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martedì 28 aprile 2015

Ad un anno dal rapimento delle studentesse nigeriane da parte di Boko Haram



Pochi giorni fa, il 14 aprile scorso, è ricorso l'anniversario del rapimento delle studentesse nigeriane da parte di Boko Haram, ma pochi hanno riportato la notizia e sembra che l'interesse verso questa grave situazione sia scemato nel corso del tempo.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato il giornalista Lorenzo Simoncelli che ha avuto occasione di parlare con alcune delle ragazze che sono riuscite a scappare dai rapitori. Ringraziamo moltissimo Simoncelli per il tempo che ci ha dedicato e per le notizie che ci ha voluto fornire.





Come si è preparato e organizzato per questo viaggio?



Rispetto agli altri viaggi professionali, c'è stato da limare tutto l'aspetto legato alla sicurezza. Sono andato nel Nord Est del Paese, cioè nella parte più colpita da Boko Haram, e mi sono appoggiato ad una mozione diplomatica che è stata portata avanti dall'ambasciata svizzera e, una volta in loco, ho avuto il supporto tecnico-logistico dell'American University di Yola, l'unica realtà accademica internazionale nella zona del Nord Est che mi ha facilitato fornendomi le “stringhe”: i traduttori, gli autisti e una sicurezza fisica con guardie personali.

Ventuno delle ragazze rapite sono all'interno dell'università di Yola: ho avuto la possibilità di conoscere il Rettore - una professoressa della California - e ho avuto l'accesso all'incontro con quattro ragazze, nello scorso mese di febbraio, durante il periodo delle elezioni.


Qual è la situazione attuale in Nigeria?

 

La situazione è di caos calmo. La Nigeria è, in realtà, un continente. Non è enorme per quanto riguarda la superficie, però è un Paese con 180 milioni di abitanti e il PIL di Lagos comprende, da solo, 19 Stati africani.

C'è una netta separazione tra Nord e Sud: un Nord poverissimo, arido e prevalentemente musulmano e un Sud di varie confessioni cristiane, più ricco, con una Lagos con un neoliberismo totale e una roccaforte petrolifera, nel delta del Niger, in cui, secondo me, ci saranno i problemi maggiori perchè ci sono dei guerriglieri che negli anni passati sono stati artefici di molti rapimenti soprattutto di imprenditori stranieri e che, nel 2009, hanno siglato questo tacito accordo con il governo (in carica fino a maggio) in cui dicevano: “Voi ci date parte delle royalties dell'estrazione del petrolio e in cambio noi stiamo tranquilli”. Questo “patto”, con la vittoria di Muhammadu Buhari, rischia di saltare.

Buhari, inoltre, ha più di settant'anni, non si parlava di lui da tanto tempo, è per la dissciplina ferrea, ma è sembrato l'uomo giusto perchè il precedente governo è stato caratterizzato da una fortissima corruzione, considerando anche che durante la dittatura militare sono state uccise tante persone, è stata applicata una dura censura giornalistica e sono stati incarcerati anche alcuni politici. Ho paura, quindi, che sia stato fatto un voto di protesta, mirato ad abbattere la corruzione e a tenere sotto controllo i guerriglieri, attraverso la disciplina (perchè è stato un generale), recuperando anche un esercito.

 

Prima di essere rapite, dove vivevano le ragazze? In che condizioni le hai trovate?

 

Le ragazze vivevano a Chibok, città in uno dei tre Stati più colpiti da Boko Haram, nel Nord Est. Si tratta di una zona desertica, dove non c'è nulla: hanno vite semplicissime, in condizioni precarie e caldo terribile. Ci sono scuole che, in realtà, sono costruzioni fatiscenti. Le ragazze sono cristiane in un posto in cui la popolazione è al 97% musulmana.

Prima del rapimento, le ragazze andavano a scuola al mattino, al pomeriggio si dedicavano alla famiglia, cucinavano insieme alle madri e lavoravano nei campi. Non erano mai uscite dal villaggio e non sapevano nulla di quello che passa nel mondo.

Io dico che la ragazze con cui ho parlato, hanno avuto la “sorte” di fuggire dai rapitori. Appena i guerriglieri sono entrati nella scuola: alcune sono riuscite a scappare dalla finestra; due sorelle, appena caricate sui sette camion dei guerriglieri, sono scappate in corsa; altre sono riuscite a venire via dai campi di Boko Haram nelle prime ore del mattino. 


La sorella di una delle ragazze rapite lavorava come guardia di sicurezza all'interno dell'università americana ed è riuscita a sapere che sua sorella era riuscita a scappare: ho chiesto,quindi, al Rettore se si poteva fare qualcosa e, tramite un lavoro di squadra anche con il Senato, sono riuscite ad ottenere un fondo di circa 50.000 dollari per creare delle borse di studio. Da Yola al luogo dove sono state rapite, ci sono circa tre ore di autobus: il rettore dell'università ha mandato la ragazza della sicurezza a Chibok che ha iniziato a parlare con le famiglie delle studentesse, famiglie spaventate e che avevano paura di mandare le ragazze in una realtà occidentale anche perchè “Boko Haram” significa proprio “contro l'istruzione, contro l'educazione”. Sono riusciti a convincere alcune famiglie, i genitori che hanno dato il permesso di andare all'università americana sono scappati e vivono in altri Stati. Le ragazze sono state portate via dai villaggi, scortate dalle guardie del corpo e si sono presentate ad una rotonda, senza sapere chi sarebbe andato a prenderle, con un sacchetto di palstica che era tutto il loro bagaglio e senza scarpe. Uno dei padri di queste ragazze aveva due figlie, entrambe rapite: all'inizio le borse di studio erano dieci e questo padre si è trovato a dover scegliere tra le due figlie. Quando, arrivate alla rotonda, è stata fatta la conta, l'uomo ha preso due fogli di carta e ha fatto un sorteggio: di fronte a questa immagine, il Rettore ha concesso una borsa di studio in più.

Quando sono entrate nell'università, una di loro con cui ho parlato, mi ha detto: “Pensavo di essere stata addormentata e di trovarmi negli Stati Uniti perchè non ho mai visto delle strutture del genere”: questo è stato il loro primo shock.il secondo è stato quello della lingua perchè parlavano solo il dialetto locale. Tutti gli operatori dell'università sono stati molto bravi a prendersi cura di loro, anche a livello educativo: le ragazze hanno giornate piene di lezioni, sono molto attive e una di loro vorrebbe fare il pilota...Oggi usano Internet anche se fino a un anno fa non sapevano cosa fosse un computer, ma non accettano il counceling psicologico e cercano di farcela da sole. E' anche vero che sono le meno traumatizzate perchè non hanno vissuto la prigionia e le torture, resta il trauma del rapimento e tra noi c'era un patto: non parlarne troppo.

Molte di loro vogliono tornare a Chibok per migliorare la realtà locale e questo mi ha colpito: vogliono creare fondazioni, senza negare la realtà e nonostante siano ancora adolescenti.

 

Ci sono notizie delle studentesse ancora in mano a Boko Haram?


Poco fa (14 aprile 2015) ho parlato con un giornalista nigeriano, che ha molti contatti con Boko Haram e la verità assoluta non c'è. Ci sono due correnti di pensiero: una sostiene che sono morte (tesi sostenuta anche dall'ONU) e l'altra sostiene, invece, che per un qualsiasi gruppo terrorista (e Boko Haram si trova in mezzo al nulla, con poche fonte di approvvigionamento) avere 200 ragazze come ostaggi che tutto il mondo rivuole, rappresenta una enorme possibilità di scambio e io sono più per questa seconda ipotesi. Altri ancora sostengono che, quando Buhari diventerà presidente (il prossimo 29 maggio), ci sarà un colpo di scena e sarà proprio quello della liberazione delle ragazze.

Tre settimane fa sono state viste circa 50 studentesse ancora in vita ma, ripeto, la verità non la conosce ancora nessuno.

giovedì 22 maggio 2014

La Nigeria in scacco


Due atroci attentati hanno colpito ancora la Nigeria. La mano armata è quella della cellula terroristica di Boko Haram probabilmente in risposta all'attenzione internazionale sul rapimento delle centinaia di studentesse nella zona a Nord-Est del Paese. Almeno 118 le vittime delle due autobombe esplose nello Stato di Jos, Stato centrale della Nigeria. Ma non è detto che il computo dei corpi sia terminato.

Intanto prosegue la mobilitazione mondiale per la liberazione delle ragazze: l'Amministrazione comunale della città di Milano ha esposto uno striscione sulla facciata di Palazzo Marino e, ieri 21 maggio 2014, dalle 12.30 alle 13.30 si è tenuto un momento di riflessione e di preghiera presso il Tempio Civico; un momento voluto anche dal Forum delle religioni di Milano in cui si è rivolto un pensiero anche ai lavoratori della miniera di Soma, in Turchia, e alla giovane mamma sudanese in prigione perchè cristiana.

Elisabetta strada, la prima firmataria presso il Comune di Milano ha affermato: “ Milano si aggiunge al coro di voci che, in tutto il mondo, stanno chiedendo la liberazione delle ragazze nigeriane, rapite perché volevano studiare. Con l’adesione a #bringbackourgirls chiediamo fermamente anche che la comunità internazionale si impegni per mettere fine a queste violenze e che il Ministero degli Esteri intervenga con il Governo della Nigeria affinché venga posta fine a questa terribile tragedia che coinvolge tante ragazze e giovani donne". E noi invitiamo tutti i nostri lettori ad aderire alla campagna #bringbackourgirls.


sabato 10 maggio 2014

Il mondo si mobilita per le studentesse nigeriane

Le donne in rosso di Abuja non si fermano e, insieme a loro, si mobilita, finalmente, anche la comunità internazionale. Cortei, tweet, striscioni per la liberazione delle studentesse nigeriane sequestrate dal gruppo terrorista di Boko Haram nello Stato del Borno, nel nord della Nigeria.

Boko Haram” in italiano significa “l'educazione occidentale è peccato” : i loro seguaci, estremisti islamici chiamati anche i “talebani d'Africa”, vogliono togliere il controllo dell'area del Paese a quell'Occidente corrotto, secondo loro, moderno, liberale e, per questo, pericoloso per le tradizioni. E, quindi, la rappresaglia inizia dalle scuole: le ragazze e le bambine (anche di età compresa tra i 9 e i 15 anni), accusate solo perchè ricevono un'istruzione, vengono trascinate via con la forza dalle loro case e dalle scuole per poi essere vendute come schiave nei mercati, in Ciad e in Camerun, come dichiarato dai leaders della setta, costrette alla conversione con ogni sorta di violenza ed essere anche date in “spose” ai loro carcerieri.  


In Nigeria si contano oltre 250 gruppi etnici, si parlano 10 lingue ufficiali; è il Paese che rilancia l'economia africana e patria di Nollywood, la più grande industria cinematografica del continente, ma il suo governo si è accorto troppo tardi di quello che sta accadendo. Solo ora che la comunità internazionale sta puntando i riflettori sul Paese, il Presidente Goodluck Jonathan ha chiesto aiuto e rinforzi.

La risposta c'è stata: gli USA hanno disposto l'invio di agenti dell'FBI e di uomini delle forze speciali; il Ministro della difesa francese, Jean-Yves Le Drian, ha dichiarato che fornirà tutta l'assistenza necessaria per riportare a casa le ragazze; anche Al Ahzar, la più importante istituzione teologica sunnita, ha chiesto ufficialmente a Boko Haram di rilasciare le studentesse.

Alle forze politiche si aggiunge il coro delle società civili che, in tutto il mondo, si sono unite nella campagna BRINGBACKOURGIRLS. E anche noi, dall'Italia, possiamo far sentire la nostra voce.