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martedì 17 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI





Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



Seconda guerra mondiale: gli ideali di allora, la lotta per il bene comune. Cosa è cambiato?



Presentazione del romanzo: “ In piedi nella neve”

di Nicoletta Bortolotti, Mondadori





giovedì 19 NOVEMBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1 (Ang. Via G. da Cermenate 2 – MM ROMOLO) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del romanzo “ In piedi nella neve”

di Nicoletta Bortolotti, Mondadori



Il romanzo:

Kiev 1942: la famosa “partita di calcio della morte”, tra soldati nazisti e prigionieri ucraini. Partendo da un fatto storico, l'autrice racconta una storia di guerra e di formazione per riflettere sui valori di allora e sugli ideali ancora presenti nel mondo di oggi.









lunedì 6 aprile 2015

100 anni di guerra: dalla Prima Guerra Mondiale ai conflitti contemporanei. Riflettere anche con un film




1915 – 2015: un secolo di cambiamenti e di trasformazioni. Un secolo di guerre e di deportazioni. Un secolo, quello del '900, che ha cambiato l'assetto geopolitico, economico e culturale del mondo. Cadono imperi, operano e crollano dittature, si abbattono muri e ideologie, arrivano la rivoluzione tecnologica e il nucleare. In tutto questo le basi e le radici dei conflitti contemporanei. E un film, solo un film - complice una notte di festività - riporta al centro i valori positivi di un'umanità confusa e belligerante.




Joyeux Noel – Una verità dimenticata dalla Storia

 



1914. La Grande Guerra è iniziata da qualche mese: francesi e tedeschi si combattono con assalti, colpi di baionetta e bombardamenti. Si lotta ad Artois dove le trincee sono scavate talmente in fretta che si trovano una accanto all'altra e i soldati di entrambe le fazioni potrebbero quasi arrivare a parlarsi. In quei corridoi e cunicoli tutti cercano di sopravvivere, di salvarsi la pelle e di tenere alto lo spirito.

I francesi sono supportati da una squadra di scozzesi, con a capo un parroco anglicano - il reverendo Palmer - che tenta di scaldare gli animi, nel gelido inverno che avvolge stanchezza e paure, con il suono delle cornamuse e dei canti popolari; il tenente Audebert si scontra con suo padre - uno dei generali convinti che il conflitto si risolverà in breve tempo - e pensa con nostalgia alla famiglia lontana, alla moglie che porta in grembo il loro bambino. Francesi, tedeschi e scozzesi indossano divise diverse, ma combattono una guerra che non sentono loro e che, probabilmente, nemmeno capiscono.

Si avvicina, intanto, la notte di Natale: l'Imperatore Guglielmo II fa recapitare - in quello squallore che sa di solitudine, di ferite e di morte - alcuni piccoli abeti perchè dice: “ Natale è pur sempre Natale”. Ed è il preludio di un miracolo: Nikolaus - un tenore tedesco, accompagnato dalla moglie soprano, la danese Anna Sorensen - incomincia a intonare un canto: è come se ogni singola nota del celebre brano “Stille Nacht” facesse accendere una piccola luce sugli alberelli natalizi, una luce che si fa simbolo di tregua e di speranza, anche solo per un breve attimo. Al canto dei tedeschi, infatti risponde - prima in maniera sommessa poi sempre più decisa - la melodia dell' ”Adestre Fideles” da parte dei francesi e un appaluso finale scioglie i cuori commossi. Il parroco scozzese si prepara a celebrare la Santa Messa che sarà seguita da tutti i soldati; questi si scambiano lettere, confidenze e strette di mano, superando i confini delle rispettive trincee e l'odio imposto dall'alto. Si riconoscono, tutti, in un unico destino, come esseri umani, coinvolti loro malgrado in una situazione - la Guerra - inconcepibile e crudele. E quella guerra - come purtroppo molte altre a seguire – riprenderà il suo corso al primo bagliore dell'alba e non si esaurirà in poco tempo e con poche vittime. Ma almeno per una notte, la nascita di Gesù sospende la violenza e dà all'umanità, alla compassione e alla fratellanza la sua benedizione, benedizione che si rinnova di anno in anno e di cui ancora oggi si sente tanto la necessità.



Può sembrare incredibile, ma la vicenda raccontata in Joyeux Noel – Una verità dimenticata dalla Storia è accaduta realmente. Il regista - Christian Carion che ha già dato prova di saper tratteggiare racconti cinematografici con riflessioni intimistiche in Una rondine non fa primavera - nasce in Francia, proprio in uno dei dipartimenti occupati dai tedeschi e gioca con i bossoli delle armi trovati nei campi. Quei bossoli destano la sua curiosità tanto che, da grande, approfondisce lo studio sulla Prima Guerra Mondiale per scoprire che la “piccola pace” è avvenuta davvero, che i soldati hanno davvero cantato insieme e pianto sulla struggente musica dell'”Ave Maria” e che davvero hanno anche giocato una partita di calcio, non per sfida, ma per il pure e semplice bisogno di recuperare un po' di allegria. Tutto questo è ben testimoniato da verbali, documenti e fotografie dell'epoca; è perfino confermato un episodio in cui un gatto viene arrestato e giustiziato da un gruppo di belligeranti con l'accusa di spionaggio!

La pellicola di Carion è stata candidata agli Oscar 2006 come Miglor Film straniero e presentata, riduttivamente, fuori concorso alla 58ma edizione del Festival di Cannes. Joyeaux Noel descrive microstorie della quotidianità in trincea con intelligenza e partecipazione, ma senza retorica: i nomi dati dai commilitoni alle vie dei cunicoli per sentirsi a casa; una piccola sveglia caricata tutti i giorni per non dimenticare le vecchie abitudini; il suono della fisarmonica. Piccoli gesti per ritualizzare le giornate e per riconfermare l'esistenza; per farsi coraggio e per continuare a credere che ci sia un “perchè”, anche dopo aver sepolto un compagno che, nella condivisione del caos e dell'orrore di un conflitto, diventa un amico o un fratello, una parte di sé. Dietro a ogni sguardo c'è una vita, c'è una storia che potrà continuare se non verrà stroncata da una mano nemica. Ma esiste davvero un nemico?

La narrazione inizia con la visione dello spettatore che coincide, in soggettiva, con quella di un soldato: si vede il profilo della trincea e, da una parte e dall'altra, si avverte lo sguardo attento e pronto dei cecchini. Ma, in seguito, il punto di vista del regista e del pubblico cambia per dimostrare - come in Orizzonti di gloria o in un altro bel racconto cinematografico che parla della guerra, El Alamein – che, in fonso, il nemico vero e in carne ed ossa non c'è. Si tratta di un'ossessione, di un'eterna paura o forse di un bisogno insito nella natura umana: il bisogno di rivalsa per confermare le proprie capacità, il bisogno di esercitare la forza su chi è considerato più debole per affermare la propria superiorità.

Ma - in quel lontano 1914 - è bastato un canto, è bastata l'armonia, universalmente riconosciuta, di un “Ave Maria” per livellare gli odii incosapevoli e i soprusi senza senso e per far emergere la sofferenza, la nostalgia e la fragilità che appartengono a tutte le persone. Non è un caso che, in questo mondo tutto al maschile, vi sia solo un personaggio femminile: una donna che sa cantare, una moglie che sa amare, forse una futura madre che sicuramente saprà insegnare ai propri figli il valore della pace, della solidarietà. Forse gli sceneggiatori si sono rifatti proprio al messaggio di Cristo che si è fatto uomo e alla Madonna che accetta di condividere con lui, e con tutti, un destino di dolore e di resurrezione, un insegnamento di amore e di resposabilità.

Un film antimilitarista che alcuni hanno definito un “po' antico”; ben venga tale definizione se “antico” significa girato con cura e in maniera classica. Carion presenta e descrive i personaggi, delineandone i caratteri e le pieghe dell' anima, cucendo , con un montaggio fluido ed elegante, le piccole vicende particolari e creando, così, un mosaico universale, valido anche nel nostro Presente, tanto caratterizzato da altre battaglie, lotte e atrocità; accompagna lo spettatore fin dentro le trincee per inserirlo nei meccanismi complessi e assurdi della guerra, di qualsiasi guerra; entra, con sensibilità, nelle singole storie dei “suoi” soldati e giudica con severità la grande Storia che macina giovani vite e alimenta illusioni di potere. Il pensiero dell'autore è espresso chiaramente nella sequenza in cui, mentre il tenore avanza tenendo in mano uno dei piccoli abeti di Natale donati dal Kaiser, la cinepresa mostra, dall'alto, il campo di battaglia: una terra di nessuno, punteggiata dai colpi delle granate e dai corpi esangui.

Abbiamo citato in precedenza il capolavoro di Stanley Kubrick: chi, infatti, può dimenticare il canto finale mescolato alle lacrime in Orizzonti di gloria? In Joyeux Noel la musica è essa stessa protagonista: anche qui consola gli animi feriti e la psiche debilitata dei soldati; riempie i vuoti affettivi e gli smarrimenti emotivi; narra le passioni e i dolori; ricorda agli uomini le proprie derive morali.

Una riflessione, quella proposta dal film di Christian Carion che, come accennato in precedenza, può essere utile anche e soprattutto alla luce di ciò che sta accadendo oggi, tra mondo occidentale e mondo mediorientale, tra confessioni cristiane e confessioni islamiche, tra autoctoni e stranieri: la sete di potere, di rivalsa culturale, religiosa o politica, acceca e fa dimenticare che gli uomini sono tutti uguali perchè ognuno ha cuore e testa, affetti e pensieri, istinti e ragione, ma in particolare, tutti prima o poi, siamo destinati alla stessa fine. Questa finitezza della nostra condizione dovrebbe far riflettere sulla bellezza della vita e sul rispetto per ogni singola esistenza. Ecco perchè consigliamo questo film a grandi e ai giovani che sono la speranza per il futuro: la gioventù di molti è tutelata dalle certezze economiche e dalla sicurezza familiare e sociale, ma per molti altri non è così. Chi vive, ogni giorno, in uno stato di guerra sa cosa vuol dire vivere nella paura, nella miseria, nell'orrore.

Una “piccola pace”, allora, è un evento eccezionale all'interno di un conflitto che dovrebbe essere altrettanto straordinario e forse solo una preghiera - recitata o cantata in qualsiasi lingua (anche se il doppiaggio italiano appiattisce le diversità!) e di qualunque confessione religiosa - può ridare un senso a uno sguardo d'intesa e a un abbraccio sentito.










giovedì 26 giugno 2014

Giornata mondiale contro la tortura


In occasione del 26 giugno, Giornata Mondiale contro la Tortura, la Campagna LasciateCIEntrare vuole lanciare una riflessione sul tema, partendo dalla denuncia di quei luoghi che calpestano la dignità e i diritti delle persone: i CIE.   
I Centri di identificazione ed espulsione rappresentano una violazione dell'articolo 3 della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo:
“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.
Ce lo spiega bene Lassad, che da uomo libero è finito al CIE di Ponte Galeria, vivendo così sulla sua pelle un trattamento inumano che mai dimenticherà. Prima di Ponte Galeria era transitato per Bari e Trapani.
“Mi sono trovato nel CIE con delle persone con le bocche cucite. Mi sono domandato, dove sono? In Afghanistan, a Beirut!? Non è logico che nel 21esimo secolo esistano questi luoghi chiamati CIE e che delle persone per far sentire la propria voce arrivino a compiere gesti estremi, persone che si cuciono la bocca con ago e filo per protesta. Ma dove siamo?!”.
Siamo nei CIE, strutture che nascono per trattenere gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento, ma che in realtà non sono nient’altro che dei lager autorizzati. Gli immigrati reclusi vivono senza dignità, senza diritti.
Entrano ed escono dal CIE: “Non hai un documento e ti mettono li per un anno e mezzo. Massimo 6 mesi a Ponte Galeria. Solo perché non hai documenti devi passare il resto della vita ad uscire e rientrare nei CIE”.
Lassad vive in Italia da 22 anni e questa nazione con la sua politica la conosce bene “il bello della politica italiana: parole parole parole ! I CIE non sono la soluzione! 41 euro, vale così poco la vita umana?
Siamo la Banca d’Italia, entrano soldi, siamo la conseguenza di una causa, dunque siamo un prodotto e come prodotto ha un suo prezzo”.
Vite umane spezzate, rinchiuse senza nessuna colpa, si trovano a dover contare le loro sbarre: “Passo la mia giornata a contare le sbarre che sono attorno al perimetro della mia stanza. Per la precisione sono 206, su 18 passi e mezzo di lunghezza, su 8 passi e mezzi di larghezza, questo è il perimetro della mia stanza” così ci racconta Lassad.
Lassad è ora di nuovo un uomo libero, gli domandiamo “cosa diresti ai tuoi compagni che sono rimasti nei CIE?
L’arma è diventata troppo sottile. Cercano di colpirvi nell’anima, sfiancarvi la resistenza. Questi posti ti spezzano
l’anima... Tenete duro!
La Campagna LasciateCIEntrare chiede che non vengano riaperti i CIE di Gradisca d'Isonzo, Milano, Palazzo S.Gervasio e che chiudano tutte le strutture di detenzione amministrativa per stranieri. #MAIPIUCIE
E’ possibile vedere l’intervista video integrale sul sito: www.lasciatecientrare.it