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domenica 20 dicembre 2015

Migrazioni: dall'attualità alla graphic novel

Presso il museo Mudec di Milano, l'Associazione per i Diritti umani ha approfondito il tema delle migrazioni con gli interventi di Edda Pando (attivista e membro di Todo Cambia), Veronica Tedeschi (giurista) e Monica Macchi che ha illustrato il contenuto della graphic novel intitolata "Se ti chiami Mohamed".
Informazioni utili da fonti attendibili, approfondimento sui termini corretti da usare, definizioni giuridiche in tema di migrazioni e molto altro...nel video dell'incontro che, speriamo, possa essere utile anche a scopo didattico.


Tutti i video degli incontri pubblici organizzati da noi, sono disponibili sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani e sul canale di Alessandra Montesanto.


Ecco a voi il video!



venerdì 18 dicembre 2015

"Transito": un approfondimento, un'analisi sul tema della richiesta di asilo...in un utile pamphlet






“Transito” è la parola chiave di questo piccolo ma prezioso volume che esce proprio mentre sono in atto in tutta Europa dei cambiamenti profondi che riguardano il diritto d’asilo e il diritto dell'immigrazione; cambiamenti che, in ultima analisi, riguardano le società europee nel loro complesso dal momento che ciò a cui stiamo assistendo non è una crisi temporanea,ma un cambiamento strutturale che obbliga l’Europa a modificarela sua politica in materia di asilo. Possiamo quindi dire che è il diritto d’asilo in Europa a essere in transito, ma verso dove? Le risposte finora fornite dalla politica dei singoli stati, ma anche dall’Unione, non sono incoraggianti. Come, con le debite differenze di contesto, avvenne negli anni trenta, i profughi di oggi vagano per l’Europa mentre molti Stati, feroci od ottusi, li respingono e li rimpallano da una frontiera all’altra; per i profughi di oggi la legge non sembra esistere, oppure esiste soltanto per disconoscerli. Gli autori:Annapaola Ammirati, Caterina Bove,Anna Brambilla, Nicole Garbin,Loredana Leo, Valeria Marengoni,Noris Morandi, Giulia Reccardini,Gianfranco Schiavone.


Scaricabile GRATUITAMENTE in formato Kindle! http://www.amazon.it/dp/B018W3D1I4/ref=cm_sw_r_fa_dp_Tr.Awb1GYXYP9

sabato 12 dicembre 2015

Stay human, Africa: il terrorismo in Mali


di Veronica Tedeschi
 

Il 20 novembre, ad una settimana esatta dopo la strage di Parigi, alcuni uomini armati hanno fatto irruzione all’Hotel Radisson blu di Bamako, la capitale del Mali. L’albergo è il più famoso della città e da sempre è frequentato da diplomatici e uomini d’affari occidentali; al momento dell’attacco l’hotel era pieno per il 90% della sua accoglienza totale, con circa 140 clienti e 30 dipendenti.

Dopo un assedio di otto ore, le forze di sicurezza maliane e internazionali sono intervenute per liberare i cento ostaggi; il bilancio è di 22 persone morte, compresi gli assalitori.

La rivendicazione dell’attacco è stata fatta dal gruppo Mourabitoun, affiliato ad Al Quaeda e che si sarebbe recentemente unito all’Isis.

Il presidente Boubacar Keïta, ha condannato “Nella maniera più ferma possibile, questo atto barbaro che non ha niente a che vedere con la religione”. Il presidente francese, Francois Hollande, ha dichiarato: “Dobbiamo dimostrare la nostra solidarietà al Mali, un Paese amico” e ha invitato i francesi a Bamako a raggiungere l'ambasciata e a mettersi al sicuro, e tutti i cittadini francesi nei Paesi a rischio ad adottare precauzioni. 




Il Mali, purtroppo non è nuovo ad attacchi del genere, nonostante non se ne senta parlare in Occidente; in passato gli attacchi degli estremisti islamici erano concentrati nel nord del Paese ma a partire dal 2015 si sono diffusi anche al centro e poi al sud, fino ad arrivare al confine con la Costa d’Avorio e il Burkina Faso.

Nel mese di marzo Bamako è stata ancora una volta la protagonista di un attentato in un ristorante nel quale sono morte cinque persone.

Il 10 giugno scorso, uomini armati hanno attaccato le forze di sicurezza a Misseni, città al confine con la Costa d’Avorio e, infine, ad agosto è stata attaccata la città di Sévaré, nella regione di Mopti, a nordest di Bamako.

Solo nel 2015 gli attentati in Mali sono, quindi, stati quattro ma le violenze nell’ex colonia francese sono cominciate già nel 2013 quando i soldati tuareg sono tornati nel nord del Paese dopo la guerra in Libia, creando un movimento nazionale con lo scopo di combattere il governo di Bamako e conquistare l’indipendenza della regione settentrionale dell’Azawad. Questo conflitto ha portato ad un colpo di Stato e, infine, alla proclamazione dell’indipendenza dell’Azawad nell’aprile del 2012.

Il susseguirsi di violenze ha causato l’intervento delle truppe francesi e africane.

Ad oggi, in Mali, sono quindi presenti truppe francesi, malesi, internazionali e tedesche. Il 25 novembre, infatti, anche la Germania ha annunciato l’invio di 650 soldati a sostegno della missione francese in Mali.
 
 




Nel mirino dell’interesse internazionale è ora presente l’ex colonia francese, ma vedere nell’aumento degli attacchi terroristici in Mali solo un altro pezzo del puzzle del terrorismo islamico sarebbe un errore. L’aumento di gruppi nel Paese è soprattutto il prodotto di condizioni storiche locali e non di un’ideologia imposta dall’esterno. Il terreno è fertile in Mali, come nel resto dell’Africa, per il reclutamento di chi vuole la violenza.

Gli stati africani, già alla prese con la povertà e gli esperimenti di democrazia, non dispongono dell’arsenale e delle competenze in materia di sicurezza per opporre la resistenza necessaria a tentativi di condizionamento.


Dopo l’11 settembre americano e il 13 novembre francese nessuno è al sicuro dal terrorismo?

Forse sì, ma ci sono molti motivi per dubitarne.  La vulnerabilità di un Paese varia in base al livello di sviluppo dello stesso, al suo grado di organizzazione e reattività dei servizi di intelligence.

Per comprende meglio questo concetto, basta pensare alla situazione della Somalia, la quale non riesce a stare a galla di fronte alla minaccia del gruppo jihadista Al Shabab; stiamo parlando di uno stato fallito a causa della lunga guerra civile che l’ha invaso per anni, di uno stato corrotto e non in grado di proteggere la sua popolazione.

La situazione in Mali non può essere paragonata a quella somala ma entrambi questi stati hanno alla base molta debolezza e necessità di aiuti esterni tanto da rendere i rispettivi governi vulnerabili a violenze e attacchi esterni.


 

giovedì 3 dicembre 2015

“So Dukhalma – Quello che mi fa soffrire”, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio sul disagio interiore dei minori e delle famiglie rom

Come vivono i minori rom all’interno di un ghetto, isolati dal centro abitato e senza spazi per giocare ed esprimere la propria personalità? Quali disagi provocano la povertà, la discriminazione della società e la mancanza totale di stimoli e riconoscimenti all’interno del proprio contesto abitativo?
Sono questi gli interrogativi alla base di “So Dukhalma – Quello che mi fa soffrire, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio sul disagio interiore dei minori e delle famiglie rom residenti negli insediamenti istituzionali che verrà presentato giovedì 10 dicembre alle ore 17.30, presso l’aula V della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università la Sapienza di Roma (città universitaria), in Piazzale Aldo Moro, 5.
La ricerca ha sviluppato un’indagine su un campione di minori tra gli 8 e i 15 anni che vivono nel “villaggio della solidarietà” di Castel Romano, comparando dati e osservazioni con le famiglie rom che vivono in abitazioni convenzionali.
 
Interverranno alla presentazione del rapporto:
 
Carlo STASOLLA, presidente dell’Associazione 21 luglio
Natale LOSI, antropologo-medico e direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma
Angela TULLIO CATALDO, autrice della ricerca, Associazione 21 luglio
 
Ai partecipanti sarà distribuita copia gratuita del reportage fotografico ispirato alla ricerca, “So Dukhalma –Quello che mi fa soffrire“.
La ricerca è stata realizzata con il sostegno della Fondazione Bernard Van Leer.
L’autrice del testo, Angela Tullio Cataldo, ha condotto la ricerca con il supporto di Luca Facchinelli, Cristiana Ingigneri, Emiliana Iacomini e sotto la supervisione scientifica di Natale Losi, direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma.
Le fotografie del reportage sono state scattate da
Stefano Sbrulli, photoreporter e digital designer, presso il “villaggio della solidarietà” Castel Romano e presso le famiglie rom residenti in abitazioni private a Roma.

giovedì 26 novembre 2015

Michele Karaboue commenta i fatti di Parigi e in altri Paesi del mondo



L'Associazione per i Diritti umani ha raccolto, per voi,anche il commento del Prof. Karaboue, docente presso la Seconda Università di Napoli e lo ringrazia molto per la sua disponibilità.

 

Gli attentati di Parigi sono atti molto tristi, che lasciano sgomento, ma che non possono essere ricondotti ad una volontà religiosa, nel senso che è opportuno distinguere l'atto di terrorismo dalla religione islamica. E' oggettivamente complesso comprendere questa dinamiche che hvanno condannate ed è compito nostro cercare di spiegare e di analizzare i fatti per quello che sono: qui parliamo di un atto criminale che ha coinvolto un Paese amico come la Francia ed è un atto da condannare con forza.



C'è un fenomeno mediatico di manipolazione e di interessi specifici. Ci siamo accorti della questione francese, ma da sempre tanti Paesi (Kenya, Congo, Siria, Yemen ad esempio) hanno subìto le stesse manifestazioni anche con un numero di vittime superiori, però non hanno la stessa visibilità mediatica in quanto la situazione di questi Paesi viene vista con minore attenzione e con minore sensibilità. La stessa attenzione data legittimamente ai francesi deve essere concessa anche alle altre stragi che il mondo piange perchè è attraverso questa sensibilizzazione globale che si potrebbe scuotere le coscienze e far comprendere a tutti quanto sia universale la drammaticità dei fatti che stanno accadendo.


L'Isis si sconfigge con la presa di consapevolezza dal punto di vista culturale: si parla di Stato islamico che, invece, non esiste ma esiste una realtà - radicata in alcuni territori - che punta a costituire una territorialità politicamente riconosciuta. L'Isis, quindi, va combattuta con un sussulto culturale, isolando e condannando fortemente - a partire dai musulmani - queste attività che nulla hanno a che fare con l'azione religiosa. Non sentendosi legittimata e senza propaganda, l'Isis potrà definire le proprie azioni all'interno di una circoscritta attività che potrebbe anche risolversi nel nulla.


venerdì 30 ottobre 2015

Gruppo GUE/NGL vota contro la Relazione d'Iniziativa Prevenzione della radicalizzazione e del reclutamento di cittadini europei da parte di organizzazioni terroristiche



Bruxelles, 19 ottobre 2015

La Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo ha votato a favore la Relazione d’Iniziativa Prevenzione della radicalizzazione e del reclutamento di cittadini europei da parte di organizzazioni terroristiche, redatta dalla deputata francese del Partito Popolare Europeo Rachida Dati.



Il Gruppo GUE/NGL ha presentato 95 emendamenti alla versione iniziale della Relazione e ha lavorato, nel corso di tutto il processo che ha portato a questo voto, a stretto contatto con varie ONG che operano nel settore dei diritti fondamentali.

Barbara Spinelli, Relatore Ombra per il Gruppo GUE/NGL, ha dichiarato:

«Alcune delle nostre linee rosse sono purtroppo state integrate nel testo finale, come la richiesta di un maggiore controllo dei confini esterni dell'Unione, il rafforzamento delle Agenzie europee quali EUROPOL, la richiesta di una piena cooperazione con i paesi terzi, inclusa la Lega Araba, nonché l'impegno a lavorare verso la finalizzazione, entro la fine dell'anno, della Direttiva sul PNR europeo. Per il nostro Gruppo è altresì problematico l’approccio adottato riguardo alla prevenzione della radicalizzazione su internet, che prevede una responsabilità legale in capo alle società di internet e ai gestori di servizi di cooperare con le autorità degli Stati Membri al fine di cancellare i contenuti illegali su internet nonché il compito, per tali società, di promuovere, in cooperazione con le autorità, narrative positive. A cui si aggiunge la richiesta rivolta agli Stati Membri di istituire un’Unità Speciale volta a facilitare l'individuazione e l’eliminazione dei contenuti illegali su internet.

«In ogni caso il nostro Gruppo ha conseguito vari successi, come quello sull'introduzione di misure di prevenzione, tra cui i programmi educativi nelle prigioni volti al reinserimento dei detenuti e i programmi di supporto per i lavoratori in prima linea, finanziati attraverso investimenti sociali a lungo termine da parte degli Stati Membri. Abbiamo inoltre ottenuto miglioramenti riguardo al ruolo della scuola e dell'istruzione come strumento per prevenire la radicalizzazione attraverso la promozione di corsi di tolleranza e diritti umani, e abbiamo affrontato i fattori socio-economici che conducono a emarginazione chiedendo investimenti in progetti sociali e di vicinato volti a combattere l'emarginazione economica e geografica.

«Siamo riusciti infine ad ottenere l'adozione di una serie di richieste rivolte agli Stati Membri, ad esempio quella di implementare diligentemente gli strumenti dell'Unione Europea contro la discriminazione e adottare misure efficaci per affrontare la discriminazione, l'incitamento all'odio e i reati di odio, nonché incoraggiare gli Stati Membri ad adottare azioni immediate contro il sovraffollamento delle carceri, che continua ad essere un grave problema in molti Stati Membri.

«Per concludere, siamo riusciti ad evidenziare nel rapporto che una strategia per contrastare l'estremismo, la radicalizzazione e il reclutamento di terroristi all'interno dell'UE può funzionare solo se si sviluppa in parallelo ad una strategia di integrazione, inclusione sociale, reinserimento e de-radicalizzazione dei cosiddetti "combattenti stranieri rimpatriati"».



sabato 24 ottobre 2015

I dannati della metropoli. Etnografie dei migranti ai confini della legalità: la città oscura che non ha voce


Esistono da sempre due città, una legale e l'altra illegale, i cui confini si spostano a seconda delle epoche storiche e delle necessità economiche contingenti. Spesso gli abitanti di queste due città si sfiorano, interagiscono, confliggono. Sulle loro contaminazioni si costruisce il tessuto sociale. Quasi sempre gli abitanti della città oscura non hanno voce sui media ufficiali: sono un numero, una statistica o un titolo di giornale. I dannati della metropoli. Etnografie dei migranti ai confini della legalità, edito da Le Milieu, nasce dalla necessità di far parlare i protagonisti del disagio e della devianza che vivono e attraversano le nostre metropoli. Andrea Staid si è messo in ascolto delle voci della città oscura, senza pregiudizi.



L'associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande ad Andrea Staid e lo ringrazia molto per la sua disponibilità.


 
 
 
 

Il suo testo parte dall'assunto che esistano due città: una legale e un'altra illegale. Da chi è popolata quella illegale e quali sono i problemi delle persone che la abitano ?



Negli ultimi anni mi sono interessato sempre di più agli abitanti che vivono ai margini delle nostre metropoli e quindi mi sono soffermato sul mondo dell’illegalità. E' importante indagare in quella giustapposizione di due mondi, o città, che coesistono ma si ignorano o meglio si guardano, nonostante la prossimità, da una distanza insuperabile - la città che si autoproclama legittima e quella più o meno invisibile dell'illegittimità, dell'immigrazione, della micro-criminalità, della prostituzione, della tossicodipendenza. Due città ovviamente, in una posizione profondamente diversa e asimmetrica ma che se ci pensiamo bene sono due facce della stessa medaglia, perché la città illegale non fa altro che rispondere a una domanda creata da quella città autoproclamatasi legittima e legale. Piccoli esempi per capirci meglio chi vende droga appartiene alla città illegale, ma chi la compra? Chi lavora in nero sfruttato fa parte della città illegale, ma chi gli ordina di lavorare? Ma soprattutto chi compra e consuma i prodotti da lui lavorati? Chi si prostituisce vive nella città illegale, ma chi va con le prostitute? La città illegittima è titolare di un offerta di servizi la cui clientela è costituita in gran parte da membri della società legittima.

I problemi invece all’interno della città illegale sono tanti, ovviamente sto parlando della microcriminalità, le regole nella criminalità organizzata sono molto differenti, io non le ho studite e quindi preferisco non parlarne. Nel mondo microcriminale, o anche solamente dell’illegalità creata dalle norme dello stato, come i migranti che non riescono ad avere il permesso di soggiorno, i problemi sono quotidiani, ma possiamo riassumerli tutti nella loro grande impossibilità di accedere ai diritti che sono garantiti agli abitanti della città legale, per esempio il diritto all’abitare, ai servizi sociali, insomma viene negata la possibilità di vivere una vita dignitosa.

 

Ci può anticipare il tema centrale del libro, ovvero il caso di Viale Bligny, a Milano?


Nel mio libro il palazzo di Viale Bligny 42 viene trattato come un caso specifico, precisamente nel quinto capitolo ho cercato di creare una ricostruzione etnografica di un palazzo sicuramente particolare di Milano quello che dalla stampa viene chiamato ingiustamente il fortino della droga, un palazzo della vecchia Milano, situato a pochi isolati dal centro cittadino, nella via che porta alla famosa Porta Romana e a pochi passi dall'università della giovane elites italiana, la Bocconi. In questo capitolo ho analizzato la quotidianità di una realtà meticcia nel cuore di Milano, ho cercato di farlo senza pregiudizi e attraverso il contatto diretto con chi vive e attraversa quel luogo. In questo palazzo ho trascorso un anno per conoscere e intervistare gli abitanti provenienti da tutto il mondo, stiamo parlando di uno stabile formato da 220 appartamenti per più di 700 abitanti. Un micro paese, una comunità che oggi è formata da migranti, anziani inquilini arrivati dal sud Italia, altri italiani che vogliono vivere spendendo poco in una zona centrale di Milano e ancora da studenti e artisti. Un palazzo dove sicuramente ci sono dei problemi ma dove un’associazione di condomini ha deciso di costruire dal basso percorsi di interazione tra culture diverse e soprattutto gli abitanti dell’edificio mondo hanno cominciato a risolvere i problemi della quotidianità occupandosene in prima persona.


Il suo è uno sguardo antropologico: quali sono le sue conclusioni sulle città contemporanee? Quali le esigenze dei cittadini? E gli errori da parte delle istituzioni (soprattutto in termini di accoglienza e immigrazione)?


E’ difficile con uno sguardo antropologico trovare delle conclusioni sullo stato delle città contemporanee perché sono sempre più un coacervo di culture in movimento. Quello che vedo forse peccando di estremo ottimismo è che la realtà, anche quella marginale trova soluzioni molto interessanti per migliorarsi e andare avanti, soluzioni che ovviamente non fanno notizia sui mass media che continuano imperterriti a narrarci un presente di crisi, scontri culturali e impossibilità. Basti pensare a questa narrazione sull’invasione dei migranti, è un falso, sono tante le donne, gli uomini e i bambini in arrivo, ma sono numeri che un paese come l’Europa potrebbe accogliere senza problemi, quello che servirebbe sarebbe una gestione del “comune” assai differente. Le risorse ci sono, il problema è che vengono gestite in modo sbagliato e che il primo pensiero di molti è lucrare sui i migranti, credo che Mafia capitale sia un’indagine che ci può insegnare molto.


Non ho chiaro fino a che punto l’antropologia possa estendere il suo linguaggio specifico per rappresentare adeguatamente i concetti che gli osservati hanno sviluppato e che hanno espresso. Probabilmente l’antropologia può riflettere la visione del mondo delle persone che studia ma non riesco ad averne l'assoluta certezza. Come scrive Clifford Geertz già al momento dell'esposizione dei fatti veri e propri noi stiamo dando spiegazioni; e, quel che è peggio, spiegazioni di spiegazioni. Per questo ha un senso affermare che la ricerca antropologica deve procedere secondo un progetto teorico e conoscitivo, il quale deve a sua volta essere identificabile attraverso un’impalcatura epistemologica fatta di teorie, concetti, nozioni, ipotesi e dati, e di un vocabolario sulla base dei quali sia possibile confrontare e porre in relazione esperienze e intenzionalità etnografiche ed esistenziali differenti. L’antropologia deve essere considerata un sapere attraverso cui sia possibile percepire una visione del mondo che consenta di comprendere tutti i possibili mondi culturali, di conoscere appunto, senza per forza riconoscersi.


Come si è svolta la ricerca che ha portato alla stesura di questo libro?


 
La mia ricerca è iniziata nel 2007 e ancora oggi non si è conclusa. Il metodo è quello della ricerca sul campo, un’osservazione partecipante, un metodo etnografico che negli anni sto cercando di affinare per trovare un equilibrio sempre più forte tra intervistato e intervistatore. Quello che cerco di fare quando faccio ricerca è immedesimarmi il più possibile cono la vita delle persone che voglio comprendere, analizzare, studiare, lo faccio passando periodi lunghi sul campo approfondendo i rapporti con le persone che voglio intervistare e conoscere. Sto molto attento all’uso di registratori e macchine fotografiche, capisco che mettono in soggezione e non faccio solo domande, mi racconto e vivo la quotidianità con i protagonisti delle miei ricerche. E’ importante però sottolineare che l'antropologo pur impregnandosi con i modi di fare dell'ambiente in cui si trova non si trasforma mai in un membro della comunità che studia, pensarsi un agente neutro o considerarsi sullo stesso piano dell'intervistato sarebbe un errore grave per il ricercatore, deve sempre comprendere che è impossibile astrarsi da quella che è la sua posizione diametralmente differente da chi vive quello che viene raccontato.

Nella mia ricerca nel mondo dell’illegalità ho scelto di rivelare subito la mia identità di osservatore, non mi sono finto cliente o giornalista, da subito era noto agli osservati quello che stavo facendo, per questo credo che la mia osservazione partecipante sia diventata nei mesi trascorsi una specie di action research che ha indotto riflessioni, dibattiti, discussioni e ha quasi costretto i soggetti osservati a prendere coscienza delle proprie dinamiche relazionali.


giovedì 22 ottobre 2015

La stretta di mano ingravida ?!?!




di Monica Macchi







Atena è stata punita per le sue vignette…

. Nessuno dovrebbe essere in carcere

per la propria arte

Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettore di Amnesty, MENA




 






Atena Farghadani è una disegnatrice e attivista iraniana condannata per “oltraggio”, per “attentato alla sicurezza nazionale” e “diffusione di propaganda ostile alle istituzioni” per questa vignetta in cui i parlamentari sono rappresentati come animali mentre stanno votando un provvedimento che limita l’accesso delle donne al controllo delle nascite. 

Incarcerata una prima volta nell'agosto 2014, è stata liberata a novembre e poi di nuovo arrestata a gennaio dopo aver denunciato in un video postato su YouTube le percosse, le perquisizioni corporali degradanti e gli interrogatori al limite della tortura. Messa in isolamento nel carcere di Evin (che non ha una sezione per i prigionieri politici), ha iniziato uno sciopero della fame e a fine febbraio ha avuto un infarto ed è stata in coma. Si è lentamente ripresa e finalmente il 13 giugno scorso il suo avvocato Mohammad Moghimi è riuscito ad avere il permesso di farle visita… ma le guardie hanno spifferato che al termine del colloquio si sono stretti la mano! L’avvocato è stato immediatamente arrestato per questo “gesto al limite dell'adulterio” e rilasciato dopo tre giorni e il pagamento di una cauzione di 60.000 dollari. Entrambi sono in attesa di processo per “condotta indecente e relazione sessuale inappropriata”: e per comprovare le accuse Atena ha dovuto subire una visita ginecologica coatta con un doppio test: gravidanza e verginità….test di verginità imposto che è considerato internazionalmente una forma di violenza e discriminazione nei confronti di donne e ragazze e viola l’articolo 7 del Patto Internazionale sui diritti civili e politici ratificato dall’Iran.

Amnesty considera Atena Farghadani una prigioniera di coscienza che non ha commesso alcun reato e ha lanciato una petizione internazionale per chiederne la scarcerazione
 
 
Il Guardian invece ha invitato i lettori a mandare una vignetta in solidarietà con l’artista iraniana su Twitter con l’hashtag #Draw4Atena e qui potete vederne una selezione
 





martedì 20 ottobre 2015

Il Plan Frontera Sur : caccia ai migranti



di Mayra Landaverde
 
 
 


Il 7 luglio 2014 il Governo dello Stato Messicano ha annunciato l’inizio di una campagna in materia di migrazione. Il Plan Frontera Sur.

Secondo le parole del Presidente della Repubblica del Messico, Enrique Pena Nieto, il “ Programma Frontiera sud” ha due obiettivi: il primo e il più importante è di proteggere i migranti centroamericani che transitano per il nostro paese con l’intenzione di arrivare negli Stati Uniti. Il secondo obiettivo è mantenere in ordine la frontiera.


Mantenere in ordine la frontiera? Proteggere i migranti?

Tutt’altro.

Dopo soltanto un anno il PFS ha prodotto circa 107,199 deportazioni verso il Centroamerica.

Nel 2013 i deportati sono stati 77,395.

Il 54% dei migranti ha fra i 18 e i 30 anni. Il 25% restante va dai 30 ai 40 anni. Provengono maggiormente da Guatemala, Honduras e da Il Salvador.

Sono aumentati i crimini commessi contro gli immigrati da parte di criminali comuni, della criminalità organizzata e delle autorità.


La Casa dei migranti (che si chiama “ La 72”) ha documentato e accompagnato decine e decine di persone che denunciano le violenze davanti alla Fiscalía especializada en delitos contra migrantes, organo la cui principale missione è difendere i diritti umani degli immigrati.

Le denunce non sono solo verso la criminalità organizzata ma anche contro istituzioni come l’INM (Istituto Nazionale per la Migrazione).

Finora le denunce non hanno avuto nessuna risposta.


Il PFS ha significato la persecuzione, la repressione e la morte per i migranti. Sempre la Casa per migranti “La 72” ha documentato la scandalosa morte di più di 10 migranti nella regione di Tabasco durante il 2015. Morti in cui sarebbero coinvolte le stesse autorità.

Il Segretario degli Interni afferma che le azioni del governo federale saranno indirizzate a "evitare che gli immigrati mettano a rischio la loro vita utilizzando il treno merci noto come La Bestia; sviluppare strategie specifiche per garantire la sicurezza e la protezione dei migranti; combattere e sradicare i gruppi criminali che violano i loro diritti ".

Tuttavia, si è dimostrato che le azioni del governo messicano violano i diritti umani di chi usa ancora il treno per attraversare il Paese.

E’ importante vedere come nel 2014 le detenzioni sono aumentate del 47% .

27 regioni del Paese hanno avuto un incremento nel numero di detenzioni di migranti, per esempio: Chiapas 46%, nel Tabasco 102%, a Veracruz 40% e in Puebla perfino del 130%.

Il rafforzamento delle frontiere e il controllo della migrazione condotto dall'Istituto Nazionale di Migrazioni [INM] per tutto il Messico (non solo ai valichi di frontiera, ma a bordo di autobus, sulle autostrade, sui treni merci, nelle stazioni, ecc.) hanno aumentato l’insicurezza e la vulnerabilità per i migranti che, nella ricerca di nuove strade (molte a piedi), devono affrontare anche altri tipi di avversità: estorsioni da parte della polizia, detenzione illegale da parte dell'INM, il sequestro, lo stupro e, come detto, gli attacchi della criminalità organizzata che ha trovato un terreno fertile in seguito all'attuazione di tale piano.

Gli avvocati dell'immigrazione, inoltre, hanno osservato numerose violazioni in un giusto processo per i richiedenti asilo in Messico, e pochi immigrati hanno la possibilità di raccontare le loro storie alle autorità così il traffico, i rapimenti e gli stupri restano impuniti.

Miguel Angel Osorio Chong, Segretario degli interni dichiara:

"Quello che stiamo pensando, sono politiche di pubblico interesse. L'identificazione e il controllo che ci permettno di sapere esattamente cosa sta succedendo sul confine meridionale, cosicchè tutti i messicani abbiano la certezza di cosa sta accadendo all'interno del nostro territorio e di ciò che passa e questo lo dobbiamo fare tutti in modo coordinato. "

Certo, in questo ha ragione. Tutte le istituzioni per la prima volta si sono coordinate benissimo per rapire, stuprare rubare e far sparire una quantità di migranti che ogni giorno aumenta.


Congratulazioni al Governo messicano, avete copiato alla perfezione certe politiche migratorie di oltre oceano.


giovedì 15 ottobre 2015

I muri di Tunisi: la Tunisia prima e dopo la rivoluzione


Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



il saggio “I MURI DI TUNISI. Scritti e immagini di un Paese che cambia”, di Luce Lacquaniti

ed. Exòrma

 




giovedì 22 OTTOBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

(Piazza Carrara 17.1 (ang Via G. da Cermenate,2 MM Romolo) Milano





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del saggio “I MURI DI TUNISI. Scritti e immagini di un Paese che cambia”, di Luce Lacquaniti

ed. Exòrma



Il saggio, a partire dai graffiti realizzati sui muri della città di Tunisi, permette di fare un viaggio in un Paese in grande via di trasformazione politica, culturale e sociale. Si parlerà della Tunisia anche alla luce dell'attacco terroristico e del Premio Nobel per la pace.



Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani



Vite in sospeso - Lives in limbo



di Cinzia D'Ambrosi





La vita di coloro che cercano esilio e si sono rifugiati in Europa spesso si blocca nel processo burocratico, nei meccanismi di difesa, nei confini, in attesa di avere un permesso permanente e di poter continuare la propria vita. Quando riusciamo veramente a capire cosa significhi rimanere in balia di questo procedimento, possiamo capire che la situazione è dura. Possiamo poi percepire le discriminazioni e la mancanza di umanita' in molti casi: le detenzioni, i permessi, le firme settimanali, le attese prolungate che durano anni in completa balia di un sistema non funzionante e discriminatorio. Le storie raccolte sono ripetibili – l'attesa prolungata nei centri d'accoglienza, nelle detenzioni e il non poter contribuire e vivere la propria vita. Alcune comunita' sono anche piu' vulnerabili di altre, in particolare coloro che sono visibilmente diversi per la loro religione o etnia. Spesso le comunita' africane sono quelle piu' soggette a malestie, discriminate ed anche attaccate.

La foto che sto condivendo appartiene ad Ahmed, un rifugiato, originario del Sudan. Trascorre le sue giornate nel centro Sudanese dove si sente protetto. Non puo' lavorare e non ha il permesso di poter lasciare la Grecia. Da molto tempo e' in questa situazione di limbo. Come tanti altri nella comunita' e' stato fermato dalla polizia e portato nella loro centrale, solo per lasciarlo li' per ore. Ahmed dice che e' fortunato se non viene riportato nel centro di detenzione!




Didascalia della foto:

'Anche se hai il foglio rosa, non puoi lavorare o lasciare il paese. Te lo possono togliere ogni momento e poi ritorni nei centri di detenzione. Questo succede spesso, particolarmente con noi, rifugiati del Sudan, perche' siamo spesso portati in una centrale di polizia.' Ahmed, Atene, Giugno 2015.



Hate Crimes in Europe!

By Cinzia D'Ambrosi



Many refugees and asylum seekers have their lives stalled for years whilst in the process of being granted asylum or permit to stay. When we truly understand the meaning of this, we can grasp the hard-stance. The detention, the shelters, the lack of a permit to work, the charitable donations to get by. For many of the refugees and asylum seekers this life in limbo goes on for years upon years. Racism, discrimination is intertwined in many layers of this system. The stories being collected are of an endless fight for survival, whilst in accommodation centres, shelters for prolonged periods of time. Some communities face further challenges as being singled out for their race or religion. The black communities are often the most verbally and physically harassed, discriminated and even attacked. Thus, having no residence permit and in a limbo situation leave these communities in greater vulnerability for becoming a target of hate crimes.

The photo that I am sharing belongs to Ahmed, a refugee originally from Sudan taken in a Sudanese centre in Athens, Greece. Ahmed like so many others in the centre has been waiting for a permit that would allow him to work for a very long time. He spends his days in the centre where he feels safe. Like so many others in the community he has often been picked up from the police and taken to the police station only to be released many hours later. If he is not like, he will be then sent back to a detention camp.






Caption of the photo:

'Even if you have the pink paper, you cannot apply for work or leave the country. It can be revoked at any time and then you are back in the detention centres. This happens frequently, particularly with us, refugees from Sudan, because we are often randomly taken to a police station'. Ahmed, Athens, June 2015

mercoledì 7 ottobre 2015

Proposte per scuole superiori e università


Associazione per i Diritti Umani



Proposte di incontri con gli autori



per scuole SUPERIORI e UNIVERSITA'






Verranno consegnate anche schede didattiche di approfondimento con spunti di riflessione.






Percorso 1: Focus PALESTINA





Presentazione dell'ultimo libro di Adania Shibli, scrittrice palestinese che vive tra Londra e Ramallah. e che collabora con importanti istituzioni culturali palestinesi come al-Hakawati Theater di Gerusalemme e il Sakakini Cultural Centre di Ramallah.




E visione e analisi del film Five broken cameras.



IL LIBRO:



Pallidi segni di quiete" raccoglie i più bei racconti di Adania Shibli, la giovane scrittrice palestinese il cui primo romanzo, "Sensi" (Argo 2007), è già noto al pubblico italiano. Calando l'asciutta enunciazione di minuti fatti quotidiani in un'atmosfera oscillante tra stupore e sgomento, Adania Shibli consegna al lettore un mondo drammaticamente incomprensibile. Da "Senza rami" a "Necrologio di un bravo professore del quartiere armeno" a "Pallidi segni di quiete", che dà il titolo alla raccolta, è un incessante succedersi di finestre che si spalancano su un universo bello e terribile, fissato da occhi inermi e spietati.



IL FILM:



La particolarità di questo documentario risiede nell’equilibrio tra i momenti familiari e intimi (come quando il vecchio padre di Emad tenta di arrampicarsi e bloccare la jeep israeliana che stava portando il figlio in prigione o quando il piccolo Gibreel bacia i manifesti funebri chiedendo al padre il significato della morte), tra gli abitanti del villaggio ognuno con le proprie speranze e convinzioni (su tutti Phil e Ameed) e la cronistoria dei cambiamenti nel villaggio (dalla costruzione del muro di separazione e di nuovi insediamenti illegali, alla raccolta delle olive a cui spesso partecipano anche gli internazionali per proteggere i contadini palestinesi, alla politica internazionale) e fare un film intimo ed personale è stato il modo per farlo sentire nuovo ed autentico.





Temi di riflessione: L'assedio/il muro dell’apartheid/La resistenza creativa e non violenta









Percorso 2: EGITTO “I ragazzi di Piazza Tahrir”



Proponiamo il libro di Azzurra Meringolo “i ragazzi di Piazza Tahrir”, ricercatrice di Relazioni Internazionali all’università Roma3; un libro che ci fa respirare il clima e le dinamiche interne alla società egiziana pre-25 gennaio e che spiega come dice Ala al Aswani che “la rivoluzione è uno stato mentale, una scelta di vita: è uno stato d’animo che si decide di abbracciare o meno e quando lo abbracci è per sempre”.





IL LIBRO:



Questo libro racconta il clima pre-rivoluzione a cui come ha scritto l’autrice “mancava solo la scintilla finale: il conto alla rovescia era iniziato da anni” e un Occidente che non ha saputo coglierne i segni credendo (o fingendo di credere) alle menzogne del raìs secondo cui l’unica rivoluzione possibile sarebbe stata quella islamica.

Viene esaminata in particolare la sfera virtuale intesa come luogo di libertà che riesce a influenzare le dinamiche interne alla società egiziana grazie ai blogger che, protetti dall’anonimato, affrontano argomenti tabù e riformulano la posizione dell’Islam nella sfera pubblica realizzando una rivoluzione culturale in cui uomini e donne iniziano a incrociarsi negli “interstizi virtuali”. Ma la sfera virtuale diventa anche paradigma di uno scollamento tra regime e popolo, considerato suddito e non cittadino, come dimostra la descrizione che Gamal Mubarak fa degli internauti come di “amebe bloccate davanti al loro schermo che non sarebbero usciti dalle stanze in cui erano rintanati”; quando il regime ne prende coscienza l’unica mossa è quella di oscurare Internet. Mossa tardiva e inutile perché come ha sottolineato Maher, uno dei leader del “Movimento 6 aprile” “la rivoluzione dei gelsomini aveva ormai creato una reazione a catena tra i cibernauti egiziani” arrivando a prospettare “un nuovo panarabismo virtuale”.





LE CANZONI:







Le canzoni nel mondo arabo contemporaneo sono una forma d’arte e di contestazione al punto da essere state definite da Omar Barghouti “Intifada delle parole”: ci faremo così guidare dai testi di 3 famose canzoni per esplorare la colonna sonora della rivoluzione egiziana



Temi di riflessione: I temi di attualità (la rivoluzione), l'Arte come forme di protesta, l'analisi dei testi delle canzoni, le aspettative dei giovani.







Percorso 3: IMMIGRAZIONE : Storia recente del Maghreb e come risponde l'Occidente ai fenomeni migratori



Presentazione della graphic novel “Se ti chiami Mohammed” di Jerome Ruillier e visione e analisi del cortometraggio “C'est dimanche!” di Samir Guesmi.





LA GRAPHIC NOVEL:



Quando entri alla Renault, guardano come ti chiami. Se ti chiami Mohamed, ti mandano in catena di montaggio. Mohamed o Khémais, eh, è la stessa cosa!”Per l’illustratore Jérôme Ruillier l’immigrato della nostra epoca è come un disabile. La sua vita è condizionata dall’impossibilità di essere come gli altri, la maggioranza, e dalle barriere create dalle differenze di cui è portatore. La diversità diventa così un handicap e rende difficile la convivenza con la comunità di appartenenza.



IL CORTOMETRAGGIO:



Ibrahim vive con il padre in Francia. I suoi voti a scuola sono un disastro e quando un giorno i professori gli consegnano una nota da far firmare al genitore, Ibrahim, incapace di comunicare con il padre severo, gli fa credere che la nota sia un diploma. La notizia scatena la gioia del genitore.



Temi di riflessione: Storia recente dei Paesi maghrebini/i cambiamenti sociali/ l'impatto sull'Occidente.



Definizioni giuridiche: immigrato/rifugiato/clandestino







Percorso 4: focus SIRIA



Presentazione del saggio: “La felicità araba” di Shady Hamadi il caso siriano incarna tutte le paure di un cambiamento perché un mutamento in Siria cambierebbe tutto il Medio Oriente, è la base per costruire un modello di cittadinanza universale ed eliminare la crisi dello stato nel mondo arabo.



Presentazione del romanzo “Il silenzio e il tumulto” di Nihad Serees



Visione e analisi del documentario: Young Syrian lenses

 


IL ROMANZO:



Nel caldo torrido di un polveroso paese mediorientale dominato dalla dittatura, Fathi Shin, un famoso scrittore accusato di antipatriottismo ed al quale è stato imposto il divieto di pubblicare nuovi libri, vive una giornata di assurdità kafkiana. Mentre una folla esaltata, scomposta e incontrollabile si riversa in città per volere del leader, nel giorno dei festeggiamenti dei vent'anni dalla salita al potere, Fathi cerca di sfuggire al tumulto per trovare il silenzio - quiete e calma - e far visita alla madre e alla sua amante, ma appena varca la soglia del suo appartamento iniziano i guai... "Il silenzio e il tumulto" è un romanzo sulla vita sotto e durante la dittatura: è l'affresco vivido di un popolo dominato dalla paura. Una storia urgente da raccontare, sensuale, capace di far sorridere anche in un periodo dominato dalla violenza, un atto di coraggio di uno scrittore siriano.



Il DOCUMENTARIO:



Young Syrian Lenses" è un progetto totalmente indipendente e volontario – patrocinato da Amnesty Italia – dei filmmaker marchigiani Ruben Lagattolla e Filippo Biagianti. Ruben e Filppo riescono nel maggio 2014 ad entrare in Siria e a documentare la rischiosissima attività dei ragazzi che lavorano come fotografi e media activist ad Aleppo, sotto assedio da anni, e a testimoniare i tragici episodi che occorrono sotto il regime di Bashar al Assad.





Temi di riflessione: la guerra in Siria/ l'immigrazione anche in Italia/il ruolo della musica come protesta/l'ironia anche in condizioni difficili








Percorso 5: ALGERIA “Marsiglia Algeri viaggio al chiaro di luna”



Presentazione del libro “Marsiglia Algeri viaggio al chiaro di luna” di e del documentario “Oueine Algerie?” di Lemnaouer Ahmine. Alla presenza del regista.



IL LIBRO:



Algeri, la “Bianca”, una città avvolta in una luce di struggente bellezza, ancora chiusa nella paura del terrorismo e nell’orgoglio della guerra d’Indipendenza, perennemente in bilico tra l’anima autoctona – con le donne quasi tutte velate e truccatissime – e la tentazione francese, con l’intellighentia algerina espatriata in Francia, i giovani che vanno a Parigi per vestirsi e il Paese che coltiva un buon francese, parlandolo quasi più dell’arabo.
Questo terzo libro della collana REvolution di Albeggi Edizioni, Marsiglia-Algeri, viaggio al chiaro di luna(364 pagg., 16 euro, ISBN 9788898795062),racconta un Paese affascinante e criptico: l’Algeria. La firma è quella della giornalista Ilaria Guidantoni, che ha già pubblicato per Albeggi Edizioni sulla transizione tunisina e si cimenta nuovamente col Mediterraneo, verso cui nutre una grande passione. Il viaggio si sviluppa ascoltando le voci di femministe, intellettuali, artisti e imprenditori; osservando il dialogo interculturale e interreligioso; esaminando le opportunità di sviluppo sotto il profilo politico, economico, di cooperazione, del turismo.
Attraverso questo viaggio l’autrice prova a immaginare il futuro dell’Algeria se essa saprà riconquistare l’anima mediterranea, diventando un punto di riferimento a livello internazionale in materia di politica energetica, lotta al terrorismo nel Nord Africa e valorizzazione delle minoranze linguistiche.




IL DOCUMENTARIO:



L’autore, che vive in Italia da quasi vent’anni, fa un bilancio della sua vita e traccia con grande libertà d’espressione la storia della sua famiglia, che è uno spaccato di ciò che è stato e di ciò che è diventato il suo Paese d’origine, l’Algeria. “Perché, dice, io ho due case, ma la radice è una sola”.
Un racconto molto personale che intreccia ricordi e ritratti familiari con la storia dell’ Algeria nell’anno della celebrazione dei 50 anni dell’Indipendenza.



Temi di riflessione: terrorismo: le radici/i pregiudizi/cosa accade nel mondo






INFORMAZIONI

Coordina gli incontri: Alessandra Montesanto, Vicepresidente dell'Associazione per i Diritti Umani, alla presenza di autori ed esperti di materia.



Gli alunni possono realizzare un loro lavoro sulle tematiche proposte: un video, un reportage fotografico, un contributo scritto che:



sarà pubblicato su www.peridirittiumani.com

sarà presentato durante l'incontro con gli autori





COSTI:



Contributo di 4 euro per alunno partecipante



Eventuali spese di viaggio per i relatori



Gli incontri potranno svolgersi al mattino oppure al pomeriggio, in base alle esigenze scolastiche. Si terranno direttamente nelle scuole, anche a classi accorpate.



Per ulteriori informazioni e prenotazioni, scrivere a: peridirittiumani@gmail.com

martedì 6 ottobre 2015

Milano non dimentica la giornalista Anna Politkoskaja








Dibattiti, letture, proiezione di documentari e il memorandum teatrale Donna non rieducabile, di Stefano Massini. Sono tante le iniziative organizzate a Milano da AnnaViva per onorare la memoria di Anna Politkovskaja, uccisa 9 anni fa, il 7 ottobre 2006, quando 5 pallottole la raggiunsero  davanti all’ascensore di casa mentre reggeva le buste della spesa. Venite a ricordare con noi, vi aspettiamo.

Ecco il calendario degli appuntamenti:

2 ottobre ore 18.30, Libreria Popolare, via Tadino, 18  - Dibattito dal titolo “Perché Anna oggi?”. Ingresso libero. Intervengono: Elena Arvigo (interprete del memorandum teatrale “Donna non rieducabile” in scena al Teatro Out Off dal 7 al 25 ottobre, Rosario Tedesco (regista dello spettacolo), Luca Bertoni e  Pamela Foti dell’associazione Annaviva.

7 ottobre, ore 20.45, Teatro Out Off  prima di Donna non rieducabile(ingresso libero solo su prenotazione 0234532140;  info@teatrooutoff.it).

8 ottobre, ore 18.00, Teatro Out Off – proiezione del documentario  “A Bitter Taste of Freedom" un film di Marina Goldovskaya - ingresso libero 

10 ottobre, ore 17.00, giardini Anna Politkovskaja - Per non dimenticare: letture da testi e articoli di Anna P. letti da Elena Arvigo, Cinzia Spanò, Rosario Tedesco

15 ottobre, ore 18.00, Teatro Out Off - proiezione del documentario “Letter to Anna: The Story of Journalist Politkovskaya's Death” di Eric Bergkraut - – ingresso libero 

22 ottobre ore 18.00, Teatro Out Off – proiezione del documentario “211: Anna” di Paolo Serbandini, Giovanna Massimetti - ingresso libero