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sabato 6 dicembre 2014

Una petizione contro le mutilazioni genitali femminili





Abbiamo ricevuto questa petizione che l'Associazione per i Diritti Umani ha deciso di sostenere. Potete firmarla su Change.org. Grazie!



We ask the Kenyan Government that FGM is taught in all the schools of Kenya


The are between 140 to 160 millions of women in the world have undergone Female Genital Mutilation, 3 million girls are at risk every year only in the African continent. We do not need a treaty or a convention to acknowledge the irreversible health problems, which FGM leads to. Just as a mean of general understating, the main risks go from genital infections, to fistula, from heavy hemorrhages to complications during childbirth, from painful intercourse and menstruation to infertility, from septicemia to death. Without including the tremendous psychological effects of it: depression, sense of loss, lack of desire, anxiety, to mention some.FGM for the above reasons has to be condemned as a violation of children’s and women rights.

The main justifications for FGM are religion and culture. No religion has ever demanded FGM to be practiced and culture is a transformative process which can change as we change and can’t be supportive of a crime such as FGM.

In culture, people represent and identify themselves. In culture, people feel “safe”. Practicing communities say it is tacitly known that girls must undergo FGM when they reach the right age, as a way out from childhood to womanhood because culture demands it. But what happens when culture generates violence. Yes, violence is cultural. Violence does not exist in nature, so it is a cultural construct and as FGM is a form of abuse as it violates the basic rights and integrity of girls and women, it is a form of violence. We need to acknowledge that there’s no other way to eradicate violence (any form of violence) if not through culture itself. It is a big deal, indeed, because it requires a lot of guts to discuss one’s people principles and at the same time open to different perspectives on issues, which past generations gave for granted.

When communities object that FGM is unchangeable, they should try and look back at their history and see how many things have been modified since they were moving from land to land looking for pastures for their herds. It was in Kenya that Somali writer Nuruddin Farah said: Today in Somalia (which is also one of the countries in Africa with the highest rate of FGM) – people use I- phones and I -pads, is that not a sign of cultural change? So why they can’t change also their perception of FGM? This iworks for Kenya as well.

In a digital world where information and knowledge is accessible on a mass scale, where the “other” become more easily the mirror for ourselves, it is more difficult to think at culture as a static unchangeable thing. If culture shows the symptoms of not changing, in a case where FGM is still justified as “cultural”, it is perhaps because is used by politics to control over women’s lives, suppressing gender equality, continuing to support the patriarchal system. Eradicating FGM is a call to revise culture, to change politics through culture (and not the other way around). It is about promoting a holistic vision through which occupy a new space and have impact, where tradition and innovation can stand side by side.

Eradicating FGM should not be seen as a threat to people's culture. On the contrary acknowledging the danger of the practice, the inhuman conditions in which women are forced to live throughout their lives and protecting children from such an horrible abuse, is a way to change culture eradicating the bad of it and preserving only the good. Cultures and people changes, are mutable and transformative... people make and change culture not the other way around...

We ask the Government of Kenya to ensure that FGM is taught in all the schools of the country (in rural and urban areas), using adequate tools to engage with the students according to age, like educational workshops and the arts. Children of today are the change makers of tomorrow. It’s necessary to provide girls of a proper education about FGM so that they can protect themselves and live a complete life.

If the children of today can acknowledge what FGM is, and what are the risks and consequences of this practice, tomorrow we could live in a world free of FGM. Children can educate their parents and together raise a public dialogue where FGM won't be a taboo anymore but part of a pro active discussion and confrontation on how to build a sustainable future for the country where children and women will be free of this form of abuse.

lunedì 7 ottobre 2013

Vado a scuola: il diritto allo studio ai quattro angoli del mondo



Jackson, 10 anni, keniota; Samuel, 11 anni, indiano; Carlos, anche lui undicenne, argentino; Zahira, 12 anni, unica femmina, marocchina. Questi sono i protagonisti del documentario, da pochissimo nelle sale italiane, intitolato Vado a scuola, del regista (e viaggiatore) francese Pascal Plisson che segue i quattro bambini nel loro viaggio lungo, difficile e pericoloso, verso la mèta agognata: la scuola, appunto.
Tutte le mattine, Jackson e la sorella attraversano la savana, camminando per 15 km e con il rischio di incontrare elefanti o altri animali feroci; Carlos deve, invece, attraversare l'altopiano della Patagonia in sella al suo cavallo per un'ora e mezza; Zahira scende dai monti dell'Atlante del Marocco, a piedi. Il suo percorso è talmente faticoso che, insieme a due amiche, è costretta a fermarsi in collegio per qualche giorno per poi riprendere il cammino tra valli e sentieri. E poi c'è Samuel, costretto su una sedia a rotelle a causa della poliomelite, che viene trasportato dai due fratelli su strade accidentate.
Sono veri e propri pellegrinaggi, questi viaggi affrontati, con tenacia e coraggio, dai ragazzini che hanno ben chiaro il significato e l'importanza dello studio. Questi bambini sono supportati dalle loro famiglie che, nonostante la povertà e la difficoltà del vivere quotidiano, condividono il loro desiderio di apprendimento e di conoscenza.
Dal punto di vista tecnico il film suscita qualche perplessità: le inquadrature eccessivamente curate nella fotografia e una regia impeccabile tolgono naturalezza al girato; i bambini, qualche volta, sembrano recitare una parte già scritta; la colonna sonora che accompagna le immagini rende il lavoro espressamente didascalico.
Ma resta, comunque, un documentario utile per ricordare, a tutti noi, quanto la possibilità di studiare sia un regalo e un'opportunità, come viene ricordato nell'incipit del racconto filmico: “ Dimentichiamo troppo spesso che andare a scuola è una fortuna. In alcune parti del mondo arrivare a scuola è un'impresa e accedere all'istruzione una conquista. Ogni mattina, a volte a rischio della loro stessa vita, eroici bambini si incamminano verso la conoscenza...”.
Per Jackson, Carlos, Samuel e Zahira andare a scuola è un'avventura, una difficoltà, ma anche una grande gioia: e tutto questo vuol dire vivere e costruire il proprio futuro.



venerdì 26 luglio 2013

Un libro, una storia vera, un ricongiungimento





Somalia, 1991: è guerra civile. Mahad, come molti altri compaesani, perde tutto ed è costretto a scappare. Mahad ha una figlia, Murayo, affetta da tubercolosi intestinale e, nel '94, riesce a portarla all'ospedale militare italiano di Johar dove la bambina verrà curata, ma Mahad non può portarla con sé nella fuga dal conflitto, sarebbe troppo rischioso: la lascia, quindi, in ospedale dopo aver scattato un paio di fotografie.
Ma il tempo passa: il contingente militare deve ritirarsi e Murayo deve essere portata presso l'orfanotrofio di Mogadiscio. Il soldato italiano a cui è dato il compito di accompagnarla, però, cambia programma e il destino della piccola. La porta, infatti, con sé in Sicilia e decide di adottarla.
Murayo cresce in serenità, ma nella convinzione di aver perso i legami con la famiglia d'origine, fino a quando, dopo quattordici anni, durante una puntata della trasmissione televisiva “Chi l'ha visto?” viene fatto passare l'appello di un magro signore somalo, rifugiato nel campo profughi di Dadaab, in Kenya, dal quale ha continuato a scrivere all' ONU, alla Croce Rossa e ad altri enti per ritrovare sua figlia.
Murayo oggi ha 26 anni, è in procinto di laurearsi ed è riuscita a riabbracciare Mahad e sua sorella (la madre, nel frattempo, si è spenta). E nella puntata della trasmissione di Rai3 del 26 giugno scorso sono state trasmesse le immagini forti, emozionanti, intense di quel lungo, atteso e significativo abbraccio tra la giovane donna e il padre naturale.
Questa è la storia di Murayo e dei suoi due padri: quello africano e quello italiano. Una storia raccontata nel libro intitolato “Solo le montagne non si incontrano mai”, di Laura Boldrini, edito da Rizzoli.
Presidente della Camera, Laura Boldrini è stata a lungo portavoce ONU per i rifugiati e aveva fatto una promessa a Murayo: “Farò in modo che tu possa riabbracciare tuo padre”: il percorso, raccontato con grande partecipazione nel testo, è stato lungo e difficile. Un percorso geografico, ma soprattutto emozionale e psicologico, che ha coinvolto la ragazza, ma anche le sue due figure di riferimento maschili: una padre adottivo che accoglie e ha la capacità di capire l'esigenza della figlia di ricongiungersi con le proprie radici e la propria identità e un padre naturale che la affida ad un' altra guida, di un'altra cultura, regalandole un Futuro migliore del loro Passato.
La vicenda di Murayo, infine, è l'occasione di parlare dei profughi e delle loro condizioni, con realismo; è l'opportunità di raccontare un popolo al di là degli stereotipi; ma, in particolare, è un esempio di amore. Quell'amore incondizionato e profondo che ha permesso a una bambina, in difficoltà e in pericolo, di diventare una donna.

venerdì 21 giugno 2013

World press photo: quando la fotografia si fa testimonianza




52 fotografi provenienti da 32 Paesi diversi: anche per l'edizione 2013 il World Press Photo - il più prestigioso concorso di fotogirnalismo mondiale - si conferma come un importante momento culturale. Un atlante di Storia e di Geopolitica realizzato dalla creatività, dalla sensibilità e dal coraggio di autori che, attraverso il linguaggio universale della fotografia, tesimoniano il Presente.
Diverse le categorie del concorso: Spot news, Notizie generali, Storie di attualità, Vita quotidiana, Ritratti in presa diretta, Ritratti in posa, Natura e Sport, per raccontare un mondo lacerato e, allo stesso tempo, bellissimo.
Il premio “Foto dell'anno” è stato assegnato allo svedese Paul Hansen per il suo scatto intitolato “Gaza Burial” in cui viene ripresa la cerimonia funebre di Suhaib e Muhammad Hijazi, di due e di quattro anni, uccisi durante l'operazione “Pilastro di Difesa” a Gaza, lo scorso novembre, a causa di un missile israeliano che ha distrutto la loro abitazione. Un gruppo di uomini trasporta, a spalla, i corpi dei due fratellini uccisi, avvolti in lenzuola bianche, mentre si dirige verso la moschea. Mayu Mohanna, uno dei membri della giuria, ha dichiarato che: “La forza della foto sta nel modo in cui mostra il contrasto tra rabbia e dolore degli adulti da una parte, innocenza dei bambini dall'altra”.
Molti riconoscimenti sono andati alle fotografie relative alla Siria. Javier Manzano ha vinto con “Siege of Aleppo”, così come la stessa città è lo scenario dello scatto di un bambino ferito nell'immagine di Sebastiano Tomada; un italiano, Fabio Bucciarelli, è arrivato al secondo posto nella sezione Spot News-Storie con “Battle to death” in cui inquadra un combattente dell'Esercito siriano libero mentre si posiziona durante gli scontri contro le forze governative, nel distretto di Suleiman Halabi. E, infine, Rodrigo Abd che, nella sua foto intitolata “Aida”, mostra il pianto di una donna che si copre,in parte, il volto con la mano: un viso lesionato e che piange perchè l'esercito siriano ha, di nuovo, distrutto una casa e ucciso. Ha ucciso il marito e i figli della donna ritratta.
Ancora una protagonista femminile nel lavoro dell'americano Micah Albert: una donna keniota mentre legge un libro recuperato nella discarica di Dandora; e poi, il cielo riflesso in una pozza di petrolio dove galleggia il cadavere di un soldato del Sudan Armed Forces, nello scatto di Dominic Nahr.
Ma, dopo tutto questo, si respira anche aria di speranza: la bellezza della Natura nelle movenze dei Pinguini Imperatori mentre attraversano il mare ghiacciato.