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martedì 15 dicembre 2015

Il carnevale dei truffati: il caso di Giuseppe Pinelli si riapre



In occasione dell'anniversario della strage di Piazza Fontana e dell'omicidio di Giuseppe Pinelli, l'Associazione per i Diritti umani vi segnala il seguente spettacolo, in scena presso il Teatro della Cooperativa di Milano, fino al 20 dicembre.
 
 
 
 
 
 
 
di Piero Colaprico | con Renato Sarti e Bebo Storti e in video Paolo Rossi
regia Renato Sarti
Dopo il grande successo della scorsa stagione torna il testo scritto da Piero Colaprico, Il carnevale dei truffati, regia Renato Sarti.
Un dio ironico e anticonvenzionale (Paolo Rossi, in video) decide di rispedire il commissario Luigi Calabresi e l’anarchico Giuseppe Pinelli (Bebo Storti e Renato Sarti) sulla terra, ai giorni nostri, a Milano. Il risultato? Un confronto surreale e grottesco su "chi eravamo" e su come sia stato possibile cadere così in basso.


Biglietti a 10 euro...

domenica 19 luglio 2015

Milano ricorda Paolo Borsellino

19 luglio 1992 - 19 luglio 2015
Milano ricorda Paolo Borsellino



Domenica 19 luglio 2015 Milano ricorda Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina.
Al mattino alle 10.30 convegno in Sala Alessi a Palazzo Marino dalle ore 10.30 con un convegno e al pomeriggio dalle 16.15 all'albero Falcone-Borsellino, in via Benedetto Marcello per osservare - alle 16.58 - un minuto di silenzio.


Di seguito le iniziative


Mattino: convegno dalle 10.30 alle 12.30 in Sala Alessi, Palazzo Marino

Basilio Rizzo, pres. Consiglio Comunale di Milano Saluti istituzionali

Laura Incantalupo, Scuola Caponnetto“Vivere l’antimafia nel quotidiano è possibile per tutti”

David Gentili, pres. Comm. Consiliare Antimafia Comune di Milano"L'impegno del Comune di Milano nella lotta alle mafie: dal negazionismo alla costituzione di parte civile"

Lucilla Andreucci, referente Libera Milano“Libera Milano, esperienza di antimafia sociale. Un popolo in movimento”

Giuseppe Teri,  Scuola Caponnetto, Coordinamento Scuole Milanesi"Rocco Chinnici, precursore del pool antimafia. Il magistrato che per primo intuì l'importanza di organizzare e coordinare la lotta alla mafia"

Sabrina D'Elpidio, Agende Rosse di Milano gruppo Peppino Impastato "Via D'Amelio: la difficile ricerca della verità tra depistaggi e menzogne"

Donata Costa, pubblico ministero presso la Procura di Monza "Corruzione: anticamera della mafia al nord"

Nando dalla Chiesa,  pres. Scuola Caponnetto, pre. onorario Libera "La stagione delle stragi. Significati storici e convergenze strategiche"



Pomeriggio: cittadini e Istituzioni si incontrano dalle 16.15 all'albero Falcone-Borsellino in via Benedetto Marcello, davanti al Liceo Volta

Alle h. 16.58 un minuto di silenzio e la sirena dei Vigili del Fuoco. Installazioni d’arte a cura di Jerry Bogani e di Studio Pace10 “Gli eroi non muoiono mai” e “L’agenda rossa di Paolo Borsellino

venerdì 7 novembre 2014

Farian Sabahi racconta le donne iraniane (e non solo)



Oggi, cari lettori, pubblichiamo per voi il video dell'incontro che l'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato con la presentazione dei saggi di Farian Sabahi: Noi donne di Teheran e Il mio esilio.



Questo incontro e questo video sono dedicati a Reyhaneh Jabbari, condannata a morte e poi impiccata nel carcere di Teheran per l'uccisione, nel 2009, dell'uomo che tentò di stuprarla.



Oggi, 7 novembre, è la giornata mondiale contro la violenza di genere. Ricordiamo che il numero italiano per denunciare o segnalare casi di violenza è il 1522.











Se apprezzate il nostro lavoro e i nostri incontri pubblici, potete sostenerci con una piccola donazione anche di 2 euro. Basta cliccare, in alto a destra, sulla dicitura “Sostienici” ed effettuare la donazione con Paypall o bonifico, è facile e sicurissimo. Grazie!

lunedì 6 ottobre 2014

L'Iran di ieri e di oggi: lo sguardo delle donne




Mercoledì 8 ottobre , alle ore 19.00, si terrà un incontro pubblico con FARIAN SABAHI, in occasione della presentazione dei saggi Noi, donne di Teheran e Il mio esilio.

L'incontro si svolgerà a Milano, presso il Bistrò del tempo ritrovato, Via Foppa, 4 (MM2 Sant'Agostino). L'incontro è a cura dell' Associazione per i Diritti Umani.







«Donna è Teheran. E come ogni Shahrzad, sussurra le parole giuste. Convince. Incanta il suo interlocutore. E incanterà anche voi, se deciderete di viaggiare.»

Un racconto in prima persona sulle origini della capitale iraniana e sulle sue contraddizioni, sui diritti delle minoranze religiose e delle donne. Donne protagoniste in molti campi, persino nello sport, ma che sono ancora in fondo solo un tassello nella propaganda di regime. Un testo animato dai versi dei grandi poeti persiani che affronta anche con ironia i tempi più complessi, nel tentativo di abbattere i più vieti stereotipi sull’Islam



Shirin Ebadi è stata la prima donna iraniana e la prima musulmana a ricevere il Nobel per la Pace. Nel 2003 il Comitato per il Nobel l’ha scelta “per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia”. Magistrato, costretta a lasciare il proprio incarico dopo la rivoluzione degli ayatollah, Shirin Ebadi è giurista, avvocato, scrittrice e pacifista. Vive ancorata al principio della legalità e della difesa dei diritti.
“L’11 febbraio fu annunciata la vittoria dei rivoluzionari. Eravamo felici, pensavamo fosse l’inizio di una nuova fase nella storia di un paese millenario. E invece, proprio quel giorno, l’8 marzo 1979, la radio annunciò che tutte le impiegate della pubblica amministrazione avrebbero dovuto coprire i capelli con il foulard.”. La giornalista Farian Sabahi incontra il premio Nobel per undialogo alla ricerca di un percorso per l’Iran di oggi, con uno sguardo indagatore sugli anni che hanno portato al teso clima politico attuale.





Farian Sabahi insegna Storia dei Paesi islamici presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Torino. È autrice di diversi saggi, accademici e divulgativi, tra cui Storia dello Yemen (Bruno Mondadori 2010), Storia dell'Iran 1890-2008 (Bruno Mondadori 2009), Un'estate a Teheran (Laterza 2007), Islam: l'identità inquieta d'Europa. Viaggio tra i musulmani d'Occidente (Il Saggiatore, 2006). Giornalista professionista, scrive per il "Sole24Ore". Ha realizzato due cortometraggi e scritto la sceneggiatura di alcuni spettacoli teatrali. Nel 2011 ha vinto il premio Amalfi nella sezione Mediterraneo e nel 2012 il premio Torino Libera intitolato a Valdo Fusi.


martedì 30 settembre 2014

Morte di un uomo felice: il vincitore del Premio Campiello 2014




Giorgio Fontana, autore giovane, ma con al suo attivo già molte opere di successo. Il suo ultimo lavoro letterario si intitola Morte di un uomo felice , edito da Sellerio, ed è il romanzo vincitore del Premio Campiello 2014.

Milano, estate 1981: siamo nella fase più tarda, e più feroce, della stagione terroristica in Italia. Non ancora quarantenne, Giacomo Colnaghi a Milano è un magistrato sulla linea del fronte. Coordinando un piccolo gruppo di inquirenti, indaga da tempo sulle attività di una nuova banda armata, responsabile dell’assassinio di un politico democristiano. Il dubbio e l’inquietudine lo accompagnano da sempre. Egli è intensamente cattolico, ma di una religiosità intima e tragica. È di umili origini, ma convinto che la sua riuscita personale sia la prova di vivere in una società aperta. È sposato con figli, ma i rapporti con la famiglia sono distanti e sofferti. Ha due amici carissimi, con i quali incrocia schermaglie, il calcio, gli incontri nelle osterie.
Dall’inquietudine è avvolto anche il ricordo del padre Ernesto, che lo lasciò bambino morendo in un’azione partigiana. Quel padre che la famiglia cattolica conformista non poté mai perdonare per la sua ribellione all’ordine, la cui storia eroica Colnaghi ha sempre inseguito, per sapere, e per trattenere quell’unica persona che ha forse amato davvero, pur senza conoscerla.
L’inchiesta che svolge è complessa e articolata, tra interrogatori e appostamenti, e andrà a buon fine. Ma la sua coscienza aggiunge alla caccia all’uomo una corsa per capire le ragioni profonde, l’origine delle ferite che stanno attraversando il Paese. Anche a costo della sua stessa vita.



Abbiamo avuto l'opportunità di fare questa breve intervista all'utore che ringraziamo molto.




C'è una data importante nel romanzo: il 1981. E' anche la sua stessa data di nascita. Si tratta solo di una coincidenza?


In effetti sì: la data della morte di Giacomo Colnaghi era stata decisa nel romanzo precedente, "Per legge superiore", dove compariva come personaggio minore — ma non per questo meno importante. Mi sembrava un anno adeguato dal punto di vista storico, e così l'ho scelto.



Perchè ha sentito l'esigenza di scrivere questa storia?



Mi è sempre terribilmente difficile rispondere a questo domanda. Per me non c'è una ragione o un'esigenza identificabile che spingono a raccontare una storia o un personaggio, se non l'amore per quella storia e per quel personaggio. Tutto qua.



Come si è documentanto per la stesura del libro?



Ho studiato molto. Non avendo vissuto quegli anni, ho sentito particolarmente la responsabilità di ricostruirli nella loro complessità. Certo, ho scelto di raccontare solo una delle tante storie possibili; ma per farlo era necessario avere uno sfondo di conoscenze accurato. E così ho passato diverso tempo sui libri, sugli archivi dei giornali, a guardare filmati dell'epoca... E naturalmente anche a girare per Milano.



Quanto è importante, oggi, una riflessione sul tema dell giustizia?


Credo sia sempre importantissima; non solo sulla giustizia procedurale ma anche e soprattutto sulla giustizia sociale, la cui situazione in Italia è particolarmente spaventosa. Per quanto mi riguarda, cerco di tenere distinta la mia attività di narratore da quella di — uso questa parola molto ambigua — "intellettuale" militante. È vero che gli ultimi due miei romanzi si interrogano sulla giustizia, ma per me è fondamentale innanzitutto raccontare i singoli, non tanto i grandi temi.




Anche il tema della Fede è centrale...

 

Pur essendo ateo, mi è piaciuto rappresentare Colnaghi come un uomo di fede — ma dotato di una fede tormentata, intima, che lo porta continuamente a interrogarsi su quello che fa e quelli che invece sono i suoi limiti.

martedì 15 aprile 2014

Carceri. I confini della dignità




 
La reclusione in carcere come pena regolamentata nello spazio e nel tempo è l'esito di una grande rivoluzione prodotta dal movimento utilitarista e da quello illuminista. Il carcere come pena è un'invenzione della modernità connessa a grandi questioni che lo trascendono e a volte lo rimuovono: dal modello di produzione economica alla ideologia del lavoro, dai più generici obiettivi di giustizia al più specifico tema del rito del processo penale.
Il carcere come pena ha a che fare con il sistema sociale e con quello fiscale, con le scelte urbanistiche e con quelle architettoniche, con i diritti umani e con il residuo di giustiziabilità degli stessi, con la dignità dei corpi e con la salvezza delle anime, con l'etica e con la religione. Il carcere come pena è dentro il sistema del diritto, ma è storicamente poco incline a farsi ingabbiare dal diritto. E' il risultato di un giudizio che si trasforma in pregiudizio. Il carcere, per non ridursi a descrizione storica, va letto anche attraverso una indagine epistemologica che usi le categorie classiche dello spazio e del tempo e ne sveli le aporie”.
Questo un brano dell'introduzione al testo Carceri. I confini della dignità, di Patrizio Gonnella.

Un’opera profonda e coraggiosa, frutto di una straordinaria esperienza da parte del presidente dell’associazione Antigone che da anni lavora e lotta per i diritti dei carcerati detenuti e per il miglioramento della loro esistenza all'interno degli istituti penitenziari: una tematica, quella della riforma delle carceri, in prima pagina nell’agenda sociale e politica dell’Italia di oggi.
Dopo lunghi decenni dedicati e in parte persi inseguendo la retorica rieducativa, in questo libro si propone un cambio di paradigma. Si ridisegnano i confini della pena carceraria attraverso una descrizione qualitativa e critica dei diritti dei detenuti, avvalendosi di standard internazionali. Diritto alla vita, diritto alla salute, diritto agli affetti, diritto alla libertà di conoscenza e di coscienza, diritto di voto, diritto al lavoro, diritto di difesa non sono nella disponibilità di chi detiene il potere di punire: per riaffermare questi diritti è necessario, appunto, un cambio di prospettiva. (Vedi anche l'articolo in cui si fa riferimento al saggio di Gherardo Colombo
Il perdono responsabile, pubblicato su questo sito).
La pratica penitenziaria evidenzia una distanza tra diritti proclamati e diritti garantiti. Lo svelamento delle violazioni sistematiche dei diritti che avvengono nelle carceri serve a chiarire a noi stessi che lo stato sociale costituzionale di diritto si difende con il lavoro giuridico affiancato a un lavoro politico, ma soprattutto culturale: la direzione potrebbe essere quella di predisporre percorsi rieducativi e riabilitativi per il detenuto, ricominciando dalla tutela della sua dignità in quanto “essere umano”: un percorso non facile, un percorso che non può essere rivolto a tutti, ma che per alcuni può funzionare per restituire la vita, la consapevolezza e il senso di responsabilità, individuale e sociale.



Il volume sarà presentato in anteprima a Milano alla libreria Jaca Book mercoledì 16 aprile alle ore 18.30, in Via Frua, 11 (ingresso da Via Stelline), Milano. Intervengono con l'autore, Adolfo Ceretti Professore Ordinario in Medicina Legale all'Università di Milano Bicocca, Mirko Mazzali Presidente Commissione Sicurezza del Comune di Milano, Alessandra Naldi Garante Detenuti del Comune di Milano


giovedì 3 aprile 2014

Giustizia retributiva e giustizia riparativa (e il saggio di Gherado Colombo)



Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha annunciato un nuovo metodo di cooperazione con il Consiglio d'Europa in materia di emergenza carceri: questo in risposta alla condanna dell'Italia, da parte della Corte europea dei diritti dell'Uomo, per la violazione dei diritti dei detenuti. Entro il prossimo 28 maggio, l'Italia dovrà presentare il pacchetto “svuotacarceri” su cui ancora si sta tanto discutendo. Tra le proposte prese in esame dal governo italiano vi sono: la riforma della custodia cautelare, una depenalizzazione per i reati riguardanti alcune sostanze stupefacenti, il rimpatrio degli stranieri e pene alternative per alcune categorie di detenuti.

Vogliamo ricordare, però che esistono due tipi di giustizia: quella retributiva e quella riparativa.

La prima, la più diffusa, è quella che considera la punizione come la giusta conseguenza al reato e, quindi, pone al centro la trasgressione. La seconda, invece, pone al centro la persona, anche se si tratta di chi ha commesso la trasgressione.

Secondo indagini recenti, la maggior parte dei condannati a pene carcerarie torna a delinquere e invece di essere accompagnata in un percorso di riabilitazione - come prevede la nostra Costituzione - viene rinchiusa e privata dei diritti fondamentali. Mentre, per quanto riguarda le vittime dei reati, chiedono, forse comprensibilmente, solo vendetta.

L'ex magistrato, Gherardo Colombo, nel suo saggio intitolato Il perdono responsabile  (edito da Ponte alle Grazie) riflette su questi argomenti e mette a confronto la giustizia retributiva e quella riparativa. La domanda di partenza è: “Si può educare al bene attraverso il male?” perchè di educazione si tratta o si dovrebbe trattare. Secondo la giustizia di Stato, quella retributiva, la persona viene valutata in base ai suoi comportamenti, buoni o cattivi: la persona in quanto tale non ha alcun valore. La giustizia riparativa, invece, ribalta il punto di vista e considera prioritaria la dignità della persona, di qualsiasi persona, anche del reo. La Costituzione italiana e la Dichiarazione ONU sui diritti dell'Uomo confermano questo, nel momento in cui sanciscono che l'ordine debba essere finalizzato alla realizzazione della persona e non viceversa: secondo tale visione, chi ha commesso un reato deve poter affrontare un percorso di recupero, di inclusione e anche di riconciliazione. I programmi della giustizia riparativa - come ricordato anche in un altro articolo che abbiamo pubblicato su questo argomento - prevedono, infatti, l'incontro e la responsabilizzazione dei rei, delle vittime e dell'intera società. Risulta importante il concetto di responsabilità se si pensa, ad esempio, che in molti casi il detenuto sbattuto in carcere non è del tutto consapevole delle proprie azioni: non sta in carcere per senso di responsabilità profonda, ma perchè costretto e basta. Anche e soprattutto perchè, come dice il Prof. Colombo: “ Le persone seguono le regole non perchè le condividano, ma per evitare la punizione o meritare il premio”.

Infine, il perdono: qualche settimana fa abbiamo pubblicato anche un video di Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, in cui spiega i motivi per cui ha deciso di perdonare gli assassini di suo padre: motivazioni che si collegano allo scritto del magistrato quando sostiene che, alla base di ogni cammino di perdono, ritorni il concetto di “responsabilità”. Il reo deve capire quali siano le conseguenze del male commesso e assumersi la responsabilità della sua riparazione, mentre la comunità deve assumersi la responsabilità di ri-accogliere il reo. E' una sfida, reciproca, che può far crescere e maturare sia come uomini sia come cittadini.