"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
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mercoledì 30 settembre 2015
L'ultimo arrivato: il romanzo vincitore del premio Campiello
Negli anni Cinquanta a spostarsi dal Meridione al Nord in cerca di lavoro non erano solo uomini e donne pronti all’esperienza e alla vita, ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni che mai si erano allontanati da casa. Il fenomeno dell’emigrazione infantile coinvolge migliaia di ragazzini che dicevano addio ai genitori, ai fratelli, e si trasferivano spesso per sempre nelle lontane metropoli. Questo romanzo è la storia di uno di loro,di un piccolo emigrante, Ninetto detto pelleossa, che abbandona la Sicilia e si reca a Milano. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi». Ninetto parte e fugge, lascia dietro di sé una madre ridotta al silenzio e un padre che preferisce saperlo lontano ma con almeno un cenno di futuro. Quando arriva a destinazione, davanti agli occhi di un bambino che non capisce più se è «picciriddu» o adulto si spalanca il nuovo mondo, la scoperta della vita e di sé.
Queste alcuni brani della descrizione del romanzo L'ultimo arrivato, edito da Sellerio, di Marco Balzano, vincitore del premio Campiello 2015.
L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato l'autore che ci regalato queste sue parole.
Ringraziamo tantissimo Marco Balzano.
Quanto è importante, oggi, ricordare l'emigrazione interna italiana?
Moltissimo. La memoria va tenuta in vita per rapportarsi in maniera più efficace col presente. È utile per non interpretare tutto alla luce di allarmismi e demagogie, ma in maniera politicamente più incisiva per risolvere civilmente le grandi questioni e migliorare la nostra immagine rispetto ad atteggiamenti passati.
Perché la scelta di un bambino come protagonista della storia?
Perché l'emigrazione infantile e minorile in genere è stata una faccia dell'emigrazione di cui, nonostante il tema in genere sia stato molto battuto anche in letteratura per tutto il secolo scorso e l'inizio del nuovo millennio, si è parlato poco, per non dire niente.
Non si tratta di un racconto autobiografico: quali sono state le ricerche che hanno preceduto la stesura del libro?
No, non c'è nulla di autobiografico. Anzi, la difficoltà è stata togliersi completamente, non inciampare in questa storia. Ho prima studiato l'argomento dal punto di vista storico e sociologico, poi ho intervistato quei settantenni che sono emigrati da “picciriddi”. L'ho fatto senza prendere appunti, in modo che le loro parole si potessero liberamente confondere in me e dar vita a un personaggio di fantasia ma che prendesse spunto da vite vere. Volevo scrivere un storia, una narrazione, non un romanzo storico o sociologico: la storia di una vita.
Quali sono le riflessioni che il testo suggerisce ai ragazzi che lo leggeranno?
Il mondo dei giovani, ancor più di quello degli adulti, corre velocissimo. Tutto cambia in fretta, non si fa in tempo a desiderare qualcosa che subito ne esiste una versione più aggiornata. In questa rapidità le vite diverse dalle nostre sembrano sempre trapassato remoto. Non è così, invece: e la letteratura in genere ci connette con tempi, spazi ed esistenze in cui non eravamo presenti. Compie un'operazione di avvicinamento del diverso e dell'ignoto e permette di conoscerlo. Nel mio piccolo, penso che anche la storia di Ninetto, il mio protagonista, possa innescare questo processo di scoperta.
A chi dedica questo premio?
A mia figlia Caterina e a mia moglie Anna, un editor straordinario che ha vagliato e setacciato tutte le mie parole rendendole migliori. E poi, si sa, non è mai semplice convivere con uno scrittore!
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martedì 15 settembre 2015
Corso di narrazione sociale - Libreria LES MOTS Milano
L'Associazione
per i Diritti Umani
in
collaborazione con Libreria LES MOTS
presenta
corso
di narrazione civile
con
STEFANO VALENTI, autore del romanzo “La fabbrica del panico”,
vincitore del Premio Campiello – Opera prima
LA
NARRAZIONE AUTOBIOGRAFICA: DAL RACCONTO ORALE AL RACCONTO SCRITTO
In
particolare: narrazione sociale e civile
La
narrazione è un affidabile metodo di condivisione in quanto permette
al soggetto narrante di esporre fatti reali inerenti la propria vita.
Nel raccontarla, il narratore tende a intensificare la conoscenza
pratica che ha di sé stesso e del mondo perché, attraverso la
trasposizione in forma orale e scritta degli eventi che ha vissuto,
scopre un significato più profondo della sua esistenza. Fin
da epoche remote, e indistintamente ai quattro angoli del mondo, le
storie tramandate sono state veicolo di trasmissione culturale e di
costruzione civile.
La
narrazione è una metodologia che permette di raccontare sé stessi e
il proprio vissuto, ma trasformando l’esperienza personale e il
proprio punto di vista in un racconto interessante e fruibile da un
pubblico vasto e variegato. In particolare nel caso di vicende
drammatiche e dolorose, o quando ci si trova in momenti di grande
cambiamento personale e sociale, l’esigenza di raccontare si fa
impellente, sia che si tratti di costruire memoria per quelli che
verranno sia che si tratti di verbalizzarla per riuscire a chiarire
quello che accade.
Per
narrazione s’intende quindi sia l’arte di usare il linguaggio, la
vocalità e la gestualità, sia quella di verbalizzarlo, per rivelare
a un pubblico specifico gli elementi o le immagini di una storia la
cui fruizione primaria è in tempo reale e da persona a persona.
La
narrazione trova il proprio raggio d’azione non solo in ambito
performativo ma anche nel settore dell’istruzione, della mediazione
culturale, e del racconto civile.
RACCONTARE
SE STESSI E RACCONTARE GLI ALTRI
Obiettivi:
aprirsi
e condividere con altri un racconto personale significa sapere
esprimere il proprio punto di vista e la propria sensibilità
attraverso simboli archetipi universali e tradurre il proprio vissuto
in un linguaggio artistico filtrato dalla realtà.
Regalando
e condividendo una storia personale si può raggiungere la giusta
distanza dall’esperienza o dall’emozione vissuta, che consente di
oggettivarla e relativizzarla, facilitando così il superamento dei
conflitti.
Condividere
e scambiarsi storie, consentendo ad altri di collaborare alla
creazione del racconto, crea un forte sentimento di gruppo, di
fiducia reciproca e di intimità. Chi impara a raccontare impara
anche ad ascoltare meglio, a cogliere nella voce, nelle parole e nei
gesti di chi si incontra lo spirito, il senso profondo della
narrazione. Essere capaci di ascoltare attivamente, di raccogliere le
storie che incontriamo o che ci vengono regalate, ci apre agli altri,
ci avvicina a loro in uno scambio piacevole e gratificante per
entrambi.
SCRIVERE
IL RACCONTO
Obiettivi:
il
Laboratorio mira a risvegliare la capacità narrativa e ad
esercitarla e arricchirla attraverso il confronto con altre
narrazioni.
Raccontare
è ricordare e trasmettere, affidare all’immaginario dell’altro e
condividere con l’altro la propria vita.
Narrare
è anche una necessità civile, e attraverso la narrazione l’adulto
rielabora e conserva il proprio vissuto, così come il ragazzo impara
a rappresentarsi il mondo.
La
lettura di brani di narrativa italiana moderna e contemporanea, con
particolare riferimento al romanzo
civile, alla narrativa d'inchiesta, al reportage narrativo – le
forme che ha assunto la più interessante narrativa italiana –
stimolerà
la fantasia
e permetterò il confronto su
diversi generi di narrazione arricchendo l'immaginario civile dei
partecipanti e determinando l’affabulazione,
l'Intreccio dei fatti e degli eventi che costituiscono la trama di
un'opera narrativa facilitandone la produzione.
Partendo
dagli stimoli ricevuti i partecipanti svilupperanno racconti e il
laboratorio diventerà una officina di narrativa in costruzione. I
racconti saranno analizzati e rielaborati insieme, per sperimentare
come nella verbalizzazione tutto si trasforma e si tradisce.
Temi:
tecnica base della narrazione, metodo delle immagini, memorizzazione
e narrazione, raccolta del materiale, costruzione dello stile
personale.
Destinatari:
studenti,
insegnanti, professionisti, operatori culturali, sociali e
sociosanitari.
Durata
minima
sei ore. 4 incontri di due ore ciascuno.
Costi:
( totale per 6 ore : 120 euro
DATE
e ORARI:
mercoledì
7 ottobre, ore 19
mercoledì
21 ottobre, ore 19
mercoledì
4 novembre, ore 19
Il
laboratorio parte con una partecipazione minima di 10 persone
Per adesioni scrivere a: peridirittiumani@gmail.com
Vi aspettiamo numerosi! fate passaparola, grazie!!
Per adesioni scrivere a: peridirittiumani@gmail.com
Vi aspettiamo numerosi! fate passaparola, grazie!!
mercoledì 8 ottobre 2014
La fabbrica del panico, incontro pubblico con l'autore
Venerdì
10 ottobre, alle ore 19.00, si terrà un incontro pubblico con
Stefano Valenti, autore del romanzo La
fabbrica del panico, edito
da Feltrinelli e vincitore del premio Campiello – Opera prima.
Presso
Spazio Tadini, Via Jommelli, 24 (MM 2 Piola, MM1 Loreto). L'incontro
è a cura dell'Associazione per i Diritti Umani.
‟Immaginava di vivere senza
la fabbrica e preparava il corpo con meticolosa accuratezza al
grande evento, il momento fatale della separazione.”
Dai primi romanzi di Paolo Volponi nessuno è riuscito a ‟entrare” in fabbrica con la potenza, il nitore, la stupefazione di Stefano Valenti, e quello che sembra un mondo perduto torna come il rimosso infinito della sopraffazione.(Dal sito www.Feltrinelli.it)
Il libro
Una valle severa. In mezzo, il lento andare del fiume. Un uomo tira pietre piatte sull’acqua. Il figlio lo trova assorto, febbricitante, dentro quel paesaggio. è lì che ha cominciato a dipingere, per fare di ogni tela un possibile riscatto, e lì è ritornato ora che il male lo consuma. Ma il male è cominciato molto tempo prima, negli anni settanta, quando il padre-pittore ha abbandonato la sua valle ed è sceso in pianura verso una città estranea, dentro una stanza-cubicolo per dormire, dentro un reparto annebbiato dall’amianto. Fuori dai cancelli della fabbrica si lotta per i turni, per il salario, per ritmi più umani, ma nessuno è ancora veramente consapevole di come il corpo dell’operaio sia esposto alla malattia e alla morte. Lì il padre-pittore ha cominciato a morire. Il figlio ha ereditato un panico che lo inchioda al chiuso, in casa, e dai confini non protetti di quell’esilio spia, a ritroso, il tempo della fabbrica, i sogni che bruciano, l’immaginazione che affonda, il corpo subdolamente offeso di chi ha chiamato ‟lavoro” quell’inferno. Ci vuole l’incontro con Cesare, operaio e sindacalista, per uscire dalla paura e cominciare a ripercorrere la storia del padre-pittore e di tutti i lavoratori morti di tumore ai polmoni. È allora che il ricordo diventa implacabile e cerca colori, amore, un nuovo destino.
Dai primi romanzi di Paolo Volponi nessuno è riuscito a ‟entrare” in fabbrica con la potenza, il nitore, la stupefazione di Stefano Valenti, e quello che sembra un mondo perduto torna come il rimosso infinito della sopraffazione.(Dal sito www.Feltrinelli.it)
Stefano Valenti ha tradotto numerosi libri sia di narrativa sia di saggistica per diverse case editrici (fra cui Questo non è un Manifesto di Michael Hardt e Antonio Negri, Feltrinelli, 2012 e Invecchiando gli uomini piangono di Jean-Luc Seigle, Feltrinelli, 2013). Ha ancora pubblicato con Feltrinelli La fabbrica del panico (2013), il suo primo romanzo, vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2014. Per i “Classici” ha tradotto Germinale (2013) di Émile Zola e Il giro del mondo in ottanta giorni (2014) di Jules Verne.
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martedì 30 settembre 2014
Morte di un uomo felice: il vincitore del Premio Campiello 2014
Giorgio
Fontana, autore giovane, ma con al suo attivo già molte opere di
successo. Il suo ultimo lavoro letterario si intitola Morte
di un uomo felice , edito
da Sellerio, ed è il romanzo vincitore del Premio Campiello 2014.
Milano, estate 1981: siamo nella
fase più tarda, e più feroce, della stagione terroristica in
Italia. Non ancora quarantenne, Giacomo Colnaghi a Milano è un
magistrato sulla linea del fronte. Coordinando un piccolo gruppo di
inquirenti, indaga da tempo sulle attività di una nuova banda
armata, responsabile dell’assassinio di un politico democristiano.
Il dubbio e l’inquietudine lo accompagnano da sempre. Egli è
intensamente cattolico, ma di una religiosità intima e tragica. È
di umili origini, ma convinto che la sua riuscita personale sia la
prova di vivere in una società aperta. È sposato con figli, ma i
rapporti con la famiglia sono distanti e sofferti. Ha due amici
carissimi, con i quali incrocia schermaglie, il calcio, gli
incontri nelle osterie.
Dall’inquietudine è avvolto anche il ricordo del padre Ernesto, che lo lasciò bambino morendo in un’azione partigiana. Quel padre che la famiglia cattolica conformista non poté mai perdonare per la sua ribellione all’ordine, la cui storia eroica Colnaghi ha sempre inseguito, per sapere, e per trattenere quell’unica persona che ha forse amato davvero, pur senza conoscerla.
L’inchiesta che svolge è complessa e articolata, tra interrogatori e appostamenti, e andrà a buon fine. Ma la sua coscienza aggiunge alla caccia all’uomo una corsa per capire le ragioni profonde, l’origine delle ferite che stanno attraversando il Paese. Anche a costo della sua stessa vita.
Dall’inquietudine è avvolto anche il ricordo del padre Ernesto, che lo lasciò bambino morendo in un’azione partigiana. Quel padre che la famiglia cattolica conformista non poté mai perdonare per la sua ribellione all’ordine, la cui storia eroica Colnaghi ha sempre inseguito, per sapere, e per trattenere quell’unica persona che ha forse amato davvero, pur senza conoscerla.
L’inchiesta che svolge è complessa e articolata, tra interrogatori e appostamenti, e andrà a buon fine. Ma la sua coscienza aggiunge alla caccia all’uomo una corsa per capire le ragioni profonde, l’origine delle ferite che stanno attraversando il Paese. Anche a costo della sua stessa vita.
Abbiamo
avuto l'opportunità di fare questa breve intervista all'utore che
ringraziamo molto.
C'è
una data importante nel romanzo: il 1981. E' anche la sua stessa data
di nascita. Si tratta solo di una coincidenza?
In effetti sì: la data della morte di
Giacomo Colnaghi era stata decisa nel romanzo precedente, "Per
legge superiore", dove compariva come personaggio minore — ma
non per questo meno importante. Mi sembrava un anno adeguato dal
punto di vista storico, e così l'ho scelto.
Perchè ha sentito l'esigenza di
scrivere questa storia?
Mi è sempre terribilmente difficile
rispondere a questo domanda. Per me non c'è una ragione o
un'esigenza identificabile che spingono a raccontare una storia o un
personaggio, se non l'amore per quella storia e per quel personaggio.
Tutto qua.
Come si è documentanto per la stesura
del libro?
Ho studiato molto. Non avendo vissuto
quegli anni, ho sentito particolarmente la responsabilità di
ricostruirli nella loro complessità. Certo, ho scelto di raccontare
solo una delle tante storie possibili; ma per farlo era necessario
avere uno sfondo di conoscenze accurato. E così ho passato diverso
tempo sui libri, sugli archivi dei giornali, a guardare filmati
dell'epoca... E naturalmente anche a girare per Milano.
Quanto è importante, oggi, una
riflessione sul tema dell giustizia?
Credo sia sempre importantissima; non
solo sulla giustizia procedurale ma anche e soprattutto sulla
giustizia sociale, la cui situazione in Italia è particolarmente
spaventosa. Per quanto mi riguarda, cerco di tenere distinta la mia
attività di narratore da quella di — uso questa parola molto
ambigua — "intellettuale" militante. È vero che gli
ultimi due miei romanzi si interrogano sulla giustizia, ma per me è
fondamentale innanzitutto raccontare i singoli, non tanto i grandi
temi.
Anche il tema della Fede è
centrale...
Pur essendo ateo, mi è piaciuto
rappresentare Colnaghi come un uomo di fede — ma dotato di una fede
tormentata, intima, che lo porta continuamente a interrogarsi su
quello che fa e quelli che invece sono i suoi limiti.
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