collaborazione con Spazio Tadini, ha organizzato in occasione della campagna per la raccolta firme sulle tre leggi popolari riguardanti l'inserimento del reato di tortura nel nostro sistema legislativo, l'uso di droghe e sostanze stupefacenti e le condizioni dei detenuti nelle carceri; una campagna nata dopo la sanzione che il nostro Paese ha ricevuto, a gennaio, dalla Corte europea per i diritti umani a causa del sovraffollamento degli istituti di pena. Una serata molto importante che si è potuta realizzare, nonostante il nubifragio a Milano, grazie alla presenza dei relatori, all'interesse del pubblico e all'impegno di tutti. Ringraziamo anche Mattia e Alessandro Levratti che, non potendo partecipare di persona, hanno realizzato una presentazione video del loro documentario intitolato “La prigione degli altri” che è stato molto apprezzato.





 

giovedì 9 maggio 2013

Oltre la paura: un saggio sulle derive e le speranze di una società civile e democratica




Edito da Feltrinelli, è da poco stato pubblicato il saggio Oltre la paura. Cinque riflessioni su criminalità, società e politica di Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli, docenti di criminologia presso l'Università di Milano Bicocca. Sicurezza sociale, pene sicure, paura nella convivenza: questi sono alcuni degli argomenti approfonditi nel saggio in cui si parla anche di una dimensione penale e di politiche di sicurezza democratiche da mettere in atto in funzione di una società, finalmente, aperta e,soprattutto, civile. Senza perdere di vista i diritti e i doveri che appartengono a tutti i cittadini.




Abbiamo rivolto alcune domande agli autori.

Cosa legittima, oggi in Italia, il sentimento della paura?

La paura segnala l’imminenza di una crisi di sistema; è il sentimento che più di ogni altro è in grado di significare la perdita di certezze e l’isolamento dell’individuo di fronte a trasformazioni epocali. In un certo senso è come se la paura della violenza avesse oggi la funzione di ordinare l’esperienza quotidiana e gli avvenimenti collettivi intorno a nuclei di significato condivisi. Proprio come l’ira di Achille nel mondo antico: prendendo spunto dalle riflessioni di Mario Vegetti, storico della filosofia antica, come l’ira, rappresentata letterariamente nell’Iliade, costituiva un’esperienza affettiva fondamentale in quanto reiterava la riluttanza diffusa verso una condizione di perdita della libertà, così oggi la paura – rappresentata nei luoghi della politica, nei mass-media, nella cinematografia e nelle fiction, nei discorsi quotidiani – esprime l’inquietudine diffusa che si possa regredire a uno stato di in-civiltà. Si teme di ritornare a una condizione di homo homini lupus, di guerra di tutti contro tutti, di violenza incontenibile perchè non più ingabbiata in quel progetto moderno fondato sull’idea di Stato-nazione in grado di garantire sicurezza e promuovere libertà, uguaglianza e fraternità.



Da chi e perchè viene inculcata la paura? Forse per ottenere un maggior controllo della società oppure per l'incapacità di gestire la criminalità?

Quel che è certo è che la propagazione sociale della paura non dipende, come si ritiene normalmente, da una sommatoria in crescita delle paure individuali. I dati delle ricerche che citiamo nel libro dimostrano una sostanziale stabilità dei livelli di paura della criminalità negli ultimi 15-20 anni. E probabilmente non è neanche semplicemente l’esito programmato di una manipolazione politico-mediatica. Certo che esistono imprenditori della paura, che speculano e costruiscono fortune e carriere sulla costruzione di campagne di allarme sociale. Ma ciò che caratterizza questi anni, rispetto a qualche decennio fa, è la pervasività dei discorsi sulla paura. Emerge, cioè, una rinnovata centralità del sentimento della paura come passione collettiva, intesa come stato affettivo diffuso che si costruisce culturalmente in relazione a una certa idea di società e come apparato significante, che orienta le mentalità e sensibilità e il modo in cui percepiamo ciò che sta intorno a noi. In questo modo, la paura entra, senza che ci sia necessariamente una regia, nella politica, vale a dire nelle decisioni e negli atti che organizzano la vita sociale e, prima ancora, nelle mentalità e sensibilità che competono nell’orientare quelle decisioni. La paura s’impone nei rapporti tra istituzioni, fino a diventare, per esempio, la conditio sine qua non dell’accesso a finanziamenti pubblici: se non si descrive il proprio territorio come insicuro e caratterizzato da allarme sociale non si ottengono finanziamenti per riqualificare quartieri degradati, per realizzare impianti di illuminazione nei parchi e per aumentare la qualità dei servizi. La paura diventa criterio per la protezione dei propri spazi vitali (casa, automobile) come per la progettazione e la riqualificazione urbanistica di quartieri popolari delle grandi città, ri-orienta i programmi sociali degli enti locali, ridisegna gli spazi pubblici, ridefinisce la vita sociale, influisce sugli stili educativi.



Quali sono, quindi, le politiche in atto relative alla sicurezza? Potete farci alcune esempi. E in che modo si potrebbe, invece, progettare una società civile aperta e pronta all'inclusione?

La paura dei barbari è ciò che rischia di renderci barbari”[1]. In queste poche parole di Tzvetan Todorov si condensa il circolo vizioso della paura, la quale, in una sorta di profezia che si autoavvera, legittima politiche che, con l’intento di rassicurare, finiscono per produrre proprio quella regressione della civiltà tanto temuta. La paura orienta e legittima comportamenti disumani, restrizioni illiberali e politiche discriminatorie; sostiene e attribuisce significato a innovazioni legislative e pratiche amministrative che affermano un’idea distorta di cittadinanza la quale si caratterizza sempre più marcatamente come dispositivo di esclusione (e non più d’inclusione) dall’area dei diritti. I casi sono innumerevoli, in Italia e all’estero: dalle Civility Laws statunitensi all’introduzione del reato di ingresso illegale in Italia, dagli Anti Social Behaviour Orders britannici alle ordinanze dei Sindaci sulla sicurezza urbana, dalle restrizioni discimnatorie nell’accesso ai servizi pubblici alla progettazione di spazi blindati e di comunità chiuse.
Per interrompere questa spirale, nell’ultimo capitolo riflettiamo su concetti (come fraternità, fiducia, eguale rispetto, libertà e diritti, dignità, capacità) ed esperienze “esemplari” che a essi si ispirano perché diventino nuovi vettori per ridirigere in senso democratico le politiche pubbliche nel campo penale. Tra queste esperienze diamo particolare risalto all’intuizione del Maestro Abreu, consolidata nel Sistema delle Orchestre Giovanili del Venezuela, di affrontare il problema delle sofferenze urbane fuori da una logica assistenziale e caritatevole, per dotare le persone di capacità. Abreu ha sottratto decine di migliaia di giovani dal rischio di entrare in gang criminali e violente, li ha riscattati da una situazione di miseria materiale e spirituale, dando loro la forza per lottare per il proprio futuro e per quello delle persone a loro vicine. Ci sembra il modo migliore  per dimostrare che un'altra sicurezza è possibile.


Le città italiane - anche dal punto di vista architettonico - sottolineano la necessità di separare, dividere (per contenere l'ansia, la paura, le angosce) invece di favorire le relazioni tra le persone...

Le gated communities sono forse l’esempio più noto di come le città si stiano trasformando attraverso nuove forme di architettura segreganti ed escludenti. Si tratta di comunità residenziali, generalmente abitate dalle classi sociali agiate, i cui accessi sono controllati da guardie giurate o da sistemi di videosorveglianza, e il cui perimetro è costituito da mura o cancellate, coronate da filo spinato o allarmate. Sono sempre più diffuse nei suburbs delle grandi aree metropolitane, tra cui, in modo eclatante, quella di Los Angeles. Ma è una tendenza che riguarda anche l'Europa e l’Italia. Va detto che questa ricerca di un rifugio protetto non produce quasi mai la sicurezza sperata. Numerosi studi hanno mostrato come anche in luoghi blindati e apparentemente omogenei al loro interno le paure si diffondono per una maggiore percezione del rischio d’infiltrazione e d’ingresso di estranei all’interno di un territorio ritenuto inviolabile, in modo direttamente proporzionale all’ostentata chiusura degli spazi di vita.


Nel saggio si parla delle carceri e degli ospedali psichiatrici: potete anticiparci il vostro pensieri riguardo a questi istituti? E qual è la vostra opinione sui CIE ?

Nel saggio riflettiamo, col supporto dei dati e della letteratura criminologica, sociologica e psichiatrica, sul processo di de-istituzionalizzazione e nuova istituzionalizzazione nel campo della salute mentale, sull’aumento della popolazione carceraria e sul fenomeno poco studiato della psichiatrizzazione del carcere.
Più in generale rileviamo come la domanda di sicurezza stia riportando in auge la funzione d’incapacitazione dei delinquenti e, parallelamente (come troppo spesso è capitato nella storia) dei sofferenti psichici, accompagnata da discorsi neo-retributivi (“se lo meritano”, “devono marcire in cella”, “bisognerebbe buttare via la chiave”). La stessa logica incapacitante – che nasconde alla città i problemi che non sa e non vuole affrontare – sostiene l’operatività dei Cie e rischia di affermarsi, se non si pone un argine anzitutto culturale, anche nel processo di riarticolazione istituzionale connesso alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari posta dalla legislazione. Sono molti i motivi di preoccupazione, primo tra tutti il fatto che le nuove strutture sanitarie regionali atte a ospitare i sofferenti psichici socialmente pericolosi finiscano col riprodurre surrettiziamente il modello custodiale degli attuali OPG, privati persino delle garanzie formali previste nel codice penale. Ma sappiamo che dal buon esito di questo percorso dipenderà in parte il miglioramento delle prestazioni di cura dei detenuti e quindi il rispetto di un loro diritto inviolabile, quello alla salute.





[1] T. Todorov, La Peur des barbares Au-delà du choc des civilisations, Paris, Robert Laffont, 2008, tr. it. di E. Lana, La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà, Milano, Garzanti, 2009, p. 16.

mercoledì 6 febbraio 2013

Il digiuno di Don Virginio Colmegna. Sui temi del diritto, delle carceri e della dignità

Anna - ma è il suo nome di fantasia - è una ragazza rom di 27 anni, madre di tre figli che, nel 2006, era finita a chiedere l' elemosina nelle metropolitane di Milano ed era stata denunciata per accattonaggio. Si era rivolta alla Casa della carità - presieduta da Don Virginio Colmegna - dove aveva preso dimora fino al 2010 quando era riuscita a trovare una casa per sè e per i propri bambini. Aveva anche iniziato un percorso di inclusione nella società con il proprio domicilio, un lavoro presso una persona molto nota della città e con la possibilità d mandare i figli a scuola.
Ma, dopo sette anni, è stata arrestata. E' accaduto poci giorni fa e Anna non sapeva neanche della condanna perchè l'avvocato d'ufficio non l'aveva messa al corrente del processo a suo carico. La giovane donna deve scontare sei mesi nel carcere di Como con l'accusa di "accattonaggio con minore". Il reato di accattonaggio è stato abrogato nel 1995 dalla Corte Costituzionale; oggi rimane quello di "accattonaggio con minore" che prevede una pena fino a tre anni.
Don Virginio Colmegna ha iniziato il digiuno a oltranza e dichiara che: " Non è una protesta solo per Anna, ma contro le carceri in generale. Altro che balle: il sovraffollamento è dovuto al fatto che in galera ci sono centinaia di persone che non dovrebbero starci. Come questa ragazza di 27 anni rumena.  Tutta gente che dovrebbe intraprendere percorsi di riabilitazione. Oggi il carcere serve solo a rompere e rovinare belle storie di recupero. Digiunerò fino a quando (Anna) non verrà scarcerata".
Casa della carità - insieme all'associazione Antigone, Camera penale di Milano, Centro Ambrosiano di solidarietà, Osservatorio carcere e territorio di Milano - ha presentato , a Palazzo Marino, un appello dal titolo:  Carcere, diritti e dignità perchè, come sostiene Corrado Mandreoli dell'Osservatorio: " Sovraffollamento, carenze igieniche, mancanza di risorse per progetti di reinserimento, sono solo alcuni dei problemi. E tutti devono farsene carico". Nell'appello di chiedono: la depenalizzazione dei reati minori, più pene alternative alla detenzione e la cancellazione di tre leggi: la Fini-Giovanardi sull'uso di alcune sostanze stupefacenti; la Bossi-Fini sull'immigrazione; e la ex-Cirielli sulla recidiva.