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domenica 29 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI







Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA

Combattere le mafie, combattere per il diritto alla legalità e alla vita.



Presentazione del romanzo: “ Sola con te in un futuro aprile”

di Michela Gargiulo





giovedì 3 DICEMBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1 (Ang. Via G. da Cermenate 2 – MM ROMOLO) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro:



Presentazione del romanzo “ Sola con te in un futuro aprile”, alla presenza dell'autrice e giornalista Michela Gargiulo e di Veronica Tedeschi, avvocato.

Il 2 aprile del 1985 Margherita ha soltanto dieci anni. La sua casa di Pizzolungo, a Trapani, al mattino è invasa dalla confusione allegra di Salvatore e Giuseppe, i suoi fratelli, gemelli di sei anni. Non vogliono saperne di vestirsi e Margherita non vuole fare tardi a scuola. Chiede un passaggio a una vicina. I gemelli usciranno con l’utilitaria della mamma Barbara. Nello stesso istante due macchine della scorta vanno a prendere un magistrato. Si chiama Carlo Palermo e viene da Trento, dove ha indagato su un traffico di morfina proveniente dalla Turchia. Un fiume di droga che serve a finanziare altri traffici, armi soprattutto, e che produce altri soldi, che si intrecciano col giro delle tangenti della politica. Quando Palermo arriva a sfiorare Craxi la sua indagine arriva al capolinea. Da Trento, il giudice si fa trasferire a Trapani, dove la morfina turca viene raffinata in eroina. Per continuare a indagare su mafia, massoneria e politica. Sul lungomare di Pizzolungo le auto della scorta sfrecciano, non possono rallentare e quella utilitaria con una donna e due bambini seduti dietro va troppo piano. La sorpassano. Parcheggiata sul ciglio della strada c’è una golf con venti chili di tritolo nel bagagliaio. Qualcuno preme il tasto di un telecomando. È l’inferno. Carlo Palermo viene sbalzato fuori, è sotto choc ma si salva. Di Barbara Asta e dei piccoli Giuseppe e Salvatore restano solo frammenti.

mercoledì 27 maggio 2015

La vita non facile dei diritti riscoperti dalle sentenze



di Luigi Ferrarella (da “Corriere della sera” 15 maggio 2015)





Quanti diritti ci possiamo permettere?


Quanti diritti ci possiamo permettere? Quale dose di giustizia può tollerare il nostro assetto sociale ed economico? Fino a pochi anni fa una domanda simile sarebbe suonata bestemmia. Ora, invece, viene implicitamente declinata ogni volta che dalle Corti (Corte costituzionale, Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, Corte di cassazione) arriva una sentenza all’incrocio di un dilemma: adesso tra rivalutazione delle pensioni e vincoli di bilancio, ma già in passato tra danni dell’inquinamento Ilva alla salute di Taranto e destino degli operai e dell’acciaio italiano, e prima tra ritmi giudiziari delle inchieste anticorruzione e invece esigenze extragiudiziarie di far aprire in tempo Expo 2015, o prima ancora tra impopolarità del tema carceri e condizioni inumane di vita di chi sta in prigione. E si può già scommettere riaccadrà nelle prossime sentenze che scioglieranno nodi sulle questioni di bioetica, o che metteranno il dito nel contrasto tra irrazionalità fiscali e esigenze dell’erario, o che incroceranno assetto degli statali e nuove regole per i dipendenti pubblici.
Sotto sotto, è come se ogni volta ribollisse questo non detto: quanti diritti ci possiamo permettere? Un retropensiero talmente sdoganato da nutrire reazioni sempre più insofferenti alle conseguenze di sentenze ripristinatorie di diritti, che sino a poco tempo fa sarebbero state percepite come ovvie riaffermazioni (di eguaglianza, dignità, equità sociale), e che invece adesso vengono vissute quasi come invasioni di Corti debordanti nel campo della politica, tapina perché commissariata dallo scippo giudiziario della sua facoltà di decidere tra più alternative possibili e di imporre questa scelta senza lacci e lacciuoli.
È un’insofferenza che trasuda già dalle parole usate da governo e parlamentari per definire la sentenza della Consulta sulle pensioni: «danno alla credibilità del Paese», verdetto che «scardina», decisione che (se applicata in toto) causerebbe conseguenze «immorali». Così, dopo ciascuna di queste sentenze, sempre più palese scatta il riflesso automatico di non applicarle, oppure — se proprio non è possibile disattenderle completamente — almeno di contenerle, di arginarne la portata, di neutralizzarne gli effetti, di mitridatizzarne le conseguenze. Plastico l’esempio delle condanne inflitte dalla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo all’Italia per le condizioni inumane e degradanti della detenzione nelle carceri: sentenze alle quali in questi mesi il governo ha ritenuto di adeguarsi con una legge su piccoli «rimedi compensativi» (8 euro al giorno per il passato, oppure lo scomputo di un giorno ogni dieci sulla pena ancora da scontare) dalle maglie normative però talmente strette che l’85 per cento delle domande avanzate a fine 2014 era stata dichiarata inammissibile, e soltanto l’1,2 per cento di richieste di risarcimento era stato accolto. E qualcosa del genere, in attesa che accada per le pensioni, sta avvenendo già in parte con la legge sulla tortura, in teoria introdotta sull’onda di un’altra condanna dell’Italia da parte di Strasburgo (stavolta per il G8 di Genova), ma in realtà parcheggiata (dopo approvazione in prima lettura) in un ramo del Parlamento con un testo di compromesso al ribasso.
Cambiano infatti i casi, ma il denominatore comune resta che la giurisdizione è sottoposta a una pressione sociale molto più insidiosa di passate grossolane ingerenze politiche: il mordere della crisi economica, la coperta corta dei bilanci statali, l’urgenza della disoccupazione, la disabitudine alla ricerca di soluzioni che non siano vendibili in pochi slogan, il fastidio per ciò che inevitabilmente complesso non sia tagliabile con l’accetta, tutto congiura a domandare alle Corti superiori (come in fondo già ai magistrati nei gradi inferiori) di subordinare le proprie decisioni a
«compatibilità» con equilibri di volta in volta politici-sociali-economici e di assumere come parametro la «sostenibilità» dei propri atti. Con la conseguenza che non sembra più strano dare esecuzione a queste sentenze soltanto se e nella misura in cui esse siano compatibili con i bilanci statali, o appaiano socialmente accettabili, o risultino «digeribili» dalle esigenze delle imprese, o siano in linea con il momento politico, o siano empatiche con le emozioni dei cittadini.
Il che illumina due sottovalutazioni. La prima, nel presente, è che il ritardo con il quale il Parlamento sta mancando di eleggere i due giudici costituzionali di propria competenza influisce e di fatto altera la vita della Consulta, dove indiscrezioni attribuiscono ad esempio la contestata sentenza sulle pensioni al voto con valore doppio del presidente tra 6 favorevoli e 6 contrari. La seconda sottovalutazione, in prospettiva, è di quanto la combinazione tra nuova legge elettorale e nuovo Senato possa sbilanciare, a favore delle artificiosamente rafforzate maggioranze politiche di turno, le quote di giudici costituzionali e di componenti laici che spetta al Parlamento eleggere rispettivamente alla Consulta e al Consiglio superiore della magistratura.



lunedì 19 gennaio 2015

Ian McEwan e la legge sui minori


 



Il nuovo romanzo di Ian McEwan si occupa di società, Giustizia e minori.

Una sera lo scrittore inglese si trovava a cena da un amico giudice, in pensione, il quale gli fa leggere una raccolta di sentenze che riguardavano i minori e i contrasti familiari a sfondo religioso. E, come sappiamo, uno degli argomenti che stanno più a cuore a McEwan è l'indagine sulla dicotomia tra religione e laicità dello Stato.

Protagonista del racconto è Fiona Maye, 59 anni, sposata da trentacinque con Jack, professore di Storia antica. Fiona ama suo marito, ma ama ancora di più la propria professione: lavora, infatti, presso la Royal Courts of Justice. Mentre il marito, trascurato, decide di concedersi una scappatella, la donna si occupa, con l'anima e il cuore, del caso di due gemellini siamesi: Marco e Matteo. Ha solo sette settimane e un giorno per prendere una decisione. Non è facile perchè i medici credono che Marco possa farcela solo se staccato dal fratello. I genitori dei bambini, devoti cattolici, si oppongono all'operazione perchè convinti che solo Dio possa decidere della vita o della morte di una persona. Fiona farà la sua scelta, in linea con le proprie convinzioni, ma sarà una scelta molto sofferta.

Un altro caso per Fiona Maye riguarda Adam Henry, testimone di Geova: non vuole sottoporsi alle trasfusioni ed è pronto ad abbandonare una vita giovane e ricca di desideri ancora da esaudire, con la benedizione dei parenti. Ma nel romanzo di McEwan non mancano anche i riferimenti ad altre confessioni religiose: una coppia di ultraortodossi ebrei che litiga sulla scelta della scuola per le figlie oppure un marito musulmano che vuole ritornare in Marocco con la prole.

Le storie narrate mettono in evidenza il fatto che, in tutto il mondo, sono spesso i minori a pagare le spese di sistemi legislativi errati e che, sempre di più, sono le vittime di soprusi: abusi, malattie, costrizioni. Il titolo del libro, The children act, si riferisce alla Legge dei Bambini che fu approvata in Gran Bretagna nel 1989, alla fine dell'era Thatcher, una legge che avrebbe dovuto tutelare i diritti dell'infanzia tramite l'importanza del nucleo familiare, la responsabilità dei genitori, l'intervento dei servizi sociali e della magistratura nei casi più difficili. Interventi sempre tesi a mettere al centro delle analisi e delle decisioni il bene dei minori. Ma questi propositi sono ancora troppo spesso disattesi, in Gran Bretagna, in Italia e in molte altre aree del mondo e i più giovani non vengono quasi mai ascoltati.

giovedì 6 novembre 2014

Perez.




Da poco uscito nelle sale cinematografiche italiane, Perez. narra, senza illusioni, la deriva di oggi.

Un uomo grigio in una grigia città. Si chiama Demetrio Perez ed è un avvocato d'ufficio che da tempo ha perso di vista l'etica della sua professione. Perez, infatti, difende delinquenti e quei perdenti come lui che ha visto fallito anche il suo matrimonio e che ha un rapporto conflittuale con la figlia Tea.

Tea si innamora di Francesco Corvino, figlio di un pregiudicato e sarà la relazione pericolosa della ragazza a spingere l'avvocato verso il tentativo di riscatto. Accetta uno scambio, o meglio il ricatto di un boss della camora: questi gli chiede aiuto per recuperare una partita di diamanti nascosti nel ventre di un toro e lui troverà la maniera di incastrare Corvino. Perez viene a patti con la sua coscienza pur di salvare Tea, accetta la proposta del boss e da quel momento la sua vita cambierà in maniera radicale.



Un film italiano di genere, un noir urbano, una scelta che strizza l'occhio a Martone e Sorrentino, ma efficace per discutere di etica e legalità. Perez.è il secondo lungometraggio di Edoardo De Angelis, dopo Mozzarella stories, in cui l'autore cambia totalmente registro, non fa sconti alla sua città e al Paese intero, narrando una storia di derive morali, di dubbi, di scivolamenti nell'ambiguità tra giusto e sbagliato.Non ci sono più barriere o differenze, siamo tutti coinvolti in quella mancanza di coraggio per essere onesti e non accettare compromessi e ricatti.

Non c'è pace, nel film di De Angelis, e c'è poca speranza. Il titolo del film vede recitare solo il cognome del protagonista, seguito da un punto: il nome non è importante perchè quel conognome rappresenta un simbolo, una categoria umana che non ha quasi più possibilità di salvezza; spesso ripreso di spalle (come un uomo qualunque, privo di umanità e di un'identità), Demetrio Perez si sfoga, parla da solo e la sua voce fuori campo ci fa entrare nella sua mentalità, stretta tra le regole codificate dallo Stato e le regole codificate dall'Uomo. Le sue azioni si svolgono in quell'area del capoluogo campano a cui si erano affidate le aspettative di una rinascita economica, culturale e sociale e che, col tempo, si è rivelata nella sua tragicità, con il suo fallimento in tutti i settori.

Nel genere noir, si sa, non c'è mai una distinzione netta tra personaggi “buoni” e “cattivi”: i cattivi qui ci sono e sono, chiaramente, i camorristi. Ma quelli che dovrebbero rappresentare i valori positivi sono ammantati di pavidità: l'avvocato corrotto, i giudici e i poliziotti superficiali e poco attenti. E nemmeno l'unica figura femminile non riesce a illuminare le coscienze, ma trascina coloro che ha attorno a sè in un baratro sempre più oscuro. Ecco perchè, il sole fa fatica a sorgere: anche la fotografia del film, ben curata, sottolinea la fatica di una resurrezione etica e morale.


lunedì 29 settembre 2014

Una sede al Centro Midulla per i bambini dell'orschestra Falcone Borsellino






Continua la nostra lotta per l'affermazione della legalità, per cui anche noi vi proponiamo la lettera/petizione già su change.org dove potete firmarla...Grazie.



Questa petizione sarà consegnata a:

Sindaco di Catania

Al Sindaco di Catania, On. Enzo Bianco





A Catania i creatori dell’organizzazione no profit “La città invisibile” lavorano da anni per tenere lontani i ragazzi dalla strada e indirizzarli verso la musica ed altre iniziative culturali che valorizzino le loro attitudini e che li indirizzino verso un futuro di giustizia e legalità.

Ora però questi ragazzi hanno bisogno di noi!

I componenti dell’orchestra “Falcone e Borsellino” (orchestra interna alla “Città Invisibile”) non hanno più una sede dove incontrarsi, dove imparare la musica e dove provare i loro pezzi.

Non lasciamo che questi ragazzi si allontanino dai valori che gli sono stati tramessi e insegnati! Non permettiamolo!

Aiutiamo “La città invisibile” a mantenere alto l’impegno fino ad ora profuso.

Una possibilità c’è!

Vi preghiamo di leggere l’appello sottostante,di condividerlo, di divulgarlo e di partecipare insieme a noi a questa iniziativa importante.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------     Al Sindaco di Catania, On. Enzo Bianco

c.p.c. Presidente della Regione Siciliana, On. Rosario Crocetta

Procuratore della Repubblica di Catania, dott. Giovanni Salvi

Prefetto di Catania, dott.ssa Maria Guia Federico

Questore di Catania, dott. Salvatore Longo

Arcivescovo della Diocesi di Catania, S. E. Mons. Salvatore Di Cristina

Oggetto: Concessione dei locali del Centro Culturale Midulla alla fondazione no profit “La città invisibile”

Egregio Signor Sindaco,

la Fondazione “La città invisibile”, ente no profit, per prevenire il disagio e la devianza dei minori del quartiere di San Cristoforo, uno dei più a rischio di Catania, ha creato e sostiene la Scuola di vita e Orchestra “Falcone Borsellino” .

Per poter ricevere lezioni di musica e di legalità, impartite con successo dai volontari della Città invisibile, e poter quindi eseguire delle prove d’orchestra per i concerti tenuti in importanti eventi antimafia, i numerosi bambini del quartiere hanno fino ad oggi utilizzato i locali della Chiesa di San Cristoforo, concessi dal parroco.

Ora, gli stessi locali versano in stato di pericolo di crollo e non sono più agibili, perciò a questi bambini non resterebbe che la strada per poter svolgere le lezioni o al più la piazzetta di San Cristoforo.

Noi, invece, con questa lettera aperta, Le chiediamo di concedere alla Fondazione i locali del Centro Culturale Midulla, ubicato alle spalle della chiesa di San Cristoforo, in via Zuccarelli, che è a tutt’oggi inutilizzato e in stato di abbandono; al suo interno vi sono una palestra, una grande sala per conferenze, delle stanzette e persino una biblioteca, utilissime al raggiungimento dei fini della Fondazione.

Oppure, gentile signor Sindaco, meglio sarebbe auspicabile la concessione dei locali di un altro imponente edificio, praticamente inutilizzato dagli abitanti della città e del quartiere, cioè la famosa caserma borbonica, Ex Manifattura Tabacchi che si trova nella piazzetta di San Cristoforo, .

Concedere i suddetti locali alla Città invisibile, permetterebbe, inoltre, di realizzare un programma più ampio, esteso ad altre fasce d’età, per vivificare di cultura e legalità il quartiere.

Perciò, signor Sindaco, la nostra richiesta DI APRIRE, AI BAMBINI DELLA CITTA’ INVISIBILE, LA PORTA DEL CENTRO MIDULLA O DELLA EX MANIFATTURA TABACCHI.

Lo faccia al più presto, perché questi bambini non debbano rinunciare ad aver fiducia nello stato che lei rappresenta. Essi hanno già dimostrato la loro determinazione a uscire dal degrado, contribuiscono efficacemente ad innalzare con la cultura il livello della vita civile e morale del loro quartiere. Essi, non solo hanno suonato alla sua presenza durante la visita della Pres. Boldrini e dentro al Palazzo di Giustizia per l’ANM, ma hanno suonato anche a Palermo in via D’Amelio il 19 luglio per tre anni di seguito, così come per Falcone, negli eventi del 23 maggio a Palermo, per Dalla Chiesa, per don Puglisi e per Fava.

Essi possono divenire motivo di orgoglio per la sua Catania (e lo sono già ai nostri occhi). Li aiuti, dunque, ad usufruire di un luogo che lei stesso a contribuito a ristrutturare e che è un vero schiaffo all’onestà lasciare nelle mani dei vandali e della malavita.

I bambini e le loro famiglie aspettano il suo consenso ad aprire quella porta.

Non diamola vinta alla mafia!


giovedì 12 dicembre 2013

Con il fiato sospeso: il diritto alla salute e le morti di Stato



Stella, una studentessa di farmacia entra in un gruppo di ricerca per svolgere la sua tesi. Nel laboratorio di chimica qualcuno sta male, si parla di coincidenze. Anna, una sua amica, vorrebbe che la ragazza lasciasse il laboratorio perchè lo considera insalubre. Ma la vicenda di Stella si intreccia con quella di un dottorando che ha già percorso la strada in cui la giovane si imbatterà. Questa è la fiction.
Nel dicembre 2008 esce la notizia dell'apposizione dei sigilli ai laboratori di chimica alla facoltà di farmacia dell'università di Catania, a causa del sospetto ambientale, oltre al ritrovamento del memoriale del dottorando Emanuele Patané, morto di tumore al polmone nel 2003. E questa è la realtà.
Attualmente è in atto un processo che vede imputati i vertici della facoltà per inquinamento e discarica non autorizzata. Vincitore del premio "Gillo Pontecorvo - Arcobaleno Latino" all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia dove è stato presentato fuori concorso,
Con il fiato sospeso di Costanza Quatriglio mette anche in luce la ricattabilità in cui spesso vivono gli studenti universitari.


Abbiamo intervistato per voi Costanza Quatriglio che ringraziamo molto



Questo suo ultimo lavoro nasce da un fatto realmente accaduto. Ce lo può raccontare?

Questo lavoro nasce da un fatto realmente accaduto che è la scoperta che i laboratori di chimica della Facoltà di Scienze farmaceutiche dell'università di Catania sono stati chiusi dalla magistratura e adesso c'è un'inchiesta in corso per inquinamento ambientale.
Questa notizia non è stata particolarmente ripresa dai giornali, ma quando l'ho letta, ho letto anche del rinvenimento di un diario di un dottorando che, cinque anni prima nel 2003, aveva scritto cinque pagine molto dettagliate sulla vita all'interno del laboratorio: si lavorava senza norme di sicurezza. Questo ragazzo è morto di un tumore al polmone e, nel diario, accusava l'università di essere la causa di questa sua malattia.
Oltre a lui sono morti altri ragazzi.

Quali sono stati i passaggi necessari per reperire il materiale utilizzato per la realizzazione del film?

Ho iniziato a lavorare a questo film nel 2008/2009 e ci sono stati passaggi molto, molto difficili da tutti i punti di vista. La prima difficoltà è stata affrontare la questione dal punto di vista umano perchè ho trovato un muro di omertà gigantesco da parte dell'istituzione universitaria.
L'altra difficoltà è stata capire come utilizzare il diario e uscire dalla cronaca, per far diventare il film qualcosa di più universale possibile: cioè, il ricercartore universitario che parla di mancanza di sicurezza sul lavoro può diventare non solo una denuncia di cronaca, ma anche “etica”. Ho frequentato i laboratori di chimica di altre facoltà universitarie, ho conosciuto tante persone e ho capito che questa vicenda raccontava una storia non solo catanese, ma italiana.
Racconta di un Paese in cui le norme di sicurezza sono poco considerate in generale, di un Paese che non valorizza i talenti, di un Paese alla deriva.
L'intossicazione delle persone che fanno ricerca lì dentro trascende l'aspetto biologico e diventa una morte di Stato.

Questa è la denuncia più forte che ha voluto fare con questo film?

Sì, la denuncia più forte; infatti ho avuto difficoltà a produrre questo film.
E' passato di mano in mano e ho lavorato con varie case di produzione che però, all'inizio, sembravano accettare questa sfida molto complessa, ma poi mi facevano perdere tempo.
Solo tra questa primavera e l'estate, con altri collaboratori, siamo riusciti a partire.
Il mio primo obiettivo era quello di fare un cortometraggio tradizionale, poi ho cambiato il dispositivo narrativo.

Perchè, infatti, la scelta di mescolare finzione e documentario?

In realtà il film è un film di finzione, nel senso che rimette in scena completamente una storia scritta, inventata, anche se riprende una vicenda reale. Lo fa utilizzando il gioco del cinema: io intervisto il personaggio e l'intervista fa parte del linguaggio classico del documentario. Per questo motivo si parla anche di stile documentaristico.
Comunque all'interno di un racconto di dolore c'è anche la vitalità dei giovani che è, anche questa, etica e reale.

Dove si può vedere il documentario ?

In alcune sale cinematografiche italiane, con grande coraggio da parte degli esercenti.
A Catania è stato in programmazione tre settimane anche con quattro spettacoli al giorno. La stessa cosa è successa a Roma.
Secondo la mia opinione, il film - che dura 35 minuti – deve essere proiettato una o due volte al giorno all'interno delle programmazioni ufficiali.

La scelta dell'argomento riguarda anche la sua esperienza personale?

Io mi identifico in una generazione che ha ereditato un Paese guasto. Certamente è un film che mi riguarda profondamente e riguarda tanti di noi.


 



giovedì 23 maggio 2013

XXI Anniversario delle stragi di Capaci e via D'Amelio: le Navi della legalità e un libro



Più di 20.000 studenti, di 800 scuole, di 13 Paesi europei sono saliti, ieri, sulle Navi della legalità, dai porti di Civitavecchia e di Napoli: sono giunti a Pelrmo per commemorare il XXI anniversario delle stragi di Capaci e via D'Amelio, che cade il 23 maggio, in cui morirono i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, le donne e gli uomini delle loro scorte.
Le navi della legalità” è il progetto di educazione alla Legalità promosso dal Miur e dalla Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”: Le nuove rotte dell'impegno. Geografia e legalità, questo il titolo scelto per il tema di quest'anno. I ragazzi hanno partecipato ad un concorso nazionale e, oggi, partecipano alla cerimonia istituzionale che si svolgerà, come di consueto, nell'Aula Bunker del carcere Ucciardone di Palermo.
Durante il viaggio sulle navi gli studenti, e i docenti accompagnatori, hanno potuto confrontarsi con importanti figure delle associazioni antimafia e dello Stato. La nave salpata da Civitavecchia ha ospitato il Presidente del Senato, Piero Grasso, il Ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, il presidente Rai, Anna Maria Tarantola e il Prof. Nando Dalla Chiesa. Sulla nave salpata da Napoli sono intervenuti: il sottosegretario all'Istruzione, Marco Rossi Doria, il Presidente di Libera, don Luigi Ciotti, il Commissario Straordinario Antiracket, Giancarlo Trevisone e l'imprenditore - e testimone di giustizia - Pino Masciari.
Al termine della giornata di commemorazione, tutti i partecipanti si raduneranno di fronte all'Albero Falcone, simbolo universale di Legalità, diventato bene culturale tutelato dalla Regione Sicilia e dallo Stato italiano.


Giovanni Falcone: un eroe solo. Il tuo lavoro, il nostro presente. I tuoi sogni, il nostro futuro.
Di Maria Falcone e Francesca Barra. Rizzoli


Sono nato nello stesso quartiere di olti di loro. Conosco a fondo l'anima siciliana. Da un'inflessione di voce, da una strizzatina d'occhi capisco molto di più che da lunghi discorsi”. Queste sono le parole di Giovanni Falcone, riferendosi agli uomini d'onore, che la sorella, Maria Falcone, riporta nei suoi ricordi del fratello. Del grande magistrato ricorda anche la sua passione per piccole papere che collezionava e comprava in giro per il mondo.
Un ritratto inedito e rigoroso di Falcone, quello che emerge nel libro “Giovanni Falcone: un eroe solo. Il tuo lavoro, il nostro presente. I tuoi sogni, il nostro futuro”, scritto a quattro mani da Maria Falcone e dalla giornalista Francesca Barra, edito da Rizzoli.
Perchè un eroe solo? Perchè il magistrato, durante la sua carriera, è stato attaccato da tanti per la sua coerenza; perchè molti detrattori hanno criticato il suo metodo investigativo e le tecniche di coordinamento da lui approntate per portare avanti la lotta alla criminalità organizzata; perchè la verità è scomoda, ancora oggi. Dopo il mancato tettanato nei suoi confronti all'Addaura, lo stesso Falcone disse: “ Questo è il Paese felice in cui, se ti si pone una bomba sotto casa, e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l'hai fatta esplodere”.
Ecco perchè Maria Falcone e Francesca Barra hanno ritenuto importante ricordare i momenti salienti della vita del magistrato, la sua avventura umana e professionale: per lasciare alle nuove generazioni l'eredità vera e profonda di un Uomo che, nonostante tutto, ha sempre avuto un amore profondo per lo Stato, un forte senso della Patria, un grande rispetto per la giustizia e per l'autorità. Ed è fondamentale che le genrazioni future (ma non solo) si confrontino ancora con modelli positivi, divenuti “eroi” loro malgrado.
Il volume è arricchito dagli interventi di Leonardo Guarnotta, che ha scritto la premessa, di Loris D'ambrosio e da Sergio Lari, autore della postfazione.