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giovedì 31 dicembre 2015

Un anno: Islam, Medioriente e Occidente

Per ricordare, simbolicamente, quello che è accaduto durante il 2015 nel mondo, l'Associazione per i Diritti Umani ripubblica, per voi, il video di un incontro organizzato nel gennaio scorso.

I temi: rapporto Occidente e Medioriente, Islam e politica, terrorismo, il genocidio della popolazione siriana, le migrazioni e molto altro.
Ma soprattutto il nostro pensiero va a Padre Paolo Dall'Oglio e a tutti coloro che sono stati rapiti e di cui non si hanno notizie.

Ringraziamo il giornalista Shady Hamadi e il Prof. Camille Eid




martedì 22 dicembre 2015

Una giornata nell'agenzia di stampa delle donne curde



Kurdistan, a Diyarbakir arrestata una giornalista curda La reporter Beritan Canozer è stata arrestata a Diyarbakir, nel corso di una manifestazione. Fa parte dell'agenzia di stampa JinHa, gestita interamente al femminile



di Martino Seniga (da www.rainews.it)






Turchia, due morti negli scontri a Diyarbakir tra curdi e polizia di Martino Seniga 17 dicembre 2015. E' stata arrestata mentre cercava di svolgere il suo lavoro, raccontare quello che stava accadendo durante la manifestazione per chiedere la fine del coprifuoco nel Sur, la città vecchia di Diyarbakir. Si chiama Beritan Canözer, la giornalista dell'agenzia di stampa JinHa, all’ultimo piano di uno degli edifici più alti di Diyarbakir. Jin in curdo vuol dire donna e qui lavorano solo donne. Le giornaliste sono una decina nella “capitale” e 5 o 6 dislocate in altre città del Kurdstan. Le notizie scritte in curdo, turco e inglese non raccontano solo la lotta quotidiana delle donne e degli uomini curdi in Turchia, Rojava (Siria), Iraq e Iran ma anche le storie di violenza contro le donne che arrivano da tutto il mondo. Qualche volta si trovano anche notizie positive, che raccontano i risultati ottenuti dalle donne nei campi del rispetto dei diritti umani e dell’uguaglianza. Da quando, dopo le elezioni del 6 giugno, è stato interrotto il processo di pace tra il governo turco e i rappresentanti del movimento curdo, la homepage è generalmente riempita dalle notizie dei coprifuoco e degli scontri, che da alcuni mesi caratterizzano la vita quotidiana in molti distretti del Kurdistan turco. L’attenzione delle giornaliste si concentra in particolare sui casi in cui tra le vittime dei conflitti ci sono donne e bambini.




Tra una notizia e l’altra scambio qualche parola con una delle collaboratrici mentre beviamo un caffè curdo nella cucina comune affianco alla redazione. Mi racconta che i proventi del lavoro dell’agenzia vengono ridistribuiti tra tutte le redattrici secondo i loro bisogni. Se una giornalista deve mantenere uno o più bambini o un genitore malato riceve un compenso maggiore di quello che va ad una single che vive con i genitori. Anche le decisioni editoriali vengono prese in modo collegiale, non c’è un direttore anche se una delle giornaliste più anziane è considerata quella con maggiore esperienza. Finisco il caffe curdo, che è sempre lo stesso caffè che i turchi chiamano caffè turco e i greci caffe greco.

domenica 13 dicembre 2015

La situazione odierna in Medioriente e le prospettive possibili nel conflitto israelo-palestinese



di Monica Macchi



LECTIO MAGISTRALIS DI GIDEON LEVY



Israele è come certi maestosi alberi del New England in Usa,

che sembrano solidissimi e forti, ma crollano all’improvviso,

perché sono marci dal di dentro.

Ecco la società israeliana è ormai persa,

ma dalle vostre società civili può arrivare una scossa,

attraverso il boicottaggio e altre iniziative”

Gideon Levy



Mercoledì scorso alla Casa della Cultura di Milano, organizzata dall’Associazione Oltre il Mare e senza patrocini istituzionali, la conferenza stampa del pomeriggio è andata deserta ma all’incontro serale con Gideon Levy la sala era strapiena per ascoltare una versione lontana dal pensiero unico mainstream…eccola anche a voi:
 
Figlio di rifugiati europei, giornalista di Ha’aretz e di Internazionale, Gideon Levy si autodefinisce come il tipico prodotto del sistema socio-educativo israeliano: convinto dello status di vittima obbligata ad una difesa permanente, non ha mai sentito parlare della Nakba fino agli anni ‘80 quando, durante la Prima Intifada, va in Cisgiordania come inviato e scopre “il dramma nel cortile dietro casa”, dramma che pochi giornalisti documentano. Ed è proprio per questo ha iniziato e continua a denunciare i crimini commessi ai danni dei palestinesi: “ci sarà un giorno in cui ci verrà chiesto conto di tutto questo. Ed è giusto che ne resti memoria. Gli israeliani non sono consapevoli e non sono informati, ma non potranno dire ‘io non sapevo’”.



Il filo conduttore di questo intervento è la domanda di apertura che Levy fa al pubblico e a sé stesso: “Perché un popolo generoso come gli israeliani che danno spesso aiuti nelle calamità internazionali (come è successo recentemente dopo il terremoto in Nepal e con i rifugiati siriani ospitati nelle sinagoghe di diversi Paesi) non ha dubbi morali e non protesta per il dramma e i crimini che stanno compiendo contro i Palestinesi?”

La risposta parte dalla constatazione che Israele è l’unico Stato al mondo con 3 regimi al suo interno: una democrazia liberale per gli ebrei (seppur resa debole e fragile da una legislazione anti-democratica); un regime discriminatorio per la minoranza palestinese (20% della popolazione) che partecipa solo formalmente; un regime totalitario e di apartheid nei Territori Occupati Militarmente. Dunque la prima cosa da fare è sfatare il mito di “Israele unica democrazia del Medio Oriente”: una democrazia non può essere “a metà” solo per un gruppo privilegiato di cittadini; o c’è uguaglianza o non c’è democrazia. E la seconda immagine iconica da abbattere è “l’eccezionalismo”: dall’unicità della Shoah per cui gli ebrei sono le uniche vittime della Storia..e anzi sono vittime anche degli occupati che impongono loro l’occupazione (Golda Meir è arrivata a dire non perdoneremo mai i Palestinesi per averci obbligato a uccidere i loro figli”) fino alla convinzione di essere il “popolo eletto” per cui le norme del diritto internazionale valgono solo per gli altri popoli e non si applicano agli ebrei che hanno invece un diritto di origine divina la cui fonte è direttamente nella Bibbia. Parallelamente si sta assistendo anche da parte dei media ad una deumanizzazione e criminalizzazione dei Palestinesi rappresentati come sub-umani (quindi obtorto collo non si possono neppure applicare i diritti umani a “loro”); sono “intrinsecamente cattivi”, “nati per uccidere” e la recente “Intifada dei coltelli” viene raccontata come se accoltellare ebrei fosse il nuovo hobby degli adolescenti palestinesi… esattamente come altri adolescenti collezionano farfalle, figurine o francobolli.

Gideon Levy non vede quindi una possibilità di cambiamento endogena nella società israeliana, che negli anni è diventata sempre più nazionalista, razzista e militarista e delegittima voci coraggiose ed impegnate come quella di “Breaking the silence”, un’associazione che raccoglie e diffonde testimonianze di soldati sui crimini dell’occupazione. Ripone invece speranze in variabili esogene, non tanto nell’Europa troppo paralizzata dal suo passato e dalla sua storia né negli Stati Uniti che danno un supporto cieco ed automatico a Israele al punto tale che Gideon Levy chiede provocatoriamente: “chi è il burattino e chi la super-potenza?” ma nel Sud-Africa… o meglio nel modello del Sud-Africa. Infatti dopo un viaggio a Johannesburg, si è reso conto che l’apartheid è stato sconfitto dal boicottaggio e dal fatto che i responsabili siano stati chiamati a render conto dei loro comportamenti: solo la giustizia può disinnescare l’odio. E ha cambiato idea sull’ipotesi dei 2 Stati, di cui è stato a lungo sostenitore. Visto che è dal 1967 che esiste un unico Stato ma il problema è il regime, propone di applicare il principio “una testa, un voto” perché “Israele non avrà altra scelta che accettare o essere costretta ad ammettere di praticare l’Apartheid. E chi è disposto ad accettarlo nel 2015?”.



lunedì 7 dicembre 2015

L’Ufficio della Schiavitù Sessuale



di Eve Ensler (da La Repubblica)

A Yanar e alle mie sorelle in Iraq e in Siria



Penso al listino del mercato delle schiave sessuali dell’ISIS in cui donne e bambine sono prezzate come il bestiame.
L’ISIS ha dovuto calmierare i prezzi per timore di un calo del mercato: 40 dollari per le donne tra i 40 e i 50 anni, 69 dollari per le trenta-quarantenni, 86 per le venti-trentenni fino a 172 per le bimbe da 1 a 9 anni. Le ultracinquantenni non compaiono neppure in lista, considerate prive di valore di mercato. Vengono gettate via come i cartoni di latte scaduti. Ma non ci si limita ad abbandonarle in qualche fetida discarica.
Prima probabilmente vengono torturate, decapitate, stuprate, poi gettate su un cumulo di cadaveri in putrefazione.
Penso al corpicino in vendita di una bambina di un anno, a un soldato trentenne corpulento, affamato di guerra e di sesso che la compra, la incarta e se la porta a casa, come un televisore nuovo. Cosa proverà o penserà scartando quella carne bambina e stuprandola con un pene delle dimensioni del suo corpicino? Penso che nel 2015 sono qui a leggere un manuale online sul modo corretto di praticare la schiavitù sessuale, con tanto di istruzioni e regole puntigliose su come trattare la propria schiava, pubblicato da un’istituzione molto ben organizzata(l’Ufficio della schiavitù sessuale) di un governo canaglia, incaricata senza alcun imbarazzo di regolamentare gli stupri, le percosse, l’acquisto e la riduzione in schiavitù delle donne. 
Cito qualche esempio tratto dal manuale: "E’ permesso percuotere la schiava come [forma di ] darb ta'deeb [percosse disciplinari], [ma ] è vietato [ricorrere alle ] darb al-takseer [letteralmente percosse massacranti], [darb] al-tashaffi [percosse allo scopo di ottenere gratificazione], oppure [darb] al-ta'dheeb [percosse come tortura]. Inoltre è proibito colpire al volto. "
Mi chiedo come facciano i burocrati dell’ISIS a distinguere i pugni, i calci e lo strangolamento inflitti a scopi disciplinari dagli atti mirati alla gratificazione sessuale. Ogniqualvolta una schiava verrà picchiata interverrà una squadra a verificare se c’è erezione?
E come faranno a stabilire cosa esattamente l’ha provocata? Certi uomini si eccitano soltanto nel momento in cui affermano il proprio potere.
E se verrà stabilito che il soldato picchia, strangola e prende a calci la sua schiava per puro piacere, in che modo sarà punito?
Lo costringeranno a restituire la schiava perdendo il deposito, a pagare una multa salata, o semplicemente dovrà pregare di più?
Penso alla facilità con cui si considera l’ISIS una mostruosa aberrazione quando in realtà è l’esito di una lunga serie ininterrotta di crimini e disordini. Le atrocità sessuali inflitte dall’ISIS si differenziano solo nella forma e nella prassi da quelle perpetrate da molti altri signori della guerra in altri conflitti. Sconvolgente e nuovo è lo sfoggio sfrontato e impudente che si fa questi crimini pubblicizzati su internet, lo sdoganamento commerciale di queste atrocità, le app in cui il sesso è usato come mezzo di reclutamento. Le azioni e la rapida proliferazione dell’ISIS non nascono dal nulla, sono frutto di un’escalation legittimata da secoli di impunità della violenza sessuale dilagante .
Mi vengono in mente le Comfort women, le prime schiave sessuali dell’era moderna, giovani donne asiatiche rapite nel fiore degli anni dall’esercito imperiale giapponese durante la seconda guerra mondiale e detenute nelle ‘stazioni di conforto’, per soddisfare le esigenze sessuali dei sodati al servizio del loro paese.
Le donne subivano anche 70 stupri al giorno. Quando, esauste, non riuscivano più a muoversi, venivano incatenate al letto e stuprate ancora come sacchi molli. A queste donne la vergogna ha tappato la bocca per quarantacinque anni e per altri venticinque hanno marciato e atteso, vigili, sotto la pioggia, chiedendo giustizia. 
Sono rimaste in poche ormai e non più tardi di un mese fa il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha perso l’ennesima occasione di fare ammenda. Penso all’inerzia, al silenzio, alla paralisi che ha bloccato e impedito le indagini e l’incriminazione nei casi di abuso sessuale ai danni delle donne musulmane, croate e serbe stuprate nei campi dell’ex Yugoslavia, delle donne e delle bambine afroamericane stuprate nelle piantagioni del Sud, delle donne e delle bambine ebree stuprate nei campi di concentramento tedeschi, delle donne e delle bambine native americane stuprate nelle riserve degli Stati Uniti. Ascolto le urla delle anime in pena delle donne e delle bambine violate in Bangladesh, Sri Lanka, Haiti, Guatemala, Filippine, Sudan, Cecenia, Nigeria, Colombia, Nepal e la lista si allunga.
Penso agli ultimi otto anni che ho trascorso nella Repubblica Democratica del Congo dove un’analoga conflagrazione di capitalismo rapace, secoli di colonialismo, guerra e violenza senza fine ha lasciato migliaia di donne e bambine prive di organi, salute mentale, famiglia o futuro.
E penso che lo stupro ormai sia un’azione reiterata. 
Penso che scrivo queste cose da vent’anni.
Ho provato a farlo con i numeri e con distacco, con passione e suppliche, con disperazione esistenziale e anche adesso, scrivendo, mi chiedo se abbiamo creato un linguaggio adatto a questo secolo che sia più potente del pianto. 
Penso che le istituzioni patriarcali non hanno saputo intervenire in maniera efficace e che le strutture come L’ONU amplificano il problema nel momento in cui le forze di pacekeeping che dovrebbero proteggere le donne e le bambine si macchiano a loro volta di stupri. 
Penso all’operazione Shock and Awe (colpisci e terrorizza)e a come ha contribuito a scatenare questa, che potremmo definire Stupra e decapita.
Quando noi cittadini, a milioni, in tutto il mondo, manifestavamo contro la guerra inutile e immorale in Iraq restando inascoltati , eravamo perfettamente consapevoli del dolore, dell’umiliazione e dell’oscurità che avrebbero generato quei letali 3000 missili Tomahawk americani. 
Penso al fondamentalismo religioso a Dio padre, a quante donne sono state stuprate in suo nome , a quante massacrate e assassinate.
Penso al concetto di stupro come preghiera e alla teologia dello stupro, alla religione dello stupro.
Penso che è una delle maggiori religioni mondiali, in crescita con centinaia di conversioni al giorno, dato che un miliardo di donne nella sua vita subirà percosse o uno stupro (dati ONU). Penso alla velocità folle a cui si moltiplicano nuovi e grotteschi metodi per mercificare e profanare i corpi delle donne in un sistema in cui ciò che più è vivo, sia esso la terra o le donne, deve essere ridotto a oggetto e annichilito per aumentare i consumi, la crescita e l’amnesia. Penso alle migliaia di giovani occidentali, uomini e donne, tra i 15 e i 20 anni, che si sono arruolati nell’ISIS.
In cerca di cosa, in fuga da cosa? Povertà, alienazione, islamofobia, desiderio di avere un senso e un obiettivo? Penso a quello che mi ha detto mia sorella, attivista, in una conversazione su Skype da Baghdad questa settimana: “L’Isis è un virus e l’unica cosa da fare con i virus è sterminarli.” Mi chiedo come si stermina una mentalità, come si bombarda un paradigma, come si fanno saltare la misoginia, il capitalismo, l’imperialismo e il fondamentalismo religioso. Penso, o forse non riesco a pensare, prigioniera come sono della confusione mentale imperante in questo secolo. Sono consapevole da un lato che l’unico modo per andare avanti è riscrivere da zero la storia attuale, procedere a un esame collettivo approfondito e ponderato delle cause che stanno alla base delle varie violenze in tutte le loro componenti economiche, psicologiche, razziali, patriarcali, che richiedono tempo e contemporaneamente so che, in questo preciso istante, tremila donne yazide subiscono percosse, stupri e torture. 
Penso alle donne, alle migliaia di donne che in tutto il mondo hanno operato senza pausa per anni e anni, esaurendo ogni fibra del loro essere per denunciare lo stupro, per porre fine a questa patologia di violenza e odio nei nostri confronti , e la razionalità , la pazienza, l’empatia, la mole della ricerca, le cifre che mostriamo, le sopravvissute che curiamo, le storie che ascoltiamo, le figlie che seppelliamo, il cancro di cui ci ammaliamo non contano, la guerra contro di noi infuria ogni giorno più metodica, più sfacciata, brutale, psicotica.
Penso che L’ISIS come l’aumento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, le temperature assassine sia forse il segnale che per le donne si approssima lo scontro finale. E’ giunta l’ora in cui secoli eterni di rabbia femminile si fondano in un’ impetuosa forza vulcanica, scatenando la furia globale della vagina delle divinità femminili Kali, Oya, Pele, Mama Wati, Hera, Durga, Inanna e Ixchel, lasciando che sia la nostra ira a guidarci. Penso alla cantante folk yazida Xate Zhangali che dopo aver visto le teste delle sue sorelle penzolare dai pali nella piazza del suo villaggio ha chiesto al governo curdo di armare e addestrare le donne e alle Sun Girls, la milizia femminile da lei creata, che combatte l’ISIS sulle montagne del Sinjar. E in questo momento, dopo anni di attivismo contro la violenza, sogno che migliaia di casse di ak47, cadano dal cielo sui villaggi, i centri, le fattorie e le terre delle donne, questi guerrieri con il seno che insorgono combattendo per la vita. Sono arrivata così a pensare all’amore, a come il fallimento di questo secolo sia un fallimento dell’amore.
Cosa siamo chiamati a fare, di che cosa siamo fatti tutti noi che siamo in vita su questo pianeta oggi.
Che tipo di amore serve, quanto deve essere profondo, intenso e bruciante. Non un amore ingenuo sentimentale neoliberale, ma un amore ossessivamente altruista.
Un amore che sconfigga i sistemi basati sullo sfruttamento di molti a vantaggio di pochi.
Un amore che trasformi il nostro disgusto passivo di fronte ai crimini contro le donne e l’umanità in una resistenza collettiva inarrestabile.
Un amore che veneri il mistero e dissolva la gerarchia.
Un amore che trovi valore nella connessione e non nella competizione tra noi.
Un amore che ci faccia aprire le braccia ai profughi in fuga invece di costruire muri per tenerli fuori, bersagliarli con i lacrimogeni o rimuovere i loro colpi enfiati dalle nostre spiagge.
Un amore che bruci di fiamma viva tanto da pervadere il nostro torpore, squagliare i nostri muri, accendere la nostra immaginazione e motivarci a uscire infine, liberi, da questa storia di morte.
Un amore che ci dia la scossa, spingendoci a dare la nostra vita per la vita, se necessario.
Chi saranno i coraggiosi, furibondi, visionari autori del nostro manuale di amore rivoluzionario?





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sabato 5 dicembre 2015

Quello che sta succedendo ad Idomeni, frontiera greco-macedone, dove l’Europa ha chiuso le porte della rotta balcanica

Le notizie che arrivano dal report di Amnesty International non sono per niente rassicuranti. La storia si ripete e la situazione è molto grave. Nelle ultime 48 ore ci sono state espulsioni collettive e discriminazioni nei confronti dei migranti percepiti come economici solo sulla base della nazionalità. Per molte persone non è stato possibile accedere alla procedura di asilo e migliaia di persone sono state costrette a restare in condizioni disastrose al valico di frontiera tra Grecia e Macedonia. Assente qualsiasi luogo di accoglienza e forma di assistenza umanitaria.
In pratica il 18 novembre Macedonia, Grecia e Croazia, quasi simultaneamente e senza preavviso hanno chiuso il passaggio, con l’unica eccezione delle persone che hanno i documenti per dimostrare di provenire da Siria, Iraq e Afghanistan. Perchè è risaputo che le persone arrivino con i propri documenti. Ha iniziato la Macedonia e di conseguenza in Grecia la polizia di frontiera, presso il villaggio di Idomeni, blocca il passaggio (sempre con eccezione di Siriani, afghani e iracheni) sulla base del fatto che poi la Macedonia non li fa entrare. Sulla frontiera macedone c’è una fortissima militarizzazione, e giovedi sera la frontiera è stata chiusa completamente, per tutti senza discriminazione. Riaperta venerdi, in mattinata, ma solo per le tre nazionalità. Transitano ad un ritmo di una cinquantina di persone all’ora. Le attese, quindi, tornano ad essere enormi e si dilatano.
Secondo MSF a Idomeni c’è accoglienza solo per 900 persone, mentre giovedi notte circa 6000 persone hanno dormito li e se ne aspettavano circa 8000 per venerdi notte. Nel frattempo, il centro di accoglienza a Gevgelija, sul lato macedone del confine, si trova vuoto e inutilizzato. Una ONG e gruppi di solidarietà locali hanno fornito cibo; Save the children e UNHCR stanno distribuendo i pasti. La polizia greca non riesce a sostenere le esigenze di tipo umanitario. Giovedi circa 200 iraniani hanno bloccato i binari per non far transitare un treno che trasportava cittadini siriani in Macedonia, quindi anche tensioni tra le diverse nazionalità che divide le persone in desiderabili e non. Anche la Serbia dal 18 fa passare solo le tre nazionalità prescelte senza alcuna valutazione della situazione individuale.
Circa 200 persone sono state rimpatriate collettivamente in Macedonia dove hanno trascorso la notte alla stazione ferroviaria Tabanovce in prefabbricati forniti dall’UNHCR. La notte successiva la Macedonia ha chiuso il suo confine e circa 100 persone sono riaste bloccate nella terra di nessuno al confine tra i due Paesi. Non è stato concesso l’accesso nemmeno all’UNHCR. Sempre il 18 novembre la Croazia non fa transitare 440 persone dal suo confine con la Serbia. Le polizie di frontiera dei due Paese cooperano per evitare che le persone riescano a prendere i treni da Sid. Un gruppo di persone (incluse tre donne e due bambini) provenienti da paesi tra cui il Marocco, il Bangladesh e il Pakistan sono stati arrestati in Croazia e riportati in Serbia. Alcuni giorni fa, il consiglio straordinario dei Ministri degli Interni e della Giustizia EU, ordine del giorno rafforzamento dei confini esterni e anche dell’area Schengen. Se non dovesse bastare le frontiere le esternalizziamo. Una risposta, che come già succede in Libia, non fa altro che rendere più pericoloso il passaggio delle persone. In definitiva, una risposta che stenta a cambiare rotta.

lunedì 16 novembre 2015

Parigi sotto attacco: la colpa è dell’Islam (?)


di Shady Hamadi  (da Il fatto quotidiano)



“E’ l’Islam il problema. La violenza che vediamo è il naturale frutto di una religione violenta” è questa l’idea che si diffonde a macchia d’olio in queste ore. Era la stessa idea che dilagava nelle ore, e nei giorni, dopo la strage di Charlie Hebdo. Tutte le responsabilità sono affidate a questa fede che sarebbe in antitesi con tutte le cose belle (democrazia, libertà e illuminismo – una parola molto ricorrente) dell’Occidente. La nuova strage a Parigi, dove hanno perso la vita 127 persone, sarebbe l’ennesima conferma dell’idea all’inizio. Allora si può cominciare a dare la responsabilità di quello che succede a oltre un miliardo di persone.

Le forze reazionarie in Europa, i paladini dell’identitarismo, non aspettavano altro per cominciare il loro proselitismo politico: la raccolta del consenso. «Più sicurezza contro il nemico esterno, l’Islam» gridano in questi istanti gli imprenditori della paura in tutta Europa. E come potrebbero avere torto? Perfino persone che sono sempre state disposte al dialogo si arrendono di fronte a quella che pare l’evidenza: l’Islam è una religione dell’odio. Ripongono il dialogo nell’armadio dei ricordi e da moderati passano al gruppo di chi vuole la chiusura delle frontiere. “Questi musulmani”, ci diranno fra un po, “sono tutti pericolosi. Il fondamentalista islamico è il nostro vicino di casa. Obblighiamoli a indossare un segno di riconoscimento. Magari una mezza luna”. Qualcuno potrebbe proporre di ritirare la cittadinanza a chi è nato e cresciuto nei nostri paesi da genitori musulmani perchè potenzialmente pericoloso. Sarebbe sbagliata una scelta del genere? No, se viene generalizzato il problema e la colpa diventa di tutti indistintamente. Alla fine sono “Bastardi islamici” come titola Libero. Di fronte alla facilità di cadere nel bacino, sempre più capiente, dei partiti xenofobi europei l’unica cura pare quella difficile dell’analisi di quello che è il Medioriente oggi e la rilettura della nostra Storia, quella europea. Scopriremmo molte cose interessanti e, fra le tante, che, in alcuni periodi storici, quando è stata generalizzata la colpa a una etnia o gruppo religioso si sono aperti gli anni bui che sono terminati con i massacri di questi capri espiatori.

Buttare le colpe sull’Islam, questa entità vuota, sconosciuta a troppi, è un gioco estremamente semplice che si alimenta grazie all’ignoranza e che ci impedisce di ragionare su quali sono i motivi che creano il fondamentalismi. Dico fondamentalismi perché Boko Haram è differente da Isis; l’Isis è differente da Al Qaida. I contesti sociali, linguistici, storici dove sono nati questi fenomeni non hanno nulla in comune fra di loro se non l’estrema povertà causata dallo sfruttamento di risorse e lo strapotere di élite politiche e economiche che creano dislivelli di ricchezza enormi.

Al fondamentalismo islamico c’è chi, come le formazioni di estrema destra, invoca il ritorno allo status quo precedente al 2010, alle primavere arabe. “Bisogna far tornare i vecchi regimi perché davano stabilità!”, dichiarano, “perché Saddam, Asad, Gheddafi ecc…sono il male minore”. Ai musulmani servirebbero dei tutori, dei massacratori. Poco importa se chi li aiuta a instaurarsi al potere si definisce democratico. La morale qui non vale. Non vediamo invece che la maggior parte dei giovani arabi che entrano nelle formazioni fondamentaliste hanno 30 anni e sono cresciuti educati e formati proprio sotto questi governi considerati “mali minori e laici”. Con questo intendo che dobbiamo domandarci “cosa spinge alcuni giovani nati e cresciuti sotto i regimi – buoni, come li considera qualcuno – a propendere verso il fanatismo?”. La risposta è la costante mancanza di libertà, l’asfissia sociale, la consapevolezza di non poter cambiare le cose e l’accettazione – da parte di alcuni di loro- della morte come eventualità quotidiana.

Quest’ultimo punto è stato per me evidente due giorni fa. Camminavo nel centro di Beirut con un mio amico e da qualche ora c’era stato l’attentato che aveva causato quasi 50 morti. Intorno a noi la gente riempiva i bar e la vita procedeva tranquilla. Questo amico mi ha chiesto che cosa pensassi: “non ti sembra strano che tutto proceda come se nulla fosse”? “E’ la temporaneità”, gli ho risposto, «”la concezione che nulla sia duraturo. E’ tutto fragile. Domani può arrivare un aereo di chissà quale Stato, sganciare una bomba e andarsene. Tutti sanno che non ci sarà nessuna reazione. La vita si è plasmata qui, e in altri luoghi del mondo arabo, intorno alla costante insicurezza”. Non è una concezione vittimistica della vita ma direi l’accettazione dell’eventualità della morte. Così, noi in Europa, non capiamo che le vittime di Beirut sono vicine, insieme a quelle in Siria, in Palestina, Israele, Iraq e Yemen a quelle di Parigi.
Ma solo le ultime raggiungono lo status di vittime perchè ci identifichiamo con loro mentre le altre sono numeri. Quando proveremo empatia verso tutti; quando la smetteremo di chiedere a ogni musulmano vicino di casa di sentirsi in colpa e condannare gli attentati; quando proveremo tutti insieme, musulmani, cristiani, ebrei – tutti noi – la solidarietà a prescindere dalla nazionalità, allora il fondamentalismo avrà fine. Questo sforzo deve arrivare da tutte le parti. Preme però sottolineare che il punto essenziale, oggi, è capire che la Siria e la guerra(incompresa) che si combatte lì, ha ripercussioni dirette nelle nostre società. Solo la risoluzione di quella catastrofe, che miete centinaia di morti al giorno, può dare un contributo fondamentale alla stabilità dell’area. Ma la scelta per risolverlo non deve essere fra un regime e il fondamentalismo: dobbiamo scegliere il popolo, la gente.
Solo il dialogo ci salva dai tempi bui, ma questa strada è sempre la più difficile.

mercoledì 4 novembre 2015

Bambini siriani orfani detenuti illegalmente nelle prigioni a Kos




Una nostra lettrice, che ringraziamo molto, ci ha segnalato il seguente appello per i bambini siriani orfani, detenuti illegalmente nelle prigioni dell'isola greca di Kos e gli articoli di approfondimento che potete leggere cliccando sui link a seguire.


The Greek Ambassador to the UK

Stop putting unattended children into prison in squalid conditions without access to clean water and food. The Prison cells are like medieval dungeons with excrement on the floor. This is a totally unacceptable situation.

Why is this important?


The treatment of the children in this way contravenes article 37 of the United Nations charter for children. This treatment will result in long term physical, psychological and emotional damage to the children. It is not how a westernised nation should behave.




Per approfondire ancora l'argomento, eccovi due link importanti (e una petizione):

 

http://www.independent.co.uk/news/world/europe/refugee-crisis-orphans-locked-up-in-medieval-prisons-alongside-adult-criminals-on-greek-island-of-a6694521.html



domenica 1 novembre 2015

Giornata internazionale di solidarietà con Kobane



La città kurdo-siriana è ancora in pericolo - gravi accuse alla Turchia


A un anno dai sanguinosi scontri con le milizie dello "Stato Islamico" terminati con la cacciatia delle milizie estremiste, gli abitanti della città kurdo-siriana di Kobane sono tuttora in pericolo. In occasione della Giornata internazionale di solidarietà con Kobane (1 novembre) l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa la Turchia di sparare alle postazioni di difesa kurde oltre frontiera. Un anno fa, Ankara era accusata di sostenere o, se non altro, tollerare gli estremisti dell'IS; ora il governo turco è andato oltre e attacca con il proprio esercito le postazioni kurde nella speranza di indebolire l'autodifesa kurda e di assumere direttamente il controllo sulle zone d'insediamento dei Kurdi. Le autorità turche inoltre stanno bloccando alla frontiera gli aiuti alimentari, l'acqua potabile e i farmaci inviati ai circa 150.000 civili che hanno deciso di tornare nella propria casa a Kobane.

Nonostante l'IS sia stato cacciato da Kobane, le sue milizie potrebbero farvi ritorno se la resistenza kurda dovesse allentare la presa. Nella battaglia per Kobane hanno perso la vita tra 1.000 e 1.5000 combattenti kurde e kurdi e circa altri 500 civili turchi. Altri 5.000 sono rimasti feriti e sono stati medicati in ospedali d'emergenza improvvisati o nei vicini comuni kurdi in Turchia. Le autorità turche hanno ripetutamente negato i trattamenti medici in Turchia e spesso i combattenti kurdi feriti hanno dovuto aspettare giorni interi al valico di frontiera prima di poter entrare in Turchia ed essere medicati. Durante la battaglia di Kobane i circa 400.000 abitanti della città e dei dintorni erano quasi tutti fuggiti. Nonostante le attuali condizioni catastrofiche, circa 1.000 persone lasciano ogni settimana i campi profughi nel sud della Turchia per tornare a casa propria. Molti altri hanno invece continuato la loro fuga in Europa e non hanno per ora alcuna possibilità di poter tornare a casa. La città di Kobane è per l'80% distrutta e negli unici due ospedali rimasti aperti, uno civile e l'altro militare, manca praticamente tutto. Attualmente il valico di frontiera dalla Turchia verso Kobane è aperto solo due volte in settimana e solamente per chi è disposto a tornare a Kobane.

La Giornata internazionale di solidarietà con Kobane è stata celebrata la prima volta l'1 novembre 2014 dai Kurdi in esilio e dai loro amici in Europa, America, Africa e Australia per sostenere almeno moralmente le cittadine e i cittadini di Kobane. Le milizie dell'IS avevano tentato la conquista della città kurda già alla fine del 2013 ma erano stati bloccati dalle unità di difesa popolari (YPG) kurde. A metà settembre 2024 l'IS aveva allora avviato una massiccia offensiva contro la città. Dopo mesi di sanguinosi scontri strada per strada e casa per casa, le unità kurde hanno ottenuto armi e il sostegno aereo degli USA. Il governo turco ha invece continuato a negare ogni forma di aiuto ai combattenti assediati e solo in seguito alle pesanti pressioni internazionali agli inizi di novembre ha permesso a 150 peshmerga kurdo-iracheni di raggiungere Kobane per sostenere i combattenti kurdi con armamenti pesanti.

Vedi anche in gfbv.it: www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150916it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150828it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150806it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150730it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150727it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150624it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150611it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150609it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150522it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150320it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150128it.html | www.gfbv.it/3dossier/kurdi/indexkur.html | www.gfbv.it/3dossier/kurdi/kurtur-it.html
in www: http://it.wikipedia.org/wiki/Yazidi | http://it.wikipedia.org/wiki/Kurdistan

domenica 18 ottobre 2015

Intervista ad Amedeo Ricucci su “La lunga marcia”, il viaggio insieme ai profughi siriani

 
 
 
 
 





La lunga marcia: questo il titolo del reportage e dello Speciale del Tg1 mandato in onda su Rai 1 lunedì 12 ottobre 2015. Un giornalista, un cameraman e una studiosa arabista hanno viaggiato insieme ai profughi siriani nel loro lungo, estenuante e pericoloso viaggio dal Paese in guerra al continente della presunta salvezza.

L'Associazione per i Diritti umani ha intervistato per voi Amedeo Ricucci e lo ringrazia sempre per la sua disponibilità.

Il giorno successivo alla messa in onda sulla RAI. Come si sente?



Mi sento stanco perchè è stato un lavoro lungo, faticoso e fatto in tempi record perchè abbiamo montato in 10 giorni, appena rientrati dal viaggio. Ma sono anche molto felice perchè gli Speciali del TG1 hanno vinto la seconda serata con quasi un milione di spettatori. Sono soprattutto contento del fatto che siamo riusciti nell'intento, credo, di comunicare al pubblico le forti emozioni vissute in questo viaggio, unico nel suo genere.



Qual è stato il tragitto de La lunga marcia e quali le peculiarità di questa esperienza?



Questo progetto è nato dal fastidio che provavo nel vedere tutti i giorni - nei Tg, sui giornali, sui media tradizionali – news e reportage sui migranti che arrivavano alle frontiere, e causavano problemi ai vari Stati. L'immagine che a me restava fissa in testa era quella del giornalista che stava in primo piano e dietro, sullo sfondo, un fiume di profughi: i profughi erano l'oggetto della narrazione, non il soggetto. Quindi l'idea è stata: proviamo a vedere se facendoli diventare il soggetto, cambia il tipo di narrazione giornalistica e se scopriamo aspetti inediti di questo fenomeno epocale. L'approccio è stato quello di raccontarlo, per la prima volta in Italia, da dentro, lungo un percorso iniziato dall'isola di Lesbo, seguendo il fiume e la rotta dei Balcani, direzione Germania.



Questo documentario può essere un'”alternativa” alle forme di informazione tradizionali?



Grazie alla rete, oggi, c'è una moltiplicazione delle fonti e questo ci obbliga - come lettori, cittadini, spettatori – a confrontare più atti di giornalismo. Il nostro è stato una forma di giornalismo partecipativo, un punto di vista che non esaurisce il problema, ma offre un aspetto interessante.



In che modo avete organizzato il viaggio e come vi siete spostati da un Paese all'altro?



Mi riferisco proprio a questo quando parlo di giornalismo partecipativo. Eravamo: io, Simone Bianchi (cameraman) e Silvia Di Cesare (arabista). Attorno a noi si è mossa una serie di persone che hanno dato un contributo in tempo reale, parlo dell'UNHCR (nella persona di Carlotta Zami) che ci ha fornito indirizzi uitli e, in Grecia, Alessandra Morelli che ci ha seguito con decine di telefonate al giorno. Oltre agli aiuti istituzionali, c'è stata tutta la rete della comunità italo-siriana alla quale attingo spesso perchè sono persone straordinarie e di grane generosità, che mi hanno fornito contatti e informazioni sui corridoi umanitari da seguire o da non seguire. Una delle cose più commoventi del viaggio è che i profughi volevano stare con noi a tutti i costi perchè avere vicino dei giornalisti dà loro una sorta di garanzia contro i soprusi della Polizia.

Mi fa capire, quindi, che i soprusi ci sono?



Ho visto abusi solo nel campo di Opatovach in Croazia, ma non metterei sotto accusa le forze dell'ordine.

Il problema è che il flusso migratorio è molto consistente, si parla di migliaia e migliaia di persone che tutti i giorni attraversano le frontiere e gli Stati, per cecità e menefreghismo, non vogliono attrezzarsi per aiutarli. Gli Stati provano ad arginare il flusso di profughi, a dirottarlo su strade secondarie, trattandolo come un problema di ordine pubblico quindi, se in un campo arrivano 6.000 persone da gestire e si è in pochi, la situazione diventa difficile. A questo si aggiunge un atteggiamento che non sempre è amichevole da parte delle forze dell'ordine...



Come commenta l'intervento della Russia in Siria?



Da giornalista cerco di attenermi ai fatti: tutti coloro che hanno vissuto il dramma della Siria fin dall'inizio, andando sul posto, avevano subito detto che la Siria era la madre di tutti i problemi del Medioriente, che ci fosse un risiko, un “great game” fra le grandi potenze e che questo avrebbe provocato, in Siria, sconvolgimenti molto più gravi di quelli che già c'erano. Purtroppo siamo stati bravi profeti.

Il problema della Siria poteva essere risolto 4/5 anni fa, all'epoca delle prime manifestazioni anti-regime; ci siamo ostinati, invece, a non intervenire, lasciando intervenire l'Iran e gli hezbollah libanesi e adesso siamo quasi ad una terza guerra mondiale.

L'intervento della Russia accelera la situazione ed è il segno evidente della debolezza di Assad che, proprio dal punto di vista militare, non ce la faceva più, sconfitto sia dai ribelli sia dagli jihadisti. L'intervento russo dà fiato ad Assad e anche all'Isis perchè stanno bombardando le formazioni combattenti non legate all'Isis e i terroristi, così, possono arrivare fino ad Aleppo, come sta accadendo.

La lunga marcia è servito a ribadire che i siriani non stanno scappando solo dall'Isis, ma principalmente dal regime di Assad.

mercoledì 7 ottobre 2015


Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



Continuare a parlare di Medioriente: come sta cambiando lo scenario e quali le conseguenze per il resto del mondo. Focus SIRIA





GIOVEDI 8 OTTOBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1 (Ang. Via G. da Cermenate, 2. MM ROMOLO, FAMAGOSTA )
Milano





Milano, 15/9/2015 L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro intitolato “Continuare a parlare di Medioriente: come sta cambiando lo scenario e quali le conseguenze per il resto del mondo. Focus SIRIA”, nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del documentario “Young Syrian Lenses” alla presenza dei registi Ruben Lagattola e Filippo Biagianti e di Monica Macchi, esperta di mondo arabo.

Il documentario:

“Prima di essere media attivisti, siamo tutti ribelli, il nostro impegno nella rivoluzione si è evoluto nell’informazione”. Parla così il reporter Karam Al Halabi, uno dei protagonisti del documentario girato in Syria da Lagattolla fra il 30 Aprile e il 9 Maggio 2014 e sostenuto da Amnesty International sezione Italia.

L’intento del documentario è infatti proprio quello di filmare l’attività dei ragazzi che lavorano nei network di informazione, documentare il loro lavoro di fotografi e di raccontare la realtà siriana con un approccio il più possibile umano. Il progetto “Young Syrian Lenses” è stato portato avanti e concluso senza nessun budget, in maniera totalmente indipendente e volontaria e viene ora diffuso in tutta Italia con l'obiettivo di raccontare la storia di questi reporter e di far conoscere in modo chiaro e approfondito la situazione della Siria.



Inaugurazione della mostra fotografica “Volti della Syria” di Salvatore Di Vinti



La mostra:

Volti della Syria” di Salvatore Di Vinti, volontario di “Insieme si può fare”. Attraverso le immigini Salvatore Di Vinti racconta i due viaggi fatti con l’associazione per portare aiuti umanitari al popolo siriano.



Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani










lunedì 28 settembre 2015

Intervista ad Andrea Margelletti, Presidente del Centro Studi Internazionali



L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto, per voi, alcune domande al Dott. Andrea Margelletti, Presidente del Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) e lo ringrazia molto per la sua disponibilità.





E' probabile che tra i migrati che arrivano in Europa ci siano persone “pericolose”? Come combattere la cultura della paura, diffusa da alcune parti politiche?


Bisognerebbe definire cosa vuol dire “pericolose”: una cosa sono i terroristi, un'altra sono i criminali. Sul fatto che arrivino criminali o persone che in poco tempo vanno a delinquere, mi pare evidente perchè è una realtà che accomuna tutte le migrazioni. Chi si sposta in condizioni disperate, in alcuni casi, può essere attratto dai guadagni facili e questo è successo anche agli italiani che sono emigrati all'estero; quindi si tratta di un fenomeno endemico nei grandi numeri.

Altra cosa, invece, è il terrorismo: fino ad ora non ci sono risultati terroristi arrivati con i barconi anche perchè il terrorista è una persona estremamente formata, preziosa per il gruppo terroristico e non si rischia di metterlo su un barcone dove può affondare; è più facile che arrivi in Europa con un visto turistico o, addirittura, che sia cittadino europeo.



Per bloccare il traffico umano è inutile arrestare solo gli scafisti. Quali operazioni sarebbero necessarie allo scopo?


Le operazioni che nessuno si sente in grado di fare: sarebbe opportuno intervenire nelle zone per cui le persone partono (e non mi riferisco soltanto alla Libia, ma anche all'Africa sub-sahariana) con delle politiche di lunghissimo termine ed estremamente costose. Al momento, non mi pare che alcun Paese europeo o occidentale abbia voglia di spendere miliardi di euro per questo tipo di attività che richiedono molti anni per vedere i primi risultati.


Qual è il suo parere, quindi, riguardo alle politiche europee in termini di sicurezza e di immigrazione?


Dal punto di vista della sicurezza interna, c'è grandissima collaborazione tra le forze di polizia e i servizi di informazione-sicurezza. Poi ciascun Paese adotta, sul proprio territorio nazionale, le misure che ritene più efficaci e opportune.

In termini di immigrazione non c'è una reale politica europea: l'Italia è stata lasciata sola ad affrontare il problema. Spesso la Ue, di fronte a problemi grossi, diventa una realtà di singoli e non più un'unione.



La comunità internazionale dovrebbe intervenire in alcune aree del mondo, ad esempio in Siria?


In Siria sono già presenti alcune ONG e sono in atto alcune operazioni – da parte della comunità internazionale – contro l'Isis, ma mi pare che anche in Siria, per l'ennesima volta, non vi sia, a livello di Paesi occidentali, una visione comune su come affrontare il problema.

Prima di tutto dovremmo avere una politica comune, a fonte della quale si fanno scelte comuni che possano essere anche sbagliate, ma che almeno sono condivise da tutti. Il fatto di procedere in maniera disunita ci rende deboli e vulnerabili.

domenica 27 settembre 2015

Berlino accolga anche chi fugge per fame. La maggior parte delle persone che attraversano i confini europei per trovare lavoro e costruire nuove vite non sono rifugiati.

di Ian Buruma    (da La stampa)



Com’è commovente arrivare in Germania, dove i tifosi di calcio reggono striscioni di benvenuto ai rifugiati dal Medio Oriente devastato dalla guerra. La Germania è la nuova terra promessa per i disperati e gli oppressi, i sopravvissuti alla guerra e alla razzia.
Anche i tabloid tedeschi popolari, di norma non molto disponibili, stanno promuovendo la volontà di aiutare. Mentre i politici nel Regno Unito e in altri Paesi si torcono le mani e spiegano perché anche un afflusso relativamente minore di siriani, libici, iracheni, o eritrei rappresenta una minaccia letale per il tessuto sociale delle loro società, «Mama Merkel» ha promesso che la Germania non rifiuterà nessun autentico rifugiato.
Si stima che quest’anno entreranno in Germania 800 mila rifugiati, mentre il primo ministro britannico David Cameron sta sollevando un polverone per meno di 30 mila domande di asilo e lancia cupi allerta su «sciami di persone» che attraversano il Mare del Nord. E, a differenza della Merkel, Cameron è in parte responsabile per aver attizzato una delle guerre (Libia) che hanno reso la vita insopportabile per milioni di persone. Non c’è da stupirsi che la Merkel voglia che i Paesi europei prendano più rifugiati nell’ambito di un sistema di quote obbligatorie.
In realtà, nonostante la retorica ansiogena dei suoi politici, il Regno Unito ha una società etnicamente più mescolata, e per certi versi più aperta, della Germania. Londra è incomparabilmente più cosmopolita di Berlino e Francoforte. E, nel complesso, la Gran Bretagna ha ampiamente beneficiato dell’immigrazione. Infatti, il Servizio Sanitario Nazionale ha avvertito che accettare meno immigrati sarebbe catastrofico e lascerebbe gli ospedali britannici gravemente a corto di personale.
Lo stato d’animo della Germania contemporanea può essere eccezionale. Accettare rifugiati, o qualsiasi genere di immigrati, non è mai stato facile politicamente. Alla fine degli Anni 30, quando gli ebrei in Germania e in Austria erano in pericolo di vita, pochi Paesi, tra cui i ricchi Stati Uniti, erano pronti a prendere più di una manciata di rifugiati. La Gran Bretagna aprì le porte a circa 10 mila bambini ebrei nel 1939, all’ultimo minuto, e solo a condizione che avessero sponsor locali e non avessero con loro i genitori.
Dire che l’atteggiamento generoso della Germania di oggi ha molto a che fare con il comportamento omicida dei tedeschi in passato non serve a spiegarlo. Anche i giapponesi portano un carico di crimini storici, ma il loro atteggiamento verso gli stranieri in difficoltà è molto meno accogliente. Anche se pochi tedeschi hanno ricordi personali del Terzo Reich, molti sentono ancora il bisogno di dimostrare che hanno imparato dalla storia del loro Paese.
Ma l’attenzione quasi esclusiva dei politici e dei media sull’attuale crisi dei rifugiati nasconde questioni più ampie sull’immigrazione. Le immagini di misere famiglie di profughi alla deriva in mare, in balia di contrabbandieri e gangster rapaci, può facilmente ispirare sentimenti di pietà e compassione (e non solo in Germania). Ma la maggior parte delle persone che attraversano i confini europei per trovare lavoro e costruire nuove vite non sono rifugiati.
Quando i funzionari britannici hanno detto che era «chiaramente deludente» che in Gran Bretagna ci fossero 300 mila persone in più rispetto a quante ne fossero andate via nel 2014, non stavano parlando principalmente di richiedenti asilo. La maggioranza di questi nuovi arrivati provengono da altri Paesi dell’Unione europea, come la Polonia, la Romania e la Bulgaria.
Alcuni entrano come studenti, e alcuni per cercare un lavoro. Non vengono per salvarsi la vita, ma per migliorarla. Accomunando i richiedenti asilo con i migranti economici, questi ultimi sono screditati come se stessero cercando di intrufolarsi con falsi pretesti.
È opinione diffusa che i migranti economici, dentro o fuori dell’Ue, siano principalmente poveri intenzionati a vivere con i soldi delle tasse pagate dai relativamente ricchi. In realtà, la maggior parte di loro non sono parassiti. Vogliono lavorare.
I vantaggi per i Paesi ospitanti sono facili da vedere: i migranti economici spesso lavorano di più per meno soldi rispetto alla gente del posto. Questo, per la verità, non è nell’interesse di tutti: ricordare i benefici della manodopera a basso costo non persuade le persone a rischio di vedersi tagliare il salario. È, in ogni caso, più facile fare appello alla compassione per i rifugiati che all’accettazione dei migranti economici. Anche in Germania.
Nel 2000, il Cancelliere tedesco Gerhard Schröder voleva rilasciare visti di lavoro per circa 20.000 stranieri esperti di alta tecnologia, molti dei quali provenienti dall’India. La Germania ne aveva un grande bisogno ma Schröder incontrò una dura opposizione. Un politico coniò lo slogan «Kinder statt Inder» (bambini invece di indiani).
Ma i tedeschi, come i cittadini di molti altri Paesi ricchi, non producono abbastanza bambini. Questi Paesi hanno bisogno di immigrati con energia giovanile e competenze per riempire i posti di lavoro che i locali, per qualsiasi motivo, non sono in grado o non vogliono. Questo non significa che tutte le frontiere debbano essere aperte a tutti. L’idea della Merkel delle quote per i rifugiati dovrebbe essere applicata anche ai migranti economici.
Finora, tuttavia, l’Ue non ha saputo adottare una politica coerente sull’immigrazione. I cittadini dell’Ue possono circolare liberamente all’interno dell’Unione (la Gran Bretagna vuole fermare anche questo, ma è improbabile che possa avere successo). Ma l’immigrazione economica dai Paesi non Ue, in condizioni da organizzare in modo accurato, è indispensabile e legittima. Questo non perché i migranti meritino la simpatia degli europei, ma perché l’Europa ha bisogno di loro.
Non sarà facile. La maggior parte delle persone sembrano essere più facilmente influenzate dalle emozioni - che possono portarle all’omicidio di massa o a un’autentica compassione, a seconda delle circostanze - che dal freddo e razionale calcolo del loro interesse personale.




giovedì 24 settembre 2015

Razzisti, ma soprattutto ignoranti



di Davide Rossi

Segretario generale SISA



Migliaia di profughi delle guerre scatenate dall’Occidente, dalla Siria alla Libia, cercano scampo in Europa. Come sempre l’egoismo razzista si contrappone alla solidarietà umana e a una analisi seria delle vicende, capace di riconoscere le gravi responsabilità dei governi europei nella caduta di Gheddafi e nel contrasto del governo legittimo siriano di Assad, da sempre volto al rispetto di tutti i gruppi linguistici e religiosi della Repubblica Araba Socialista di Siria.

Tuttavia, i razzisti, certamente in mala fede, ma soprattutto ignoranti, agitano due temi, quello dell’impossibilità dell’accoglimento dei migranti in Europa, in cui secondo loro non ci sarebbe posto e quello, con il quale cercano di camuffare il loro razzismo, di aiutare i migranti a casa loro. Occorre invece capire perché milioni di donne e di uomini di Africa, Asia, America Latina e soprattutto giovani dei paesi arabi del Mediterraneo, nel giro di pochi anni verranno – per fortuna - in Europa, per lavorare, assolvendo in molti casi alle mansioni rifiutate dagli europei, pagare le tasse e contribuire in modo fondamentale al sostegno della pensioni degli europei, le quali gli stranieri stanno già pagando coi loro contributi. Questi stranieri arriveranno in numero molto più considerevole dei profughi che con pieni diritti e ragioni attualmente stanno cercando salvezza oltre i muri abominevoli eretti qua e là dall’Ungheria a tante altre parti del vecchio continente.


Qui non c’è posto


In Europa vive la popolazione più vecchia della terra, più o meno ogni giorno muoiono due anziani e nasce solo un bambino, che tra l’altro, si chiama spesso Hu, Carlos, Vladimir e Aisha. A Bruxelles, capitale europea, da oltre dieci anni il nome più frequente tra i bambini nati nel corso dell’anno e che risulta essere il primo all’anagrafe è Mohammed. Senza i figli degli immigrati, che sono i cittadini europei di domani, l’Europa vivrebbe uno spopolamento di proporzioni incredibili. Per altro in Europa nelle case è garantito ciò che lo sfruttamento delle materie prime energetiche e alimentari compiuto dall’Occidente nel resto del pianeta è negato alla popolazione mondiale, ovvero letti confortevoli e non giacigli malsani, tetti veri che proteggano dal freddo e dalla pioggia e rubinetti che garantiscano acqua corrente, quasi sempre potabile e spesso non solo fredda, ma anche calda. Tali elementari diritti umani sono negati a larga parte dell’umanità e chiunque si trovi a vivere là dove si devono fare chilometri a piedi per garantirsi a mala pena un secchio d’acqua al giorno ambisce come naturale a migliorare le proprie condizioni di vita, quindi migra là dove letti, tetti e rubinetti sono garantiti. Per di più in Europa la densità demografica è scarsa, qui di posto ce n’è molto. Mentre nel mondo si vive in dieci in sessanta metri quadrati, in Europa in molti casi in cento metri quadrati vivono solo una o due persone. Il Bangladesh ad esempio ha una superficie di 150mila chilometri quadrati, l’Italia ha esattamente una superficie doppia, 300mila, in Italia vivono 60 milioni di persone, in Bangladesh 180 milioni, ovvero il triplo. È come se in Italia ci fossero 360 milioni di cittadini. L’Egitto ha 100 milioni di abitanti, in stragrande maggioranza giovani, come il Bangladesh, con poche prospettive di lavoro e di futuro, in Egitto teoricamente il territorio nazionale è di un milione di chilometri quadrati, ma escluse le zone aride e desertiche, una popolazione quasi doppia di quella italiana vive di fatto in un territorio che è un terzo di quello italiano, in famiglie numerose e in case in cui l’acqua è portata per le scale nei secchi e la luce elettrica, quando c’è, entra attraverso un filo volante che giunge direttamente dalla strada e passa per la finestra. Ai ragazzi somali va anche peggio, l’Italia ha messo sotto il loro terreno e nel mare prospiciente le loro coste le poche scorie radioattive delle centrali nucleari italiane e parte delle abbondanti scorie radioattive delle centrali francesi, per questo è stata uccisa Ilaria Alpi, i somali quindi non possono coltivare, allevare bestiame, pescare, possono solo fare i pirati, bloccando e rivendendo i prodotti delle navi che transitano davanti alle loro coste, o emigrare. Si potrebbero proporre altre centinaia di casi in tutto il mondo. Quello che deve essere chiaro è che chiunque, avendo quindici o sedici anni e trovandosi in queste realtà drammatiche e disastrate, vorrebbe vivere in un altro posto, dove acqua e luce sono garantiti e magari anche un letto e un tetto. Per questo milioni di ragazzi del Mediterraneo e del resto del mondo nei prossimi anni verranno a vivere in Europa.


Aiutiamoli a casa loro

I primi che vorrebbero essere aiutati a casa loro sono le donne e gli uomini, le ragazze e i ragazzi di tutti i paesi della terra, che ambirebbero a crescere in pace nei loro paesi, vedendosi garantiti non solo casa, scuola, lavoro, salute, ma anche come detto, un letto decoroso, un tetto solido e un rubinetto d’acqua corrente. Le pessime condizioni di vita di larga parte dell’umanità tuttavia sono determinate dallo sfruttamento occidentale. La ricchezza costruita e accumulata dall’Occidente dal 1945 a oggi è il risultato in minima parte del lavoro degli europei e in massima parte dello sfruttamento e della rapina delle materie prime energetiche e alimentari del resto del mondo. Tale rapina a prezzi di furto, seppur camuffata da scambio commerciale, è oggi sempre più difficile per l’Occidente, essendoci paesi come la Cina e la Russia ben disposti a pagare cifre dieci volte più alte quelle materie prime precedentemente depredate dall’Occidente, che infatti vive, come scrivo spesso, un declino non reversibile.

Si potrebbero fare centinaia di esempi, ne faccio alcuni. Quando gli algerini hanno votato per chiedere che gli europei pagassero il doppio il metano e il petrolio esportato dal loro paese, in modo da garantirsi un più degno stato sociale, Francia e Italia hanno organizzato un colpo di stato per negare agli algerini i loro diritti. Quando Thomas Sankara ha creato il Burkina Faso esigendo relazioni commerciali rispettose, il presidente francese Mitterand ne ha organizzato l’omicidio e la sostituzione con politici piegati agli interessi occidentali, come un quarto di secolo prima sempre gli occidentali hanno eliminato Patrice Lumumba in Congo, che chiedeva rispetto per il suo popolo e un pagamento corretto per l’esportazione delle ricchezze nazionali. In Congo oggi gli europei organizzano una guerra in Kivu, perché non vogliono pagare il coltan, la columbotantalite, che serve per le batterie dei cellulari, più di quello che oggi pagano i cinesi. Insomma a parole gli occidentali sono per il libero mercato, ma poi, quando non possono rapinare le ricchezze, il libro mercato non lo gradiscono più e come nel caso del coltan, lo rubano e lo esportano attraverso l’Uganda, che non ha una miniera di coltan, ma è il secondo esportatore mondiale.

Aiutare a casa loro le donne e gli uomini del mondo significherebbe allora improntare gli scambi commerciali a regole di giustizia, al pagamento di salari equi, non mezzo dollaro per dodici ore al giorno in una piantagione di caffè del Gabon, o in una piantagione di cacao in Costa d’Avorio.

I governi occidentali e le multinazionali orchestrano tra loro una bestiale connivenza che ha come finalità quella di preservare queste pratiche di sfruttamento planetario generalizzato, arricchendo le multinazionali e garantendo un tenore mediamente alto di vita ai cittadini occidentali, che possono permettersi un livello di consumi inimmaginabile in qualsiasi altra parte della terra. Occorrerebbe scardinare questo sistema, dimezzare, come minimo, gli utili delle multinazionali e chiedere che tali utili vengano corrisposti ai paesi produttori, in cui l’Occidente dovrebbe smettere di imporre al potere politici le cui sole qualità sono la connivenza con gli interessi occidentali a danno dei loro popoli. Non a caso quella manciata di nazioni del mondo che si oppone a questa bestiale pratica di rapina, dai paesi bolivariani dell’America Latina, all’Iran, alla Corea Popolare, sono sistematicamente criminalizzati dalla stampa occidentale, mentre dei paesi in cui si muore di fame per garantire all’Occidente il furto delle materie prime non si parla mai. I cinesi, in Africa e nel resto del mondo, non solo pagano cifre infinitamente più alte le materie prime, ma anche collaborano all’edificazione di pozzi, strade, case, scuole e ospedali, la simpatia che suscita la Cina nei paesi del Sud del mondo nasce da gesti concreti di rispetto e di solidarietà praticati dal governo di Pechino e mai praticati dagli occidentali.

Occorrerebbe anche mettere in conto che, per aiutare a casa loro il resto dei cittadini del mondo, gli occidentali, anche contrastando e mutando le politiche criminali dei governi occidentali e delle multinazionali, dovrebbero pagare le materie prime di più, dal cacao al caffè, dalla benzina alla bolletta della luce. Certo è difficile proporlo per famiglie già impoverite dalla crisi, ma non vi è alternativa e sarebbe allora necessario rivedere radicalmente il piano di priorità e di investimenti nazionali, stabilendo chiaramente che aiuti e sovvenzioni ai cittadini europei di ciascuna nazione dovrebbero essere erogati e garantiti.

Chi dunque propone di aiutare le donne e gli uomini della terra a casa loro, o ha in mente una miserevole e inutile attività caritatevole, o agita demagogicamente una frase priva di sostanza solo e soltanto per alimentare la guerra tra poveri, europei e del mondo, senza focalizzare i problemi e la realtà nella loro essenza.


Ci troviamo quindi, di fronte a mutamenti epocali, che hanno ragioni storiche e sociali profonde. Per costruire il futuro occorre capire tali mutamenti, non nasconderli per agitare pratiche stupidamente razziste. Solo la consapevolezza di tali mutamenti ci permetterà di costruire una società solidale e aperta, ma prima di tutto capace di essere parte dei cambiamenti stessi senza subirli passivamente o peggio contrastarli con astio e paura e comunque inutilmente.

Solo promuovendo il rispetto reciproco e una convivenza rispettosa di ciascuna cultura sarà possibile costruire l’Europa di domani, l’alternativa è la bestiale barbarie dello scontro di civiltà, un progetto criminale, ma anche assurdo, perché vedrebbe comunque - e per fortuna - alla fine soccombere i razzisti, ma dopo una frantumazione sociale spaventosa in cui gli stranieri, autentici rappresentanti delle nuove forme del proletariato, si troverebbero a fronteggiare con pochi europei al loro fianco, una campagna d’odio di enormi proporzioni, in cui la violenza diventerebbe quotidiana. È tempo invece di costruire gli spazi di convivenza democratica del futuro, partendo dalla cultura e magari dal senso della storia. I lombardi ad esempio sono lombardi perché quindici secoli fa dalla Pannonia sono arrivati i longobardi. I flussi migratori, generati dalle realtà economiche e demografiche sopra esposte, sono incontenibili e saranno sempre più numerosi, nessuna forma di repressione, stupida, sbagliata e inutilmente violenta, potrà ridurli.

Contrastare il futuro è stupido e velleitario, costruirlo in forma solidale è infinitamente più utile, ragionevole e intelligente.


giovedì 10 settembre 2015

L'indignazione tardiva per i bambini deceduti e l'annuario italiano dei Diritti Umani 2015



La foto del bimbo profugo morto in spiaggia ispira una tardiva indignazione di molti media e politici. Gli stessi che dicono “facciamo qualcosa”, non fecero qualcosa quando l’Europa e gli USA provocavano le guerre all’origine delle tragedie migratorie. I fatti del 1989-1991, con il crollo del sistema sovietico, ebbero come con-causa scatenante una crisi di flussi migratori certamente molto diversa da quella attuale per origine, motivi e composizione, ma simile per forza d’urto. Se la pressione continuerà in questi prossimi mesi (e continuerà) l’Europa ne risulterà ancora una volta cambiata. [Videoeditoriale di Pino Cabras]    


Alla Camera dei deputati la presentazione dell'Annuario italiano dei diritti umani 2015 mercoledì 16 settembre 2015








La Presidente della Camera dei deputati, On Laura Boldrini, presenterà a Palazzo Montecitorio l'Annuario italiano dei diritti umani 2015 (Marsilio Editori), curato dal Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell'Università di Padova, mercoledì 16 settembre 2015, alle ore 15.00, Sala Aldo Moro.

L'evento è organizzato dall'Ufficio di Presidenza della Camera dei deputati con la collaborazione del Centro dell'Ateneo patavino.

Programma

SALUTI

Laura Boldrini, Presidente della Camera dei deputati

INTERVENTI INTRODUTTIVI

Luigi Manconi, Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato della Repubblica

Renata Bueno, Componente del Comitato permanente per i diritti umani della III Commissione (Affari esteri e comunitari) della Camera dei deputati

Antonio Papisca, Professore emerito dell’Università di Padova e Direttore dell’Annuario italiano dei diritti umani

INTERVENTI

Marco Mascia, Direttore del Centro di Ateneo per i Diritti Umani, Università degli Studi di Padova

Judith Sunderland, Direttrice associata per l’Europa e l’Asia centraledi Human Rights Watch

MODERA

Giovanni Anversa, Giornalista



indicando data e orario dell’evento

L’ ingresso sarà consentito fino alle ore 14.45

Per gli uomini sono obbligatorie giacca e cravatta

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Presentazione dell'Annuario italiano dei diritti umani 2015, Roma, 16 settembre 2015, programma