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venerdì 4 dicembre 2015

Nigeria: la lotta al terrorismo causa un elevato numero di morti



L'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha chiesto al governo nigeriano maggiore trasparenza e protezione per la popolazione civile nella lotta al terrorismo. La lotta alle milizie di Boko Haram nella Nigeria nordorientale avviene nel riserbo più assoluto. Nelle regioni del conflitto non sono ammessi né giornalisti né aiuti umanitari per la popolazione civile rimasta.

Secondo i dati forniti dall'aviazione militare nigeriana, tra settembre e ottobre 2015 l'aviazione militare ha compiuto 1.488 raid aerei contro presunte postazioni di Boko Haram. Secondo l'APM è più che realistico presumere che durante i bombardamenti vi siano state anche vittime civili. Poiché l'esercito nigeriano finora non ha mai comunicato il numero dei morti conseguente alle sue azioni, l'APM presume che il numero dei morti civili causati dal conflitto con Boko Haram sia molto più alto di quanto ufficialmente dichiarato.

Secondo i dati dell'Indice globale sul terrorismo pubblicati ieri 17 novembre dall'Institute for Economics and Peace, nel 2015 la Nigeria ha avuto 6.644 morti per attacchi terroristici. Nel 2014 i morti per terrorismo erano stati 7.512. Solo ieri 17 novembre un attentato di Boko Haram nella città di Yola (stato federale di Adamawa) ha causato altri 32 morti. Per riportare un'immagine realistica del terrore causato da Boko Haram bisogna però tenere conto anche della sanguinosa lotta anti-terrorismo condotta dalle forze istituzionali e dalle milizie alleate. Infatti, in Nigeria la popolazione civile ormai teme la violenza dell'esercito tanto quanto la violenza cieca di Boko Haram.

Circa 2,5 milioni di persone, cristiani quanto musulmani, sono in fuga dal terrore e dal contro-terrore che insanguinano il paese. 2,15 milioni di persone sono profughi interni che sono riusciti a trovare rifugio presso amici e parenti, ma la situazione dei profughi è catastrofica. La corruzione diffusa fa sparire buona parte degli aiuti umanitari promessi ai profughi. L'APM chiede quindi che la comunità internazionale esiga maggiore trasparenza nella gestione degli aiuti umanitari e contemporaneamente che vengano garantiti gli aiuti necessari affinché la popolazione vittima della violenza possa ricostruirsi una vita. Senza reali aiuti umanitari, senza lotta alla corruzione, alla povertà e all'abuso di potere non vi potrà essere una pace stabile e duratura nel paese africano già scosso da disastri ambientali e conseguenze del cambiamento climatico.

Boko Haram si è ufficialmente associato allo Stato Islamico nel marzo 2015 e ha proclamato la "provincia africana occidentale dello Stato islamico".





Vedi anche in gfbv.it: www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150413it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150217it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2014/141201it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2014/140926it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2014/140912it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2014/140716it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2014/140304it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2014/140213it.html | www.gfbv.it/3dossier/africa/nigeria-it.html
in www: www.economicsandpeace.org | it.wikipedia.org/wiki/Delta_del_Niger | http://it.wikipedia.org/wiki/Nigeria

mercoledì 29 luglio 2015

Lapidate Safiya: nella terra di Boko Haram




 

La storia che state per leggere è una storia vera e proviene dai territori nei quali oggi Boko Haram, con le sue azioni, sparge il terrore. È la storia di una donna, Safiya Hussaini, che nei primi anni Duemila fu condannata alla lapidazione per adulterio. Una condanna che era la normale conseguenza dell’applicazione rigida della legge coranica che, negli Stati del Nord della Nigeria, era stata adottata per la prima volta pochi mesi prima, sebbene la popolazione di queste regioni sia storicamente islamica. (Dall'introduzione)

La storia di Safiya è stata raccolta dal giornalista Raffaele Masto, dieci anni fa, ma è ancora di grande attualità.

(Si può acquistare il libro direttamente dal sito www.buongiornoafrica.it)




L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Raffaele Masto e lo ringrazia per la sua disponibilità.




Qual è il contesto in cui questa storia affonda le sue radici?



Il contesto è la Nigeria dei primi anni 2000 dove era stata promulgata, negli Stati del Nord, la legge coranica - a dispetto degli Stati del Sud che non la volevano - e, dunque, un'aplicazione rigida della legge stessa faceva sì che una donna come Safiya venisse considerata adultera e condannata alla lapidazione: Safiya ha avuto un figlio fuori dal matrimonio, nel senso che il marito l'aveva ripudiata sei mesi prima.

Sono andato a trovarla, in un viaggio avventuroso in cui ho attraversato tutta la Nigeria, e mi sono fatto raccontare la sua storia.



E' una storia di dieci anni fa, ma perchè è ancora attuale?



Perchè quelli sono i territori in cui, proprio in quegli anni, è nata Boko Haram che era molto diversa da oggi, ma quello è l'humus che ha consentito la nascita e la crescita di una setta surreale come quella di Boko Haram.

Boko Haram oggi è una delle formazioni jihadiste più crudeli e feroci che ci siano in circolazione e l'attualità risiede proprio qui.



Nel libro c'è un capitolo intitolato “Il mondo deve sapere”: cosa deve sapere? Cosa può fare l'Occidente?



Il nostro mondo non finisce nei territori dove possiamo andare, dove facciamo le vacanze, ma è molto più ampio e ci sono anche realtà - come quella della Nigeria del Nord - che, appunto, produce queste aberrazioni. Il mondo deve sapere che una donna come Safiya può finire in un meccanismo enormemente più grande di lei, che la stritola e la utilizza per propaganda, per politica. Il mondo deve sapere queste cose perchè solo apparentemente sono lontane da noi: in realtà ci sono vicinissime e spesso noi, con le nsotre relazioni con il mondo più lontano, siamo in qualche modo responsabili di lasciare i territori in quelle condizioni.



Cosa le è rimasto più impresso di Safiya?

La cosa che mi aveva colpito tantissimo era il fatto che Safiya, nonostante tutto, non avesse mai perso la propria fede. Lei era musulmana, è rimasta musulmana fino all'assoluzione, dopo una vicenda lunghissima.

Chi la condannava era un Islam aberrante, letto in modo distorto.




Questo dimostra che un conto è l'Islam tradizionale, religioso e un altro è l'Islam politico...



Molte volte noi parliamo di “guerra di religione”, ma la religione c'entra veramente poco. In genere sono guerre di protettorati, di lobby politiche o economiche che non hanno scrupoli ad usare la religione e lo fanno sapendo che la religione è un nervo scoperto perchè l'uomo ha bisogno di trascendenza. Chi usa la religione, sa di usare un tasto molto efficace.



Qual è il futuro delle ragazze e delle donne delle regioni del Nord-Nigeria?



Come dicevo, il sentimento religioso in questi territori è un sentimento storico. L'Islam è una galassia complessa e affascinante: se riuscissimo a dialogare con le persone di vera fede musulmana, ci sarebbe davvero per loro un futuro. Questo non significa disconoscere la propria religione perchè tutti, ripeto, abbiamo bisogno di spiritualità.






martedì 28 aprile 2015

Ad un anno dal rapimento delle studentesse nigeriane da parte di Boko Haram



Pochi giorni fa, il 14 aprile scorso, è ricorso l'anniversario del rapimento delle studentesse nigeriane da parte di Boko Haram, ma pochi hanno riportato la notizia e sembra che l'interesse verso questa grave situazione sia scemato nel corso del tempo.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato il giornalista Lorenzo Simoncelli che ha avuto occasione di parlare con alcune delle ragazze che sono riuscite a scappare dai rapitori. Ringraziamo moltissimo Simoncelli per il tempo che ci ha dedicato e per le notizie che ci ha voluto fornire.





Come si è preparato e organizzato per questo viaggio?



Rispetto agli altri viaggi professionali, c'è stato da limare tutto l'aspetto legato alla sicurezza. Sono andato nel Nord Est del Paese, cioè nella parte più colpita da Boko Haram, e mi sono appoggiato ad una mozione diplomatica che è stata portata avanti dall'ambasciata svizzera e, una volta in loco, ho avuto il supporto tecnico-logistico dell'American University di Yola, l'unica realtà accademica internazionale nella zona del Nord Est che mi ha facilitato fornendomi le “stringhe”: i traduttori, gli autisti e una sicurezza fisica con guardie personali.

Ventuno delle ragazze rapite sono all'interno dell'università di Yola: ho avuto la possibilità di conoscere il Rettore - una professoressa della California - e ho avuto l'accesso all'incontro con quattro ragazze, nello scorso mese di febbraio, durante il periodo delle elezioni.


Qual è la situazione attuale in Nigeria?

 

La situazione è di caos calmo. La Nigeria è, in realtà, un continente. Non è enorme per quanto riguarda la superficie, però è un Paese con 180 milioni di abitanti e il PIL di Lagos comprende, da solo, 19 Stati africani.

C'è una netta separazione tra Nord e Sud: un Nord poverissimo, arido e prevalentemente musulmano e un Sud di varie confessioni cristiane, più ricco, con una Lagos con un neoliberismo totale e una roccaforte petrolifera, nel delta del Niger, in cui, secondo me, ci saranno i problemi maggiori perchè ci sono dei guerriglieri che negli anni passati sono stati artefici di molti rapimenti soprattutto di imprenditori stranieri e che, nel 2009, hanno siglato questo tacito accordo con il governo (in carica fino a maggio) in cui dicevano: “Voi ci date parte delle royalties dell'estrazione del petrolio e in cambio noi stiamo tranquilli”. Questo “patto”, con la vittoria di Muhammadu Buhari, rischia di saltare.

Buhari, inoltre, ha più di settant'anni, non si parlava di lui da tanto tempo, è per la dissciplina ferrea, ma è sembrato l'uomo giusto perchè il precedente governo è stato caratterizzato da una fortissima corruzione, considerando anche che durante la dittatura militare sono state uccise tante persone, è stata applicata una dura censura giornalistica e sono stati incarcerati anche alcuni politici. Ho paura, quindi, che sia stato fatto un voto di protesta, mirato ad abbattere la corruzione e a tenere sotto controllo i guerriglieri, attraverso la disciplina (perchè è stato un generale), recuperando anche un esercito.

 

Prima di essere rapite, dove vivevano le ragazze? In che condizioni le hai trovate?

 

Le ragazze vivevano a Chibok, città in uno dei tre Stati più colpiti da Boko Haram, nel Nord Est. Si tratta di una zona desertica, dove non c'è nulla: hanno vite semplicissime, in condizioni precarie e caldo terribile. Ci sono scuole che, in realtà, sono costruzioni fatiscenti. Le ragazze sono cristiane in un posto in cui la popolazione è al 97% musulmana.

Prima del rapimento, le ragazze andavano a scuola al mattino, al pomeriggio si dedicavano alla famiglia, cucinavano insieme alle madri e lavoravano nei campi. Non erano mai uscite dal villaggio e non sapevano nulla di quello che passa nel mondo.

Io dico che la ragazze con cui ho parlato, hanno avuto la “sorte” di fuggire dai rapitori. Appena i guerriglieri sono entrati nella scuola: alcune sono riuscite a scappare dalla finestra; due sorelle, appena caricate sui sette camion dei guerriglieri, sono scappate in corsa; altre sono riuscite a venire via dai campi di Boko Haram nelle prime ore del mattino. 


La sorella di una delle ragazze rapite lavorava come guardia di sicurezza all'interno dell'università americana ed è riuscita a sapere che sua sorella era riuscita a scappare: ho chiesto,quindi, al Rettore se si poteva fare qualcosa e, tramite un lavoro di squadra anche con il Senato, sono riuscite ad ottenere un fondo di circa 50.000 dollari per creare delle borse di studio. Da Yola al luogo dove sono state rapite, ci sono circa tre ore di autobus: il rettore dell'università ha mandato la ragazza della sicurezza a Chibok che ha iniziato a parlare con le famiglie delle studentesse, famiglie spaventate e che avevano paura di mandare le ragazze in una realtà occidentale anche perchè “Boko Haram” significa proprio “contro l'istruzione, contro l'educazione”. Sono riusciti a convincere alcune famiglie, i genitori che hanno dato il permesso di andare all'università americana sono scappati e vivono in altri Stati. Le ragazze sono state portate via dai villaggi, scortate dalle guardie del corpo e si sono presentate ad una rotonda, senza sapere chi sarebbe andato a prenderle, con un sacchetto di palstica che era tutto il loro bagaglio e senza scarpe. Uno dei padri di queste ragazze aveva due figlie, entrambe rapite: all'inizio le borse di studio erano dieci e questo padre si è trovato a dover scegliere tra le due figlie. Quando, arrivate alla rotonda, è stata fatta la conta, l'uomo ha preso due fogli di carta e ha fatto un sorteggio: di fronte a questa immagine, il Rettore ha concesso una borsa di studio in più.

Quando sono entrate nell'università, una di loro con cui ho parlato, mi ha detto: “Pensavo di essere stata addormentata e di trovarmi negli Stati Uniti perchè non ho mai visto delle strutture del genere”: questo è stato il loro primo shock.il secondo è stato quello della lingua perchè parlavano solo il dialetto locale. Tutti gli operatori dell'università sono stati molto bravi a prendersi cura di loro, anche a livello educativo: le ragazze hanno giornate piene di lezioni, sono molto attive e una di loro vorrebbe fare il pilota...Oggi usano Internet anche se fino a un anno fa non sapevano cosa fosse un computer, ma non accettano il counceling psicologico e cercano di farcela da sole. E' anche vero che sono le meno traumatizzate perchè non hanno vissuto la prigionia e le torture, resta il trauma del rapimento e tra noi c'era un patto: non parlarne troppo.

Molte di loro vogliono tornare a Chibok per migliorare la realtà locale e questo mi ha colpito: vogliono creare fondazioni, senza negare la realtà e nonostante siano ancora adolescenti.

 

Ci sono notizie delle studentesse ancora in mano a Boko Haram?


Poco fa (14 aprile 2015) ho parlato con un giornalista nigeriano, che ha molti contatti con Boko Haram e la verità assoluta non c'è. Ci sono due correnti di pensiero: una sostiene che sono morte (tesi sostenuta anche dall'ONU) e l'altra sostiene, invece, che per un qualsiasi gruppo terrorista (e Boko Haram si trova in mezzo al nulla, con poche fonte di approvvigionamento) avere 200 ragazze come ostaggi che tutto il mondo rivuole, rappresenta una enorme possibilità di scambio e io sono più per questa seconda ipotesi. Altri ancora sostengono che, quando Buhari diventerà presidente (il prossimo 29 maggio), ci sarà un colpo di scena e sarà proprio quello della liberazione delle ragazze.

Tre settimane fa sono state viste circa 50 studentesse ancora in vita ma, ripeto, la verità non la conosce ancora nessuno.

domenica 5 aprile 2015

Nigeria, vittoria del generale islamista Buhari: "Ora guarire le ferite del Paese" (da Rainews24)


Se Buhari ha vinto, anche Jonathan merita un riconoscimento: quelle del 2015 sono le prime elezioni nigeriane in cui il presidente uscente accetta pacificamente di fare il passaggio di consegne. All'islamista Buhari spetta ora il compito di battere, come promesso in campagna elettorale, il Boko Haram e di raddrizzare un Paese corroso dalla corruzione.





Goodluck Jonathan è il primo presidente nigeriano ad accettare la sconfitta e consentire un passaggio di consegne pacifico. "Il presidente Jonathan e' stato un rivale di valore e tendo a lui la mano in amicizia" ha detto il vincitore, il generale Muhammadu Buhari prima di dipingere il suo discorso con metafore per il futuro del Paese: la Nigeria, ha detto, "deve guarire le sue ferite". Buhari presidente con il 53,9% La Commissione Elettorale della Nigeria ha ufficializzato il voto: 53,9% per l'islamista Buhari, 72 anni, che si è conquistato 2,57 milioni di voti in più rispetto a Goodluck Jonathan, debolissimo per il lungo periodo al potere e gli scarsi risultati nella lotta al Boko Haram, che si è fermato al 44,9%. Agli altri 12 candidati una manciata di voti. Il significato della vittoria di Buhari Le elezioni più complesse - e anche questa volta bagnate del sangue degli elettori - sono state quelle dello scorso weekend, per la Nigeria, a 16 anni dalla fine della stagione dei colpi di Stato. Buhari - generale, islamista, che per un periodo con la dittatura ha collaborato - ha contatto su un fronte di opposizione a Jonathan per la prima volta compatto, sulla speranza che la sua appartenenza religiosa, la sua influenza nelle regioni a maggioranza araba e la formazione militare gli permettano di contrastare il Boko Haram meglio di quanto non abbia fatto il suo predecessore cristiano. Se nel 2011 (elezioni dalle quali è uscito sconfitto) la sua sembrava una candidatura islamista, non credibile proprio perchè potenzialmente sostenitore del Boko Haram, ora gli equilbiri nigeriani sono cambiati e sembra essere l'uomo forte in grado di estirparne la malapianta. Ora deve mantenere le altre promesse elettorali: la lotta alla corruzione e alla disoccupazione, crescita economica, un grande repulisti della macchina statale.

mercoledì 11 marzo 2015

Crolla la libertà di stampa in Italia e nel mondo: lo dice Reporter Senza Frontiere




Secondo il rapporto sulla libertà di stampa redatto da Reporter Senza Frontiere, l'Italia scende al 73°posto nella classifica dei Paesi nel mondo, posizionandosi tra Moldavia e Nicaragua: “La situazione dei giornalisti è peggiorata nettamente nel 2014 con un grande incremento di attacchi alle loro proprietà, specie le automobili”, si legge nel testo. Si tratta di intimidazioni da parte della criminalutà organizzata, spesso al soldo di persone influenti, soprattutto di politici. Il rapporto parla anche di aggressioni fisiche ed incendi alle abitazioni di chi si occupa di informazione (a quanto pare, fastidiosa perchè veritiera). A questi dati sconcertanti vanno aggiunti i 129 casi di diffamazione “ingiustificati” che rischiano di essere vere e proprie prove di censura non tanto velata. L'organizzazione Ossigeno per l'Informazione ha poi aggiunto che sono state conteggiate 421 minacce nei confronti dei cronisti, con un aumento del 10% rispetto all'anno precedente: “Le minacce di morte sono comuni e sono di solito recapitate sotto forma di lettere o simboli, come croci dipinte sulle automobili o proiettili inviati via posta”.

In questa situazione stridono le parole del vicedirettore del Corriere della Sera che ha definito il rapporto di RSF come “arbitrario e infondato”.

Ma vediamo com'è la situazione in Europa e nel resto del mondo. Su 180 Paesi presi in esame, l'Italia si colloca al 26°posto nell'Ue dove una buona posizione è, invece, stata conseguita dai Paesi nordici: Finlandia, Svezia, Norvegia e Germania.

Il World Press Freedom Index segnala: “Sotto attacco dalle guerre, dalle crescenti minacce di agenti non statali, da violenze durante manifestazioni e dalla crisi economica, la libertà dei media è in ritirata in tutti e cinque i continenti”: grave influenza, ovviamente, è data dall'Isis e da Boko Haram. Russia, Cina e Giappone perdono punti, da segnalare la ripresa del Brasile in un'area, quella sudamericana, dove i cartelli della droga fanno da padrone.

Monitoriamo, quindi, l'informazione perchè imbavagliare l'informazione, attaccare la cultura e l'Arte sono strumenti di violenza contro i cittadini: si tratta di colpi duri e indelebili all'identità e alla crescita consapevole dei popoli.