"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
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domenica 1 novembre 2015
Giornata internazionale di solidarietà con Kobane
La città kurdo-siriana è ancora in pericolo - gravi accuse alla Turchia
A un anno dai sanguinosi scontri con le milizie dello "Stato Islamico" terminati con la cacciatia delle milizie estremiste, gli abitanti della città kurdo-siriana di Kobane sono tuttora in pericolo. In occasione della Giornata internazionale di solidarietà con Kobane (1 novembre) l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa la Turchia di sparare alle postazioni di difesa kurde oltre frontiera. Un anno fa, Ankara era accusata di sostenere o, se non altro, tollerare gli estremisti dell'IS; ora il governo turco è andato oltre e attacca con il proprio esercito le postazioni kurde nella speranza di indebolire l'autodifesa kurda e di assumere direttamente il controllo sulle zone d'insediamento dei Kurdi. Le autorità turche inoltre stanno bloccando alla frontiera gli aiuti alimentari, l'acqua potabile e i farmaci inviati ai circa 150.000 civili che hanno deciso di tornare nella propria casa a Kobane.
Nonostante l'IS sia stato cacciato da Kobane, le sue milizie potrebbero farvi ritorno se la resistenza kurda dovesse allentare la presa. Nella battaglia per Kobane hanno perso la vita tra 1.000 e 1.5000 combattenti kurde e kurdi e circa altri 500 civili turchi. Altri 5.000 sono rimasti feriti e sono stati medicati in ospedali d'emergenza improvvisati o nei vicini comuni kurdi in Turchia. Le autorità turche hanno ripetutamente negato i trattamenti medici in Turchia e spesso i combattenti kurdi feriti hanno dovuto aspettare giorni interi al valico di frontiera prima di poter entrare in Turchia ed essere medicati. Durante la battaglia di Kobane i circa 400.000 abitanti della città e dei dintorni erano quasi tutti fuggiti. Nonostante le attuali condizioni catastrofiche, circa 1.000 persone lasciano ogni settimana i campi profughi nel sud della Turchia per tornare a casa propria. Molti altri hanno invece continuato la loro fuga in Europa e non hanno per ora alcuna possibilità di poter tornare a casa. La città di Kobane è per l'80% distrutta e negli unici due ospedali rimasti aperti, uno civile e l'altro militare, manca praticamente tutto. Attualmente il valico di frontiera dalla Turchia verso Kobane è aperto solo due volte in settimana e solamente per chi è disposto a tornare a Kobane.
La Giornata internazionale di solidarietà con Kobane è stata celebrata la prima volta l'1 novembre 2014 dai Kurdi in esilio e dai loro amici in Europa, America, Africa e Australia per sostenere almeno moralmente le cittadine e i cittadini di Kobane. Le milizie dell'IS avevano tentato la conquista della città kurda già alla fine del 2013 ma erano stati bloccati dalle unità di difesa popolari (YPG) kurde. A metà settembre 2024 l'IS aveva allora avviato una massiccia offensiva contro la città. Dopo mesi di sanguinosi scontri strada per strada e casa per casa, le unità kurde hanno ottenuto armi e il sostegno aereo degli USA. Il governo turco ha invece continuato a negare ogni forma di aiuto ai combattenti assediati e solo in seguito alle pesanti pressioni internazionali agli inizi di novembre ha permesso a 150 peshmerga kurdo-iracheni di raggiungere Kobane per sostenere i combattenti kurdi con armamenti pesanti.
Vedi anche in gfbv.it: www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150916it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150828it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150806it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150730it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150727it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150624it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150611it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150609it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150522it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150320it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150128it.html | www.gfbv.it/3dossier/kurdi/indexkur.html | www.gfbv.it/3dossier/kurdi/kurtur-it.html
in www: http://it.wikipedia.org/wiki/Yazidi | http://it.wikipedia.org/wiki/Kurdistan
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martedì 3 febbraio 2015
Kobane liberata e il rapimento di Susan Dabbous
Kobane la città siriana al confine con la Turchia occupata in parte e per diverso tempo dai miliziani dello Stato Islamico (IS) + stata liberata. Nel pomeriggio di lunedì 26 gennaio, l’Osservatorio siriano per i diritti umani – organizzazione non governativa pro-ribelli con base a Londra – ha detto che i curdi hanno riconquistato quasi tutta la città si è parlato del 90% di Kobane, anche se è difficile quantificare esattamente quanto territorio sia ancora controllato dallo Stato Islamico.
A causa degli intensi combattimenti e bombardamenti degli ultimi mesi Kobane è diventata una cosiddetta “città fantasma”, dove ormai non vive più nessuno. Riportiamo un paio di immagini del fotografo turco Bulent Kilic – scelto come miglior fotografo di news del 2014 dalla rivista TIME – che ha reso testimonianza della Kobane “liberata” e dei curdi vincitori.
Di
seguito la nostra intervista alla giornalista Susan Dabbous sulla
sua esperienza di vittima di rapimento in Siria.
Il 3
aprile 2013 Susan Dabbous, giornalista di origini siriane, è stata
rapita insieme ad altri tre reporter italiani. Sono stati
sequestrati a Ghassanieh, un villaggio cristiano, da parte di un
gruppo legato ad al-Qaeda mentre stavano facendo le riprese per
preparare un documentario per la RAI.
I
giornalisti sono stati dapprima portati in casa-prigione,
successivamente Susan è stata trasferita, da sola, in un
appartamento con Miriam, moglie di uno jihadista, con cui ha dovuto
pregare e ascoltare i discorsi di Bin Laden. Ma la domanda che le
veniva posta, in maniera ricorrente, era: “ Qual è la tua morte
preferita?”.
Da qui
il titolo del libro: Come
vuoi morire? Rapita nella Siria in guerra, il
diario della prigionia di Susan Dabbous, edito da Castelvecchi.
Abbiamo
intervistato per voi la giornalista che ringraziamo molto.
Innanzitutto, ci può raccontare brevemente qual è il ricordo più duro legato alla sua prigionia e quali erano i suoi pensieri ricorrenti durante quell'esperienza? Come si è rapportata con i rapitori?
Ho optato per un atteggiamento passivo di sottomissione totale, ma ci tengo molto a precisare che l’islamizzazione è stata una cosa volontaria, sono io che ho chiesto di imparare la preghiera, volevo integrarmi nel loro contesto sociale, condividere i miei giorni con altre donne nel caso in cui ce ne fossero state, uscire da un contesto di prigionia violento e angosciante. Credevo che mi avrebbero tenuto per mesi se non per anni, come accaduto ad altri ostaggi. L’integrazione per me equivaleva alla sopravvivenza.
Recentemente, durante una presentazione del suo libro, lei ha citato la frase di Padre Paolo Dall'Oglio: “Non mancare la propria morte”: ci può spiegare il significato di quella frase e del concetto che esprime?
Tra le frasi che mi hanno colpito di più del libro “Collera e Luce” di Padre Paolo Dall’Oglio c’è questa: “Per me inconsciamente la preoccupazione di non fallire la propria morte è rimasta molto viva e interviene nelle mie scelte. La paura di non morire là dove si dovrebbe, quando si dovrebbe e per le giuste ragioni”. Ho trovato in questa frase molto forte il concetto di sacrificio, cristiano, umano, per il prossimo: là dove la fede non è pregare per la propria salvezza bensì per il miglioramento dell’umanità. Padre Paolo crede così tanto nel dialogo da non ha paura di proporlo ovunque e a chiunque. In Egitto, come in Siria senza dimenticare l’Iraq. Le sue recenti scelte sono state dettate dal coraggio ma anche da una conoscenza più che trentennale del Medio Oriente. Da luglio scorso non si hanno più notizie di lui, chi lo detiene in Siria sa probabilmente chi ha tra le mani. Spero con tutta me stessa che sia trattato con rispetto.
Nel suo libro parla del coraggio del popolo siriano. La guerra civile è una guerra che i civili stanno pagando a un prezzo altissimo: vuole riportare alcune voci di quelle persone? Le loro aspettative, le loro richieste...
In Siria si spera di tornare presto alla normalità. I bambini vogliono tornare a scuola; i padri di famiglia vogliono lavorare, perché il problema del lavoro è assolutamente centrale. Le donne sognano di ritornare nelle proprie case. Sono stanche di vivere la condizione di povertà estrema, di precarietà e di mancanza di dignità. A nessuno piace essere profugo, ma in questo caso specifico si tratta di un popolo con scarsa propensione all’emigrazione. I siriani, anche i più poveri e modesti, posseggono una casa o un pezzetto di terra.
Il 2 aprile scorso è stato cancellato, in Italia, il reato di immigrazione: cosa possono fare l'Italia, ma anche l'Unione Europea in termini di immigrazione? E come tutelare i diritti dei rifugiati, dei richiedenti asilo?
L’Europa potrebbe impegnarsi di più nell’accoglienza dei profughi che arrivano sulle nostre coste sostenendo viaggi disumani, pagando decine di migliaia di euro. Appena arrivati si sentono salvi, dopo poche ore inizia un nuovo calvario, tutto europeo e burocratico, fatto non più di loschi trafficanti e vecchi barconi ma di questure e fogli di rinvio. Bisognerebbe rivedere il regolamento di Dublino che obbliga il richiedente asilo a fare domanda nel primo paese d’arrivo. Un sistema palesemente fallimentare perché nessuno vuole rimanere in Italia, Grecia o Bulgaria, paesi dalle economie fragili incapaci di dare non solo opportunità ma a volte anche l’assistenza di base.
Qual è o quale deve essere il ruolo dei mass-media italiani (e occidentali in genere) nel raccontare ciò che succede in Medioriente? E' possibile fare giornalismo, in tema di politica estera, con precisione e attenzione alla verità?
Credo che la Siria venga raccontata e anche bene, ma è una qualità dell’informazione accessibile solo ai tecnici, a chi sa dove prendere cosa. Tra siti internet, fonti dirette e fughe di notizie da parte di chi vuole colpire questo o quel gruppo in conflitto. Il problema, certo, è come rendere fruibile questa quantità a volte anche mastodontica di notizie. Discernere e tentare di verificare senza mettere a repentaglio la propria vita. È una sfida importante, conosco giornalisti italiani e stranieri che sono entrati e usciti illesi dalla Siria negli ultimi mesi, questo non significa però che non abbiano affrontato enormi rischi. In Italia c’è però un problema di discontinuità, sui temi di politica estera che vengono raccontati a singhiozzo, questo non aiuta affatto la comprensione di fenomeni complessi che ci sono ad esempio dietro i conflitti.
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mercoledì 17 dicembre 2014
La resistenza a Kobane
Non abbandoneremo mai le nostre terre
Il ministro della Difesa di Kobanê Ismet Şêx Hesen sta combattendo insieme a due dei suoi figli in difesa di Kobanê. Hesen e i suoi due figli che si trovano nelle fila YPG dicono: “Kobanê è più prezioso di ogni altra cosa. Non permetteremo mai che alle mafie ISIS di prenderlo. I giovani di Kobanê dovrebbero venire ad occupare il loro posto nella resistenza."
Il modello sociale egualitario del cantone di Kobanê è stato dimostrato nella resistenza agli attacchi ISIS. Un esempio di questo è la famiglia Hesen. Poiché gli attacchi sono iniziati a Kobanê, il Ministero della Difesa ha continuato il suo lavoro in condizioni difficili, mentre i due figli, Kajin e Dilgêş stanno combattendo nelle fila delle YPG. Un nipote di Hesen è, anche, morto durante la resistenza a Kobanê.
‘Ho la fortuna di lottare spalla a spalla con i miei figli’.
Il ministro della Difesa di Kobanê Ismet Şêx Hesen ha detto che aveva impugnato le armi, anche, in un precedente attacco di luglio, aggiungendo: “Quando questo ultimo assalto ha avuto inizio non ho esitato a prendere la mia pistola e unirmi alla resistenza”. Hesen ha continuato dicendo che suo figlio Kajin era già stato nelle YPG, e quando gli ultimi attacchi sono iniziati, a settembre, anche il figlio Dilgêş si è unito alle truppe. Hesen aggiunto di essere orgoglioso dei suoi figli e di essere felice di lottare con loro fianco a fianco.
‘La libertà è più preziosa di ogni altra cosa’.
Şêx Hesen ha usato l’Algeria come esempio, dicendo: “Migliaia di persone provenienti da tutto il mondo sono andate in Algeria e hanno sacrificato la loro vita per la libertà del popolo. Siamo anche disposti a fare questo per la nostra terra. Ciò che riteniamo importante è Kobanê e la libertà del popolo curdo”.
‘Non permetteremo all’ ISIS di prendere Kobanê’.
Il figlio maggiore di Hesen, Kajin Hesen, si è unito alle YPG 3 anni fa. Fu ferito durante la battaglia contro l’Al Nusra ad Afrin, poi è venuto a Kobanê per unirsi alla resistenza qui. Kajin Hesen ha detto che ora stava combattendo contro le bande ISIS insieme a suo padre e suo fratello. “Non permetteremo mai che alle mafie ISIS di prendere Kobanê”, ha aggiunto.
‘Se necessario, tutta la famiglia si unirà alla resistenza’.
Dilgêş Hesen ha deciso di aderire alle YPG quando gli attacchi ISIS hanno avuto inizio, il 15 settembre. Egli ha detto: “All’inizio ho combattuto sul fronte orientale. Ora vado ovunque sia utile. Sto difendendo Kobanê insieme a mio padre e mio fratello maggiore. Non possiamo abbandonare Kobanê aall’ ISIS”. Dilgeş Hesen ha detto che, se necessario, la madre e altri fratelli si sarebbero uniti alla difesa di Kobanê, e ha invitato i giovani del Cantone a farvi ritorno, dicendo: “Tornate e cerchiamo di difendere Kobanê insieme. Partire non è una soluzione. La migliore e più onorevole cosa da fare è rimanere qui e lottare per la libertà del nostro paese”.
(Ufficio d' informazione del Kurdistan
in Italia)
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