Visualizzazione post con etichetta Iraq. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Iraq. Mostra tutti i post

lunedì 7 dicembre 2015

L’Ufficio della Schiavitù Sessuale



di Eve Ensler (da La Repubblica)

A Yanar e alle mie sorelle in Iraq e in Siria



Penso al listino del mercato delle schiave sessuali dell’ISIS in cui donne e bambine sono prezzate come il bestiame.
L’ISIS ha dovuto calmierare i prezzi per timore di un calo del mercato: 40 dollari per le donne tra i 40 e i 50 anni, 69 dollari per le trenta-quarantenni, 86 per le venti-trentenni fino a 172 per le bimbe da 1 a 9 anni. Le ultracinquantenni non compaiono neppure in lista, considerate prive di valore di mercato. Vengono gettate via come i cartoni di latte scaduti. Ma non ci si limita ad abbandonarle in qualche fetida discarica.
Prima probabilmente vengono torturate, decapitate, stuprate, poi gettate su un cumulo di cadaveri in putrefazione.
Penso al corpicino in vendita di una bambina di un anno, a un soldato trentenne corpulento, affamato di guerra e di sesso che la compra, la incarta e se la porta a casa, come un televisore nuovo. Cosa proverà o penserà scartando quella carne bambina e stuprandola con un pene delle dimensioni del suo corpicino? Penso che nel 2015 sono qui a leggere un manuale online sul modo corretto di praticare la schiavitù sessuale, con tanto di istruzioni e regole puntigliose su come trattare la propria schiava, pubblicato da un’istituzione molto ben organizzata(l’Ufficio della schiavitù sessuale) di un governo canaglia, incaricata senza alcun imbarazzo di regolamentare gli stupri, le percosse, l’acquisto e la riduzione in schiavitù delle donne. 
Cito qualche esempio tratto dal manuale: "E’ permesso percuotere la schiava come [forma di ] darb ta'deeb [percosse disciplinari], [ma ] è vietato [ricorrere alle ] darb al-takseer [letteralmente percosse massacranti], [darb] al-tashaffi [percosse allo scopo di ottenere gratificazione], oppure [darb] al-ta'dheeb [percosse come tortura]. Inoltre è proibito colpire al volto. "
Mi chiedo come facciano i burocrati dell’ISIS a distinguere i pugni, i calci e lo strangolamento inflitti a scopi disciplinari dagli atti mirati alla gratificazione sessuale. Ogniqualvolta una schiava verrà picchiata interverrà una squadra a verificare se c’è erezione?
E come faranno a stabilire cosa esattamente l’ha provocata? Certi uomini si eccitano soltanto nel momento in cui affermano il proprio potere.
E se verrà stabilito che il soldato picchia, strangola e prende a calci la sua schiava per puro piacere, in che modo sarà punito?
Lo costringeranno a restituire la schiava perdendo il deposito, a pagare una multa salata, o semplicemente dovrà pregare di più?
Penso alla facilità con cui si considera l’ISIS una mostruosa aberrazione quando in realtà è l’esito di una lunga serie ininterrotta di crimini e disordini. Le atrocità sessuali inflitte dall’ISIS si differenziano solo nella forma e nella prassi da quelle perpetrate da molti altri signori della guerra in altri conflitti. Sconvolgente e nuovo è lo sfoggio sfrontato e impudente che si fa questi crimini pubblicizzati su internet, lo sdoganamento commerciale di queste atrocità, le app in cui il sesso è usato come mezzo di reclutamento. Le azioni e la rapida proliferazione dell’ISIS non nascono dal nulla, sono frutto di un’escalation legittimata da secoli di impunità della violenza sessuale dilagante .
Mi vengono in mente le Comfort women, le prime schiave sessuali dell’era moderna, giovani donne asiatiche rapite nel fiore degli anni dall’esercito imperiale giapponese durante la seconda guerra mondiale e detenute nelle ‘stazioni di conforto’, per soddisfare le esigenze sessuali dei sodati al servizio del loro paese.
Le donne subivano anche 70 stupri al giorno. Quando, esauste, non riuscivano più a muoversi, venivano incatenate al letto e stuprate ancora come sacchi molli. A queste donne la vergogna ha tappato la bocca per quarantacinque anni e per altri venticinque hanno marciato e atteso, vigili, sotto la pioggia, chiedendo giustizia. 
Sono rimaste in poche ormai e non più tardi di un mese fa il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha perso l’ennesima occasione di fare ammenda. Penso all’inerzia, al silenzio, alla paralisi che ha bloccato e impedito le indagini e l’incriminazione nei casi di abuso sessuale ai danni delle donne musulmane, croate e serbe stuprate nei campi dell’ex Yugoslavia, delle donne e delle bambine afroamericane stuprate nelle piantagioni del Sud, delle donne e delle bambine ebree stuprate nei campi di concentramento tedeschi, delle donne e delle bambine native americane stuprate nelle riserve degli Stati Uniti. Ascolto le urla delle anime in pena delle donne e delle bambine violate in Bangladesh, Sri Lanka, Haiti, Guatemala, Filippine, Sudan, Cecenia, Nigeria, Colombia, Nepal e la lista si allunga.
Penso agli ultimi otto anni che ho trascorso nella Repubblica Democratica del Congo dove un’analoga conflagrazione di capitalismo rapace, secoli di colonialismo, guerra e violenza senza fine ha lasciato migliaia di donne e bambine prive di organi, salute mentale, famiglia o futuro.
E penso che lo stupro ormai sia un’azione reiterata. 
Penso che scrivo queste cose da vent’anni.
Ho provato a farlo con i numeri e con distacco, con passione e suppliche, con disperazione esistenziale e anche adesso, scrivendo, mi chiedo se abbiamo creato un linguaggio adatto a questo secolo che sia più potente del pianto. 
Penso che le istituzioni patriarcali non hanno saputo intervenire in maniera efficace e che le strutture come L’ONU amplificano il problema nel momento in cui le forze di pacekeeping che dovrebbero proteggere le donne e le bambine si macchiano a loro volta di stupri. 
Penso all’operazione Shock and Awe (colpisci e terrorizza)e a come ha contribuito a scatenare questa, che potremmo definire Stupra e decapita.
Quando noi cittadini, a milioni, in tutto il mondo, manifestavamo contro la guerra inutile e immorale in Iraq restando inascoltati , eravamo perfettamente consapevoli del dolore, dell’umiliazione e dell’oscurità che avrebbero generato quei letali 3000 missili Tomahawk americani. 
Penso al fondamentalismo religioso a Dio padre, a quante donne sono state stuprate in suo nome , a quante massacrate e assassinate.
Penso al concetto di stupro come preghiera e alla teologia dello stupro, alla religione dello stupro.
Penso che è una delle maggiori religioni mondiali, in crescita con centinaia di conversioni al giorno, dato che un miliardo di donne nella sua vita subirà percosse o uno stupro (dati ONU). Penso alla velocità folle a cui si moltiplicano nuovi e grotteschi metodi per mercificare e profanare i corpi delle donne in un sistema in cui ciò che più è vivo, sia esso la terra o le donne, deve essere ridotto a oggetto e annichilito per aumentare i consumi, la crescita e l’amnesia. Penso alle migliaia di giovani occidentali, uomini e donne, tra i 15 e i 20 anni, che si sono arruolati nell’ISIS.
In cerca di cosa, in fuga da cosa? Povertà, alienazione, islamofobia, desiderio di avere un senso e un obiettivo? Penso a quello che mi ha detto mia sorella, attivista, in una conversazione su Skype da Baghdad questa settimana: “L’Isis è un virus e l’unica cosa da fare con i virus è sterminarli.” Mi chiedo come si stermina una mentalità, come si bombarda un paradigma, come si fanno saltare la misoginia, il capitalismo, l’imperialismo e il fondamentalismo religioso. Penso, o forse non riesco a pensare, prigioniera come sono della confusione mentale imperante in questo secolo. Sono consapevole da un lato che l’unico modo per andare avanti è riscrivere da zero la storia attuale, procedere a un esame collettivo approfondito e ponderato delle cause che stanno alla base delle varie violenze in tutte le loro componenti economiche, psicologiche, razziali, patriarcali, che richiedono tempo e contemporaneamente so che, in questo preciso istante, tremila donne yazide subiscono percosse, stupri e torture. 
Penso alle donne, alle migliaia di donne che in tutto il mondo hanno operato senza pausa per anni e anni, esaurendo ogni fibra del loro essere per denunciare lo stupro, per porre fine a questa patologia di violenza e odio nei nostri confronti , e la razionalità , la pazienza, l’empatia, la mole della ricerca, le cifre che mostriamo, le sopravvissute che curiamo, le storie che ascoltiamo, le figlie che seppelliamo, il cancro di cui ci ammaliamo non contano, la guerra contro di noi infuria ogni giorno più metodica, più sfacciata, brutale, psicotica.
Penso che L’ISIS come l’aumento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, le temperature assassine sia forse il segnale che per le donne si approssima lo scontro finale. E’ giunta l’ora in cui secoli eterni di rabbia femminile si fondano in un’ impetuosa forza vulcanica, scatenando la furia globale della vagina delle divinità femminili Kali, Oya, Pele, Mama Wati, Hera, Durga, Inanna e Ixchel, lasciando che sia la nostra ira a guidarci. Penso alla cantante folk yazida Xate Zhangali che dopo aver visto le teste delle sue sorelle penzolare dai pali nella piazza del suo villaggio ha chiesto al governo curdo di armare e addestrare le donne e alle Sun Girls, la milizia femminile da lei creata, che combatte l’ISIS sulle montagne del Sinjar. E in questo momento, dopo anni di attivismo contro la violenza, sogno che migliaia di casse di ak47, cadano dal cielo sui villaggi, i centri, le fattorie e le terre delle donne, questi guerrieri con il seno che insorgono combattendo per la vita. Sono arrivata così a pensare all’amore, a come il fallimento di questo secolo sia un fallimento dell’amore.
Cosa siamo chiamati a fare, di che cosa siamo fatti tutti noi che siamo in vita su questo pianeta oggi.
Che tipo di amore serve, quanto deve essere profondo, intenso e bruciante. Non un amore ingenuo sentimentale neoliberale, ma un amore ossessivamente altruista.
Un amore che sconfigga i sistemi basati sullo sfruttamento di molti a vantaggio di pochi.
Un amore che trasformi il nostro disgusto passivo di fronte ai crimini contro le donne e l’umanità in una resistenza collettiva inarrestabile.
Un amore che veneri il mistero e dissolva la gerarchia.
Un amore che trovi valore nella connessione e non nella competizione tra noi.
Un amore che ci faccia aprire le braccia ai profughi in fuga invece di costruire muri per tenerli fuori, bersagliarli con i lacrimogeni o rimuovere i loro colpi enfiati dalle nostre spiagge.
Un amore che bruci di fiamma viva tanto da pervadere il nostro torpore, squagliare i nostri muri, accendere la nostra immaginazione e motivarci a uscire infine, liberi, da questa storia di morte.
Un amore che ci dia la scossa, spingendoci a dare la nostra vita per la vita, se necessario.
Chi saranno i coraggiosi, furibondi, visionari autori del nostro manuale di amore rivoluzionario?





Se vi è piaciuto il post, condividetelo!
If you like it, share it!


giovedì 19 novembre 2015

Reuniting Families / Deportation back to Iraq from Estonia





Estonian detention centres are keeping refugees whom find it difficult to decide what is their best interest. Many controversial information is going on regarding the understanding of freedom of movement, or what happens with the fingerprint processes. In this short video conversation Anni Säär, Legal Expert in the Refugee Legal Aid Clinic - Humanrights.ee talks about the legal procedure and what ...are the main issues that can result in deportation.
We also discuss a particular case, that is a very urgent one. Tomorrow, on the 17th November is the last day for an Iraq-i family to decide about whether they apply for asylum or not. If they don't apply, the are facing deportation on Tuesday back to Iraq. The flight tickets are already prepared by the Estonian Government. Their only chance to stay in Europe if they apply for asylum in Estonia - which they didn't want so far, because the other part of their family is in Finland and they wish to be reunited with them and to apply for the asylum there. Legally they can ask for changing the country after they applied for asylum, but the success of the case is questionable.
Listen carefully, and let us know your questions.
#missionreunitingfamilies, #findinghumanways


 


lunedì 3 agosto 2015

Le contraddizioni del Kurdistan analizzate da un giovane giornalista







Il mio nome è Kurdistan (Villaggio Macrì Edizioni) è il lavoro del giornalista Lorenzo Giroffi: un diario di viaggio, attraverso luoghi di guerre e controsensi, di confini labili e vite incerte, che diventa testimonianza diretta di un popolo che lotta per il riconoscimento della sua stessa esistenza e che ha dovuto difendersi nei secoli per custodire la propria lingua e cultura.
Paesaggi urbani pervasi dall’odore di petrolio e anonimato; piazze e mercati dove lampeggiano fuochi e aleggia profumo di chai; miscugli di lingue e bandiere che disegnano la storia controversa di chi rivendica allo stesso tempo autonomia e desiderio di protezione.
Nei frammenti di esistenza e di sguardi rubati con la telecamera, tra muri troppo alti e fili spinati che diventano parte integrante del paesaggio, si tenta di ricostruire un territorio impervio, stridente di paradossi e contraddizioni insanabili, dove le umiliazioni storiche hanno rafforzato la voglia di combattere per la propria identità, troppo spesso omessa, sussurrata sottovoce, insegnando ad alcuni a fare della lotta un’esigenza di vita.



Abbiamo rivolto alcune domande a Lorenzo Giroffi che ringraziamo molto.


Una terra, quella del Kurdistan, ricca di contraddizioni. Puoi raccontarci quelle più evidenti?




Le contraddizioni sono tutte di natura politica. Se grossolanamente si mette assieme la gente che si sente curda, allora le tradizioni, il culto della montagna, del fuoco e dei canti possono essere comuni, mentre da un punto di vista dei rappresentanti politici, bene, si scopre un calderone di contraddizioni. Il Kurdistan è sparso in quattro regioni: Iraq, Turchia, Siria ed Iran. L’unica però zona, a parte gli esperimenti propositivi in atto nel Kurdistan siriano (Rojava), che sarebbe però meglio valutare col tempo necessario e non in uno scenario di guerra, che ha un suo parlamento autonomo e che lavora in quanto curdo è in Iraq. Infatti nella capitale del Kurdistan iracheno, ad Erbil, c’è anche il parlamento della regione autonoma curda. Il Pkk, partito curdo dei lavoratori, simbolo di una lunga lotta da parte di tutti i curdi residenti nella regione turca, con tanto di trattative, con il governo di Ankara, ha le sue basi di combattimento a Qandil, che si trova nel Kurdistan iracheno. Si potrebbe pensare dunque ad una sorta di asse tra quest’organizzazione ed i partiti curdi che gestiscono autonomamente l’area. Non è affatto così, a parte per i dissidi di tipo ideologico, anche per le alleanze transnazionali. Infatti le autorità politiche del Kurdistan iracheno hanno rapporti commerciali con la Turchia, che non è invece assolutamente interlocutrice con il Pkk, che si batte per i diritti dei curdi nell’area appunto turca.




Quali sono i punti di forza di questo Paese?




Considerando le differenze ormai connaturate delle quattro aree e che, dopo la prima guerra mondiale, è stata tradita la grande promessa di un unico Stato che potesse riunire le quattro regioni, pensare al Kurdistan in quanto Paese potrebbe risultare addirittura riduttivo. La forza resta il popolo, con tutte le sue lingue ed i suoi moti, che lo hanno portato a resistere, andando oltre le censure e la repressione. Parlare curdo è stato per anni proibito ed a livello istituzionale lo è ancora in Turchia, ma i canti e le poesie sono sempre rimaste un’abitudine. In Siria a molti curdi non veniva riconosciuta alcun tipo d’identità, non solo culturale, ma anche amministrativa: privi di carte d’identità, assistenza sanitaria e diritto all’istruzione. Oggi giorno il Kurdistan siriano (Rojava) sta dimostrando uno dei più discussi esempi di autogoverno. Anche in questo caso quindi il punto di forza è la resistenza.




Che forza ha il Kurdistan nello scenario attuale dell'area mediorientale?




Il Kurdistan in Medioriente oggi può essere l’evidenza del crollo del modello dello stato-nazione, proponendo qualcosa di inclusivo, che possa andare oltre i nazionalismi che abbiamo conosciuto. Il Pkk (partito curdo dei lavoratori) non lotta più per la creazione di uno Stato curdo, perché loro stessi, come mi hanno raccontato durante le interviste del libro, si stanno spendendo per l’unione di tutti i popoli del medioriente, così che questi possano lottare contro modelli oppressivi. Queste dunque le novità e la forza: non un unione di Stati, come l’Europa insegna, ma una vera unione dei popoli.




Quali sono gli elementi importanti dell'identità curda?



La bellezza è tutta nei simboli del fuoco, attorno al quale riunirsi e festeggiare, magari il capodanno o un incontro, e soprattutto la montagna, presente in tutte le fiabe curde, ma anche nei sogni di lotta, in cui imparare la resistenza ed il cambiamento.




Terminiamo con un ricordo di questo "diario di viaggio”...



Il ricordo è legato tutto all’ammirazione per chi fa dell’ideologia un respiro quotidiano. La lotta curda non è solo armata, è fatta soprattutto da studio, dalla voglia di cambiare pure i paradigmi passati con cui è iniziata, riconsiderando ad esempio il ruolo della donna. Andare a Qandil mi ha rivelato come l’addestramento militare ed il suo sacrificio, con tanto di rinunce, come ad esempio ad una libera vita sessuale, sia solo un pezzo di una vita vissuta assieme ad un ideale, che non è solo da discutere, ma appunto da macinare.

 
   


venerdì 10 luglio 2015

Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?


Cari amici,

l'Associazione per i Diritti Umani pubblica, oggi, il video dell'incontro che ha organizzato – nell'ambito della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO!” - con la giornalista Laura Silvia Battaglia.

Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?

Tanti gli argomenti trattati: le basi del terrorismo dell'Isis, la situazione in Iraq e Yemen, il ruolo dell'Iran, la religione strumentalizzata, la condizione e il ruolo delle donne, la stampa nazionale e internazionale.

Ringraziamo ancora molto Laura Silvia Battaglia per la sua presenza e generosità.





mercoledì 22 aprile 2015


L'Associazione per i Diritti Umani



in collaborazione con il Centro Asteria





PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:


MEDIORIENTE e OCCIDENTE: un EQUILIBRIO POSSIBILE ?



Alla presenza di Laura Silvia Battaglia (giornalista e videomaker)



DOMENICA 26 APRILE



ORE 17.30

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il terzo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?” si parlerà di Medioriente attraverso l'approfondimento della giornalista Laura Silvia Battaglia che – attraverso le sue opere scritte e documentaristiche – proporrà un viaggio dall'Iraq allo Yemen. Laura Silvia Battaglia vive e lavora tra Italia e Yemen. Gli argomenti saranno tanti: equilibri geopolitici, condizioni di vita delle popolazioni in guerra, Islam religioso e politico e il ruolo dell'informazione.





LAURA SILVIA BATTAGLIA



Laura Silvia Battaglia giornalista professionista freelance e documentarista, è nata a Catania e vive tra Milano e Sanaa (Yemen). Corrisponde da Sanaa per l'agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media, e per gli americani The Fair Observer e Guernica Magazine. Per i media italiani, collabora stabilmente con quotidiani di carta stampata (Avvenire, La Stampa), network radiofonici (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 - Agenda del mondo, Rai News 24), magazine (D - Repubblica delle Donne, Popoli, Lookout), agenzie (Redattore Sociale), siti web (TGcom 24, Lettera43, Assaman). Ha iniziato a lavorare nel 1998 per il quotidiano La Sicilia di Catania. Dal 2007 si dedica al reportage in zone di conflitto (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Egitto, Tunisia, Libia, Iraq, Iran, Yemen, confini siriani). Ha girato, autoprodotto e venduto cinque video documentari. Il primo, Maria Grazia Cutuli. Il prezzo della verità, ha vinto il Premio Giancarlo Siani 2010. Ha inoltre ricevuto il Premio Maria Grazia Cutuli 2013 come giornalista siciliana emergente. Dal 2007 insegna al master in Giornalismo dell'Università Cattolica di Milano.


lunedì 20 aprile 2015


L'Associazione per i Diritti Umani



in collaborazione con il Centro Asteria



PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:


MEDIORIENTE e OCCIDENTE: un EQUILIBRIO POSSIBILE ?



Alla presenza di Laura Silvia Battaglia (giornalista e videomaker)



DOMENICA 26 APRILE



ORE 17.30

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il terzo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?” si parlerà di Medioriente attraverso l'approfondimento della giornalista Laura Silvia Battaglia che – attraverso le sue opere scritte e documentaristiche – proporrà un viaggio dall'Iraq allo Yemen. Laura Silvia Battaglia vive e lavora tra Italia e Yemen. Gli argomenti saranno tanti: equilibri geopolitici, condizioni di vita delle popolazioni in guerra, Islam religioso e politico e il ruolo dell'informazione.





LAURA SILVIA BATTAGLIA



Laura Silvia Battaglia giornalista professionista freelance e documentarista, è nata a Catania e vive tra Milano e Sanaa (Yemen). Corrisponde da Sanaa per l'agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media, e per gli americani The Fair Observer e Guernica Magazine. Per i media italiani, collabora stabilmente con quotidiani di carta stampata (Avvenire, La Stampa), network radiofonici (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 - Agenda del mondo, Rai News 24), magazine (D - Repubblica delle Donne, Popoli, Lookout), agenzie (Redattore Sociale), siti web (TGcom 24, Lettera43, Assaman). Ha iniziato a lavorare nel 1998 per il quotidiano La Sicilia di Catania. Dal 2007 si dedica al reportage in zone di conflitto (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Egitto, Tunisia, Libia, Iraq, Iran, Yemen, confini siriani). Ha girato, autoprodotto e venduto cinque video documentari. Il primo, Maria Grazia Cutuli. Il prezzo della verità, ha vinto il Premio Giancarlo Siani 2010. Ha inoltre ricevuto il Premio Maria Grazia Cutuli 2013 come giornalista siciliana emergente. Dal 2007 insegna al master in Giornalismo dell'Università Cattolica di Milano.

martedì 25 novembre 2014

Terre d'Islam: storia delle rivolte arabe






Un documentario, quello di Italo Spinelli e Alberto Negri, che indaga una storia complessa che vede coinvolte un milardo e trecento milioni di persone: Terre d'Islam – Storia delle rivolte arabe dà voce ai diretti interessati per parlare dell'Islam politico che noi occidentali iniziamo a conoscere, forse, solo adesso.

Abbiamo rivolto alcune domande ad Alberto Negri che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.                       






Tunisia, Egitto, Libia e Iran: qual è lo scenario politico attuale in questi Paesi?



La Libia è un Paese che sta attraversando una situazione molto difficile: è un Paese spaccato in due tra Cirenaica e Tripolitania con due governi, due parlamenti e addirittura due agenzie-stampa ufficiali, quindi la spaccatura non può essere più profonda di così e sarà difficile, per la comunità internazionale, trovare un punto di equilibrio.

In Tunisia ci sono state, recentemente, le elezioni generali politiche e il 26 novembre ci saranno le presidenziali: questa volta ha vinto il fronte laico, superando il partito islamico, e questo è un aspetto importante perchè è l'unica transizione araba che si è svolta pacificamente, nonostante le difficoltà attraversate dal Paese in questi ultimi anni in quanto gli jihadisti e i salafiti hanno più volte messo in pericolo questa transizione con due assassinii politici. Inoltre, c'è una crisi economica molto forte con una disoccupazione al 40%. La situazione è tale per cui anche il partito che ha vinto le elezioni, probabilmente, continuerà una politica di unità nazionale.

L'Egitto, dopo il colpo di Stato dell'anno scorso, sta attraversando una fase ancora complicata perchè in Sinai vediamo che i gruppi jihadisti contrastano il governo e hanno fatto fuori i Fratelli Musulmani. L'Egitto ha grandi problemi: con 90 milioni di abitanti, le risorse della Banca Centrale sono ¾ volte inferiori rispetto a quelle del Libano che ha 6 milioni di abitanti.

Per quanto riguarda l'Iran bisogna vedere se si troverà un accordo sul tema del nucleare, se ci sarà o se si arriverà a un ennesimo compromesso, ovvero a un altro rinvio. 




Parliamo, in particolare, dell'Iran: quale può essere la sua influenza nella situazione presnete e può essere determinante per una soluzione che vada in direzione di un nuovo assetto geopolitico?



L'Iran è un Paese fondamentale per gli equilibri del Medioriente: per l'Iraq, per la Siria fino alle sponde del Mediterraneo. L'Occidente deve trovare un accordo con l'Iran per pensare di ottenere una stabilizazione in quest'area. Ma nonostante questo dato incontrovertibile, sappiamo bene che la rivalità nel Golfo tra Iran e Arabia Saudita continua a condizionare tutta la politica di quella parte di mondo e anche la politica estera di Washington che si ostina ad appoggiare l'Iraq.




Quali potranno essere, invece, gli sviluppi futuri nel rapporto tra Occidente e Paesi arabi?

Saranno determinanti gli sviluppi che ci sono sul terreno, soprattutto il conflitto che si è aperto adesso con il califfato. Questa è una guerra molto complicata e anche assai ambigua perchè è un conflitto a bassa intensità che viene condotto da una coalizione guidata dagli Stati Uniti senza troppa convinzione. Non è escluso che tra Siria e Iraq possa nascere uno Stato sunnita con risorse petrolifere presenti in tutta la Siria.

Mi sembra evidente che si stiano rifacendo le frontiere del Medioriente e questo determinerà in gran parte anche tutte le altre questioni tra l'Occidente e il mondo arabo.



Nel docufilm sono stati intervistati esponenti politici, funzionari e persone comuni. Sono tutti arabi e non c'è il commento di un mediatore occidentale. Ci spiega il motivo di questa scelta?



Volevamo delle voci senza filtro, senza mediazioni che, in qualche modo, le condizionassero. E questa è proprio la caratteristica principale del nostro lavoro.








giovedì 25 settembre 2014

Foley, la guerra, la comunicazione




Il video dell’esecuzione del giornalista Usa sconvolge e deve far riflettere: l’uso dei media da parte dei miliziani ha creato una nuova frontiera del raccontare i conflitti (già su www.gcodemag.it)

di Alessandro Di Rienzo.



Concepito a Roma in un incontro occasionale il 21 aprile del 1978 è nato a Napoli il penultimo giorno dello stesso anno in quanto la madre aveva letto un noto libro di Oriana Fallaci. Questo lo ha appreso nel novembre del 2002 mentre contestava proprio la Fallaci a Firenze in occasione dell’Europa Social Forum. Da allora ha sviluppato una irrimediabile attrazione verso le contraddizioni. Caratteristica questa che lo ha portato, con penna o telecamera, a interessarsi di Medio Oriente e vertenze sindacali.
22 agosto 2014 – La barbara uccisione di James Foley genera smarrimento, a chiunque. È l’agosto nero dei videomakers, figura professionalmente mai troppo riconosciuta ma particolarmente esposta nei contesti di guerra. Troupe leggera, spesso composta da una sola persona.
Cameraman, intervistatore, producer, montatore, tutto in uno, per questo mobile ed economica, soprattutto se il servizio non lo si commissiona e lo si compra a posteriori. Questa era la vita di James Foley prima del sequestro, il secondo, durato 635 giorni. Fino a due decenni fa i giornalisti erano percepiti come osservatori neutrali. Oggi non più. In questo tempo sono stati ammazzati da chiunque: dall’esercito statunitense, come da quello israeliano e dai ribelli iracheni.
Ma a generare disorientamento fin dentro le convinzioni di una vita è il cortocircuito semantico generato dal video dell’uccisione. Eravamo abituati a vedere in tuta arancione gli arabi, probabilmente musulmani, ma sicuramente gente dalla pelle minimamente scura.
Ammanettati ai polsi e spesso anche alle caviglie in una prigione di rete metallica e filo spinato nella baia di Guantamano. Volti indirizzati verso il basso tra i sorrisi appena accennati di militari statunitensi. Questa volta no, è un occidentale a vestire la tuta arancione, uno di noi verrebbe da dire. Per i primi il sospetto di appartenere a una rete terroristica. Sospetto che spesso si è rivelato infondato. Per Foley la cittadinanza statunitense.

Il video, opportunamente censurato dai nostri siti di informazione, ma che si può trovare nella versione diramata dall’Is su diversi siti che incitano alla jihad, apre con il discorso di Obama che annuncia la ripresa dei bombardamenti in Iraq contro le postazioni del califfato. Antefatto che si chiude con l’effetto del riavvolgimento del nastro per passare all’immagine di Foley, inginocchiato e ammanettato in tuta arancione, con un uomo vestito di nero e con il volto coperto che brandisce con la mano sinistra un coltello.
A stordire sono le parole di Foley: l’accusa al fratello, un militare Usa, di aver decretato la sua morte nel giorno che ha preso parte agli interventi militari in medio oriente. Saluta i genitori rimpiangendo di non averli più rivisti ma spiegando che “la mia nave è già salpata”.
Bestemmia la propria cittadinanza, quella di statunitense, definendola causa della propria morte. Un discorso senza segni apparenti di nervosismo che possano far pensare a una contraddizione, a un tentennamento. Pare che Foley vada tranquillo incontro la morte. Poi le parole dell’aguzzino, in un inglese disinvolto, che in un cambio di telecamera tratta Obama da pari, come fosse una televendita, enunciando le sue condizioni nel “messaggio all’America”.
La mano destra dell’assassino alza con un gesto brusco il mento di Foley e il coltello comincia a tagliare la gola, anche qui nessuna apparente resistenza da parte Foley. Non sappiamo, non possiamo sapere, cosa succede a un uomo dopo 635 giorni di prigionia. L’immagine successiva è il corpo riverso a pancia in giù del videomaker con la testa poggiata sulla schiena. Ricompare l’assassino, con il vestito pulito senza macchie di sangue a minacciare la vita di un altro giornalista occidentale, questo a dimostrare una regia ben studiata del video prodotto.
Un video con una trama e quindi un montaggio che falsa il tempo affinché il messaggio arrivi chiaro. 4 minuti e 40 secondi che destabilizzano noi tutti. Più della cella di Guantanamo riprodotta in un’esposizione d’arte a Parigi. Più delle numerose immagini degli arsi vivi dal fosforo bianco, sostanza questa usata nella Falluja oggi conquistata dall’Is, che brucia in un istante tutti i liquidi del corpo umano. Il video prodotto da Al Furqam Media Foundation è stato postato sul social network Diaspora per rimbalzare in poche ore in ogni dove del mondo telematico.
Video che di fatto crea un consenso enorme in Occidente per chi invoca l’immediato intervento militare. Video che viene condiviso con favore da molte persone, in ogni parte del mondo, dalla Cecenia e da tutti gli antiputiniani fino agli immigrati arabi di seconda generazione che vivono a Stoccolma. Video che crea una nuova geopolitica dalle varianti e dagli equilibri imprevedibili, che polarizza i blocchi ma che li mina al suo interno.
Un ragazzo a Mosca, dal nome arabo, che si ritrae tra i libri, inneggia all’uccisione di un soldato di Assad. Il Papa parla di terza guerra mondiale, di sicuro è la prima guerra globale, che puoi seguire dal computer evitando anche i siti di informazione ma attenendoti alle prove dirette degli smartphone, districandoti tra le opposte tifoserie. Sembra già preistoria Peter Arnett che con una sola telecamera a raggi infrarossi racconta l’attacco di Baghdad per la Cnn durante la prima guerra del golfo. L’Is comunica con diversi siti, alcuni in inglese come http://jihadology.net/.
L’aggiornamento è quotidiano, ieri potevi assistere a un convoglio di yazidi (solo uomini) felici di convertirsi all’Islam con relativo aqiqa (battesimo) collettivo in un lago; oggi all’arrivo di nuovi miliziani che entusiasti e in favore di camera stracciano il passaporto di provenienza per impugnare un kalashnikov. Non sappiamo quale sia la reale forza dell’Is, ma forse solo adesso cominciamo a percepire il potere evocativo di queste immagini da loro prodotte.
Anche chi ieri era pacifista oggi scrive: quelli dell’Isis non sono più esseri umani. Hanno deciso di non esserlo più. Non vanno “capiti”. Se intendono sterminare il loro prossimo, vanno sterminati. Io rispondi che la velleità di sterminio genera sterminio. Ma nella terra dove è morto Foley la sofferenza non è cominciata con la sua morte. Non nascono nemmeno con l’Is. Ma con le aggressioni occindentali della prima guerra del Golfo e l’embargo di 13 anni, con la guerra del 2003 voluta nonostante l’avvertimento dell’inviato speciale dell’Onu, l’algerino Lakhdar Brahimi, allora inviato speciale dell’ONU per l’Iraq, il quale aveva detto che la forzata ed eterodiretta debaatizzazione dell’Iraq avrebbe portato a un ginepraio confessionale e militare. Oggi l’Europa pensa che la soluzione sia armare il nemico dell’Is, quindi i curdi. Ome se il precedente libico non abbia insegnato nulla. Anche in quell’occasione la Francia era capofila nell’armare i ribelli.
Per secoli il motto dei governanti ai militari era: conosci il tuo nemico. Nessuno adesso conosce l’Is ma in una terra dove le crudeltà sono all’ordine del giorno da troppi anni sappiamo che sono anche loro crudeli. Quello che ancora ignoriamo è quanto consenso possano avere in questa guerra globale.


martedì 1 luglio 2014

Aggiornamento Iraq




Cari lettori,

abbiamo rivolto alcune domande alla giornalista Laura Silvia Battaglia, esperta di Iraq e Medioriente, che ringraziamo molto perchè ci aiuta a capire meglio cosa sta accadendo in Iraq in questo periodo.   

Laura Silvia Battaglia è anche reporter e ha realizzato due importanti documentari: Unknown Iraq, vincitore del premio “Giornalisti del Mediterraneo 2013”, e l'ultimo dal titolo The sound of theTigris.                                  




Cosa sta accadendo in Iraq e quali sono i pregressi di questa situazione?

Sta accadendo la federalizzazione/balcanizzazione dello Stato iracheno. Una soluzione pianificata da tempo dagli Stati Uniti, incardinata nell’ordinamento della nuova Repubblica islamica d’Iraq da parte dell’establishment sciita e curdo, incoraggiata da tutti gli attori regionali, come l’Arabia Saudita, che operano affinché il nuovo Iraq, ormai una provincia sciitizzata del vicino Iran, non diventi di nuovo una potenza economicamente dominante come ai tempi di Saddam.

La federalizzazione imposta sarà la conseguenza naturale di una guerra civile per il potere, il petrolio, il denaro, che vede in campo gli iracheni ma dietro le quinte Iran da una parte e Arabia Saudita dall’altra, mentre gli investitori europei, cinesi e russi stanno a guardare, sperando che i loro interessi economici nel fiorente mercato della ricostruzione post-guerra ricevano meno danni e scosse possibili. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno già provveduto a una parziale indipendenza energetica, sviluppando l’economia verde e il fracking sul suolo statunitense. Chi ha da essere preoccupato, sotto il profilo economico ed energetico, è l’Europa e la Cina.

Se questo vale sotto il profilo geo-politico, va ricordato che l’avanzata di Daesh o Isil (al-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāq wa al-Shām) ha un suo perché e giustificazione. Essa è presentata come una invasione di un gruppo terroristico in area siro-irachena. Il gruppo ha come fine dichiarato la realizzazione di uno stato sovranazionale che ricalchi il Califfato islamico omayyade del 632 dopo Cristo, per intenderci quello dei primi quattro successori “dell’Inviato di Dio”, gli ortodossi rāshidūn. La bandiera che Isil sventola è l’Islam politico di derivazione qaedista e radice sunnita, ma la sua declinazione è completamente distante dai principi coranici. Apparentemente sembra una guerra religiosa, dove ogni miliziano straniero convertito replica nei video propagandistici la sua shahada (professione di fede) e il gruppo incita alla fitna (la realizzazione dell’unità della umma, della comunità islamica), emettendo delle fatwe, delle punizioni per chiunque non segua le direttive dei nuovi “califfi”. Ma questa è la cover religiosa di un progetto politico: l’espansione del potere regionale dell’Arabia Saudita e, conseguentemente, della dinastia wahabita sui Paesi nel Mashrek e del Maghreb che hanno una serie di ricchezze: petrolio, ampi campi desertici per l’addestramento di un nuovo esercito, popolazione senza lavoro, educazione, cibo e diritti, stanca di dittature e bombardamenti e ingiustizie imposti grazie alla mano occidentale.

Se si pensa che gli iracheni sunniti sono stati estromessi dal governo centrale del nuovo Iraq, spesso perseguitati o ghettizati e che la gloria di Saddam nonché il suo esercito non sono mai morti, si comprende perché Daesh/Isil abbia trovato tutti questi consensi al suo passaggio. Per la popolazione, i tagliagola barbuti non sono meglio dei dittatori corrotti.


Quali potrebbero essere le conseguenze sugli equilibri nel resto del Medioriente e nei rapporti con l'Occidente?


Come già detto, gli equilibri son già completamente cambiati. Il nuovo Stato islamico di Daesh ha decretato la morte dell’accordo Sykes-Picot. Se invece vogliamo parlare in termini non geopolitici ma umanitari, la conseguenza è la totale distruzione della complessità culturale del Medio Oriente, la sua ricchezza in termini etnico-religiosi, la naturale e storica tolleranza delle popolazioni locali. Si cancella la terra di Abramo, la culla delle tre religioni monoteiste, tutte provenienti dallo stesso seme. E non lo si fa in nome della Bibbia o del Corano. Lo si fa ancora in nome del petrolio e del potere.



A distanza di 10 anni dalla caduta di Saddam, com'è la quotidianità della società civile? Quali diritti sono garantiti e quali no?


Patrick Cockburn avvertiva in un’inchiesta dell’Independent nel 2009: “La mazzetta in Iraq è uno stile di vita”. Nel 2013/2014 non è cambiato nulla. Secondo il Corruption Perception Index del 2012 l’Iraq è il quinto Paese più corrotto al mondo su 176 ed è il più corrotto in assoluto in Medio Oriente. Qui si paga per ottenere un lavoro, andare dal medico, ottenere il passaporto. E se il cittadino non è in grado di pagare (e non lo è la maggior parte della popolazione) non usufruirà del servizio finché non troverà un altro metodo di pagamento, sotto minaccia. C’è anche l’economia sommersa, a cui parteciperebbe almeno il 70% della popolazione irachena a vario titolo: da chi è impegnato nel mercato nero del petrolio (quantificabile nel 10% del traffico complessivo all’interno del paese e nel 30% verso l’estero) a chi si dedica al commercio illecito di armi e attrezzature mediche ospedaliere; fino a tutti i membri della polizia, ai giudici e ai funzionari corrotti che intascano tangenti e mazzette per i motivi più futili e che costano alle tasche dei cittadini iracheni 4 miliardi di dollari l’anno.


Cosa chiedono, in particolare, i giovani?


Chiedono pace, pace, pace. Una vita normale. Lavoro, non solo presso i Ministeri per i figli delle migliori famiglie sciite e curde. Chiedono buona educazione, scholarships per l’estero. Chiedono di essere cittadini con diritti reali, chiedono servizi. Chiedono di non avere più paura delle bombe e chiedono di uscire la sera. L’unica città dove possono attualmente fare questo in sicurezza è la curda Suleymanyia.

 

Cosa NON viene riportato dalla stampa italiana e occidentale?

Sono anni che l’Iraq è sotto il cono d’ombra dei media. Perché la ricostruzione del Paese e i bilioni di dollari che si possono fare con l’housing, con l’edilizia stradale, il petrolio, la rimessa in sesto di un Paese intero completamente messo in ginocchio da anni di sanzioni e dieci anni di guerra e occupazione ha distratto tutti, colpevolmente, dalle questioni umanitarie. E oggi tutti si stupiscono del fatto che Daesh/Isil abbia successo. Ricordo solo un episodio che vale per tutti: il 28 agosto 2012, 21 persone, tra cui tre donne erano state impiccate in un solo giorno, accusate per reati di terrorismo non provati tramite regolare processo. Erano le ultime sentenze di morte un anno in cui ne sono state eseguite ben 91 e per le quali si era levata la voce solo di Navi Pillay, l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani. Tra gli oltre 600 detenuti attuali ci sono persone in cella da 7 anni, senza essere mai state interrogate in presenza di un avvocato, senza diritto alla difesa, torturate e costrette a confessare crimini non commessi, a cui le forze di polizia hanno minacciato e violentato mogli e sorelle. In Iraq l’orrore di Abu Ghraib non è mai finito.

                                                                                                                       

Per guardare il trailer de The sound of theTigris e per un ulteriore approfondimento:




mercoledì 30 aprile 2014

Il Cielo sopra Baghdad




“Viaggio nell’angoscia della guerra, ma anche nella grazia di occhi, di mani, di liuti da costruire, di ragazzi che si sposano, si costruiscono una casa...Scrivere e fotografare Baghdad e la sua gente diventa così l’unico modo per dare forma al dolore e alla disperazione davanti all’orrore della guerra; l’unico modo per ricostruire nella soggettività della poesia le ragioni umane del vivere in pace”. Si legge così nell'ultimo libro di Giuseppe Goffredo, poeta e scrittore, intitolato Il Cielo sopra Baghdad. Diario di un viaggio in Iraq, PoiesisEditrice.

Un libro, in realtà scritto a più mani, insieme ad alcuni artisti italiani e al fotografo Michele Stallo che arricchisce il testo con le sue immagini.

Vogliamo parlarvi di questo libro perchè oggi, 30 aprile 2014, è una giornata importante per l'Iraq: si svolgono, infatti, le elezioni politiche come annunciato dal vicepresidente che governa ad interim il Paese in quanto il Presidente, Jalal Talabani, si trova in Germania in seguito ad un attacco cardiaco.

Ma noi, come sempre, vogliamo dare spazio e voce alla società civile, a quegli uomini, a quelle donne e,soprattutto a quei bambini che, da anni, subiscono le conseguenze di una guerra interna ed esterna. Sono padri e madri, sono figli e sono orfani, ma sono anche persone mosse da una vitalità senza pari, che combattono la paura con la forza della speranza.

Gli autori accompagnano il lettore tra le strade, gli ospedali, i rifugi bombardati e parlano con gli abitanti di Baghdad: parlano di gioia e di dolore, di ombre e di bellezza.

Nella culla della civiltà mesopotamica, le donne dirigono cantieri, gli artigiani riempiono i suq, i giovani si sposano e i bambini sorridono. Questa è oggi Baghdad, una vecchia signora che porta su di sé i segni di una vita durissima, ma da cui non si è fatta devastare.

Il rifugio di al-Ameria, nel '91, 486 morti. Leggiamo: “ Per bombardare hanno utilizzato bombe speciali, ma non sappiamo cosa contenevano. Dopo quattro giorni gli americani dichiararono ai giornali che si era trattato di un errore, l'operazione aveva obiettivi militari secondo loro e non civili. Ma questi non sono posti dove si può bombardare per caso. Intorno non ci sono caserme militari. Siamo dentro un quartiere popolare...Tra le persone uccise c'erano siriani, egiziani, giordani e molte famiglie cristiane”. Ma a questa immagine se ne accosta un'altra: “Tahar ci porta al primo negozio di tamburelli. Il proprietario per darci il benvenuto tira fuori una tromba e si mette a suonare. Beppe e Salvatore lo accompagnano con dei tamburi a cornice. A questo punto la piccola carovana diventa una folla incontenibile. Ragazzi, bambini, adulti. Dei negozianti lasciano la loro bottega e si avvicinano. Ci accompagnano da un negozio all'altro danzando...La baraonda si scalda, cresce, si sparge all'intorno. Altri bambini, altri ragazzi arrivano, attraversano la strada, fanno baldoria. Poi qualcuno porta un pallone e la partita si accende...un soldato si avvicina, chiede di essere fotografato. Poi mi scrive il suo nome sul quaderno. Tutto il quartiere è in festa con noi. Resto immobile a guardare irrigidito dalla dolcezza. Da tempo non sentivo una gioia così chiara. Zineb con la mano stretta ai suoi fratellini non si muove dal mio fianco. Nel frastuono assordante si aggrappa al mio braccio. Io la guardo. Lei alza gli occhi e mi sorride”.

Questa è la vittoria della vita sulla morte.

Alla fine del diario il libro propone anche il testo dell'opera scritta e diretta dal Prof. Goffredo intitolata BaghdadBaghdad, rappresentata per la prima volta ad Algeri, il 19 febbraio del 2005, per chiedere la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, in quei giorni rapita in Iraq.

martedì 29 ottobre 2013

Il dramma della “jihad del sesso” in Siria




“Hanno rapporti con 20, 30, 100 miliziani e tornano in patria incinte”: queste le parole del Ministro dell'Interno tunisino, Lofti Ben Jeddou, riferendosi a ragazze e donne tunisine che si sono recate in Siria per offrire il proprio corpo ai soldati islamici impegnati nella lotta contro il regime di Bashar al Assad. La dichiarazione del Ministro è stata data davanti all'Assemblea nazionale costituente, rendendola nota a livello mondiale, mentre prima la notizia non aveva avuto il giusto risalto sulla stampa internazionale.
La “jihad del sesso” è considerata una forma legittima di guerra santa da parte di alcune frange salafite: in arabo “ jihad al Nikah” indica un matrimonio molto breve, anche della durata di poche ore, che permette a donne e ragazze di avere rapporti sessuali senza, appunto, la celebrazione di un'unione tradizionale. Confortate da questa regola, molte donne si sono convinte a concedersi ai miliziani, come supporto, come forma di lotta e anche per dar vita a futuri combattenti. E molte donne sono, in effetti, rimaste incinte e alcune di loro hanno già partorito.
“E noi non facciamo niente, rimaniamo con le mani in mano”, ha continuato Lofti Ben Jeddou, “ Le ragazze vengono 'reclutate' da gruppi salafiti e da associazioni che si dicono caritatevoli, ma in realtà nascondono scopi ben diversi. Dalla Tunisia, si apprende dai media tunisini, partono non solo per la Siria, ma anche per l'Afghanistan e l'Iraq, spesso passando per la Turchia o la Libia. Dall'inizio dell'anno seimila tunisini sono stati fermati alla frontiera perchè in viaggio verso la jihad in Siria”. Anche il Muftì di Tunisi ha espresso la sua indignazione e ha definito questa pratica una vera e propria forma di prostituzione.
Un'altra piaga sociale, un'altra terribile conseguenza di una guerra che continua a non far sconti a nessuno, nemmeno a chi non è ancora nato.

sabato 4 maggio 2013

Quando i bambini sono in guerra

Notizie di pochi giorni fa. Almeno 11 bambini (e 6 donne) sono rimasti uccisi in un raid aereo - condotto dalla Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto il controllo della Nato) - nel distretto di Shegal, della provincia orientale afghana di Kunar.
Il raid aveva come obiettivo alcune postazioni di talebani (tra questi, ne sono rimasti uccisi undici): un portavoce dell'Isaf ha dichiarato che il raid è stato preceduto proprio da un attacco dei talebani e che: “ Nessun elemento dell'Isaf ha partecipato direttamente alla battaglia sul terreno, ma su richiesta della stessa Coalizione internazionale, e non delle forze di sicurezza afghane, è stato fornito un appoggio di fuoco aereo, in aree, secondo i nostri resoconti, lontano da costruzioni, che ha permesso l'uccisione di molti insorti” e ha anche aggiunto: “Siamo a conoscenza di notizie riguardanti il ferimento di numerosi civili nell'incidente e di recenti accuse di vittime civili. L'Isaf esamina seriamente le notizie di vittime civili e su questo incidente è stata aperta un'inchiesta”.
Non si tratta di “incidente”, invece, ma si tratta di realtà la notizia - circolata tramite un video pubblicato dal sito Islam Awazi (Voce dell'Islam) del Movimento islamico del Turkestan - di bambini, tra i 7 e i 14 anni, mentre vengono addestrati da Al Qaeda.
Il video - ambientato probabilmente in un luogo a 40 km da Baghdad, in direzione nord est - mostra una decina di bambini, afghani e uiguri, con passamontagna, armati di pistole, fucili d'assalto e lanciagranate mentre simulano l'irruzione in un edificio, la creazione di un posto di blocco e la cattura di un ostaggio. Le manovre di addestramento farebbero parte delle azioni preparatorie dell'unità operativa denominata “Esercito dell'infanzia”. Si tratta di piccoli martiri, per la maggior parte orfani perchè i loro genitori sono stati uccisi nei combattimenti oppure sono fuggiti, abbandonandoli. E questo è il loro destino.

sabato 27 aprile 2013

Iraq dieci anni dopo




Laura Silvia Battaglia lavora per la redazione esteri del quotidiano Avvenire. Come freelance collabora con il settimanale Terre di Mezzo, con l’agenzia Redattore Sociale, con i network radiofonici Radio Popolare e Radio In Blu, e con RAI News. È caporedattore del sito www.assaman.info, rivolto ai migranti senegalesi. Da alcuni anni si dedica al reportage in zone di confine e di conflitto etnico o religioso (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Serbia), e cerca di raccontare l’altro attraverso la scrittura, i suoni, le immagini. Il suo ultimo documentario si intitola Unknown Iraq: Il 20 marzo 2003 gli Stati Uniti occupavano l’Iraq con l’operazione militare “Iraqi Freedom”. Da allora sono passati dieci anni. Dieci anni di guerra in nome del terrorismo e della democrazia. Dieci anni di odio e di caos. Oggi l’Iraq è il quinto Paese più corrotto al mondo ed è il più corrotto in assoluto in Medio Oriente.
Il documentario andrà in onda questa sera, sabato 27 aprile 2013, alle 00.45 per “Agenda del Mondo”, TG3.


Abbiamo rivolto alcune domande a Laura Silvia Battaglia


Quando si è recata in Iraq e come si è mossa all'interno del Paese?

Mi sono recata in Iraq in tre riprese diverse prima su Baghdad, poi su Bassora, poi sul Kurdistan iracheno e sempre via aerea. Questo per superare sia i problemi di sicurezza legati ai viaggi di lunga percorrenza su strada, sia per aggirare problemi di visto. Di fatto l'Iraq non è più un unico Paese ma una federazione dove la mano sinistra non sa quel che fa la destra. Un visto rilasciato da una regione, da un governatorato del Sud, ad esempio, non può valere per la capitale o per il Nord. Il Kurdistan, poi, è uno Stato nello Stato. Per quanto riguarda i movimenti su strada, ci sono diverse precauzioni di sicurezza da prendere. Baghdad certamente ha dei livelli di pericolosità maggiori, a causa degli attacchi bomba frequenti ma soprattutto a causa  di possibili ceck points delle milizie. Gli occidentali possono essere degli ottimi target per rapimenti, riscatti, rappresaglie. Muoversi in taxi è decisamente pericoloso. Però, se vivi con le persone del posto, se non alloggi nella Green zone di Baghdad, se ti rechi al mercato come un cittadino qualunque - nel mio caso il mio volto e il modo in cui mi abbiglio mi aiutano nell'impresa - muoversi senza essere un target, nei limiti di quello che anche il destino ha scelto per te, è possibile.

Quali categorie di persone ha intervistato? Ad esempio, persone comuni, artisti, intellettuali e qual è il sentimento comune a dieci anni dal conflitto?

Ho intervistato solo persone comuni, posto che ho parlato anche con politici locali e con un ministro ma il loro punto di vista mi è servito per comprendere altri livelli di ragionamento legati ad interessi di parte, da parte appunto di chi governa. Ci sono due sentimenti prevalenti: la disfatta e la revanche. La disfatta è comune nelle persone che superano i 50 anni, unita alla convinzione che mai, mai più, l'Iraq tornerà ad essere ciò che era stato prima dei tempi di Saddam: un Paese modello di cultura e di sviluppo nell'area del Mashreq con la migliore università del Medio Oriente. Il secondo sentimento prevalente è la revanche, molto comune e diffusa tra i giovani ventenni. Ragazzi a cui non è stato possibile avere un'infanzia, una famiglia, un passato e che non possono sopportare l'idea di non potersi giocare il futuro. Si battono per la pace, per un lavoro, l'istruzione, la salute: tutti diritti garantiti nella forma dalla costituzione  ma nella sostanza ancora negati.

Chi si sta occupando della ricostruzione del Paese e in che modo?

Le cause di tutto questo vanno ricercate in un binomio esplosivo: i 13 anni di sanzioni a cui il Paese è stato sottoposto dalle Nazioni Unite, dopo l'invasione del Kuwait, da una parte; dall'altra la più grande operazione di state-building mai registrata prima, e in atto dal 2003. Un insieme di azioni militari, umanitarie ed economiche che costa agli americani 65 miliardi di dollari l'anno e di cui usufruiscono esclusivamente le élite al potere. Soldi che vengono settimanalmente volatilizzati dentro la Banca Centrale Irachena in oscure operazioni all'estero.Tra gli ultimi programmi di sviluppo, l'Unido ha lanciato il Teirq10006, per lo sviluppo della zona industriale di Baghdad. A questo progetto, che ha la benedizione di nove rappresentanti del governo iracheno, tra cui il Ministro dell'Industria e Minerali e 11 rappresentanti di organizzazioni internazionali, partecipa l'Italia come Paese donatore. Obiettivo: creare una Road Map industriale intorno a Baghdad che possa rappresentare un modello per lo sviluppo di altre zone industriali in tutto l'Iraq, da Bassora ad al-Anbar, passando per Erbil. Per rendere operativo il progetto, Unido chiede una definizione necessaria dei confini della zona industriale, un assetto giuridico che eviti gli effetti di free-low zones, un controllo sul territorio nazionale e non municipale, la privatizzazione sostanziale delle attività, la razionalizzazione e l'assicurazione delle risorse primarie per l'area industriale, specie acqua ed energia elettrica. In questo progetto non si fa menzione delle necessità dei civili iracheni.

Quanto sarebbe importante attivare campagne per favorire l'istruzione dei giovani e magari anche delle donne?

Non "sarebbe" importante ma "è" importante. Il punto non è attivare le campagne, cosa che è già stata fatta. Il punto è fare in modo che vengano promosse, accettate, spinte dai forum sociali locali. Dopo questo passo, che ha tra le sue più importanti sostenitrici donne, attiviste e sindacaliste del calibro di Hanaa Edwar, coordinatrice dell'ong irachena Al Amal, è necessario che il governo recepisca questo tipo di imput. Può un governo che si dice democratico consentire ancora il delitto d'onore o accettare, per tradizione, il matrimonio di minori intorno ai 12-13 anni d'età? E' quello che succede ancora in alcune zone del Paese.

Il mondo italiano dell'informazione si è un po' dimenticato dell'Iraq e delle conseguenze della guerra e della rivoluzione?

L'informazione sugli esteri in Italia è una sconosciuta, oggi più che mai. Probabilmente è colpa dell'assenza di una vera politica di Esteri, dovuta al nostro passato poco o per nulla coloniale, a cui si agiunge oggi la crisi dei media e del mercato editoriale. Eppure siamo un Paese chiave nel Mediterraneo e gli italiani sono attori preziosi in contesti di dialogo e mediazione. Riguardo all'Iraq, il fatto, ad esempio, che in questi ultimi 4 giorni ci siano stati 200 morti in scontri settari, e che non si sia nemmeno scritta una breve; o che nell'agosto del 2012 siano state impiccate 21 persone in un solo, stesso giorno senza un giusto processo e sia uscito solo un trafiletto nelle ultime pagine di 3 quotidiani, continua a confermare una triste verità: di Iraq non si parla perché l'Iraq è l'unica, vera, grande riserva di petrolio a cielo aperto nel Medio Oriente e perché sono molti i giacimenti ancora non sfruttati. Secondo il ministro del Petrolio iracheno, infatti, nel 2014 la produzione dovrebbe raggiungere quota 6,5 milioni di barili al giorno, più del doppio della attuale cifra di 2,7. E le previsioni più ottimistiche parlano di 12 milioni di barili per il 2017, quasi cinque volte la produzione attuale come sostiene lo scenario energetico profilato per il 2030 dalla British Petroleum. Perché dunque parlare (male) di un Paese nel quale si continuano a fare affari d'oro?

Può anticipare chi è Usama Al – Samarai, che lei ha intervistato, e commentare le sue parole?

Usama Al Samarrai è il figlio di Ahmed Al Samarrai, il presidente del Comitato Olimpico Nazionale Iracheno rapito a Baghdad il 15 luglio del 2006 in un incontro pubblico, insieme ad altri 24 membri del Comitato. Alcuni rapiti sono stati rilasciati dopo qualche tempo. Ma Usama non ha mai più avuto notizie del padre. Nessuno, a distanza di sette anni, sa se è vivo o morto. 
Niran, la moglie del presidente rapito, ha parlato dopo sei anni. Nel libro “A homeland kidnapped” denuncia l’inefficienza del nuovo governo iracheno, il silenzio della comunità internazionale, e ipotizza questo scenario: il marito ha pagato la sua equidistanza da qualsiasi partito e il suo amore per il Paese al di là delle divisioni settarie sull'altare delle nuove elité al potere. Di questo crimine, secondo la vedova e il figlio "sono responsabili figure attualmente al Governo”. Da parte mia aggiungo, semplicemente, che è molto strano non attivare nessun tipo di inchiesta o di interrogazione parlamentare o di indagine di fronte al rapimento di ben 24 persone da parte di un commando armato che ha fatto irruzione in una sala conferenze pubblica a Baghdad. E' come se in Italia 20 persone irrompessero armate durante una riunione di Confindustria, intimando ai cameraman presenti di spegnere le telecamere prima dell'azione e rapissero 24 delegati. Provate solo a immaginarlo. Non chiedersi il perché, non attivare nessuna azione di contrasto, non interrogare i rilasciati, insabbiare tutto nel silenzio, a livello locale e internazionale, equivarrebbe inevitabilmente a rendersene complici.



UNKNOWN IRAQ TRAILER from Laura Silvia Battaglia


Laura Silvia Battaglia