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sabato 2 gennaio 2016

Stay human Africa: Cosa è successo in Africa nel 2015?

di Veronica Tedeschi

Liberia e Sierra Leone libere dall’ebola

La terribile epidemia è stata sconfitta dopo aver fatto ben 11.300 vittime. La notizia dell’abbattimento dell’epidemia ha fatto riversare nelle spiagge tutta la popolazione liberiana, che ha festeggiato per giorni. In Sierra Leone, un rapper locale ha inciso la canzone “Bye bye Ebola” che ha fatto ballare il presidente, i poliziotti e persino le suore.


 


Il nuovo presidente della Tanzania

Il 25 ottobre John Pombe Magufuli è stato eletto presidente della Tanzania. Già nei primi giorni di mandato ha iniziato a scrivere riforme per il paese come l’adozione di misure straordinarie per ridurre gli sprechi e massimizzare l’efficacia della spesa pubblica. Ha chiesto ai giovani tanzaniani di ripulire gli spazi pubblici delle loro città, come ha fatto lui stesso tra le strade di Dar Es Salam.

Le elezioni politiche in Nigeria

Nonostante le minacce di Boko Haram, le elezioni in Nigeria si sono svolte regolarmente e, per la prima volta dal 1999 (introduzione della democrazia multipartitica), il governo non ha ottenuto la maggioranza dei voti e dalla urne è uscito vincitore Muhammadu Buhari, ex dittatore convertito ai principi democratici. In Nigeria, per la prima volta, il potere è stato trasferito in modo pacifico nella speranza che questo possa essere un esempio per gli altri paesi africani.

Il terzo mandato di Pierre Nkurunziza

(Leggi anche: "Un presidente che non cede", "Elezioni non credibili" e "Africa: Cosa succede in Burundi?")

In molti paesi africani l’ostinazione dei propri presidenti a ricandidarsi contro la volontà dei propri cittadini e contro le proprie costituzioni, sta diventando la normalità e sta provocando un numero sempre più alto di vittime causate dalle proteste. Il caso più emblematico è sicuramente quello del Burundi con la candidatura al terzo mandato del presidente Nkurunziza ma altri Stati stanno seguendo questo esempio come il Congo con Denis Sassou- Nguesso. Tale pratica sta diventando oggetto di severe critiche in tutto il continente e in tutto il mondo.

Il nuovo presidente del Burkina Faso

(Leggi anche: “Cosa succede in Burkina Faso?”)

Il
Burkina Faso, ha eletto pochi giorni fa come nono Capo dello Stato del Paese africano Roch Marc Christian Kaboré, eletto il 29 novembre al primo turno delle elezioni presidenziali. Il suo insediamento pone fine al regime di transizione seguito alla caduta, in ottobre 2014, dell’ex Capo dello Stato Blaise Compaoré.

L’accordo di pace in Sud Sudan

L’accordo di pace, firmato il 26 agosto, non sembra aver cambiato molto nel paese, ancora scosso da scontri violentissimi e da un’inflazione galoppante. Il conflitto non sembra avere breve durate e molti sud sudanesi hanno lasciato il paese per rifugiarsi in Uganda o nella Repubblica democratica del Congo oientale.

Le nuove relazioni tra Cina e Africa

Lo scorso 4 e 5 dicembre, si è tenuto
il sesto Forum per la cooperazione Cina-Africa (FOCAC), che per la prima volta è stato aggiornato al livello di vertice e dopo quindici anni dalla sua istituzione ha avuto luogo in Africa, esattamente a Johannesburg.

La cooperazione tra i due continenti è in costante crescita e vede oltre tremila imprese cinesi operative nel continente africano; l’incontro a Johannesburg ha rappresentato l’apice dell’azione diplomatica che la Cina ha condotto nei confronti dell’Africa.



L’omosessualità non è più illegale in Mozambico

Il 29 giugno è entrato in vigore il nuovo codice penale del Mozambico, già modificato a dicembre scorso e che, come grande novità, contiene una proibizione della persecuzione giudiziaria contro gli omosessuali. Questa è una fresca boccata d’aria per la popolazione mozambicana che vive in uno degli stati in cui l’intolleranza è da sempre la meno influente rispetto ad altri Stati dell’Africa meridionale.

domenica 6 dicembre 2015

Abolire la guerra unica speranza per l'umanità: il discorso di Gino Strada alla cerimonia dei Nobel alternativi




«Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili.

A Quetta, la città pakistana vicina al confine afgano, ho incontrato per la prima volta le vittime delle mine antiuomo. Ho operato molti bambini feriti dalle cosiddette "mine giocattolo", piccoli pappagalli verdi di plastica grandi come un pacchetto di sigarette. Sparse nei campi, queste armi aspettano solo che un bambino curioso le prenda e ci giochi per un po', fino a quando esplodono: una o due mani perse, ustioni su petto, viso e occhi. Bambini senza braccia e ciechi. Conservo ancora un vivido ricordo di quelle vittime e l'aver visto tali atrocità mi ha cambiato la vita.

Mi è occorso del tempo per accettare l'idea che una "strategia di guerra" possa includere prassi come quella di inserire, tra gli obiettivi, i bambini e la mutilazione dei bambini del "paese nemico". Armi progettate non per uccidere, ma per infliggere orribili sofferenze a bambini innocenti, ponendo a carico delle famiglie e della società un terribile peso. Ancora oggi quei bambini sono per me il simbolo vivente delle guerre contemporanee, una costante forma di terrorismo nei confronti dei civili.

Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1200 pazienti per scoprire che meno del 10% erano presumibilmente dei militari. Il 90% delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. È quindi questo "il nemico"? Chi paga il prezzo della guerra?

Nel secolo scorso, la percentuale di civili morti aveva fatto registrare un forte incremento passando dal 15% circa nella prima guerra mondiale a oltre il 60% nella seconda. E nei 160 e più "conflitti rilevanti" che il pianeta ha vissuto dopo la fine della seconda guerra mondiale, con un costo di oltre 25 milioni di vite umane, la percentuale di vittime civili si aggirava costantemente intorno al 90% del totale, livello del tutto simile a quello riscontrato nel conflitto afgano.

Lavorando in regioni devastate dalle guerre da ormai più di 25 anni, ho potuto toccare con mano questa crudele e triste realtà e ho percepito l'entità di questa tragedia sociale, di questa carneficina di civili, che si consuma nella maggior parte dei casi in aree in cui le strutture sanitarie sono praticamente inesistenti.

Negli anni, Emergency ha costruito e gestito ospedali con centri chirurgici per le vittime di guerra in Ruanda, Cambogia, Iraq, Afghanistan, Sierra Leone e in molti altri paesi, ampliando in seguito le proprie attività in ambito medico con l'inclusione di centri pediatrici e reparti maternità, centri di riabilitazione, ambulatori e servizi di pronto soccorso.

L'origine e la fondazione di Emergency, avvenuta nel 1994, non deriva da una serie di principi e dichiarazioni. È stata piuttosto concepita su tavoli operatori e in corsie d'ospedale. Curare i feriti non è né generoso né misericordioso, è semplicemente giusto. Lo si deve fare.

In 21 anni di attività, Emergency ha fornito assistenza medico-chirurgica a oltre 6,5 milioni di persone. Una goccia nell'oceano, si potrebbe dire, ma quella goccia ha fatto la differenza per molti. In qualche modo ha anche cambiato la vita di coloro che, come me, hanno condiviso l'esperienza di Emergency.

Ogni volta, nei vari conflitti nell'ambito dei quali abbiamo lavorato, indipendentemente da chi combattesse contro chi e per quale ragione, il risultato era sempre lo stesso: la guerra non significava altro che l'uccisione di civili, morte, distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra.

Confrontandoci quotidianamente con questa terribile realtà, abbiamo concepito l'idea di una comunità in cui i rapporti umani fossero fondati sulla solidarietà e il rispetto reciproco.

In realtà, questa era la speranza condivisa in tutto il mondo all'indomani della seconda guerra mondiale. Tale speranza ha condotto all'istituzione delle Nazioni Unite, come dichiarato nella Premessa dello Statuto dell'ONU:
"Salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all'umanità, riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole"
.

Il legame indissolubile tra diritti umani e pace e il rapporto di reciproca esclusione tra guerra e diritti erano stati inoltre sottolineati nella Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta nel 1948.
"Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti" e il "riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo"
.

70 anni dopo, quella Dichiarazione appare provocatoria, offensiva e chiaramente falsa. A oggi, non uno degli stati firmatari ha applicato completamente i diritti universali che si è impegnato a rispettare: il diritto a una vita dignitosa, a un lavoro e a una casa, all'istruzione e alla sanità. In una parola, il diritto alla giustizia sociale. All'inizio del nuovo millennio non vi sono diritti per tutti, ma privilegi per pochi.

La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.

Vorrei sottolineare ancora una volta che, nella maggior parte dei paesi sconvolti dalla violenza, coloro che pagano il prezzo più alto sono uomini e donne come noi, nove volte su dieci. Non dobbiamo mai dimenticarlo.
Solo nel mese di novembre 2015, sono stati uccisi oltre 4000 civili in vari paesi, tra cui Afghanistan, Egitto, Francia, Iraq, Libia, Mali, Nigeria, Siria e Somalia. Molte più persone sono state ferite e mutilate, o costrette a lasciare le loro case.

In qualità di testimone delle atrocità della guerra, ho potuto vedere come la scelta della violenza abbia - nella maggior parte dei casi - portato con sé solo un incremento della violenza e delle sofferenze. La guerra è un atto di terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: il denominatore è comune, l'uso della violenza.

Sessanta anni dopo, ci troviamo ancora davanti al dilemma posto nel 1955 dai più importanti scienziati del mondo nel cosiddetto
Manifesto di Russell-Einstein: "Metteremo fine al genere umano o l'umanità saprà rinunciare alla guerra?"
. È possibile un mondo senza guerra per garantire un futuro al genere umano?

Molti potrebbero eccepire che le guerre sono sempre esistite. È vero, ma ciò non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile, né possiamo presumere che un mondo senza guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere. Il fatto che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro.

Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da risolvere e non un destino da abbracciare o apprezzare.
Come medico, potrei paragonare la guerra al cancro. Il cancro opprime l'umanità e miete molte vittime: significa forse che tutti gli sforzi compiuti dalla medicina sono inutili? Al contrario, è proprio il persistere di questa devastante malattia che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per prevenirla e sconfiggerla.

Concepire un mondo senza guerra è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far fronte. È anche il più urgente. Gli scienziati atomici, con il loro Orologio dell'apocalisse, stanno mettendo in guardia gli esseri umani:
"L'orologio ora si trova ad appena tre minuti dalla mezzanotte perché i leader internazionali non stanno eseguendo il loro compito più importante: assicurare e preservare la salute e la vita della civiltà umana"
.

La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell'immaginare, progettare e implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione di questi metodi. La guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente.
L'abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione.

Possiamo chiamarla "utopia", visto che non è mai accaduto prima. Tuttavia, il termine utopia non indica qualcosa di assurdo, ma piuttosto una possibilità non ancora esplorata e portata a compimento.

Molti anni fa anche l'abolizione della schiavitù sembrava "utopistica". Nel XVII secolo, "possedere degli schiavi" era ritenuto "normale", fisiologico.
Un movimento di massa, che negli anni, nei decenni e nei secoli ha raccolto il consenso di centinaia di migliaia di cittadini, ha cambiato la percezione della schiavitù: oggi l'idea di esseri umani incatenati e ridotti in schiavitù ci repelle. Quell'utopia è divenuta realtà.
Un mondo senza guerra è un'altra utopia che non possiamo attendere oltre a vedere trasformata in realtà.

Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l'idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell'umanità.

Ricevere il Premio Right Livelihood Award, il "Nobel alternativo", incoraggia me personalmente ed Emergency nel suo insieme a moltiplicare gli sforzi: prendersi cura delle vittime e promuovere un movimento culturale per l'abolizione della guerra.
Approfitto di questa occasione per fare appello a voi tutti, alla comunità dei colleghi vincitori del Premio, affinché uniamo le forze a sostegno di questa iniziativa.
Lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni future».-- Gino Strada ha pronunciato questo discorso a Stoccolma (Svezia) lunedì 30 novembre, durante la cerimonia di consegna dei Right Livelihood Awards, i "premi Nobel alternativi". Un importante riconoscimento per il lavoro di Emergency contro la ‪guerra‬ e a favore delle vittime, un premio di cui siamo tutti molto orgogliosi e che ci spinge a fare sempre di più, ogni giorno, per raggiungere il nostro obiettivo: un mondo senza guerre in cui non ci sia più bisogno di noi.

 


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venerdì 4 dicembre 2015

Giornata internazionale per le persone disabili

"La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità è un punto di riferimento
fondamentale per la tutela dei loro diritti verso una piena inclusione e partecipazione nella società. Troppe barriere sono ancora di ostacolo alla piena fruizione dei diritti di cittadinanza da parte di chi è portatore di una disabilità, sia essa fisica, mentale o relazionale": queste le parole del Presidente Sergio Mattarella in occasione, oggi, della Giornata Internazionale per le persone con disabilità; un tema, questo, che a noi è molto caro e di cui ci siamo occupati più volte (vedi articoli e interviste pubblicate nei mesi scorsi).
Secondo una recente indagine dell'Istat, nel nostro Paese vivono oltre tre milioni di persone gravemente disabili: solo 1,1 milione di loro percepisce l'indennità di accompagnamento, uno su cinque è inserito nel mondo del lavoro, meno di sette su 100 riceve un aiuto domestico.
Il Presidente ha aggiunto: " E' compito della società nel suo insieme, delle istituzioni, dei corpi intermedi, delle famiglie, dei singoli abbattere questi muri e far crollare le barriere, fisiche e culturali, che impediscono una piena partecipazione alla vita della società. la diversità, delle scelte e delle abilità, è un patrimonio comune. la vita di tutti ne uscirà arricchita": parole importanti, che ci chiamano in causa direttamente perché, sempre come ha ricordato Mattarella, " la capacità di rispondere ai bisogni delle persone con disabilità è il metro attraverso cui si misura la nostra convivenza civile".

 

lunedì 30 novembre 2015

I minori Rom in emergenza abitativa

 
Associazione 21 luglio: «Sono circa 17.000 i minori rom in emergenza abitativa in Italia. Verso di essi amnesia delle istituzioni»
Nel nostro Paese, circa 17 mila bambini e adolescenti rom continuano a vivere in condizioni di grave disagio abitativo, igienico e sanitario, vittime di discriminazione ed emarginazione.
Lo denuncia l’Associazione 21 luglio in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che si celebra domani per ricordare l’adozione, il 20 novembre 1989, della Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
La questione abitativa dei rom in Italia, che continua ad essere affrontata dalle istituzioni attraverso approcci discriminatori e basati su una visione emergenziale, è alla radice del profondo disagio che caratterizza il presente e il futuro dei bambini e adolescenti rom. Oggi, infatti, nel nostro Paese circa 11 mila minori rom vivono nei quasi 200 insediamenti formali, ovvero creati e gestiti dalle istituzioni, mentre più di 6.000 risiedono in insediamenti informali costituiti da tende e baracche. Un numero in costante aumento per effetto di politiche non lungimiranti e inefficaci, che tendono non a risolvere ma ad aggravare la problematica, reiterando le ormai consolidate dinamiche dell’esclusione sociale.
Una delle conseguenze più evidenti delle condizioni abitative in cui vivono i minori rom è quella legata alle “malattie della povertà” che si declina, nella vita del bambino o dell’adolescente, nelle cosiddette “patologie da ghetto”. La vita nel ghetto incide fortemente sull’aspettativa di vita dei minori rom, che risulta mediamente più bassa di circa 10 anni rispetto al resto della popolazione.
La condizione abitativa ha inoltre un impatto negativo sul percorso scolastico dei minori rom, caratterizzato dall’abbandono e da una frequenza discontinua. Chi vive nei cosiddetti “campi nomadi” avrà possibilità prossime allo 0 di accedere ad un percorso universitario, mentre quelle di poter frequentare le scuole superiori non supereranno l’1%. In 1 caso su 5, del resto, il minore rom abitante del “campo” non inizierà mai il percorso scolastico.
Ad incidere sul disagio dei bambini e degli adolescenti rom vi è infine la questione degli sgomberi forzati degli insediamenti informali, che hanno conseguenze drammatiche sulla vita dei minori e rendono ancora più vulnerabili le loro famiglie, spostandole da una parte all’altra della città.
Particolare preoccupazione suscita l’impennata di sgomberi forzati registratisi nella Capitale in seguito all’annuncio del Giubileo della Misericordia da parte di Papa Francesco: sistematiche violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale che l’Associazione 21 luglio ha voluto portare all’attenzione della pubblica opinione attraverso il lancio della campagna #PeccatoCapitale, una raccolta firme per chiedere alle autorità capitoline una moratoria sugli sgomberi forzati alla quale hanno già aderito 25 associazioni e personaggi noti come Roberto Saviano, Gad Lerner, Ascanio Celestini, Piotta, Sabina Guzzanti e Padre Alex Zanotelli.
Malgrado lo sgombero forzato di un insediamento, così come l’allontanamento di un minore rom dalla famiglia naturale, venga giustificato dal “superiore interesse del minore”, spesso si rileva dietro queste azioni un carattere di sproporzionalità che porta a compromettere, talvolta in maniera irrimediabile, una condizione familiare e sociale già difficile dalla nascita.
«Nonostante il drammatico quadro – afferma l’Associazione 21 luglio – le amministrazioni locali e nazionali sembrano muoversi in una direzione contraria alla risoluzione della problematica del disagio dei bambini e degli adolescenti rom in Italia. Anche nella Giornata che verrà celebrata domani, sembra essere l’amnesia la vera protagonista delle politiche che si continuano a mettere in atto. Costruzione di nuovi “campi”, azioni di sgombero, politiche scolastiche differenziate, discorsi d’odio e di discriminazione: questo è il leitmotiv che anche oggi condiziona il futuro dei minori rom. Bambini e giovani che rappresentano la cartina di tornasole della civiltà e del livello di democrazia del nostro Paese che predilige nascondere le problematiche sotto il tappeto ed affrontare all’insegna dell’emergenza una questione che meriterebbe riflessione e programmazione nel lungo periodo».
 
Per approfondire:

sabato 28 novembre 2015

Stay human - Africa: Cosa succede in Burundi?


di Veronica Tedeschi


Trovare notizie chiare su quello che sta succedendo in Burundi in questi ultimi mesi è abbastanza difficile, la guerra che sta vivendo questa popolazione sta passando in secondo piano, almeno nel giornalismo italiano.

Questo non significa che sia una guerra “meno importante” o con “meno morti”: da aprile 2015, quando sono scoppiate le violenze tra il governo e gli oppositori per la candidatura ad un terzo mandato del Presidente Pierre Nkurunziza, sono morte circa duecento persone.

Duecento persone che rappresentano un popolo che non ha nessuna intenzione di mollare, che non vuole sottostare al comando di un Presidente completamente disinteressato al benessere della sua popolazione, colpita per il 66% da denutrizione e caratterizzata da un tasso di povertà altissimo.



Lunedì mattina abbiamo assistito quasi 60 feriti arrivati al pronto soccorso in un breve lasso di tempo” spiega Richard Veerman, responsabile dei progetti Medici Senza Frontiere in Burundi. “Abbiamo aperto una seconda sala operatoria ed eseguito cinque interventi chirurgici d’emergenza nelle ore immediatamente successive. Ci impegniamo a portare cure mediche di qualità alle persone, senza distinzioni di razza, religione o orientamento politico”.



Per la prima volta la guerra in Burundi non riguarda solo le differenze etniche ma è legata soprattutto ad una lotta di potere. Nel maggio scorso ci fu un colpo di Stato, fallito, che vide i responsabili arrestati poco dopo. Nonostante questo, le manifestazioni e le morti sono continuate, tra il 3 e il 4 ottobre sono morte 15 persone negli scontri a Bukumbura tra la polizia e alcuni giovani che si opponevano al terzo mandato di Nkurunziza. Il 13 ottobre, almeno 7 persone sono morte per colpi di granata e arma da fuoco e ancora, altre 3 persone hanno perso la vita lo scorso 27 ottobre, giorno in cui il Presidente ottenne un terzo mandato. La violenza è ormai norma nel paese, dilaniato da una crisi politica di livelli eccezionali che ha costretto 200mila burundesi a lasciare il paese.

In quest’ottica si può leggere la creazione di una nuova polizia antisommossa, istituita il mese scorso e chiamata ad intervenire in caso di rivolte; secondo alcune fonti di stampa, sarebbe composta da 300 uomini, tra tiratori scelti e ufficiali al comando. La polizia da sola non regge più il peso di queste manifestazioni che, ormai, continuano da ben 8 mesi e che non cesseranno facilmente.

Il 7 novembre è scaduto l’ultimatum di cinque giorni dato dal Presidente ai suoi oppositori per consegnare le armi spontaneamente in cambio di un’amnistia. Questo invito di Nkurunziza non è stato accolto, infatti, nella notte tra il 7 e l’8 novembre altre 9 persone sono state uccise in un bar a Bukumbura.

Il 9 novembre è iniziata l’operazione di disarmo avviata dalla polizia in quartieri controllati dall’opposizione, il giorno stesso durante tali eventi sono morte altre 2 persone.

La situazione in Burundi peggiora progressivamente senza che la comunità internazionale riesca (o voglia) fermare la spirale di violenza che sta travolgendo questo paese.

Ricordiamo, inoltre, che nei prossimi mesi anche le popolazioni di Rwanda e Repubblica Democratica del Congo saranno chiamate alle urne, nella speranza che le conseguenze della guerra in Burundi non invadano anche gli altri Stati africani.




Il Burundi è un paese fragile e il modo in cui questa crisi verrà risolta avrà sicuramente ripercussioni sia sulla popolazione che sulle conquiste politiche future. Il tutto potrebbe concludersi con soluzioni militari molto pericolose, non solo per il Burundi ma per tutta la regione.



martedì 10 novembre 2015

Fotografia: libertà di espressione, etica e e diritto alla dignità




L' Associazione per i Diritti umani ha partecipato al Festival di Fotografia etica che si è svolto a Lodi dal 10 al 25 ottobre.

Come ogni anno la manifestazione ha proposto al pubblico molte esposizioni di autori italiani e stranieri che lavorano sull'atualità, calandosi nelle situazioni più gravi che attanagliano l'umanità: conflitti, razzismi, malattie, miseria, per citarne solo alcune. Durante le giornate dedicate alla fotografia, gli organizzatori organizzano anche approndimenti e interviste; quest'anno abbiamo assistito ad un convegno dal titolo “Etica e fotografia: un rapporto complesso” alla presenza di Elio Franzini, Sandro Jovine, Gianmarco Maraviglia, Pirtro Collini, Lucy Conticello, Marco Capovilla e Emanuela Mirabelli.



Riportiamo, per voi, alcuni interventi.



Elio Franzini inizia citando Walter Benjamin il quale soteneva che la fotografia non ci fa cogliere il senso della realtà perchè è una risproduzione della stessa. Restituendo una interpretazione della realtà, non si consegna una verità reale. Ma la dimenticanza consiste nel fatto che la fotografia è una RAPPRESENTAZIONE per cui, quando si parla di fotografia o di un'immagine con una valenza comunicativa, la loro caratteristica è quella di racontare qualcosa che sta dietro, che rinvia ad un senso che non si esaurisce con l'immagine in sé. Per questo motivo tali immagini possono avere anche una certa pericolosità per il pubblico: qual è, infatti, il loro limite? C'è un limite per la rappresentazione?

C'è un modo etico POSITIVO che è quello di far intuire la storia sottostante; in questo caso l'immagine è simbolica, è una struttura di rinvio a qualcos'altro. Ma c'è anche un modo etico NEGATIVO: qui il fotografo deve chiedersi se la realtà ripresa è comunicativa oppure se è irrapresentabile. Alcuni oggetti non andrebbero ripresi perchè offenderebbero la sensibilità degli spettatori? Kant risponde a questa domanda, ponendo un limite soggettivo alla rappresentazione: non possiamo rappresentare ciò che ingenera in noi disgusto (che è un rifiuto anche fisico perchè i nostri sensi non accettano quell'immagine).

La risposta del filosofo, però, non è del tutto soddisfacente perchè c'è un altro problema: Lessing, già nel '700, scrive un Manifesto dell'immagine moderna in cui la rappresentabilità o meno di una scena dipendeva dai segni da cui era costituita. I segni dell'immagine sono icnici (non diacronici) per cui noi spettatori non recepiamo l'immagine come brutta o violenta. Ciò significa che il mondo delle immagini è pericoloso quando rappresenta lo sgardevole perchè l'immagine stessa non ha intrinsecamente quei segni che fanno accettare allo spetttaore ciò che è disturbante.
E' anche vero, d'altra parte, che il disgustante mette in luce la nostra mancanza di accettazione del Male. Il pittore Paul Klee si chiedeva: bisogna che tutto sia conosciuto? La risposta del Prof. Franzini è: “Io non lo credo”.



Pietro Collini lancia alcune provocazioni. Vedere, registrare, mostrare: questo sarebbe il motto del bravo fotografo. Ma questo non è possibile perchè l'obiettività assoluta non esiste, dato che – attraverso il background culturale, la fede politica o la religiosità – il fotografo è condizionato dalla propria vita, dalle esperienze, dalle opinioni e da questo nascono le manipolazioni delle immagini e dell'opinione pubblica.
Trovare sempre temi e stili nuovi: questo è l'imperativo della fotografia moderna e questo ha generato anche un'ansia nel professionista che – soprattutto da quando la fotografia si è accostata alla politica – ha iniziato ad usare maggiormente la tecnica (luci e colori), finendo col distaccarsi progressivamente dalla documentazione della realtà.



Marco Capovilla fa riferimento ai principi etici del giornalismo perchè anche la Fotografia deve adottarne i principi e le logiche. Esiste un codice di autodisciplina (che non è una legge dello Stato) affidato alle associazioni di categoria (la deontologia professionale), secondo cui anche il fotografo deve aderire ai fatti, deve essere onesto e imparziale, autonomo e indipendente e deve avere umanità nei confronti dei soggetti deboli rappresentati e consapevolezza della responsabilità sociale del proprio operato. Questo principi, come sappiamo, vengono spesso disattesi e con la fotografia è più facile violarli perchè le immagini sono maggiormente manipolabili grazie alla tecnologia.


Gianmarco Maraviglia dirige una rivista che si chiama “ECHO” perchè i grandi eventi di attualità lasciano un'eco per cui lui e i suoi collaboratori raccontano le conseguenze di tali eventi.
Racconta di un progetto intitolato “Break the silence” realizzato in Egitto, un paio di anni fa. Per realizzarlo ha ascoltato molto musica hip hop, ha seguito i ragazzi che usano gli skates e fanno parkour, ha frequentato il modo dei tatuatori: ha, cioè, ripreso un mondo underground egiziano, strettamente legato alla rivoluzione e ha dimostrato, con i suoi scatti, che quei giovani stavano mettendo in atto non tanto una rivoluzione politica, ma una rivoluzione socila,e culturale e di impegno civile.

Poco prima della sua partenza per l'Egitto, racconta Maraviglia, riceve una telefonata di intimidazione da parte dei Fratelli musulmani. Lui parte ugualmente e realizza il progetto. Viene contattato, dopo qualche tempo, dal Washington Post che pubblica le sue foto e, nel giro di qualche minuto, il suo account di Facebook viene riempito di insulti, soprattutto in linga araba. Cos'era successo? Era successo che la testata principale egiziana, El Watan, aveva preso le foto del Washington Post, modificate, manipolando titolo e articolo e aveva strumentalizzato politicamente il reportage.

Il fotografo racconta anche di un'esperienza professionale sui rifugi siriani di origine armena. Per realizzare questo progetto, ha cercato alcuni sopravvissuti alla battaglia di Kessab ed entra in contatto con persone che erano riuscite a scappare grazie all'aiuto di un'associazione: tra queste c'era un ragazzino che gli racconta la propria storia terribile. Appena usciti dalla ONG, il ragazzino gli passa un numero di telefono per prendere un appuntamento da soli: durante l'incontro dà al fotografo una versione totlamente diversa. Racconta che, in realtà, lui era scappato per sfuggire all'esercito di Assad che aveva messo in mano a tutti i bambini e ragazzi un fucile, ma lui non voleva andare a combattere al confine con la Turchia.

Questo esempio mette in luce il serio problema della propaganda.














sabato 31 ottobre 2015

Terrore albino


di Veronica Tedeschi
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 

Tre uomini con indosso il balaclava entrarono nella mia casa e mi attaccarono con un macete. Ho cercato di reagire ma fui sopraffatto. Mi misero una stoffa intorno al capo e un’altra in bocca per non farmi urlare. Scapparono via con un pezzo di carne preso dalla mia testa.”

Queste sono le parole pronunciate da Mohammed Said, ragazzo albino di 35 anni che vive in Tanzania, nella città di Mkuranga. L’evento in questione è avvenuto lo scorso 21 ottobre.

L’incubo vissuto da Mohammed è il tormento di un tanzaniano su venti.


L’albinismo è una malattia ereditaria consistente nella depigmentazione parziale o totale della pelle che comporta conseguenze alla vista e alla pelle stessa.


In alcuni paesi africani (Guinea, Tanzania, Costa D'Avorio, Burundi) l’incidenza di questa malattia è molto alta nella popolazione e gli albini in questione diventano oggetto di discriminazione e violenza.

L’ignoranza velata della popolazione africana ha portato alla creazione di credenze e superstizioni intorno alle persone albine che sono diventate oggetto di racket e scambi di denaro; le atrocità subite dalla persone affette da albinismo sono enormi. Attaccati in casa o per le strade, vengono mutilati e talvolta uccisi, perché il loro sangue e le parti del corpo sono usati per creare amuleti e talismani capaci, secondo alcuni, di portare fortuna negli affari e negli affetti.

A sostegno e difesa di queste persone Peter Ash ha fondato in Tanzania una Ong a supporto degli albini, con lo scopo di educare le persone locali organizzando corsi e incontri per avvicinare i diffidenti alla malattia. Under the same sun offre protezione e supporto e intercede con governi e istituzioni per la difesa delle persone affette da albinismo. 
 
 


Il problema principale di queste discriminazioni sta nel fatto che i veri protagonisti di questo racket sono gli stessi politici che dovrebbero ostacolarlo e questo è dimostrato dal fatto che le violenze aumentano nei cicli elettorali : "I governi - riferisce Ash - inizialmente hanno fatto finta di niente, poi, dopo sei anni di battaglie, hanno strappato qualche promessa rimasta ancora inattuata. In Guinea, Tanzania, Costa D'Avorio, Burundi e Suriname la percentuale degli attacchi aumenta in concomitanza alle elezioni politiche, tanto che in questo periodo le persone affette d'albinismo restano segregate in casa più del solito per evitare gli attacchi degli stregoni. Un altro problema è che questa credenza è davvero molto radicata. In alcuni villaggi, per esempio, si crede che gli albini non muoiano, ma spariscano, si dissolvano nel nulla.”

In questi ultimi anni, però, sono stati fatti due passi avanti molto importanti: è stata annunciata la giornata mondiale degli albini il 13 giugno, giorno in cui nello scorso 2013 è stata adottata all’unanimità la prima risoluzione che includeva sanzioni severe per gli stregoni e chiedeva ai paesi membri dell’Onu di proteggere i diritti umani degli albini. Anche Papa Francesco ha mostrato la sua vicinanza a questo problema abbracciando, per la prima volta nella storia della chiesa, un bambino affetto da albinismo.

“I have a dream that one day people with albinism will take their rightful place throughout every level of society, and that the days of discrimination against persons with albinism will be a faint memory - EVERYWHERE!” - Peter Ash, Founder & CEO Under the same sun.

 
 

domenica 25 ottobre 2015

Un cortometraggio per parlare del tumore al seno




L’idea di Segni, nasce dalla voglia di raccontare delle storie di dolore nella fase di“rinascita”. Protagoniste del delicato racconto sono tre donne (Donatella Gimigliano, Monica Periccioli e Arianna Stabile), una narratrice e un’artista del mondo della musica.

La narratrice (Rita Dalla Chiesa), è colei che raccoglie la testimonianza di tre donne coraggiose, che hanno affrontato la violenza psicofisica del tumore al seno, il tutto con le musiche e le incursioni della cantante (Fiordaliso). Attraverso i loro racconti, in chiave di conversazione/confessione, scopriamo quello che le donne raramente dicono: il percorso che hanno dovuto affrontare (o che stanno affrontando), spesso da sole, per superare la dirompente violenza che il cancro esercita sul loro corpo, sulla loro mente e sulla loro vita. Cinque i punti cardine: combattere il male per riappropriarsi del proprio corpo e dell'equilibrio psichico, dei rapporti interpersonali (che spesso vengono meno), col resto della società e col mondo del lavoro. Riappropriarsi anche dei piccoli gesti quotidiani che fanno parte del mondo femminile, come truccarsi, scegliere un bel vestito per uscire, sistemarsi i capelli. Riprendere consapevolezza della propria femminilità, della bellezza che fa parte di ogni donna. Il simbolo che accompagna le nostre quattro protagoniste nei loro racconti è il fiore di camomilla. La camomilla rappresenta la forza e il coraggio nei momenti difficili, ma viene anche utilizzata in natura con un nobile scopo: travasandola accanto a piante malate, ha il potere di rinvigorirle.
Il cortometraggio si chiude con un'immagine allegra e serena: le donne protagoniste e la narratrice stringono in mano ognuna dei mazzolini di camomilla, e decidono di offrirli a noi, come gesto di forza e solidarietà per chiunque ne avesse bisogno.

Per un'anticipazione del corto:




venerdì 25 settembre 2015

Petting zoo: un film sui diritti negati delle ragazze-madri singles

di Monica Macchi







Domenica 27 settembre 2015 presso cinema Beltrade (Milano) ore 15.00







I texani stanno crescendo, generazione dopo generazione,

come adulti sessualmente analfabeti

David C. Wiley, presidente dell’American School Health Association







Il Texas ha il più alto numero di ragazze madri, gli adolescenti che hanno rapporti sessuali sono il 52,5 % (la media nazionale è del 47%), e il tasso di diffusione dell’hiv è tra i più alti del Paese ma a causa di sostenitori molto influenti come George W. Bush e al fatto che i distretti scolastici hanno completa autonomia in tema di educazione sessuale, l’astinenza viene presentata come l’unico metodo sicuro per prevenire le malattie sessualmente trasmissibili, le gravidanze e i “traumi emotivi legati ai rapporti sessuali”. Recentemente poi è stata approvata una legge secondo cui le cliniche che praticano aborti devono dotarsi di locali, attrezzature e personale, equivalenti a quelli delle sale chirurgiche degli ospedali: il governo conservatore sostiene che queste misure servano a garantire la sicurezza delle donne, ma per le associazioni contrarie alla legge il vero obiettivo del provvedimento è rendere ancora più difficile l’interruzione di gravidanza. E in effetti in tutto il Texas, che ha una superficie di 700.000 chilometri quadrati ed è il secondo Stato più popoloso degli Usa, le cliniche che praticano aborti erano 41 nel 2012, e oggi sono solo18.   
 




Questo è l’ambiente sottoproletario e puritano in cui si muove Layla, una diciassettenne che dopo aver ricevuto una borsa di studio per Austin, scopre di essere incinta e pressata dalla sua famiglia, contraria all’aborto, rinuncia al college e va a vivere con la nonna in una roulotte.




Ecco la recensione completa:




mercoledì 9 settembre 2015

Monica Priore si racconta: la malattia, lo sport, la vita









Monica Priore: all’età di 11 anni comincia ad avvicinarsi al mondo sportivo entrando a far parte di una squadra di pallavolo. La sua militanza nella squadra cessa quando nessun medico vuole prendersi la responsabilità di rilasciarle il certificato di idoneità medica di cui necessita. Decide allora di cambiare sport ed inizia a praticare nuoto. Nel febbraio 2004 partecipa al suo primo campionato regionale aggiudicandosi una medaglia di bronzo. Il 23 Aprile 2007 ha ricevuto la targa del CONI di Brindisi la “Forza dello Sport”.

Monica Priore racconta la sua storia nel libro intitolato “Il mio mare ha l'acqua dolce”, edito da Mondadori e l'Associazione per i Diritti Umani l'ha intervistata per voi. 



“Ero una bambina con i riccioli, volevo costruire castelli di sabbia in spiaggia con mio fratello e i miei cugini, ma ho dovuto cambiare programma. Siamo tornati in città e le vacanze le abbiamo passate nel reparto di Diabetologia per adulti. Avevo braccia lunghe e magre, livide dal gomito in giù: mi facevano un buco ogni due ore. Ora le mie braccia sono remi: sento la forza che irradiano, sento i muscoli tendersi, le spalle ruotare, le mani irrigidirsi nell'impatto con l'acqua. A ogni spinta avanzo, a ogni spinta mi allontano dalla Monica che ha sofferto, che si è sentita in colpa per essersi ammalata, che si è sentita vittima. Toccare riva è il mio riscatto, la mia conquista. Poche bracciate ancora e sono libera: libera dalla mia rabbia, libera dall'idea di me come malata. Libera di essere solo Monica, la fondista, la prima donna diabetica di tipo 1 in Europa ad avere attraversato a nuoto lo stretto di Messina." Se Monica Priore avesse dato retta ai medici, oggi non sarebbe più sana e nemmeno più felice. Impugnando la diagnosi di diabete di tipo 1, la medicina ufficiale la obbligava a una specie di vita a ostacoli: dieta ferrea, tanta insulina, orari rigidi e una blanda attività fisica per scongiurare il rischio di crisi ipoglicemiche. Un vero inferno. Ma Monica ha sempre sentito nel profondo della sua anima che, se avesse imparato a gestire la sua malattia, avrebbe potuto condurre una vita quasi normale”.

Quando si è ammalata aveva cinque anni e, forse, i ricordi non sono vividi, ma cosa le hanno raccontato i suoi familiari di quel primo periodo ?


Del primo periodo effettivamente ricordo poco, ero piccola avevo 5 anni, i miei raccontano che non feci una piega quando gli infermieri cominciarono a bucarmi, per i prelievi e per le iniezioni di insulina, piangevo solo quando le braccine erano oramai livide e non reggevo più il dolore. Mi chiedevo perché fosse accaduta quella cosa a me e spesso sfogavo la mia rabbia con la mamma dicendole che era colpa sua se avevo il diabete, mortificandola ulteriormente.


Che sentimenti prova quando pensa alla sua infanzia e adolescenza ?


I sentimenti sono diversi, ma quello più forte è la tristezza, perché se all'epoca fossi stata la persona che sono oggi, avrei vissuto meglio quei periodi ed avrei sofferto meno.


Che cosa le avevano detto i medici, all'inizio, riguardo al suo futuro?


I medici non parlavano mai del futuro, ma solo del presente, perché le conoscenze sul diabete mellito di tipo 1 erano poche, e credo che neanche loro sapessero con esattezza come sarebbe potuta essere la mia vita.

In che modo ha deciso di gestire la malattia?

Ho deciso di gestire la malattia con lo sport, non piangendomi a dosso e dando sempre il massimo delle mie potenzialità in ogni circostanza. Il diabete è un ostacolo in più, ma la vita è sempre vita, magari la si guarda da una prospettiva diversa, ma sempre vita è.


Che donna è, oggi?


Oggi sono Monica, una donna tenace, testarda e un po guerriera, non so come sarei stata senza il diabete, ma so che è merito suo se oggi sono più forte.
   

lunedì 24 agosto 2015

Ecco perché una semplice zanzariera può salvare molte vite






Fratelli Dimenticati insegna ai bambini come utilizzare le zanzariere per la prevenzione della malaria in India.



Cosa succede se ti punge una zanzara? Per noi, in Italia, è solo un gran fastidio! Ma in alcuni paesi, tra cui l'India, può essere un grave problema. È con questo concetto che Fratelli Dimenticati ha scelto di far riflettere su un tema che ci tocca, soprattutto durante il periodo estivo.


I rimedi contro le punture degli insetti in Italia sono davvero molti: dagli spray anti-zanzare alle pomate, le soluzioni per evitare le punture sono pressoché infinite. Ma in India? Secondo i dati forniti da
Fratelli Dimenticati, l’India è uno dei 106 paesi al mondo in cui la malaria rappresenta un grave problema, si stima che circa il 70% della popolazione sia a rischio di contrarre la malattia. La principale causa di diffusione è la puntura della zanzara anofele, le altre sono legate alla sua riproduzione: le piogge copiose creano delle pozze d'acqua che diventa stagnante, l’igiene è scarsa, in molti luoghi non esistono i bagni e tantomeno un adeguato sistema fognario. Per fare un paragone, si pensi che in Italia, le punture di zanzara non sono più pericolose dagli anni '70, mentre in India, ancora oggi, basta una puntura per mettere in serio pericolo la vita di una persona e in taluni casi a portarla alla morte.


La zanzara anofele morde principalmente nel cuore della notte e all'alba, momento in cui si è già in un sonno profondo e non ci si può difendere. Ammalarsi di malaria in India significa avere delle conseguenze fisiche e psicologiche, spesso i bambini devono stare a casa da scuola per 2 settimane e prima di poter affrontare l'apprendimento scolastico con mente lucida hanno bisogno di circa un mese. Ma il problema si fa ancora più grave se la malaria colpisce un adulto, o peggio il capofamiglia, in questo caso può accadere di restare senza salario, c'è il pericolo di contrarre debiti, sia per le medicine che semplicemente per comprare del cibo. Inoltre le persone che si ammalano spesso non hanno la possibilità di curarsi, non solo per la mancanza di ospedali o ricoveri nelle vicinanze, ma anche perché non esistono mezzi adeguati per spostarsi su lunghe distanze e non ci sono strade di comunicazione adeguate per il soccorso.                  



La soluzione proposta da Fratelli Dimenticati è la zanzariera: un semplice oggetto, per noi molto conosciuto, ma poco utilizzato in India per questioni economiche o di ignoranza. La fondazione ha scelto di parlare ai bambini, trasmettendo loro un forte segnale che potesse contribuire a salvare le loro vite e quelle delle loro famiglie. Ha distribuito quante più zanzariere da letto possibile ai bambini nelle scuole, anche nelle zone rurali e più povere, insegnando loro come utilizzarle affinché al loro ritorno a casa potessero illustrarne l'utilità anche in famiglia. I bambini sono stati invitati a riflettere sulle conseguenze che la malattia potrebbe avere e si sono mostrati entusiasti di portare il nuovo messaggio alle loro famiglie. Sono così divenuti veicolo di informazioni essenziali al fine della prevenzione della malaria.


Fratelli Dimenticati si batte da diversi anni per l'aiuto alle popolazioni povere e dal 2012, con il progetto
“Malaria, No Grazie!”, è riuscita consegnare 5585 zanzariere da letto ad altrettanti bambini e alle loro famiglie, in 58 missioni negli Stati del Jharkhand, Chattisgarh, Punjab, Assam e Meghalaya. Le zanzariere sono state acquistate da produttori locali, in questo modo si è contribuito allo sviluppo economico dell'area.






Per informazioni:

Marta Perin


cell. 348.240.66.56



Elisa Sisto

elisa.sisto@mocainteractive.com

tel. 0422.174.35.74

domenica 9 agosto 2015

Mario, disabile superabile







E' un racconto autobiografico, Mario disabile superabile, narrato in terza persona dell'evoluzione della vita di un ragazzino nato verso la fine della seconda guerra mondiale nella bassa pianura padana del secolo scorso, un posto dove la vita scorreva coi ritmi medievali della campagna.
Quando Mario comincia a camminare a circa un anno, uno zio materno si accorge che il bimbo ha un problema all'occhio sinistro. Una visita medica oculistica constata la presenza di una cateratta congenita al bulbo oculare: è nato monocolo.
Anche vedendo con un solo occhio si può vivere e Mario cresce: ha visto dalla nascita con un solo occhio, quello destro, e per lui quella del monocolo è una vita "normale".
Verso i tre anni e mezzo ha una forte febbre che dura quasi un mese: il medico del paese dice che è un'indigestione e prescrive purga e riposo.
Passata la febbre Mario si alza dal letto ma la gamba destra non funziona più come prima e comincia a zoppicare: dapprima leggermente e poi in maniera sempre più evidente.
Si stanca facilmente a camminare: strano perché prima della febbre correva sempre, però nessuno capisce la causa della zoppìa di Mario.
Dopo sei mesi dalla guarigione dalla febbre Mario viene accompagnato in ospedale dove viene visitato da un luminare ortopedico il quale diagnostica immediatamente la malattia che, a quei tempi ed in quei posti, pochi conoscevano: poliomielite.
Per Mario inizia la vita del disabile in un contesto povero, ignorante ed aggravato dal pensiero fascista dominante che, in quei tempi, arrivava a prescrivere la soppressione dei bambini soggetti a gravi forme di disabilità.
In quel contesto nessuno ha tempo per i bambini e Mario capisce in fretta che nascere in un posto povero è già una bella rogna, avere a che fare con persone rozze è ancora peggio ed essere disabile, in aggiunta alle prime due calamità, è il peggio che possa capitare.
Questo è solo l'inizio del racconto di Germano Turin - raccontata nel libro intitolato Mario disabile superabile edito da Sottosopra - al quale abbiamo rivolto alcune domande.




Si tratta di un racconto autobiografico: come vivere una situazione di “disabilità” in un contesto difficile come quello successivo alla Seconda guerra mondiale?



Alla mia nascita, a dicembre del '42, il babbo era in guerra come fante dell'Esercito Italiano. Anche a casa era tempo di guerra: dalla strada sterrata a fianco a casa passavano tedeschi, fascisti, carri agricoli. Ad aprile del '45 cominciò a passare anche qualche camionetta degli Alleati. Nella casa dove sono nato c'era miseria, ignoranza, emarginazione e la mamma che mi partorì in casa aiutata dalla “levatrice”, come si faceva a quei tempi. Uno dei danni procurati dalle “leggi razziali” del regime fascista fu che la disabilità comportava, secondo loro, una “vita indegna di essere vissuta” e che questo concetto era anche accettato dal collettivo. I più “buoni” tolleravano che “anche i disabili potessero vivere”, però era meglio che lo facessero di nascosto, rendendosi il più possibile “invisibili”.



Ci può spiegare che tipo di educazione ha ricevuto (in famiglia, a scuola)? E quanto è importante proprio l'educazione per i bambini e i ragazzi che hanno una compagna/o disabile?



Nessuno mi spiegava nulla perché nessuno era in grado di farlo. Il babbo tornò dalla guerra e dalla prigionia quando avevo due anni. Ma non cambiò nulla perché dovette tornare a lavorare sui campi: del padrone naturalmente, dato che era salariato agricolo. Gli insegnanti, a cominciare dalla scuola elementare, avevano studiato durante il regime fascista, quindi era già tanto se erano delle persone “equilibrate”. Anche dopo la liberazione, avvenuta nel Veneto nel '45, non è che tutti gli italiani, con un colpo di bacchetta magica, diventarono dei ferventi repubblicani. I compagni di scuola erano, nella maggioranza, figli di braccianti agricoli: diffidenti verso tutto e tutti. Alcuni compagni di scuola erano figli o nipoti di ex gerarchi fascisti: i più “buoni” mi sussurravano che “non era giusto che, in quanto ragazzo con disabilità” fossi bravo a scuola. Per loro era uno spreco.

Alcuni erano addirittura aggressivi nei miei confronti perché non ammettevano che fossi più bravo di loro a scuola. Da piccolo presi anche delle botte: quando non ce la facevano a picchiarmi singolarmente ci si mettevano anche in due o tre per sopraffarmi.



Essere disabili è anche una ricchezza: a suo parere, è cambiata la mentalità in questo senso?


Essere persone con disabilità può essere una ricchezza se l'ambiente che ti circonda ti permette di sviluppare la ricchezza che è in te e che devi scoprire un pezzo alla volta. Se devi usare tutte le tue forze per galleggiare e sopravvivere ai bisogni primari non è una ricchezza. La mentalità sta cambiando, è vero, però non con la velocità con la quale si espande la disabilità che, sappiamo tutti, è in continua espansione.

 

Nel libro racconta di averel subito anche atti di bullismo: cosa vorrebbe dire ai bulli di oggi e alle vittime?

 

Vorrei poter dire che il problema non ero io ma loro. Io non volevo nulla da loro: erano loro a ritenere che certe mie caratteristiche spettassero a loro.


Grazie a chi e a cosa è cambiata la sua vita?

 

Non lo so quali siano state le cause che hanno cambiato la mia vita e con quale incidenza vi abbiano contribuito. Credo una miscellanea di volontà, capacità di sfruttare “in tempo reale” la maggior parte delle occasioni che mi si prospettavano e… una dose massiccia di Provvidenza di riuscire a fare il tutto.

venerdì 7 agosto 2015

Per non dimenticare le terre dei fuochi

 
L'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato, nell'ambito della manifestazione “D(i)ritti al centro!” un incontro con il Thomas Turolo, regista del documentario Ogni singolo giorno in cui ha dato voce agli abitanti delle terre dei fuochi infestate dai rifiuti e dagli sversamenti tossici. Il diritto alla salute e alla vita, i racconti dei malati, l'agricoltura in crisi: questi sono solo alcuni degli argomenti di cui si è parlato. Ringraziamo l'autore, il Centro Asteria che ha ospitato la manifestazione e tutte quelle persone (donne, uomini, bambini, giovani e meno giovani) che hanno prestato anche il loro volto per dire NO alla mafia e alle collusioni disoneste.

Eccovi il video
 
 
 

mercoledì 29 luglio 2015

Solidarietà per il guerriero di Scampia






  (da Il fattoquotidiano.it)





Lo diceva Henry David Thoureau: “La solidarietà è l’unico investimento che non fallisce mai”. Da questa convinzione, da questo sentimento nasce l’appello per sostenere economicamente i genitori di Ivan Grimaldi Anna e Antonio, che vivono ancora a Scampia, senza Ivan, il figlio disabile morto il 5 luglio per il quale Vittorio Passeggio del Comitato delle Vele di Scampia, insieme a Lorenzo Liparulo e Omero Benfenati, è stato in prima fila, anzi, accanto a Ivan nella sua lunga battaglia.

Genitori senza un lavoro e in attesa per settembre 2015 di un nuovo alloggio che – come gli altri 5 casi di disabilità dei nuclei delle Vele – gli verrà consegnato nei prossimi mesi. L’ha dichiarato Luigi De Magistris in una recente intervista: “A settembre la famiglia di Ivan avrà un alloggio nuovo. Il Comune darà case ai disabili di Scampia”. Fa piacere a tutti sapere che finalmente la famiglia di Ivan riceverà quello per cui lottava. Una lotta in cui Ivan, va ricordato, mai dimenticato, è stato sempre attivo, non solo per se stesso – raccontava con il suo carattere, forte e generoso – ma anche per le persone con la sua stessa vita.



Eppure oggi l’amarezza è tanta, uno stato d’animo condiviso tra chi conosceva la storia di Ivan. Stringe il cuore sapere che in questo passaggio dall’alloggio nelle Vele a un altro più dignitoso non ci sarà a varcarne la soglia lui, “il guerriero di Scampia”, ma solo il suo ricordo ad accompagnare la famiglia.

Stringe il cuore, sì, ma pensiamo a chi resta, a chi è qui, vivo e continuerà a lottare: pensiamo ai genitori di Ivan. Oggi nelle Vele, va ricordato, sono rimasti loro. Non hanno lavoro e vivono senza sostegni economici.

Dimenticare Ivan e la sua battaglia non sarà possibile. “Il guerriero di Scampia”, così piace a tutti ricordarlo, continuerà a esistere nella memoria e nelle battaglie che verranno portate avanti. Ma a partire da un profondo senso di solidarietà, dal valore della sua lotta, dalla cura per chi resta, dal pensiero di Anna e Antonio che dopo il funerale hanno passeggiato dietro il carro funebre fino alla Vela Gialla, perché la salma di Ivan passasse per l’ultima volta lì dove è nato e cresciuto, a partire da tutto questo così come è avvenuto nel 2011 sosteniamo di nuovo, con forza, questa famiglia.

L’appello invita dunque istituzioni, fedeli sostenitori di Ivan, amici, conoscenti, associazioni, stampa e chi vorrà esprimere solidarietà a effettuare una donazione libera prendendo informazioni direttamente da questo link, dove tra i primi firmatari compaiono: Maurizio De Giovanni, scrittore; Erri De Luca, scrittore; Domenico Lopresto, Unione Inquilini Napoli; Vittorio Passeggio, Comitato delle Vele di Scampia; Toni Pellicane, Comitato di Lotta per la Casa 12 luglio.

Dopo due giorni in cui la salma è stata esposta presso la camera ardente all’interno dell’Ottava Municipalità di Napoli, a Scampia, il quartiere di Ivan, domenica 19 luglio i funerali si sono svolti presso la chiesa del Buon Rimedio del Don Guanella. Accanto alla famiglia Vittorio Passeggio, del Comitato delle Vele di Scampia, delegati del sindaco Carmine Piscopo, Assessore all’Urbanistica, Arnaldo Maurino e Maria Teresa Caiazzo, Consigliere Comunale. Angelo Pisani, Presidente dell’VIII Municipalità, Domenico Lopresto, Segretario Unione Inquilini Napoli, Chiara Ciccarelli, Comitato Territoriale Mammut...