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giovedì 20 agosto 2015

Dalla “mala” milanese alle frontiere dell'anima


 


Gli appassionati di Massimo Carlotto conosceranno sicuramente Beniamino Rossini, uno dei suoi personaggi più amati. In La terra della mia anima (sempre edito da E/O) lo stesso compagno di avventure dell'Alligatore decide di raccontare la propria esistenza, una vita che attraversa l'immediato dopoguerra - quando inizia a fare lo “spallone” trafficando in sigarette - per arrivare alla guerra civile, passando per la Resistenza.

Beniamino ha un animo nomade, batte le terre d'Italia e d'Europa e si spinge fino al Libano; ma la sua anima viene ancorata nel mare, in quella distesa aperta e infinita che promette libertà eterna. E di libertà ne ha vissuta, il Rossini, una libertà sfrenata fatta di soldi e di femmine. Una libertà spezzata, a periodi, da anni di galera che non hanno fiaccato lo spirito indomito. Una vita appassionata, vissuta ai margini di frontiere fisiche e interiori, ma con princìpi saldi, un'etica criminale che oggi non esiste più e poi un amore, quello per un uomo diventato donna.

Il romanzo, uno dei più intensi di Carlotto, attraversa il Novecento, i momenti più bui del nostro Paese, con riflessioni di stretta attualità, come quella che riguarda le carceri: “Ora le rivolte non esistono più, le nuove carceri e le ristrutturazioni di quelle già esistenti sono state concepite per impedire ogni forma di protesta organizzata. In passato però furono un fenomeno molto diffuso, provocato dalle condizioni di vita inaccettabili nelle prigioni della Repubblica. Se oggi i detenuti hanno a disposizione un water e un lavandino, un fornello da campeggio, una caffettiera e un pentolino, lo si deve solo al sacrificio di quelli che si ribellarono e vennero picchiati, trasferiti e condannati. Sbaglia chi pensa che quel minimo di decenza venne portato nelle carceri da politici o intellettuali illuminati che sono arrivati sempre dopo e con un ritardo imbarazzante” e questo è solo un esempio. Così come può esserlo, oggi, la passione politica di Beniamino che, parlando di un suo mèntore, Enrico il Barbùn, dice: “Era comunista, in Svizzera aveva avuto problemi con la polizia, ma era un nemino dichiarato del partito. Aveva sempre considerato Stalin un dittatore sanguinario e all'inizio fu difficile discutere di politica. Quando parlava male dell'Unione sovietica mi veniva voglia di saltargli addosso”.

Ma il libro commuove per la capacità di scandagliare l'animo umano. Una frase su tutte, da sottolineare e ricordare: “ Voglio tentare di andarmene pervaso da un senso di appartenenza. Forse è una furbizia per sentirmi meno solo, ma il desiderio è sincero e preferisco il cuore in tumulto e la testa piena di sogni alla rassegnazione e all'urgenza del pentimento”.




sabato 25 aprile 2015

Milano: medaglia d'oro per la Resistenza

Oggi, 25 aprile 2015, Milano ci ha fatti sentire orgogliosi di  appartenere a questa città: per il 70mo anniversario della Liberazione, tanti, tantissimi sono scesi in piazza. Una manifestazione, nel primo tratto, composta e rispettosa poi, via via sempre più musicale e colorata. Bandiere, striscioni, cartelli, facce, sorrisi, colori. Questi sono i milanesi, gli stranieri, gli italiani che vogliamo vedere: di tutte le età, di tutte le nazionalità, di tutti i generi, di tutte le estrazioni INSIEME per ricordare un Passato che ha posto le basi per la nostra vita e per i valori di libertà, giustizia e democrazia.
C'eravamo anche noi e diamo la nostra testimonianza di questo bel momento di partecipazione con le nostre immagini, ringraziando chi c'era e chi non  ha potuto esserci. E le dedichiamo a chi, oggi, si trova su altri fronti di resistenza.

 
 




 
 














 




martedì 21 aprile 2015

La rimozione forzata della memoria



di Angelo D'Orsi (da Il Manifesto)




«Ad Auschwitz, uno dei monu­menti più note­voli tra quelli dedi­cati alle varie comu­nità degli inter­nati è il cosid­detto "Memo­riale Ita­liano"».Vogliono spostarlo da quel luogo. . Perchè no.

Ad Ausch­witz, uno dei monu­menti più note­voli tra quelli dedi­cati alle varie comu­nità degli inter­nati è il cosid­detto «Memo­riale Ita­liano». Un paio di anni or sono le auto­rità polac­che deci­sero di chiu­derlo al pub­blico, nel silen­zio del governo ita­liano, e dell’Aned, in teo­ria pro­prie­ta­ria dell’opera. Pochi mesi fa la sovrin­ten­denza del campo, ormai museo, ha deciso di pro­ce­dere alla rimo­zione del Memo­riale. La sua colpa? Quella di ricor­dare che nei lager non furono sol­tanto depor­tati e ster­mi­nati gli ebrei, ma gli slavi, i sinti, i rom, i comu­ni­sti insieme a social­de­mo­cra­tici e cat­to­lici, gli omo­ses­suali, i disa­bili. Quel Memo­riale opera egre­gia, alla cui idea­zione, su pro­getto dello stu­dio BBPR (Banfi Bel­gio­joso Perus­sutti Rogers, il pre­sti­gioso col­let­tivo mila­nese di cui faceva parte Ludo­vico Bel­gio­joso, già inter­nato a Buche­n­wald) col­la­bo­ra­rono Primo Levi, Nelo Risi, Pupino Samonà, Luigi Nono…, ha dei «torti» aggiun­tivi, come l’accogliere fra le sue tante deco­ra­zioni e sim­bo­lo­gie anche una falce e mar­tello, e una immagine di Anto­nio Gram­sci, icona di tutte le vit­time del fasci­smo.
Ora, ai gover­nanti polac­chi, desi­de­rosi di rimuo­vere il pas­sato, distur­bano quei richiami, agli ebrei il fatto che il monu­mento metta in crisi «l’esclusiva» ebraica rela­tiva ad Ausch­witz. Ed è grave che una città ita­liana, Firenze, si sia detta pronta ad acco­glierlo. Con­tro que­sta scel­le­rata ini­zia­tiva si sta ten­tando da tempo una mobi­li­ta­zione cul­tu­rale, che si spera possa avere un riscon­tro poli­tico forte e oggi su que­sto si svol­gerà nel Senato ita­liano una ini­zia­tiva di denun­cia pro­mossa da Ghe­rush 92-Committee for Human Right e dall’Accademia di Belle Arti di Brera. Spo­stare quel monu­mento dalla sua sede natu­rale, equi­vale a tra­sfor­marlo in mero oggetto deco­ra­tivo, men­tre esso deve stare dove è nato, per il sito per il quale fu pen­sato, a ricor­dare, pro­prio là, die­tro i can­celli del campo di ster­mi­nio, cosa fu il nazi­smo e il suo lucido pro­getto di annien­ta­mento, che, appunto, non con­cer­neva solo gli ebrei, col­lo­cati in fondo alla gerar­chia umana, ma anche tutti gli altri popoli, giu­di­cati essere «razze infe­riori» come gli slavi, o i nemici del Reich, comu­ni­sti in testa, o ancora gli «scarti» di uma­nità, secondo le oscene teo­rie degli «scien­ziati» di Hitler.

Insomma, la rimo­zione del Memo­riale, è una rimo­zione della memo­ria e un’offesa alla sto­ria. Ebbene, l’atteggiamento dell’Aned e delle Comu­nità israe­li­ti­che ita­liane, che o hanno taciuto, o hanno appro­vato la rimo­zione del Memo­riale (in attesa della sua sosti­tu­zione con un bel manu­fatto poli­ti­ca­mente adat­tato ai tempi nuovi), appare grave.

E in qual­che modo richiama le pole­mi­che di que­sti giorni rela­tive alla mani­fe­sta­zione romana del 25 aprile.

Pre­messo che la cosa «si svol­gerà di sabato», e dun­que, come ha pre­te­stuo­sa­mente pre­ci­sato il pre­si­dente della Comu­nità israe­li­tica romana, gli ebrei non avreb­bero comun­que par­te­ci­pato, la denun­cia che «non si vogliono gli ebrei», è un rove­scia­mento della verità: non si vogliono i pale­sti­nesi. Ed è grave l’assenza annun­ciata dell’ANED, per la prima volta, anche se la bagarre si è sca­te­nata sull’assenza della «Bri­gata Ebraica». La quale ha le sue ori­gini remote niente meno in Vla­di­mir Jabo­tin­sky, sio­ni­sta estre­mi­sta di destra con legami negli anni ’30 mai smen­titi con Mus­so­lini, che con­vinse le auto­rità bri­tan­ni­che, nella I guerra mon­diale, a dar vita a una Legione ebraica. Nel II con­flitto mon­diale, fu Chur­chill a lasciarsi con­vin­cere a orga­niz­zare un Jewish Bri­gade Group, inqua­drato nell’esercito bri­tan­nico: 5000 uomini che ope­ra­rono in par­ti­co­lare nell’Italia cen­trale, con­tri­buendo alla libe­ra­zione di Ravenna e di altri bor­ghi. Ebbe i suoi morti, e le sue glo­rie. Bene dun­que cele­brarla. Ma non fu né avrebbe potuto avere un ruolo emi­nente, come sem­bre­rebbe a leg­gere certe dichia­ra­zioni. Ma il fuoco media­tico supera il fuoco delle armi. E che dire di ciò che avvenne dopo? Come sto­rico ho il dovere di ricor­darlo. Quei sol­dati diven­nero il nucleo ini­ziale delle mili­zie dell’Irgun e del Haga­nah — quelle che cac­cia­rono i pale­sti­nesi nella Nakba — e poi dell’esercito del neo­nato Stato di Israele, al quale offri­rono anche la ban­diera.

Si capi­sce l’imbarazzo dell’Anpi di Roma, tra l’incudine e il mar­tello. Ma quando leggo che il suo pre­si­dente afferma che «i pale­sti­nesi non c’entrano con lo spi­rito della mani­fe­sta­zione», mi vien voglia di chie­der­gli se gli amici di Neta­nyahu c’entrino di più. Altri hanno dichia­rato in que­sti giorni che biso­gna lasciar par­lare solo chi ha fatto la guerra di libe­ra­zione; ma se così intanto andreb­bero cac­ciati dai pal­chi tanti trom­boni in cerca di applausi; e soprat­tutto se si adotta que­sta logica è evi­dente che tra poco non ci sarà più modo di festeg­giare il 25 aprile, per­ché, ahimè, i par­ti­giani saranno tutti scom­parsi.



E allora — visto l’articolo 2 dello Sta­tuto dell’Anpi che riven­dica un pro­fondo legame con i movi­menti di libe­ra­zione nel mondo — come non dare spa­zio a chi oggi lotta per libe­rarsi da un regime oppres­sivo, discri­mi­na­to­rio come quello israe­liano, rap­pre­sen­tato ora dal governo di destra di Neta­nyahu? Chi più dei pale­sti­nesi ha diritto oggi a recla­mare la «libe­ra­zione»? E invece temo si vada verso que­sto (addi­rit­tura in que­ste ore in forse a Roma) e i pros­simi 25 Aprile inges­sati e reistituzionalizzati.









domenica 12 aprile 2015

La RESISTENZA al femminile




Si sta avvicinando il 25 aprile e quest'anno ricorrono i 70 anni dalla liberazione dell'Italia dal nazifascismo, ma molte altre resistenze sono ancora in corso. Anche le donne hanno partecipato ( e partecipano oggi) alla Resistenza di allora: sono le storie, le vicende delle nostre mamme, nonne, bisnonne e di tutte coloro che hanno fatto parte, ad esempio, dell'UDI – Unione Donne Italiane – e che hanno contribuito, come partigiane, alla fruizione della libertà e dei diritti che sono anche nostri, grazie al loro coraggio e al loro impegno.
Si celebrano, queste grandi donne, allo Spazio WOW Fumetto di Milano con una mostra intitolata proprio “Donne resistenti”, un'esposizione di graphic-novel che sarà aperta al pubblico fino al 26 aprile 2015.
Le artiste Giuliana Maldini, Elena Terrin, Mariagrazia Quaranta, Marilena Nardi narrano le storie importanti, e forse poco conosciute ancora, di Onorina Brambilla Pesce, Iride Imperioli e poi di Tina Anselmi. Il fumettista Reno Ammendolea, in collaborazione con Marsia Modola, presenta il lavoro intitolato “ Bruna e Adele 70 anni dopo” in cui si ricordano i Gruppi di Difesa della Donna attraverso gli occhi di una ragazzina di diciassette anni che, grazie ai ricordi della nonna, scopre le conquiste e le lotte della resistenza al femminile. E ancora: il percorso che portò, a poco tempo di distanza da quelle battaglie, al diritto di voto.


 


Per il giorno di chiusura del percorso è prevista la proiezione del documentario “La donna nella Resistenza” di Liliana Cavani.
Un modo originale e nuovo di raccontare la Storia, anche quella che non si studia molto sui libri; un percorso utile per i giovani e i meno giovani che, insieme, possono raccontarsi e conoscersi meglio attraverso la condivisione di ideali e di valori positivi.








WOW Spazio Fumetto



Viale Campania 12, Milano



Ingresso libero



ma-ve: 15-19 e sab-dom:15-20

martedì 6 gennaio 2015

Romania di ieri e di oggi e il futuro dell'Europa




Le catacombe della Romania. Testimonianze dalle carceri comuniste 1945 – 1964: questo il titolo di un saggio originale e importante. Ricordare il Passato serve sempre per capire il Presente e questo è uno dei motivi per cui Rediviva Edizioni ha pubblicato questo testo ricco di testimonianze e di riflessioni sull'opposizione al regime comunista: una lotta per la libertà di pensiero e per la dignità. Una resistenza operata da molti: persone comuni, artisti, intellettuali, religiosi.



L'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato un incontro di presentazione del saggio, con materiale video, alla presenza della curatrice, Violeta P. Popescu, del giornalista Antonio Buozzi e dell'attore Vlad Scolari che ha letto alcuni brani. Un incontro emozionante che, insieme ad altri, l'associazione propone anche per le scuole medie e superiori. Per informazioni scrivere a: peridirittiumani@gmail.com







Se apprezzate il nostro lavoro e volete aiutarci, potete fare una piccola donazione, anche di due euro: in alto a destra sulla homepage trovate la scritta “Sostienici”. Cliccate e potrete fare la vostra donazione con Paypall o bonifico. Facile e sicurissimo. GRAZIE!

mercoledì 17 dicembre 2014

La resistenza a Kobane





Non abbandoneremo mai le nostre terre



Il ministro della Difesa di Kobanê Ismet Şêx Hesen sta combattendo insieme a due dei suoi figli in difesa di Kobanê. Hesen e i suoi due figli che si trovano nelle fila YPG dicono: “Kobanê è più prezioso di ogni altra cosa. Non permetteremo mai che alle mafie ISIS di prenderlo. I giovani di Kobanê dovrebbero venire ad occupare il loro posto nella resistenza."
Il modello sociale egualitario del cantone di Kobanê è stato dimostrato nella resistenza agli attacchi ISIS. Un esempio di questo è la famiglia Hesen. Poiché gli attacchi sono iniziati a Kobanê, il Ministero della Difesa ha continuato il suo lavoro in condizioni difficili, mentre i due figli, Kajin e Dilgêş stanno combattendo nelle fila delle YPG. Un nipote di Hesen è, anche, morto durante la resistenza a Kobanê.

Ho la fortuna di lottare spalla a spalla con i miei figli’.
Il ministro della Difesa di Kobanê Ismet Şêx Hesen ha detto che aveva impugnato le armi, anche, in un precedente attacco di luglio, aggiungendo: “Quando questo ultimo assalto ha avuto inizio non ho esitato a prendere la mia pistola e unirmi alla resistenza”. Hesen ha continuato dicendo che suo figlio Kajin era già stato nelle YPG, e quando gli ultimi attacchi sono iniziati, a settembre, anche il figlio Dilgêş si è unito alle truppe. Hesen aggiunto di essere orgoglioso dei suoi figli e di essere felice di lottare con loro fianco a fianco.

La libertà è più preziosa di ogni altra cosa’.
Şêx Hesen ha usato l’Algeria come esempio, dicendo: “Migliaia di persone provenienti da tutto il mondo sono andate in Algeria e hanno sacrificato la loro vita per la libertà del popolo. Siamo anche disposti a fare questo per la nostra terra. Ciò che riteniamo importante è Kobanê e la libertà del popolo curdo”.

Non permetteremo all’ ISIS di prendere Kobanê’.
Il figlio maggiore di Hesen, Kajin Hesen, si è unito alle YPG 3 anni fa. Fu ferito durante la battaglia contro l’Al Nusra ad Afrin, poi è venuto a Kobanê per unirsi alla resistenza qui. Kajin Hesen ha detto che ora stava combattendo contro le bande ISIS insieme a suo padre e suo fratello. “Non permetteremo mai che alle mafie ISIS di prendere Kobanê”, ha aggiunto.

Se necessario, tutta la famiglia si unirà alla resistenza’.
Dilgêş Hesen ha deciso di aderire alle YPG quando gli attacchi ISIS hanno avuto inizio, il 15 settembre. Egli ha detto: “All’inizio ho combattuto sul fronte orientale. Ora vado ovunque sia utile. Sto difendendo Kobanê insieme a mio padre e mio fratello maggiore. Non possiamo abbandonare Kobanê aall’ ISIS”. Dilgeş Hesen ha detto che, se necessario, la madre e altri fratelli si sarebbero uniti alla difesa di Kobanê, e ha invitato i giovani del Cantone a farvi ritorno, dicendo: “Tornate e cerchiamo di difendere Kobanê insieme. Partire non è una soluzione. La migliore e più onorevole cosa da fare è rimanere qui e lottare per la libertà del nostro paese”.



(Ufficio d' informazione del Kurdistan in Italia)

mercoledì 26 novembre 2014

Una manifestazione per una città antifascista



L'Associazione per i Diritti Umani sostiene la seguente manifestazione:




Sabato 29 Novembre 2014: mobilitazione antifascista dell'ANPI di Milano

nella giornata del tesseramento

Sulla base delle notizie apparse sulla stampa dovrebbe svolgersi a Milano un raduno neonazista degli Hammerskin, con band musicali provenienti da diversi Paesi europei.

Il raduno nenoazista, per i suoi contenuti antisemiti e razzisti si pone in aperto contrasto con i principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, con le leggi Scelba e Mancino e costituisce una inaccettabile offesa a Milano Città Medaglia d'Oro della Resistenza.

L'ANPI Provinciale di Milano fa appello alle forze politiche democratiche, alle istituzioni, e alle autorità perchè intervengano per impedire che il raduno si svolga ancora una volta a Milano,come avvenuto lo scorso anno nel quartiere di Rogoredo.

L'ANPI di Milano si rivolge in particolare al Sindaco Giuliano Pisapia, al quale chiede una sua autorevole pubblica presa di posizione in cui si ribadisca che, soprattutto in vista del 70° anniversario della Liberazione, Milano, capitale della Resistenza, non venga invasa e oltraggiata da simboli e manifestazioni neonaziste e neofasciste che offendono la memoria dei Caduti per la Libertà.

L'ANPI Provinciale di Milano si ritroverà, sabato 29 Novembre a partire dalle ore 14, in via Mercanti, davanti alla Loggia, luogo emblematico della Resistenza milanese, per la giornata nazionale del tesseramento che assumerà quindi il carattere di una ferma e unitaria risposta a questa ennesima provocazione neofascista e per riaffermare il carattere antifascista della nostra Carta Costituzionale.

Chiamiamo sin d'ora le Associazioni della Resistenza, le forze politiche democratiche, i cittadini, a partecipare alla mobilitazione da noi promossa per ribadire la nostra ferma opposizione al preoccupante ripetersi di iniziative e manifestazioni antisemite, razziste e xenofobe che si ripetono a Milano, città antifascista, democratica e multietnica.

venerdì 25 aprile 2014

Festa della Liberazione

Lo spirito del 25 aprile 2014, oggi, a Milano era così:



 
 
 
 
 













Una questione privata (anzi no)




25 aprile: nella giornata per la festa della Liberazione dal nazifascismo vogliamo ricordare un romanzo che, più di molte narrazioni, ha parlato della Resistenza senza retorica, con spietata lucidità, intrecciando una vicenda privata alla grande Storia.

Stiamo parlando de Una questione privata di Beppe Fenoglio, un libro “costruito con la geometrica tensione d'un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l'Orlando Furioso, e nello stesso tempo c'è la resistenza proprio com'era, di dentro e di fuori, vera come non mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele e, con tutti i valori morali, tanto più forti quanto impliciti, e la commozione e la furia”. Con queste parole un altro autore importantissimo, Italo Calvino, nella prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno, presenta il testo di Fenoglio, in cui Milton, il protagonista, è
accecato dall'amore per Fulvia e ossessionato dal dubbio del tradimento con Giorgio, il suo migliore amico. Tra fango e nebbia Milton vuole cercare Giorgio e, con lui, la verità e scopre che l'uomo è stato rapito ad Alba dai fascisti: Milton, allora, organizza uno scambio facendo prigioniero un sergente nemico che, però,si troverà costretto ad uccidere. Milton non si rassegna: torna alla villa con la speranza di incontrare di nuovo la sua amata, ma trova una colonna nazista che lo costringe ad una fuga disperata... fino all'epilogo.

Nel XI capitolo Milton dice: “Vengo da Santo Stefano, per una questione privata”: da qui Calvino, dopo la morte prematura di Fenoglio, decide di dare al libro il titolo Una questione privata, libro che, infatti, fu pubblicato postumo nel 1963.

Il viaggio, come viaggio mentale e di formazione, è sicuramente uno dei topoi narrativi. E poi l'amore, un amore malato, un'ossessione, come puo' esserlo anche quello verso un'ideologia; e la Resistenza che fa da contesto storico alla vicenda ed è raccontata nella maniera più sincera e umana possibile. I partigiani sono, prima di tutto, persone con pregi e difetti, punti di forza e fragilità. E, infine, Fulvia: Fulvia, la donna, la speranza. La speranza (e la volontà) di trovare la verità, di trovare un senso per la vita umana e per la Storia.

venerdì 26 aprile 2013

Laura Boldrini, a Milano, per celebrare la festa della liberazione


Riportiamo, di seguito, il discorso del Presidente della Camera, Laura Boldrini, pronunciato ieri a Milano, in occasione della 68ma Festa della Liberazione. Un 25 aprile 2013, riscaldato dal sole, ma soprattutto da centinaia di persone colorate, attente, sorridenti, convinte che non si debba smettere di credere nei valori giusti, nella Costituzione, nell'impegno.

Laura Boldrini
Care amiche e cari amici,
è per me un grande privilegio rivolgermi a voi in questa Piazza e in questa città.
Ho sfilato nel corteo e ora vi vedo da qui. Siete tanti, siamo in tanti, tantissimi! E c’è ancora chi parla del 25 Aprile come di una ricorrenza stanca e invecchiata. E anche questa mattina c’è stato chi ha scritto che questa festa è morta. Vengano qui gli scettici, gli increduli! Questa festa è più viva che mai. È la festa di tutti. Di tutti gli italiani liberi.

Oggi festeggiamo la riconquista della libertà, il dono più prezioso per ogni essere umano. C’è gioia ma c’è anche commozione, perché il nostro pensiero va ai tanti che per farci questo dono, la libertà, hanno perso la vita, sono stati uccisi, torturati, internati nei campi di sterminio. Ed erano giovani, giovanissimi. Di diverso orientamento politico, di diversa fede religiosa. La Resistenza non fu di parte. Fu un moto popolare e unitario, per restituire dignità all’Italia intera.
Quando sono stata eletta presidente della camera, mi è stato regalato un libro che conoscete bene : “Le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”. Un libro straordinario perché non è scritto con la penna, è scritto con la vita. La vita di tante persone.
Quello che più mi colpisce di quelle lettere è l’età di chi le scrisse, a poche ore dalla morte. Quasi tutti attorno ai vent’anni. Tutti animati da una grande speranza per il futuro dell’Italia.
Vorrei che da qui, a tanti anni di distanza, a quei ragazzi della Resistenza inviassimo un grande applauso, che è il nostro grazie per tutto quello che hanno fatto, per noi e per l’Italia.
Durante la mia esperienza negli organismi internazionali ho conosciuto gli orrori della guerra, non me li hanno raccontati: nei Balcani come in Medio Oriente o in Africa, altre ragazze e altri ragazzi feriti, imprigionati, torturati. E se riescono a mettersi in salvo diventano rifugiati, persone costrette a fuggire dai loro paesi perché vittime di persecuzioni e di violenze.

Come Sandro Pertini, costretto dal fascismo a riparare in Francia, e molti altri italiani come lui.
Così sono quei giovani della primavera araba che hanno sfidato regimi dittatoriali che sembravano irremovibili e molti altri in tutto il mondo che continuano a farlo, rischiando la vita ogni giorno. Sono anche loro combattenti per la libertà. E alcuni vivono in casa nostra, che deve essere anche casa loro. Ce lo dice la Costituzione! Ce lo dicono i nostri ideali : libertà, uguaglianza, fraternità!
Mai più il fascismo. Mai più guerre. Questa l’invocazione dell’Italia libera, subito dopo il 25 Aprile. E questo monito avevano in testa i costituenti nel redigere la nostra carta fondamentale.
Oggi, insieme alla Liberazione, celebriamo i valori della Costituzione: il ripudio della guerra, l’uguaglianza, la giustizia sociale.

È una giornata di ricordo. Ma deve essere anche l’occasione per riflettere e per chiederci : da che cosa ci siamo liberati il 25 Aprile?
Da un regime politico totalitario, innanzitutto. Ma anche dai valori che propugnava.
Ci siamo liberati dal mito della nazione e del popolo come comunità chiusa, che deve essere “purificata” da coloro che possono infettarla : i dissenzienti, i diversi, i deboli, le minoranze etniche e religiose.

Ci siamo liberati dall’autoritarismo e dal conformismo.
Ci siamo liberati da una concezione del potere tutta basata sulla violenza, dall’idea di superiorità razziale, dall’espansionismo aggressivo.
Ci siamo liberati dalla celebrazione della virilità, del maschilismo, della riduzione della donna a “madre e sposa”, dalla sua esclusione dal mercato del lavoro, dalla società e dalla politica.
Da tutto questo ci siamo liberati!

E abbiamo abbracciato altri valori: quelli di una società pluralista, dei diritti individuali e collettivi, della cittadinanza attiva. Quelli del ripudio della guerra e della ricerca della pace tra i popoli. Quelli della liberazione delle donne e dell’uguaglianza di genere.
Sono gli stessi valori che troviamo scolpiti nella Dichiarazione universale dei diritti umani, che è per me l’espressione più alta della cultura antifascista.
Sono i nostri valori, i valori della repubblica italiana.

Guai però a considerarli acquisiti una volta per tutte. Essi sono continuamente minacciati da gruppi e organizzazioni neofasciste. Gruppi pericolosi, perché cercano di fare proseliti tra i giovani. Approfittano dello smarrimento di ragazze e ragazzi ai quali è stata sottratta la fiducia nel futuro.
Vi è un pullulare di siti Internet che inneggiano al fascismo e al nazismo, all’odio razziale e alla violenza contro le donne. Questo, in un paese civile, non è tollerabile !
Esiste una convenzione del consiglio d’Europa, ratificata dall’Italia, che impegna gli Stati a punire chi, anche attraverso la rete, diffonde materiale xenofobo e, per odio razziale, minaccia e insulta altre persone.

Questa Convenzione va applicata rigorosamente.
Ma serve anche altro. Serve una battaglia culturale, di idee, di valori. Parliamo con i nostri ragazzi, non lasciamoli in preda a questa sottocultura ; trasmettiamo loro, nel modo più semplice e più chiaro possibile, la bellezza di quei valori che ci vedono insieme oggi, su questa piazza e in tante altre piazze d’Italia.

E smentiamo quei luoghi comuni che continuano a scorrere come un veleno nelle vene della società. Capita ad esempio di ascoltare perfino esponenti della politica e della cultura, affermare che ci sarebbero differenze tra un fascismo “buono” e un fascismo “cattivo”. Il primo sarebbe il fascismo “con il senso dello Stato”, il fascismo “modernizzatore”, il fascismo ricco di valori – l’onore, la patria, la famiglia. Il fascismo “cattivo” sarebbe quello dell’alleanza con Hitler, delle leggi razziali, della guerra.
Queste idee vengono da lontano e hanno fatto breccia in una parte dell’opinione pubblica. Si sono perfino convertite in luoghi comuni, in chiacchiera da bar. Ma sono idee completamente sbagliate e bisogna dirlo con forza!
Bisogna dire che non è mai esistito un fascismo buono. Che il fascismo è stato un regime illegittimo perché nato dall’esercizio massiccio della violenza squadristica e da una pratica del potere basata sull’assassinio politico, sulla soppressione delle libertà individuali e collettive, sulla persecuzione degli oppositori, sulla manipolazione dell’informazione.
Ce ne siamo liberati, con il 25 Aprile del 1945 e con la Costituzione del ’48.

Ma il germe dell’autoritarismo è sempre pronto a diffondersi, soprattutto in tempi di crisi economica. Non possiamo dimenticare che tra le cause scatenanti il fascismo vi fu la disoccupazione di massa che fece seguito alla prima guerra mondiale. E che il partito di Hitler fu sospinto al potere da masse di popolo senza lavoro e senza reddito, dopo la grande crisi del ’29.
Anche oggi, in diversi paesi europei, maturano risposte autoritarie e illiberali alla grave crisi economica che comprime come in una morsa la vita di milioni di persone.
Dobbiamo quindi stare in guardia e respingere ogni insorgenza neofascista e ogni populismo autoritario.
Ma dobbiamo soprattutto, le istituzioni debbono – il parlamento, il governo, le regioni – dare lavoro ai giovani, aiutare i pensionati, sostenere le madri e i padri di famiglia che perdono il lavoro, gli artigiani e i piccoli imprenditori strangolati dalla crisi.

No. Nessuno deve essere lasciato solo. Anche così si difende la democrazia!
E la democrazia ha bisogno costantemente di essere difesa. Quante volte gli italiani sono stati chiamati, nella storia repubblicana, a difendere la libertà e le istituzioni democratiche!
È stato necessario, perché il fascismo ha lasciato una impronta profonda sulla vita della Repubblica.
La vita delle istituzioni italiane è stata particolarmente travagliata, molto più di tutte le altre democrazie europee. È stata attraversata in modo più violento che altrove dalle lacerazioni della guerra fredda. Minacciata più di altre dalla presenza inquietante di strutture parallele, da settori militari e civili infedeli,dal rumore di sciabole…

L’Italia è stata colpita ripetutamente dalla violenza politica, dal massacro indiscriminato di cittadini inermi, dall’attacco militare della mafia, dalla barbarie del terrorismo, dall’assassinio a tradimento di servitori dello stato e di politici, sindacalisti, giornalisti. Tanti, troppi, anche dopo la Resistenza, hanno continuato a morire per difendere la nostra libertà e la nostra democrazia. Ci inchiniamo ancora una volta alla loro memoria, abbracciamo le loro famiglie, sentiamo come fosse nostro il loro dolore.
Anche grazie al loro sacrificio, l’Italia ha superato con coraggio quella fase terribile della sua storia.

Ma si tratta di una ferita dolorosa. Una ferita ancora aperta. Tante, troppe di quelle vite perdute nelle piazze, sui treni, sugli aerei, non hanno ricevuto giustizia. In tanti, troppi casi le istituzioni non hanno saputo dare una parola di certezza sugli esecutori e sugli strateghi del terrore.
Questa mancanza di verità e giustizia è una sconfitta per le istituzioni.
Per questo, ci tengo a dire proprio oggi, 25 aprile, che mi unisco a quanti chiedono l’abrogazione completa e definitiva del segreto di stato per i reati di strage e terrorismo.
Perché in un paese civile la verità e la giustizia non si possono barattare e non si possono calpestare.

Vorrei concludere con le parole che Piero Calamandrei rivolse ai giovani, qui a Milano, dieci anni dopo la Liberazione. Era un discorso sulle origini della nostra Costituzione. “Se volete andare in pellegrinaggio – disse Calamandrei – nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate li, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”.
Grazie, per avermi invitato a questa bella manifestazione, per avermi accolto con tanto affetto, per avermi permesso, in questa giornata di festa, di stare qui con voi, a Milano, città medaglia d’oro della Resistenza.