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sabato 1 agosto 2015

Consigli di letture per l'estate (e non solo!)


Cari lettori,

siamo contenti di comunicarvi che abbiamo una piccola “libreria” per voi. Di seguito trovate un elenco di libri che potete acquistare direttamente dal sito www.peridirittiumani.com con Paypall (carta di credito o bonifico). Una volta effettuato il pagamento, inviateci una mail a: peridirittiumani@gmail.com con il vostro indirizzo e vi sarà recapitata subito per posta.




Eccovi i libri:



Mosaikoun - Voci e immagini per i Diritti Umani a cura di Alessandra Montesanto Euro 12,50
 



Il silenzio e il tumulto, di Nihad Sirees Euro 15,00



L'autunno, qui, è magico e immenso, di Golan Haji Euro 10,00

 
Ferite di parole – le donne rabe in rivoluzione, di Leila Ben Salah e Ivana Trevisani Euro 16,00



La vita ti sia lieve – Storie di migranti e di altri esclusi, di Alessandra Ballerini Euro 15,00

 
 
 
Pierfrancesco Majorino e Caterina Sarfatti

Milano, come Lampedusa? Dossier sull'emergenza siriana,
  Euro 5,00
 
 

mercoledì 15 luglio 2015

Macerie: l'impegno dei pacifisti israeliani per la causa palestinese





Intrecciando cronaca e letteratura, Miriam Marino racconta l’impotenza dei pacifisti israeliani, sullo sfondo delle due Intifade, il cui impegno si assottiglia e s’infrange contro il muro dell’odio e dei grandi interessi. Nessuno spazio di vita è esente dal dolore. Tikva, la protagonista, però, ha scelto il suo campo. E un “dolore diverso” da quello che l’attanaglia da mesi la raggiunge a Hebron. La bellezza di Jamal la colpisce “come un pugno allo stomaco”, portando per un attimo l’illusione di poter chiudere la porta all’angoscia. Ma la parola “Tajush”, che in arabo vuol dire “insieme”, non sarà per domani. E nell’epilogo del romanzo, lucido e intenso come l’impegno dell’autrice per la causa palestinese, emerge una “dolorosa consapevolezza” : il genocidio dei palestinesi continua, “avvolto nella menzogna e nel silenzio” di quel discorso mediatico che dipinge i conflitti a misura dei potenti. Dalla Prefazione di Geraldina Colotti Giornalista de "Il Manifesto"





L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Myriam Marino e la ringrazia molto.




Un romanzo che parla di attualità: Tikva, la protagonista, cosa rappresenta all'interno di uno scenario e di una guerra tra due popoli che continua da decenni?


Tikva è come un ponte tra due realtà, due culture, due punti di vista. E’ cresciuta credendo di essere ebrea, per di più ha un temperamento mistico e assorbe, come una linfa vitale per la sua spiritualità, gli insegnamenti della religione che crede essere la sua. Ma la sincerità di tale adesione, l’onestà di intenti di Tikva esigono la coerenza del comportamento rispetto all’interiorità, e la giustizia per lei non è una prostituta che può vendersi a chiunque possa pagarla, per questo scopre presto dietro alle chiacchiere vane la vera natura e gli intenti del paese in cui vive, non solo per quanto riguarda i politici e le loro scelte, ma anche la popolazione a partire dai suoi parenti. Quando nella sua vita irromperà la rivelazione sconvolgente che la inscriverà nella storia palestinese, dopo un trauma iniziale Tikva assumerà su di se anche il carico di questa appartenenza e lo farà con la stessa passione e con la stessa sincerità. Il suo è un percorso di coscienza che la porterà al disvelamento di tutte le menzogne, al guardare negli occhi le vittime, a riconoscere la meschinità e la feroce violenza dell’occupazione israeliana che uccide tortura imprigiona rende la vita impossibile a un popolo intero piangendo e dichiarandosi vittima mentre distrugge, a capire che non c’è una guerra in corso ma un’aggressione sistematica rinnovata ogni giorno e a fare alla fine una scelta di campo. In tutti i momenti della storia Tikva non è mai estranea nè al mondo ebraico nè a quello palestinese, conosce bene entrambe le anime perciò la sua scelta ha un profondo significato. Ma racchiuso nel suo nome c’è anche un pensiero di speranza, speranza è infatti il significato di Tikva in ebraico.


Uno dei temi principali del libro è quello dell'identità: vuole anticipare una riflessione?


Noi umani, in genere, abbiamo bisogno di qualcosa di solido che ci dia sicurezza, che ci racconti chi siamo qual’è la nostra storia, i nostri miti, le leggi interiori a cui ci dobbiamo attenere, e anche le nostre forme d’arte, la nostra cucina, la lingua, insomma qualcosa di certo che ci identifichi, questo accade quando si assume un’identità. In Terra Santa la faccenda dell’identità è profonda e radicata per questo non ne potevo prescindere scrivendo questa storia, ma l’identità forte di Tikva come ebrea renderà forte anche la sua scelta e l’identità forte dei giovani palestinesi che vogliono la libertà nella loro terra renderà ancora più eroiche le loro lotte.
Personalmente riconosco una sola identità: quella di umano appartenente al mondo umano, per me è anche troppo, anche se la mia storia personale non mi permette di liberarmi in un colpo solo di appartenenze che comunque mi hanno formato. Questo superamento dell’identità, che a volte può diventare una gabbia, è accennato nel libro a pag 123, quando Avi consola Tikva in preda allo smarrimento, all’indomani della morte del suo amico Shadi. “Se tu fossi soltanto te stessa?” le dice.


Qual è la situazione dei giovani palestinesi oggi? Quali i loro sogni e quali le loro possibilità...

I giovani palestinesi vivono la tragica situazione dell’occupazione militare israeliana con tutto ciò che questo comporta di sospensione della vita, di checkpoint, di arresti, detenzione amministrativa e quant’altro. Israele si accanisce in modo particolare sui giovani e sui bambini per spezzare la resistenza e il futuro. I genitori dei bambini arrestati subiscono un trauma terribile e i bambini del tutto indifesi nelle mani dei carcerieri subiscono un trauma ancora più grande che condizionerà tutta la loro vita, questo serve a stroncare la resistenza al suo nascere. I loro sogni sono quelli di tutti i giovani, essere liberi, studiare e circolare liberamente, poter viaggiare, non dover chiedere un permesso per ogni sciocchezza, vivere da uomini liberi. I giovani palestinesi sono molto creativi, li troviamo attivi in ogni forma d’arte, a Ramallah ho assistito a uno spettacolo di danza da mozzare il fiato e i danzatori erano bambini e adolescenti, i bambini di Gaza si costruiscono da soli meravigliosi acquiloni con i quali riempiono letteralmente il cielo di colori. Sono bravissimi anche nello sport e sappiamo che cosa fa Israele per stroncare la vita e la carriera dei giovani calciatori. Le loro possibilità ovviamente sono legate alla fine dell’occupazione che spezza qualsiasi iniziativa ogni volta che vuole e blocca qualsiasi manifestazione culturale anche se a carattere internazionale con la partecipazione di artisti e scrittori da tutto il mondo.



Interessante il rapporto tra Tikva e il padre israeliano: come si sviluppa questa relazione? E che ruolo ha la madre?

Il padre di Tikva è un progressista israeliano, laico e abbastanza razionale per capire dove sono le ragioni e dove i torti, ma manca di empatia, come la maggior parte degli israeliani la sua percezione dei palestinesi è negativa. La paura gioca anche per lui un ruolo fondamentale che si esprime nei vani tentativi di tenere separate madre e figlia. Ha però un alibi: il matrimonio fallito con la madre di Tikva e l’abbandono di costei. Il rapporto tra padre e figlia è sereno fino a che la figlia non scopre la sua seconda identità, nascerà una crisi che si risolverà solo verso la fine della storia quando quest’uomo deciderà di esprimere la parte migliore di se e lasciando vecchi rancori e rimpianti di cui si era nutrito sceglie di avere una nuova relazione con un’attivista pro-Palestina. Il suo rapporto con Tikva è sempre stato superprotettivo in quanto non doveva proteggere solo l’incolumità fisica e psicologica di sua figlia, ma anche il suo equilibrio, la sua interiorità di fronte ai possibili assalti dall’esterno che infatti puntualmente ci saranno. Quando le scelte di Tikva saranno conclamate non avrà più bisogno di mantenere questo controllo. La madre avrà il ruolo di portarla per mano all’interno del suo nuovo mondo e della sua nuova famiglia, di farle scoprire il calore e la dolcezza degli affetti familiari, di mostrarle il lato allegro e tenero della sua nuova vita.




Ci spiega il significato profondo del titolo ?

Non avrei voluto dare a questo libro un titolo così drammatico, ma per quanto ci abbia pensato non ne ho trovato uno più adatto. Le macerie ovviamente non sono solo quelle dei palazzi sventrati di Nablus, dei muri delle case crollati del campo profughi di Jenin, della distruzione dell’areoporto e del porto di Gaza, le macerie sono anche quelle che un’intera popolazione si porterà nel cuore, le macerie sono anche quelle delle persone che hanno perso il loro equilibrio psicologico, sono anche le macerie dell’anima di chi sarà stato distrutto nella propria interiorità dal veleno corrosivo della violenza israeliana e risponderà al suo livello, le macerie sono quelle del futuro che sarà sempre più difficile visualizzare.


Da dove nasce questo suo lavoro?

Questo è il terzo libro in cui scrivo dell’Intifada, ma in questo più che nei precedenti, i quali erano raccolte di racconti in cui scrivevo anche di altri argomenti affini. In questo libro, che essendo un romanzo mi ha dato la possibilità di dispiegare di più nel tempo la storia, racconto anche della prima Intifada che è importante non solo per la lotta esemplare che è stata, ma anche perchè serve per capire lo scoppio della seconda Intifada. Nella seconda Intifada la lotta era diventata disperata e la repressione inenarrabile, inconcepibile disumana. Ne avevo sentite di tutti i colori, ma la seconda Intifada che seguii giorno per giorno, con un carico di morte e distruzione che non sembrava mai finire, mi sconvolse in modo particolare e mi riempì di tristezza, di dolore e di rabbia come non era mai successo prima. Il romanzo nasce dal bisogno di raccontare, di esprimere, di lenire questi forti sentimenti, ma anche dal bisogno di spiegare attraverso una storia che cosa è successo realmente, e che cosa significa occupazione militare israeliana.
  
   


domenica 31 maggio 2015

MOSAIKON – Voci e immagini per i Diritti Umani





L'Associazione per i Diritti Umani è felice di comunicare l'uscita di “MOSAIKON – Voci e immagini per i Diritti Umani”, di Arcipelago edizioni, un libro in cui sono raccolte le interviste realizzate per il sito www.peridirittiumani.com, durante i nostri primi due anni di attività.

L'intento è quello di proporre un testo - cartaceo e fruibile - ricco di notizie e approfondimenti che permette di muoversi nella geopolitica, all'interno dei nuovi assetti sociali e religiosi, tra le vite quotidiane di uomini, donne e bambini per rimanere aggiornati sulla Storia contemporanea e sui temi di attualità. Crediamo, per questo, che il testo possa essere utilizzato anche a scopi didattici, come punto di partenza per ulteriori approfondimenti.



Per l'acquisto della vostra copia:



potete effettuare il pagamento di euro 12,50 tramite Paypall (in alto a destra sul sito) con carta di credito o bonifico.



poi inviate una mail all'indirizzo peridirittiumani@gmail.com con i dati e l'indirizzo esatto compreso di CAP e provvederemo a inviarvela subito per posta.



Grazie!

sabato 21 marzo 2015

Corri con Samia !


Per conoscere la storia di Samia, leggete di seguito l'intervista che abbiamo fatto a Giuseppe Catozzella, autore del romanzo Non dirmi che hai paura, Einaudi.




Un premio per Samia



Con 93 voti, il romanzo Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella ha vinto il Premio Strega Giovani e guida la cinquina del premio principale, oltre ad aver ottenuto anche il premio Società Dante Alighieri. E noi siamo felici di ripubblicare una breve intervista che qualche settimana fa abbiamo avuto occasione di fare all'autore, congratulandoci ancora e ringraziandolo per averci fatto conoscere la storia di Samia.
 
  




Una storia esemplare, quella di Samia, una ragazzina di Mogadiscio che ha la corsa nelle gambe e nel cuore: Samia corre in nome della libertà di tutte le donne, in particolare di quelle somale che vivono in una situazione di guerra e di sopraffazione. Samia corre in nome della libertà e della giustizia. Samia condivide i suoi sogni e i suoi ideali con il suo amico Ali e primo allenatore che crede in lei, nella sua tenacia e nella sua forza. Samia, infatti, riesce a qualificarsi, a soli 17 anni, ai Giochi olimpici di Pechino, diventando un simbolo. Il destino di Samia sarà tragico, come quello di tanti migranti, ma la sua giovane vita porta in sé, e regala al futuro, la gioia del riscatto.





Quando nasce il progetto del libro e perché ha ritenuto necessario raccontare questa storia?


L’idea di raccontare la vita di Samia Yusuf Omar è nata quando mi sono imbattuto nella notizia della vita e della morte di Samia (ero in Africa, a Lamu, in Kenya e stavo svolgendo delle ricerche per un’altra storia) mi sono sentito in colpa da italiano per la sua morte e ho deciso che avrei raccontato nel paese che Samia vedeva come sua salvezza e speranza di vita nuova e in cui non era mai riuscita ad arrivare – il mio stesso paese, l’Italia – la sua storia. Per cercare di creare materiale letterario dalla speranza e dal dolore. E per risarcire, in qualche modo, il destino di Samia.


Samia Yusuf Omar nasce a Mogadiscio, in una terra colonizzata dagli italiani e oggi ancora dilaniata dalla guerra: quanto è importante mantenere viva la memoria sulla Storia di ieri per capire il Presente?


È fondamentale. La memoria è come il respiro ed è un arco teso. Soltanto caricandolo all’indietro si può avere una direzione e una meta.


Il racconto della vita della protagonista si può definire come un "racconto di formazione"? E ci può anticipare il motivo per cui Samia diventa il simbolo di tutte le donne musulmane nel mondo?


È una storia di formazione, perché è la storia della formazione di Samia, da quando ha 8 anni a quando ne ha 21. Samia diventa simbolo perché per correre al massimo delle sue potenzialità compie un gesto ovvio e al contempo rivoluzionario: decide di correre alle Olimpiadi senza velo.


Si tratta anche di una storia di migrazione, di tenacia e di coraggio, con una sorta di “lieto fine” : la sua storia è importante per abbattere gli stereotipi e i pregiudizi sui richiedenti asilo, sui profughi e sui migranti in generale?


La storia di Samia purtroppo non ha un lieto fine nel senso consueto del termine, perché Samia muore al largo di Lampedusa. Ma contiene un lieto fine nel senso che è una storia di speranza e di coraggio.

mercoledì 18 marzo 2015

Triangle: dedicato alle operaie decedute sul luogo di lavoro





"Devo dire grazie a tutte le belle persone che ho conosciuto in occasione di questo film all'intero gruppo di lavoro che lo ha reso possibile, a Rai Cinema; con loro condivido la gioia di ricevere questo premio. Ringrazio la città di Barletta, i familiari delle donne che non ci sono più e Mariella Fasanella, che con la sua testimonianza ha illuminato la strada del racconto. A tutti loro, e ai tanti che ogni giorno cercano di migliorare lo stato delle cose, dedico questo premio": queste le parole di Costanza Quatriglio, regista palermitana che con Triangle ha vinto il Nastro d'Argento 2015 per il miglior documentario nella categoria cinema del reale, assegnato dal Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi Costanza Quatriglio. La ringraziamo molto per la sua disponibilità.



Nel nuovo documentario colleghi il Passato al presente, da New York a Barletta...



Il passaggio da New York a Barletta è stato dato da un'intuizione: quella di poter collegare - da un punto di vista drammaturgico – due eventi, distanti tra loro di un secolo, ovvero l'incendio della fabbrica “Triangle” nel 1911 a New York in cui a morire furono 146 delle operaie che lavoravano sotto padrone in un'epoca in cui si stavano stabilendo le nuove regole dell'oppressione sociale, e poi il crollo della palazzina di Barletta, nel 2011, in cui le operaie morte furono cinque donne che facevano lo stesso lavoro di cento anni prima, in un buco e al nero, cioè senza alcun contratto tutelativo.

Attraverso questo racconto parallelo ho raccontato la crisi di un sistema: da un lato abbiamo la promessa di un nuovo secolo, della modernità con la grande città che si erge in verticale fino a toccare il cielo e il dio denato, dall'altra parte abbiamo una palazzina che si sgretola e con quel palazzo crolla un sistema intero.




Come si è documentata per questo lavoro?



Ho lavorato tantissimo in termini di studio e ho capito di avere di fronte una strada molto importante. Mi sono documentata sulle regole del lavoro e ho capito, per esempio, quanto la metrica del lavoro di ieri e di oggi non siano tanto distanti: la donna operaia che lavora oggi a Barletta sulla macchina deve sottostare alle stesse regole di un secolo fa. Le regole sulla macchina sono le stesse e quello che cambia è il contesto: prima la schiavitù degli operai diventava nutrimento per una lotta di classe, mentre oggi la schiavitù è talmente interiorizzata che è nutrimento di se stessa.

Oggi, inoltre, la filiera è frammentata per cui non c'è il conflitto di classe: il datore di lavoro diretto delle persone che sono morte sotto le macerie di Barletta è una persona che subisce, a sua volta, la frammentazione per cui condivide, con gli operai, la condizione disperata.



La sua, quindi, è un'analisi e una critica della post-globalizzazione?



Si tratta di un'analisi della condizione esistenziale e materiale degli esseri umani in epoca post-globalizzazione. E' come se si fosse smarrito l'essere umano e questo suo smarrimento deriva anche dal fatto che non si ha più percezione dei propri diritti. Questa mancanza va insieme alla mancanza di percezione dei propri bisogni: se non mi rendo conto della possibilità di vivere diversamente, io non lotterò mai per proteggere i miei diritti.

E vorrei fare una distinzione tra bisogni e diritti perchè: il diritto lo riconoscono gli altri (l'ordinamento, le istituzioni), mentre il bisogno è qualcosa di profondamente individuale e collettivo, appartiene all'essere umano in quanto tale.



Nel film fai anche riferimento ad alcune lotte che sono state fatte per la sicurezza sul lavoro: ce ne puoi parlare?



In realtà si tratta di quegli episodi che si sono succeduti a New York dopo l'incendio alla “Triangle” perchè il movimento operaio si è molto galvanizzato e ha ottenuto alcune conquiste come, ad esempio, le fireproof, le porte antincendio. Cose semplici, ma importanti anche perchè le donne erano chiuse a chiave dai datori di lavoro...Tutto questo, però, è arrivato molto lentamente.




Il tema del lavoro è un argomento a lei molto caro...



Ho messo a fuoco, negli ultimi tempi, che il tema del lavoro è stato uno dei miei temi-cardine fin dall'inizio, solo che adesso è macroscopico.

Anche ne L'isola, in fondo, i due protagonisti sono due ragazzini (soprattutto il maschio) che cercano l'identità attraverso il lavoro.

Ho sempre considerato il lavoro come un'espressione e un veicolo per costruire il Sè, quindi anche dove sembra che il tema sia un altro, quello del lavoro torna sempre, ma declinato a seconda delle fasi della vita. Con Triangle credo di aver chiuso un cerchio.
 
 




martedì 10 marzo 2015

Due donne, due nazionalità: ma emozioni e sentimenti comuni





Due voci, due donne: una italiana e l'altra moldava. Due destini apparentemente diversi. Ma potrebbe essere la voce della stessa donna, che esprime le propsie emozioni, che racconta le proprie esperienze. Sentimenti universali si fanno poesia in forma di romanzo, per riflettere sulle difficoltà di chi è csotretto a lasciare il Paese d'origine e gli affetti e il dolore di chi è ammalato nell'anima. La solitudine, la compassione; il vuoto, la rinascita. Insieme. Questo e molto altro nel romanzo intitolato Sottobosco, di Simona Castiglione, edito da Ratio e Revelatio.



Abbiamo rivolto alcune domande all'autrice che ringraziamo molto.




Antonella e Vasiliţa sono due donne, una italiana e l'altra moldava: quali sono i tratti comuni in quanto donne e persone con destini diversi?


Sottobosco è un romanzo caratterizzato da una forte tensione verso l’abbattimento di stereotipi e pregiudizi. Uno fra tutti: le differenze culturali, religiose, censitarie renderebbero impossibile lo sviluppo di rapporti umani profondi e duraturi. Antonella e Vassi, in questo, sono esemplari: coltivano reciproche diffidenze, hanno lunghi periodi di distacco, anche emotivo, l’una dall’altra, hanno storie personali e facciate culturali diversissime, tuttavia non possono fare a meno di riconoscersi l’una nell’altra, di rispecchiarsi direi – in quanto madri sofferenti, in quanto donne con storie d’amore tormentate, ma soprattutto in quanto donne, di fatto, sole al mondo – accedendo a una dimensione parallela che tutti gli esseri umani occasionalmente frequentano: quella dell’empatia, della condivisione e dell’intimità vera a prescindere da ogni sovrastruttura. La loro amicizia è quasi un matrimonio, nella misura in cui “è per sempre”. Il messaggio di fondo è che tutti noi dovremmo frequentare più spesso questa dimensione alternativa, perché è estremamente arricchente e dà senso all’esistere.

 

Quali sono i motivi che l'hanno indotta a scrivere questa storia?


Motivi molto personali, che però mi piace condividere: qualche anno fa ho dato alla luce il mio secondo figlio e ho avuto la necessità di tornare al lavoro dopo soli tre mesi dalla sua nascita. Mi occorreva una tata e ho trovato una ragazza moldava che, inutile negarlo, assomiglia tantissimo alla Vassiliţa del romanzo. Anche io, come Antonella, ho provato inizialmente a trattarla come una “donna di servizio”, così, per non complicarmi la vita: non è stato assolutamente possibile! L’empatia ha preso il sopravvento. Dopo pochi mesi discorrevamo di tutto, infischiandocene bellamente di ogni barriera linguistica e culturale, ed eravamo in un rapporto di intimità e fiducia che raramente ho sperimentato con altre persone. Anche lei, però, è stata costretta a ritornare in patria. Siamo rimaste in contatto e spero con tutto il cuore di poterla riabbracciare, quest’estate, in occasione del tour promozionale per la traduzione romena di Sottobosco, che mi porterà anche in Moldavia.


Quanto è importante imparare a mettersi “nei panni dell'altro”?


È tutto. Per uno scrittore è la principale fonte d’ispirazione, ma anche per chi non scrive, sviluppare la capacità di sentire l’altro significa poter vivere molte altre vite, oltre alla nostra singola esistenza; fare a meno dei luoghi comuni, che sono comodi e pratici per incasellare il mondo e le persone, ma che falsano la realtà proponendocela “preconfezionata”; aprire la mente, elevare lo spirito e allenare il cuore che, essendo un muscolo, ne ha bisogno. In poche parole: crescere come individuo e come membro di una collettività.


Uno dei temi principali riguarda il fallimento di un'esperienza di migrazione...


È proprio così: il libro nasce da una serie di domande che io mi sono posta in forma speculativa, ma alla quale ho voluto dare risposta attraverso un’accurata indagine in loco. “Cosa accade quando un tentativo di migrazione fallisce? Cosa succede alla persona che sperimenta tale “fallimento” e alla sua famiglia? Come reagisce la comunità che la riaccoglie?”. Per rispondere, ho viaggiato a lungo in Moldavia, sulle tracce di storie non felici di emigrazione, e ho scoperto un’enorme quantità di dolore nascosto che urlava per venire allo scoperto. Ho voluto che il mio romanzo fosse uno spazio in cui dare voce a questo dolore, ho pensato che tutti noi, che abbiamo badanti, baby sitter e donne delle pulizie straniere, dovessimo contattarlo questo dolore, perché ci appartiene e non volerlo vedere sarebbe falsa coscienza. Mi piace citare, a questo punto, la mia amica moldava Lilia Bicec, che ha pubblicato per Einaudi un’opera epistolare di toccante bellezza, Miei cari figli vi scrivo, dove mette in luce, senza mai scadere nel patetico, la sofferenza dell’emigrante perfino quando ha successo, come nel suo caso. Noi italiani dovremmo ricordarcela bene, questa sofferenza, perché ci è appartenuta a lungo storicamente. Il problema, e qui parlo da docente e non da scrittrice, è che le nuove generazioni sono state educate dalla temperie culturale dominante all’oblio della storia, perché porre gli eventi in una prospettiva storicizzata apre squarci di consapevolezza che non sono desiderabili per chi vuole formare eserciti di mediadipendenti manipolabili.
 

La scrittura del testo presenta alcune simmetrie, quali ad esempio, quella tra le protagoniste, ma anche tra i due Paesi. Quali sono le sue considerazioni a riguardo?


Ci siamo illusi a lungo, noi “occidentali”, di vivere in una situazione di benessere inestinguibile. La recente crisi ci ha smentito in pieno. Il benessere ha abbandonato molti di noi, la disoccupazione galoppa, il futuro non promette nulla di buono. E c’è chi lascia l’Italia per cercare fortuna altrove, è già in atto un piccolo fenomeno migratorio che ci riguarda. La Moldavia, con la sua povertà, la sua mancanza di risorse, la sua fragilità, non ci sembra più così lontana come pochi anni fa. Siamo regrediti e abbiamo paura, gli “stranieri” ci appaiono ora più forti, capaci di lavorare più a lungo e meglio, in grado di rifarsi una vita in un Paese spesso ostile, e perfino di condurre un’esistenza di qualità: molti immigrati ibridi prendono la laurea e spesso hanno ottimi risultati nello studio e nel lavoro. Non c’è una ricetta per superare la paura e l’ansia di questo periodo critico, ma il consiglio che mi sento di dare è questo: accogliere, sostenere, empatizzare invece di rifiutare, ostacolare, disconoscere.


venerdì 23 gennaio 2015

L' Iran tra cotraddizioni forti e serena quotidianità





L'Iran de La signora melograno, edito da Calabuig, della scrittrice Goli Taraghi non è quello cui ci ha abituato la stampa ufficiale. Si tratta di un Paese difficile e contraddittorio , in cui spesso i diritti sono negati, ma nei racconti del testo emerge anche un Paese dove, a tratti, sono possibili serenità e leggerezza. Taraghi tratteggia profili, narra vicende familiari, descrive l'ostilità di un Paese straniero (la Francia) e, sullo sfondo, ci sono tutti gli avvenimenti anche terribili che hanno attraversato e segnato gli ultimi decenni della storia dell'Iran: da Mohammad Mossadeq allo Scià qajar, da Khomeini ad Ahmadinejad.Le storie narrate parlano di ragazzi turbolenti alle prese con padri severi, donne di ogni età che afferrano la consapevolezza di sé, quadretti familiari quotidiani che tratteggiano persone comuni che non lasciano spazio agli stereotipi.
Certo, qualcuno potrà dire che Goli Taraghi non si renda conto della situazione perchè appartiene a una categoria privilegiata, quella delle persone agiate e intellettuali. Ma forse non è così: si tratta di lasciare spazio, ogni tanto, alla vita, a quella parte dell'esistenza più tranquilla, a cui tutti avremmo diritto di aspirare.
Nell'ottima traduzione dal persiano di Anna Vanzan, c'è il riferimento al titolo del libro,
La signora melograno. Una anziana signora che non si è mai allontanata dall'isolato villaggio dell'interno vivendo dei frutti della sua terra, decide di raggiungere i figli emigrati in Svezia. La prima tappa del viaggio, dal villaggio a Teheran, è molto impegnativo e stancante ma non è nulla rispetto a ciò che l'aspetta per raggiungere in aereo Parigi e da lì la Svezia.



Abbiamo rivolto alcune domande alla traduttrice, Anna Vanzan, che ringraziamo.




La letteratura è una forma di liberazione/emancipazione femminile, in Iran come in altri Paesi sotto dittatura?



Fin da tempi remoti le donne d’Iran si sono manifestate attraverso la letteratura, dapprima esclusivamente con la poesia, perlopiù a fondo mistico. Meditare e scrivere erano considerate attività “domestiche” e come tali plausibili per le signore della buona società islamo-persiana. Alcune di loro partecipavano a pubbliche tenzoni poetiche, sfidando i loro colleghi maschi. Molte immagini da loro usate erano volutamente mistiche ed esoteriche proprio per potersi esprimere liberamente. A metà del XIX secolo le donne hanno cominciato a usare la prosa, spesso colorandola di una chiara protesta nei confronti del patriarcato. In un secolo e mezzo le iraniane hanno conquistato la letteratura del loro Paese, trasformando una tradizione quasi esclusivamente lirica e scritta da uomini in una corrente prosastica il cui numero di autrici sovrasta ormai quello degli scrittori.




Come ha conciliato – Goli Taraghi – la sua esperienza di cittadina iraniana e di persona costretta all'esilio?



Goli Taraghi è una scrittrice nata e alla sua penna ha affidato pure le pene dell’esilio. Anche prima del suo trasferimento in Francia aveva sperimentato alcune forme letterarie (romanzo e racconti brevi) che però riflettevano soprattutto un viaggio alla ricerca di in sé stessa, vagamente venata da auto compiacimento. L’esilio ha modificato il suo stile, costringendola a un continuo ricordo che non è ripiegamento sul passato e/o autocommiserazione, ma un processo dinamico che usa il passato per proiettarsi in avanti.




Qual è lo stile narrativo dei racconti di questo libro e quale il motivo di questa scelta?



La narrazione di Goli Taraghi è apparentemente semplice e lineare, ma al contempo ricca e profondamente umana. I suoi racconti sono malinconici e comici al contempo, lei si rivolge soprattutto ai suoi connazionali coi quali condivide una straordinaria capacità di adattamento ad ogni difficoltà che la vita pone innanzi. I racconti di Taraghi sono paradigmatici di queste qualità che gli iraniani hanno sviluppato ed esercitato per millenni.




E' interessante, ad esempio, il racconto intitolato “Madame lupo”: ce lo può commentare?



E’ un ottimo condensato di alcune delle problematiche che si trova ad affrontare l’esule (non solo iraniano): complesso di inferiorità nei confronti della civiltà “ospitante”, risentimento per le umiliazione che il nuovo mondo lo costringe a subire, e, infine, la ribellione. Goli Taraghi esprime tutto ciò in modo estremante poetico, denso e vibrante.



Il tema della censura è centrale nel pensiero e nei testi di Goli Taraghi e di tanti autori iraniani...


La censura è un’istituzione plurimillenaria sull’altopiano iraniano. Al tempo dei sommi poeti Hafez e Sa’di non c’era un ufficio della censura come quello istituito ufficialmente a metà del XIX secolo dalla dinastia Qajar, poi trasformato sotto quella dei Pahlavi e ora diretto dalla Repubblica Islamica. Ma anche Hafez e Sa’di sapevano che, per sferzare i potenti, c’era bisogno di usare metafore e calibrare sapientemente le parole. Nulla è cambiato….

martedì 28 ottobre 2014

Atlante della città fragile: intervista a Gigi Gherzi



Uscito da pochissimo per una casa editrice che ha un nome molto bello: Sensibili alle foglie. Stiamo parlando del romanzo di Gianluigi Gherzi, già conosciuto come attore teatrale. Il titolo del suo lavoro è Atlante della città fragile da cui è stato tratto anche lo spettacolo “”Antigone nella città” in scena fino al 2 novembre al Teatro Out Off di Milano.

Riprendi a viaggiare!”, si dice il protagonista. Dove? Nelle strade della tua città! A far che? A dare voce a un malessere, a un brusio che suona confuso, indistinto. Viaggiare per incontrare vite, ascoltarle, sentirle prendere forma all’interno del cuore della città. Vite fragili, dappertutto. Vite che tessono un altro disegno, mappa, atlante della città, percorsi che portano a un luogo straordinario, il parco del più grande ex ospedale psichiatrico della città, dove tra alberi, panchine, musei degli orrori, appaiono infermieri specializzati nello scassinare porte da troppo tempo chiuse, segretarie innamorate della bellezza e dei giovani spettinati, receptionist in guerra coi mondi ambigui e spietati della prestazione e della performance, un ragazzo tornado bloccatosi di colpo che riprende a camminare. Tutti accompagnati e benedetti dall’antichissimo Zio Jodok. Poesia, canto lirico, storia autobiografica, pericolose avventure, strazi sottili, confessioni e canzoni per una vita che rinasce. Ogni giorno. Nell’attenzione alla “fragilità”, che è misura necessaria e preziosa del vivere.





Abbiamo realizzato, per voi, questa intervista a Gigi Gherzi che ringraziamo molto per la disponibilità.





Cosa vuol dire essere “fragili”?



Essere fragili, in realtà, è qualcosa che appartiene profondamente all'umano. E' una condizione di esposizione, di rischio che è stata vista, ultimamente come un disvalore, come un segno di debolezza, come un segno di fallimento e di inadeguatezza rispetto agli impegni e all'immagine che la società ti chiede di avere e questo ha creato molta sofferenza perchè, invece di consolidare la fragilità anche come un atto costitutivo della perona, è considerata una colpa, un peccato di cui vergognarsi. Tutto questo trasforma la fragilità in patologia, in un senso di fallimento psicologico.



I protagonisti delle sue storie sono vittima di un'ingiustizia sociale? Le istituzioni potrebbero fare qualcosa di più per le persone che fanno parte della “città fragile”?





Non sono vittime di un'ingiustizia sociale specifica, sono quello che rimane quando si scuote fortemente un corpo sociale per cercare di renderlo omogeneo e rimane qualcosa impigliato dentro a quelle reti e sono proprio quelle persone che non hanno voluto omologarsi.

Non c'è nessun intento di denunciare una persecuzione specifica, ma si denuncia semmai quel meccanismo che appiattisce la diversità dell'essere umani e si cerca, invece, un'attenzione alle potenzialità delle persone e alle loro particolarità. In questo senso tutti viviamo in una situazione di ingiustizia, di disagio; tutti siamo fuori dai nostri panni perchè spesso siamo chiamati a preformances che non appartengono alla nostra vita.

In passato era molto più facile individuare i portatori di fragilità estreme e c'era una forte suddivisione tra loro e il mondo della normalità; oggi, invece, se si parla con molti psichiatri dicono che la maggior parte dei pazienti viene chiamata “normaloide” perchè sono si tratta di persone che sembrano assolutamente normali, ma al loro interno portano i segni di un enorme disagio, segni legati alla complessità dei problemi attuali e a quel sistema sociale che chiede massima operatività e omologazione. La nostra non è una società che rispetta la fragilità, è una società della forza, della violenza che è presente nelle relazioni, soprattutto in quelle lavorative perchè è un modello competitivo.



Oggi il disagio mentale fa paura?



Sì, fa molta paura. Fa paura perchè porta con sé lo stigma di una condanna al non poter essere protagonisti, al non poter fare carriera e al non poter essere socialmente presentabili.

Per questi motivi, oggi, c'è un uso nuovamente smodato dello psicofarmaco, come farmaco adattativo che tampona o nasconde questa realtà. Secondo me, è un disagio molto diverso dal passato perchè anche la malattia sembra aver preso contorni più insidiosi e sfumati in quanto si incrocia con un disagio legato all'esistenza stessa.



Come ha raccolto le storie per il suo libro (e per lo spettacolo)? 


 

Le storie sono state raccontate in due modi: da una parte, cercavo persone appartenenti a una certa normalità e che testimoniassero la loro capacità ad essere fragili all'interno di questo mondo come, ad esempio, una ragazza che fa uno stage all'interno di un'agenzia pubblicitaria, una professoressa precaria, e anche un manager di multinazionale. Questo per uscire da un'idea di fragilità di coloro che dichiaratamente soffrono di un disturbo, vanno al CPS o hanno subito un trattamento o un ricovero. Dall'altra parte, ho intervistato persone che vivono o lavorano all'interno dell'ex ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Milano dove l'associazione Olinda, da tanto tempo, lavora sui diritti dei malati, sperimentando percorsi di reinserimento dentro a una normalità professionale, relazionale e anche di creatività culturale.

Si tratta, però, di un romanzo per cui mi sono preso tutta la libertà di incrociare le storie e, nel passaggio dall'intervista alla tecnica narrativa, ho dovuto operare dei “tradimenti”, ma per mantenere la verità.



 

















martedì 22 aprile 2014

Federica Angeli: il coraggio di una moglie, madre e giornalista




Non è da tutti prendere posizione contro la mafia, ma c'è chi decide di farlo, senza scendere a compromessi con nessuno, nemmeno con se stesso. Federica Angeli è una di queste persone: una donna, una moglie, una madre, una professionista - giornalista di Repubblica - che non ha avuto paura di scrivere, di denunciare, di impegnare la propria vita nella lotta alla criminalità organizzata per dimostrare che le mafie esistono, che sono infiltrate ovunque, ma anche per spronare tutti a stare all'erta e a non piegarsi a una cultura del ricatto e della sopraffazione.

Abbiamo intervistato per voi Federica Angeli, vincitrice del premio donna X Municipio 2014 e che ringraziamo per queste sue parole e anche perchè ha risposto alle nostre domande anche con il cuore.   





Ripercorriamo, brevemente, la sua esperienza: vive sotto scorta perchè denunciò una rissa tra clan a Ostia, in un quartiere caratterizzato da un forte abusivismo edilizio?
Non proprio. Sono stata messa sotto scorta per il combinato congiunto di un’inchiesta che ho condotto a Ostia, nel corso della quale ho ricevuto pesanti minacce di morte da parte di un appartenente alla famiglia Spada, un clan di origine nomade molto spietato, e della mia testimonianza, come cittadina, rispetto a quanto accaduto davanti a una sala scommesse la notte a cavallo tra il 15 e il 16 luglio 2013. Il quartiere non è affatto caratterizzato da un abusivismo edilizio, quello di cui parla è l’Idroscalo, che dista almeno due chilometri da dove è accaduta la rissa e dove morì Pasolini. La strada in cui è avvenuto lo scontro a colpi di coltelli e di pistola è sicuramente caratterizzata dalla presenza di pregiudicati e criminali che gravitano attorno a quella bisca, l’Italy Poker, davanti alla quale scoppiò l’inferno in una notte d’estate.
Vivere sotto scorta ed essere moglie e madre, oltre che giornalista: come conciliare tutto questo? E in nome di quali ideali ha fatto questa scelta professionale e di vita?
E’ davvero molto complicato conciliare il tutto. Diciamo che io e mio marito abbiamo scelto di far vivere ai bambini tutto questo sulla falsa riga del film "La Vita è bella". Tutto è un gioco in cui abbiamo quattro straordinarie persone (i carabinieri del nucleo scorte) che per i bambini sono i nostri autisti. Tolta la maschera del gioco, resta una grande amarezza e preoccupazione per lo stato delle cose. Ai bimbi in strada personaggi di grosso spessore criminale hanno fatto il segno della croce, sono venuti a gridarci sotto casa, dopo la mia denuncia, "infami, gli infami muoiono". Insomma è molto dura vivere senza libertà, trovare un sorriso rassicurante ogni giorno per i miei cuccioli, rassicurare un marito che si è trovato con una vita sconvolta per aver subìto una mia scelta e continuare ad avere la concentrazione per portare avanti il mio lavoro. Tuttavia nei miei momenti più bui, penso sempre al forte credo che è in me, al senso innato di giustizia che mi ha sempre caratterizzato. Mi piace pensare di poter cambiare un mondo in cui in molti cominciano a sentirsi stretti, mi piace contribuire, in virtù della mia penna e delle mie inchieste-denuncia, a raddrizzare questo mondo che sembra non avere più un verso e in cui molti ideali sembrano perduti, dimenticati. Ecco io non mi rassegno, non mi adeguo a vivere secondo regole che non mi appartengono, a cui molti si sono, loro malgrado, piegati. Per cui lotto, come posso. Ed è tutto questo che mi ha sempre guidato nel mio percorso professionale. Ma le garantisco, mai avrei immaginato di finire sotto scorta dal luglio scorso.
Ora i tre che l'hanno minacciata sono liberi: lo Stato è debole, impotente o altro?
La sensazione che sicuramente questi criminali hanno, è di debolezza dello Stato. Tanto che, il giorno in cui sono stati messi ai domiciliari (il 16 ottobre) sono venuti sotto la mia abitazione a fare un brindisi. Io praticamente in prigione, senza la mia libertà e loro liberi di scorrazzare. Il mio punto di vista è decisamente più critico nei confronti della magistratura in questo caso. Perché se un pubblico ministero che prende in mano un fascicolo in cui i carabinieri scrivono che due soggetti (affiliati peraltro al potente clan dei Triassi a processo per 416 bis, associazione a delinquere di stampo mafioso) vengono accoltellati ai polmoni e alla giugulare con prognosi di 60 e 30 giorni e un periodo in terapia intensiva in ospedale, che questi soggetti reagiscono alle coltellate ferendo con un colpo di pistola al polpaccio Ottavio Spada, già indagato per un duplice omicidio di due grossissimi pregiudicati nel 2011, ecco, mi chiedo: perché classificare il reato in rissa aggravata, piuttosto che tentato omicidio? Qual è stata la valutazione del pubblico ministero Erminio Amelio nel valutare lo spessore criminale dei soggetti coinvolti? Visto poi che ci sono testimoni - io nella fattispecie - e sono state ritrovate le armi del delitto: cos’è che ha fatto scegliere al pubblico ministero un reato che prevede sei mesi di detenzione? Incompetenza? Sottovalutazione di un fenomeno criminale? Certo è che, di questo passo, lo Stato rischia di rafforzare i clan, che gongolano in un senso di impunità garantito dalla giustizia stessa.
Nel suo percorso professionale ha visto in faccia la mafia: ci può raccontare - e commentare – l'episodio che più l'ha colpita? Ad esempio, il suo rapporto con la famiglia Fasciani...
Ce ne sono tantissimi di aneddoti che potrei raccontarle. Con la famiglia Fasciani ho sempre avuto un rapporto di estrema onestà. Entrambi sapevano chi eravamo, non ci siamo mai nascosti dietro finzioni. Le loro regole del gioco sono molto ferree: guai a tradirsi, guai a fare "l’infame". E per infame intendono anche il giornalista, ad esempio, che si nasconde dietro una sigla o uno pseudonimo quando scrive di loro. Uno che li attacca alle spalle. Di me avevano stima, perché, mi dicevano, avevo avuto il coraggio di guardarli negli occhi, di bussare alla loro porta e di scrivere sempre le cose correttamente, senza sparare a zero, senza aggiungere particolari per fare folklore. Insomma, malgrado sapessero che stavo conducendo un’inchiesta su Ostia che avrebbe coinvolto anche la loro famiglia, non hanno mai cercato di stopparmi. Ma ricordo una volta in cui la moglie di don Carmine mi chiamò e mi fece avvicinare a lei: fissava un gatto e mi disse che lei adorava i gatti. "E sa perché? Per due motivi: il primo è perché non parlano, il secondo è perché non tradiscono mai". Un messaggio importante, che mi colpì.
Cosa si può fare per combattere indifferenza e omertà?
Io le posso dire quello che faccio io. Denuncio con le mie inchieste, vado nelle scuole, nei licei della capitale a raccontare la mia esperienza, cerco di lasciare un semino in ogni ragazzo che guardo negli occhi, tento di farli ragionare e di far capire loro quanto, nella vita, sia importante prendere posizione, fare una scelta. Non importa quale sia, paradossalmente possono anche scegliere di avvicinarsi alla criminalità. Ma restare nel silenzio, avere il timore di fare dei nomi e dei cognomi, girarsi dall’altra parte: ebbene questo è anche peggio di stare dalla parte dei cattivi, per come la vedo io. Mi ha colpito uno degli incontri che ho fatto al liceo Enriques di Ostia. I ragazzi avevano preparato, prima dell’appuntamento con me, un video, in cui avevano girato per Ostia con una telecamera e avevano intervistato le persone chiedendo loro se erano consapevoli che in quel territorio esistesse la mafia: tutti gli intervistati hanno risposto sì, senza paura, hanno fatto persino i nomi. Esattamente un anno prima io, per il mio giornale, avevo fatto la stessa cosa e nessuno aveva parlato. Ecco le coscienze si sono svegliate, tutto sta avendo un senso. Quei ragazzi, inconsapevolmente, col loro prezioso lavoro mi hanno dato molta carica e così la mia libertà sacrificata ha riacquistato un significato. Bisogna capire che l’omertà e l’indifferenza sono il pane di cui si alimenta la malavita, ed è per questo che la voce della stampa dà così fastidio. E bisogna uscire dal guscio del "che schifo il mondo ma non posso farci nulla, quindi taccio". Fare qualcosa si può. Perché, sono fermamente convinta, siamo ancora in tempo per vivere una vita migliore. Forse anche io un giorno tornerò libera e mi unirò alla festa di chi ha combattuto per i miei stessi ideali, non scoraggiandosi mai. E sarà davvero un bel giorno. Per tutti.





sabato 22 marzo 2014

Con il fiato sospeso di Costanza Quatriglio

Oggi, sabato 23 marzo, alle ore 18.20 allo Spazio Oberdan di Milano, nell'ambito di Sguardialtrove Filmfestival, verrà proiettato il film Con il fiato sospeso, di e con Costanza Quatriglio.

Vi riproponiamo l'intervista che abbiamo fatto per voi alla regista, dopo la presentazione del film al Festival di Venezia.



Con il fiato sospeso: il diritto alla salute e le morti di Stato




Stella, una studentessa di farmacia entra in un gruppo di ricerca per svolgere la sua tesi. Nel laboratorio di chimica qualcuno sta male, si parla di coincidenze. Anna, una sua amica, vorrebbe che la ragazza lasciasse il laboratorio perchè lo considera insalubre. Ma la vicenda di Stella si intreccia con quella di un dottorando che ha già percorso la strada in cui la giovane si imbatterà. Questa è la fiction.
Nel dicembre 2008 esce la notizia dell'apposizione dei sigilli ai laboratori di chimica alla facoltà di farmacia dell'università di Catania, a causa del sospetto ambientale, oltre al ritrovamento del memoriale del dottorando Emanuele Patané, morto di tumore al polmone nel 2003. E questa è la realtà.
Attualmente è in atto un processo che vede imputati i vertici della facoltà per inquinamento e discarica non autorizzata. Vincitore del premio "Gillo Pontecorvo - Arcobaleno Latino" all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia dove è stato presentato fuori concorso,
Con il fiato sospeso di Costanza Quatriglio mette anche in luce la ricattabilità in cui spesso vivono gli studenti universitari.


 
Questo suo ultimo lavoro nasce da un fatto realmente accaduto. Ce lo può raccontare?

Questo lavoro nasce da un fatto realmente accaduto che è la scoperta che i laboratori di chimica della Facoltà di Scienze farmaceutiche dell'università di Catania sono stati chiusi dalla magistratura e adesso c'è un'inchiesta in corso per inquinamento ambientale.
Questa notizia non è stata particolarmente ripresa dai giornali, ma quando l'ho letta, ho letto anche del rinvenimento di un diario di un dottorando che, cinque anni prima nel 2003, aveva scritto cinque pagine molto dettagliate sulla vita all'interno del laboratorio: si lavorava senza norme di sicurezza. Questo ragazzo è morto di un tumore al polmone e, nel diario, accusava l'università di essere la causa di questa sua malattia.
Oltre a lui sono morti altri ragazzi.

Quali sono stati i passaggi necessari per reperire il materiale utilizzato per la realizzazione del film?

Ho iniziato a lavorare a questo film nel 2008/2009 e ci sono stati passaggi molto, molto difficili da tutti i punti di vista. La prima difficoltà è stata affrontare la questione dal punto di vista umano perchè ho trovato un muro di omertà gigantesco da parte dell'istituzione universitaria.
L'altra difficoltà è stata capire come utilizzare il diario e uscire dalla cronaca, per far diventare il film qualcosa di più universale possibile: cioè, il ricercartore universitario che parla di mancanza di sicurezza sul lavoro può diventare non solo una denuncia di cronaca, ma anche “etica”. Ho frequentato i laboratori di chimica di altre facoltà universitarie, ho conosciuto tante persone e ho capito che questa vicenda raccontava una storia non solo catanese, ma italiana.
Racconta di un Paese in cui le norme di sicurezza sono poco considerate in generale, di un Paese che non valorizza i talenti, di un Paese alla deriva.
L'intossicazione delle persone che fanno ricerca lì dentro trascende l'aspetto biologico e diventa una morte di Stato.

Questa è la denuncia più forte che ha voluto fare con questo film?

Sì, la denuncia più forte; infatti ho avuto difficoltà a produrre questo film.
E' passato di mano in mano e ho lavorato con varie case di produzione che però, all'inizio, sembravano accettare questa sfida molto complessa, ma poi mi facevano perdere tempo.
Solo tra questa primavera e l'estate, con altri collaboratori, siamo riusciti a partire.
Il mio primo obiettivo era quello di fare un cortometraggio tradizionale, poi ho cambiato il dispositivo narrativo.

Perchè, infatti, la scelta di mescolare finzione e documentario?

In realtà il film è un film di finzione, nel senso che rimette in scena completamente una storia scritta, inventata, anche se riprende una vicenda reale. Lo fa utilizzando il gioco del cinema: io intervisto il personaggio e l'intervista fa parte del linguaggio classico del documentario. Per questo motivo si parla anche di stile documentaristico.
Comunque all'interno di un racconto di dolore c'è anche la vitalità dei giovani che è, anche questa, etica e reale.

Dove si può vedere il documentario ?

In alcune sale cinematografiche italiane, con grande coraggio da parte degli esercenti.
A Catania è stato in programmazione tre settimane anche con quattro spettacoli al giorno. La stessa cosa è successa a Roma.
Secondo la mia opinione, il film - che dura 35 minuti – deve essere proiettato una o due volte al giorno all'interno delle programmazioni ufficiali.

La scelta dell'argomento riguarda anche la sua esperienza personale?

Io mi identifico in una generazione che ha ereditato un Paese guasto. Certamente è un film che mi riguarda profondamente e riguarda tanti di noi.

martedì 4 marzo 2014

Tornare a parlare di Lampedusa, tornare a parlare dei migranti




Lampedusa. Conversazioni su isole, politica, migranti”, edito dal Gruppo Abele è una lunga intervista che Qui Marta Bellingreri, scrittrice e mediatrice culturale palermitana ha fatto al sindaco di Lampedusa e Linosa Giusi Nicolini che ha presentato, ai gruppi di Camera e Senato, una proposta di legge per far nascere la “Giornata della memoria e dell’Accoglienza” dopo il terribile naufragio che ha visto morire nel “Mare nostrum” centinaia di migranti.



Abbiamo posto alcune domande all'autrice, Marta Bellingreri, che ringraziamo molto per la sua disponibilità.


Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa e Marta Bellingreri, scrittrice e viaggiatrice: com'è stato il confronto sul tema dell'accoglienza dei migranti? Quali le differenze e le similitudini tra i vostri punti di vista?


L'isola di Lampedusa è un'isola siciliana, più vicina alle coste africane che a quelle siciliane. Entrambe, io e Giusi, siamo delle isolane, siciliane, lei lampedusana, io palermitana. Quando ho conosciuto Giusi si occupava di Legambiente Lampedusa, era la direttrice della Riserva Naturale. Lei è sempre stata attiva sull'isola e quando ho messo per la prima volta piede sull'isola nella primavera del 2011, anche io ero un'attivista, non lavoravo allora per una ong, ero attivista del Forum Antirazzista di Palermo. Il nostro confronto sul tema dell'accoglienza dei migranti è stato diretto e spontaneo fin dall'inizio. Sapevamo l'una dell'altra di essere in prima fila, lei sull'isola, io nel capoluogo siciliano. C'è stata da parte mia immensa curiosità, quella del resto c'era e continua ad esserci nell'ascoltare il punto di vista privilegiato dei lampedusani tutti e dei lampedusani attivi nell'accoglienza. Forse anche lei era curiosa delle mie esperienze in paesi arabi, e ancora di più lo era nell'ascoltare la continuazione delle storie, ossia le storie delle persone transitate da Lampedusa e poi trasferite ancora, che io avevo continuato a sentire. Lo dice pure nell'intervista: non mi interessa sapere solo che lascino l'isola, mi interessa anche sapere cosa succede dopo. Non credo ci siano differenze, forse io a cause dei miei studi ho più interesse a seguire i dettagli di politica interna a paesi arabi e/o africani ed interesse dunque a suscitare attenzione di chi si occupa di accoglienza in Italia.

Lampedusa: simbolo di un'umanità da sempre in transito. Cosa racconta questa umanità di oggi?

Lampedusa è innanzitutto un'isola che ci parla di una parte d'Italia, come altre, dimenticate e che solo all'occorrenza diventa oggetto di uno show televisivo: che si tratti, tristemente, drammaticamente e consapevolmente, di tragedie; che si tratti di altro. Lampedusa chiede dei servizi e delle agevolazioni economiche per alleviare la sua posizione di confine e marginalità: la sua popolazione è la prima a migrare per motivi di studio,salute, lavoro, burocrazia. L'umanità in transito, quella delle popolazioni migranti, ci parla della povertà, della guerra di altri paesi, della forza straordinaria e del coraggio; ci porta la ricchezza e la gioia delle culture che resistono sotto le bombe o in anni di dittatura. Un'umanità che andrebbe ascoltata e lasciata sì transitare ma liberamente.

L'Italia è un Paese culturalmente aperto, pronto ad una società multietnica?


Non riesco a rispondere a questa domanda. In Italia ci sono esempi eccezionali, storie magnifiche di differenze che si integrano, di danze e musiche che si mescolano, di amori che nascono e crescono, di associazioni, librerie, musei, comuni, palestre, uffici, università, bar... insomma luoghi e case che sono sì per me l'Italia aperta, o se si vuole chiamare "multietnica". Forse siamo lontani e queste sono esperienze minori, ma sono esperienze belle, le uniche che cambieranno, per ragioni più demografiche che politiche o culturali, le leggi e l'Italia.

Cosa si dovrebbe cambiare, nella legislazione attuale, per migliorare le condizioni dei migranti e dei richiedenti asilo?

Innanzitutto le condizioni dell'attuale cosiddetta accoglienza. Anzi, prima di pensare che cosa si deve cambiare nella legislazione attuale, bisognerebbe rispettare la legislazione vigente, nazionale e internazionale, in materia di accoglienza, migrazione e asilo. Ogni giorno, in tutta Italia, e in particolare sulle coste siciliane, vengono violate le norme, privando della libertà personale adulti e minori, operando respingimenti sommari e rimpatri collettivi, non segnalando alle autorità competenti minori stranieri non accompagnati, umiliando e torturando persone che hanno come unica colpa quella di viaggiare, pur fuggendo da guerre. I luoghi di cosiddetta accoglienza sono brutti, inospitali, inadeguati, e quando sono belli e nuovi sono isolati da centri abitati, sono sperzonalizzati e spersonalizzanti, spesso gli operatori e mediatori non sono sufficientemente preparati: non parlano nessuna lingua, non hanno studiato o non si sono formati specificatamente. Anche in questo caso ci sono eccezioni straordinarie, persone di cuore e preparate, che grazie a questi ultimi due anni di "emergenza" hanno messo in discussione le proprie previe conoscenze, hanno imparato il bambarà (lingua del Mali) o il tunisino. Credo che nel sistema legislativo attuale andrebbero alleggerite tutte le norme che regolano l'ingresso e la regolarizzazione per favorire l'ingresso regolare senza rischiare la vita; per inserirsi più facilmente nel precario mondo del lavoro e senza discriminazioni; per avere la cittadinanza, per i congiungimenti familiari ecc... Tutto il sistema andrebbe rivisto in un'ottica di vera accoglienza e arricchimento del nostro paese, che non è solo nostro perché ci siamo nati.


E cosa si dovrebbe fare per "non lasciare sola Lampedusa"?


Credo che negli ultimi anni Lampedusa senta una forte vicinanza di una parte della società civile italiana che per attivismo o turismo solidale si sia recata sull'isola. Quello che è ancora insufficiente è l'intervento dello Stato, che si parli di servizi o che si parli di migrazioni. Lampedusa non è o non è più sola, secondo me, semplicemente ci sono dei momenti in cui si ritrova ad esserlo perché i problemi strutturali che non sono stati risolti, scoppiano nei momenti delle tragedie. Lampedusa non è sola se non vuole sentirsi sola e viceversa. Perché tantissime persone stanno scrivendo, animando, proponendo progetti per avvicinarsi all'isola. Dipende poi come l'isola voglia o possa rispondere.




giovedì 6 febbraio 2014

La mia classe: al cinema Mexico di Milano




E' ancora in sala, in questi giorni, a Milano il film LA MIA CLASSE di Daniele Gaglianone, in programmazione presso il Cinema Mexico di Via Savona, 57.

Riportiamo di seguito un'intervista che abbiamo fatto per voi al regista, poco dopo la presentazione del film al Festival di Venezia.

Quella classe di stranieri così vera, così reale: il film di Daniele Gaglianone









A due anni da Ruggine, Daniele Gaglianone torna sui banchi di scuola, in selezione ufficiale alle decima edizione della sezione “Giornate degli Autori” alla Mostra del Cinema di Venezia con il film intitolato “La mia classe”.
Mamon, Bassirou, ShadiShujan, Mahobeboeh, Issa, Mussa e tutti gli altri sono i protagonisti, ciascuno con il proprio vissuto e con le proprie aspettative.
Valerio Mastandrea, unico attore professionista, impersona un insegnante che prepara una classe di 'veri' stranieri, che hanno bisogno di imparare l'italiano, per vivere da noi e per ottenere il permesso di soggiorno. Girato a Roma, il film è diventato un'altra cosa quando, a poche settimane dall'inizio delle riprese è accaduto ad uno dei ragazzi un fatto reale e grave, il mancato rinnovo del documento e il rischio di espulsione.



Abbiamo intervistato Daniele Gaglianone che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.



Come sono stati scelti i ragazzi che hanno preso parte al film?


Li abbiamo scelti in classi vere, siamo andati in giro ad assistere a lezioni vere, reali di insegnanti di italiano per stranieri sia per attrezzarci meglio al personaggio del professore sia per formare la classe. Abbiamo frequentato classi di scuole istituzionali e di associazioni culturali che, attraverso il volontariato, si rivolgono agli stranieri.
Abbiamo composto la classe secondo un criterio molto semplice: eravamo in cerca di persone e non di bandiere. La composizione della classe, infatti, è squilibrata perchè ci sono, ad esempio, tre curdi e tre bengalesi: cioè non ci siamo preoccupati di creare un'omogeneità o di considerare le persone come rappresentanti di etnie e questo perchè il nostro approccio al film voleva andare al di là degli stereotipi.

 

Avete avuto qualche difficoltà con i ragazzi oppure hanno raccontato con spontaneità il proprio vissuto?

 

Il rapporto tra noi è stato coltivato, siamo entrati in confidenza piano piano e le cose sono avvenute in maniera abbastanza naturale. Tra aprile e ottobre abbiamo contattato le persone, spiegato il progetto e ci siamo conosciuti in modo tale che, nel momento in cui si doveva lavorare insieme, ci fosse già la sintonia. Poi, come capita nella vita, ci sono persone con cui ti intendi di più e quelle con cui c'è bisogno di più tempo.

 

Quali sono le richieste o le aspettative espresse dai racconti dei ragazzi?

 

La cosa fondamentale che chiedono è molto semplice: quella di essere considerati degli individui.
Come il film cerca di dimostrare, la loro condizione li porta davanti a certe questioni in maniera problematica, come, per esempio, alla questione del lavoro: qualcuno è disposto a fare lo “schiavo”, altri no. In fondo, chiedono di poter vivere e non di sopravvivere.



Il personaggio di Valerio Mastrandrea, il professore, non è solo un personaggio filmico...



Parlare del personaggio di Valerio vuol dire parlare anche della struttura del film. La struttura è, infatti, a più livelli che sono tre: un livello immanente, che comprende i primi due e che si può intuire solo alla fine; un primo livello in cui Valerio interpreta un profesore come attore, e poi c'è il secondo livello in cui Valerio è lui, una persona. Alla fine, il primo e il secondo si confondono, soprattutto quando Valerio recita il monologo.
Nel film ci sono un breve prologo e un breve epilogo, estranei al film che stiamo girando in classe, che hanno reso il progetto rischioso perchè si tratta di un film di finzione, ma girato in modo tale che l'impressione di realtà sia così forte da far dire allo spettatore: “ E' vero o non è vero?”.
 
 

Infatti, durante le riprese, è accaduto qualcosa che ha fatto cambiare la direzione...


In realtà è accaduta prima dell'inizio delle riprese.
Di fronte all'impossibilità, da parte di alcuni ragazzi, di lavorare al film ci siamo immaginati che il fatto stesse accadendo in quel momento.
Il film è stato pensato cercando di andare oltre quelle formule che rischiamo di essere ricattatorie per cui tu cogli le persone in difficoltà, all'inizio, e ti relazioni o con indifferenza oppure dando aiuto. Qui, invece, per metà film c'è una dimensione ludica della lezione che porta a far scattare l'empatia con i personaggi, che non è ricattatoria. Ma quando alla fine ti raccontano il loro inferno, a quel punto non sono più cose che accadono al “solito immigrato”, ma accadono a una persona che, nel frattempo, ti è diventata familiare, a un tuo amico.
Non si tratta più di una questione che riguarda gli “altri”, ma è una tua responsabilità perchè quella persona è entrata nella tua vita.



Quali riflessioni vorresti che scaturissero da questo lavoro?



Mi auguro che questo film venga visto da più persone possibile e che faccia scaturire delle domande diverse. C'è una battuta molto dura che dice Valerio: “Quello che facciamo non serve a un cazzo”: ecco, forse se ce lo diciamo, quello che facciamo può servire sul serio.
Anche se il peso del passato è importante, i protagonisti sono persone e questo al di là della loro nazionalità. E sono persone in difficoltà.
Forse vorrei che questo fosse un film sull'integrazione, ma sull'integrazione nostra: siamo noi che ci dobbiamo integrare a una situazione nuova, complicata e difficile.