Visualizzazione post con etichetta esteri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta esteri. Mostra tutti i post

mercoledì 14 ottobre 2015

La Carta di Bolzano per il diritto di asilo



di Luigi Manconi   (da Il Manifesto)



All’alba del 3 otto­bre del 2013 nau­fra­gava, al largo di Lam­pe­dusa, un pesche­rec­cio pro­ve­niente dal porto libico di Misu­rata. Le vit­time accer­tate — ma chissà quanti i dispersi — furono 366: prin­ci­pal­mente uomini di nazio­na­lità eri­trea.
L’ennesima tra­ge­dia del Medi­ter­ra­neo in cui a per­dere la vita, ancora una volta erano per­sone in fuga da situa­zioni atro­ce­mente invi­vi­bili e inten­zio­nate a chie­dere pro­te­zione in Europa.


Dai primi anni ’90 si cal­co­lano oltre ven­ti­mila morti in quel tratto di mare, quasi tre­mila solo negli ultimi nove mesi.
Chi rie­sce a soprav­vi­vere approda in Ita­lia, con­si­de­rata nella mag­gior parte dei casi una terra di tran­sito: attra­ver­sata da migranti che, in genere, vogliono rag­giun­gere il nord Europa per­ché lì pos­sono ritro­vare parenti e amici; per­ché lì hanno mag­giori pos­si­bi­lità di intra­pren­dere un per­corso di studi e di tro­vare lavoro; e,infine, per­ché lì rice­vono fin da subito un’accoglienza che con­si­de­rano migliore e più effi­cace di quella dispo­ni­bile in altri paesi dell’Unione.
Uno dei pas­saggi cri­tici di que­sta lunga tra­ver­sata è Bol­zano, o più pre­ci­sa­mente la sua stazione.
Qui avviene il cam­bio del treno per rag­giun­gere e ten­tare di oltre­pas­sare il con­fine con l’Austria. È un punto di tran­sito molto impor­tante e supe­rarlo può essere un’impresa dav­vero ardua.
Negli ultimi anni, infatti, ai pro­fu­ghi è stato impe­dito di par­tire dal ter­ri­to­rio ita­liano in quanto sprov­vi­sti del rego­lare titolo di sog­giorno e di viag­gio. E, tut­ta­via, nono­stante le dif­fi­coltà, nel 2015 sono pas­sate per la sta­zione di Bol­zano 21.000 per­sone, in media cento al giorno, pro­ve­nienti dai luo­ghi dello sbarco e par­tite dalle coste del nord Africa.
Ma non è que­sta l’unica rotta. Tran­si­tano da Bol­zano e dal Bren­nero anche migranti che arri­vano via terra dalla Tur­chia e dall’Ungheria. Ecco per­ché quest’anno la Com­mis­sione per la tutela dei diritti umani del Senato ha deciso di ricor­dare le vit­time del 3 otto­bre pro­prio in quella città, con un’iniziativa che si terrà nelle offi­cine FS dal titolo «Bol­zano fron­tiera d’Europa». Non si tratta di un sem­plice evento com­me­mo­ra­tivo poi­ché sarà anche l’occasione per pre­sen­tare la Carta di Bol­zano: ovvero un docu­mento in cui si afferma il diritto ina­lie­na­bile alla libera cir­co­la­zione degli esseri umani.
Nel testo sono for­mu­late pro­po­ste con­crete riguar­danti la rea­liz­za­zione di un sistema di asilo euro­peo e di un piano di rein­se­dia­mento con numeri supe­riori rispetto a quelli, pres­so­ché irri­sori, pre­vi­sti dall’agenda dell’Unione. Ma, soprat­tutto, con una filo­so­fia dell’asilo e dell’accoglienza com­ple­ta­mente diversa.
Si pro­pone, inol­tre, un piano di ammis­sione uma­ni­ta­ria per evi­tare altri nau­fragi, anti­ci­pando e avvi­ci­nando il momento della richie­sta di pro­te­zione inter­na­zio­nale nei paesi di tran­sito dei pro­fu­ghi. E ancora: una nuova poli­tica di ingresso rego­lare in Europa, attual­mente tutt’altro che garantito.
Oggi, gli ingressi rego­lari si rive­lano total­mente ina­de­guati rispetto agli impe­ra­tivi della demo­gra­fia e dell’economia e alle richie­ste del mer­cato del lavoro, oltre che alle ine­lu­di­bili esi­genze di una emer­genza uma­ni­ta­ria desti­nata a ripro­dursi nel tempo. Infine, viene posto all’ordine del giorno il supe­ra­mento dell’attuale Rego­la­mento di Dublino.
Sono tutte pro­po­ste rea­liz­za­bili sin da ora, a comin­ciare dai tra­sfe­ri­menti verso altri paesi euro­pei, diversi da quello di ingresso, dove poter rea­liz­zare il pro­getto di vita desi­de­rato, qua­lora vi fos­sero moti­va­zioni fami­liari o umanitarie.
A soste­gno di que­sta ini­zia­tiva a Bol­zano inter­ver­ranno i rap­pre­sen­tanti delle isti­tu­zioni e dell’ asso­cia­zio­ni­smo, dalla por­ta­voce dell’Unhcr, Car­lotta Sami, al sot­to­se­gre­ta­rio per gli Affari Esteri, San­dro Gozi, fino agli espo­nenti di Volon­ta­rius e di Bina­rio 1. E ascol­te­remo i suoni e le voci di Paolo Fresu e Moni Ova­dia, del coro di Arda­dioungo e di Paolo Rossi, di Mau­ri­zio Mag­giani e dei Tetes de Bois. Il pro­blema vero, ora, è quello di farsi sen­tire da un’Europa che — oltre a rive­larsi troppo spesso afa­sica — appare dram­ma­ti­ca­mente sorda.


venerdì 25 settembre 2015

Guida sanitaria per espatriati


Con piacere vi informiamo che il progetto Siscos - Guida sanitaria per espatriati - è disponibile online, con un sito web aggiornato e facilmente navigabile. Lo scopo è quello di fornire alcune semplici norme di comportamento per i tanti problemi sanitari che tutti gli operatori delle ONG convenzionate con SISCOS possono dover affrontare nelle missioni all’estero.
“Siamo convinti che partendo dalla prevenzione sanitaria si possa contribuire alla sicurezza degli operatori delle Ong” – ha sottolineato Cinzia Giudici, Presidente della Siscos, in occasione della presentazione della Guida alla conferenza “La sicurezza è una cosa seria”, organizzata dalle tre reti ONG alla Farnesina con la presenza del Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni. E’ per questo che la Guida consente di raggiungere i migliori siti internazionali che approfondiscono il tema della protezione del personale impegnato in missioni in paesi tropicali e non, offrendo aggiornamenti costanti
sulle emergenze sanitarie inatto.

La Guida ospita inoltre il dossier “
Suggerimenti per la gestione dei rischi e la sicurezza degli operatori delle Organizzazioni di Cooperazione e Solidarietà Internazionale”, predisposto dalle reti di Ong Aoi, Cini, Link2007 in collaborazione con l’Unità di Crisi del MAECI, con informazioni e suggerimenti utili a fornire una visione d’insieme delle problematiche relative alla sicurezza in contesti potenzialmente pericolosi.


Il sito della guida sanitaria è visitabile al link http://guidasanitaria.siscos.org, oppure raggiungibile dal portale Siscos www.siscos.org

mercoledì 29 aprile 2015

MOSAIKON - Voci e immagini per i diritti umani





Cari lettori e cari amici,
l'Associazione per i Diritti Umani è felice di comunicarvi l'uscita di "MOSAIKON - Voci e immagini per i diritti umani" (Arcipelago edizioni), un libro in cui sono state raccolte tutte le interviste realizzate per il sito www.peridirittiumani.com durante i nostri primi due anni di attività.
L'intento è quello di proporre un testo - cartaceo e fruibile - ricco di notizie e approfondimenti. L'idea nasce, infatti, dagli atlanti di una volta grazie ai quali si poteva viaggiare...stando fermi: "MOSAIKON" permette ai lettori di muoversi nella geopolitica, all'interno dei nuovi assetti sociali e religiosi, tra le vite quotidiane di uomini - donne - bambini e di rimanere aggiornati sulla Storia contemporanea, sulla politica estera e sui grandi temi dell'attualità.
Crediamo che il testo possa essere utilizzato anche come strumento didattico, come punto di partenza per ulteriori ricerche, e per la ricchezza sitografica, bibliografica e per i rimandi dei contenuti.
Cogliamo l'occasione per ringraziare tutti coloro che ci hanno accordato le interviste, aiutandoci a dare voce a chi non ce l'ha; Basir Ahang per la sua importante prefazione; gli amici e Luciano che hanno creduto in questa avventura e in questo progetto editoriale.


Per l'acquisto della copia potete scrivere una mail all'indirizzo: peridirittiumani@gmail.com con il vostro nome/cognome/indirizzo compreso di CAP e ve la invieremo subito per posta.
Potete effettuare il pagamento (di euro 12,50) con PAYPALL, BONIFICO o CARTA DI CREDITO. Sarebbe anche un bel modo per sostenerci ! Grazie!

domenica 5 aprile 2015

Nigeria, vittoria del generale islamista Buhari: "Ora guarire le ferite del Paese" (da Rainews24)


Se Buhari ha vinto, anche Jonathan merita un riconoscimento: quelle del 2015 sono le prime elezioni nigeriane in cui il presidente uscente accetta pacificamente di fare il passaggio di consegne. All'islamista Buhari spetta ora il compito di battere, come promesso in campagna elettorale, il Boko Haram e di raddrizzare un Paese corroso dalla corruzione.





Goodluck Jonathan è il primo presidente nigeriano ad accettare la sconfitta e consentire un passaggio di consegne pacifico. "Il presidente Jonathan e' stato un rivale di valore e tendo a lui la mano in amicizia" ha detto il vincitore, il generale Muhammadu Buhari prima di dipingere il suo discorso con metafore per il futuro del Paese: la Nigeria, ha detto, "deve guarire le sue ferite". Buhari presidente con il 53,9% La Commissione Elettorale della Nigeria ha ufficializzato il voto: 53,9% per l'islamista Buhari, 72 anni, che si è conquistato 2,57 milioni di voti in più rispetto a Goodluck Jonathan, debolissimo per il lungo periodo al potere e gli scarsi risultati nella lotta al Boko Haram, che si è fermato al 44,9%. Agli altri 12 candidati una manciata di voti. Il significato della vittoria di Buhari Le elezioni più complesse - e anche questa volta bagnate del sangue degli elettori - sono state quelle dello scorso weekend, per la Nigeria, a 16 anni dalla fine della stagione dei colpi di Stato. Buhari - generale, islamista, che per un periodo con la dittatura ha collaborato - ha contatto su un fronte di opposizione a Jonathan per la prima volta compatto, sulla speranza che la sua appartenenza religiosa, la sua influenza nelle regioni a maggioranza araba e la formazione militare gli permettano di contrastare il Boko Haram meglio di quanto non abbia fatto il suo predecessore cristiano. Se nel 2011 (elezioni dalle quali è uscito sconfitto) la sua sembrava una candidatura islamista, non credibile proprio perchè potenzialmente sostenitore del Boko Haram, ora gli equilbiri nigeriani sono cambiati e sembra essere l'uomo forte in grado di estirparne la malapianta. Ora deve mantenere le altre promesse elettorali: la lotta alla corruzione e alla disoccupazione, crescita economica, un grande repulisti della macchina statale.

lunedì 9 febbraio 2015

Yemen. Perché questo non è un conflitto settario



di Laura Silvia Battaglia (da Osservatorio Iraq)

A circa un mese dallo sviluppo della crisi yemenita, per districarsi nella complessa realtà di un paese a composizione tribale, con un paio di governi succedutisi nell’arco di 35 anni, entrambi abbastanza lontani dal soddisfare le esigenze della popolazione, nonché la fortissima ingerenza internazionale e delle sigle terroristiche sul terreno, in genere i media non trovano di meglio che liquidare ciò che risulta loro incomprensibile con la frase: “questo è un conflitto settario”.
Lo Yemen, con l’evidenza di gruppi armati che si contendono il controllo del territorio, a volte interposti, a volte sovrapposti all’esercito governativo regolare e/o alle tribù che compongono il tessuto sociale nella sua reale articolazione, sembra attualmente un crocifisso che si agita tra la conservazione della sua anima maggioritaria sunnita e la necessaria acquisizione di una seconda anima sciita.
Come un moribondo che non abbia scelta, lo Yemen viene letto come uno Stato “imploso”, il regno del “caos”, l’esempio del “fallimento transizionale”, la sempiterna “tana di Al Qaeda” ma soprattutto, il luogo-quintessenza del plurisecolare conflitto “sunniti-sciiti” dove, in controluce, si agitano l’Iran da una parte e l'Arabia Saudita dall’altra, con gli Usa che, come al solito, non stanno a guardare e inviano droni.
Vorremo cercare di spiegarvi che le cose non stanno esattamente in questi termini e che è possibile fornire una lettura complessa di quanto accade nel paese, senza che essa risulti ostica e/o incomprensibile.
Va fatta una premessa: dopo la cosiddetta Primavera araba, i tre anni di transizione, che si sarebbero dovuti concludere con elezioni democratiche nel febbraio 2014, hanno evidentemente fatto acqua da tutte le parti.
Il cosiddetto “modello yemenita” di risoluzione della crisi, tanto portato in palmo di mano da Obama, dalla UE e da tutti gli attori che hanno favorito e incoraggiato la Conferenza per il Dialogo Nazionale, non ha avuto l’esito sperato.
Perché la società tribale yemenita ha una sua complessità, certo, ma soprattutto perché si è riproposto il solito, annoso problema: ossia la concentrazione del potere e dei privilegi in poche mani, quelle del neo presidente Hadi e quelle della famiglia al-Ahmar che, unita al debito pubblico del paese nei confronti del Fondo Monetario Internazionale e del vicino saudita, lo hanno sprofondato in una crisi economica seguita da ulteriore scetticismo nei confronti di chi era preposto a risolverla.
Se l’esito è stato nullo, rispetto alla prevista “roadmap”, il processo ha avuto un merito: quello di interessare alla politica una generazione che nel febbraio 2011 era andata in piazza e che oggi, durante le sedute di masticazione del qat o nei giochi di quartiere tra ragazzini, parla di democrazia, giustizia, Conferenza per il Dialogo Nazionale.
E se si inerpica in discorsi in cui viene menzionata Al Qaeda o gli Houti, non menziona con la stessa frequenza le parole 'sunnita' o 'sciita'. Non c’è da stupirsi. Tranne in specifiche situazioni, l’iscrizione o l’appartenenza a un madhab (scuola religiosa di pensiero) viene raramente menzionata in conversazioni ordinarie in Yemen.
Certo non si può dire che non ci siano tendenze settarie o spaccature tra gruppi tribali in Yemen, ma la lotta di potere che si sta profilando ai nostri giorni non può essere liquidata solo con le differenze storiche e teologiche tra sunniti e sciiti. 
Nella lettura dei media, per esempio, invale la cattiva pratica secondo cui dire Houti equivale a dire sciiti, il che equivale a dire zayditi.
Innanzitutto va detto che molti componenti del partito Ansarullah, comunemente noti come Houti, sono zayditi, ma anche provengono da varie scuole religiose di pensiero sciita e sunnita, tra cui ismaili, shafii, e jaafari.
Molte tribù e molti soldati si sono uniti agli Houti e combattono al loro fianco. In realtà, leader shafii di spicco come Saad Bin Aqeele, un mufti di Ta'iz, sono tra gli Houti più influenti: sono intervenuti nei sermoni del venerdì e da un sit-in, prima dell'avanzata dei ribelli sulla capitale.
Secondariamente, gli zayditi condividono dottrine e opinioni giurisprudenziali simili con studiosi sunniti. Le differenze teologiche, paragonate alle questioni di coesione sociale, tra cui la lealtà tribale, il potere, il controllo, lo sviluppo e il finanziamento della sicurezza sociale per la popolazione, sono relative.
Al punto tale che i musulmani in Yemen, pur se provenienti da varie scuole di pensiero, sunnite o sciite, pregano insieme, si sposano senza “conversioni” forzate, ed episodi di violenza sociale fondati sull'appartenenza confessionale finora sono stati rarissimi.
Non tutti gli zayditi sono peraltro Houti: molti studiosi zayditi sono problematici rispetto alla adesione politica ad Ansarullah.
Gli Houti vengono sempre considerati la longa manu dell’Iran in Yemen e paragonati tout court ad Hezbollah. Posto che la loro fonte di ispirazione è chiara e immagini di Nasrallah campeggiano ovunque nei loro sit-in, e che la teocrazia di matrice khomeinista pare essere la loro benzina politica, le loro azioni non hanno come scopo quello di stabilire principalmente un ordine politico zaydita. Così come se l'adesione al partito dei Fratelli Musulmani Islah è prevalentemente sunnita, non significa che Islah stesso abbia lavorato strenuamente per ristabilire il califfato.
Piuttosto va detto che non si può leggere questo conflitto senza comprendere che la composizione della società yemenita è prima di tutto tribale. Quando si punta il dito sugli Houti, mancano quasi sempre delle analisi profonde del legame tra la povertà rurale, le contestazioni politiche e i conflitti.
Non è possibile comprendere la capacità degli Houti di aggredire la capitale Sanaa se non si ricorda che il governo di transizione ha ignorato a lungo le rimostranze della popolazione, arricchendo le fila degli scontenti che hanno supportato Ansarullah.
La goccia che fece traboccare il vaso fu la revoca delle sovvenzioni ai combustibili da parte del governo durante la notte nel 29 luglio 2014.
Senza preavviso l'aumento del prezzo del carburante e del gasolio schizzò dal 60 e al 90 per cento. Le proteste di massa scoppiate successivamente sono state capitalizzate dagli Houti, che hanno guadagnato un numero significativo di nuove adesioni da diverse tribù e da tutte le fasce sociali. 
Un capitolo a parte lo merita la capacità di tutti gli attori politici in Yemen nel tessere nuove alleanze che vadano a scompaginare le vecchie e precedenti solo per il gusto – come nel gioco afghano del buskazi – di portare alla meta la capra, e dunque vincere, contro chiunque.
Se questo conflitto fosse stato di natura settaria e avesse avuto radici antiche, l’ex presidente Ali Abdullah Saleh (che è tecnicamente un zaydi) non si sarebbe impegnato in sei guerre consecutive contro gli Houti, dal 2004 al 2010.
Ma soprattutto oggi non avrebbe formato un'alleanza temporanea con i suoi ex nemici, come testimoniano le intercettazioni dello scorso ottobre tra l’ex dittatore e Abdul Wahid Abu Ras, uno dei leader del movimento Houti.
Nemmeno la detenzione di attivisti e giornalisti in recenti proteste si è basata su questioni settarie. Gli Houti fanno ciò che faceva Saleh, che ha già fatto Hadi e che hanno fatto tutti, qui: hanno messo il bavaglio a chi li metteva sulla graticola, indipendentemente dalla provenienza tribale o settaria.
Ultima questione: la lettura secondo cui ciò che accade in Yemen venga da una regia occulta che ha le sue stanze dei bottoni in Usa, Iran e Arabia Saudita è quanto meno riduttiva della storia del paese e delle responsabilità dei suoi governanti.
Vero è che, per innumerevoli motivi, lo Yemen è stato tirato per la giacchetta da molti attori internazionali, ma non va dimenticato che puntare il dito solo sul settarismo o solo su influenti manovre esterne equivale ad assolvere il governo di transizione dalle sue funzioni che ha abbondantemente disatteso.
Anche addossare agli Houti una valenza teologica alle loro violazioni non va bene poiché esse hanno solo una precisa connotazione politica, e relativa alla politica interna.
Essa soltanto è il vero e tuttora irrisolto nocciolo della questione “crisi in Yemen” e avrà il suo capitolo decisivo nella battaglia appena iniziata per il possesso del Marib: l’area dove il 75% delle risorse energetiche non sfruttate e mai messe a disposizione per la popolazione locale (petrolio e gas) sono il vero, succoso e irrinunciabile motivo dell’apparente caotico contendere.


mercoledì 17 dicembre 2014

La resistenza a Kobane





Non abbandoneremo mai le nostre terre



Il ministro della Difesa di Kobanê Ismet Şêx Hesen sta combattendo insieme a due dei suoi figli in difesa di Kobanê. Hesen e i suoi due figli che si trovano nelle fila YPG dicono: “Kobanê è più prezioso di ogni altra cosa. Non permetteremo mai che alle mafie ISIS di prenderlo. I giovani di Kobanê dovrebbero venire ad occupare il loro posto nella resistenza."
Il modello sociale egualitario del cantone di Kobanê è stato dimostrato nella resistenza agli attacchi ISIS. Un esempio di questo è la famiglia Hesen. Poiché gli attacchi sono iniziati a Kobanê, il Ministero della Difesa ha continuato il suo lavoro in condizioni difficili, mentre i due figli, Kajin e Dilgêş stanno combattendo nelle fila delle YPG. Un nipote di Hesen è, anche, morto durante la resistenza a Kobanê.

Ho la fortuna di lottare spalla a spalla con i miei figli’.
Il ministro della Difesa di Kobanê Ismet Şêx Hesen ha detto che aveva impugnato le armi, anche, in un precedente attacco di luglio, aggiungendo: “Quando questo ultimo assalto ha avuto inizio non ho esitato a prendere la mia pistola e unirmi alla resistenza”. Hesen ha continuato dicendo che suo figlio Kajin era già stato nelle YPG, e quando gli ultimi attacchi sono iniziati, a settembre, anche il figlio Dilgêş si è unito alle truppe. Hesen aggiunto di essere orgoglioso dei suoi figli e di essere felice di lottare con loro fianco a fianco.

La libertà è più preziosa di ogni altra cosa’.
Şêx Hesen ha usato l’Algeria come esempio, dicendo: “Migliaia di persone provenienti da tutto il mondo sono andate in Algeria e hanno sacrificato la loro vita per la libertà del popolo. Siamo anche disposti a fare questo per la nostra terra. Ciò che riteniamo importante è Kobanê e la libertà del popolo curdo”.

Non permetteremo all’ ISIS di prendere Kobanê’.
Il figlio maggiore di Hesen, Kajin Hesen, si è unito alle YPG 3 anni fa. Fu ferito durante la battaglia contro l’Al Nusra ad Afrin, poi è venuto a Kobanê per unirsi alla resistenza qui. Kajin Hesen ha detto che ora stava combattendo contro le bande ISIS insieme a suo padre e suo fratello. “Non permetteremo mai che alle mafie ISIS di prendere Kobanê”, ha aggiunto.

Se necessario, tutta la famiglia si unirà alla resistenza’.
Dilgêş Hesen ha deciso di aderire alle YPG quando gli attacchi ISIS hanno avuto inizio, il 15 settembre. Egli ha detto: “All’inizio ho combattuto sul fronte orientale. Ora vado ovunque sia utile. Sto difendendo Kobanê insieme a mio padre e mio fratello maggiore. Non possiamo abbandonare Kobanê aall’ ISIS”. Dilgeş Hesen ha detto che, se necessario, la madre e altri fratelli si sarebbero uniti alla difesa di Kobanê, e ha invitato i giovani del Cantone a farvi ritorno, dicendo: “Tornate e cerchiamo di difendere Kobanê insieme. Partire non è una soluzione. La migliore e più onorevole cosa da fare è rimanere qui e lottare per la libertà del nostro paese”.



(Ufficio d' informazione del Kurdistan in Italia)

venerdì 21 novembre 2014

STRIPLIFE: la quotidianità a Gaza e il popolo palestinese



 

L'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato un incontro con Alberto Mussolini, uno dei registi del documentario STRIPLIFE: per conoscere la Palestina da dentro, per capire meglio come si vive nella Striscia di Gaza, per conoscere le persone e le loro aspettative, in particolare quelle dei giovani.

Un viaggio nell'attualità, nella Storia e nella geopolitica. 



Con un intervento importante di Meri Calvelli direttamente da Gaza City e dal centro di scambio interculturale “VIK” (dedicato a Vittorio Arrigoni), ringraziando Monica Macchi e il Centro Asteria.
 
 
 
 
 
 
TUTTO il nostro materiale video è disponibile anche sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani. Seguiteci anche lì...
 
 
 
 

Se apprezzate il nostro lavoro e volete aiutarci, potete fare una piccola donazione, anche di due euro: in alto a destra sulla homepage trovate la scritta “Sostienici”. Cliccate e potrete fare la vostra donazione con Paypall o bonifico. Facile e sicurissimo. Potremo, così, continuare con il nostro lavoro e offrire altri approfondimenti. GRAZIE!

 
 
 
 


sabato 18 ottobre 2014

Contro la candidatura di Tibor Navracsics






Cari amici, abbiamo ricevuto questa lettera della parlamentare europea Barbara Spinelli ai suoi colleghi europei perché non approvino la nomina del commissario ungherese alla cultura e ai diritti, Tibor Navracsics e abbiamo deciso di pubblicarla anche noi perchè la riteniamo utile e importante.







14 settembre 2014



Cari colleghi,



ritengo necessario respingere la nomina di Tibor Navracsics – attuale ministro ungherese degli Affari esteri e del commercio – a membro della Commissione europea. La sua designazione come responsabile per Educazione, cultura, politiche giovanili e cittadinanza è particolarmente allarmante, e costituisce un vero e proprio ossimoro per chi consideri una inderogabile necessità democratica la tutela dell’informazione, dell’istruzione, della partecipazione attiva dei giovani e della società civile – ambiti che hanno nella libertà d’espressione il proprio nucleo più profondo, e al tempo stesso più fragile.



Più in generale, non può lasciarci indifferenti il fatto che Tibor Navracsics – il cui documento strategico Our Future (Jövőnk) ha costituito, nel 2007, la base per il Manifesto del partito conservatore Fidesz – sia consigliere e uomo di fiducia di Viktor Orbán, il premier nazionalista che nemmeno due mesi fa ha dichiarato il proprio rigetto delle democrazie liberali,
[1] né che sia l’ispiratore della riforma dei media ungheresi che nel 2011 pose i mezzi di comunicazione, pubblici o privati che fossero, sotto il controllo dello stato, riducendo pressoché al silenzio le voci dell’opposizione. [2]



Allo stesso modo, dobbiamo ricordare che Tibor Navracsis era ministro della Giustizia e vice Premier del secondo governo Orbán quando, nel 2011, una riforma costituzionale delegittimò la magistratura ungherese, relegando il Consiglio nazionale dei Magistrati a un ruolo meramente consultivo, destituendo la Corte costituzionale di buona parte del suo potere e lasciando piena libertà al governo di far approvare le proprie leggi quadro senza un’adeguata discussione parlamentare.
[3]



Infine è opportuno considerare che, in qualità di Commissario – avendo tra le proprie competenze il programma per la cittadinanza – Tibor Navracsis avrebbe facoltà di limitare o bloccare tanto le future iniziative legislative europee quanto i finanziamenti alle Organizzazioni non governative, per progetti intesi a promuovere e rafforzare la cittadinanza europea. La preoccupazione non è fuori luogo, se consideriamo la politica aggressiva attualmente condotta nei confronti delle Ong operanti in Ungheria, denunciata da Amnesty International Ungheria
[4]dallo stesso Consiglio d’Europa, che ha indirizzato in proposito una lettera al primo ministro Orbán. [5] Ong che si sono attivate, nel caso ungherese, nelle regioni più povere o a tutela delle popolazioni Rom.



Come sappiamo, il sostegno delle associazioni, dei comitati, delle organizzazioni di cooperazione e di tutela dei diritti umani – che rientra nello spirito dell’articolo 11 del Trattato sull’Unione europea – concerne il Parlamento come istituzione. La libertà d’espressione è un elemento essenziale in un sistema democratico, ed è un diritto fondamentale riconosciuto dalla Carta europea. In quanto principio fondante dell’Unione, deve essere non solo protetta, ma “promossa” dai suoi stati membri (art. 49 del Trattato sull’Unione europea). Limitare l’attività degli organismi a tutela dei diritti umani, o intimidirne i dirigenti e gli attivisti, viola norme che sono vincolanti, e il principio di cooperazione leale che deve caratterizzare le relazioni tra l’Unione e i suoi stati membri (art. 4.3 Teu).



È per questi motivi che vi chiedo, cari colleghi, di esprimervi contro la nomina di Tibor Navracsics a Commissario dell’Unione europea, e in maniera più specifica a Commissario per Educazione, cultura, politiche giovanili e cittadinanza. [6]



Barbara Spinelli
vice-presidente della Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo,
membro supplente della Commissione per le Libertà civili, giustizia e affari interni





[5] Il 9 luglio 2014, il Commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, ha indirizzato una lettera a János Lázár, Segretario di Stato per l’Ufficio del Primo Ministro, esprimendo il proprio disappunto per le intimidazioni e la sottrazione di fondi destinati alle Ong ungheresi da parte del Norwegian Civil Fund.
https://wcd.coe.int/com.instranet.InstraServlet?command=com.instranet.CmdBlobGet&InstranetImage=2564455&SecMode=1&DocId=2164762&Usage=2



[6] Parla da sé, che nella Lettera di missione indirizzata da Jean-Claude Juncker a Tibor Navracsics, il 10 settembre 2014, si legga: «Pur essendo radicate a livello locale e nazionale, l’istruzione, la cultura e la partecipazione civica sono percepite dai cittadini dell’Unione Europea come una componente cruciale dei nostri valori e della nostra identità condivisi. Esse contribuiscono alle risorse di libera espressione, creatività e imprenditorialità di ciascun individuo, nonché al dinamismo e alla coesione della nostra società». E, più avanti: «Rafforzare la comprensione dell’opinione pubblica su come oggi siano elaborate le politiche dell’Unione Europea e aiutare i cittadini a conoscere meglio l’Unione Europea e a partecipare alle sue discussioni. Bisogna in particolare adoperarsi per raggiungere i beneficiari delle attività organizzate attraverso il programma “Europe for Citizens” ed ERASMUS+, nonché nell’ambito del programma di tirocini organizzato dalla Commissione».






NOTE



[1] «Il nuovo stato che stiamo costruendo è uno stato illiberale, uno stato non liberale» ha detto Viktor Orbán il 26 luglio 2014, davanti a una platea di ungheresi “etnici” in Romania. «Dobbiamo abbandonare i metodi liberali e i principi liberali di organizzazione sociale, così come il modo liberale di guardare al mondo». (
http://www.kormany.hu/en/the-prime-minister/the-prime-minister-s-speeches/prime-minister-viktor-orban-s-speech-at-the-25th-balvanyos-summer-free-university-and-student-camp)



[2] Un recente rapporto dell’Osce analizza l’impatto delle politiche governative sui media ungheresi, mostrando la convergenza dell’informazione sul partito governativo Fidesz. (
http://www.osce.org/odihr/elections/hungary/116077). Unica eccezione, l’emittente dell’opposizione RTL, posta più volte in condizione di fallire, tanto che Neelie Kroes, vicepresidente della Commissione europea, ha recentemente ritenuto di intervenire in sua difesa: «RTL è uno dei pochi canali in Ungheria che non si limiti a promuovere una linea pro-Fidesz; è difficile pensare che l’obiettivo non sia cacciarla dall’Ungheria. Il governo ungherese non vuole in Ungheria un’emittente neutrale di proprietà straniera. [Tutto questo] è parte di un percorso profondamente preoccupante: un percorso contrario ai valori dell’Unione europea». (http://ec.europa.eu/commission_2010-2014/kroes/en/blog/media-freedom-remains-under-threat-hungary)



[3]In un parere giuridico adottato il 16-17 marzo 2012, la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa si è pronunciata contro la riforma, ritenuta una minaccia per l’indipendenza del sistema giudiziario ungherese e un rischio patente di violazione del diritto all’equo processo garantito dall’art. 6 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo. A tal fine, la Commissione raccomandò la revisione delle leggi in questione e della stessa Costituzione ungherese. (CDL-AD(2011)016-e. Opinion on the new Constitution of Hungary adopted by the Venice Commission at its 87th Plenary Session, Venezia, 17-18 giugno 2011.
http://www.venice.coe.int/webforms/documents/cdl-ad%282011%29016-e.aspx).



[4] Amnesty International Ungheria ha chiesto al governo Orbán di «smettere di ostacolare» le Ong e i gruppi della società civile, e garantire «l’esercizio del loro diritto alla libertà di associazione e alla libertà di espressione, senza subire intimidazioni». (Hungarian government must end its intimidation of NGOs, 10 settembre 2014,
http://www.amnesty.eu/content/assets/Doc2014/eur270042014en.pdf).



[5] Il 9 luglio 2014, il Commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, ha indirizzato una lettera a János Lázár, Segretario di Stato per l’Ufficio del Primo Ministro, esprimendo il proprio disappunto per le intimidazioni e la sottrazione di fondi destinati alle Ong ungheresi da parte del Norwegian Civil Fund.
https://wcd.coe.int/com.instranet.InstraServlet?command=com.instranet.CmdBlobGet&InstranetImage=2564455&SecMode=1&DocId=2164762&Usage=2



[6] Parla da sé, che nella Lettera di missione indirizzata da Jean-Claude Juncker a Tibor Navracsics, il 10 settembre 2014, si legga: «Pur essendo radicate a livello locale e nazionale, l’istruzione, la cultura e la partecipazione civica sono percepite dai cittadini dell’Unione Europea come una componente cruciale dei nostri valori e della nostra identità condivisi. Esse contribuiscono alle risorse di libera espressione, creatività e imprenditorialità di ciascun individuo, nonché al dinamismo e alla coesione della nostra società». E, più avanti: «Rafforzare la comprensione dell’opinione pubblica su come oggi siano elaborate le politiche dell’Unione Europea e aiutare i cittadini a conoscere meglio l’Unione Europea e a partecipare alle sue discussioni. Bisogna in particolare adoperarsi per raggiungere i beneficiari delle attività organizzate attraverso il programma “Europe for Citizens” ed ERASMUS+, nonché nell’ambito del programma di tirocini organizzato dalla Commissione».

sabato 11 ottobre 2014

Una mostra pittorica per Gaza: presentazione lunedì !


L’Associazione per i Diritti Umani e FotografiSenzaFrontiere

in collaborazione con il Centro Culturale “Vik”di Gaza City

presentano la mostra collettiva

WINDOWS FROM GAZA”

Dipinti degli artisti Shareef Sarhan, Majed Shala, Basel Al-Maqousi

del collettivo Shababik Windows for Contemporary Art




INAUGURAZIONE 13 OTTOBRE 2014 ore 19.00





mostra aperta fino al 27 ottobre negli orari 9:30/13:00-15:30/22
Centro Asteria, Piazza Carrara 17.1 , ang. Via G. da Cermenate, 2 (MM2 Romolo), Milano



Ingresso libero: il ricavato della vendita delle opere verrà interamente devoluto a sostegno degli artisti



Windows from Gaza For Contemporary Art è un’organizzazione culturale con sede a Gaza, fondata nel 2003 da Majed Shala, Basel Al-Maqousi e Shareef Sarhan per formare e sostenere giovani artisti e per promuovere l’arte contemporanea palestinese a livello locale, nazionale e internazionale.



GLI ARTISTI IN MOSTRA



BASEL AL-MAQOUSI

Basel Al-Maqousi è pittore, fotografo, videoartist e insegnante di arte per i ragazzi sordomuti nell’Associazione Jabalia.

 

MAJED SHALA

Majed Shala laureato presso la Scranton University, ha realizzato numerose mostre personali in Medio Oriente, Sud Africa, Brasile e Italia, e collabora con la YMCA (Youth Men’s Christian Association) nei campi estivi di arte per ragazzi.

SHAREEF SAHRAN



Shareef diplomato in comunicazione, si occupa soprattutto di installazioni multimediali
 
 
 
 
 
 











lunedì 6 ottobre 2014

L'Iran di ieri e di oggi: lo sguardo delle donne




Mercoledì 8 ottobre , alle ore 19.00, si terrà un incontro pubblico con FARIAN SABAHI, in occasione della presentazione dei saggi Noi, donne di Teheran e Il mio esilio.

L'incontro si svolgerà a Milano, presso il Bistrò del tempo ritrovato, Via Foppa, 4 (MM2 Sant'Agostino). L'incontro è a cura dell' Associazione per i Diritti Umani.







«Donna è Teheran. E come ogni Shahrzad, sussurra le parole giuste. Convince. Incanta il suo interlocutore. E incanterà anche voi, se deciderete di viaggiare.»

Un racconto in prima persona sulle origini della capitale iraniana e sulle sue contraddizioni, sui diritti delle minoranze religiose e delle donne. Donne protagoniste in molti campi, persino nello sport, ma che sono ancora in fondo solo un tassello nella propaganda di regime. Un testo animato dai versi dei grandi poeti persiani che affronta anche con ironia i tempi più complessi, nel tentativo di abbattere i più vieti stereotipi sull’Islam



Shirin Ebadi è stata la prima donna iraniana e la prima musulmana a ricevere il Nobel per la Pace. Nel 2003 il Comitato per il Nobel l’ha scelta “per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia”. Magistrato, costretta a lasciare il proprio incarico dopo la rivoluzione degli ayatollah, Shirin Ebadi è giurista, avvocato, scrittrice e pacifista. Vive ancorata al principio della legalità e della difesa dei diritti.
“L’11 febbraio fu annunciata la vittoria dei rivoluzionari. Eravamo felici, pensavamo fosse l’inizio di una nuova fase nella storia di un paese millenario. E invece, proprio quel giorno, l’8 marzo 1979, la radio annunciò che tutte le impiegate della pubblica amministrazione avrebbero dovuto coprire i capelli con il foulard.”. La giornalista Farian Sabahi incontra il premio Nobel per undialogo alla ricerca di un percorso per l’Iran di oggi, con uno sguardo indagatore sugli anni che hanno portato al teso clima politico attuale.





Farian Sabahi insegna Storia dei Paesi islamici presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Torino. È autrice di diversi saggi, accademici e divulgativi, tra cui Storia dello Yemen (Bruno Mondadori 2010), Storia dell'Iran 1890-2008 (Bruno Mondadori 2009), Un'estate a Teheran (Laterza 2007), Islam: l'identità inquieta d'Europa. Viaggio tra i musulmani d'Occidente (Il Saggiatore, 2006). Giornalista professionista, scrive per il "Sole24Ore". Ha realizzato due cortometraggi e scritto la sceneggiatura di alcuni spettacoli teatrali. Nel 2011 ha vinto il premio Amalfi nella sezione Mediterraneo e nel 2012 il premio Torino Libera intitolato a Valdo Fusi.


domenica 28 settembre 2014

I conflitti raccontati dalle donne



di Monica Macchi

 

E’ un dato innegabile che le donne abbiano raccontato la guerra, sia come giornaliste che come fotografe, a partire dalla secessione americana, ma come? Portando le loro specificità consolidando così un’ottica di genere oppure no? Questo è stato il tema di una tavola rotonda che si è tenuta il 24 settembre scorso, a Milano, presso l'Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) dedicata, appunto, ai conflitti raccontati dalle donne.

Da un punto di vista storico, come sottolineato da Valeria Palumbo, la partecipazione delle donne alla Prima Guerra Mondiale ha portato a un enorme cambiamento in quanto si è smesso di declinare il concetto di violenza in termini eroici. Attualmente, invece, la presenza delle donne permette una maggiore accessibilità alla componente femminile: per esempio, Lucia Goracci ha raccontato un episodio accaduto a Misurata, in Libia, in cui era l’unica giornalista e l’unica che ha potuto realizzare interviste perché gli uomini hanno concesso l’autorizzazione a parlare solo auna giornalista donna con un'altra donna. Tra donne, infatti, è sicuramente più facile entrare in confidenza e raccogliere storie.

Ma il vero discrimine sta nella scelta delle all-news perché gli aggiornamenti costanti portano a inseguire la cronaca e a non approfondire le conseguenze e l’impatto sulla quotidianità dei civili e sui diritti acquisiti; e del resto quando la crisi si cronicizza i media italiani latitano...forse perchè mentre sempre più donne vanno sui fronti di guerra, a capo delle redazioni ci sono sempre e comunque uomini ?!?



sabato 20 settembre 2014

Palestina: pace, giustizia, libertà, diritti

Ci è pervenuta questa comunicazione da AssopacePalestina, anche per noi importante.
In calce, trovate il link al documento “Proposte tematiche”. Grazie.

“Un Passo di Pace” - Proposte tematiche 21 settembre - Firenze
 
Dal 1980 con il vertice di Venezia, l’Unione Europea sostiene la fine dell’occupazione militare israeliana e indica la strada della soluzione della questione palestinese con la creazione di due popoli due stati, per applicare le risoluzioni 242, 338, 194 delle Nazioni Unite.
Sono passati 34 anni e non solo non si è creato lo Stato di Palestina, ma è cresciuta a dismisura la colonizzazione dei territori occupati militarmente nel 1967.
L’Unione Europea continua a proclamare la necessità dei due popoli e due stati, continua la denuncia delle violazioni dei diritti umani da parte del governo israeliano, considera illegale la costruzione delle colonie, denuncia la violenza dei coloni, non riconosce Gerusalemme come capitale dello Stato d’ Israele e continua a sostenere che Gerusalemme Est deve essere la capitale dello Stato di Palestina.
Ma nulla è stato messo in atto per fermare la politica di colonizzazione israeliana. A 66 dalla “Nakba” e dalla nascita dello stato di Israele, dopo 47 anni di occupazione militare, a venti anni dagli accordi di Oslo, Israele continua nella totale impunità a violare i diritti, a compiere crimini contro la popolazione civile di Gaza e della Cisgiordania.
L’operazione Margine protettivo terminato dopo 51 giorni e che ha visto l'uccisione di 2194 palestinesi, di cui 643 bambini, la distruzione di case, scuole infrastrutture ospedali, non è isolata ma strettamente connessa all’attacco alla terra, alla libertà nella Cisgiordania dove si intensificano gli arresti, le demolizioni di case, i check point e la confisca delle terre palestinesi per fare posto alle colonie.
Noi chiediamo che la Comunità Internazionale agisca per imporre ad Israele il ritiro dai territori occupati palestinesi e, così come chiesto dalla Corte Penale Internazionale dell’ Aja, lo smantellamento del Muro dell’apartheid e la fine dell’annessione coloniale, indispensabili e irrimandabili condizioni per portare pace, sicurezza e rispetto dei diritti per la Palestina e per Israele.
Il cessate il fuoco tra Hamas e Israele, negoziato al Cairo da tutte le forze politiche dell’Olp oltre ad Hamas con la mediazione dell’Egitto, non ha risolto i problemi perché l’assedio di Gaza non è cessato e la popolazione continua a restare chiusa nella gabbia di Gaza.
Chiediamo al governo italiano e all’ Unione Europea di cui l’Italia è alla testa per questo semestre di:
cessare ogni di cooperazione, ricerca, vendita di armi tra le quali gli M346 ad Israele;
sollecitare i paesi terzi affinché non forniscano armi, munizioni ed assistenza militare alle parti in conflitto;
sospendere l’accordo di associazione Ue – Israele, sulla base dell’articolo 2 che prevede la sospensione
dell’accordo nel caso il paese contraente violasse i diritti umani;
applicare le linee guida, in riferimento ad Israele, che fanno divieto di avere rapporti politici e commerciali con le colonie: nessun prodotto delle colonie deve entrare in Europa, nessuna esportazione deve andare nelle colonie; accogliere nei propri ospedali i feriti nei bombardamenti israeliani di Gaza; agire come forza di mediazione per la fine dell’occupazione militare israeliana la colonizzazione dei territori e l’autodeterminazione per il popolo palestinese;
Ci impegniamo: a sostenere i Comitati popolari per la resistenza popolare nonviolenta contro l'occupazione civile e militare dei territori palestinesi; a dare voce e sostegno alle persone e ai gruppi che in Israele si battono per la pace e contro l’occupazione militare; a sostenere la campagna per la libertà di Marwan Barghouthi e dei prigionieri palestinesi; ad agire per la fine dell’assedio di Gaza e la libertà di movimento di persone e merci nei territori occupati; a difendere i diritti fondamentali dei lavoratori palestinesi ed immigrati in Israele; a promuovere interventi civili di pace in Palestina; a denunciare e condannare ogni azione che metta in pericolo la vita della popolazione civile palestinese ed israeliana; a fare pressioni sul nostro governo e sulle istituzioni europee affinchè Israele non resti impunita per la violazione dei diritti umani e la legalità internazionale;a sostenere iniziative e campagne contro la commercializzazione in Italia dei prodotti delle colonie e per il disinvestimento nelle imprese insediate nelle colonie o che finanziano l’occupazione dei territori palestinesi.
 

martedì 5 agosto 2014

"Kosovo vs Kosovo": un pezzo d'Europa dimenticato







Kosovo 13 anni dopo. Dopo la guerra e a quattro anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo, le enclave serbe, situate all'interno del territorio kosovaro, rappresentano una parte di Stato dentro un altro Stato, ma il governo centrale, al loro interno, non ha alcuna autorità. Qui, infatti, i serbi continuano a vivere come se fossero in Serbia grazie ad un sistema che segue le direttive di Belgrado.

Kosovo vs Kosovo è un documentario, rilasciato sotto licenza Creative Commons, che racconta tutto questo. Scritto e diretto da Valerio Bassan e Andrea Legni, con il supporto di Domenico Palazzi e Jovan Zlaticanin, il film - autoprodotto, girato in tre settimane e preceduto da una lunga fase di ricerca - mostra, in particolare, la quotidianità e le condizioni di vita della minoranza serba in Kosovo.



Per capire meglio la situazione, abbiamo intervistato Andrea Legni



Qual è, attualmente, la situazione geopolitica di quell'area?


La situazione geopolitica è di difficile lettura, nel senso che il Kosovo si è proclamato indipendente nel febbraio 2008, ma il suo status internazionale rimane non condiviso in quanto oltre la metà degli Stati membri dell'ONU non lo riconosce. Per l'ONU è ancora valida la risoluzione del 1999 secondo la quale in Kosovo è una provincia autonoma all'interno della Repubblica di Serbia.

La maggior parte degli Stati dell'Unione Europea ha, invece, riconosciuto il Kosovo (l'Italia è stato il primo) tranne alcuni e tra questi, ad esempio, la Spagna per la paura che il riconoscere un'autoproclamazione di indipendenza possa fomentare altri gruppi nazionalisti, come i Baschi o i Catalani.

A livello di relazione tra Serbia e Kosovo si sono fatti alcuni passi avanti: da una fase piuttosto lunga di “muro contro muro” si è arrivati ad una serie di incontri bilaterali, cominciati nel 2009-2010, tra i Primi Ministri che hanno portato alla sigla di un accordo in cui si cerca di normalizzare la relazione tra i due Stati. Tra le decisioni più importanti, è emersa la volontà di garantire, alle zone serbe all'interno del Kosovo (la zona nord di Mitrovica, dove vive la maggioranza serba) un'autonomia piuttosto spiccata, all'interno della quale la polizia sarà rappresentata da poliziotti e dirigenti serbi oppure i tribunali avranno pubblici ufficiali serbi, seppure con l'avvallo dello Stato del Kosovo.



Questo a livello diplomatico. Ma com'è la quotidianità delle persone?


Con il nostro documentario abbiamo voluto raccontare la quotidianità dei serbi che vivono in Kosovo. Qui i serbi vivono due condizioni differenti: la maggioranza di loro - di circa 50.000 persone, che vive a nord di Mitrovica e che, quindi, si trova praticamente in Serbia - non ha grossi problemi; noi, invece, abbiamo parlato dei serbi che vivono nel resto del Kosovo, nella parte meridionale. Qui vivono in enclave monoetniche, in villaggi di poche centinaia di abitanti, posti alla periferia delle principali città del Kosovo in cui sono rimasti, principalmente, gli albanesi.

Nei villaggi i serbi eleggono i propri sindaci; le scuole e gli ospedali vengono gestiti secondo il sistema serbo; viene utilizzato, come moneta, il dinaro, mentre in Kosovo si usa l'euro.

La vita delle persone è abbastanza dura in quanto contrassegnata da una quasi totale mancanza di libertà di movimento: mentre giravamo il film, abbiamo abitato in un piccolo villaggio in cui vivono circa 800 persone che non escono mai per paura di aggressioni. Non vanno mai nella città vicina - Peja, che dista a cinque minuti - ma, per risolvere i problemi di vita quotidiana come, ad esempio, andare dal medico - vanno a Mitrovica, affrontando un viaggio in pullman di 70 Km andata e ritorno, piuttosto che andare nella città più vicina.

Abbiamo parlato, inoltre, con i giovani e questi vivono in campagna dove, per loro, non c'è niente: non ci sono scuole né luoghi ricreativi. Niente. Questa è la ragione principale - unita alla mancanza di prospettive di lavoro - per cui i ragazzi cercano di andarsene. Anche quelli che abbiamo intervistato: appena prendevano un po' di confidenza, ci chiedevano se potevamo procurare loro un visto per partire.



Ti ricordi una testimonianza in particolare?


Sì, però non è nel documentario...Una delle difficoltà che abbiamo avuto, soprattutto con le persone più giovani, è che - dopo giorni che ci si incontrava e si parlava - non era facile convincerli a rilasciare la propria testimonianza davanti alla cinepresa, per cui molti ragazzi alla fine non se la sono sentita.

In particolare, c'è un ragazzo, Vlado, che avevamo incontrato più volte, che ha 25 anni: in un pomeriggio di chiacchiere a casa sua, ci ha raccontato la sua visione della vita in Kosovo. Una visione totalmente pessimistica: sosteneva, infatti, che in Kosovo può continuare a vivere solo chi sta aspettando di morire, cioè solamente gli anziani, che sono nati e che hanno vissuto la loro intera esistenza lì. Dopo una settimana da quel pomeriggio, siamo tornati per registrare la sua intervista, ma sua madre ci ha detto che se n'era andato a Belgrado, da un suo cugino.


Perchè si sono spenti i riflettori su quell'area di Europa?


Il Kosovo ha riempito le pagine dei media fino a quando è stato il momento di preparare gli animi alla guerra, tra la fine del 1998 e l'inizio del '99, poi se ne è parlato per qualche anno quando il conflitto è finito, ma poi è sparito dall'agenda dei media. Questo ha portato non solo a dimenticare la questione, ma - ancora più grave - a pensare che, se non se ne parla più, è perchè ormai è tutto a posto.


martedì 15 luglio 2014

Il risveglio della democrazia: la Tunisia di oggi e di ieri




Uscito da pochissimo in libreria, il saggio intitolato Il risveglio della democrazia, della Prof.ssa Leila El Houssi per Carocci Editore, spiega come sta avvenendo il passaggio di transizione dai regimi totalitari di Bourguiba e Ben Ali alla democrazia. Il sottotitolo recita: "La Tunisia dall'indipendenza alla transizione": un exursus, quindi, dei cambiamenti del Paese, tra ostacoli e opportunità.



Abbiamo intervistato per voi Leila El Houssi che ringraziamo molto per il tempo che ci ha dedicato.



Nel corso della Storia la Tunisia ha attraversato molti cambiamenti politici e ha anche ottenuto molte conquiste culturali. Qual'è il legame tra il Passato e il Presente del Paese?

 

Ci sono molte linee di continuità tra il Passato e il Presente e c'è anche qualche linea di frattura. Questo è un Paese che si differenzia dagli altri Paese della regione proprio per la peculiarità che io descrivo nel libro come “transuculturalità”: è un Paese che ha vissuto un intreccio di varie culture, di genti che provenivano dal Mediterraneo, come possiamo leggere in documenti del '500 e del '600.

Non è stato solo un incrocio di migrazioni, ma anche un incrocio religioso perchè, ad esempio, in Tunisia hanno sempre convissuto le tre religioni: ebraismo, islam e cristianesimo (la sinagoga di Jerba è il secondo luogo santo della religione ebraica). Con la rivoluzione del 2011 - e con le elezioni che si sono tenute nel mese di ottobre e che hanno visto la vittoria di un partito islamico, seppure moderato – forse c'è stato il timore che ci fosse una trasformazione del Paese.



Non per tutti i Paesi arabi delle rivoluzioni si può parlare di “primavera”: cos'è cambiato, in Tunisia, dopo la caduta del regime di Ben Ali?


La caduta del regime ha sicuramente portato dei cambiamenti importanti nel Paese; c'è stata una trasformazione dello scenario precedente. Spesso, purtroppo, accade che la stampa e i giornali pensino di descrivere questo Paese come uno di quelli in cui la rivoluzione ha tradito talune aspettative, invece è anche vero che la Tunisia , dal 1956 al 2011 ha sempre e solo vissuto in un regime totalitario, prima con Bourguiba e poi con Ben Ali (con le dovute differenze) e, quindi, lo scenario è stato a tratti terrificante: consideriamo, ad esempio, la repressione che Ben Ali metteva in atto costantemente nei confronti dei diritti umani...



Quali sono ancora gli ostacoli da superare per un'affermazione completa della democrazia?

 

Il percorso di democratizzazione del Paese è lungo: ci sono e ci sono stati degli ostacoli, in questi tre anni, e ce ne saranno ancora.

Ci sono stati scontri all'interno dell'Assemblea costituente su alcuni articoli e, a mio avviso, sono sttai scontri anche positivi perchè hanno fatto emergere più facce del Paese. Mi riferisco, ad esempio, all'articolo 28 della Costituzione, un articolo che è stato molto discusso perchè voleva inserire un termine - il termine “complementarietà” - al posto di “uguaglianza” nel rapporto uomo/donna: la donna era “complementare” all'uomo, ma non uguale.

Allora - premettendo che già con Bourguiba il concetto di uguaglianza era stato recepito ed esisteva all'interno delle norme giuridiche – quando si è saputo che si voleva sostituire un termine già accettato nella società, questo ha destato molti dubbi e perplessità. Molti cittadini tunisini (ma anche la comunità internazionale) si sono riversati nelle piazze per protestare. Così è stato inserito il termine “uguaglianza” all'interno della Costituzione.

Nella compagine governativa c'è una maggioranza che può leggere in maniera conservativatrice alcune norme, ma si va a scontrare con quello che è il fronte laico che è presente nella Tunisia di oggi. Non bisogna mai abbassare la guardia, non bisogna accettare alcuna violazione dei diritti umani - come è stato nell'ultimo ventennio tunisino - però questo non vuole dire che non sia possibile un cambiamento.


Quale può essere il ponte tra Tunisia e Europa e, in particolare, l'Italia?


L'Italia dovrebbe essere il ponte tra Europa e Tunisia cosa che, fino ad oggi, non è stata: non credo che la calsse politica italiana abbia investito molto su questo.

Geograficamente l'Italia potrebbe rappresentare questo ponte anche perchè è un Paese più vicino alla riva sud rispetto alla riva nord. Ricordiamo che Roma e Tunisi sono le due capitali più vicine...

Dovrebbero, poi, essere incentivate anche delle politiche di cooperazione internazionale. Tra Italia e Tunisia c'è un ponte economico perchè in Tunisia abbiamo molte aziende italiane e questo potrebbe essere incentivato. Per me è importante che ci siano delle basi culturali condivise: a Firenza, ad esempio, abbiamo realizzato un corso di costruzione della cittadinanza, cioè un percorso rivolto a studenti nord-africani che vivono in Italia - con docenti sociologi, economisti, giuristi, etc. - per far conoscere a questi giovani qual è stata l'esperienza democratica in Italia e in Europa; non perchè la democrazia si possa esportare, ma per far capire quali sono stati gli strumenti che hanno portato alla costruzione delle democrazie europee.


Come convivono, in lei, l'”anima” tunisina e quella italiana?


Sono nata in Italia, mio padre era tunisino e mia madre italiana. Ho sempre vissuto questa doppia identità grazie anche a mio padre che mi ha sempre presentato il Paese attraverso la sua narrazione ed è riuscito a farmelo amare. Per questo il mio percorso di studi è stato rivolto alla Tunisia che è il mio Paese “Altro”, di appartenenza.

La storia della Tunisia è anche la mia storia e sarà quella di mio figlio.

domenica 13 luglio 2014

E' guerra

E' guerra: è cominciato, oggi 13 luglio 2014, l'attacco di terra da parte di Israele. Ieri razzi hanno colpito un ospedale per bambini disabili. E ieri la città di Milano ha indetto una manifestazione a sostegno dei civili a Gaza e per la pace.
Riportiamo alcune foto sulla manifestazione.






(foto di Monica Macchi)

Altri comunicati sulla Palestina: 11 e 12 luglio 2014




(Il seguente comunicato è uscito anche su Nena news – vedi articolo di Monica Macchi su questo sito)


Basta con struzzi e coccodrilli

Da Gaza al mondo, parla un gruppo di cooperanti italiani in Palestina



Basta con chi fa finta di non vedere. Basta con chi pensa che una partita di pallone sia più importante di un’intera popolazione inerme sotto le bombe…Basta con chi dà del terrorista a un’intera popolazione senza mai aver voluto ascoltare le voci di Gaza. Basta con giornalisti che scrivono articoli comodamente seduti da casa o dalle redazioni a Roma e Milano. Basta con l’equidistanza a tutti i costi. Basta con le condanne bipartisan e con le parole misurate.

Siamo operatori umanitari e condanniamo la violenza verso i civili, SEMPRE.

Per questo non possiamo restare silenti dinanzi ad un attacco armato indiscriminato verso una popolazione che non ha rifugi, posti sicuri o possibilità di fuga. Una popolazione strangolata economicamente e assediata fisicamente, rinchiusa in una prigione a cielo aperto.

Non possiamo far finta di nulla. Noi Gaza la conosciamo perché ci lavoriamo, perché la viviamo e lì abbiamo imparato cos’è la sofferenza, ma anche la resistenza. E non parliamo di lancio di razzi: per i circa due milioni di persone che risiedono a Gaza, che vivono da 48 anni sotto occupazione, dimenticate dal mondo, che piangono morti che sono sempre e solo numeri, che subiscono interessi politici sempre più importanti della vita umana... resistere è essere capaci, nonostante tutto, di andare avanti.

Gaza ci ha insegnato semplicemente la dignità umana.

 
Siamo qui e ci sentiamo inermi e, ancora una volta, esterrefatti perché continuiamo a leggere articoli di giornale che a nostro avviso non rispecchiano la realtà. Non raccontano lo squilibrio tra una forza occupante e una popolazione occupata. Enfatizzano la paura israeliana dei razzi lanciati da Gaza, che condanniamo ma che, fortunatamente, non hanno procurato morti e riducono a semplici numeri le oltre 100 vite spezzate a causa dei bombardamenti Israeliani in meno di tre giorni.                 
 
Tutto ciò che scriviamo non è frutto di opinioni personali o giudizi morali; è sancito e ribadito dai principi del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale, che muovono il nostro operato ogni giorno. 




Riteniamo inaccettabile che la risposta all’omicidio dei 3 coloni, avvenuto in circostanze ancora ignote, sia l’indiscriminata punizione di una popolazione civile indifesa: il diritto umanitario vieta le punizioni collettive - definite crimini di guerra dalla IV Convenzione di Ginevra (art. 33).



Israele ha addossato la responsabilità ad Hamas, attaccando immediatamente la Striscia, causando la risposta dei gruppi palestinesi con il lancio di missili su Israele. Il governo israeliano sostiene di voler colpire gli esponenti di Hamas e le sue strutture militari. E’ davanti agli occhi di tutti che ad essere colpiti finora sono soprattutto bambini e donne. Basta con lo scrivere che Israele reagisce ai missili da Gaza, la verità per chi vuol vederla e i numeri, se non interpretati con slealtà, sono chiari.


Dall’8 luglio, inizio dell’operazione militare “Protective Edge”, Israele ha bombardato 950 volte la Striscia, distruggendo deliberatamente oltre 120 case, (violando l’articolo 52 del Protocollo aggiuntivo I del 77 della convenzione di Ginevra), uccidendo 102 persone (inclusi 30 minori 16 donne,15 anziani e 1 giornalista) ferendo oltre 600 persone, di cui 50 in condizioni molto gravi.

Oltre 900 persone sono rimaste senza casa, 7 moschee, 25 edifici pubblici, 25 cooperative agricole, 7 centri educativi sono stati distrutti e 1 ospedale, 3 ambulanze, 10 scuole e 6 centri sportivi danneggiati.



Dall’altro lato, il lancio di razzi da Gaza, secondo il Magen David Adom (servizio emergenza nazionale israeliano), ha causato 123 feriti di cui: 1 ferito grave; 2 moderati; 19 leggeri; 101 persone che soffrono di shock traumatico.



Di fronte a questi numeri ci sembra intollerabile la non obiettiva copertura di gran parte della stampa internazionale e nazionale dell’attacco israeliano verso la Striscia di Gaza. Per questo riteniamo necessario prendere posizione e ribadire la necessità di riportare l’informazione, sullo scenario militare in corso, alle dovute proporzioni.


Ci appelliamo infine ai responsabili politici in causa e a quanti possano agire da mediatori, affinchè le operazioni militari cessino immediatamente e perchè si ponga fine all’assedio nella Striscia di Gaza.





Gerusalemme, 11 Luglio 2014


Siamo un gruppo di cooperanti che vive e lavora in Palestina. Tutto ciò che scriviamo è verificato da testimonianze sul campo e da fonti di agenzie internazionali. Per maggiori informazioni scrivete a:










Dal comitato Salam di Milano, ieri 12 luglio 201, trasmesso la dott.ssa Paola Manduca



Tutti siamo colpiti dalla morte e dai feriti unilaterali in Gaza causati dagli attacchi Israeliani che non sono, come continuano a raccontare i governanti Israeliani, molto "intelligenti" e mirati alle strutture militari o ai combattenti, ed assai meno lo diventeranno se entrano per via terra.



C'è però un aspetto di questa ( e delle precedenti ) guerre su Gaza che raramente si immagina ed è il deliberato accanimento su tutta la popolazione. Senza dubbio evitabile visto le capacità di intelligence degli Israeliani e senza dubbio crimini, visto che sono scelte mirate a distruggere la popolazione civile tutta ed indiscriminatamente. Di seguito sono arrivate le notizie seguenti:



la centrale del trattamento delle fogne distrutta ( e forse c'era un combattente che la usava come piscina?)



le barche dei pescatori distrutte (e con esse la ark for Gaza) che forse usavano le barche per combattere? quindi niente pesce a Gaza, anche se avessero avuto il coraggio di uscire a pescare.



e la peggiore di tutte: linee elettriche (entrambe quelle da israele e quella dall'Egitto) danneggiate e 75% di Gaza senza elettricità (l'altro 25% ce l'ha ancora m su turni di 8 ore con/8 ore senza). E non riescono a ripararle per ora data l'intensità dei bombardamenti. Potete immaginarvi, o forse no che:



con la elettricità funzionano gli ospedali/o no



con la elettricità funzionano le pompe che portano l'acqua nelle case/o no (va bene diremo tanto non si può bere e non si laveranno, poco male)



con la elettricità funzionano anche le pompe delle acque di scarico/o no. ricordate nel novembre scorso Gaza allagata di scarichi fognari? bene cosi è senza elettricità solo che ora ci sono anche più di 30°C e questo significa anche epidemie.



l'elettricità funzionano anche i depuratori per produrre acqua potabile


Sperando che lo riescano a fare prima che muoiano nel silenzio di tutti ed uno ad uno, di sete e di fame invece che solo di mancanza di medicine e di ferro e fuoco.