Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post

lunedì 14 dicembre 2015

A Perfect day: la strana normalità nel dopoguerra balcanico






A dieci anni dall'uscita del bel lavoro intitolato I lunedì al sole, torna nelle sale italiane l'ultimo film del regista spagnolo Fernando Leòn De Aranoa: A Perfect day, presentato alla Quinzaine des Rèalisateurs al 68mo Festival di Cannes.

Torniamo nella No men's land (per citare un'altra bellissima pellicola di Danis Tanovic) della terra balcanica, nel 1995. Siamo agli inizi degli accordi di pace, ma la situazione è ancora complessa. Ecco, allora, l'importanza dell'attività dei cooperanti volontari, chiamati per bonificare il territorio, dopo lo scempio di una guerra.

Il gruppo protagonista del racconto è composto dal capo della spedizione – il burbero e romantico Mambrù – dall' idealista Sophie, dalla spregiudicata Katya, dal disancantato B. Insomma, un campionario di tipi umani, con un bel bagaglio di virtù e debolezze. La loro missione consiste nel rimuovere, da un pozzo, il cadavere di un uomo che inquina l'acqua destinata ai sopravvissuti del luogo: vecchi, donne e bambini. Per portare a termine l'obiettivo sarebbe necessario trovare una corda. Tutto qui? Sì, ma l'impresa non sarà così facile.  

Aranoa si affida ad un ritmo lento, a scene dilatate e a dialoghi sferzanti per raccontare una vicenda comune, quasi banale che, proprio nella sua banalità, fa emergere prepotentemente l'assurdità dei conflitti e delle loro conseguenze. I nostri “eroi” alla ricerca della corda, infatti, si imbattono in una burocrazia a dir poco infernale, in un girone dantesco da cui emergono personaggi grotteschi, burattini e burattinai accecati da un senso del dovere privo di qualsiasi ragionamento, dove leggi e cavilli sono le uniche àncore di salvezza in un mondo saltato in aria, anche dal punto di vista etico.

Non è espressamente un film di denuncia o antimilitarista, ma è una storia che passa dal registro della commedia e delle piccole cose, per far riflettere su temi più universali: i personaggi sono ben caratterizzati, forse anche troppo, ma rimangono interessanti le relazioni che si vengono a creare tra loro e che pongono agli spettatori alcune domande: “Cosa avrei fatto io, al posto suo?”, ad esempio. Il meccanismo di proiezione o di identificazione è importante, al cinema, soprattutto quando si lavora con una materia esplosiva come quella di una guerra, che sia quella di ieri o quelle di oggi; così come è importante il tema della Memoria perchè, come dimostra la stessa sceneggiatura, la Storia tende a ripetersi e quasi mai nei suoi aspetti migliori.


Protagonista del film risulta essere anche la colonna sonora. Lou Reed, i Velvet Undergroud, Marilyn Manson, sottolineano le scene drammatiche ambientate in Spagna, ma che ricordano i paesaggi desolati e severi dei Balcani e riportano il pensiero agli argomenti più seri: l'operatività contorta dell'ONU, le difficoltà continue delle operazioni umanitarie, la devastazione di una guerra, che permane anche a distanza di anni. E allora concediamoci un sorriso (seppur amaro), suggerisce il regista, tanto fuori piove e, comunque, bisogna continuare a lavorare.

giovedì 30 luglio 2015

E' arrivata mia figlia: una madre e una figlia per il diritto alla dignità



Val e Jessica: una madre e una figlia nel Brasile di oggi. Val è una donna di mezza età, da tanti anni è al servizio come domestica presso una famiglia, in una villa di San Paolo. Ha cresciuto i figli di Bàrbara e di Carlos e Fabinho, il ragazzo adolescente, la considera la sua “seconda mamma”. Jessica arriva a scompaginare la ritmica e monotona quotidianità di Val, un giorno, all'improvviso: dopo un'infanzia trascorsa con il padre e la nonna, vuole trascorrere a San Paolo un po' di tempo per poter accedere al test di ingresso in università. Val non ha altra alternativa che quella di farla soggiornare nella sua stanza – stretta e soffocante – mentre cerca un alloggio per entrambe. Ma la convivenza tra i componenti della famiglia ricca e le due donne non è facile. Da qui prende l'avvio la trama del film intitolato E' arrivata mia figlia, di Anna Muyleart, vincitore del Premio speciale della Giuria al Sundance Festival e del Premio del pubblico al Festival di Berlino 2015.

I personaggi, ben caratterizzati, formano il puzzle della società brasiliana delle metropoli: Bàrbara, la moglie ambiziosa e consapevole di sé e del proprio ruolo sociale, Carlos il marito depresso, privo di spina dorsale, del tutto steso sulla propria ricchezza ereditata, i due figli poco più che bambini poco maturi e molto viziati. E, tra loro, spicca anzi giganteggia la figura di Val: una donna, una madre per tutti. Affettuosa, rispettosa delle regole, accudente: solido punto di riferimento, ma sempre al proprio posto, mai sopra le righe, quasi un oggetto da arredamento utile, ma non indispensabile (se non per Fabinho e per la sua fragile psicologia).  

Jessica, appartiene a un'altra generazione e cova rancore per quella madre che le ha sempre inviato i soldi per il mantenimento, ma che le è stata lontana. La ragazza non sopporta le imposizioni di una differenza di classe ancora evidente, nonostante i piccoli gesti ipocriti; non accetta le avances di un uomo scontento e annoiato; non tollera la rassegnazione della propria genitrice. E allora si butta in piscina con i figli dei “padroni”, mangia il gelato di Fabinho, chiede sfacciatamente di poter studiare nella stanza degli ospiti, si rivolge apertamente ed esprime le proprie opinioni. Piccoli/grandi gesti di rivolta, che operano una rivoluzione: una rivoluzione raccontata con maestria dalla regista brasiliana. La macchina da presa segue con calma ogni movimento dei personaggi, spesso rimane ferma, entra negli ambienti della villa e al di fuori, proprio per far cogliere agli spettatori quelle piccole sfumature che creano – come i muri e le pareti – le barriere tra ricchi e poveri, tra chi sta in cima e chi sta alla base della gerarchia anche culturale. Ma col tempo, Jessica impara a capire, le scelte obbligate della madre e la madre impara a riconoscere l'importanza della libertà e della dignità grazie alla figlia. E allora entra anche lei nella piscina, ride e telefona alla ragazza per dirglielo. In seguito madre e figlia troveranno una piccola, semplice casa tutta per loro...e Val si sentirà chiamare, finalmente, “mamma”.

lunedì 29 giugno 2015

Diamante nero: il cinema, l'identità, la protesta







Dopo il grande successo di Tomboy, il film che raccontava di una ragazzina che vuole essere un maschio, esce sul grande schermo l'ultimo lavoro della regista Céline Sciamma, presentato al Festival di Cannes nella sezione “Quinzaine des Realisateurs” e intitolato Bande des filles. Il titolo italiano è Diamante nero e prende spunto dalla colonna sonora, un brano di Rihanna, “Diamonds” che scandisce ritmicamente le pulsazioni del cuore e della vita delle protagoniste.

Si tratta, infatti, di un film ancora al femminile che molti hanno subito definito “di genere”: nella prima sequenza vediamo un gruppo di ragazze nere che, in uno spogliatoio, ridono, scherzano, schiamazzano, unite nella gioia della giovinezza e della spavalderia. Poi ognuna di loro fa ritorno alla realtà, entra nelle case di periferia, alle prese con i problemi di una quotidianità difficile, soprattutto se si è femmine.

Marieme, la protagonista sedicenne, deve fare i conti con un fratello dispotico, con le decisioni prese dagli altri “per il suo bene”, con un lavoro che non le piace e con una società dove prevalgono machismo e prepotenze. Ma Marieme non ci sta e impara a dire NO: Cambia nome e diventa Vic, si stira i capelli, cambia anche look, si arma di coltello e inizia a fare a botte. Non è sola: a lei si uniscono altre tre - Lady, Adiatou e Fily - ed ecco formata la banda che dà il titolo alla pellicola, una banda di ragazze che si comportano come i modelli maschili che hanno intorno: minacciano, rubano, non temono nessuno.

Ma la natura femminile c'è e non si inganna: Marieme è innamorata dell'amico del fratello. Una sera va da lui, si spoglia e gli dice semplicemente “Facciamo l'amore”. Una dichiarazione così diretta, un'offerta di sé così istintiva marchieranno Marieme come sgualdrina. Ma in questo suo atto d'amore c'è tutta la forza della libertà.

Diviso in capitoli, proprio come un romanzo di formazione, Diamante nero è ambientato nelle banlieu parigine, abitate, come sappiamo, da immigrati e dai loro figli, dove le persone vivono in quell'architettura squadrata e squallida che caratterizza tutte le periferie e dove vince la legge del più forte e del più furbo: ma la regista non ha voluto realizzare un film su questo tipo di ambiente. Il suo intento è più politico: attraverso le vicende - particolari e univerali allo stesso tempo - di Marieme e delle sue amiche che si affacciano alla vita e alla maturità con tutte le emozioni, le paure e la confusione tipiche della loro età, viene raccontata una forma di resilienza ai modelli imposti dall'esterno. Le protagoniste dicono NO alla violenza e, in fondo in fondo, rispondono con l'amore; dicono NO alle donne sottomesse al patriarcato; dicono NO a modelli familiari apatici e senza orizzonti, immaginando e lottando per un futuro migliore; dicono NO a regole di lavoro ingiuste.

E' un film ben scritto, studiato nella sceneggiatura e nella regia che non scade nelle scelte comuni proprio per far riflettere sulla grande forza e il grande coraggio di queste piccole donne (donne nei corpi, ma bambine negli occhi), confuse ed eroiche nel loro guardare dentro e fuori da sé per strutturare un'identità e una vita possibilmente consapevole e felice.

venerdì 24 aprile 2015

I bambini sanno: domande e risposte semplici e vere...dai più piccoli

 
 





Il nuovo documentario di Walter Veltroni, dal titolo I bambini sanno, è appena uscito nelle sale cinematografiche e fa riflettere il fatto che un uomo, adulto, padre e con un ruolo pubblico importante si ponga all'altezza di bambino per cercare risposte e domande. Gli occhi, le espressioni, i gesti delle bimbe e dei bimbi riportano tutto ad una dimensione più umana, vera, genuina.

Un lavoro interessante perchè affronta temi seri e universali, ma anche perchè li dipana senza infrastrutture ideologiche. Dare voce ai piccoli è come ritornare ad un terreno incontaminato, da dove si può ripartire per un futuro migliore.


L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Walter Veltroni e lo ringrazia per questa opportunità.




Da quale assunto nasce il soggetto di questo documentario?

 

Sono sempre stato molto affascinato dai bambini. Mi piace la loro purezza, il loro modo di vedere le cose. Si pongono tantissime domande. Anch’io lo ricordo sulla mia pelle, quando ero piccolo e mi ritrovavo la notte da solo nella mia stanza al buio, quello era il momento delle domande, la vita, la morte, la religione…Mi interessava capire come ci vedono i bambini, come vedono il nostro paese oggi.



Dove ha incontrato i bimbi che ha ripreso e perché la scelta di parlare con gli adulti e i cittadini di domani?


Abbiamo visto 350 bambini in tutta Italia, alla fine ho scelto trentanove bambini dagli 8 ai 13 anni. In quella fascia d’età si interrogano su tutto poi, dopo i 13 anni, cominciano a darsi anche le risposte, per questo mi interessavano i bambini proprio di questa età. Sono all’avvio della vita, sono puri ma, allo stesso tempo, hanno una grande profondità.



Certo che ha posto loro domande impegnative...da qui il titolo del documentario: ce lo vuole spiegare?



Per il titolo sono partito da una citazione di Saint Exupéry: “I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stufano di spiegargli tutto ogni volta.” Ho scelto il titolo prima di girare le interviste ma dopo ho capito che era giusto, che funzionava. Ho posto delle domande su temi complessi, la crisi, la religione, l’amore, l’omosessualità. I bambini hanno un loro sguardo su tutto, rispondono con grande semplicità ma, allo stesso tempo, le loro affermazioni sono dirette, efficaci, sorprendenti, oneste.

 

Interessante che un uomo adulto si confronti con i più piccoli: quale può essere, o dovrebbe la comunicazione oggi tra generazioni diverse?



Credo che oggi ci sia poca comunicazione fra generazioni. Prendiamo il caso dei bambini, noi adulti non li ascoltiamo mai veramente e invece loro hanno una grande quantità di cose da dire. Nelle interviste del film mi pare si siano sentiti liberi, ascoltati davvero. Se prendevano una strada, li seguivo, andavo insieme a loro. A parte la timidezza iniziale, erano a loro agio, nelle loro stanze mi hanno raccontato anche cose che non avevano mai detto a nessuno.

La comunicazione fra generazioni diverse ci aiuta a capirci meglio. Una bambina, dopo aver visto il film ha detto: “Spero di portarci i miei genitori così mi capiranno meglio.” Questa frase ci ha colpito a tal punto che abbiamo deciso di metterla sul manifesto del film.


C'è un messaggio che vuole mandare, attraverso questo suo ultimo lavoro, a chi come lei si occupa di politica?


Direi che bisogna saper ascoltare e sapere quanto bisogno ci sia di comunità oggi.




venerdì 17 aprile 2015

La famiglia Bélier : la diversità raccontata con leggerezza




Madre, padre, fratello e minore e Paula. Paula è un'adolescente che cresce in una famiglia speciale: i suoi genitori e il fratellino, infatti, sono sordomuti. Siamo nella campagna della Normandia e i Bélier sono agricoltori e produttori di formaggio; infaticabili lavoratori, molto legati ai figli, vivono tutti in grande armonia. Questa è la situazione che apre il film intitolato proprio La famiglia Bèlier, nelle sale in questo periodo, film scritto a quattro mani da Stanislas Carre de Malberg e Victoria Bedos, candidato a sei nomination ai César. Il regista, Eric Lartigau, racconta la diversità con leggerezza, costruendo attorno ai personaggi una commedia frizzante, ma non banale.

Interessante, ad esempio, sono le modalità di comunicazione tra Paula e gli altri componenti della famiglia: il linguaggio dei segni oppure gli sguardi, insomma quella comunicazione non verbale che passa attraverso altri sensi e altre sensibilità. La ragazzina, che ha sedici anni, vive in un mondo silenzioso e si trova a dover fare da ponte tra i suoi affetti più cari e il mondo esterno: un ruolo non facile, soprattutto in una fase della vita, quella adolescenziale, in cui si vorrebbe essere al centro del mondo e delle attenzioni altrui. Paula, infatti, come tutti i suoi coetanei, inizia a desiderare un fidanzato ed è in cerca della propria identità. L'occasione si presenta tramite un concorso per entrare in una delle scuole di canto più prestigiose di Parigi. Paula vorrebbe partecipare, ma il suo allontanamento da casa preoccupa la famiglia che ha così tanto bisogno della sua presenza, sia nel lavoro sia come legame con la società esterna.

Originale la scelta di un linguaggio diretto, a volte sopra le righe di alcuni personaggi che si contrappone al mutismo dei Bélier e quella emancipazione riguardo alle questioni sessuali che suscitano sorrisi, ma che servono anche a non scadere nella retorica pietistica. Di respiro universale la riflessione tra le generazioni a confronto, un confronto spesso complicato che qui lo è ancora di più data la disabilità dei genitori. Bella l'idea che, nonostante un tipo di comunicazione non convenzionale, i componenti del nucleo si capiscano, litighino per poi tornare ad essere più uniti di prima. Da notare, infine, come anche la musica, in questo film, sia così importante da essere quasi, essa stessa, protagonista: non è un caso che Paula voglia iscriversi ad una scuola di canto. Lei, figlia di persone sordomute, ha un dono: quello di una voce meravigliosa e proprio con quella voce canta una canzone che si intitola Je vole e dice: “ Vi voglio bene, ma parto. Non fuggo ma volo, non sono più una bambina stasera”. Paula ha trovato la sua strada e tutti hanno imparato che l'amore passa anche attraverso l'autonomia e la libertà.

venerdì 10 aprile 2015

Babylon: il cinema, la Tunisia, l'attualità


di Monica Macchi e Paolo Castelletti   (da formacinema.it)



Babylon si configura sia come un esperimento sul linguaggio che come un esperimento di utilizzo del materiale: infatti durante le riprese, i tre registi hanno diffuso in tempo reale tramite Internet video, fotografie, clip audio, testi open source invitando chiunque volesse, a riutilizzarli per creare nuove opere.





Sono state fatte mostre sui diversi lavori e anche un film-concerto di Zied Meddeb Hamrouni in cui ha mixato dal vivo la colonna sonora originale del film. Questo film non recitato può essere dunque considerato un “ipertesto” o come ha scritto Vertov un “film che produce film” nel senso che ogni inquadratura può essere utilizzata per altre ricostruzioni. Del resto, la comprensione dell’immagine dipende dalla correlazione con quelle che la precedono (secondo il cosiddetto “effetto Kulešov”) e questo flusso organizza le percezioni ed i processi interpretativi dello spettatore. Inoltre Babylon sarà proiettato nell'ambito della mostra “Le Pont” (http://www.mp2013.fr/evenements/2013/05/le-pont/) fino al 20 ottobre 2013 al Museo di Arte Contemporanea di Marsiglia (capitale europea della cultura 2013), un evento che ospita più di cento lavori di artisti provenienti da tutto il mondo (tra cui Marina Abramovich e Basquiat) sul concetto di migrazione e “deplacement”.

Quando è scoppiata la rivoluzione tunisina nessuno dei tre registi ha deciso “a caldo” di filmarne gli eventi. E dopo che la loro società di produzione Exit viene saccheggiata dalla polizia il 14 gennaio, decidono insieme al produttore Chawki Knis di andare a Choucha, un campo profughi a sette chilometri dal valico di frontiera di Ras Jdir e a tre chilometri dalla città di Ben Guerdanne (già teatro all'inizio del 2010 di una rivolta). Quasi un milione di persone di tutte le nazionalità e le lingue sono in fuga dai combattimenti tra i rivoluzionari e le truppe lealiste di Gheddafi. In Libia erano infatti presenti moltissimi migranti provenienti soprattutto dall’Africa Sub-Sahariana, che, dal punto di vista interno erano funzionali al sostenimento dell’economia libica e dal punto di vista internazionale erano funzionali al cambiamento della figura di Gheddafi che voleva passare dall’essere leader panarabo all’essere leader panafricano. Ma sin dai primi giorni delle rivolte si scatena la “caccia al nero” definiti “mercenari di Gheddafi” che scappano quindi verso la Tunisia. Il gruppo si propone di essere un “gruppo di auto-creazione” (in riferimento ai “gruppi di auto-difesa” in cui si erano organizzati i tunisini), senza l'idea di girare un film ma con l’intento di “mettere gli occhi su un frammento di Tunisia che ha vissuto un tempo diverso e un evento diverso…siamo stati attratti dal campo così come andava emergendo tra due territori in rivoluzione, in una no revolution’s land….non crediamo che la rivoluzione sia un evento compatto e limitato nel tempo, al contrario è complesso e frammentato”. E mentre sono entrati in contatto col campo, i rifugiati ed il territorio circostante (non solo Choucha ma anche Zarzis, Djerba e Medenine), il film ha iniziato a prender forma, una costruzione formale che però non diventa pura osservazione perché, come hanno ribadito i registi, “non crediamo nel mito dell'oggettività, anche se  non abbiamo mai dato alcuna indicazione alle persone”.
Secondo la descrizione di uno dei registi “Questo film è una tragedia in cinque atti” con una struttura in cinque parti distinte, separate da schermi neri: lo spazio prima dell'arrivo dei profughi in cui ci si sofferma sulla natura (in particolare sul deserto e sugli alberi, che osservano “come l'umanità cresce e poi distrugge se stessa”) e su come essa si trasforma in base al passaggio dei profughi; l'occupazione del campo; l'organizzazione della vita della tendopoli; l'emergere di tensioni e rapporti di potere al suo interno; ciò che resta dopo la partenza dei profughi. Dopo una lunga sequenza iniziale su grotte e vegetazione del deserto incentrata, con primi piani temporali, su uno scarafaggio che fa rotolare una sterpaglia al rumore del vento; iniziano ad arrivare ruspe, tende e telecamere e poi giornalisti, operatori umanitari e profughi che costituiscono la singolarità plurale che attraversa la tendopoli.
Tendopoli che è la vera protagonista del film, un luogo effimero nato dal nulla in mezzo al nulla, destinato ad essere costruito per poi essere rapidamente distrutto, caratterizzato da un movimento incessante dei rifugiati, una galleria di personaggi senza alcun protagonista, che tagliano lo schermo come in una danza…Ed il movimento della danza permea di sé anche una delle sequenze più significative del film: il corteo di protesta dei bengalesi che si muove sinuoso come un serpente passandosi un corpo, non si riesce a capire se morto o svenuto; ma è presente anche nei piccoli spettacoli inscenati per passare il tempo e nella candela sotto la tenda in cui alcuni nigeriani parlano di Dio. Nel film si susseguono così inquadrature di “storie nella storia” che scivolano le une sulle altre senza dare alcun appiglio allo spettatore se non quello di lasciarsi sommergere dal flusso visivo e linguistico di un movimento effimero. Non si tratta quindi di una o più persone che raccontano lo spazio ma di uno spazio che racconta le persone inserite in un ambiente da cui traggono significato e che esalta le potenzialità delle immagini liberate dalla rigidità della parola. La scelta di raccontare attraverso la massa porta i registi ad utilizzare il campo lungo, le ombre e le sagome sfocate (come dimostra anche la locandina) per connotare esteticamente l’alienazione nella massa, alternandole sapientemente a zoom su dettagli che raccontano la vita nel campo: i momenti della preghiera e le lunghe code per il cibo rallentano il film e ben rappresentano la lentezza, fluidità e precarietà del destino e della permanenza dei migranti. Infatti il campo rappresenta un non-luogo di passaggio, anche se in realtà, a Choucha ci sono ancora diverse persone riconosciute come profughi che sono in attesa di venir “ricollocati” e 300 deboutés cioè “non-rifugiati” esclusi dal sistema di protezione ONU, che in un vero e proprio limbo giuridico aspettano lo smantellamento del campo previsto per il prossimo 30 giugno. Del campo di Choucha si è molto discusso anche nel recente “Forum di Tunisi” dove sono stati sollevate molte criticità tra cui la mancanza di assistenza giuridica nella compilazione delle domande, l'assenza di una commissione di controllo e le interferenze delle rappresentanze diplomatiche di Ciad e Nigeria; l’Onu da parte sua ha replicato proponendo ai deboutés il rimpatrio volontario assistito con pagamento del viaggio di ritorno e di una buonuscita o, in alternativa, la permanenza in territorio tunisino, con la possibilità di percorsi di inserimento professionale.
Quando la maggior parte dei profughi se ne va, resta la tendopoli con il suo pavimento cosparso di spazzatura e con sacchetti di plastica che volano al vento, non una mera registrazione meccanica ma una costante colonna sonora che ha la capacità di esaltare le espressioni delle immagini. E visto che ogni opera d’arte si basa su una gerarchia dei mezzi utilizzati, il suono è qui al servizio di immagini ed azioni che prescindono dalla parola: del resto come ha scritto Arnheim: “Il dialogo costringe l’azione visiva a mettere in primo piano l’uomo che parla, otticamente sterile”. E l’importanza dei suoni emerge nel lungo lavoro di post-produzione: le riprese sono durate tre settimane con una trentina di ore di girato ma ci sono voluti circa dieci mesi per il montaggio. In
 
 
parte per problemi finanziari (il film è interamente auto-prodotto), in parte perché non volevano essere risucchiati nel filone “primavera araba”, (ecco cosa mi ha scritto Ala Eddine in uno dei primi scambi di mail, presentando il film: Je note que notre film est un peu “loin” des sujets traitants du “Printemps Arabe”. Veuillez ne pas l'inclure comme un film “direct” sur “la révolution” tunisienne.) ma soprattutto per costruire il film seguendo il ritmo e la musicalità delle voci ed il lato crudo dei suoni della natura fa provare la sensazione di essere in un territorio inesplorato e sottolinea la differenza con le produzioni televisive.Babylon rompe infatti con la tradizione del cinema tunisino mainstream per queste scelte estetiche radicali, per la diffusione del materiale via Internet, per il fatto di essere autoprodotto senza sussidi statali ma anche per l’abbandono delle tematiche ormai cristallizzate (la vita sociale nella vecchia Medina, la famiglia conservatrice…) ed incentrate su tematiche sociali, che erano esattamente le stesse delle produzioni televisive delle “musalsalat” cioè delle telenovele mandate in onda durante il Ramadan per affrontare una spinosa questione politica. Il connubio tra l’accesso alle nuove tecnologie e la caduta di Ben Ali ha totalmente cambiato lo scenario sbloccando lo spazio pubblico caratterizzato dalla progressiva chiusura delle sale cinematografiche (dalle quasi duecento degli anni Settanta ne sono sopravvissute una manciata): ad esempio facendo rivivere la tradizione del cinema itinerante e realizzando una Carovana del film documentario o molti festival come quelli di Rgueb o di Hergla. Ma soprattutto sono stati girati diversi film audaci e innovativi che hanno fatto molto discutere: tra questi “Anbou El Fosfato” di Samy Tlili sui lavoratori del bacino minerario di Redeyaf (e per poterlo far vedere agli abitanti della regione il regista e i suoi collaboratori hanno dovuto personalmente riaprire una sala chiusa da quasi trent’anni) e “Ni Allah, ni maître” di Nadia Al-Fani (dopo scontri, polemiche e minacce di morte, la regista ha deciso di cambiare il titolo in “Laicitè, inshallah”) sul ruolo della laicità come garante della diversità e della libertà di coscienza in una democrazia. Ma questa situazione di effervescenza e creatività cinematografica potrebbe cambiare a breve: è appena stata presentata una proposta di “Riforma per lo sviluppo del cinema e dell'audiovisivo in Tunisia” che prevede la creazione di uno sportello unico per il cinema e l’inasprimento dei requisiti richiesti alle case di produzione per accedere a forniture o sussidi. Chi contesta la legge sostiene che abbia un’ispirazione politica perchè il Governo sarebbe terrorizzato da questi nuovi cineasti che, come nel caso di Babylon, in piena autonomia girano video senza richiedere autorizzazioni o sovvenzioni statali e li condividono tramite Internet rendendoli immediatamente fruibili. Del resto che giustificazione artistica potrebbe avere la norma secondo cui le case di produzioni possono girare lungometraggi solo dopo aver girato un “numero sufficiente” di corti?!? E possono collaborare a produzioni straniere solo dopo aver raggiunto una “certa notorietà”?!? Gli oppositori puntano anche il dito sugli autori del progetto, definiti “un’accozzaglia di dinosauri e burocrati”, coinvolti nella degenerazione del cinema in Tunisia e che ora starebbero per completare l’opera svendendo quel che ne resta alla televisione e agli sponsor dei multiplex.


lunedì 9 marzo 2015

PRIDE: lavoratori, omosessuali e diritti negati





Gran Bretagna, storia recente: nel 1984 l'allora Primo Ministro, Margaret Thatcher, decide di chiudere una serie di impianti estrattivi con la conseguente perdita di molti posti di lavoro. Nasce, così, una grande mobilitazione dei minatori in molte zone del Paese, uno sciopero imponente che blocca le attività per quasi un anno.

In un villaggio del Galles, Delays, molte famiglie riescono a vivere solo grazie all'estrazione del carbone, per cui la scelta politica ed economica risulta ancora più grave: ecco, però, che un gruppo di londinesi si unisce agli operai nella lotta. Si tratta di un gruppo di giovani omosessuali che costituiscono il “Lesbian and Gays Support the Miners” (LGSM).

Non anticipiamo quale fu l'esito di quella protesta, ma sicuramente essa diede un segnale forte ai britannici, e a tutto il mondo, in direzione della tutela dei diritti civili: si parla di dignità dei lavoratori e di rispetto per l'amore tra persone dello stesso genere. Un anno dopo, nell'85, i miners decisero di partecipare ad uno dei più grandi gay-pride nella capitale inglese: un insegnamento di solidarietà reciproca che dovrebbe valere anche a distanza di trent'anni.


Lungamente applaudito alla sezione “Quenziane des Réalisateurs” del Festival di Cannes dello scorso anno, Pride è una commedia sociale, colorata e scoppiettante che, fra i sorrisi e le gags molto “british”, porta a fare anche riflessioni di stretta attualità.

Pride è, infatti, l'orgoglio di chi protesta, di chi ha ancora la voglia e il coraggio di scendere in piazza a gridare che i diritti non vanno calpestati e i diritti fondamentali (come quello alla vita, alla salute, al lavoro, all'istruzione) appartengono a tutte e a tutti, senza distinzioni di nazionalità, di ceto, di età. Ma c'è anche il diritto all' amore che non va sottovalutato perchè le relazioni affettive stanno alla base di una buona qualità dell'esistenza.

Gli anni '80 – quelli in cui il regista Matthew Warchus e lo sceneggiatore Stephen Beresford ambientano la pellicola – sono stati l'epoca dell'edonismo reaganiano, seguito a ruota dall'era della lady di ferro e dall'Occidente intero, caratterizzata, quindi, da una forte sperequazione sociale, in cui i ricchi (cocainomani affaristi) erano lontani anni luce dalla working class (sempre più schiacciata da debiti e tasse).

Regista e sceneggiatore raccontano quel periodo attraverso le vicende del capo dei minatori - Mark Ashton che fonda il comitato di lotta contro la chiusura degli impianti - e la grintosa Hefina Headon che, affiancata dal dolce Cliff, darà vita al movimento di sostegno degli omosessuali. Oltre a loro, gli altri compagni di avventura che più diversi di così non potrebbero essere. Questa è la chiave, originale e interessante, del film: un film scritto e diretto da due professionisti del teatro che sanno come creare il giusto ritmo alla narrazione, tramite regia, montaggio, musica e dialoghi. Uno dei temi principali, infatti, è la convivenza possibile tra persone che appartengono a mondi molto differenti tra loro: i nerboruti operai, che hanno una mentalità chiusa, retrograda e maschilista, vengono affiancati al gruppo chiassoso, sregolato e anticonformista dai gay. All'inizio il rapporto arriva quasi ad essere violento, nelle parole e nei fatti, ma col tempo e la conoscenza, la situazione cambia a tal punto che si instaura tra loro un'amicizia. Ma un legame di questo tipo, partito con premesse così difficili, necessita di intelligenza e di apertura mentale: prima curiosità, poi fiducia e poi solidarietà e questo viene reso possibile in un contesto storico-politico che certo non agevolava l'antirazzismo e l'antidiscriminazione. Anzi.

Le scene del film riportano alla mente altre pellicole di grande successo, come ad esempio Grazie signora Tatcher e Billy Elliot e c'è un omaggio musicale doveroso a Ken Loach, il regista britannico che più di tutti ha saputo raccontare quegli anni in quell'area geografica: una bellissima Bread & Roses cantata a cappella. Un momento da brividi che si inserisce, quasi come una preghiera, in una colonna sonora pop e ritmata che fa venire voglia ancora di ballare.

Mai si scade nella volgarità, ma le battute degli attori sono incisive, nonostante il testo sia leggero; le sequenze sono state girate proprio nei luoghi in cui si è svolta la vicenda reale per non dimenticare il fatto drammatico che fa da sfondo alla trama. E, infine, non è da dimenticare il fatto che la storia, che qui si intreccia a quella con la “S” maiuscola, propone una riflessione anche sullo scambio generazionale: uomini adulti, con un'educazione conservatrice, si affiancano a giovani con poca esperienza in vari settori. E tutti impareranno qualcosa dagli altri, ricordando agli spettatori l'importanza di quei valori positivi su cui si basa la civilità occidentale e umana.

sabato 28 febbraio 2015

Timbuktu: riflettere sulla jihad con il film di Abderrahmane Sissako



di Alessandro Leone (da www.cinequanon.it)




Ci sono tre film contenuti in Timbuktu di Abderrahmane Sissako. Il primo scorre sullo schermo, introdotto da una gazzella che fugge impaurita in una savana arida quasi assorbita dal deserto; il secondo si intravede per un momento e frattura il testo filmico del primo, preparando in prossimità della fine al dramma conclusivo; il terzo invece è totalmente fuori campo, ma preme con urgenza per farsi perlomeno sfondo: è il Mali spettacolare, offeso dalle milizie armate di un Islam estremo ma non marginale, intransigente e fondamentalista (parola talmente incrostata dal sangue, da rendere vano ogni tentativo di conversione semantica che non contempli l'ideologia), in dialettica con i principi coranici che supportano migliaia di piccole e pacifiche comunità musulmane d'Africa sahariana e sub-sahariana. Se Sissako avesse per qualche secondo montato un obiettivo a focale lunghissima, diciamo un tele spinto 1000 mm, avrebbe probabilmente squarciato la profondità, oltre le dune, per rivelare un paese nel caos, soprattutto nel nord dove da quasi tre anni ci sono scontri, e dove in nome della jihad (altra parola che chiede giustizia) si legittima l'occupazione di terre, la sottomissione di uomini e donne, la distruzione di mausolei dichiarati patrimonio Unesco, in particolare a Timbuktu. 
Il regista ha però scelto una strada diversa, raccontando, ai confini del gioiello del Mali, gli effetti di quel caos, identificando il dettaglio che potesse evocare il tutto. Timbuktu, città che pare edificata dal sole,è snodo strategico tra settentrione e meridione del paese, popolato da tribù che dall'Islam hanno distillato la sostanza, senza rinunciare alla libertà. L'arrivo di un gruppo di uomini armato fino ai denti, sconvolge le abitudini e le relazioni umane, sulla base di una discutibile interpretazione della Legge, come spiega ad un certo punto la guida spirituale del villaggio al leader dei miliziani che occupano il territorio. Agli abitanti vengono imposti una serie di divieti assurdi in lingua araba e in francese: non è permesso cantare, ballare, fumare, giocare a calcio (mentre gli occupanti ipocritamente fumano di nascosto e parlano di Zidane); alle donne vengono imposte calzature integrali e guanti neri.
Kidane e la moglie Satima, con la loro giovane figlia Toya e Issan, un pastore di dodici anni che si occupa delle loro mucche, sono riusciti a ricreare sotto la tenda in cui vivono, distanti dal centro abitato, un'oasi di pace. Nonostante Satima sia oggetto delle attenzioni di uno jihadista, nulla scalfisce il quieto vivere della famiglia, fino a quando Gps, la mucca preferita da Toya sfugge al controllo di Issan, attraversa il fiume che miracolosamente taglia in due il deserto, inciampando nelle reti del pescatore Amadou, che uccide l'animale. La resa dei conti tra Kidane e Amadou causa la morte accidentale del pescatore, condannando l'uomo alla sentenza senza appello di una corte improvvisata.
Sissako, se evita di affrescare con toni epici la resistenza di un paese il cui presente è quanto mai incerto, non cade neanche nella trappola del racconto morale di tante fiabe africane da esportazione, preferendo scommettere su una scrittura in versi, un canto poetico illuminato dalla bellezza dei paesaggi, dall'incanto del fiume, in rima baciata con gli afflati vitali di un popolo che non vuole piegarsi di fronte all'incomprensibile natura di norme insensate: ragazzi e ragazze cantano e suonano infischiandosene della più che probabile ritorsione, un gruppo di bambini gioca un'indimenticabile partita a calcio senza pallone, una donna si pavoneggia sfidando gli sguardi degli uomini protetta dalla sua follia; sprazzi di vita che la musica di Amine Bouhafa rende lirici e, per contrapposizione alla violenta applicazione della Sharia, tragici, ultime espressioni di civiltà prima dell'annichilimento. La tenda di Kidane è per questo il segno caldo di un paradiso violentato (e perduto) dall'ignoranza, un baluardo davvero resistente di una conoscenza che sembra inabissata nelle maglie (ora) indecifrabili di tutte le sacre scritture prodotte dall'uomo.
Che di questo avrebbe raccontato il regista si era capito già in apertura, perché la gazzella impaurita tentava di schivare colpi di Kalašnikov, sparati da una camionetta da "uomini di legge", veri e propri sfregi al bello. "Non ucciderla, sfiancala" - e ti immagini l'Africa martoriata da decenni di guerre intestine, carestie, sfruttamento. Dei feticci in legno vengono crivellati come fossero sagome in un poligono di tiro. Una donna che lavora pulendo il pesce non può accettare di doverlo fare con i guanti, grida, alza la testa, "tagliatemi le mani". Non viene uccisa. Sarà sfiancata e piegata. Una ragazzina è costretta a sposare un miliziano, nonostante l'opposizione della madre e del capo villaggio, in assenza del padre lontano, forse in guerra. Un uomo - afferma uno jihadista - non è colpevole se assicura un futuro dignitoso a una ragazza ancora sola. Anche lei sfiancata e piegata. La macchina da presa a 40 centimetri da terra segue in panoramica da destra a sinistra l'attraversamento di uomini armati nei locali di una moschea: la profanazione del tempio. Una delle inquadrature più belle e pregne di significato di tutto il film. Ancora una volta la poesia bisticcia con la crudeltà del reale, amplificandone la tragicità.
Il metodo di Sissoko diviene un principio estetico che scuote pupille e cervello. Quando il film, strutturato sull'alternanza tra la storia di Kidane e le vicende del villaggio, arriva alla convergenza delle sue tracce narrative con il processo farsa al pastore, il regista inganna di nuovo l'occhio con un'altra splendida e terribile immagine: un uomo e una donna sono sepolti fino al collo in attesa della lapidazione, una pietra colpisce lei che perde i sensi. Stacco. L'urlo del marito viene soffocato in una zona invisibile, anzi in-guardabile. E' il secondo film di cui si accennava in apertura, una frattura narrativa che rinvia alla lapidazione che nel 2012 mise fine alle vite di un uomo e una donna non sposati, puniti per aver messo al mondo figli fuori dal matrimonio, e che ispirò il regista. Una scena brevissima, non annunciata e non spiegata dopo, che però passa veloce fuori dallo schermo e percorre lo spettatore, adagiandosi come un demone nelle coscienze.
Cos'è Timbuktu allora, dov'è il Mali oggi? Chiediamoci se il cinema africano una volta tanto arriva in sala con tutta la potenza espressiva di un maestro per il valore alto del racconto e dell'estetica, o per l'incapacità dell'informazione di massa di fare racconto oltre il confine "occidentale", oppure perché il film diventa, mentre ne scriviamo, la messa in scena involontaria di tutte le nostre paure o il rafforzamento razionale della convinzione di essere nel giusto mentre, fuori, qualcosa sta andando storto.
Tentando una sintesi tra ciò vediamo sullo schermo, ciò che rimane evocato e fuori campo, ciò che scivola da un racconto confinante, resta forte l'angoscia per il destino di Toya, che corre come la gazzella, dopo la morte dei genitori, sola e disperata; e anche Issan (che pare arrivato da un film di Amir Naderi), stracolmo di sensi di colpa per aver perso Gps, anche lui di corsa tra le dune: due traiettorie che non riescono a incontrarsi e che finiranno per perdersi nel buio dei titoli di coda.




domenica 25 gennaio 2015

Difret: il film che omaggia le donne etiopi






Dal 22 gennaio nelle sale cinematografiche italiane, Difret – Il coraggio di cambiare parla di diritti e di donne, di forza e di violenza.

Hirut è una ragazza di quattordici anni, una studentessa che vive in un villaggio alle porte di Addis Abeba ed è la seconda di tre sorelle. All'uscita da scuola, un giorno come un altro, viene aggredita da un gruppo di uomini a cavallo: uno di loro la violenta perchè ha deciso di prenderla in moglie.

Hirut, nonostante la violenza, afferra un fucile e spara, uccidendo Tadele, l'uomo che ha abusato di lei. Il destino di Hirut si sovrappone a quello della sorella maggiore rimasta vittima, in passato, di un'atroce tradizione, quella della “telefa”, il sequestro di una giovane donna come rituale per il matrimonio forzato.

Ma la sofferenza della protagonista (la parte è recitata da una ragazza del posto che ha seguito un workshop di preparazione per le riprese del film) non termina con l'uccisione del suo aggressore, anzi: verrà portata davanti a un tribunale con il rischio di essere condannata a morte per il reato compiuto.

Questa la trama del racconto filmico. Ma il racconto è tratto da una storia realmente accaduta nel 1996: il regista, Zeresenay Berhane Mehari, ha scelto di portarla sul grande schermo per porre al centro dell'interesse pubblico la questione delle tradizioni tribali, della violenza di una cultura patriarcale, della mancanza di una cultura e di una educazione sanitaria e della coscienza di sé da parte femminile in alcuni Paesi del mondo. Mehari ha studiato cinema negli Stati Uniti, ma è nato e cresciuto in Etiopia; il suo, quindi, è uno sguardo “da dentro”, non superficiale e che rende il risultato cinematografico realistico e sincero. Pensiamo, ad esempio, alla sequenza di apertura: si parla di un caso di violenza domestica, per entrare subito in argomento. Una donna, Meaza, si trova in prima linea per difendere i diritti di un'altra donna che ha deciso di sporgere denuncia contro il marito. Il regista segue la vittima fin sul luogo di lavoro del coniuge, dove lo affronta, circondata da altri uomini, con coraggio e fierezza. Interessante anche il personaggio dell'avvocatessa: Meaza Ashenafi non è solo un personaggio di finzione, ma è un legale di Addis Abeba che ha creato una rete di sostegno per donne e bambine maltrattate e che necessitano di assistenza gratuita. Con la sua associazione, ANDENET, si batte ogni giorno per difendere i diritti dei più deboli.

Il regista e l'avvocatessa realizzano un'opera genuina, attenta ai volti delle persone inquadrate, testimoni e vittime di forti ingiustizie, spesso lacerate dalla dicotomia tra rispetto per la tradizione e diritto alla vita. Ma l'epilogo regala una speranza seppur amara: Hirut, protetta fino a quel momento all'interno di un istituto per ragazzi abbandonati, scende da un'auto e fa ritorno alle proprie radici, ripresa di spalle e in mezzo alla folla, mentre una barca sta affondando...




lunedì 22 dicembre 2014

Jimmy's Hall - Una storia d'amore e libertà







Ken Loach è tornato. Non solo il suo ultimo film nelle sale cinematografiche, ma il suo Cinema impegnato e sociale, la sua poetica graffiante e qui dolce allo stesso tempo, il suo sguardo sui valori più alti, come quelli della Libertà e dell'Amore, citati nella traduzione italiana del titolo: Jimmy's Hall – Una storia d'amore e libertà.

Loach lavora ancora con il suo fidato sceneggiatore, Paul Laverty, e insieme raccontano una storia realmente accaduta, poi trasposta in opera teatrale e adesso in film. Si tratta della vicenda di Jimmy Gralton che, tra gli anni '20 e '30 diventò leader sindacale e politico. Era comunista, Gralton, ma un comunismo basato sulla convinzione sincera di uno spirito solidale e attento alle necessità dei più deboli.

Il film è ambientato nell'Irlanda del 1932, poco anni più tardi rispetto alla guerra d'Indipendenza dalla Gran Bretagna, dove si respira ancora l'afflato della possibilità di scelta e lo spirito rivoluzionario anche se le speranze di tanti sono state disilluse dal governo di Eamon de Valera. E proprio per ribellarsi alle vessazioni della Chiesa cattolica e dei grandi proprietari terrieri, Gralton ricorda agli appartenenti alla classe operaia quali sono i loro diritti e per cosa devono continuare a lottare, ma lo fa in un modo del tutto anticonvenzionale: attraverso la musica jazz e il ballo importanto dall'America. Sì, perchè Jimmy è da poco tornato da New York dove era scappato per fuggire alla violenza di O'Keefe, il capo dell'Ira, l'esercito repubblicano (e non quello che decenni dopo opererà nell'Ulster).

Proprio la colonna sonora, nell'ultimo lavoro del regista britannico, diventa anch'essa protagonista: un mix di jazz e musica tradizionale irlandese, un mix – metaforico – tra Passato e Presente. Il jazz appartiene alla contemporaneità, le note sincopate fanno parte dello spirito moderno e aperto al futuro e ai cambiamenti senza, però, dimenticare la tradizione, quella che dovrebbe ricordare che tutti sono degni di rispetto e dignità, anche i poveri, i contadini, gli umili.
   
 
 
Il film è stato presentato all'ultima edizione del festival di Cannes dove Loach ha dichiarato: “ Se oggi Jimmy fosse vivo, si opporrebbe al neo-liberismo, alle lobby e alle multinazionali che controllano tutto, anche la democrazia...Gli appartenenti alla classe operaia in quel periodo erano considerati alla stregua di delinquenti, ma non era così. Erano contadini e navigatori, ma sapevano anche fare poesia e arte, danzare, ballare ed esprimere la propria coscienza politica e far valere le proprie esperienze”.

E, a proposito di poesia, Jimmy e i suoi amici leggono Yeats e la sua Canzone di Aengus il vagabondo: ” Sono invecchiato vagabondando per vallate e colline...”, rileggerla, oggi, fa venire ancora i brividi.


venerdì 4 aprile 2014

Dallas Buyers Club: film e lotta civile



Notte degli Oscar 2014: vince come migliore attore Matthew McConaughey che, per la parte, ha perso una ventina di chili e che imperversa su tutti i giornali e in tutte le trasmissioni televisive, anche italiane.

L'attore, che ha portato sulle proprie spalle e sul proprio corpo emaciato e fragile, il film Dallas Buyers Club di Jean- Marc Vallée in questo periodo nelle sale cinematografiche, nella pellicola è Ron Woodroof, uno che vive ogni giorno all'insegna della libertà assoluta, tra sesso, droga e alcol. Siamo nei mirabolanti anni'80 quando tutto sembrava possibile, anche sfidare la morte. Invece la vita di Ron implode il giorno in cui scopre di aver contratto il virus dell'HIV: inizia un calvario fatto di medicinali inutili fino alla decisione di andare in Messico per tentare una cura che potrebbe funzionare. Ma i farmaci del Paese sudamericano non sono legalizzati negli Stati Uniti, per cui Ron prende un'altra decisione: li importa e li vende a tutti coloro che ne hanno bisogno.

Il corpo di McConaughey, dicevamo, porta le tracce di un decadimento fisico che, nel film, i bigotti legano ad una deriva morale, ma che rappresenta la trasformazione, quasi ascetica, di un uomo che lotta tenacemente per la propria esistenza e per quella degli altri.

Lotta contro l'odioso pregiudizio nei confronti della comunità omo e transessuale (bello anche il personaggio del trans Rayon che si trova del tutto agli antipodi con Ron, ma condivide con lui la voglia di vivere) e lotta contro il pregiudizio legato ai malati di Aids (una malattia venerea, per cui “doppiamente degradante” ), lotta soprattutto per quel sacrosanto diritto di tentare ogni strada per guadagnare un giorno in più.

Dal punto di vista cinematografico la sceneggiatura può risultare scontata o troppo sentimentale e il regista canadese affida tutto il peso del significato di questa storia alla carica emotiva del protagonista, ma resta il fatto importante che un film, girato a low budget e in soli 25 giorni, faccia riflettere su un tema di grande attualità.

Attraverso le vicende dei suoi protagonisti - pensiamo alla dottoressa Eva che fa da mediatrice tra la comunità scientifica e i malati – vengono anche denunciati gli interessi economici delle case farmaceutiche dei Paesi capitalistici. Tutto questo grazie alla parabola di un uomo che ha il coraggio di cambiare e di capire: lui, eterosessuale e omofobico, diventerà portavoce di etero, gay e transgender, per affermare il diritto alla scelta: scelta di cura, scelta di vita o non vita, scelta di amare.

sabato 22 marzo 2014

Con il fiato sospeso di Costanza Quatriglio

Oggi, sabato 23 marzo, alle ore 18.20 allo Spazio Oberdan di Milano, nell'ambito di Sguardialtrove Filmfestival, verrà proiettato il film Con il fiato sospeso, di e con Costanza Quatriglio.

Vi riproponiamo l'intervista che abbiamo fatto per voi alla regista, dopo la presentazione del film al Festival di Venezia.



Con il fiato sospeso: il diritto alla salute e le morti di Stato




Stella, una studentessa di farmacia entra in un gruppo di ricerca per svolgere la sua tesi. Nel laboratorio di chimica qualcuno sta male, si parla di coincidenze. Anna, una sua amica, vorrebbe che la ragazza lasciasse il laboratorio perchè lo considera insalubre. Ma la vicenda di Stella si intreccia con quella di un dottorando che ha già percorso la strada in cui la giovane si imbatterà. Questa è la fiction.
Nel dicembre 2008 esce la notizia dell'apposizione dei sigilli ai laboratori di chimica alla facoltà di farmacia dell'università di Catania, a causa del sospetto ambientale, oltre al ritrovamento del memoriale del dottorando Emanuele Patané, morto di tumore al polmone nel 2003. E questa è la realtà.
Attualmente è in atto un processo che vede imputati i vertici della facoltà per inquinamento e discarica non autorizzata. Vincitore del premio "Gillo Pontecorvo - Arcobaleno Latino" all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia dove è stato presentato fuori concorso,
Con il fiato sospeso di Costanza Quatriglio mette anche in luce la ricattabilità in cui spesso vivono gli studenti universitari.


 
Questo suo ultimo lavoro nasce da un fatto realmente accaduto. Ce lo può raccontare?

Questo lavoro nasce da un fatto realmente accaduto che è la scoperta che i laboratori di chimica della Facoltà di Scienze farmaceutiche dell'università di Catania sono stati chiusi dalla magistratura e adesso c'è un'inchiesta in corso per inquinamento ambientale.
Questa notizia non è stata particolarmente ripresa dai giornali, ma quando l'ho letta, ho letto anche del rinvenimento di un diario di un dottorando che, cinque anni prima nel 2003, aveva scritto cinque pagine molto dettagliate sulla vita all'interno del laboratorio: si lavorava senza norme di sicurezza. Questo ragazzo è morto di un tumore al polmone e, nel diario, accusava l'università di essere la causa di questa sua malattia.
Oltre a lui sono morti altri ragazzi.

Quali sono stati i passaggi necessari per reperire il materiale utilizzato per la realizzazione del film?

Ho iniziato a lavorare a questo film nel 2008/2009 e ci sono stati passaggi molto, molto difficili da tutti i punti di vista. La prima difficoltà è stata affrontare la questione dal punto di vista umano perchè ho trovato un muro di omertà gigantesco da parte dell'istituzione universitaria.
L'altra difficoltà è stata capire come utilizzare il diario e uscire dalla cronaca, per far diventare il film qualcosa di più universale possibile: cioè, il ricercartore universitario che parla di mancanza di sicurezza sul lavoro può diventare non solo una denuncia di cronaca, ma anche “etica”. Ho frequentato i laboratori di chimica di altre facoltà universitarie, ho conosciuto tante persone e ho capito che questa vicenda raccontava una storia non solo catanese, ma italiana.
Racconta di un Paese in cui le norme di sicurezza sono poco considerate in generale, di un Paese che non valorizza i talenti, di un Paese alla deriva.
L'intossicazione delle persone che fanno ricerca lì dentro trascende l'aspetto biologico e diventa una morte di Stato.

Questa è la denuncia più forte che ha voluto fare con questo film?

Sì, la denuncia più forte; infatti ho avuto difficoltà a produrre questo film.
E' passato di mano in mano e ho lavorato con varie case di produzione che però, all'inizio, sembravano accettare questa sfida molto complessa, ma poi mi facevano perdere tempo.
Solo tra questa primavera e l'estate, con altri collaboratori, siamo riusciti a partire.
Il mio primo obiettivo era quello di fare un cortometraggio tradizionale, poi ho cambiato il dispositivo narrativo.

Perchè, infatti, la scelta di mescolare finzione e documentario?

In realtà il film è un film di finzione, nel senso che rimette in scena completamente una storia scritta, inventata, anche se riprende una vicenda reale. Lo fa utilizzando il gioco del cinema: io intervisto il personaggio e l'intervista fa parte del linguaggio classico del documentario. Per questo motivo si parla anche di stile documentaristico.
Comunque all'interno di un racconto di dolore c'è anche la vitalità dei giovani che è, anche questa, etica e reale.

Dove si può vedere il documentario ?

In alcune sale cinematografiche italiane, con grande coraggio da parte degli esercenti.
A Catania è stato in programmazione tre settimane anche con quattro spettacoli al giorno. La stessa cosa è successa a Roma.
Secondo la mia opinione, il film - che dura 35 minuti – deve essere proiettato una o due volte al giorno all'interno delle programmazioni ufficiali.

La scelta dell'argomento riguarda anche la sua esperienza personale?

Io mi identifico in una generazione che ha ereditato un Paese guasto. Certamente è un film che mi riguarda profondamente e riguarda tanti di noi.

martedì 11 febbraio 2014

L'ONU, il Vaticano e i diritti dei bambini


Foto Ansa


Papa Francesco Bergoglio sta facendo tutto il possibile per dare alla Chiesa cattolica un'impronta di nuovo pulita, credibile, rassicurante, come è giusto che sia. Ma gli errori gravi di troppi “ministri di Dio” tornano a infangare l'operato dei tanti che, invece, giorno dopo giorno, vivono in nome dei valori cristiani per aiutare il prossimo e alimentare la fiducia nell'umanità.

Gli abusi sessuali dei bambini non sono 'delitti contro la morale', ma crimini”, questa l'accusa pesantissima che, nei giorni scorsi, l'ONU ha rivolto contro la Santa Sede a proposito dei preti pedofili.

In un rapporto di sedici pagine - redatto dopo un'indagine condotta a gennaio con audizioni pubbliche di alti esponenti del Vaticano - il Comitato, formato da 18 esperti indipendenti di diritti umani, denuncia le politiche che hanno permesso e favorito molti abusi, da parte di religiosi, nei confronti di bambini e di ragazzi, violando in questo modo la Convenzione per i diritti dei minori. Il Comitato chiede l'immediata rimozione dei responsabili che dovrebbero essere consegnati alle autorità civili, l'apertura degli archivi sui pedofili e su tutti coloro che hanno coperto le loro azioni e una revisione puntuale del Diritto canonico per garantire una tutela completa ai minori.

Il Vaticano ha risposto all'accusa con una nota in cui si legge: “...Alla Santa Sede rincresce di vedere in alcuni punti delle osservazioni conclusive un tentativo di interferire nell'insegnamento della Chiesa cattolica sulla dignità della persona umana e nell'esercizio della libertà religiosa”. E Monsignor Silvano Maria Tomasi, osservatore vaticano presso l'ONU di Ginevra, ha aggiunto: “ ...Si vuole, come Papa Francesco insiste, che ci sia trasparenza e che la giustizia abbia il suo corso. Non a caso il primo provvedimento suggerito a Bergoglio dal consiglio degli 'otto saggi' cardinali che lo aiutano nel governo della Chiesa universale e nella riforma della Curia romana, è stato quello di istituire una commissione per la protezione dei minori”. Intanto l'organismo delle Nazioni Unite è stato anche molto critico nei confronti dell'atteggiamento della Chiesa cattolica verso l'omosessualità, la contraccezione e l'aborto.



Nel 2002 il film vincitore del Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia fu Magdalene, scritto e diretto da Peter Mullan.





Nella pellicola Mullan denuncia i soprusi subiti da ragazze-madri “accolte” nelle case Magdalene, tra la fine dell'800 e l'inizio del'900, in Irlanda. L'ultimo convento delle suore Maddalene è stato chiuso nel 1996.

Tu non sei un uomo di Dio” ripete più volte una delle ragazze protagoniste, lo urla e lo incide nei cuori degli spettatori che, come quelle giovani donne, si aspettano comprensione e perdono e, invece, si trovano a dover subire umiliazioni e violenze.

Non faceva sconti, il regista, nel 2002 con questo lavoro crudo e diretto.

Il lungo piano-sequenza iniziale, senza dialoghi, con la scena iniziale del matrimonio; la messa, officiata all'aperto, prima comica e poi tanto drammatica; e la scena di chiusura, dedicata a Crispina (la bravissima Eileen Walsh), rappresentante e vittima sacrificale di tutti quei minori, maschi e femmine, che hanno vissuto sulla propria pelle le meschinità e le bassezze di altri esseri umani: scene di un film che, purtroppo, narrano una realtà che si è perpetrata per troppo tempo. E ora è arrivato il momento di fare chiarezza e di tornare alla Fede della solidarietà, dell'amore e del rispetto reciproco.

giovedì 6 febbraio 2014

La mia classe: al cinema Mexico di Milano




E' ancora in sala, in questi giorni, a Milano il film LA MIA CLASSE di Daniele Gaglianone, in programmazione presso il Cinema Mexico di Via Savona, 57.

Riportiamo di seguito un'intervista che abbiamo fatto per voi al regista, poco dopo la presentazione del film al Festival di Venezia.

Quella classe di stranieri così vera, così reale: il film di Daniele Gaglianone









A due anni da Ruggine, Daniele Gaglianone torna sui banchi di scuola, in selezione ufficiale alle decima edizione della sezione “Giornate degli Autori” alla Mostra del Cinema di Venezia con il film intitolato “La mia classe”.
Mamon, Bassirou, ShadiShujan, Mahobeboeh, Issa, Mussa e tutti gli altri sono i protagonisti, ciascuno con il proprio vissuto e con le proprie aspettative.
Valerio Mastandrea, unico attore professionista, impersona un insegnante che prepara una classe di 'veri' stranieri, che hanno bisogno di imparare l'italiano, per vivere da noi e per ottenere il permesso di soggiorno. Girato a Roma, il film è diventato un'altra cosa quando, a poche settimane dall'inizio delle riprese è accaduto ad uno dei ragazzi un fatto reale e grave, il mancato rinnovo del documento e il rischio di espulsione.



Abbiamo intervistato Daniele Gaglianone che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.



Come sono stati scelti i ragazzi che hanno preso parte al film?


Li abbiamo scelti in classi vere, siamo andati in giro ad assistere a lezioni vere, reali di insegnanti di italiano per stranieri sia per attrezzarci meglio al personaggio del professore sia per formare la classe. Abbiamo frequentato classi di scuole istituzionali e di associazioni culturali che, attraverso il volontariato, si rivolgono agli stranieri.
Abbiamo composto la classe secondo un criterio molto semplice: eravamo in cerca di persone e non di bandiere. La composizione della classe, infatti, è squilibrata perchè ci sono, ad esempio, tre curdi e tre bengalesi: cioè non ci siamo preoccupati di creare un'omogeneità o di considerare le persone come rappresentanti di etnie e questo perchè il nostro approccio al film voleva andare al di là degli stereotipi.

 

Avete avuto qualche difficoltà con i ragazzi oppure hanno raccontato con spontaneità il proprio vissuto?

 

Il rapporto tra noi è stato coltivato, siamo entrati in confidenza piano piano e le cose sono avvenute in maniera abbastanza naturale. Tra aprile e ottobre abbiamo contattato le persone, spiegato il progetto e ci siamo conosciuti in modo tale che, nel momento in cui si doveva lavorare insieme, ci fosse già la sintonia. Poi, come capita nella vita, ci sono persone con cui ti intendi di più e quelle con cui c'è bisogno di più tempo.

 

Quali sono le richieste o le aspettative espresse dai racconti dei ragazzi?

 

La cosa fondamentale che chiedono è molto semplice: quella di essere considerati degli individui.
Come il film cerca di dimostrare, la loro condizione li porta davanti a certe questioni in maniera problematica, come, per esempio, alla questione del lavoro: qualcuno è disposto a fare lo “schiavo”, altri no. In fondo, chiedono di poter vivere e non di sopravvivere.



Il personaggio di Valerio Mastrandrea, il professore, non è solo un personaggio filmico...



Parlare del personaggio di Valerio vuol dire parlare anche della struttura del film. La struttura è, infatti, a più livelli che sono tre: un livello immanente, che comprende i primi due e che si può intuire solo alla fine; un primo livello in cui Valerio interpreta un profesore come attore, e poi c'è il secondo livello in cui Valerio è lui, una persona. Alla fine, il primo e il secondo si confondono, soprattutto quando Valerio recita il monologo.
Nel film ci sono un breve prologo e un breve epilogo, estranei al film che stiamo girando in classe, che hanno reso il progetto rischioso perchè si tratta di un film di finzione, ma girato in modo tale che l'impressione di realtà sia così forte da far dire allo spettatore: “ E' vero o non è vero?”.
 
 

Infatti, durante le riprese, è accaduto qualcosa che ha fatto cambiare la direzione...


In realtà è accaduta prima dell'inizio delle riprese.
Di fronte all'impossibilità, da parte di alcuni ragazzi, di lavorare al film ci siamo immaginati che il fatto stesse accadendo in quel momento.
Il film è stato pensato cercando di andare oltre quelle formule che rischiamo di essere ricattatorie per cui tu cogli le persone in difficoltà, all'inizio, e ti relazioni o con indifferenza oppure dando aiuto. Qui, invece, per metà film c'è una dimensione ludica della lezione che porta a far scattare l'empatia con i personaggi, che non è ricattatoria. Ma quando alla fine ti raccontano il loro inferno, a quel punto non sono più cose che accadono al “solito immigrato”, ma accadono a una persona che, nel frattempo, ti è diventata familiare, a un tuo amico.
Non si tratta più di una questione che riguarda gli “altri”, ma è una tua responsabilità perchè quella persona è entrata nella tua vita.



Quali riflessioni vorresti che scaturissero da questo lavoro?



Mi auguro che questo film venga visto da più persone possibile e che faccia scaturire delle domande diverse. C'è una battuta molto dura che dice Valerio: “Quello che facciamo non serve a un cazzo”: ecco, forse se ce lo diciamo, quello che facciamo può servire sul serio.
Anche se il peso del passato è importante, i protagonisti sono persone e questo al di là della loro nazionalità. E sono persone in difficoltà.
Forse vorrei che questo fosse un film sull'integrazione, ma sull'integrazione nostra: siamo noi che ci dobbiamo integrare a una situazione nuova, complicata e difficile.


giovedì 30 gennaio 2014

Video di presentazione del film IL FIGLIO DELL'ALTRA

 
 
Possono ebrei e palestinesi condividere la stessa terra? Possono due popoli tanto diversi imparare a convivere pacificamente? E dei genitori possono amare i figli di altri? Questo e molto altro nell'opera prima cinematografica di Lorrein Levy, regista francese di origini ebraiche, intitolata "Il figlio dell'altra".
Il film è stato presentato dall'Associazione per i Diritti Umani nell'ambito del cineforum organizzato dall'Istituto SERAPHICUM, di Roma (Via del Serafico, 1). Ringraziamo tantissimo gli organizzatori e il pubblico per  l'accoglienza, l'interesse e la partecipazione.
 
Ricordiamo che i nostri video sono anche disponibili sulla pagina YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti Umani