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sabato 2 gennaio 2016

Stay human Africa: Cosa è successo in Africa nel 2015?

di Veronica Tedeschi

Liberia e Sierra Leone libere dall’ebola

La terribile epidemia è stata sconfitta dopo aver fatto ben 11.300 vittime. La notizia dell’abbattimento dell’epidemia ha fatto riversare nelle spiagge tutta la popolazione liberiana, che ha festeggiato per giorni. In Sierra Leone, un rapper locale ha inciso la canzone “Bye bye Ebola” che ha fatto ballare il presidente, i poliziotti e persino le suore.


 


Il nuovo presidente della Tanzania

Il 25 ottobre John Pombe Magufuli è stato eletto presidente della Tanzania. Già nei primi giorni di mandato ha iniziato a scrivere riforme per il paese come l’adozione di misure straordinarie per ridurre gli sprechi e massimizzare l’efficacia della spesa pubblica. Ha chiesto ai giovani tanzaniani di ripulire gli spazi pubblici delle loro città, come ha fatto lui stesso tra le strade di Dar Es Salam.

Le elezioni politiche in Nigeria

Nonostante le minacce di Boko Haram, le elezioni in Nigeria si sono svolte regolarmente e, per la prima volta dal 1999 (introduzione della democrazia multipartitica), il governo non ha ottenuto la maggioranza dei voti e dalla urne è uscito vincitore Muhammadu Buhari, ex dittatore convertito ai principi democratici. In Nigeria, per la prima volta, il potere è stato trasferito in modo pacifico nella speranza che questo possa essere un esempio per gli altri paesi africani.

Il terzo mandato di Pierre Nkurunziza

(Leggi anche: "Un presidente che non cede", "Elezioni non credibili" e "Africa: Cosa succede in Burundi?")

In molti paesi africani l’ostinazione dei propri presidenti a ricandidarsi contro la volontà dei propri cittadini e contro le proprie costituzioni, sta diventando la normalità e sta provocando un numero sempre più alto di vittime causate dalle proteste. Il caso più emblematico è sicuramente quello del Burundi con la candidatura al terzo mandato del presidente Nkurunziza ma altri Stati stanno seguendo questo esempio come il Congo con Denis Sassou- Nguesso. Tale pratica sta diventando oggetto di severe critiche in tutto il continente e in tutto il mondo.

Il nuovo presidente del Burkina Faso

(Leggi anche: “Cosa succede in Burkina Faso?”)

Il
Burkina Faso, ha eletto pochi giorni fa come nono Capo dello Stato del Paese africano Roch Marc Christian Kaboré, eletto il 29 novembre al primo turno delle elezioni presidenziali. Il suo insediamento pone fine al regime di transizione seguito alla caduta, in ottobre 2014, dell’ex Capo dello Stato Blaise Compaoré.

L’accordo di pace in Sud Sudan

L’accordo di pace, firmato il 26 agosto, non sembra aver cambiato molto nel paese, ancora scosso da scontri violentissimi e da un’inflazione galoppante. Il conflitto non sembra avere breve durate e molti sud sudanesi hanno lasciato il paese per rifugiarsi in Uganda o nella Repubblica democratica del Congo oientale.

Le nuove relazioni tra Cina e Africa

Lo scorso 4 e 5 dicembre, si è tenuto
il sesto Forum per la cooperazione Cina-Africa (FOCAC), che per la prima volta è stato aggiornato al livello di vertice e dopo quindici anni dalla sua istituzione ha avuto luogo in Africa, esattamente a Johannesburg.

La cooperazione tra i due continenti è in costante crescita e vede oltre tremila imprese cinesi operative nel continente africano; l’incontro a Johannesburg ha rappresentato l’apice dell’azione diplomatica che la Cina ha condotto nei confronti dell’Africa.



L’omosessualità non è più illegale in Mozambico

Il 29 giugno è entrato in vigore il nuovo codice penale del Mozambico, già modificato a dicembre scorso e che, come grande novità, contiene una proibizione della persecuzione giudiziaria contro gli omosessuali. Questa è una fresca boccata d’aria per la popolazione mozambicana che vive in uno degli stati in cui l’intolleranza è da sempre la meno influente rispetto ad altri Stati dell’Africa meridionale.

venerdì 11 dicembre 2015

Laura Silvia Battaglia commenta le elezioni francesi (e non solo)




La giornalista Laura Silvia Battaglia ci ha mandato questo suo contributo a commento delle elezioni francesi e alla rinuncia, da parte della Francia, della Convenzione dei diritti dell'Uomo.



L'Associazione per i Diritti umani la ringrazia.



Libertà, uguaglianza, fraternità. I tre pilastri della rivoluzione francese, innalzati nel 1789 comunque a prezzo di sangue, come in tutte le rivoluzioni, sono stati e saranno ulteriormente e progressivamente abbattuti nei mesi a venire. La libertà con una serie di misure di controllo sui movimenti dei cittadini e dei residenti temporanei, della libertà di espressione, financo sull'uso di sistemi di comunicazione criptati VPN e TOR su internet, utili anche a giornalisti investigativi e attivisti dei diritti umani; l'uguaglianza, con l'annunciata rinuncia al rispetto della Cedu, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, che, con una deroga di tre mesi a causa di "minacce alla vita della nazione", prevede, tra gli altri, la sospensione del diritto a equo processo, nonostante vieti comunque, sulla carta, l'applicazione di torture in carcere; la fraternità con un crescente sospetto sociale verso i musulmani che la conquista di sei seggi regionali da parte della destra nazionalista della Le Pen potrebbe sterzare verso assai più che una semplice islamofobia.

Occorre chiedersi, a poca distanza dai fatti del Bardo ma anche abbastanza a freddo rispetto ad alcune settimane fa, se la nazione che ha inventato la libertà laica e ha abolito la parola libertinaggio dai vocabolari in nome della bohemè, non stia derogando al suo principio fondante, in nome di una presunta e comunque fallibile sicurezza. Noi attendiamo la fine di questi tre mesi, abbastanza certi che presto nascerà una Guantanamo europea.

sabato 28 novembre 2015

Stay human - Africa: Cosa succede in Burundi?


di Veronica Tedeschi


Trovare notizie chiare su quello che sta succedendo in Burundi in questi ultimi mesi è abbastanza difficile, la guerra che sta vivendo questa popolazione sta passando in secondo piano, almeno nel giornalismo italiano.

Questo non significa che sia una guerra “meno importante” o con “meno morti”: da aprile 2015, quando sono scoppiate le violenze tra il governo e gli oppositori per la candidatura ad un terzo mandato del Presidente Pierre Nkurunziza, sono morte circa duecento persone.

Duecento persone che rappresentano un popolo che non ha nessuna intenzione di mollare, che non vuole sottostare al comando di un Presidente completamente disinteressato al benessere della sua popolazione, colpita per il 66% da denutrizione e caratterizzata da un tasso di povertà altissimo.



Lunedì mattina abbiamo assistito quasi 60 feriti arrivati al pronto soccorso in un breve lasso di tempo” spiega Richard Veerman, responsabile dei progetti Medici Senza Frontiere in Burundi. “Abbiamo aperto una seconda sala operatoria ed eseguito cinque interventi chirurgici d’emergenza nelle ore immediatamente successive. Ci impegniamo a portare cure mediche di qualità alle persone, senza distinzioni di razza, religione o orientamento politico”.



Per la prima volta la guerra in Burundi non riguarda solo le differenze etniche ma è legata soprattutto ad una lotta di potere. Nel maggio scorso ci fu un colpo di Stato, fallito, che vide i responsabili arrestati poco dopo. Nonostante questo, le manifestazioni e le morti sono continuate, tra il 3 e il 4 ottobre sono morte 15 persone negli scontri a Bukumbura tra la polizia e alcuni giovani che si opponevano al terzo mandato di Nkurunziza. Il 13 ottobre, almeno 7 persone sono morte per colpi di granata e arma da fuoco e ancora, altre 3 persone hanno perso la vita lo scorso 27 ottobre, giorno in cui il Presidente ottenne un terzo mandato. La violenza è ormai norma nel paese, dilaniato da una crisi politica di livelli eccezionali che ha costretto 200mila burundesi a lasciare il paese.

In quest’ottica si può leggere la creazione di una nuova polizia antisommossa, istituita il mese scorso e chiamata ad intervenire in caso di rivolte; secondo alcune fonti di stampa, sarebbe composta da 300 uomini, tra tiratori scelti e ufficiali al comando. La polizia da sola non regge più il peso di queste manifestazioni che, ormai, continuano da ben 8 mesi e che non cesseranno facilmente.

Il 7 novembre è scaduto l’ultimatum di cinque giorni dato dal Presidente ai suoi oppositori per consegnare le armi spontaneamente in cambio di un’amnistia. Questo invito di Nkurunziza non è stato accolto, infatti, nella notte tra il 7 e l’8 novembre altre 9 persone sono state uccise in un bar a Bukumbura.

Il 9 novembre è iniziata l’operazione di disarmo avviata dalla polizia in quartieri controllati dall’opposizione, il giorno stesso durante tali eventi sono morte altre 2 persone.

La situazione in Burundi peggiora progressivamente senza che la comunità internazionale riesca (o voglia) fermare la spirale di violenza che sta travolgendo questo paese.

Ricordiamo, inoltre, che nei prossimi mesi anche le popolazioni di Rwanda e Repubblica Democratica del Congo saranno chiamate alle urne, nella speranza che le conseguenze della guerra in Burundi non invadano anche gli altri Stati africani.




Il Burundi è un paese fragile e il modo in cui questa crisi verrà risolta avrà sicuramente ripercussioni sia sulla popolazione che sulle conquiste politiche future. Il tutto potrebbe concludersi con soluzioni militari molto pericolose, non solo per il Burundi ma per tutta la regione.



lunedì 2 novembre 2015

Erdoğan, la guerra ai media




Di Enrico Campofreda (da Agoravox.it)



 
 
Mattinata d’occupazione a Istanbul al quartier generale della Koza İpek Holding’s media (quotidiani Bugün e Millet, più Bugün Tv e Kanaltürk). La polizia è giunta in forze alle quattro del mattino, s’è introdotta nell’edificio che ospita le redazioni, ha oscurato i canali televisivi (“cari telespettatori non sorprendetevi se fra poco vedrete la polizia nei nostri studi” annunciava il conduttore), impedito l’uscita dei giornali. Applicava un’ordinanza del tribunale che pone la struttura sotto la “tutela” di Turkuvaz Media Group, un editore filogovernativo che diventa fiduciario, e di fatto censore, del gruppo concorrente accusato di sostegno al terrorismo. I cronisti ancora presenti nelle redazioni sono diventati ostaggio degli agenti in borghese, mentre a quelli accorsi in sostegno veniva impedito l’accesso nel luogo di lavoro. Quando la tensione è salita sono stati bersagliati con gas lacrimogeni e urticanti e cannonate d’acqua assieme a decine di cittadini radunati per protesta sotto la sede. Mahmut Tanal, un avvocato del partito repubblicano, ha provato a mediare col capo dell’antisommossa presente in strada, non c’è stato nulla da fare. Agli scontri, peraltro sedati dopo non molto, sono seguiti fermi e arresti.
Il conflitto con l’apparato mediatico vicino al movimento gülenista Hizmet è in atto da tempo, ma non è l’unico perché nel mirino di Erdoğan c’è ormai ogni voce d’informazione che si smarca dal coro d’appoggio e propaganda al suo sistema di potere. Il recente rilascio del direttore del quotidiano Zaman, Bulent Kenes, è solo un diversivo, visto che l’attacco alla libertà di stampa è totale e senza precedenti. Ovvero riporta alla Turchia piegata dalla tipologia di dittatura militare e fascistoide del buio trentennio Sessanta-Ottanta. L’hanno sottolineato alcuni deputati del partito repubblicano che denunciavano la totale illegalità dell’azione poliziesca anche nei loro confronti, visto che gli è stato comunque impedito l’accesso all’edificio della holding dove s’erano recati per osservare quanto stesse accadendo. “Questo è stato di polizia” ha tagliato corto il parlamentare del Chp Barış Yarkardaş. Mancano quattro giorni all’apertura delle urne e il partito di maggioranza (Akp), che ha evitato volutamente qualsiasi tentativo d’accordo con altre formazioni, sceglie di giocarsi il tutto per tutto. Punta a recuperare terreno, per quanto i sondaggi non gli siano favorevoli. Dicono che rischia di subire un ulteriore calo di consensi dopo la flessione dello scorso giugno che l’ha privato di quegli ottanta deputati (ottenuti dall’Hdp, che riunisce filo kurdi e sinistra) con cui ambiva di trasformare la nazione in Repubblica presidenziale.
Il piano erdoğaniano sembra sfuggire di mano al presidente, lanciato in un’escalation di autoreferenzialità autoritaria. Ai suoi acuti repressivi o, come ritengono vari commentatori, in sintonia con essi, s’aggiungono le trame oscure che diffondono terrore. La repressione, di cui la quotidianità è costellata con persecuzioni e divieti, trova nella libertà d’espressione un bersaglio macroscopico, ma cerca vittime egualmente in oppositori e avversari politici: dai kurdi, guerriglieri e pacifisti alla Demirtaş, ai gruppi marxisti armati e non, agli ex alleati seguaci dell’autoesiliato imam Gülen. L’abisso della paura introdotta dalle bombe sposta lo scontro sul terreno psicologico, lo trasferisce su un livello nel quale solo la coscienza socio-politica unita alla forza d’animo di attivisti e militanti, votati peraltro a diventare bersagli, può tenere. Uno scontro impari, perché punta a creare defezioni fra i cittadini che reclamano democrazia e un’azione politica normale, basata sul dibattito, la dialettica, la critica. Nel delirio d’onnipotenza che caratterizza la sua azione Erdoğan cerca d’impedirlo. A ogni costo. Polarizza e spacca il Paese, non combatte il terrore, cavalca i timori, chiede una delega per andare avanti da solo contro tutti.
 
 

sabato 31 ottobre 2015

Terrore albino


di Veronica Tedeschi
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 

Tre uomini con indosso il balaclava entrarono nella mia casa e mi attaccarono con un macete. Ho cercato di reagire ma fui sopraffatto. Mi misero una stoffa intorno al capo e un’altra in bocca per non farmi urlare. Scapparono via con un pezzo di carne preso dalla mia testa.”

Queste sono le parole pronunciate da Mohammed Said, ragazzo albino di 35 anni che vive in Tanzania, nella città di Mkuranga. L’evento in questione è avvenuto lo scorso 21 ottobre.

L’incubo vissuto da Mohammed è il tormento di un tanzaniano su venti.


L’albinismo è una malattia ereditaria consistente nella depigmentazione parziale o totale della pelle che comporta conseguenze alla vista e alla pelle stessa.


In alcuni paesi africani (Guinea, Tanzania, Costa D'Avorio, Burundi) l’incidenza di questa malattia è molto alta nella popolazione e gli albini in questione diventano oggetto di discriminazione e violenza.

L’ignoranza velata della popolazione africana ha portato alla creazione di credenze e superstizioni intorno alle persone albine che sono diventate oggetto di racket e scambi di denaro; le atrocità subite dalla persone affette da albinismo sono enormi. Attaccati in casa o per le strade, vengono mutilati e talvolta uccisi, perché il loro sangue e le parti del corpo sono usati per creare amuleti e talismani capaci, secondo alcuni, di portare fortuna negli affari e negli affetti.

A sostegno e difesa di queste persone Peter Ash ha fondato in Tanzania una Ong a supporto degli albini, con lo scopo di educare le persone locali organizzando corsi e incontri per avvicinare i diffidenti alla malattia. Under the same sun offre protezione e supporto e intercede con governi e istituzioni per la difesa delle persone affette da albinismo. 
 
 


Il problema principale di queste discriminazioni sta nel fatto che i veri protagonisti di questo racket sono gli stessi politici che dovrebbero ostacolarlo e questo è dimostrato dal fatto che le violenze aumentano nei cicli elettorali : "I governi - riferisce Ash - inizialmente hanno fatto finta di niente, poi, dopo sei anni di battaglie, hanno strappato qualche promessa rimasta ancora inattuata. In Guinea, Tanzania, Costa D'Avorio, Burundi e Suriname la percentuale degli attacchi aumenta in concomitanza alle elezioni politiche, tanto che in questo periodo le persone affette d'albinismo restano segregate in casa più del solito per evitare gli attacchi degli stregoni. Un altro problema è che questa credenza è davvero molto radicata. In alcuni villaggi, per esempio, si crede che gli albini non muoiano, ma spariscano, si dissolvano nel nulla.”

In questi ultimi anni, però, sono stati fatti due passi avanti molto importanti: è stata annunciata la giornata mondiale degli albini il 13 giugno, giorno in cui nello scorso 2013 è stata adottata all’unanimità la prima risoluzione che includeva sanzioni severe per gli stregoni e chiedeva ai paesi membri dell’Onu di proteggere i diritti umani degli albini. Anche Papa Francesco ha mostrato la sua vicinanza a questo problema abbracciando, per la prima volta nella storia della chiesa, un bambino affetto da albinismo.

“I have a dream that one day people with albinism will take their rightful place throughout every level of society, and that the days of discrimination against persons with albinism will be a faint memory - EVERYWHERE!” - Peter Ash, Founder & CEO Under the same sun.

 
 

lunedì 26 ottobre 2015

Sisi, Mustafa e gli altri


di Monica Macchi



Per la festa dell’Eid el Adaa di quest’anno il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi ha graziato molti detenuti politici tra cui alcuni giornalisti di Al Jazeera e pochi giorni fa in un’intervista con Wolf Blitzer alla CNN ha detto “Non voglio esagerare, ma vi assicuro che l'Egitto gode di una libertà senza precedenti nei media”.



In realtà Bassem Youssef si è visto cancellare il suo spettacolo “Al-Barnamig” dopo un episodio sulle elezioni presidenziali con annessa una multa di 50 milioni di ghinee. Ora vive all'estero e non è tornato in Egitto neppure per il funerale del padre per paura di essere arrestato…e nel frattempo continua a essere denigrato come “traditore”. E molti altri giornalisti come Reem Magued, Yosri Fouda e Dina Abdel Rahman sono stati licenziati con l’accusa nemmeno tanto velata di aver criticato il governo mentre nell’ultimo anno numerosi giornali tra cui Al-Watan, Al-Masry Al-Youm, Sawt Al-Oma e Al-Sabah sono stati confiscati dalle autorità. Secondo le cifre fornite dal Sindacato dei giornalisti ci sono 32 giornalisti ancora in carcere, tra cui il fotogiornalista Shawkan di cui ci siamo già occupati qui. (http://peridirittiumani.blogspot.it/2015/01/mahmoud-abou-zeid-alias-shawkan-un.html).



Ma anche la tv è nel mirino: la serie “Il popolo di Alessandria” è stata cancellata, perché critica la polizia egiziana prima della rivoluzione del 25 gennaio. E non sono solo i giornalisti e gli scrittori (Belal Fadl su tutti) ad essere sotto controllo... Ahmed El-Merghany, è stato cacciato dalla sua squadra Wadi Degla per aver criticato Sisi sulla sua pagina di Facebook…ebbene ha dovuto pubblicamente chiedere scusa per tornare a giocare perché tutti i calciatori egiziani hanno attuato una sorta di boicottaggio rifiutandosi di averlo in squadra.


Ma ci sono anche sparizioni misteriose come quella di Mostafa Massouny, un video-maker scomparso dal 26 giugno dal centro del Cairo. I suoi familiari e amici non sono riusciti a trovarlo da nessuna parte, negli ospedali, negli obitori, nelle carceri e nelle stazioni di polizia ma hanno saputo che è stato “oggetto di indagine” da parte del NSA (Agenzia di Sicurezza Nazionale) presso la sede di Lazoghly Square. Il Ministero degli Interni nega qualsiasi coinvolgimento ma dice che “stanno indagando”. L’associazione Freedom for the Brave ha iniziato una campagna per far luce sul caso di Massouny sotto l’hashtag “Dov’è Massouny?” (# ماصوني_فين) documentando almeno 163 casi di sparizioni forzate e detenzione illegale da parte delle forze di sicurezza solo negli ultimi due mesi.
 
 
 

sabato 3 ottobre 2015

Cosa succede in Burkina Faso?



di Veronica Tedeschi




Il Burkina Faso, sbocciato da popolazioni migrate dal Ghana settentrionale, nel 1896 venne conquistato dai francesi con la presa della capitale Ouagadougou divenendo un protettorato francese. Gli abitanti del nuovo stato coloniale francese, durante la Prima guerra mondiale, combatterono nei battaglioni della città europea. Il 23 luglio 1956 la Francia iniziò a riorganizzare le proprie colonie d'oltremare cominciando ad assegnare loro un maggiore grado di autonomia con l'attuazione della cosiddetta Loi Cadre. Questo processo terminò l'11 dicembre 1958 quando l'Alto Volta divenne una repubblica autonoma all'interno del territorio coloniale francese. Solo nel 1960, dopo ulteriori vicende, il Burkina Faso conquistò l’indipendenza dalla Francia.

Indipendenza?


Nel 2014 si svolsero nella capitale una serie di manifestazioni contro la proposta del Presidente Campaorè di modificare la Costituzione per potersi riproporre per un nuovo mandato; le proteste si conclusero con le dimissioni forzate del leader Campaorè dopo 27 anni di governo. Dopo la fuga del capo di stato, in Burkina Faso venne creato un governo di transizione che sarebbe dovuto durare fino al prossimo 11 ottobre, giorno in cui erano previste le elezioni.

La situazione non si stabilizzò, fino ad arrivare al recente 16 settembre 2015, quando il reggimento di sicurezza presidenziale (Rsp), guidato dal generale Gilbert Dienderè, fece irruzione al Consiglio dei Ministri arrestando l’attuale presidente Kafando e il primo ministro Zida; il giorno dopo fu annunciato lo scioglimento del governo.

L’esercito non stette a guardare e pochi giorni dopo entrò nella capitale Ouagadougou dando un ultimatum al leader del colpo di stato; anche la popolazione si organizzò per la resistenza e scese in piazza per protestare ed opporsi al rovesciamento del potere da parte dei principali sostenitori dell’ordine del regime dell’ex presidente Blaise Compaorè, in esilio dal 2014.

La Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas), che svolge funzioni di cooperazione per la sicurezza dell’Africa occidentale, per evitare il peggio, pochi giorni fa ha inviato dei delegati per chiedere alla giunta di restituire il potere ai civili.

Gli altri paesi africani stanno sostenendo le proteste dei burkinabè e le popolazioni stanno scendendo in piazza contro il potere uniforme e contro i colpi di stato. Le maggiori istituzioni africane sembrano appoggiare questa posizione, esprimendo condanne e infliggendo sanzioni di vario genere nei confronti dei golpisti. L’Ua, riferisce Mull Katande – rappresentante ugandese di turno alla presidenza del Consiglio di pace e sicurezza - “ha deciso di sospendere con effetto immediato il Burkina Faso da tutte le attività”, costringendo, inoltre, i responsabili del colpo di stato a non uscire dal paese. La stessa Ecowas ha presentato una bozza di accordo per superare la crisi che ad oggi non è ancora stata firmata da nessuna delle parti coinvolte.


Le istituzioni africane stanno facendo il possibile per superare la crisi in Burkina Faso.

La popolazione di questo Stato non conosce pace da almeno due anni a questa parte ma è determinata a non cedere e continuerà a lottare per la pace. Non a caso, il Burkina Faso viene anche chiamato terra degli uomini integri nella lingua parlata dall’etnia mossi (che rappresenta il 40% della popolazione).

Un’altra pagina della storia degli uomini integri è stata scritta; il prossimo capoverso potrebbe iniziare con una svolta, con la parola Pace.

Gilbert Dienderè e l’Rsp usciranno rafforzati da questa vicenda?

La loro carriera finirà?

Le proteste della popolazione si placheranno?

Questo Stato vedrà mai la pace dopo anni di proteste, colpi di stato e presidenti “attaccati alla poltrona”?

Attendiamo il prossimo capitolo.
 
 


sabato 8 agosto 2015

Elezioni non credibili




di Veronica Tedeschi



Il 21 luglio il Burundi ha, finalmente, votato per le elezioni presidenziali.
Il risultato non è diverso da quanto ci si aspettava:
Pierre Nkurunziza è stato rieletto per un terzo mandato con il 69% delle preferenze. L’affluenza maggiore è stata rilevata a Ngozi, paese originario di Nkurunziza che ha registrato il 91,99% dei votanti e dove il presidente ha preso il 79% dei voti.

La missione delle Nazioni Unite di osservazione del voto ha monitorato le elezioni. Ha rilevato un’atmosfera di tensione creata dall’opposizione, che ritiene anticostituzionale il terzo mandato di Nkurunziza, e ha affermato che lo scrutinio, segnato dalla violenza, non è stato “né libero, né credibile, né inclusivo”. Molte persone si sono tolte l’inchiostro dalle dita (l’impronta digitale sancisce l’avvenuto voto) per votare nuovamente, altri si sono impossessati del documento elettorale di qualcun altro e hanno votato due volte.
Nella notte tra il 20 e 21 luglio un poliziotto e un civile sono stati uccisi nella capitale Bujumbura, che sta vivendo giorni di forte tensione che non accennano a diminuire.

Questo governo in 10 anni non ha fatto nulla per la popolazione. Si è riempito le tasche, ci ha fatto regredire economicamente e ha fatto perdere la speranza ai giovani. Non so quale miracolo abbia in mente Nkurunziza, ma mi appello alla sua saggezza e gli chiedo di lasciare il governo. Perché non ritirarsi ora e ricandidarsi per il prossimo mandato? Se è così amato come dice, sicuramente non avrà problemi.” Questa l’opinione del leader dell’opposizione che vive a Kiriri, il quartiere-bene della capitale Bujumbura. “Il regime ha fatto di tutto per ostacolarci. Non ci hanno lasciato fare la campagna elettorale e ci hanno minacciati. È chiaro che pensavano di perdere. Sono state elezioni incostituzionali e il mancato rispetto della volontà popolare è un problema serio.”

La reazione della comunità internazionale a tutto questo è stata minacciare di chiudere i finanziamenti.
Il 6 luglio si è tenuto in Tanzania il vertice della Comunità dell’Africa orientale sulla crisi in Burundi. I presidenti degli altri Stati fanno il loro gioco e certamente non pensano alle sorti della popolazione burundese; basti considerare che
Rwanda e Uganda si trovano nella stessa situazione: i loro presidenti sono intenzionati a ricandidarsi per la terza volta, nonostante le loro Costituzioni lo vietino, come accade in Burundi.

Inoltre, non bisogna dimenticare che, a causa dei disordini provocati dalle elezioni, 140 mila burundesi sono fuggiti e i paesi di accoglienza, Congo e Rwanda, iniziano a subire negativamente questa migrazione forzata. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, continua a vivere in un clima particolarmente instabile che vede nelle province orientali la presenza di bande armate, di milizie non governative, di ex-militari e di gruppi tribali, che effettuano incursioni e razzie con conseguenti massacri di civili mentre il Rwanda presenta una popolazione di ben 12 miliardi di abitanti che, per la sua superficie, è già numerosa.

Infine, scrive il Daily Maverick, Nkurunziza, ha un asso nella manica che gli permette di ignorare le richieste della comunità internazionale: i soldati burundesi formano il secondo contingente più numeroso della missione dell’Unione Africana in Somalia. Di recente hanno subito un duro attacco e sono morti in sessanta; se Nkurunziza decidesse di ritirarli, creerebbe un grosso problema alla missione.

Alcuni studiosi delle vicende burundesi azzardano le loro previsioni, avvertendo che la conclusione di questa vicenda si avrà solo dopo anni di guerra e miseria, e forse non hanno tutti i torti; del resto “la guerra è la maledizione del Burundi”.
 
 
 
 

sabato 13 giugno 2015

Un Presidente che non cede



di Veronica Tedeschi




Il 26 giugno sarà un giorno decisivo per il Burundi. Le elezioni presidenziali che stanno smuovendo tutto il paese e che hanno creato enormi proteste sono ormai vicine.

Le contestazioni continuano ad aumentare ma, nonostante questo, il Presidente Nkurunziza non cambia idea; 51 anni, molto popolare nelle zone rurali del paese, meno nella capitale Bujumbura, secondo i suoi avversari è spietato e corrotto e la sua decisione di candidarsi ad un terzo mandato, accettata il 5 maggio dalla Corte Costituzionale, ha scatenato nel paese una serie di rivolte che hanno portato a più di 30 morti.

Nessun leader ha mai vinto il braccio di ferro con il suo popolo e, anche nel caso in cui le posizioni tra governo e popolo risultino totalmente diverse, un bravo Presidente dovrebbe dar ascolto ai pensieri della sua gente, alle loro opinioni e necessità. Dopo aver fatto leva sulla questione etnica, sentita più che mai in questo territorio a causa delle rivalità tra hutu (81% della popolazione) e tutsi (16 % della popolazione), Nkurunziza ha esagerato ulteriormente, fondando una milizia (imbonerakure) con lo scopo di schierarla contro gli oppositori. Il Governo ha anche minacciato di usare l’esercito per ristabilire l’ordine senza tener conto della determinazione di un popolo stanco e oppresso, che vuole, ora più che mai, avere il controllo del suo territorio e ristabilire la pace.

Il 13 maggio, la notizia del colpo di stato di Godefroid Nyombare, ha fatto sussultare la popolazione; Nyombare 46 anni, fu il primo hutu ad essere nominato capo di stato maggiore dell’esercito del Burundi ed insieme a Pierre Nkurunziza faceva parte del Cndd-Fdd, fino a quando fu allontanato per aver consigliato al Presidente di non candidarsi ad un terzo mandato.

Sono felice, siamo riusciti a rimuovere un Presidente che aveva tentato di modificare la Costituzione, dopo tutti i conflitti del passato voleva anche un terzo mandato per punirci ma, grazie alla rivolta popolare, abbiamo vinto e non cederemo” dice un manifestante dopo essere venuto a conoscenza del colpo di stato dalle radio locali (le radio pubbliche non hanno passato la notizia). Il colpo di stato è, però, fallito e alla notizia si sono moltiplicati gli attacchi della polizia contro le redazioni e i mezzi d’informazione indipendenti, molti dei quali sono stati costretti a chiudere.

Gran parte dei responsabili del colpo di stato sono stati arrestati ma questo non ha messo fine alle manifestazioni contro Nkurunziza che, nonostante tutto, non ha rinunciato al proposito di ottenere un terzo mandato alle elezioni del 26 giugno. Effetto collaterale, strettamente connesso alle rivolte e alla violenza nel paese, è rappresentato dai 2500 civili che stanno scappando, trasformandosi in migranti spaventati e arrabbiati per dover lasciare il loro Pese. La determinazione di questa popolazione deriva anche dalla stanchezza per la lunga guerra civile subita in questi ultimi anni e delle rivalità tra le fazioni tribali, scoppiate immediatamente dopo il golpe con gli hutu che cercavano vendetta contro i tutsi per l'assassinio di Ndadaye ed i militari tutsi che uccidevano gli hutu nel tentativo di conservare il potere. L'entrata in scena di un Presidente come Pierre Nkurunziza nel 2005, poteva e doveva rappresentare una vera e propria possibilità per uscire dal conflitto ma, nella pratica, non lo è stata.

Le rivolte, per la prima volta in Burundi, non riguardano solamente le differenze etniche ma sono legate ad una lotta di potere nel partito del governo (formato da entrambe le entie) che non vuole mollare; per convincerlo a non candidarsi ad un terzo mandato, si sono alternati membri del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, membri dell'Unione Africana e dell'UE, soprattutto per evitare effetti collaterali quali aumento delle morti e dei migranti. Le elezioni sono ormai vicine e il Presidente non sembra intenzionato a cambiare idea, possiamo solo restare in attesa, con la speranza che le elezioni si svolgano pacificamente e senza ulteriori violenze.
 
 
 

martedì 2 giugno 2015

Salvini e i rom: più che ruspe, informazione


L'Associazione per i Diritti Umani ringrazia l'Associazione 21 luglio per questo documento.




La tragedia di due giorni fa nella Capitale – un gravissimo fatto di cronaca trasformato in una campagna d’odio anti-rom – ha dato il la al leader della Lega Nord Matteo Salvini per avventarsi su quanto accaduto e reiterare, a pochi giorni dal voto regionale, la sua personale crociata a base di discorsi d’odio (hate speech) nei confronti dei rom e sinti in Italia.

Una campagna, che ha come effetto quello di soffiare sul fuoco dell’ostilità e dell’intolleranza verso tali comunità, partita già lo scorso dicembre, quando Salvini presentò la lista “Noi con Salvini” in vista della campagna elettorale per le elezioni regionali 2015.

Abbiamo analizzato i discorsi di Salvini, individuandone le tesi principali (vedi sotto). Ne emerge un quadro di frasi, slogan propagandistici e retorica stigmatizzante che amplifica e replica stereotipi e pregiudizi negativi, sfociando nel rischio concreto di una graduale sedimentazione ed escalation dell’antiziganismo, il sentimento d’odio verso rom e sinti.

Gli effetti di una tale diffusione e di un tale grado di accettazione dell’antiziganismo sono vari, ma si possono riassumere in tre principali ripercussioni:

  • Ripercussioni materiali, in termini di trattamenti o atteggiamenti discriminatori, sulla vita quotidiana di rom e sinti, in particolare nella sfera dell’impiego e dell’abitare;
  • Un graduale innalzamento della soglia di accettazione nei confronti di discorsi e retoriche apertamente ed esplicitamente penalizzanti e stigmatizzanti, con il rischio di facilitare occasionali derive violente;
  • Un enorme ostacolo per l’applicazione di politiche effettivamente inclusive rivolte a rom e sinti, dovuto al fatto che un’elevata diffusione di sentimenti antizigani funge da enorme fattore deterrente per l’attuazione di politiche di inclusione sociale da parte delle amministrazioni locali.



Per contrastare il fenomeno dell’hate speech, occorrerebbe anzitutto un cambiamento culturale che coinvolga l’insieme della società: dai politici agli insegnanti, ai professionisti dell’informazione fino all’insieme dell’opinione pubblica. Per facilitare tale processo, sono più che mai necessari strumenti dissuasivi efficaci per arginare tali derive del discorso politico, di cui tuttavia il nostro Paese non dispone in maniera sufficiente rendendosi così terreno fertile per la diffusione dell’hate speech e ritardando il momento in cui l’utilizzo della retorica dell’odio nelle sue diverse declinazioni smetterà di essere proficua e comporterà anzi un caro prezzo da pagare, ad esempio in termini di isolamento politico.

«Gli Stati parte devono dedicare la dovuta attenzione a tutte le manifestazioni di discorsi d’odio di stampo razzista e adottare misure efficaci per combatterli», si legge nella Raccomandazione Generale sui discorsi d’odio diffusa a fine 2013 dal Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD).

Di fronte alla valanga di dichiarazioni rilasciate negli ultimi mesi, settimane e giorni dal leader leghista Matteo Salvini, di fronte alla constatazione della scarsità di strumenti, in Italia, per mettere un argine ai discorsi d’odio, di fronte alle ricadute devastanti che tali discorsi hanno sulle vite di rom e sinti e sulla percezione pubblica nei loro confronti, il rischio, per chi vorrebbe un’Italia libera da discriminazioni e pregiudizi, è di lasciarsi travolgere dal senso di rassegnazione e dalla constatazione del vanificarsi dei propri sforzi. Si verrebbe così tentati dall’alzare bandiera bianca, non provare più a scardinare stereotipi e luoghi comuni, restare in silenzio.

Eppure sappiamo bene che non possiamo, e mai potremo farlo, perché quella dei diritti umani è una sfida che si gioca e che si vince a poco a poco, un tassello dopo l’altro. Per questo la nostra Associazione – insieme, ne siamo certi, a tutti gli uomini e le donne in Italia che condividono le nostre preoccupazioni e la nostra sfida – continuerà a denunciare e a raccontare fatti e storie nell’intento di decostruire gli stereotipi negativi e i pregiudizi diffusi nei confronti di rom e sinti. Quell’onda antizigana che Matteo Salvini ha cavalcato pur di guadagnarsi il consenso elettorale. Sulla pelle dei rom.










martedì 28 aprile 2015

Ad un anno dal rapimento delle studentesse nigeriane da parte di Boko Haram



Pochi giorni fa, il 14 aprile scorso, è ricorso l'anniversario del rapimento delle studentesse nigeriane da parte di Boko Haram, ma pochi hanno riportato la notizia e sembra che l'interesse verso questa grave situazione sia scemato nel corso del tempo.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato il giornalista Lorenzo Simoncelli che ha avuto occasione di parlare con alcune delle ragazze che sono riuscite a scappare dai rapitori. Ringraziamo moltissimo Simoncelli per il tempo che ci ha dedicato e per le notizie che ci ha voluto fornire.





Come si è preparato e organizzato per questo viaggio?



Rispetto agli altri viaggi professionali, c'è stato da limare tutto l'aspetto legato alla sicurezza. Sono andato nel Nord Est del Paese, cioè nella parte più colpita da Boko Haram, e mi sono appoggiato ad una mozione diplomatica che è stata portata avanti dall'ambasciata svizzera e, una volta in loco, ho avuto il supporto tecnico-logistico dell'American University di Yola, l'unica realtà accademica internazionale nella zona del Nord Est che mi ha facilitato fornendomi le “stringhe”: i traduttori, gli autisti e una sicurezza fisica con guardie personali.

Ventuno delle ragazze rapite sono all'interno dell'università di Yola: ho avuto la possibilità di conoscere il Rettore - una professoressa della California - e ho avuto l'accesso all'incontro con quattro ragazze, nello scorso mese di febbraio, durante il periodo delle elezioni.


Qual è la situazione attuale in Nigeria?

 

La situazione è di caos calmo. La Nigeria è, in realtà, un continente. Non è enorme per quanto riguarda la superficie, però è un Paese con 180 milioni di abitanti e il PIL di Lagos comprende, da solo, 19 Stati africani.

C'è una netta separazione tra Nord e Sud: un Nord poverissimo, arido e prevalentemente musulmano e un Sud di varie confessioni cristiane, più ricco, con una Lagos con un neoliberismo totale e una roccaforte petrolifera, nel delta del Niger, in cui, secondo me, ci saranno i problemi maggiori perchè ci sono dei guerriglieri che negli anni passati sono stati artefici di molti rapimenti soprattutto di imprenditori stranieri e che, nel 2009, hanno siglato questo tacito accordo con il governo (in carica fino a maggio) in cui dicevano: “Voi ci date parte delle royalties dell'estrazione del petrolio e in cambio noi stiamo tranquilli”. Questo “patto”, con la vittoria di Muhammadu Buhari, rischia di saltare.

Buhari, inoltre, ha più di settant'anni, non si parlava di lui da tanto tempo, è per la dissciplina ferrea, ma è sembrato l'uomo giusto perchè il precedente governo è stato caratterizzato da una fortissima corruzione, considerando anche che durante la dittatura militare sono state uccise tante persone, è stata applicata una dura censura giornalistica e sono stati incarcerati anche alcuni politici. Ho paura, quindi, che sia stato fatto un voto di protesta, mirato ad abbattere la corruzione e a tenere sotto controllo i guerriglieri, attraverso la disciplina (perchè è stato un generale), recuperando anche un esercito.

 

Prima di essere rapite, dove vivevano le ragazze? In che condizioni le hai trovate?

 

Le ragazze vivevano a Chibok, città in uno dei tre Stati più colpiti da Boko Haram, nel Nord Est. Si tratta di una zona desertica, dove non c'è nulla: hanno vite semplicissime, in condizioni precarie e caldo terribile. Ci sono scuole che, in realtà, sono costruzioni fatiscenti. Le ragazze sono cristiane in un posto in cui la popolazione è al 97% musulmana.

Prima del rapimento, le ragazze andavano a scuola al mattino, al pomeriggio si dedicavano alla famiglia, cucinavano insieme alle madri e lavoravano nei campi. Non erano mai uscite dal villaggio e non sapevano nulla di quello che passa nel mondo.

Io dico che la ragazze con cui ho parlato, hanno avuto la “sorte” di fuggire dai rapitori. Appena i guerriglieri sono entrati nella scuola: alcune sono riuscite a scappare dalla finestra; due sorelle, appena caricate sui sette camion dei guerriglieri, sono scappate in corsa; altre sono riuscite a venire via dai campi di Boko Haram nelle prime ore del mattino. 


La sorella di una delle ragazze rapite lavorava come guardia di sicurezza all'interno dell'università americana ed è riuscita a sapere che sua sorella era riuscita a scappare: ho chiesto,quindi, al Rettore se si poteva fare qualcosa e, tramite un lavoro di squadra anche con il Senato, sono riuscite ad ottenere un fondo di circa 50.000 dollari per creare delle borse di studio. Da Yola al luogo dove sono state rapite, ci sono circa tre ore di autobus: il rettore dell'università ha mandato la ragazza della sicurezza a Chibok che ha iniziato a parlare con le famiglie delle studentesse, famiglie spaventate e che avevano paura di mandare le ragazze in una realtà occidentale anche perchè “Boko Haram” significa proprio “contro l'istruzione, contro l'educazione”. Sono riusciti a convincere alcune famiglie, i genitori che hanno dato il permesso di andare all'università americana sono scappati e vivono in altri Stati. Le ragazze sono state portate via dai villaggi, scortate dalle guardie del corpo e si sono presentate ad una rotonda, senza sapere chi sarebbe andato a prenderle, con un sacchetto di palstica che era tutto il loro bagaglio e senza scarpe. Uno dei padri di queste ragazze aveva due figlie, entrambe rapite: all'inizio le borse di studio erano dieci e questo padre si è trovato a dover scegliere tra le due figlie. Quando, arrivate alla rotonda, è stata fatta la conta, l'uomo ha preso due fogli di carta e ha fatto un sorteggio: di fronte a questa immagine, il Rettore ha concesso una borsa di studio in più.

Quando sono entrate nell'università, una di loro con cui ho parlato, mi ha detto: “Pensavo di essere stata addormentata e di trovarmi negli Stati Uniti perchè non ho mai visto delle strutture del genere”: questo è stato il loro primo shock.il secondo è stato quello della lingua perchè parlavano solo il dialetto locale. Tutti gli operatori dell'università sono stati molto bravi a prendersi cura di loro, anche a livello educativo: le ragazze hanno giornate piene di lezioni, sono molto attive e una di loro vorrebbe fare il pilota...Oggi usano Internet anche se fino a un anno fa non sapevano cosa fosse un computer, ma non accettano il counceling psicologico e cercano di farcela da sole. E' anche vero che sono le meno traumatizzate perchè non hanno vissuto la prigionia e le torture, resta il trauma del rapimento e tra noi c'era un patto: non parlarne troppo.

Molte di loro vogliono tornare a Chibok per migliorare la realtà locale e questo mi ha colpito: vogliono creare fondazioni, senza negare la realtà e nonostante siano ancora adolescenti.

 

Ci sono notizie delle studentesse ancora in mano a Boko Haram?


Poco fa (14 aprile 2015) ho parlato con un giornalista nigeriano, che ha molti contatti con Boko Haram e la verità assoluta non c'è. Ci sono due correnti di pensiero: una sostiene che sono morte (tesi sostenuta anche dall'ONU) e l'altra sostiene, invece, che per un qualsiasi gruppo terrorista (e Boko Haram si trova in mezzo al nulla, con poche fonte di approvvigionamento) avere 200 ragazze come ostaggi che tutto il mondo rivuole, rappresenta una enorme possibilità di scambio e io sono più per questa seconda ipotesi. Altri ancora sostengono che, quando Buhari diventerà presidente (il prossimo 29 maggio), ci sarà un colpo di scena e sarà proprio quello della liberazione delle ragazze.

Tre settimane fa sono state viste circa 50 studentesse ancora in vita ma, ripeto, la verità non la conosce ancora nessuno.

domenica 5 aprile 2015

Nigeria, vittoria del generale islamista Buhari: "Ora guarire le ferite del Paese" (da Rainews24)


Se Buhari ha vinto, anche Jonathan merita un riconoscimento: quelle del 2015 sono le prime elezioni nigeriane in cui il presidente uscente accetta pacificamente di fare il passaggio di consegne. All'islamista Buhari spetta ora il compito di battere, come promesso in campagna elettorale, il Boko Haram e di raddrizzare un Paese corroso dalla corruzione.





Goodluck Jonathan è il primo presidente nigeriano ad accettare la sconfitta e consentire un passaggio di consegne pacifico. "Il presidente Jonathan e' stato un rivale di valore e tendo a lui la mano in amicizia" ha detto il vincitore, il generale Muhammadu Buhari prima di dipingere il suo discorso con metafore per il futuro del Paese: la Nigeria, ha detto, "deve guarire le sue ferite". Buhari presidente con il 53,9% La Commissione Elettorale della Nigeria ha ufficializzato il voto: 53,9% per l'islamista Buhari, 72 anni, che si è conquistato 2,57 milioni di voti in più rispetto a Goodluck Jonathan, debolissimo per il lungo periodo al potere e gli scarsi risultati nella lotta al Boko Haram, che si è fermato al 44,9%. Agli altri 12 candidati una manciata di voti. Il significato della vittoria di Buhari Le elezioni più complesse - e anche questa volta bagnate del sangue degli elettori - sono state quelle dello scorso weekend, per la Nigeria, a 16 anni dalla fine della stagione dei colpi di Stato. Buhari - generale, islamista, che per un periodo con la dittatura ha collaborato - ha contatto su un fronte di opposizione a Jonathan per la prima volta compatto, sulla speranza che la sua appartenenza religiosa, la sua influenza nelle regioni a maggioranza araba e la formazione militare gli permettano di contrastare il Boko Haram meglio di quanto non abbia fatto il suo predecessore cristiano. Se nel 2011 (elezioni dalle quali è uscito sconfitto) la sua sembrava una candidatura islamista, non credibile proprio perchè potenzialmente sostenitore del Boko Haram, ora gli equilbiri nigeriani sono cambiati e sembra essere l'uomo forte in grado di estirparne la malapianta. Ora deve mantenere le altre promesse elettorali: la lotta alla corruzione e alla disoccupazione, crescita economica, un grande repulisti della macchina statale.

sabato 16 agosto 2014

Coordinamento per la pace in Siria





Riceviamo e vi comunichiamo il comunicato stampa della nascita del Coordinamento per la pace in Siria nato a Roma lo scorso 12 luglio 2014.



"Il Coordinamento Nazionale per la pace in Siria, nasce come gruppo di lavoro e di cooperazione umanitaria, laica e indipendente. Vuole aiutare e sostenere il popolo siriano a risorgere dalla guerra. Il Coordinamento è formato da un gruppo di persone unite dal senso di responsabilità e dalla passione per questo paese. Si impegna ad aiutare chi desidera aiutare la Siria e i siriani. La nostra missione consiste nel contribuire in modo concreto e fattivo a creare un ponte diretto tra l’Italia e la Siria, assieme alle altre nazioni e organizzazioni amiche, avendo i civili al centro del nostro interesse. Siamo disponibili ad intervenire nelle emergenze e nella fase di ricostruzione e sviluppo nelle aree urbane e rurali devastate da quattro anni di guerra e terrorismo. La Siria culla delle civiltà orientali e occidentali, è un paese di antica tradizione culturale e religiosa. Da secoli vi convivono pacificamente insieme popoli, lingue e fedi, diventando per i paesi vicini un esempio da imitare. Da alcuni anni nel paese è in atto un piano di distruzione presentato sotto forma di lotta armata, la quale viene spacciata dai media e dalla propaganda antisirana come ribellione contro il potere costituito. Molto presto la guerriglia "contro Damasco" si è trasformata in uno scontro a base etnico-religiosa, per mano dei mercenari e jihadisti di vari gruppi armati provenienti da campi di addestramento, sostenuti e finanziati da forze regionali e internazionali, con l'obiettivo di creare caos e disordine. Una vera e propria invasione integralista che ha messo in serio pericolo tutto il Medio Oriente, in modo particolare le diverse comunità religiose, compiendo stragi di innocenti e provocando pesanti perdite di vite umane.

Una delle finalità principali del Coordinamento sarà sostenere i civili siriani appartenenti alle varie comunità religiose, facendoci voce delle loro necessità e bisogni. Tutti si riconoscono cittadini siriani anche se appartengono a religioni diverse, perché innanzitutto sono siriani. Cercheremo tramite l'informazione e i contatti di presentare all'opinione pubblica il vero volto confessionale della Siria, che fino ad oggi è stato garantito dalla laicità dello Stato. Una laicità che non ha nulla in comune con quella propagandata in occidente. Una Siria laica è l'unica garanzia nei confronti dei cittadini, intendendo per laicità una forma politica in cui sono ritenuti tutti uguali davanti alla legge al di là delle loro personali appartenenze politiche e religiose. Il Coordinamento Nazionale per la pace in Siria è e resterà accanto ai siriani, rispettando le diverse appartenenze politiche e religiose, nella lotta per difendere il loro Stato libero, sovrano, laico e indipendente, senza interferire nelle scelte politiche volute dal popolo tramite le elezioni.

Progetti per la Siria: non saranno precostituiti a pacchetto dall’Italia. Pertanto cercheremo di appoggiare le tante attività di soccorso e ricostruzione già presenti , dando spazio alle iniziative locali attraverso il contatto diretto con il territorio. Sarà compito del coordinamento verificare l’attendibilità dei progetti, con trasparenza e correttezza, verso chi aiuta e chi riceve aiuto. I progetti di ricostruzione hanno come obiettivi:
a) Il sostegno ai bambini, giovani e famiglie, e la promozione di attività lavorative con l’istituzione di micro-imprese. Uno degli intenti prioritari è sostenere chi lavora positivamente nell'educazione, perché la vera rinascita della Siria sarà possibile solamente se si saranno ricostruiti ponti di riconciliazione tra i cuori e rispetto reciproco, al contrario di chi sta lacerando le giovani generazioni crescendole nell'odio e addestrandole alla barbarie.

b) Il recupero del patrimonio storico-archeologico, e le infrastrutture delle città distrutte, sostenendo il processo di ricostruzione già avviato in alcune zone.


c) La guerra produce distruzione e morte, perciò vogliamo sostenere l’invio di volontari medici e personale sanitario, con i quali tenteremo di essere presenti nelle zone più disagiate per soccorrere i deboli e gli indifesi.


Il Coordinamento Nazionale per la pace in Siria, servirà a chiarire i tanti equivoci sulla crisi siriana. Purtroppo gli interessi dei potenti, appoggiati dai mezzi di comunicazione, sono tantissimi. Ognuno cerca di presentare i propri, camuffati da opere di solidarietà e di bene, facendo cadere nel tranello l’opinione pubblica. Pertanto saranno segnalate le varie iniziative per vagliarne la veridicità. Sarà cura del Coordinamento incoraggiare una informazione alternativa corretta e verificata attraverso fonti attendibili. Il Coordinamento proporrà importanti iniziative per far luce sulla Siria e far conoscere il dramma che vive ogni giorno la gente, spossata da quattro anni di guerra e dalle sanzioni internazionali che ne hanno devastato economia, infrastrutture, lavoro e ridotta alla penuria di ogni mezzo di sussistenza: la giornata di preghiera per la pace in Siria in continuità con quella convocata da Papa Francesco alla vigilia dell’attacco USA, flash mob davanti alle ambasciate con annesse manifestazioni pacifiche organizzate, diffusione di newsletter, incontri pubblici, articoli, sostegno all’attività dei siriani in Italia, in Europa e nel mondo, sensibilizzazione dei giornalisti, tavole rotonde, testimonianze, creazione di piccoli circoli locali per la Siria e tanto altro. Il tutto reperibile sul portale web:
www.syriapax.org "

lunedì 23 giugno 2014

Rapita nella guerra in Siria: Susan Dabbous

Lo scorso 3 giugno in Siria si sono tenute le elezioni, definitie dalla comunità internazionale e dagli Stati Uniti, in particolare, come “la parodia della democrazia”: è stato, infatti, confermato il potere a Bashar Al Assad che con un gioco di forza ha voluto dimostrare, ancora una volta, la sua supremazia.

Torneremo sull'argomento in maniera approfondita, ma per ora vi riproponiamo una breve intervista che abbiamo fatto alla giornalista Susan Dabbous poco prima delle consultazioni elettorali.

Come vuoi morire? Rapita nella Siria in guerra


Il 3 aprile 2013 Susan Dabbous, giornalista di origini siriane, è stata rapita insieme ad altri tre reporter italiani. Sono stati sequestrati a Ghassanieh, un villaggio cristiano, da parte di un gruppo legato ad al-Qaeda mentre stavano facendo le riprese per preparare un documentario per la RAI.

I giornalisti sono stati dapprima portati in casa-prigione, successivamente Susan è stata trasferita, da sola, in un appartamento con Miriam, moglie di uno jihadista, con cui ha dovuto pregare e ascoltare i discorsi di Bin Laden. Ma la domanda che le veniva posta, in maniera ricorrente, era: “ Qual è la tua morte preferita?”.

Da qui il titolo del libro: Come vuoi morire? Rapita nella Siria in guerra, il diario della prigionia di Susan Dabbous, edito da Castelvecchi.




Abbiamo intervistato per voi la giornalista che ringraziamo molto.



Innanzitutto, ci può raccontare brevemente qual è il ricordo più duro legato alla sua prigionia e quali erano i suoi pensieri ricorrenti durante quell'esperienza? Come si è rapportata con i rapitori?

Ho optato per un atteggiamento passivo di sottomissione totale, ma ci tengo molto a precisare che l’islamizzazione è stata una cosa volontaria, sono io che ho chiesto di imparare la preghiera, volevo integrarmi nel loro contesto sociale, condividere i miei giorni con altre donne nel caso in cui ce ne fossero state, uscire da un contesto di prigionia violento e angosciante. Credevo che mi avrebbero tenuto per mesi se non per anni, come accaduto ad altri ostaggi. L’integrazione per me equivaleva alla sopravvivenza.



Recentemente, durante una presentazione del suo libro, lei ha citato la frase di Padre Paolo Dall'Oglio: “Non mancare la propria morte”: ci può spiegare il significato di quella frase e del concetto che esprime?


Tra le frasi che mi hanno colpito di più del libro “Collera e Luce” di Padre Paolo Dall’Oglio c’è questa: “Per me inconsciamente la preoccupazione di non fallire la propria morte è rimasta molto viva e interviene nelle mie scelte. La paura di non morire là dove si dovrebbe, quando si dovrebbe e per le giuste ragioni”. Ho trovato in questa frase molto forte il concetto di sacrificio, cristiano, umano, per il prossimo: là dove la fede non è pregare per la propria salvezza bensì per il miglioramento dell’umanità. Padre Paolo crede così tanto nel dialogo da non ha paura di proporlo ovunque e a chiunque. In Egitto, come in Siria senza dimenticare l’Iraq. Le sue recenti scelte sono state dettate dal coraggio ma anche da una conoscenza più che trentennale del Medio Oriente. Da luglio scorso non si hanno più notizie di lui, chi lo detiene in Siria sa probabilmente chi ha tra le mani. Spero con tutta me stessa che sia trattato con rispetto.

Nel suo libro parla del coraggio del popolo siriano. La guerra civile è una guerra che i civili stanno pagando a un prezzo altissimo: vuole riportare alcune voci di quelle persone? Le loro aspettative, le loro richieste...

In Siria si spera di tornare presto alla normalità. I bambini vogliono tornare a scuola; i padri di famiglia vogliono lavorare, perché il problema del lavoro è assolutamente centrale. Le donne sognano di ritornare nelle proprie case. Sono stanche di vivere la condizione di povertà estrema, di precarietà e di mancanza di dignità. A nessuno piace essere profugo, ma in questo caso specifico si tratta di un popolo con scarsa propensione all’emigrazione. I siriani, anche i più poveri e modesti, posseggono una casa o un pezzetto di terra.

Il 2 aprile scorso è stato cancellato, in Italia, il reato di immigrazione: cosa possono fare l'Italia, ma anche l'Unione Europea in termini di immigrazione? E come tutelare i diritti dei rifugiati, dei richiedenti asilo?

L’Europa potrebbe impegnarsi di più nell’accoglienza dei profughi che arrivano sulle nostre coste sostenendo viaggi disumani, pagando decine di migliaia di euro. Appena arrivati si sentono salvi, dopo poche ore inizia un nuovo calvario, tutto europeo e burocratico, fatto non più di loschi trafficanti e vecchi barconi ma di questure e fogli di rinvio. Bisognerebbe rivedere il regolamento di Dublino che obbliga il richiedente asilo a fare domanda nel primo paese d’arrivo. Un sistema palesemente fallimentare perché nessuno vuole rimanere in Italia, Grecia o Bulgaria, paesi dalle economie fragili incapaci di dare non solo opportunità ma a volte anche l’assistenza di base.

Qual è o quale deve essere il ruolo dei mass-media italiani (e occidentali in genere) nel raccontare ciò che succede in Medioriente? E' possibile fare giornalismo, in tema di politica estera, con precisione e attenzione alla verità?

Credo che la Siria venga raccontata e anche bene, ma è una qualità dell’informazione accessibile solo ai tecnici, a chi sa dove prendere cosa. Tra siti internet, fonti dirette e fughe di notizie da parte di chi vuole colpire questo o quel gruppo in conflitto. Il problema, certo, è come rendere fruibile questa quantità a volte anche mastodontica di notizie. Discernere e tentare di verificare senza mettere a repentaglio la propria vita. È una sfida importante, conosco giornalisti italiani e stranieri che sono entrati e usciti illesi dalla Siria negli ultimi mesi, questo non significa però che non abbiano affrontato enormi rischi. In Italia c’è però un problema di discontinuità, sui temi di politica estera che vengono raccontati a singhiozzo, questo non aiuta affatto la comprensione di fenomeni complessi che ci sono ad esempio dietro i conflitti.