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lunedì 6 aprile 2015

100 anni di guerra: dalla Prima Guerra Mondiale ai conflitti contemporanei. Riflettere anche con un film




1915 – 2015: un secolo di cambiamenti e di trasformazioni. Un secolo di guerre e di deportazioni. Un secolo, quello del '900, che ha cambiato l'assetto geopolitico, economico e culturale del mondo. Cadono imperi, operano e crollano dittature, si abbattono muri e ideologie, arrivano la rivoluzione tecnologica e il nucleare. In tutto questo le basi e le radici dei conflitti contemporanei. E un film, solo un film - complice una notte di festività - riporta al centro i valori positivi di un'umanità confusa e belligerante.




Joyeux Noel – Una verità dimenticata dalla Storia

 



1914. La Grande Guerra è iniziata da qualche mese: francesi e tedeschi si combattono con assalti, colpi di baionetta e bombardamenti. Si lotta ad Artois dove le trincee sono scavate talmente in fretta che si trovano una accanto all'altra e i soldati di entrambe le fazioni potrebbero quasi arrivare a parlarsi. In quei corridoi e cunicoli tutti cercano di sopravvivere, di salvarsi la pelle e di tenere alto lo spirito.

I francesi sono supportati da una squadra di scozzesi, con a capo un parroco anglicano - il reverendo Palmer - che tenta di scaldare gli animi, nel gelido inverno che avvolge stanchezza e paure, con il suono delle cornamuse e dei canti popolari; il tenente Audebert si scontra con suo padre - uno dei generali convinti che il conflitto si risolverà in breve tempo - e pensa con nostalgia alla famiglia lontana, alla moglie che porta in grembo il loro bambino. Francesi, tedeschi e scozzesi indossano divise diverse, ma combattono una guerra che non sentono loro e che, probabilmente, nemmeno capiscono.

Si avvicina, intanto, la notte di Natale: l'Imperatore Guglielmo II fa recapitare - in quello squallore che sa di solitudine, di ferite e di morte - alcuni piccoli abeti perchè dice: “ Natale è pur sempre Natale”. Ed è il preludio di un miracolo: Nikolaus - un tenore tedesco, accompagnato dalla moglie soprano, la danese Anna Sorensen - incomincia a intonare un canto: è come se ogni singola nota del celebre brano “Stille Nacht” facesse accendere una piccola luce sugli alberelli natalizi, una luce che si fa simbolo di tregua e di speranza, anche solo per un breve attimo. Al canto dei tedeschi, infatti risponde - prima in maniera sommessa poi sempre più decisa - la melodia dell' ”Adestre Fideles” da parte dei francesi e un appaluso finale scioglie i cuori commossi. Il parroco scozzese si prepara a celebrare la Santa Messa che sarà seguita da tutti i soldati; questi si scambiano lettere, confidenze e strette di mano, superando i confini delle rispettive trincee e l'odio imposto dall'alto. Si riconoscono, tutti, in un unico destino, come esseri umani, coinvolti loro malgrado in una situazione - la Guerra - inconcepibile e crudele. E quella guerra - come purtroppo molte altre a seguire – riprenderà il suo corso al primo bagliore dell'alba e non si esaurirà in poco tempo e con poche vittime. Ma almeno per una notte, la nascita di Gesù sospende la violenza e dà all'umanità, alla compassione e alla fratellanza la sua benedizione, benedizione che si rinnova di anno in anno e di cui ancora oggi si sente tanto la necessità.



Può sembrare incredibile, ma la vicenda raccontata in Joyeux Noel – Una verità dimenticata dalla Storia è accaduta realmente. Il regista - Christian Carion che ha già dato prova di saper tratteggiare racconti cinematografici con riflessioni intimistiche in Una rondine non fa primavera - nasce in Francia, proprio in uno dei dipartimenti occupati dai tedeschi e gioca con i bossoli delle armi trovati nei campi. Quei bossoli destano la sua curiosità tanto che, da grande, approfondisce lo studio sulla Prima Guerra Mondiale per scoprire che la “piccola pace” è avvenuta davvero, che i soldati hanno davvero cantato insieme e pianto sulla struggente musica dell'”Ave Maria” e che davvero hanno anche giocato una partita di calcio, non per sfida, ma per il pure e semplice bisogno di recuperare un po' di allegria. Tutto questo è ben testimoniato da verbali, documenti e fotografie dell'epoca; è perfino confermato un episodio in cui un gatto viene arrestato e giustiziato da un gruppo di belligeranti con l'accusa di spionaggio!

La pellicola di Carion è stata candidata agli Oscar 2006 come Miglor Film straniero e presentata, riduttivamente, fuori concorso alla 58ma edizione del Festival di Cannes. Joyeaux Noel descrive microstorie della quotidianità in trincea con intelligenza e partecipazione, ma senza retorica: i nomi dati dai commilitoni alle vie dei cunicoli per sentirsi a casa; una piccola sveglia caricata tutti i giorni per non dimenticare le vecchie abitudini; il suono della fisarmonica. Piccoli gesti per ritualizzare le giornate e per riconfermare l'esistenza; per farsi coraggio e per continuare a credere che ci sia un “perchè”, anche dopo aver sepolto un compagno che, nella condivisione del caos e dell'orrore di un conflitto, diventa un amico o un fratello, una parte di sé. Dietro a ogni sguardo c'è una vita, c'è una storia che potrà continuare se non verrà stroncata da una mano nemica. Ma esiste davvero un nemico?

La narrazione inizia con la visione dello spettatore che coincide, in soggettiva, con quella di un soldato: si vede il profilo della trincea e, da una parte e dall'altra, si avverte lo sguardo attento e pronto dei cecchini. Ma, in seguito, il punto di vista del regista e del pubblico cambia per dimostrare - come in Orizzonti di gloria o in un altro bel racconto cinematografico che parla della guerra, El Alamein – che, in fonso, il nemico vero e in carne ed ossa non c'è. Si tratta di un'ossessione, di un'eterna paura o forse di un bisogno insito nella natura umana: il bisogno di rivalsa per confermare le proprie capacità, il bisogno di esercitare la forza su chi è considerato più debole per affermare la propria superiorità.

Ma - in quel lontano 1914 - è bastato un canto, è bastata l'armonia, universalmente riconosciuta, di un “Ave Maria” per livellare gli odii incosapevoli e i soprusi senza senso e per far emergere la sofferenza, la nostalgia e la fragilità che appartengono a tutte le persone. Non è un caso che, in questo mondo tutto al maschile, vi sia solo un personaggio femminile: una donna che sa cantare, una moglie che sa amare, forse una futura madre che sicuramente saprà insegnare ai propri figli il valore della pace, della solidarietà. Forse gli sceneggiatori si sono rifatti proprio al messaggio di Cristo che si è fatto uomo e alla Madonna che accetta di condividere con lui, e con tutti, un destino di dolore e di resurrezione, un insegnamento di amore e di resposabilità.

Un film antimilitarista che alcuni hanno definito un “po' antico”; ben venga tale definizione se “antico” significa girato con cura e in maniera classica. Carion presenta e descrive i personaggi, delineandone i caratteri e le pieghe dell' anima, cucendo , con un montaggio fluido ed elegante, le piccole vicende particolari e creando, così, un mosaico universale, valido anche nel nostro Presente, tanto caratterizzato da altre battaglie, lotte e atrocità; accompagna lo spettatore fin dentro le trincee per inserirlo nei meccanismi complessi e assurdi della guerra, di qualsiasi guerra; entra, con sensibilità, nelle singole storie dei “suoi” soldati e giudica con severità la grande Storia che macina giovani vite e alimenta illusioni di potere. Il pensiero dell'autore è espresso chiaramente nella sequenza in cui, mentre il tenore avanza tenendo in mano uno dei piccoli abeti di Natale donati dal Kaiser, la cinepresa mostra, dall'alto, il campo di battaglia: una terra di nessuno, punteggiata dai colpi delle granate e dai corpi esangui.

Abbiamo citato in precedenza il capolavoro di Stanley Kubrick: chi, infatti, può dimenticare il canto finale mescolato alle lacrime in Orizzonti di gloria? In Joyeux Noel la musica è essa stessa protagonista: anche qui consola gli animi feriti e la psiche debilitata dei soldati; riempie i vuoti affettivi e gli smarrimenti emotivi; narra le passioni e i dolori; ricorda agli uomini le proprie derive morali.

Una riflessione, quella proposta dal film di Christian Carion che, come accennato in precedenza, può essere utile anche e soprattutto alla luce di ciò che sta accadendo oggi, tra mondo occidentale e mondo mediorientale, tra confessioni cristiane e confessioni islamiche, tra autoctoni e stranieri: la sete di potere, di rivalsa culturale, religiosa o politica, acceca e fa dimenticare che gli uomini sono tutti uguali perchè ognuno ha cuore e testa, affetti e pensieri, istinti e ragione, ma in particolare, tutti prima o poi, siamo destinati alla stessa fine. Questa finitezza della nostra condizione dovrebbe far riflettere sulla bellezza della vita e sul rispetto per ogni singola esistenza. Ecco perchè consigliamo questo film a grandi e ai giovani che sono la speranza per il futuro: la gioventù di molti è tutelata dalle certezze economiche e dalla sicurezza familiare e sociale, ma per molti altri non è così. Chi vive, ogni giorno, in uno stato di guerra sa cosa vuol dire vivere nella paura, nella miseria, nell'orrore.

Una “piccola pace”, allora, è un evento eccezionale all'interno di un conflitto che dovrebbe essere altrettanto straordinario e forse solo una preghiera - recitata o cantata in qualsiasi lingua (anche se il doppiaggio italiano appiattisce le diversità!) e di qualunque confessione religiosa - può ridare un senso a uno sguardo d'intesa e a un abbraccio sentito.










sabato 26 aprile 2014

Open hearts: il cuore dei bambini di Emergency




L'Associazione per i Diritti Umani è felice di comunicarvi che intervisterà, in un incontro pubblico il prossimo 6 maggio, Manuela Valenti, medico pediatra di Emergency per la presentazione del documentario Open hearts di Kief Davidson, film candidato all'Oscar 2013 come miglior corto-documentario.

Otto bambini ruandesi lasciano le loro famiglie per recarsi a Kartoum, in Sudan, ed essere sottoposti ad un delicato intervento cardiochirurgico presso il Centro Salam di Emergency. Il loro problema di salute è causato da una malattia reumatica di cui sono affette, in Africa, circa 18 milioni di persone.

Tanto lavoro ancora da fare per affermare i diritti di tutti e, in particolare, quello alla salute come afferma Gino Strada: “ Una cosa è avere gli stessi diritti sulla carta. Tutt'altra è analizzare i contenuti di quelli che vengono chiamati diritti. Il mio diritto alla salute come europeo include una TAC e altre diagnosi sofisticate, ma per un africano il diritto a essere curato si ferma a un paio di vaccinazioni e alcuni antibiotici”. Il centro Salam è una delle strutture in grado di offrire assistenza medica e cure di alta qualità e in maniera del tutto gratuita a bambini e ragazzi che hanno tutta la vita davanti e che vogliono viverla pienamente e con gioia.

Avremo occasione, quindi, di approfondire tanti argomenti, dopo la proiezione del film, con la Dott.ssa Valenti. Vi aspettiamo.

L'incontro è stato organizzato da fondazione AEM, Craem Milano, Associazione Libera Visionaria.



L'appuntamento è per:

martedì 6 maggio, ore 18.00, presso la “Casa dell'energia e dell'ambiente”, Piazza PO, 3 a Milano

giovedì 6 marzo 2014

I nostri premi Oscar



La magica notte degli Oscar hollywoodiana ha premiato un film, per chi scrive sopravvalutato: La grande bellezza di Paolo Sorrentino.

Ma noi preferiamo parlare dell'altro lungometraggio candidato come Miglior Film Straniero:

Omar, di Hany Abu-Assad, già regista di Paradise Now.

Girato in Palestina - tra Nablus, Nazareth e Bisan - il film narra di un giovane fornaio, Omar, abituato a scavalcare il muro di recinzione (perchè di questo si tratta) che separa la sua terra da Israele: schiva proiettili, supera check-point, questo Romeo contemporaneo, per andare a trovare Nadia, la ragazza di cui è innamorato. Ma il racconto non può essere, ovviamente, solo un racconto sentimentale, c'è molto altro: Omar, insieme al fratello di Nadia, Tarek, e ad un terzo amico, Amjad, partecipa ad un'attività di addestramento clandestina per la liberazione della Palestina. Dopo l'uccisione di un soldato, il protagonista verrà fatto prigioniero e sarà torturato. Sopravvive, ma dovrà decidere se trascorrere il resto della vita in carcere oppure collaborare con la polizia israeliana. 

Interessante l'opera di Abu-Assad che inserisce - grazie alla sceneggiatura ben scritta - gli attori e in particolare Omar in una situazione claustrofobica sia per quanto riguarda gli ambienti sia per quanto riguarda la loro psicologia. Il ragazzo, infatti, si troverà a dover farei conti con le opportunità di una vita sempre più difficile: sopravvivere e tradire la causa, in una dicotomia tra etica ed egoismo.

La prima scena già anticipa il senso profondo del film: i palestinesi sono divisi, geograficamente e fisicamente e sono separati anche tra di loro (amici, parenti, amanti), ma portano dentro anche fratture interiori, ferite dell'anima causate dall'emarginazione, dalla guerra, dalla ricerca continua di un'identità. Non giudica, il regista, ma cerca di immedesimarsi e di far identificare anche il pubblico con questa gioventù che ha tutta una vita davanti, ma pur sempre una vita spezzata.

Un riscatto, invece, per la propria esistenza è quello narrato nel film vincitore del premio come Miglior Film: 12 anni schiavo, di Steve McQueen, un “inglese nero” come in tanti lo hanno definito. Film che si è aggiudicato anche il riconoscimento per la miglior sceneggiatura originale e per il quale è stata premiata l'attrice non protagonista, Lupita Nyong'o.

Dopo il bellissimo Django Unchained di Quentin Tarantino (trovate la recensione su questo sito), in tanti hanno deciso di continuare a riflettere su una delle piaghe più aperte della Storia americana, ma nessuno eguaglia la perfezione di scrittura e di regia di Tarantino.

12 anni schiavo riporta sullo schermo la schiavitù con la sua brutalità, ma anche con gli accorgimenti estetici propri del buon Cinema, ma resta superficiale la riflessione tematica: la discesa agli inferi e la redenzione successiva fanno troppo “americanata”: l'opera
cinematografica riprende la biografia di Solomon Northup che, a metà dell' '800, uomo libero, artigiano e padre di famiglia viene rapito e venduto come schiavo per lavorare nelle piantagioni della Louisiana. Lotta per dodici lunghi anni per poi riuscire a fare ritorno dai propri cari. Ma la decisione della giuria di conferire il maggiore riconoscimento a questo film è un messaggio importante: tornare a parlare della schiavitù del Passato può essere utile per continuare a riflettere sulle varie e nuove forme di schiavitù delle società contemporanee e per tenere alta la guardia.


giovedì 27 febbraio 2014

Pussy Riot: dalla realtà al cinema




I giochi olimpici invernali di Sochi sono terminati e fanno ancora discutere: sì di sport, ma anche di diritti umani.
Foto Ansa

Lo scorso 20 febbraio, infatti, quattro ragazze del gruppo dissidente Pussy Riot hanno tentato di cantare un brano, decisamente allegorico, davanti al Municipio della città che ospita le Olimpiadi: “Putin vi insegnerà ad amare la patria”, questa una delle frasi della canzone con cui le attiviste tentavano di portare avanti la loro protesta, ma sono state accerchiate e fermate dai militari del Corpo dei Cosacchi che le hanno tratte in arresto dopo averle apostrofate con frasi del tipo: “Vi siete vendute agli americani”.

Durante il fermo pare che le giovani donne siano state trattate duramente: una di loro, Nadezhda Tolokonnikova, ha riportato alcune contusioni al torace causate da colpi di manganello e, per qualche minuto, ha perso l'uso della vista per lo spray al peperoncino spruzzato dai soldati.

Il “fenomeno Pussy Riot” fa parlare, fa discutere: e così la loro storia e il loro impegno politico-sociale viene raccontato anche dal Cinema, per continuare a riflettere su temi attuali, ma anche tanto universali, quali: il senso della ribellione, la lotta per i diritti di base, il significato della libertà.  
Foto AdnKronos

Candidato agli Oscar 2014, il documentario Pussy Riot- A punk prayer di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin (uscito nelle sale italiane lo scorso mese di dicembre) ha anche ottenuto il Premio speciale della Giuria al Sundance Festival: il film intreccia storie individuali alla grande Storia degli ultimi 20 anni, in Russia, in Europa.

Le immagini partono dall'esibizione del gruppo anti-Putin tenutosi nella cattedrale del Cristo Salvatore, a Mosca nel febbraio 2012 e segue le vicende delle ragazze fino alla loro condanna a due anni di carcere.

Intanto i genitori di Nadia, Masha e Katia raccontano e ricordano il proprio Passato, collegato da un filo diretto al Presente delle loro figlie e dei figli di molti altri. Manifestazioni, proteste, clamore, l'arresto, il processo: un forte grido di libertà che, però, non viene accolto da tutti.

Il documentario, infatti, mostra anche come la popolazione russa sia divisa: chi sostiene il gruppo e chi, invece, si sente offeso dal suo modo di protestare...come se l'apparenza fosse più importante della sostanza. Intanto Katia è stata liberata, altre due femministe sono detenute in campi di lavoro (ma dovrebbero essere liberate entro quest'anno) e tutte le Pussy Riot sono diventate un simbolo.



mercoledì 13 marzo 2013

5 broken cameras: un documentario,un premio Oscar mancato



Un uomo di 65 anni si arrampica su un blindato israeliano per impedirgli di portare via il figlio; tre donne che impediscono l'ingresso in un edificio ai soldati urlando “Non ci sono bambini qui!”; proprio un bambino di tre anni che fatica a respirare a causa dei gas lacrimogeni; uliveti inceneriti dalle fiamme: queste sono solo alcune immagini riportate nel film 5 broken cameras, vincitore al Sundance Festival di Robert Redford, al Festival del Cinema di Gerusalemme e, soprattutto, primo film palestinese candidato all'Oscar come Miglior documentario. In questo caso, niente premio. Peccato.
5 broken cameras ha una storia particolare: è stato girato nel piccolo e povero villaggio di Bili'n, in Cisgiordania, reso ancora più angusto dalla costruzione del muro voluta, nel 2005, dall'ex premier israeliano Ariel Sharon. Gli autori del film sono Guy Davidi - un filmaker attivista israeliano che si era trasferito nel villaggio proprio per documentare gli effetti dell'occupazione - e Emad Burnat, un uomo del posto, un contadino, diventato regista per necessità.
Burnat, infatti, aveva acquistato una telecamera per riprendere la nascita del suo ultimo figlio, ma questa gli era stata distrutta dai soldati israeliani e il fatto si è ripetuto per ben cinque volte (da qui il titolo del film): telecamere sfondate, crivellate di colpi o rese inservibili dopo il contatto con i gas. In seguito all'uccisione di un amico - colpito al petto da un lacrimogeno - il contadino/regista decide di comprare l'ennesima videocamera e di usarla per documentare tutto quello che accade nel suo villaggio sotto l'occupazione dei militari: i terreni confiscati, le manifestazioni dei palestinesi che si tengono, ogni venerdì, sotto la linea di demarcazione del territorio e che, quasi sempre, finiscono in tragedia per la reazione dei soldati, posti di blocco ovunque. E questi sono solo alcuni esempi.
L'originalità del documentario consiste nella prospettiva del racconto: viene meno la ricostruzione politica della “questione palestinese”, per concentrasi sulla vita quotidiana, sulla dimensione familiare, intima per, poi, collegare le conseguenze di tutto ciò sui civili (uomini, donne, bambini, giovani, anziani) alla Storia. Burnat, ad esempio, presenta i suoi figli a seconda del periodo in cui sono nati: il primo è nato durante il periodo di tregua garantito dagli accordi di Oslo; il secondo durante la Seconda Intifada; l'ultimo, Jibril, mentre si cominciava a costruire il muro. Il materiale filmico risulta sgranato, le riprese traballanti perchè si tratta di un lavoro amatoriale, ma mai un film documentario è così genuino come questo del contadino palestinese e dell'attivista israeliano che denunciano, con chiarezza, una situazione sempre più difficile.
Da sottolineare, infine che, all'arrivo di Emad Burnat all'aeroporto di Los Angeles, in occasione della manifestazione per gli Oscar, gli agenti non hanno creduto alla motivazione della sua visita e lo hanno rinchiuso, insieme alla moglie e al figlio maggiore, nella camera di sicurezza: è dovuto intervenire il regista americano Michael Moore che ha chiesto ai legali dell'Accademia di risolvere la situazione e che, in seguito, ha inviato un twitter con scritto “Benvenuti in America!”.
Con la speranza che qualcosa cominci a cambiare davvero dopo l'inaspettato voto all'assemblea generale dell'ONU che ha dichiarato la Palestina “Stato osservatore”.