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mercoledì 22 aprile 2015


L'Associazione per i Diritti Umani



in collaborazione con il Centro Asteria





PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:


MEDIORIENTE e OCCIDENTE: un EQUILIBRIO POSSIBILE ?



Alla presenza di Laura Silvia Battaglia (giornalista e videomaker)



DOMENICA 26 APRILE



ORE 17.30

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il terzo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?si parlerà di Medioriente attraverso l'approfondimento della giornalista Laura Silvia Battaglia che – attraverso le sue opere scritte e documentaristiche – proporrà un viaggio dall'Iraq allo Yemen. Laura Silvia Battaglia vive e lavora tra Italia e Yemen. Gli argomenti saranno tanti: equilibri geopolitici, condizioni di vita delle popolazioni in guerra, Islam religioso e politico e il ruolo dell'informazione.





LAURA SILVIA BATTAGLIA



Laura Silvia Battaglia giornalista professionista freelance e documentarista, è nata a Catania e vive tra Milano e Sanaa (Yemen). Corrisponde da Sanaa per l'agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media, e per gli americani The Fair Observer e Guernica Magazine. Per i media italiani, collabora stabilmente con quotidiani di carta stampata (Avvenire, La Stampa), network radiofonici (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 - Agenda del mondo, Rai News 24), magazine (D - Repubblica delle Donne, Popoli, Lookout), agenzie (Redattore Sociale), siti web (TGcom 24, Lettera43, Assaman). Ha iniziato a lavorare nel 1998 per il quotidiano La Sicilia di Catania. Dal 2007 si dedica al reportage in zone di conflitto (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Egitto, Tunisia, Libia, Iraq, Iran, Yemen, confini siriani). Ha girato, autoprodotto e venduto cinque video documentari. Il primo, Maria Grazia Cutuli. Il prezzo della verità, ha vinto il Premio Giancarlo Siani 2010. Ha inoltre ricevuto il Premio Maria Grazia Cutuli 2013 come giornalista siciliana emergente. Dal 2007 insegna al master in Giornalismo dell'Università Cattolica di Milano.


sabato 10 maggio 2014

Il mondo si mobilita per le studentesse nigeriane

Le donne in rosso di Abuja non si fermano e, insieme a loro, si mobilita, finalmente, anche la comunità internazionale. Cortei, tweet, striscioni per la liberazione delle studentesse nigeriane sequestrate dal gruppo terrorista di Boko Haram nello Stato del Borno, nel nord della Nigeria.

Boko Haram” in italiano significa “l'educazione occidentale è peccato” : i loro seguaci, estremisti islamici chiamati anche i “talebani d'Africa”, vogliono togliere il controllo dell'area del Paese a quell'Occidente corrotto, secondo loro, moderno, liberale e, per questo, pericoloso per le tradizioni. E, quindi, la rappresaglia inizia dalle scuole: le ragazze e le bambine (anche di età compresa tra i 9 e i 15 anni), accusate solo perchè ricevono un'istruzione, vengono trascinate via con la forza dalle loro case e dalle scuole per poi essere vendute come schiave nei mercati, in Ciad e in Camerun, come dichiarato dai leaders della setta, costrette alla conversione con ogni sorta di violenza ed essere anche date in “spose” ai loro carcerieri.  


In Nigeria si contano oltre 250 gruppi etnici, si parlano 10 lingue ufficiali; è il Paese che rilancia l'economia africana e patria di Nollywood, la più grande industria cinematografica del continente, ma il suo governo si è accorto troppo tardi di quello che sta accadendo. Solo ora che la comunità internazionale sta puntando i riflettori sul Paese, il Presidente Goodluck Jonathan ha chiesto aiuto e rinforzi.

La risposta c'è stata: gli USA hanno disposto l'invio di agenti dell'FBI e di uomini delle forze speciali; il Ministro della difesa francese, Jean-Yves Le Drian, ha dichiarato che fornirà tutta l'assistenza necessaria per riportare a casa le ragazze; anche Al Ahzar, la più importante istituzione teologica sunnita, ha chiesto ufficialmente a Boko Haram di rilasciare le studentesse.

Alle forze politiche si aggiunge il coro delle società civili che, in tutto il mondo, si sono unite nella campagna BRINGBACKOURGIRLS. E anche noi, dall'Italia, possiamo far sentire la nostra voce.

lunedì 28 aprile 2014

Come vuoi morire? Rapita nella Siria in guerra




Il 3 aprile 2013 Susan Dabbous, giornalista di origini siriane, è stata rapita insieme ad altri tre reporter italiani. Sono stati sequestrati a Ghassanieh, un villaggio cristiano, da parte di un gruppo legato ad al-Qaeda mentre stavano facendo le riprese per preparare un documentario per la RAI.

I giornalisti sono stati dapprima portati in casa-prigione, successivamente Susan è stata trasferita, da sola, in un appartamento con Miriam, moglie di uno jihadista, con cui ha dovuto pregare e ascoltare i discorsi di Bin Laden. Ma la domanda che le veniva posta, in maniera ricorrente, era: “ Qual è la tua morte preferita?”.

Da qui il titolo del libro: Come vuoi morire? Rapita nella Siria in guerra, il diario della prigionia di Susan Dabbous, edito da Castelvecchi.



Abbiamo intervistato per voi la giornalista che ringraziamo molto.



Innanzitutto, ci può raccontare brevemente qual è il ricordo più duro legato alla sua prigionia e quali erano i suoi pensieri ricorrenti durante quell'esperienza? Come si è rapportata con i rapitori?

Ho optato per un atteggiamento passivo di sottomissione totale, ma ci tengo molto a precisare che l’islamizzazione è stata una cosa volontaria, sono io che ho chiesto di imparare la preghiera, volevo integrarmi nel loro contesto sociale, condividere i miei giorni con altre donne nel caso in cui ce ne fossero state, uscire da un contesto di prigionia violento e angosciante. Credevo che mi avrebbero tenuto per mesi se non per anni, come accaduto ad altri ostaggi. L’integrazione per me equivaleva alla sopravvivenza.



Recentemente, durante una presentazione del suo libro, lei ha citato la frase di Padre Paolo Dall'Oglio: “Non mancare la propria morte”: ci può spiegare il significato di quella frase e del concetto che esprime?


Tra le frasi che mi hanno colpito di più del libro “Collera e Luce” di Padre Paolo Dall’Oglio c’è questa: “Per me inconsciamente la preoccupazione di non fallire la propria morte è rimasta molto viva e interviene nelle mie scelte. La paura di non morire là dove si dovrebbe, quando si dovrebbe e per le giuste ragioni”. Ho trovato in questa frase molto forte il concetto di sacrificio, cristiano, umano, per il prossimo: là dove la fede non è pregare per la propria salvezza bensì per il miglioramento dell’umanità. Padre Paolo crede così tanto nel dialogo da non ha paura di proporlo ovunque e a chiunque. In Egitto, come in Siria senza dimenticare l’Iraq. Le sue recenti scelte sono state dettate dal coraggio ma anche da una conoscenza più che trentennale del Medio Oriente. Da luglio scorso non si hanno più notizie di lui, chi lo detiene in Siria sa probabilmente chi ha tra le mani. Spero con tutta me stessa che sia trattato con rispetto.

Nel suo libro parla del coraggio del popolo siriano. La guerra civile è una guerra che i civili stanno pagando a un prezzo altissimo: vuole riportare alcune voci di quelle persone? Le loro aspettative, le loro richieste...

In Siria si spera di tornare presto alla normalità. I bambini vogliono tornare a scuola; i padri di famiglia vogliono lavorare, perché il problema del lavoro è assolutamente centrale. Le donne sognano di ritornare nelle proprie case. Sono stanche di vivere la condizione di povertà estrema, di precarietà e di mancanza di dignità. A nessuno piace essere profugo, ma in questo caso specifico si tratta di un popolo con scarsa propensione all’emigrazione. I siriani, anche i più poveri e modesti, posseggono una casa o un pezzetto di terra.

Il 2 aprile scorso è stato cancellato, in Italia, il reato di immigrazione: cosa possono fare l'Italia, ma anche l'Unione Europea in termini di immigrazione? E come tutelare i diritti dei rifugiati, dei richiedenti asilo?

L’Europa potrebbe impegnarsi di più nell’accoglienza dei profughi che arrivano sulle nostre coste sostenendo viaggi disumani, pagando decine di migliaia di euro. Appena arrivati si sentono salvi, dopo poche ore inizia un nuovo calvario, tutto europeo e burocratico, fatto non più di loschi trafficanti e vecchi barconi ma di questure e fogli di rinvio. Bisognerebbe rivedere il regolamento di Dublino che obbliga il richiedente asilo a fare domanda nel primo paese d’arrivo. Un sistema palesemente fallimentare perché nessuno vuole rimanere in Italia, Grecia o Bulgaria, paesi dalle economie fragili incapaci di dare non solo opportunità ma a volte anche l’assistenza di base.

Qual è o quale deve essere il ruolo dei mass-media italiani (e occidentali in genere) nel raccontare ciò che succede in Medioriente? E' possibile fare giornalismo, in tema di politica estera, con precisione e attenzione alla verità?

Credo che la Siria venga raccontata e anche bene, ma è una qualità dell’informazione accessibile solo ai tecnici, a chi sa dove prendere cosa. Tra siti internet, fonti dirette e fughe di notizie da parte di chi vuole colpire questo o quel gruppo in conflitto. Il problema, certo, è come rendere fruibile questa quantità a volte anche mastodontica di notizie. Discernere e tentare di verificare senza mettere a repentaglio la propria vita. È una sfida importante, conosco giornalisti italiani e stranieri che sono entrati e usciti illesi dalla Siria negli ultimi mesi, questo non significa però che non abbiano affrontato enormi rischi. In Italia c’è però un problema di discontinuità, sui temi di politica estera che vengono raccontati a singhiozzo, questo non aiuta affatto la comprensione di fenomeni complessi che ci sono ad esempio dietro i conflitti.

Il libro verrà presentato oggi, 28 aprile 2014, alle ore 18.00 presso la libreria Feltrinelli di Via Manzoni 12, a Milano.



domenica 27 aprile 2014

Una conferenza per fare il punto sul Pakistan




Ci è pervenuta la seguente comunicazione che pubblichiamo volentieri.


Associazione Italian Friends of The Citizens Foundation TCF – ONLUS, in collaborazione con ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), ha organizzato per giovedì 15 maggio (ore 18.00 presso ISPI, Via Clerici, 5 Milano) una conferenza, aperta al pubblico, dal titolo "Il Pakistan oltre il terrorismo. Il ruolo della società civile". L’incontro vedrà la partecipazione dell’esperto politologo britannico, profondo conoscitore del Pakistan, Prof. Anatol Lieven (King's College London), insieme a:
   
- Prof.ssa Elisa Giunchi, docente di “Storia e Istituzioni dei Paesi Islamici” (Università degli Studi di Milano) – moderatrice dell’incontro
- Viviana Mazza, giornalista del Corriere della Sera e autrice del libro “Storia di Malala” (Mondadori 2013), inviata in Medio Oriente e nel subcontinente Indo-Pakistano
- Imtiaz Dossa, membro del Consiglio Direttivo di The Citizens Foundation - TCF, esperto sul sistema scolastico pakistano.
La conferenza permetterà di approfondire gli aspetti del Pakistan di oggi, per lo più sconosciuti all’opinione pubblica italiana, e in particolare l’impegno civile a favore dei diritti e dell’empowerment femminile, con l’obiettivo di fornire una panoramica sulla odierna situazione di questo Paese, andando oltre la “mono-dimensione” con cui viene raccontato dai media oggi.




mercoledì 5 febbraio 2014

L'Europa in aiuto ai siriani

 
In Europa siamo stati i più generosi: i nostri popoli hanno fornito, attraverso i bilanci nazionali e la Commissione europea, tre miliardi di dollari e mezzo in aiuti umanitari. Ma il denaro non significa nulla per i bambini, le donne e gli uomini che sono privati dell'assistenza da forze governative o da combattenti dell'opposizione. E l'appello di tutti noi nella comunità internazionale ha avuto lo scopo di fare pressioni sulle parti in lotta per un maggior accesso alle vittime innocenti di questa guerra. Abbiamo visto che l'impegno può portare risultati: per esempio, vaccinazioni anti-polio hanno raggiunto oltre tre milioni di bambini, e abbiamo visto, localmente, anche dei cessate il fuoco che hanno permesso agli aiuti di arrivare. Le questione è come fare questo in modo più profondo, su scala molto più larga...”: queste le parole della commissaria europea Kristalina Georgieva durante il vertice che si è tenuto, pochi giorni fa, sulla crisi umanitaria in Siria, tavolo di lavoro a cui hanno preso parte, oltre a 19 Paesi, anche il vicesegretario dell'ONU, Valerie Amos, e il Ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino.

Mentre negli ultimi tre giorni i raid aerei, condotti dal regime sui quartieri residenziali di Aleppo, hanno fatto oltre 138 vittime, la Commissione europea ha deciso di stanziare altri 85 milioni di euro in favore della popolazione, denaro ripartito in tre macrosettori: aiuti interni, aiuti per la mobilità e aiuti per i rifugiati in Giordania.

In particolare, quaranta milioni saranno destinati per i sevizi di base all'interno del Paese; altri quaranta milioni per favorire l'educazione e l'istruzione per i circa 500mila rifugiati; cinque milioni per dare anche la possibilità, ad alcuni studenti libanesi, di accedere alle università e a studiare in Europa grazie al programma Erasmus-Mundus.

Per quanto riguarda gli aiuti all'interno della Siria, una parte dei fondi saranno destinati a finanziare la campagna dell'Unicef (di cui parleremo a breve) per l'educazione dei più piccoli, le iniziative dell'Unesco per preservare il patrimonio culturale del Paese e le iniziative dell'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso ai profughi palestinesi in Siria.

Stefan Fule, commissario europeo per l'Allargamento e le politiche del vicinato, ha così commentato lo stanziamento dei fondi da parte della Commissione: “ La messa a disposizione di queste nuove risorse è la prova che la Commissione europea è impegnata non solo a parole. Continuiamo a rimanere a fianco della popolazione siriana e oggi dimostriamo una volta di più che non solo facciamo promesse, ma le manteniamo anche. Con questa tranche di aiuti l'esecutivo comunitario si concentra sul sostegno per l'educazione all'infanzia e i servizi quali cure mediche e sanitarie e gestione di rifiuti, attività,, quest'ultima, fondamentale per evitare la diffusione di malattie”.
 

martedì 10 settembre 2013

Il digiuno per la pace

Foto ANSA

Si può dire “no” alla guerra anche digiunando: come molti, soprattutto bambini, che in Siria non solo stanno perdendo la vita, ma i sopravvissuti stanno soffrendo la fame a causa della guerra. Un conflitto che potrebbe estendersi e diventare di dimensioni enormi, che potrebbe coinvolgere altri Paesi del mondo - dal Mediorinete all'Occidente - e che potrebbe sterminare un numero ancora più grande di esseri umani, spesso inermi e indifesi.
Il digiuno è una privazione: è un atto simbolico per non nutrire solamente il corpo, ma per lasciare spazio e tempo al pensiero, alla riflessione interiore, a quel raccoglimento necessario per capire davvero cosa sta accadendo e per scegliere la strada giusta, quella della pace, della solidarietà, del rispetto per tutti.
E così milioni di persone hanno accolto la proposta di Papa Francesco e hanno aderito alla veglia planetaria: non solo cristiani cattolici, ma persone di tutte le fedi religiose, laiche e non credenti. Perchè quel messaggio deve essere un messaggio univerale.
Guerra e violenza hanno il linguaggio della morte”, ha affermato il pontefice in Piazza San Pietro durante la preghiera contro la guerra in Siria e ha aggiunto: “ il mondo in cui viviamo conserva la sua bellezza che ci riempie di stupore. Rimane un'opera buona, dove non ci sono violenza, né divisioni, né scontri, né guerra. Questa avviene quando l'uomo smette di guardare l'orizzonte della bellezzae si chiude in se stesso...Quando l'uomo si lascia affascinare dagli idoli del dominio e del potere, quando si mette al posto di Dio, rovina tutto: apre la porta alla violenza, all'indifferenza, al conflitto”.
Attendiamo e seguiamo, giorno per giorno, le contrattazioni internazionali con attenzione perchè in gioco ci sono l'equilibrio del mondo, il destino di migliaia di persone, la convivenza pacifica. E nessuno può restare a guardare.


La mostra fotografica OCCHI SULLA SIRIA



Nel marzo 2011 il mondo di molte persone è cambiato.
Dall'inizio degli scontri in Siria si contano quasi due milioni di rifugiati e altrettanti sfollati rimasti nel Paese. Un popolo intero costretto a spostarsi e luoghi incantevoli che non esistono più.
Le foto di questa mostra sono il frutto di tre viaggi diversi, in Siria nel 2008 e in Siria e Giordania oggi nel 2013.
Immagini che speriamo possano aiutare a guardare meglio quel mondo e quelle vite, come erano prima e come sono adesso.
A puntare gli occhi sulla Siria.

La mostra “OCCHI sulla SIRIA” è allesita fino al 15 settembre 2013 presso il Carroponte, Via Granelli, 1 Sesto San Giovanni, Milano.

Fotografie di Titty Cherasien/Ivan Sarfatti
Realizzate grazie a INTERSOS e PROGETTO SIRIA – COMITATO DI SOLIDARIETA'
FAMILIARE
Curatela di Caterina Sarfatti

martedì 27 agosto 2013

Morsi, iconografia di un martire annunciato, di Laura Silvia Battaglia


Pubblichiamo questo articolo di Laura Silvia Battaglia (www.battgirl.info), ringraziandola tantissimo

ll ritratto di Mohamed Morsi campeggia ovunque. Sui volantini distribuiti dopo la preghiera dell'alba, sugli autobus bianchi dei Fratelli Musulmani parcheggiati all'ingresso del grande campo di Rabaa al-Adawjia, sui carretti della distribuzione di the, acqua, bevande e succo di melograno che punteggiano la via per arrivare alla roccaforte della protesta anti-generali.
Il volto del politico che Time incoronò "uomo dell'anno" nel 2012 è replicato ossessivamente, come in un videogioco a punti con una grafica splatter, sopra, sotto e di fronte alle migliaia di tende che ricoprono questa superficie di quasi quattro chilometri quadrati al Cairo brulicante di supporters dell'ex presidente egiziano dal 3 luglio 2012, data del suo arresto con l'accusa di cospirazione.
Mohamed Morsi qui è onnipresente, guarda i suoi fedeli dall'alto del suo ritratto peggiore, ingessatissimo nel fermo immagine che sancisce la sua sacralità. Così replicato ovunque appare come un cento occhi e centoteste, una creatura medievale dalla faccia presentabile che si allunga sugli esiti del colpo di stato di un mese fa. Un colpo di stato che chiunque si guarda bene, qui, a Rabaa al-Adawjia, dal definire seconda rivoluzione o contro-rivoluzione.
Mohamed Morsi, ora prigioniero a Nord del Cairo, dove si trova il ministero della Difesa, è colui nel cui nome si circoscrive la preghiera dell'alba di Eid, e che nel giorno più importante dell'anno per la Umma sunnita si manifesta al campo di Rabaa nel pomeriggio, per interposta persona: la moglie Nagla Mahmoud.
Per lui si chiede la liberazione e nel suo nome viene già giustificata la resistenza dei Fratelli musulmani verso l'apparato di potere dei generali, che ha utilizzato l'esito delle votazioni prima, il temporeggiamento dei Fratelli poi, la loro interpretazione integralista della futura costituzione, per riprendere con la forza il controllo di un Paese ormai allo sbando, economicamente piegato da una credibilità ai suoi minimi storici.
"Io amo Morsi"; "Morsi, Morsi, in te la speranza"; "Morsi Morsi sempre Morsi, mai più Al Sisi": sono alcuni degli slogan che campeggiano insieme all'immagine dell'ex presidente egiziano. Si alternano anche sulle fasce - verdi, nere, marroni - che la gioventù ihwanizzata sfoggia intorno alla testa, replicando l'iconografia jihaddista in forme moderate: "Il popolo arabo è la comunità islamica". "Siamo arabi, moriremo islamici".
L'appartenenza alla Umma sunnita, per i Fratelli musulmani, non si discute. Vale per tutti, da qualsiasi grado di vicinanza o distrazione del partito e dalle sue istanze si stia parlando. Ed è perfettamente connaturata con l'interpretazione del rispetto dei diritti umani che, per i supporters di Morsi, discende solo da Dio ed è strettamente collegata alla legge di natura che segue i dettami di Allah, secondo quanto ne rivelò Mohammed.
Lo dice senza tema Sara Hassan, ventenne di El-Adwah, la città di nascita dell'ex presidente oggi ostaggio di Al Sisi. La sua famiglia è cresciuta accanto a Morsi. In senso letterale, perchè sono sempre stati suoi vicini di casa. Hanno piantato una tenda da giorni e hanno pure affittato un appartamento in zona per stare più comodi. Ci sono tutti: padre, madre, cugini, fratelli e sorelle, zie e nipoti. Morsi per tutti, tutti per Morsi, insomma. Ma la motivazione che li spinge fin qui non è squisitamente politica. L'ideale di famiglia e l'appartenenza alla Umma sono abbastanza. Ma la conoscenza diretta del personaggio spiega ancora di più la scelta di stare dalla sua parte, costi quel che costi. Dice Sara: "Noi lo conosciamo: è un uomo buono. L'hanno esposto e ne paga il prezzo. Adesso è in carcere e siamo certi che il trattamento riservatogli non è umano".
Chiediamo che tipo di valenza ha il concetto di rispetto dei diritti umani per i Fratelli Musulmani. Risponde: "Il rispetto dell'uomo viene dal fatto che l'uomo appartiene a Dio". E chi non appartiene a quel Dio? "Non saprei. Quel che so è che l'Egitto è un Paese islamico, noi siamo islamici e Morsi è il nostro presidente. Nell'Islam il rispetto dell'uomo viene dalla sua conoscenza di Dio. Morsi è un uomo timorato di Dio, ha portato avanti la nostra causa, noi dobbiamo adesso batterci per lui".
Sara è una ragazza laureata, progressista, una giovane donna musulmana tosta, pronta per fare una buona carriera nei quadri dei Fratelli, se le fosse data la possibiità. Morsi per lei è già un mezzo martire. E lo è per tutte le persone, che, sulla strada del campo, lastricata da molte buone intenzioni, lo hanno eletto a icona della rivoluzione incompiuta o, meglio, ingiustamente ribaltata. La sua detenzione, nonostante Morsi sia inizialmente asceso al ruolo di guida dei Fratelli quasi come un ripiego necessario, ne ha già fatto un gigante morale.
Se il nuovo governo non dovesse scarcerarlo, se lo processasse o se in qualche modo se ne favorisse la morte, gli effetti saranno amplificati sugli ihwan egiziani ma anche su tutti gli arabi sunniti del Medio Oriente. Alla causa palestinese per la quale tutti i popoli arabi si sono sentiti in dovere di aderire nella lotta comune, se ne potrebbe aggiungere un'altra.
Sarebbe il primo caso in cui parrebbe possibile incitare alla resistenza - dei fedeli prima e al martirio dei combattenti poi - per difendere un leader pacioccone e perditempo, un martire in pectore che non si sarebbe davvero speso con opere o azioni degne di nota per il suo popolo di elettori e, soprattutto, per un Paese dalla storia ingombrante.
Lo scorso 29 luglio, ormai conosciuto come "il massacro di Rabaa", nella roccaforte dei pro-Morsi sono morte 127 persone e 4500 sono state ferite negli scontri con l'esercito e la polizia. Chiedevano tutte di relegittimare Mohammed Morsi come presidente dell'Egitto.



lunedì 26 agosto 2013

L'uso di gas nervino in Siria




L'Osservatorio siriano per i diritti umani, che ha sede a Londra, in un primo momento, aveva parlato di decine di vittime; il coordinamento dell'opposizione locale ha parlato di più di 200 morti; 650 per la coalizione nazionale siriana e 750 per i comitati di coordinamento dei ribelli. Comunque è strage.
Centinaia di persone, tra cui donne e molti bambini, sono decedute negli ospedali siriani in cui lavora Medici senza frontiere. I rappresentanti della Ong hanno dichiarato che queste persone presentavano sintomi neurotossici: pupille dilatate, arti freddi, schiuma alla bocca. Sintomi causati dall'uso di gas nervino.
Questo attacco sarebbe stato lanciato in una roccaforte ribelle della regione di Goutha, ad est della città di Damasco, da parte delle forze del presidente Bashar al-Assad.
Nelle strutture ospedaliere di Medici senza frontiere sono state ricoverate circa 3600 persone e i sanitari hanno confermato la possibilità dell'utilizzo di armi chimiche, scrivendo: “ La sintomatologia, le caratteristiche epidemiologiche, l'afflusso di un numero così alto di pazienti in un lasso di tempo così breve, fanno pensare fortemente all'esposizione massiccia ad un agente tossico”.
La Coalizione Nazionale Siriana - la prima tra le forze di opposizione - ha sollecitato la comunità internazionale ad adottare iniziative ferme per contrastare questo genere di repressione. Ahmad Jarba, presidente della Coalizione, ha affermato: “ Di parole ne abbiamo avute abbastanza e adesso ci occorrono passi e azioni serie...per fermare la continua uccisione di siriani, con armi tanto tradizionali quanto chimiche. Finora, la risposta del mondo all'operato del regime di Bashar al-Assad è stata invece una 'vergogna', giacchè è rimasta ben lungi dal livello etico e legale che il popolo siriano si aspetta”.
A questo appello il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, ha affermato che, qualora si accertasse l'uso di armi chimiche, questo costituirebbe un crimine contro l'umanità e violerebbe il diritto internazionale; il Presidente americano, Barack Obama, ha fatto capire che, prima di una possibile azione - congiunta con l'Inghilterra - azione, chiederebbe l'appoggio della comunità internazionale, aggiungendo: “ Simpatizzo con la posizione del senatore McCain il quale desidera aiutare le persone ad attraversare situazioni estremamente difficili e dolorose, sia in Siria che in Egitto. Dobbiamo pensare strategicamente cosa sarà nei nostri interessi nazionali a lungo termine, anche se al tempo stesso cooperiamo a livello internazionale per fare il possibile per fare pressioni su chi è capace di uccidere civili innocenti”; dall'Europa, e in particolare dalla Germania, la cancelliera Angela Merkel, tramite il portavoce governativo, ha affermato di non voler seguire la strada di una soluzione militare, ma di credere nella possibilità di una soluzione politica. Infine, l'Iran: in caso di intervento americano, le autorità iraniane hanno minacciato ritorsioni.




martedì 18 giugno 2013

L'iran e le elezioni



In Iran qualcosa sta cambiando. Nella giornata di venerdì 14 giungo sono state aperte le urne per votare il nuovo presidente che, in realtà, ha un potere relativo in un Paese in cui il vero capo è la Guida suprema. Ma ci sono un paio di segnali positivi.
Innanzitutto, l'affluenza è stata del 70%: un buon risultato, ottenuto grazie anche ai ripetuti appelli che i sei candidati hanno fatto ai cittadini per incitarli a recarsi a votare e, probabilmente, grazie anche al fatto che gli elettori hanno potuto esprimere la loro preferenza anche all'estero (i seggi sono stati allestiti a Dubai, a Londra e negli Stati Uniti; e si deve considerare che l'Iran non autorizza la presenza di osservatori esterni).
In secondo luogo, sembra essere in testa, nei risultati parziali, il candidato moderato-riformista Hassan Rohani, 64 anni, l'unico religioso fra gli altri candidati laici, che veramente laici non sono. Rohani avrebbe superato la soglia assoluta, con il 50,4, al termine dello scrutinio in più di un quinto dei seggi: questo è ciò che emerge dai dati diffusi dalle reti della Tv di Stato iraniana.
Interessante ricordare che, il fulcro tematico su cui si è svolta la campagna elettorale, riguarda il nucleare e le possibili sanzioni e che, anche su questo punto, la popolazione ha epresso chiaramente la propria posizione: il nuovo presidente e il suo establishment dovranno cambiare politica.
Le code ai seggi nelle principali città, in particolare a Teheran e a Mashad, e il primo risultato elettorale fanno sperare in una rinascita del movimento riformista, a distanza di quattro anni dall' “onda verde” sulla quale il governo attuò una durissima repressione.

sabato 19 gennaio 2013

Algeria: colpita Al Quaeda. Strage di ostaggi

Un gruppo terroristico vicino ad Al Quaeda, tre giorni fa, ha assaltato un centro petrolifero della Bp, vicino ad Amenas, nel sud est del Paese, non lontano dal confine con la Libia.
Come molti organi di stampa hanno riportato (anche se, in Italia, la politica estera non è presa mai abbastanza in considerazione), all'interno dell'impianto per l'estrazione del gas erano stati presi, come ostaggi, cittadini di varie nazionalità: belgi, norvegesi, giapponesi, americani, francesi e britannici. 
Il blitz operato dall'esercito algerino, che ha bombardato l'area, ha avuto come conseguenza l'uccisione di trentacinque ostaggi stranieri e di quindici rapitori, tra cui il capo del commando jihadista. L'intervento dell'esercito sarebbe avvenuto mentre i terroristi stavano spostando le persone rapite in un altro luogo, usandole come scudi umani.
Secondo gli esperti, l'attacco all'impianto petrolifero sarebbe stato una rappresaglia del terrorismo islamico per l'intervento militare francese in Mali e per l'umiliazione degli algerini, che si sono trovati costretti a cedere lo spazio aereo ai velivoli francesi.
Intanto, anche in Italia si discute se intervenire nella "guerra umanitaria", dando appoggio logistico alle operazioni militari in corso.
Le forze diplomatiche delle comunità internazionali, per risolvere al più presto la situazione, dovrebbero iniziare a capire quali siano i reali interessi delle popolazioni maliane (al di là delle questioni ideologico-religiose), lavorare - a livello locale - per un arricchimento culturale e civile, nel rispetto dei diritti umani e con l'impegno di coinvolgere, in questa direzione di crescita e di cambiamento, le risorse interne e le autorità sul territorio.