Dopo un anno di preparativi e una partenza sfumata a Luglio, finalmente il progetto iniziato lo scorso anno del “Festival delle culture tra arte e sport” può continuare e rinnovarsi (da Nenanews.it)
Il 27 dicembre partirà la seconda carovana per Gaza, un programma che avrà molteplici obiettivi: sostenere la resistenza palestinese e la popolazione della Striscia che vive da anni una situazione di assedio perenne e di isolamento internazionale; dare la possibilità ai Gazawi di avere l’occasione di potersi esprimere liberamente e con serenità in contesti differenti rispetto alle condizioni esistenziali che sono costretti a sopportare; essere testimoni di quello che accade sia della fase attuale che del contesto generale; diffondere questa testimonianza per rendere tutti coscienti della realtà dei fatti a fronte di una campagna mediatica che ha dipinto e dipinge Israele come vittima, anziché come paese colonizzatore e oppressore; scambiare competenze nell’ottica di un arricchimento culturale reciproco.
Il progetto è quindi rilevante nell’immediato e nel breve periodo, in quanto coglie la necessità primaria per la popolazione di uscire da una quotidianità caratterizzata dal perenne status di guerra, ma è ancora più fondamentale nel lungo periodo, poiché si tratta di un investimento che si spera continui nel tempo e che sia soprattutto in grado di innestarsi nell’intricata e complessa situazione della resistenza palestinese contro il governo israeliano, che nel corso degli anni si è dimostrato non solo colonizzatore, ma fascista nei modi e xenofobo nell’azione.
L’anno scorso lo scenario era quello del periodo post operazione “Margine Protettivo”, una strategia sanguinaria che aveva messo in ginocchio i Gazawi con una guerra impari che ha portato distruzione ovunque (gli aiuti sono iniziati ad arrivare a settembre di quest’anno), massacri, morti, povertà diffusa, impossibilità di condizioni di vita decenti (taglio dell’energia elettrica; bombardamenti continui lungo il confine e in mare; mancanza di acqua; difficoltà strutturali nelle scuole che hanno impedito per molto tempo lo svolgimento delle lezioni …). Questo si aggiungeva già ad un contesto in cui l’autosufficienza della Striscia versava in condizioni di estrema precarietà: un altissimo tasso di disoccupazione (circa il Il 43 per cento degli 1,8 milioni dei residenti della Striscia sono disoccupati. Tra i giovani è il 60 per cento a non avere un lavoro), una situazione economica al collasso per l’embargo egiziano e israeliano e per le guerre (le esportazioni dal territorio palestinese sono infatti azzerate e il settore manifatturiero è stato abbattuto del 60 per cento), un tasso di povertà altissimo, circa il 40%.
Secondo la Banca Mondiale, la ripresa economica è fortemente ostacolata dall’impossibilità per merci e persone di muoversi.
Quest’anno la situazione che la carovana si troverà ad affrontare non sembra affatto più rosea.
E’ ancora in corso infatti un periodo di tumulti e ribellioni, soffocati dalla forza repressiva israeliana che sta mietendo vittime ogni giorno.
L’hanno chiamata “Intifada dei coltelli”, ma come abbiamo visto, questa terza fase di rivolte si presenta in modo totalmente differente rispetto alle precedenti.
Anzitutto, dietro agli episodi che si sono verificati non c’è alcuna strategia di gruppi organizzati o partiti.
Questo si è potuto rilevare sia dall’assenza di una rappresentanza politica a cui si rifanno gli scontri (a parte Hamas che per un momento ha cavalcato la questione cercando di determinare quella situazione), sia dal carattere di spontaneità che hanno caratterizzato certi episodi, che dalle persone coinvolte: giovani uomini e donne che hanno agito mossi da un sentimento di disperazione e disillusione totale.
Un sentire che pesa per i tre anni di guerra che ha subito la Striscia (2 guerre in 3 anni) e per il grave regime di apartheid che subisce la popolazione palestinese ogni giorni in Cisgiordania e nei territori occupati.
Protagonista di questa Intifada, quindi, è soprattutto la popolazione giovanile, generazioni che sono cresciute sull’eredità del fallimento degli accordi di Oslo e sulla vana speranza di trovare un modo per uscire da una situazione di emarginazione ed oppressione che non permette la realizzazione dei più banali (per noi) obiettivi di vita.
E’ in questa matassa che si inserisce questo festival: per rispondere ad esigenze umane, sociali, politiche della popolazione e per restituire una realtà alterata e falsificata dai media.
Sostenere l’autodeterminazione dei popoli e dei territori, lottare contro i meccanismi di colonizzazione ed imperialismo che strozzano i palestinesi, condannare a gran voce un vero e proprio sistema di apartheid o informarsi ed informare è dovere morale di tutti.
Chi desidera mandare un aiuto economico, ecco l’Iban del Centro Vittorio Arrigoni a Gaza
IT35C0312703241000000051775
INTESTAZIONE: Giovanni Lisi Maria Teresa Bartolucci
Causale: per Gaza, Centro Italiano. Attività festival
BIC: BAECIT2B
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"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
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martedì 29 dicembre 2015
Parte la seconda carovana per Gaza
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giovedì 10 dicembre 2015
10 dicembre: Giornata internazionale dei Diritti Umani
10 DICEMBRE
GIORNATA INTERNAZIONALE DEI
DIRITTI UMANI
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
(Art. 1 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani)
Perché questa giornata?
La Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo approvata il 10 dicembre 1948 dalle Nazioni Unite proclama solennemente il valore e la dignità della persona umana e sancisce al tempo stesso l’inalienabilità degli universali diritti etico-civili.
La storia dell'ultimo cinquantennio è tuttavia segnata da non poche violazioni di questi principi rimaste impunite.
Quali sono le cause?
Perché molti Stati non rispettano i diritti che stanno alla base di ogni individuo?
Quali sono i tuoi diritti umani?
LIBERTA’ UGUAGLIANZA
DIRITTO ALLA VITA DIRITTO AL RICONOSCIMENTO DELLA PERSONALITA’ GIURIDICA
UGUALIANZA DAVANTI ALLA LEGGE LIBERTA’ DI MOVIMENTO
DIRITTO ALLA CITTADINANZA DIRITTO DI PROPRIETA’
DIRITTO ALL’ISTRUZIONE LIBERTA’ DI PENSIERO
LIBERTA’ DI RIUNIONE E ASSOCIAZIONE PACIFICA LIBERTA’ DI OPINIONE E ESPRESSIONE
e ...diritto al lavoro
diritto ad avere un tenore di vita sufficiente a garantire salute e benessere proprio e della sua famiglia
e ...diritto al lavoro
diritto ad avere un tenore di vita sufficiente a garantire salute e benessere proprio e della sua famiglia
CONTATTACI:
mercoledì 9 dicembre 2015
Generazione Rosarno: dalla violenza alla legalità
Continuiamo ad occuparci di lotta alle mafie e vi proponiamo il libro intitolato Generazione Rosarno di Serena Uccello, per Melampo edizioni.
Si può nascere in una famiglia di 'ndrangheta eppure scegliere una strada alternativa e rigettare la violenza? Si può amare un padre in carcere e riuscire lo stesso a prenderne le distanze, immaginando per sé un destino diverso, di libertà e di rispetto vero? Vive e pulsa in questo libro una scuola superiore in cui vengono abbattuti antichi e nuovi pregiudizi e privilegi, dove non esistono figli di boss né figli di collaboratori o di testimoni di giustizia, dove mille ragazzi e ragazze si ritrovano ogni mattina tutti uguali, senza dover sopportare il peso delle storie personali. Dove una leggerezza gentile e sconosciuta è capace di generare nuova cultura. Una scuola che è un autentico fortino piantato in una periferia geografica e sociale, da cui insegna le opportunità e le promesse del mondo. Si chiama Rosarno ma diventa alla fine simbolo di tutto il Sud.
L'Associazione
per i Diritti umani ha intervistato per voi l'autrice e la ringrazia.
Il libro è
ambientato in Calabria, una terra bellissima e difficile. Quali sono
i tratti della cultura tradizionale in cui affondano le radici della
mentalità mafiosa?
Questa domanda richiede un’analisi di
tipo antropologico che non sono in grado di fare, non ne ho gli
strumenti, né la formazione. Posso però dare una chiave di lettura
di tipo storico e sociale per spiegare perché la ‘ndrangheta è
cresciuta così tanto in questi anni, in una situazione di
sostanziale silenzio. In questo senso la spiegazione è l’isolamento
della Calabria. Isolamento geografico e culturale, appunto. Prendo in
prestito il procuratore Giuseppe Pignatone, già capo della Procura
di Reggio Calabria, oggi capo della procura di Roma: “la
società calabrese è realmente isolata dal resto del paese. Non
esiste la Calabria, ma esistono le Calabrie: la provincia di
Reggio è totalmente diversa da quella di Cosenza o dall’alto
Catanzarese. L’isolamento tra le diverse province e dell’intera
regione è innanzitutto fisico. La rete viaria inadeguata, i
cantieri dell’A3, le carenze della rete ferroviaria, lo
sbarramento fisico dello Stretto amplificano l’isolamento
geografico”. All’isolamento geografico c’è poi da aggiungere
quello informativo. Negli ultimi anni sui giornali di ’ndrangheta
si è scritto, forse poco o forse in modo discontinuo, titoli e
commenti e inchieste. Ma prima? Prima di Duisburg, la strage di
Duisburg, quella in cui, nell’agosto del 2007, furono uccise sei
persone, o prima di più recenti operazioni che hanno portato,
soprattutto in Lombardia e nel nord Italia, all’arresto di
centinaia di persone? Qualche titolo di tanto in tanto e poco
altro. Di fatto ha ragione il procuratore capo di Roma quando parla
di “cono d’ombra” ricordando come “l’agenzia Ansa sia a
Catanzaro, la sede Rai a Cosenza” e che “nessuna testata
nazionale ha una redazione in Calabria”, mentre “il
quotidiano più diffuso, la Gazzetta
del Sud è
un giornale di Messina che pubblica pagine sulla Calabria”.
Quindi non saprei esattamente dire in
quali tratti della cultura tradizione affondi la mentalità mafiosa,
posso però dire che la mentalità mafiosa si nutre dell’isolamento
e dell’assenza di cura da parte dello Stato e in questo isolamento
cresce.
Da dove può o
deve ripartire la cultura della legalità?
Il mio libro è sostanzialmente
ambientato in una scuola. Un scuola sotto molti aspetti speciale
perché è riuscita a compiere la sfida della inclusione. A far
convivere cioè i figli di vittime, con i figli dei boss, con figli
dei collaboratori. A far loro condividere tempo, spazio e sogni. Ecco
la cultura della legalità deve, secondo me, essere meno slogan, meno
pratica convegnistica, e più pedagogia del Bene. Come dice la
ricercatrice Ombretta Ingrascì la pedagogia bianca che si oppone a
quella nera della violenza.
Come si svolge la
lotta alle mafie a Rosarno (e in altri luoghi)?
La
lotta alle mafie è stata a lungo repressione. E l’aspetto
repressivo è e deve restare centrale. In questi anni sono stati
raggiunti risultati importantissimi. Tuttavia i risultati si sono
cominciati a vedere anche su lungo periodo quando accanto alla
repressione c’è la formazione. In questo caso uso le parole della
scrittrice Evelina Santangelo che ho intervistato per il libro: “Non
è un caso, credo, che in Sicilia il momento di maggiore forza della
lotta alla mafia sia stato quando si è creata una saldatura tra il
braccio operativo di chi deve condurre l’attività investigativa e
repressiva e il mondo della formazione. Perché è evidente che
la lotta alla mafia è lotta alla sottocultura mafiosa. E questa
lotta si può condurre solo se c’è collaborazione tra tutte le
forze in campo”.
Quanto sono
importanti le donne nel tramandare il valore della vita ?
Le donne sono fondamentali. Così come
sono loro a tramandare il codice della violenza dai padri ai figli,
sono loro che sempre in nome dei figli possono rompere la catena del
sangue. E in questi ultimi anni in Calabria ma non solo abbiamo avuto
diversi esempi. Penso a Lea Garofalo, ma anche a Maria Concetta
Cacciola, che purtroppo hanno pagato con la vita la loro scelta di
rottura. Ma penso anche a Giusy Pesce che invece è riuscita a
salvare se stessa e i suoi figli scegliendo la strada della
collaborazione.
Questo sono le sue parole che spiegano
più di mille analisi.
“Se
io non cambio strada e non li porto con me, quando uscirò il bambino
potrebbe già essere in un carcere minorile, e comunque gli
metteranno al più presto una pistola in mano; le due bimbe invece
dovranno sposare due uomini di ’ndrangheta e saranno costrette
a seguirli. Io voglio provare a costruire un futuro diverso per
loro... Io potrei anche cavarmela con qualche anno di carcere ma
nessuno libererebbe i miei figli da un destino già segnato. Quando
il mio bambino, una volta, ha detto che da grande avrebbe voluto fare
il carabiniere, suo zio l’ha preso a botte, poi gli ha promesso che
una pistola gliel’avrebbe regalata lui... Un giorno che io gli
chiesi a mio figlio ‘Che cosa vuoi fare quando sei veramente
grande?’ E lui mi rispose ‘Il carabiniere’, loro lo
aggredirono: ‘Che stai dicendo, scemo, storto!’, tipo loro
hanno questo carattere, parlavano così, con i bambini hanno una
delicatezza particolare”.
Qual è l'operato
dei giudici e delle istituzioni per salvare i giovani che
appartengono a famiglie malavitose?
Anche
in questo caso voglio rispondere raccontando un aneddoto che riporto
nel libro. Un pomeriggio un piccolo gruppo di studenti del liceo
Raffaele Piria di Rosarno sta partecipando a un seminario tenuto da
Michele Prestipino allora procuratore aggiunto a Reggio Calabria,
oggi a Roma. I ragazzi stanno lavorando su un libro, un romanzo La
vita obliqua di Enzo Siciliano. E quel giorno in particolare stanno
discutendo della vendetta, esattamente di qual è la differenza tra
chiedere giustizia invece di vendetta. A un certo punto Prestipino
si rivolge ad un ragazzo in prima fila e dice: “Vieni
Carmelo, tu che pensi?”. Carmelo si avvicina e Prestipino lo tira a
sé allungandogli un braccio sulle spalle. Il movimento
di entrambi è spontaneo. E mi colpisce molto. Mi colpisce perché
Carmelo è Carmelo Bellocco. Anche i Bellocco sono una famiglia
sminuzzata tra morti, latitanti ed ergastolani. Alcuni di questi
arresti portano pure la firma di Prestipino, così la naturalezza
con cui il primo ha accolto il secondo e il secondo si è fatto
accogliere mi appare inedita e mi appare straordinaria. Ho così
compreso che solo l’accoglienza può far passare il messaggio che
non esiste una predestinazione al Male ma che ognuno può riscattare
se stesso. L’accoglienza e anche il sostegno.
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lunedì 7 dicembre 2015
L’Ufficio della Schiavitù Sessuale
di
Eve Ensler (da
La Repubblica)
A Yanar e alle mie sorelle in Iraq e in Siria
Penso al listino del mercato delle schiave sessuali dell’ISIS in cui donne e bambine sono prezzate come il bestiame.
L’ISIS ha dovuto calmierare i prezzi per timore di un calo del mercato: 40 dollari per le donne tra i 40 e i 50 anni, 69 dollari per le trenta-quarantenni, 86 per le venti-trentenni fino a 172 per le bimbe da 1 a 9 anni. Le ultracinquantenni non compaiono neppure in lista, considerate prive di valore di mercato. Vengono gettate via come i cartoni di latte scaduti. Ma non ci si limita ad abbandonarle in qualche fetida discarica.
Prima probabilmente vengono torturate, decapitate, stuprate, poi gettate su un cumulo di cadaveri in putrefazione.
Penso al corpicino in vendita di una bambina di un anno, a un soldato trentenne corpulento, affamato di guerra e di sesso che la compra, la incarta e se la porta a casa, come un televisore nuovo. Cosa proverà o penserà scartando quella carne bambina e stuprandola con un pene delle dimensioni del suo corpicino? Penso che nel 2015 sono qui a leggere un manuale online sul modo corretto di praticare la schiavitù sessuale, con tanto di istruzioni e regole puntigliose su come trattare la propria schiava, pubblicato da un’istituzione molto ben organizzata(l’Ufficio della schiavitù sessuale) di un governo canaglia, incaricata senza alcun imbarazzo di regolamentare gli stupri, le percosse, l’acquisto e la riduzione in schiavitù delle donne.
Cito qualche esempio tratto dal manuale: "E’ permesso percuotere la schiava come [forma di ] darb ta'deeb [percosse disciplinari], [ma ] è vietato [ricorrere alle ] darb al-takseer [letteralmente percosse massacranti], [darb] al-tashaffi [percosse allo scopo di ottenere gratificazione], oppure [darb] al-ta'dheeb [percosse come tortura]. Inoltre è proibito colpire al volto. "
Mi chiedo come facciano i burocrati dell’ISIS a distinguere i pugni, i calci e lo strangolamento inflitti a scopi disciplinari dagli atti mirati alla gratificazione sessuale. Ogniqualvolta una schiava verrà picchiata interverrà una squadra a verificare se c’è erezione?
E come faranno a stabilire cosa esattamente l’ha provocata? Certi uomini si eccitano soltanto nel momento in cui affermano il proprio potere.
E se verrà stabilito che il soldato picchia, strangola e prende a calci la sua schiava per puro piacere, in che modo sarà punito?
Lo costringeranno a restituire la schiava perdendo il deposito, a pagare una multa salata, o semplicemente dovrà pregare di più?
Penso alla facilità con cui si considera l’ISIS una mostruosa aberrazione quando in realtà è l’esito di una lunga serie ininterrotta di crimini e disordini. Le atrocità sessuali inflitte dall’ISIS si differenziano solo nella forma e nella prassi da quelle perpetrate da molti altri signori della guerra in altri conflitti. Sconvolgente e nuovo è lo sfoggio sfrontato e impudente che si fa questi crimini pubblicizzati su internet, lo sdoganamento commerciale di queste atrocità, le app in cui il sesso è usato come mezzo di reclutamento. Le azioni e la rapida proliferazione dell’ISIS non nascono dal nulla, sono frutto di un’escalation legittimata da secoli di impunità della violenza sessuale dilagante .
Mi vengono in mente le Comfort women, le prime schiave sessuali dell’era moderna, giovani donne asiatiche rapite nel fiore degli anni dall’esercito imperiale giapponese durante la seconda guerra mondiale e detenute nelle ‘stazioni di conforto’, per soddisfare le esigenze sessuali dei sodati al servizio del loro paese.
Le donne subivano anche 70 stupri al giorno. Quando, esauste, non riuscivano più a muoversi, venivano incatenate al letto e stuprate ancora come sacchi molli. A queste donne la vergogna ha tappato la bocca per quarantacinque anni e per altri venticinque hanno marciato e atteso, vigili, sotto la pioggia, chiedendo giustizia.
Sono rimaste in poche ormai e non più tardi di un mese fa il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha perso l’ennesima occasione di fare ammenda. Penso all’inerzia, al silenzio, alla paralisi che ha bloccato e impedito le indagini e l’incriminazione nei casi di abuso sessuale ai danni delle donne musulmane, croate e serbe stuprate nei campi dell’ex Yugoslavia, delle donne e delle bambine afroamericane stuprate nelle piantagioni del Sud, delle donne e delle bambine ebree stuprate nei campi di concentramento tedeschi, delle donne e delle bambine native americane stuprate nelle riserve degli Stati Uniti. Ascolto le urla delle anime in pena delle donne e delle bambine violate in Bangladesh, Sri Lanka, Haiti, Guatemala, Filippine, Sudan, Cecenia, Nigeria, Colombia, Nepal e la lista si allunga.
Penso agli ultimi otto anni che ho trascorso nella Repubblica Democratica del Congo dove un’analoga conflagrazione di capitalismo rapace, secoli di colonialismo, guerra e violenza senza fine ha lasciato migliaia di donne e bambine prive di organi, salute mentale, famiglia o futuro.
E penso che lo stupro ormai sia un’azione reiterata.
Penso che scrivo queste cose da vent’anni.
Ho provato a farlo con i numeri e con distacco, con passione e suppliche, con disperazione esistenziale e anche adesso, scrivendo, mi chiedo se abbiamo creato un linguaggio adatto a questo secolo che sia più potente del pianto.
Penso che le istituzioni patriarcali non hanno saputo intervenire in maniera efficace e che le strutture come L’ONU amplificano il problema nel momento in cui le forze di pacekeeping che dovrebbero proteggere le donne e le bambine si macchiano a loro volta di stupri.
Penso all’operazione Shock and Awe (colpisci e terrorizza)e a come ha contribuito a scatenare questa, che potremmo definire Stupra e decapita.
Quando noi cittadini, a milioni, in tutto il mondo, manifestavamo contro la guerra inutile e immorale in Iraq restando inascoltati , eravamo perfettamente consapevoli del dolore, dell’umiliazione e dell’oscurità che avrebbero generato quei letali 3000 missili Tomahawk americani.
Penso al fondamentalismo religioso a Dio padre, a quante donne sono state stuprate in suo nome , a quante massacrate e assassinate.
Penso al concetto di stupro come preghiera e alla teologia dello stupro, alla religione dello stupro.
Penso che è una delle maggiori religioni mondiali, in crescita con centinaia di conversioni al giorno, dato che un miliardo di donne nella sua vita subirà percosse o uno stupro (dati ONU). Penso alla velocità folle a cui si moltiplicano nuovi e grotteschi metodi per mercificare e profanare i corpi delle donne in un sistema in cui ciò che più è vivo, sia esso la terra o le donne, deve essere ridotto a oggetto e annichilito per aumentare i consumi, la crescita e l’amnesia. Penso alle migliaia di giovani occidentali, uomini e donne, tra i 15 e i 20 anni, che si sono arruolati nell’ISIS.
In cerca di cosa, in fuga da cosa? Povertà, alienazione, islamofobia, desiderio di avere un senso e un obiettivo? Penso a quello che mi ha detto mia sorella, attivista, in una conversazione su Skype da Baghdad questa settimana: “L’Isis è un virus e l’unica cosa da fare con i virus è sterminarli.” Mi chiedo come si stermina una mentalità, come si bombarda un paradigma, come si fanno saltare la misoginia, il capitalismo, l’imperialismo e il fondamentalismo religioso. Penso, o forse non riesco a pensare, prigioniera come sono della confusione mentale imperante in questo secolo. Sono consapevole da un lato che l’unico modo per andare avanti è riscrivere da zero la storia attuale, procedere a un esame collettivo approfondito e ponderato delle cause che stanno alla base delle varie violenze in tutte le loro componenti economiche, psicologiche, razziali, patriarcali, che richiedono tempo e contemporaneamente so che, in questo preciso istante, tremila donne yazide subiscono percosse, stupri e torture.
Penso alle donne, alle migliaia di donne che in tutto il mondo hanno operato senza pausa per anni e anni, esaurendo ogni fibra del loro essere per denunciare lo stupro, per porre fine a questa patologia di violenza e odio nei nostri confronti , e la razionalità , la pazienza, l’empatia, la mole della ricerca, le cifre che mostriamo, le sopravvissute che curiamo, le storie che ascoltiamo, le figlie che seppelliamo, il cancro di cui ci ammaliamo non contano, la guerra contro di noi infuria ogni giorno più metodica, più sfacciata, brutale, psicotica.
Penso che L’ISIS come l’aumento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, le temperature assassine sia forse il segnale che per le donne si approssima lo scontro finale. E’ giunta l’ora in cui secoli eterni di rabbia femminile si fondano in un’ impetuosa forza vulcanica, scatenando la furia globale della vagina delle divinità femminili Kali, Oya, Pele, Mama Wati, Hera, Durga, Inanna e Ixchel, lasciando che sia la nostra ira a guidarci. Penso alla cantante folk yazida Xate Zhangali che dopo aver visto le teste delle sue sorelle penzolare dai pali nella piazza del suo villaggio ha chiesto al governo curdo di armare e addestrare le donne e alle Sun Girls, la milizia femminile da lei creata, che combatte l’ISIS sulle montagne del Sinjar. E in questo momento, dopo anni di attivismo contro la violenza, sogno che migliaia di casse di ak47, cadano dal cielo sui villaggi, i centri, le fattorie e le terre delle donne, questi guerrieri con il seno che insorgono combattendo per la vita. Sono arrivata così a pensare all’amore, a come il fallimento di questo secolo sia un fallimento dell’amore.
Cosa siamo chiamati a fare, di che cosa siamo fatti tutti noi che siamo in vita su questo pianeta oggi.
Che tipo di amore serve, quanto deve essere profondo, intenso e bruciante. Non un amore ingenuo sentimentale neoliberale, ma un amore ossessivamente altruista.
Un amore che sconfigga i sistemi basati sullo sfruttamento di molti a vantaggio di pochi.
Un amore che trasformi il nostro disgusto passivo di fronte ai crimini contro le donne e l’umanità in una resistenza collettiva inarrestabile.
Un amore che veneri il mistero e dissolva la gerarchia.
Un amore che trovi valore nella connessione e non nella competizione tra noi.
Un amore che ci faccia aprire le braccia ai profughi in fuga invece di costruire muri per tenerli fuori, bersagliarli con i lacrimogeni o rimuovere i loro colpi enfiati dalle nostre spiagge.
Un amore che bruci di fiamma viva tanto da pervadere il nostro torpore, squagliare i nostri muri, accendere la nostra immaginazione e motivarci a uscire infine, liberi, da questa storia di morte.
Un amore che ci dia la scossa, spingendoci a dare la nostra vita per la vita, se necessario.
Chi saranno i coraggiosi, furibondi, visionari autori del nostro manuale di amore rivoluzionario?
Se vi è piaciuto il post, condividetelo!
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Penso al listino del mercato delle schiave sessuali dell’ISIS in cui donne e bambine sono prezzate come il bestiame.
L’ISIS ha dovuto calmierare i prezzi per timore di un calo del mercato: 40 dollari per le donne tra i 40 e i 50 anni, 69 dollari per le trenta-quarantenni, 86 per le venti-trentenni fino a 172 per le bimbe da 1 a 9 anni. Le ultracinquantenni non compaiono neppure in lista, considerate prive di valore di mercato. Vengono gettate via come i cartoni di latte scaduti. Ma non ci si limita ad abbandonarle in qualche fetida discarica.
Prima probabilmente vengono torturate, decapitate, stuprate, poi gettate su un cumulo di cadaveri in putrefazione.
Penso al corpicino in vendita di una bambina di un anno, a un soldato trentenne corpulento, affamato di guerra e di sesso che la compra, la incarta e se la porta a casa, come un televisore nuovo. Cosa proverà o penserà scartando quella carne bambina e stuprandola con un pene delle dimensioni del suo corpicino? Penso che nel 2015 sono qui a leggere un manuale online sul modo corretto di praticare la schiavitù sessuale, con tanto di istruzioni e regole puntigliose su come trattare la propria schiava, pubblicato da un’istituzione molto ben organizzata(l’Ufficio della schiavitù sessuale) di un governo canaglia, incaricata senza alcun imbarazzo di regolamentare gli stupri, le percosse, l’acquisto e la riduzione in schiavitù delle donne.
Cito qualche esempio tratto dal manuale: "E’ permesso percuotere la schiava come [forma di ] darb ta'deeb [percosse disciplinari], [ma ] è vietato [ricorrere alle ] darb al-takseer [letteralmente percosse massacranti], [darb] al-tashaffi [percosse allo scopo di ottenere gratificazione], oppure [darb] al-ta'dheeb [percosse come tortura]. Inoltre è proibito colpire al volto. "
Mi chiedo come facciano i burocrati dell’ISIS a distinguere i pugni, i calci e lo strangolamento inflitti a scopi disciplinari dagli atti mirati alla gratificazione sessuale. Ogniqualvolta una schiava verrà picchiata interverrà una squadra a verificare se c’è erezione?
E come faranno a stabilire cosa esattamente l’ha provocata? Certi uomini si eccitano soltanto nel momento in cui affermano il proprio potere.
E se verrà stabilito che il soldato picchia, strangola e prende a calci la sua schiava per puro piacere, in che modo sarà punito?
Lo costringeranno a restituire la schiava perdendo il deposito, a pagare una multa salata, o semplicemente dovrà pregare di più?
Penso alla facilità con cui si considera l’ISIS una mostruosa aberrazione quando in realtà è l’esito di una lunga serie ininterrotta di crimini e disordini. Le atrocità sessuali inflitte dall’ISIS si differenziano solo nella forma e nella prassi da quelle perpetrate da molti altri signori della guerra in altri conflitti. Sconvolgente e nuovo è lo sfoggio sfrontato e impudente che si fa questi crimini pubblicizzati su internet, lo sdoganamento commerciale di queste atrocità, le app in cui il sesso è usato come mezzo di reclutamento. Le azioni e la rapida proliferazione dell’ISIS non nascono dal nulla, sono frutto di un’escalation legittimata da secoli di impunità della violenza sessuale dilagante .
Mi vengono in mente le Comfort women, le prime schiave sessuali dell’era moderna, giovani donne asiatiche rapite nel fiore degli anni dall’esercito imperiale giapponese durante la seconda guerra mondiale e detenute nelle ‘stazioni di conforto’, per soddisfare le esigenze sessuali dei sodati al servizio del loro paese.
Le donne subivano anche 70 stupri al giorno. Quando, esauste, non riuscivano più a muoversi, venivano incatenate al letto e stuprate ancora come sacchi molli. A queste donne la vergogna ha tappato la bocca per quarantacinque anni e per altri venticinque hanno marciato e atteso, vigili, sotto la pioggia, chiedendo giustizia.
Sono rimaste in poche ormai e non più tardi di un mese fa il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha perso l’ennesima occasione di fare ammenda. Penso all’inerzia, al silenzio, alla paralisi che ha bloccato e impedito le indagini e l’incriminazione nei casi di abuso sessuale ai danni delle donne musulmane, croate e serbe stuprate nei campi dell’ex Yugoslavia, delle donne e delle bambine afroamericane stuprate nelle piantagioni del Sud, delle donne e delle bambine ebree stuprate nei campi di concentramento tedeschi, delle donne e delle bambine native americane stuprate nelle riserve degli Stati Uniti. Ascolto le urla delle anime in pena delle donne e delle bambine violate in Bangladesh, Sri Lanka, Haiti, Guatemala, Filippine, Sudan, Cecenia, Nigeria, Colombia, Nepal e la lista si allunga.
Penso agli ultimi otto anni che ho trascorso nella Repubblica Democratica del Congo dove un’analoga conflagrazione di capitalismo rapace, secoli di colonialismo, guerra e violenza senza fine ha lasciato migliaia di donne e bambine prive di organi, salute mentale, famiglia o futuro.
E penso che lo stupro ormai sia un’azione reiterata.
Penso che scrivo queste cose da vent’anni.
Ho provato a farlo con i numeri e con distacco, con passione e suppliche, con disperazione esistenziale e anche adesso, scrivendo, mi chiedo se abbiamo creato un linguaggio adatto a questo secolo che sia più potente del pianto.
Penso che le istituzioni patriarcali non hanno saputo intervenire in maniera efficace e che le strutture come L’ONU amplificano il problema nel momento in cui le forze di pacekeeping che dovrebbero proteggere le donne e le bambine si macchiano a loro volta di stupri.
Penso all’operazione Shock and Awe (colpisci e terrorizza)e a come ha contribuito a scatenare questa, che potremmo definire Stupra e decapita.
Quando noi cittadini, a milioni, in tutto il mondo, manifestavamo contro la guerra inutile e immorale in Iraq restando inascoltati , eravamo perfettamente consapevoli del dolore, dell’umiliazione e dell’oscurità che avrebbero generato quei letali 3000 missili Tomahawk americani.
Penso al fondamentalismo religioso a Dio padre, a quante donne sono state stuprate in suo nome , a quante massacrate e assassinate.
Penso al concetto di stupro come preghiera e alla teologia dello stupro, alla religione dello stupro.
Penso che è una delle maggiori religioni mondiali, in crescita con centinaia di conversioni al giorno, dato che un miliardo di donne nella sua vita subirà percosse o uno stupro (dati ONU). Penso alla velocità folle a cui si moltiplicano nuovi e grotteschi metodi per mercificare e profanare i corpi delle donne in un sistema in cui ciò che più è vivo, sia esso la terra o le donne, deve essere ridotto a oggetto e annichilito per aumentare i consumi, la crescita e l’amnesia. Penso alle migliaia di giovani occidentali, uomini e donne, tra i 15 e i 20 anni, che si sono arruolati nell’ISIS.
In cerca di cosa, in fuga da cosa? Povertà, alienazione, islamofobia, desiderio di avere un senso e un obiettivo? Penso a quello che mi ha detto mia sorella, attivista, in una conversazione su Skype da Baghdad questa settimana: “L’Isis è un virus e l’unica cosa da fare con i virus è sterminarli.” Mi chiedo come si stermina una mentalità, come si bombarda un paradigma, come si fanno saltare la misoginia, il capitalismo, l’imperialismo e il fondamentalismo religioso. Penso, o forse non riesco a pensare, prigioniera come sono della confusione mentale imperante in questo secolo. Sono consapevole da un lato che l’unico modo per andare avanti è riscrivere da zero la storia attuale, procedere a un esame collettivo approfondito e ponderato delle cause che stanno alla base delle varie violenze in tutte le loro componenti economiche, psicologiche, razziali, patriarcali, che richiedono tempo e contemporaneamente so che, in questo preciso istante, tremila donne yazide subiscono percosse, stupri e torture.
Penso alle donne, alle migliaia di donne che in tutto il mondo hanno operato senza pausa per anni e anni, esaurendo ogni fibra del loro essere per denunciare lo stupro, per porre fine a questa patologia di violenza e odio nei nostri confronti , e la razionalità , la pazienza, l’empatia, la mole della ricerca, le cifre che mostriamo, le sopravvissute che curiamo, le storie che ascoltiamo, le figlie che seppelliamo, il cancro di cui ci ammaliamo non contano, la guerra contro di noi infuria ogni giorno più metodica, più sfacciata, brutale, psicotica.
Penso che L’ISIS come l’aumento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, le temperature assassine sia forse il segnale che per le donne si approssima lo scontro finale. E’ giunta l’ora in cui secoli eterni di rabbia femminile si fondano in un’ impetuosa forza vulcanica, scatenando la furia globale della vagina delle divinità femminili Kali, Oya, Pele, Mama Wati, Hera, Durga, Inanna e Ixchel, lasciando che sia la nostra ira a guidarci. Penso alla cantante folk yazida Xate Zhangali che dopo aver visto le teste delle sue sorelle penzolare dai pali nella piazza del suo villaggio ha chiesto al governo curdo di armare e addestrare le donne e alle Sun Girls, la milizia femminile da lei creata, che combatte l’ISIS sulle montagne del Sinjar. E in questo momento, dopo anni di attivismo contro la violenza, sogno che migliaia di casse di ak47, cadano dal cielo sui villaggi, i centri, le fattorie e le terre delle donne, questi guerrieri con il seno che insorgono combattendo per la vita. Sono arrivata così a pensare all’amore, a come il fallimento di questo secolo sia un fallimento dell’amore.
Cosa siamo chiamati a fare, di che cosa siamo fatti tutti noi che siamo in vita su questo pianeta oggi.
Che tipo di amore serve, quanto deve essere profondo, intenso e bruciante. Non un amore ingenuo sentimentale neoliberale, ma un amore ossessivamente altruista.
Un amore che sconfigga i sistemi basati sullo sfruttamento di molti a vantaggio di pochi.
Un amore che trasformi il nostro disgusto passivo di fronte ai crimini contro le donne e l’umanità in una resistenza collettiva inarrestabile.
Un amore che veneri il mistero e dissolva la gerarchia.
Un amore che trovi valore nella connessione e non nella competizione tra noi.
Un amore che ci faccia aprire le braccia ai profughi in fuga invece di costruire muri per tenerli fuori, bersagliarli con i lacrimogeni o rimuovere i loro colpi enfiati dalle nostre spiagge.
Un amore che bruci di fiamma viva tanto da pervadere il nostro torpore, squagliare i nostri muri, accendere la nostra immaginazione e motivarci a uscire infine, liberi, da questa storia di morte.
Un amore che ci dia la scossa, spingendoci a dare la nostra vita per la vita, se necessario.
Chi saranno i coraggiosi, furibondi, visionari autori del nostro manuale di amore rivoluzionario?
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martedì 10 novembre 2015
Fotografia: libertà di espressione, etica e e diritto alla dignità
L' Associazione per i Diritti umani ha
partecipato al Festival di Fotografia etica che si è svolto a Lodi
dal 10 al 25 ottobre.
Come ogni anno la manifestazione ha
proposto al pubblico molte esposizioni di autori italiani e stranieri
che lavorano sull'atualità, calandosi nelle situazioni più gravi
che attanagliano l'umanità: conflitti, razzismi, malattie, miseria,
per citarne solo alcune. Durante le giornate dedicate alla
fotografia, gli organizzatori organizzano anche approndimenti e
interviste; quest'anno abbiamo assistito ad un convegno dal titolo
“Etica e fotografia: un rapporto complesso” alla presenza di Elio
Franzini, Sandro Jovine, Gianmarco Maraviglia, Pirtro Collini, Lucy
Conticello, Marco Capovilla e Emanuela Mirabelli.
Riportiamo, per voi, alcuni interventi.
Elio Franzini inizia citando Walter
Benjamin il quale soteneva che la fotografia non ci fa cogliere il
senso della realtà perchè è una risproduzione della stessa.
Restituendo una interpretazione della realtà, non si consegna una
verità reale. Ma la dimenticanza consiste nel fatto che la
fotografia è una RAPPRESENTAZIONE per cui, quando si parla di
fotografia o di un'immagine con una valenza comunicativa, la loro
caratteristica è quella di racontare qualcosa che sta dietro, che
rinvia ad un senso che non si esaurisce con l'immagine in sé. Per
questo motivo tali immagini possono avere anche una certa
pericolosità per il pubblico: qual è, infatti, il loro limite? C'è
un limite per la rappresentazione?
C'è un modo etico POSITIVO che è
quello di far intuire la storia sottostante; in questo caso
l'immagine è simbolica, è una struttura di rinvio a qualcos'altro.
Ma c'è anche un modo etico NEGATIVO: qui il fotografo deve chiedersi
se la realtà ripresa è comunicativa oppure se è irrapresentabile.
Alcuni oggetti non andrebbero ripresi perchè offenderebbero la
sensibilità degli spettatori? Kant risponde a questa domanda,
ponendo un limite soggettivo alla rappresentazione: non possiamo
rappresentare ciò che ingenera in noi disgusto (che è un rifiuto
anche fisico perchè i nostri sensi non accettano quell'immagine).
La risposta del filosofo, però, non è
del tutto soddisfacente perchè c'è un altro problema: Lessing, già
nel '700, scrive un Manifesto dell'immagine moderna in cui la
rappresentabilità o meno di una scena dipendeva dai segni da cui era
costituita. I segni dell'immagine sono icnici (non diacronici) per
cui noi spettatori non recepiamo l'immagine come brutta o violenta.
Ciò significa che il mondo delle immagini è pericoloso quando
rappresenta lo sgardevole perchè l'immagine stessa non ha
intrinsecamente quei segni che fanno accettare allo spetttaore ciò
che è disturbante.
E' anche vero, d'altra parte, che il
disgustante mette in luce la nostra mancanza di accettazione del
Male. Il pittore Paul Klee si chiedeva: bisogna che tutto sia
conosciuto? La risposta del Prof. Franzini è: “Io non lo credo”.
Pietro Collini lancia alcune
provocazioni. Vedere, registrare, mostrare: questo sarebbe il motto
del bravo fotografo. Ma questo non è possibile perchè l'obiettività
assoluta non esiste, dato che – attraverso il background culturale,
la fede politica o la religiosità – il fotografo è condizionato
dalla propria vita, dalle esperienze, dalle opinioni e da questo
nascono le manipolazioni delle immagini e dell'opinione pubblica.
Trovare sempre temi e stili nuovi:
questo è l'imperativo della fotografia moderna e questo ha generato
anche un'ansia nel professionista che – soprattutto da quando la
fotografia si è accostata alla politica – ha iniziato ad usare
maggiormente la tecnica (luci e colori), finendo col distaccarsi
progressivamente dalla documentazione della realtà.
Marco Capovilla fa riferimento ai
principi etici del giornalismo perchè anche la Fotografia deve
adottarne i principi e le logiche. Esiste un codice di autodisciplina
(che non è una legge dello Stato) affidato alle associazioni di
categoria (la deontologia professionale), secondo cui anche il
fotografo deve aderire ai fatti, deve essere onesto e imparziale,
autonomo e indipendente e deve avere umanità nei confronti dei
soggetti deboli rappresentati e consapevolezza della responsabilità
sociale del proprio operato. Questo principi, come sappiamo, vengono
spesso disattesi e con la fotografia è più facile violarli perchè
le immagini sono maggiormente manipolabili grazie alla tecnologia.
Gianmarco Maraviglia dirige una
rivista che si chiama “ECHO” perchè i grandi eventi di attualità
lasciano un'eco per cui lui e i suoi collaboratori raccontano le
conseguenze di tali eventi.
Racconta di un progetto intitolato
“Break the silence” realizzato in Egitto, un paio di anni fa. Per
realizzarlo ha ascoltato molto musica hip hop, ha seguito i ragazzi
che usano gli skates e fanno parkour, ha frequentato il modo dei
tatuatori: ha, cioè, ripreso un mondo underground egiziano,
strettamente legato alla rivoluzione e ha dimostrato, con i suoi
scatti, che quei giovani stavano mettendo in atto non tanto una
rivoluzione politica, ma una rivoluzione socila,e culturale e di
impegno civile.
Poco prima della sua partenza per
l'Egitto, racconta Maraviglia, riceve una telefonata di intimidazione
da parte dei Fratelli musulmani. Lui parte ugualmente e realizza il
progetto. Viene contattato, dopo qualche tempo, dal Washington Post
che pubblica le sue foto e, nel giro di qualche minuto, il suo
account di Facebook viene riempito di insulti, soprattutto in linga
araba. Cos'era successo? Era successo che la testata principale
egiziana, El Watan, aveva preso le foto del Washington Post,
modificate, manipolando titolo e articolo e aveva strumentalizzato
politicamente il reportage.
Il fotografo racconta anche di
un'esperienza professionale sui rifugi siriani di origine armena. Per
realizzare questo progetto, ha cercato alcuni sopravvissuti alla
battaglia di Kessab ed entra in contatto con persone che erano
riuscite a scappare grazie all'aiuto di un'associazione: tra queste
c'era un ragazzino che gli racconta la propria storia terribile.
Appena usciti dalla ONG, il ragazzino gli passa un numero di telefono
per prendere un appuntamento da soli: durante l'incontro dà al
fotografo una versione totlamente diversa. Racconta che, in realtà,
lui era scappato per sfuggire all'esercito di Assad che aveva messo
in mano a tutti i bambini e ragazzi un fucile, ma lui non voleva
andare a combattere al confine con la Turchia.
Questo esempio mette in luce il serio
problema della propaganda.
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lunedì 2 novembre 2015
Erdoğan, la guerra ai media
Di
Enrico Campofreda (da Agoravox.it)
Mattinata d’occupazione a
Istanbul al quartier generale della Koza İpek
Holding’s media (quotidiani Bugün e Millet,
più Bugün Tv e Kanaltürk). La
polizia è giunta in forze alle quattro del mattino, s’è
introdotta nell’edificio che ospita le redazioni, ha oscurato i
canali televisivi (“cari telespettatori non sorprendetevi se
fra poco vedrete la polizia nei nostri studi” annunciava il
conduttore), impedito l’uscita dei giornali. Applicava
un’ordinanza del tribunale che pone la struttura sotto la “tutela”
di Turkuvaz Media Group, un editore filogovernativo che diventa
fiduciario, e di fatto censore, del gruppo concorrente accusato di
sostegno al terrorismo. I cronisti ancora presenti nelle redazioni
sono diventati ostaggio degli agenti in borghese, mentre a quelli
accorsi in sostegno veniva impedito l’accesso nel luogo di lavoro.
Quando la tensione è salita sono stati bersagliati con gas
lacrimogeni e urticanti e cannonate d’acqua assieme a decine di
cittadini radunati per protesta sotto la sede. Mahmut Tanal, un
avvocato del partito repubblicano, ha provato a mediare col capo
dell’antisommossa presente in strada, non c’è stato nulla da
fare. Agli scontri, peraltro sedati dopo non molto, sono seguiti
fermi e arresti.
Il conflitto con l’apparato
mediatico vicino al movimento gülenista Hizmet è in
atto da tempo, ma non è l’unico perché nel mirino di Erdoğan
c’è ormai ogni voce d’informazione che si smarca dal coro
d’appoggio e propaganda al suo sistema di potere. Il recente
rilascio del direttore del quotidiano Zaman, Bulent Kenes, è solo
un diversivo, visto che l’attacco alla libertà di stampa è
totale e senza precedenti. Ovvero riporta alla Turchia piegata dalla
tipologia di dittatura militare e fascistoide del buio trentennio
Sessanta-Ottanta. L’hanno sottolineato alcuni deputati del partito
repubblicano che denunciavano la totale illegalità dell’azione
poliziesca anche nei loro confronti, visto che gli è stato comunque
impedito l’accesso all’edificio della holding dove s’erano
recati per osservare quanto stesse accadendo. “Questo è stato
di polizia” ha tagliato corto il parlamentare del Chp Barış
Yarkardaş. Mancano quattro giorni all’apertura delle urne e il
partito di maggioranza (Akp), che ha evitato volutamente qualsiasi
tentativo d’accordo con altre formazioni, sceglie di giocarsi il
tutto per tutto. Punta a recuperare terreno, per quanto i sondaggi
non gli siano favorevoli. Dicono che rischia di subire un ulteriore
calo di consensi dopo la flessione dello scorso giugno che l’ha
privato di quegli ottanta deputati (ottenuti dall’Hdp, che
riunisce filo kurdi e sinistra) con cui ambiva di trasformare la
nazione in Repubblica presidenziale.
Il piano
erdoğaniano sembra sfuggire di mano al presidente, lanciato
in un’escalation di autoreferenzialità autoritaria. Ai suoi acuti
repressivi o, come ritengono vari commentatori, in sintonia con essi,
s’aggiungono le trame oscure che diffondono terrore. La
repressione, di cui la quotidianità è costellata con persecuzioni e
divieti, trova nella libertà d’espressione un bersaglio
macroscopico, ma cerca vittime egualmente in oppositori e avversari
politici: dai kurdi, guerriglieri e pacifisti alla Demirtaş, ai
gruppi marxisti armati e non, agli ex alleati seguaci
dell’autoesiliato imam Gülen. L’abisso della paura introdotta
dalle bombe sposta lo scontro sul terreno psicologico, lo trasferisce
su un livello nel quale solo la coscienza socio-politica unita alla
forza d’animo di attivisti e militanti, votati peraltro a diventare
bersagli, può tenere. Uno scontro impari, perché punta a creare
defezioni fra i cittadini che reclamano democrazia e un’azione
politica normale, basata sul dibattito, la dialettica, la critica.
Nel delirio d’onnipotenza che caratterizza la sua azione Erdoğan
cerca d’impedirlo. A ogni costo. Polarizza e spacca il Paese, non
combatte il terrore, cavalca i timori, chiede una delega per andare
avanti da solo contro tutti.
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venerdì 23 ottobre 2015
Hate speech e libertà di espressione
Lo
scorso 9 ottobre 2015, presso l'Università Statale di Milano,
Dipartimento di Giurisprudenza, si è svolto un convegno, organizzato
dall'ASGI, dal titolo: Hate
speech e libertà di espressione:
tanti gli ospiti che hanno animato i dibattiti e che hanno
approfondito gli argomenti relativi al tema.
L'Associazione
per i Diritti Umani ha
seguito il workshop che ha riguardato il “Linguaggio d'odio nella
rete e nei media”.
Il primo
punto su cui si è discusso riguarda la precisazione secondo la quale
l'odio non passa solo attraverso un FATTO, ma anche attraverso
elementi extra giuridici come, ad esempio, gli strumenti tecnici che
vengono utilizzati. Ecco perchè sono nati, negli ultimi tempi, molti
progetti che monitorano proprio gli strumenti tecnologici a
disposizione delle persone.
Gabriella
Klein ha illustrato il progetto RADAR per dare ad avvocati, giudici,
Polizia e associazioni strumenti adatti a regolare
l'antidiscriminazione e l'antirazzismo. Il progetto fornisce delle
guide con raccomandazioni che servono anche a livello europeo e che
riguardano, spesso, anche i testi di legge. Per fare un esempio: in
alcuni comunicati dell'Unione europea si usa il termine “razza”:
viene specificato che il termine non è usato in senso genetico, ma
non viene nemmeno specificato in che senso venga utilizzato e questo
contribuisce a creare confusione. In Finlandia, invece, il concetto
di “razza” non viene mai utilizzato, così come il suo derivato
“razziale”.
Nell'analisi
delle sentenze si evidenziano e si analizzano le parole, ma anche la
comunicazione non verbale (i gesti) e le immagini per verificare che
non passino messaggi discriminatori, così come risulta importante la
comunicazione paraverbale, ovvero il tono di voce con il quale
possiamo veicolare i significati che corrispondono a ciò che
pensiamo veramente, ma anche quelli sottesi. Nelle sentenze italiane
non si considerano mai questi fattori comunicativi, ma al limite, ci
si sofferma ad analizzare solo le parole. Questi fattori, invece,
sono importanti perchè la comunicazione crea le pratiche sociali e
vanno analizzati nella loro complessità e nella loro dinamica –
attraverso l'analisi della conversazione, molto usata in
sociolinguistica – perchè permettono di vedere la reazione
dell'Altro, soprattutto quando sono state fatte delle videoriprese
(ci riferiamo, quindi, all'analisi dei talk show, delle pubblicità,
delle conversazioni in rete, scritte e visive).
Un altro
progetto interessante è stato esposto da Alessandra Giannoni del
Cospe. Il progetto europeo si chiama BRICKS e si occupa di capire
come le testate online gestiscono le interazioni degli utenti in tema
di immigrazione e minoranze, puntando sull'Educazione ai media per
promuovere un approccio critico.
In
collaborazione con l'Università di Firenze, sono state raccolte –
tra gennaio e marzo 2015 – interviste a testate giornalistiche
online ed ad esperti (dell'Unar e della Carta di Roma): le
conclusioni, ad oggi, dimostrano che l'utente denominato “AGGRESSIVO”
è colui il quale scrive: “Io li conosco, ho la soluzione perchè
sono armato” oppure “Non sono razzista, ma...” oppure “ Non
sono ipocrita, dico quello che penso...”: in questi casi siamo nel
campo dell'opinione e chi scrive o pronuncia questa frasi, sa di
poterlo fare perchè ormai sono accettate e non vengono sanzionate.
Per contrastarle e monitorare i discorsi d'odio si potrebbe
intervenire sui toni con cui vengono detti e scritti oppure
rispondere alle persone in maniera privata, convincendole a non
insistere.
L'UNICRI,
l'Unità di Prevenzione del Crimine e Giustizia penale ha realizzato
un progetto, PRISM, di cui si è parlato sempre durante il convegno.
La relatrice, Elena D' Angelo, ha esposto i risultati comparativi di
un'indagine che si è verificata in 28 Paesi europei per la lotta
contro i crimini e i discorsi d'odio online e sui nuovi media (i
Paesi che hanno risposto all'indagine sono stati, però, 18).
Il punto
di partenza: quanto il Diritto può essere utile? E' in parte
necessario, le misure giuridiche sono utili, ma non sono sufficienti.
Innanzitutto manca una definizione precisa di “discorso d'odio” e
poi mancano le tecniche di indagine COMUNI a livello europeo: in
alcuni Paesi le legislazioni sono ancora vaghe, mentre in altri sono
talmente nuove che non riescono ad essere efficaci, come ad es. in
Grecia o in Spagna.
Le
segnalazioni sono fondamentali perchè aiutano anche a dare un quadro
completo del fenomeno: non solo le denunce alla Polizia, dunque, ma
sarebbe necessario implementare anche applicazioni sui cellulari
oppure una nuova e precisa modulistica online.
Chiara
Minicucci, di CITTALIA, ha presentato un'altra ricerca, sempre
nell'ambito del progetto PRISM, sui gruppi che più si
caratterizzano per i discorsi di odio e come si rapportano i giovani
riguardo al tema. Emerge, in Italia, una presenza massiccia di gruppi
di destra e di destra radicale che non ripudiano il fascismo e il
colonialismo e nemmeno il razzismo e la violenza. Una domanda
interessante, emersa dall'indagine, è: “Chi scrive sui social,
potrebbe passare dalla scrittura ai fatti?” (Vedi il caso di
Stormfont Italia)...
Infine
si è parlato anche di antisemitismo e islamofobia, con Giulia Dessì
di MEDIA DIVERSITY. In Italia, oggi, non si parla di antisemitismo,
invece in altri Paesi europei la situazione è molto grave: si
leggono ancora, infatti, frasi che riguardano l'uso del sangue dei
bambini per riti religiosi, di complotto giudaico e di negazionismo
della Shoà anche se nei media mainstream l'antisemitismo è meno
frequente, in Europa, rispetto ad altre forme di razzismo o di
islamofobia. A questo proposito, si tende a dipingere l'Islam come un
blocco monolitico, come portatore di valori inconciliabili con quelli
europei ed occidentali tramite la visione di uomini violenti e dediti
al terrorismo. Le fonti di ricerca hanno visto le analisi dei servizi
de “Il Giornale” o di “Fox news” dove, spesso, le immagini
non corrispondono al testo.
Le
azioni di contrasto suggerite da questo progetto sono: presentare
esposti e denunce ai giornalisti, all'Ordine dei giornalisti e alle
associazioni e agli organismi regolatori indipendenti (ad es. IPSO
per l'Inghilterra).
Al
termine dell'incontro è stato ribadito che il RAZZISMO è solo un
fenomeno CULTURALE: tutte le teorie sul razzismo biologico hanno
clamorosamente fallito.
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domenica 4 ottobre 2015
Proposte di incontri per le scuole MEDIE
L'ASSOCIAZIONE
PER I DIRITTI UMANI
INCONTRI
CON GLI AUTORI:
proposte
per le classi seconde e terze medie
IL
ROMANZO: “In piedi nella neve” di Nicoletta Bortolotti, edito da
Einaudi
IL
LIBRO:
Sasha ha quasi tredici anni e una passione bruciante: il calcio. Come potrebbe essere altrimenti? Suo padre è Nikolai Trusevyc, portiere della squadra più forte del Paese: la Dynamo Kiev. Ma in Ucraina, nel 1942, il pallone non è cosa per ragazze. E dopo l'invasione da parte del Reich non è cosa nemmeno per i campioni della Dynamo: accusati dai nazisti di collaborare con i sovietici e ridotti per questo alla fame e all'inattività, i giocatori hanno perso la voglia di vivere. Quando, a sorpresa, i tedeschi organizzano un campionato cittadino, non lo fanno certo per perdere; Sasha, d'altra parte, sa che suo padre e i compagni giocano sempre per vincere... Stavolta, però, vincere significherebbe morire. E qual è la vera vittoria? Lottare fino all'ultima azione, come chiede il pallone, o sabotare la partita, come le ha intimato un misterioso spettro, nel buio di un sottopasso? Mentre il fiume Dnepr, gelido, si porta via l'infanzia di Sasha, la Storia segue il proprio corso: il match avrà un esito cosi incredibile che nessuno, per lungo tempo, potrà raccontarlo.
IL
ROMANZO: “Sulle onde della libertà” di Nicoletta Bortolotti ,
edito da Mondadori
Il
LIBRO:
"Mi
chiamo Mahmud e abito in un posto che dicono terra di tutti e di
nessuno.
O anche prigione a cielo aperto. Ma il suo vero nome è Gaza City. Ho un'unica passione, un unico sogno, un'unica fissa: il surf."
Mahmud vive a Gaza City, una città colpita ogni giorno dai bombardamenti, e adora il surf. Anche Samir adora il surf. Ma il primo è palestinese e l'altro israeliano. Ma che differenza fa? Hanno tutti e due gli stessi sogni e aspettano tutti e due la stessa onda da cavalcare. E non importa se quell'onda sarà israeliana o palestinese...
O anche prigione a cielo aperto. Ma il suo vero nome è Gaza City. Ho un'unica passione, un unico sogno, un'unica fissa: il surf."
Mahmud vive a Gaza City, una città colpita ogni giorno dai bombardamenti, e adora il surf. Anche Samir adora il surf. Ma il primo è palestinese e l'altro israeliano. Ma che differenza fa? Hanno tutti e due gli stessi sogni e aspettano tutti e due la stessa onda da cavalcare. E non importa se quell'onda sarà israeliana o palestinese...
Nicoletta
Bortolotti,
nata in Svizzera, vive in provincia di Milano. Lavora come redattrice
e ghost writer nell’editoria per ragazzi, e ha firmato diversi
libri di successo per adulti, tra i quali E qualcosa rimane
(Sperling&Kupfer). Mamma di due bambini trova il tempo di
scrivere in treno, che è la sua “casa viaggiante”.
RACCOLTA
DI RACCONTI: “CHIAMARLO AMORE NON SI PUO'. La violenza di genere”,
di 23 autrici, edito da MAMMEONLINE
IL
LIBRO:
Cari ragazzi e care
ragazze che vi affacciate al mondo dei grandi, questo libro è per
voi. Perché impariate dai nostri errori, impariate che amore vuol
dire rispetto e non sopraffazione, che amare vuol dire permettere
all'altro/a di essere se stessi. Insomma l'amore non può essere
egoista, altrimenti non lo si può chiamare amore.
23 scrittrici per ragazzi vi offrono questi racconti per aiutarvi a riflettere e a dialogare, perché non rimaniate in silenzio di fronte ai tremendi fatti di cronaca. Ma anche perchè sappiate reagire a ciò che può succedere intorno a voi, non solo quando si tratta di violenza fisica, ma anche di gesti e comportamenti che comunque feriscono profondamente.
Non è facile crescere, né diventare uomini né diventare donne, e noi adulti non vi stiamo offrendo dei grandi modelli. I messaggi proposti dai nostri media spesso denigrano il corpo e il ruolo di voi ragazze e così facendo offendono e confondono anche voi ragazzi. E tutto diventa più difficile se ai modelli dei media si sovrappongono quelli familiari, poi quelli educativi e ancora quelli delle diverse culture che vanno mescolandosi nella nostra società sempre più multiculturale ma ancora non interculturale.
Per tutti questi motivi contiamo sull'enorme importanza dell'educazione affettiva e sentimentale. E nell'educazione al genere, di cui tutti ci dobbiamo fare carico, come famiglia, come scuola, come società.
Ed è per questo motivo che il nostro libro è per tutti.
23 scrittrici per ragazzi vi offrono questi racconti per aiutarvi a riflettere e a dialogare, perché non rimaniate in silenzio di fronte ai tremendi fatti di cronaca. Ma anche perchè sappiate reagire a ciò che può succedere intorno a voi, non solo quando si tratta di violenza fisica, ma anche di gesti e comportamenti che comunque feriscono profondamente.
Non è facile crescere, né diventare uomini né diventare donne, e noi adulti non vi stiamo offrendo dei grandi modelli. I messaggi proposti dai nostri media spesso denigrano il corpo e il ruolo di voi ragazze e così facendo offendono e confondono anche voi ragazzi. E tutto diventa più difficile se ai modelli dei media si sovrappongono quelli familiari, poi quelli educativi e ancora quelli delle diverse culture che vanno mescolandosi nella nostra società sempre più multiculturale ma ancora non interculturale.
Per tutti questi motivi contiamo sull'enorme importanza dell'educazione affettiva e sentimentale. E nell'educazione al genere, di cui tutti ci dobbiamo fare carico, come famiglia, come scuola, come società.
Ed è per questo motivo che il nostro libro è per tutti.
Romanzo/Diario:
Il diario di Edo. Un adolescente in tempesta, di Fabiana Sarcuno, La
spina Edizioni
Il
LIBRO:
La
storia parla di un ragazzo di nome Edo, il quale sta attraversando
un periodo difficile ma molto importante per il resto della sua
vita.
Reduce
dalla separazione dei suoi genitori, il protagonista deve affrontare
un altro faticoso anno scolastico nel quale ci saranno molti
cambiamenti: l’arrivo del Prof Verano e il cambio di scuola di un
suo compagno.
Il
nuovo anno è difficile anche per Aurora, una grande amica e anche
“l’amore” del protagonista, la quale ha scoperto di avere una
malattia grave.
Tra
mille avventure i ragazzi (il protagonista ed i suoi amici), tra le
quali il viaggio a Praga, alla fine dell’anno si vedono molto
diversi da i ragazzi che erano il settembre dell’anno precedente;
queste esperienze infatti hanno aiutato loro a crescere.
Fabiana
Sarcuno, Contestualmente
al lavoro scolastico, svolgo l'attività di autrice, rivolgendomi
soprattutto al pubblico degli adolescenti e dei preadolescenti.
Inoltre, sempre nell'ambito della narrativa per ragazzi, eseguo
curatele di classici, curandone la redazione e l'apparato didattico.
DOCUMENTARIO:
“LEVARSI LA CISPA DAGLI OCCHI”, di Carlo Concina e Cristina
Maurelli
IL
FILM/DOC: dalla presentazione di Vito Mancuso
La
realtà del progetto "leggere
libera-mente"
la sto seguendo da qualche mese ma dopo essere stato all'interno
delle mura di Opera
mi sono reso conto che quest'idea meravigliosa sarebbe potuta
diventare patrimonio di molte persone attraverso l'invito del film.
"Levatevi
la cispa dagli occhi"
viene rivolto in primo luogo a chi è fuori dalle mura: liberatevi
dall'idea comune che avete dal carcere perchè ad Opera
sta succedendo qualcosa che può diventare modello per altri sistemi
carcerari.
I
detenuti che si vedono in questo film sono persone libere nello
spirito, hanno ritrovato un nuova libertà, un motivo di vita
all'interno del carcere attraverso i percorsi di lettura e scrittura
creativa. In secondo luogo l'invito è rivolto a chi è dentro e non
vuole vedere l'opportunità che gli è davanti agli occhi.
L'immagine
che più mi ha colpito della giornata all'interno del carcere è
quella dopo la proiezione: i protagonisti del film sono saliti su
palco e si sono rivolti a tutti gli altri detenuti che probabilmente
non credono all'importanza del progetto. E allora l'invito più
forte è rivolto a loro con le parole di Dino: "Leggere
e scrivere all'interno del carcere è importantissimo per non essere
fagocitati da questa realtà".
Mi
auguro che questo film possa far conoscere questo progetto a più
persone possibili, a partire dai giovani, che sono la nuova
generazione, all'interno della quale deve formarsi l'idea che il
carcere non deve solo essere "punitivo" ma anche
"costruttivo".
INFORMAZIONI
Coordina gli incontri:
Alessandra Montesanto, Vicepresidente dell'Associazione per i Diritti
Umani
Gli
alunni possono realizzare un loro lavoro sulle tematiche proposte: un
video, un reportage fotografico, un contributo scritto che:
sarà
pubblicato su www.peridirittiumani.com
sarà
presentato durante l'incontro con gli autori
COSTI:
Contributo
di 4 euro per alunno partecipante
Eventuali
spese di viaggio per i relatori
Gli
incontri potranno svolgersi al mattino oppure al pomeriggio, in base
alle esigenze scolastiche. Si terranno direttamente nelle scuole,
anche a classi accorpate.
Per
ulteriori informazioni e prenotazioni, scrivere a:
peridirittiumani@gmail.com
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lunedì 23 marzo 2015
A Bruxelles si parla di immigrazione
Bruxelles: la scorsa settimana
si è riunito il Consiglio dei Ministri degli Esteri e ha
trattato anche del tema dell'immigrazione.
Ecco la lettera inviata da
Federica Mogherini (Alto
rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di
sicurezza) e Dimitris
Avramopoulos (Commissario europeo per le migrazioni, gli affari
interni e la cittadinanza) a riguardo.
|
In view
of the Foreign Affairs Council of 16 March, the High Representative
for Foreign Affairs and Security Policy and Vice-President of the
European Commission, Federica Mogherini and Commissioner for
Migration, Home Affairs and Citizenship, Dimitris Avramopoulos,
addressed a letter to EU Foreign Ministers calling for action on “the
increasing migratory pressure” on Europe.
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sabato 21 marzo 2015
Giornata
mondiale contro il razzismo
La
Milano dell’EXPO e la Milano dei Rom
Incontro
con l’europarlamentare Soraya Post
Con
Dijana Pavlovic, Consulta Rom e Sinti, e le donne rom di Milano
Sabato
21 Marzo 2015, Giornata internazionale per l’eliminazione della
discriminazione razziale, alle ore 12 presso la Sala Gialla di
Palazzo Marino la Consulta Rom e Sinti di Milano organizza una
conferenza stampa con l’europarlamentare Soraya
Post sul tema:
La
Milano dell’EXPO e la Milano dei Rom: diritti strabici
Nelle
molte Milano parallele “l’EXPO dei popoli” può essere
un’occasione d’incontro con un popolo escluso per definizione,
bersaglio prediletto del razzismo nostrano? Un confronto con e tra
donne Rom per un percorso e obiettivi possibili.
Soraya Post, padre ebreo, madre rom che subì a soli 21 anni la sterilizzazione forzata dal governo, una pratica toccata a molte donne rom e saami interrotta solo nel 1974, è la prima donna dichiaratamente femminista e rom ad avere un seggio a Bruxelles. Leader del partito svedese Iniziativa Femminista che non ha ricevuto alcun finanziamento pubblico, propone un programma basato sul rispetto dei diritti umani e sulla parità di genere.
All’incontro
partecipano Dijana Pavlovic,
portavoce della Consulta
Rom e Sinti di Milano, Basilio
Rizzo, presidente del
Consiglio comunale di Milano, Anita
Sonego, presidente della
Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano. Saranno presenti
le donne delle comunità rom del Comune di Milano.
È
stata invitata l’onorevole
Giovanna Martelli, delegata
del governo italiano per le Pari Opportunità.
Per informazioni: +39.3397608728 - +32.
491743678 - +39.3391170311
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venerdì 20 marzo 2015
Chiamata urgente per la solidarietà internazionale: scioperi della fame in UK nei centri di detenzione dei migranti
Centinaia di persone sono in sciopero della fame in più della metà dei centri di detenzione per immigrati del Regno Unito. Questa è la più grande rivolta contro il sistema di detenzione razzista della Gran Bretagna da un decennio.
La gente sta parlando attraverso un blog -
Detenuti Voices https://detainedvoices.wordpress.com/ - e
Standoff Films https://www.facebook.com/standoffilms).
Per fare pressione internazionale sul governo del Regno Unito, abbiamo bisogno di proteste di solidarietà fuori dalel ambasciate britanniche, alti commissariati e consolati nei vostri Paesi, il più presto possibile. Abbiamo anche bisogno di giornalisti stranieri per coprire lo sciopero della fame.
Fateci sapere se ci potete aiutare a fare questo. Le persone all'interno sono estremamente motivate di sapere se la conoscenza della loro protesta si sta diffondendo. Ogni copertura è una vittoria.
Messaggi di supporto / foto possono essere inviate a detainedvoices@riseup.net. Se volete parlare con un portavoce dei detenuti possiamo anche mettervi in contatto.
Le proteste arrivano dopo che un canale TV ha divulgato filmati segreti dall'interno di queste prigioni razziste:
Channel 4
(Http://www.channel4.com/news/harmondsworth-immigration-detention-centre-undercover-video).
Guarda Corporate
http://www.corporatewatch.org/news/2015/mar/04/harmondsworth-immigration-detention-centre-secret-filming-mitie
Ma la copertura mediatica nel Regno Unito è stata quasi interamente limitata ad un unico canale televisivo - Channel 4: http://www.channel4.com/news/harmondsworth-immigration-detention-centre-hunger-strike).
L'unica altra copertura consistente proviene da Russia Today: http://rt.com/uk/240205-detention-center-hunger-strike/).
Le persone detenute e coinvolte nelle proteste chiedono che la loro lotta sia conosciuta da tutti.
Ci sono state azioni di solidarietà: se volete, potete vedere Raids Anti: https://network23.org/antiraids/2015/03/12/ongoing-resistance-at-harmondsworth-and-colnbrook-detention-centres/
E' stato anche bloccato un autobus che stava portando alcune persone in aereoporto per essere deportate in Afghanistan.
Amore, rabbia e solidarietà
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Urgent
call for international solidarity: hunger strikes in UK migrant
detention centres
Hundreds
of people are on hunger strike in over half of the UK's immigration
detention centres. This is the biggest uprising against Britain's
racist detention system for a decade.
People
are speaking out through a blog -
Detained
Voices https://detainedvoices.wordpress.com/ - and
Standoff
Films https://www.facebook.com/standoffilms).
To put
international pressure on the UK government, we need solidarity
protests outside British Embassies, High Commissions and Consulates
in your countries, as soon as possible. We also need foreign
journalists to cover the hunger strike.
Please
let us know if you can help organise this. People inside are hugely
motivated to know that knowledge of their protest is spreading. Any
coverage is a win.
Supportive
messages/photos can be sent to detainedvoices@riseup.net. If you
would like to speak to a media spokesperson from those detained we
can also put you in contact.
The
protests come after a TV channel released secret footage from inside
these racist prisons:
Channel
4
(http://www.channel4.com/news/harmondsworth-immigration-detention-centre-undercover-video).
Corporate
Watch
http://www.corporatewatch.org/news/2015/mar/04/harmondsworth-immigration-detention-centre-secret-filming-mitie
But
media coverage in the UK has been almost entirely restricted to a
single TV channel - Channel 4:
http://www.channel4.com/news/harmondsworth-immigration-detention-centre-hunger-strike).
The only
consistent other coverage comes from Russia Today:
http://rt.com/uk/240205-detention-center-hunger-strike/).
People
detained and involved in the protests ask that their struggle be
known by all.
There
have been UK solidarity actions regularly over the last week. See
Anti Raids:
https://network23.org/antiraids/2015/03/12/ongoing-resistance-at-harmondsworth-and-colnbrook-detention-centres/
A bus
taking people to the airport due to be deported to Afghanistan was
also blocked.
Love,
rage and solidarity
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