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martedì 27 ottobre 2015

Carlos Pronzato: un regista militante in Sudamerica



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi il regista Carlos Pronzato: figlio di piemontesi, si è trasferito con la sua famiglia in Argentina. Viaggiatore e documentarista indipendente racconta, con i suoi lavori, l'America latina di oggi, i cambiamenti, le crisi, le conseguenze sulle popolazioni delle scelte economico-politiche del Nord del mondo. 
 
 



Ecco le sue parole. Ringraziamo moltissimo Carlos Pronzato per la sua disponibilità.



Il suo è stato definito un cinema "militante": è corretta questa definizione?

 

Questa definizione è in un certo senso corretta se riferita alla parte più rappresentativa della mia opera cioè la descrizione dei movimenti sociali attuali in costante lotta contro l’oppressione del capitale e degli Stati. Un cinema documentale fatto di interventi sociali e politici a lato dei movimenti insurrezionali in America Latina i cui protagonisti sono in maggioranza i militanti; da questo deriva l’espressione “cinema militante”, un cinema che beve alle fonti ispiratrici degli anni ‘60 ed è un riflesso di questa lotta che si estende fino ai giorni nostri, soprattutto nelle strade. Si può dire che è anche militante da un punto di vista economico giacchè è realizzato con un risorse minime attraverso l’appoggio di enti, organizzazioni e contributi di singole persone; e direi anche che forse è ancora più militante per l'abbandono consapevole di altre possibilità estetiche, diciamo così, di lavorare in un ambiente economicamente più vantaggioso, ma in questo modo il regista si prende un impegno politico con il suo tempo.



La sua è una famiglia di artisti: l'arte dei suoi genitori ha influito sulle scelte per il uo lavoro? L'estetica, gli argomenti, etc...



Certamente! L'influenza è stata totale, innanzitutto nel campo artistico, nella conoscenza e nel mondo dell’estetica alleata sempre alla sua funzione etica e sociale e come possibilità estetica e funzionale. Soprattutto nel campo del teatro, della letteratura e del cinema. In particolare nella questione cinematografica che sviluppo io, sono stati cruciali gli anni delle mie esperienze in molti Paesi dell'America Latina prima di stabilirmi in Brasile e anche l'influenza di uno dei film interpretato da mio padre, Victor Proncet, che è stato anche sceneggiatore e autore del racconto che ha dato origine al film: “I traditori” del regista desapararecido Raymundo Gleizer, regista e film icona del cinema politico di tutto il mondo.



E' vero che il Brasile sta vivendo una fase di crescita economica? E allora perché molti criticano il governo attuale?



Il Brasile ha attraversato un periodo di crescita economica spettacolare negli ultimi anni, ed è riuscito a superare i tempi duri dopo il 2008, ma adesso è entrato in una fase di recessione e nella crisi globale. Questo è un dato fondamentale anche per capire il rifiuto nella popolazione contro le indicazioni del governo del PT e la sua alleanza di mera governabilità con altri partiti (tra cui anche figure storiche della politica brasiliana) e non solo di centro-sinistra. Un governo socialdemocratico che ha saputo distribuire le prestazioni sociali durante i periodi positivi (ma in parallelo a questo è necessario registrare i profitti record delle banche e delle multinazionali presenti nel Paese), ma che si è allontanato dalle sue basi sociali e dai movimenti che gli hanno dato la possibilità di accedere al potere politico, mentre il potere economico resta intoccabile. Le critiche e le grandi mobilitazioni che ci sono ora in Brasile contro il governo sono espressioni di una disputa elettorale che punta al 2018, di contenuto politico molto basso, interpretato dai settori di una élite che ha perso i settori chiave dello Stato per il loro business e che ora sono manipolati da un altro gruppo politico. Nel mese di giugno 2013 ci sono state mobilitazioni molto più potenti ed esplosive nel contenuto socio-politico che puntavano molto oltre al governo di turno, puntavano a un sistema, a un ordine capitalistico che sembra immutabile e continua a distruggere il pianeta, come già successo in varie parti del mondo. Ma quelle manifestazioni di ribellione legittime e autentiche alla ricerca di qualcosa di nuovo continuano ad essere offuscate dalle marce costanti e padronali dal profilo elettorale. Qui si fa riferimento a una “elezione Fla-Flu” (squadre di calcio brasiliane molto popolari), come fosse una disputa calcistica.



In generale, quali sono i rapporti tra l'America latina e il Nordamerica (soprattutto per quanto riguarda l'accoglienza dei migranti) ?



Le relazioni tra l'America Latina e il Nord America, in termini di migrazione, sia obbligatoria che volontaria, sono molte. Entrambe le aree geografiche hanno ricevuto milioni di schiavi dall’ Africa, uomini e donne, che hanno costruito questi Paesi, e al di là dei loro contributi culturali e delle relazioni sociali, il razzismo ha avuto risposte diverse ma tutte terribili fino ad oggi, per la loro dignità. A proposito di gruppi provenienti da altri luoghi, me compreso, come discendente di italiani (padre italiano) e galiziani (madre nipote di galiziani), la loro presenza è stata determinante nella costruzione di un'identità (ancora in formazione) realizzata sulla distruzione dei popoli indigeni di entrambe le regioni. Questo è stato un incendio, letteralmente, ma bisogna prendere in considerazione anche gli aspetti culturali positivi. Qui, nel sud, ci sono tanti che difendono un’unificazione latino-indo-afro, unificando tutte le radici, le origini e le terre in cui vivono, ma ci sono anche altri che si palesano proprio nel campo economico e nel raggio d’azione americano. A seconda della vicinanza geografica agli Stati Uniti, questa influenza sarà maggiore o minore. Per alcuni, questa vicinanza, come ha detto una volta lo scrittore messicano Carlos Fuentes, non è così benefica: “Tanto lontani da Dio e tanto vicini agli Stati Uniti".



Perché ha deciso di raccontare, nei suoi film, le trasformazioni sociali del sudamerica?


Credo di aver risposto a questa domanda sopra quando ho fatto riferimento agli anni in cui sono vissuto in altri Paesi dell'America Latina. A quel tempo non mi dedicavo alle mie occupazioni attuali, ma certamente è stato un periodo di formazione, di osservazione sul campo, fondamentale per il mio processo di sviluppo estetico e penso soprattutto per la ricerca di un’etica che si trasformi in proposta di lavoro e di vita. Queste trasformazioni stanno procedendo con una dinamica esaustiva e col riconoscimento di determinati obiettivi specifici, la scelta di temi specifici da essere affrontati dal genere documentario è una decisione praticamente quotidiana. E soprattutto oggi, quando ogni azione politica è immediatamente postata sul web, il nostro mestiere e professione di documentaristi è affinare gli strumenti di originalità creativa per continuare a costruire narrazioni, esempi di lotta per tutti e soprattutto per coloro che dedicano la loro vita per salvaguardare i diritti inalienabili dell’Umanità, costantemente vilipesi dal capitale e dai suoi portavoce della politica istituzionale.

venerdì 3 luglio 2015

La lotta contro l'oblio di un desaparecido argentino




 

Una storia d'amore che supera la categoria del Tempo: è quella fra Simòn e Emilia che, dopo trent'anni, si ritrovano, forse nella realtà, forse nella fantasia, ma si ritrovano.

Simòn Cardoso era morto da trent'anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all'ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday...Era rimasto fermo ai suoi trentatrè anni, e perfino gli abiti erano quelli di allora”: questo l'incipit del romanzo intitolato Purgatorio, dello scrittore Tomàs Eloy Martinez (Sur edizioni) in cui si racconta una vicenda privata intrecciata all'inverno del 1976, l'anno più tragico della dittatura argentina. Il protagonista, Simòn, viene arrestato dai militari di Tucumàn e da quel momento non si sa più nulla di lui fino alla sua ricomparsa agli occhi della moglie.

Mescola fantasy, realtà e indagine giornalistica, Martìnez nel comporre questa sinfonia che contrappone l'orrore del terrorismo di Stato alla forza incrollabile dei sentimenti. Nel testo si riconoscono i nomi di medici esistiti davvero, luoghi geografici precisi, così come il soggetto nasce dalla storia autentica dello stesso scrittore, costretto all'esilio durante la dittatura militare, affetto da un male incurabile, forse anche a causa della profonda nostalgia per il proprio Paese.

Lo stile narrativo risulta originale nel suo mescolare i generi, come detto, e anche per l'alternanza delle voci: il racconto, infatti, inizia in terza persona per poi passare alla prima persona, nella seconda parte e nel finale, come a dare maggiore verosomiglianza ai fatti narrati. Il personaggio di Emilia si identifica con quello dell' “io narrante” (l'autore?) e, insieme, rappresentano l'autocoscienza, la lucidità di una società ingannata e che, troppo spesso, ha fatto finta di non vedere e di non sentire. Ecco perchè diventa necessario il ritorno di Simòn: che sia di carne o di spirito, la sua presenza è importante per non far scadere la Storia nell'oblio, per ricordare - soprattutto alle nuove generazioni - la tragedia accaduta neanche tanti anni fa.

L'assurdità della nostra storia è diventata qualcosa di sorprendente, ma naturale, la frammentazione che ci veniva imposta dal Potere si è infiltrata nella nostra vita e ci ha trasfigurato in esseri incompleti...La valanga ha esiliato tutti noi che dissentivamo dal Potere, dentro e fuori: ci ha confinato alla scomparsa, ci ha obbligato all'inesistenza”, afferma Martìnez: il libro vuole restituire completezza agli individui di allora e a chi è rimasto, per ridare a tutti loro dignità e giustizia. Ricordando che “un desaparecido è un'incognita, non ha identità, non è né vivo né morto, non c'è. E' un desaparecido.” E dobbiamo essere noi la loro voce.

mercoledì 28 gennaio 2015

La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell'Argentina di Bergoglio


 
 
 

La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell'Argentina di Bergoglio di Loris Zanatta, edito da Laterza, indaga l’intreccio di storia politica e religiosa in Argentina, dagli anni Sessanta fino all’ultima dittatura militare, e scopre che all’origine della sua storia è il mito di una nazione cattolica: cattolica si proclamava la dittatura del 1966, cattolica e cresciuta nelle parrocchie era la guerriglia, cattolico il peronismo tornato al potere nel 1973, cattoliche le sue fazioni in guerra tra loro, fino al regime cattolico che pretesero di incarnare i militari giunti al potere nel 1976. Solo allora, dinanzi alla tragedia, una parte crescente della Chiesa e degli argentini iniziò a scoprire le virtù della laicità, della democrazia politica e dello Stato di diritto.







Abbiamo rivolto alcune domande al Prof. Loris Zanatta e lo ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato.






Quali sono le radici - culturali e politiche – in cui affonda quel Male che ha portato alla dittatura e alla violenza atroce nei confronti degli oppositori al regime?



Quando una comunità politica, come quella argentina negli anni ’60 e ’70 del XX secolo, precipita in una spirale di violenza politica simile a una guerra civile, è lecito ipotizzare che qualcosa, nella edificazione di quella comunità, non abbia funzionato. Naturalmente la diagnosi di cosa non abbia funzionato suole variare a seconda di chi la enuncia. Taluni metteranno l’accento sui deficit di sviluppo economico, altri sulla fragilità delle istituzioni politiche, altri ancora sugli eccessivi scarti tra un ceto sociale e l’altro, altri ancora andranno alla ricerca di cause esogene. E’ probabile che tutte tali prospettive contengano una parte della spiegazione, che non può mai essere univoca. La mia ricerca interpreta la caduta sul piano inclinato della violenza politica dell’Argentina di quegli anni alla luce del rapporto che nella sua storia si è determinato tra sfera politica e sfera religiosa. E’ lì, a mio giudizio, che risiede il nucleo più profondo dell’intolleranza ideologica esibita allora dai più potenti attori politici argentini: le Forze Armate, le cui atrocità sono ben note, e le varie anime del movimento peronista, anch’esse animate dal demone della violenza politica, di cui è rimasta però scarsa memoria.





Il suo libro riflette, in particolare, sul legame tra Stato e Chiesa, tra politica e clero...



Proprio così. Detto in estrema sintesi, quel che è accaduto in Argentina è che la sfera politica ha stentato a conquistare autonomia dalla sfera religiosa, la quale ha così continuato a proiettatore la sua tipica logica manichea su di essa al punto di trasformare i fisiologici conflitti politici di una società pluralista in vere e proprie guerre di religione. Se ciò è avvenuto in Argentina più che altrove si deve essenzialmente a due ragioni storiche. La prima è di tipo tradizionale: come colonia ispanica, l’Argentina condivide con gli altri paesi latinoamericani un lungo passato in cui unità politica e unità religiosa si sono sovrapposte. Ciò implica una maggiore difficoltà nel delicato passaggio dall’unanimismo religioso del passato al pluralismo politico della modernità. Ma a ciò si aggiunge in Argentina un secondo, esplosivo e peculiare elemento: nessun paese al mondo è stato altrettanto rivoluzionato dai flussi immigratori quanto lo fu l’Argentina a cavallo tra Otto e Novecento. L’alluvione immigratoria, com’è stata spesso chiamata, generò un viscerale problema identitario, perlopiù risolto individuando nella religione cattolica il fondamento ultimo dell’unità e dell’identità argentine. Proprio mentre il paese transitava verso una maggiore modernità economica e una rapida diversificazione politica e ideologica, dunque, l’ossessione identitaria imposta dall’immigrazione indusse il grosso della sua popolazione a cercare riparo in una rinnovata forma di unanimismo: il mito della nazione cattolica. Il trionfo peronista negli anni ’40, ossia di un movimento popolare e maggioritario nel paese che riteneva proprio di incarnare quell’unanimità, sancì il trionfo di quel mito, ma anche la tomba della democrazia rappresentativa di tipo liberale. La successiva egemonia che peronisti da un lato e militari dall’altro si disputarono da allora in poi verteva proprio su chi meglio incarnasse quel mito; su chi cioè fosse il migliore e più fedele custode della cattolicità argentina.




Nella situazione di allora, che spazio aveva lo Stato di diritto?



Lo Stato di diritto fu la grande vittima della storia politica e religiosa argentina. Laddove s’impone un principio di unanimità qual era quello postulato dal mito della nazione cattolica, il principio di pluralità e di tutela dei diritti individuali e delle minoranze che lo Stato di diritto è chiamato a garantire svanisce. Difatti, tutti i principali attori del dramma argentino – militari e guerriglieri, sindacalisti e movimenti studenteschi – non si batterono in nome dello Stato di diritto e della Costituzione, ma di ideali che ritenevano li trascendessero: Patria o Socialismo, Nazione o Rivoluzione. Al cospetto di simili ideali di redenzione, l’individuo e i suoi diritti apparvero loro sacrificabili, così come la divisione tra poteri tipica del costituzionalismo liberale figurava agli occhi di tutti loro d’intralcio alla piena affermazione della volontà del Popolo, in nome di cui affermavano di combattere; Popolo inteso come una comunità unanime. Tra tanti assoluti ideologici, ogni forma di limite legale e istituzionale rimase schiacciato, almeno fino a quando la spirale della morte non raggiunse livelli tali da fare rinsavire una crescente parte della società argentina, che agli inizi degli anni ’80 iniziò a sottolineare l’importanza in sé, senza aggettivi né corollari ideologici, dello Stato di diritto e della democrazia politica.




E qual è oggi la situazione, a distanza di quasi quarant'anni, in termini di giustizia, legalità e diritti, considerando anche le crisi economiche che hanno spezzato il Paese?



Nonostante i passi in avanti compiuti dall’Argentina dal ritorno alla democrazia nel 1983 ad oggi, non si può dire che lo Stato di diritto vi goda di buona salute né che il retaggio unanimista un tempo associato al mito della nazione cattolica sia del tutto svanito. A tale proposito, e al di là dei vari fattori che rendono spesso precaria o carente la vigenza dello Stato di diritto – pressioni del potere esecutivo su quello giudiziario, estese aree di marginalità, attacchi alla libertà di stampa, corruzione e narcotraffico - s’è verificato in Argentina un fenomeno piuttosto peculiare e poco noto all’opinione pubblica internazionale. Si tratta, per dirla in breve, della trasformazione del sacrosanto tema dei diritti umani, per loro natura universali, in monopolio di una parte politica. L’ala kirchnerista del peronismo suole usarlo come un randello ideologico per imporre in modo unilaterale la sua interpretazione del passato e delegittimare le opposizioni, al punto di avere trasformato i più fedeli movimenti per i diritti umani, da espressione della società civile quali erano un tempo in apparati ideologici dello Stato. Detto altrimenti: il governo di Cristina Kirchner ha trasformato i diritti umani in una nuova bandiera unanimista, riproducendo i vizi che già in passato avevano minato lo Stato di diritto in Argentina.

mercoledì 26 novembre 2014

La campagna per il diritto all'identità





30.000 persone scomparse tra il 1976 – 1983 e tra questi anche tanti bambini. Stiamo parlando della dittuatura argentina, di quei troppi desaparecidos e di quei loro figli presi, rubati come se non bastasse la violenza già subìta e la perdita della vita.

Da allora, le madri, le mogli, le sopravvissute - soprattutto le abuelas de Palza de Mayo - lottano e continuano a cercare i loro nipoti perchè questi sono ancora vivi e potrebbero risiedere anche in Italia.

Proprio in occasione della democrazia nel Paese sudamericano a distanza di trent'anni, l'Ambasciata italiana, nel 2013, ha lanciato una campagna per il diritto all'identità: su circa 500 bambini, nati da donne sequestrate e uccise dai militari e dati illegalmente in adozione, ne sono stati rintracciati 109, ma bisogna fare di più: “ La macro-tragedia della ditttaura argentina è fatta di tante micro-tragedie familiari” ha sostenuto Carlos Cherniak, capo dell'ufficio politico e diritti umani dell'Ambasciata argentina durante un incontro che si è svolto presso l'Università di Pisa; “Se l'Argentina è riuscita a uscire dagli anni bui del terrore ed entrare in un processo democratico che oggi compie 30 anni, è anche grazie alla capacità delle singole persone che hanno saputo trasformare la loro sofferenza in impegno concreto per la riaffermazione dei diritti civili. Le nonne di Plaza de Mayo ne sono un esempio concreto: da 26 anni si battono per ritrovare i loro 'nietos', portando in giro una causa che oggi ha acquistato una dimensione internazionale”, ha continuato Cherniak.

All'incontro era presente anche Estela Carlotto che ha ricordato la sua storia: “ Nel 1977 mia figlia Laura è stata sequestrata mentre era incinta di tre mesi ed è stata assassinata dai militari argentini dopo aver partorito. Come succedeva in questi casi, il bambino è stato immediatamente consegnato a una famiglia considerata 'affidabile', in grado di crescerlo secondo i 'principi' della dittatura, gli stessi per cui i genitori naturali venivano assassinati” e ha continuato dicendo: “Visti i legami tra l'Italia e l'Argentina, dove metà dei cognomi è di origine italiana, pensiamo che sia possibile che qualche 'nieto' sia arrivato e rimasto qui da voi, forse nelle stesse università in cui erano venuti a studiare. Preghiamo chiunque abbia dubbi sulla propria identità di farsi avanti”. L'accertamento dell'identità viene fatto attraverso l'analisi del DNA.

La campagna, quindi, è ancora in corso.



Per rispondere alla campagna, il riferimento è l'ambito diplomatico argentino, consolati e ambasciata. Si può scrivere alle mail: dirittiumani@ambasciatargentina.it oppure dubbio@retexi.it, entrambi protetti dallo spam bot.

Si possono anche chiamare i seguenti numeri: 335-5866777 oppure 06-48073300, i funzionari garantiscono assoluta discrezionalità.


mercoledì 4 giugno 2014

Kamchatka: quando il gioco diventa realtà



La Kamchatka per molti è solo una regione da conquistare nel gioco del Risiko. E a Risiko, in effetti, gioca il protagonista di un romanzo (che è anche diventato un film, dal titolo omonimo del regista Marcelo Piñeyro).

Stiamo parlando del romanzo di Marcelo Fugueras, scrittore, sceneggiatore e giornalista di Buenos Aires, edito da L'asino d'oro, ambientato durante la dittatura militare che infestò il Sudamerica tra il 1976 e il 1983. Storia recente, dunque, di cui si parla pochissimo.

E noi vogliamo farlo attraverso questo libro in cui la storia è narrata da un bambino, Harry, che come tutti i suoi coetanei, ama giocare a Risiko con l'amico Bertuccio e ama tanto i genitori e il fratello minore, il Nano. Raccontare l'orrore e la paura, il rischio e il coraggio dei dissidenti tramite gli occhi di un bambino non è operazione facile, ma sicuramente è utile per tutelare anche i lettori dalla violenza e dal dolore perchè Harry, con la sua infantile ingenuità, vive tutto come se fosse un gioco: anche la necessità di cambiare nome e identità.

Interessante la spiegazione che lo scrittore ha dato per questa sua scelta: dice di non aver voluto scrivere di desaparecidos perchè, parlare di quelle persone in questi termini, significa farle diventare come fantasmi, senza nome, solo numeri. Ha voluto raccontare, invece, una storia di persone, di figli e genitori, di una intera famiglia. Una storia in cui tutti si possano identificare in quanto figli, genitori, uomini, donne e bambini.

I protagonisti del romanzo (come quelli del film), infatti, hanno pregi e difetti come tutti, limiti e punti di forza: mettono la propria vita a servizo di una causa e di valori fondamentali e lo fanno giorno dopo giorno, da persone comuni che vivono la loro comune quotidianità. Persone che sanno anche ridere, che vivono con gioia anche se non sanno quanto questa gioia durerà. Genitori che insegnano ai propri figli l'onestà e la coerenza, ma soprattutto l'amore e il rispetto per gli altri.

Giocare a cowboy, al pirata o all'agente segreto, in fondo, è un gioco di ruolo che insegna a cambiare identità a seconda delle circostanze e cambiare identità in nome della libertà è il gioco più grande. E solo così, con la certezza di aver vissuto anche solo per poco ma con passione e per un grande ideale, la vita si prende gioco della morte e vince.
 

lunedì 7 ottobre 2013

Vado a scuola: il diritto allo studio ai quattro angoli del mondo



Jackson, 10 anni, keniota; Samuel, 11 anni, indiano; Carlos, anche lui undicenne, argentino; Zahira, 12 anni, unica femmina, marocchina. Questi sono i protagonisti del documentario, da pochissimo nelle sale italiane, intitolato Vado a scuola, del regista (e viaggiatore) francese Pascal Plisson che segue i quattro bambini nel loro viaggio lungo, difficile e pericoloso, verso la mèta agognata: la scuola, appunto.
Tutte le mattine, Jackson e la sorella attraversano la savana, camminando per 15 km e con il rischio di incontrare elefanti o altri animali feroci; Carlos deve, invece, attraversare l'altopiano della Patagonia in sella al suo cavallo per un'ora e mezza; Zahira scende dai monti dell'Atlante del Marocco, a piedi. Il suo percorso è talmente faticoso che, insieme a due amiche, è costretta a fermarsi in collegio per qualche giorno per poi riprendere il cammino tra valli e sentieri. E poi c'è Samuel, costretto su una sedia a rotelle a causa della poliomelite, che viene trasportato dai due fratelli su strade accidentate.
Sono veri e propri pellegrinaggi, questi viaggi affrontati, con tenacia e coraggio, dai ragazzini che hanno ben chiaro il significato e l'importanza dello studio. Questi bambini sono supportati dalle loro famiglie che, nonostante la povertà e la difficoltà del vivere quotidiano, condividono il loro desiderio di apprendimento e di conoscenza.
Dal punto di vista tecnico il film suscita qualche perplessità: le inquadrature eccessivamente curate nella fotografia e una regia impeccabile tolgono naturalezza al girato; i bambini, qualche volta, sembrano recitare una parte già scritta; la colonna sonora che accompagna le immagini rende il lavoro espressamente didascalico.
Ma resta, comunque, un documentario utile per ricordare, a tutti noi, quanto la possibilità di studiare sia un regalo e un'opportunità, come viene ricordato nell'incipit del racconto filmico: “ Dimentichiamo troppo spesso che andare a scuola è una fortuna. In alcune parti del mondo arrivare a scuola è un'impresa e accedere all'istruzione una conquista. Ogni mattina, a volte a rischio della loro stessa vita, eroici bambini si incamminano verso la conoscenza...”.
Per Jackson, Carlos, Samuel e Zahira andare a scuola è un'avventura, una difficoltà, ma anche una grande gioia: e tutto questo vuol dire vivere e costruire il proprio futuro.



venerdì 6 settembre 2013

Infanzia clandestina: un film sulla dittatura ad altezza di bambino


Dopo l'anteprima nazionale al festival del Cinema africano, d'Asia e America latina di Milano, è  uscito nelle sale cinematografiche italiane il 29 agosto scorso e la data di programmazione non aiuta l'affluenza di pubblico, ma è un film da tenere presente: stiamo parlando di Infanzia clandestina del regista Benjamin Avila che, in questa sua opera prima, racconta in parte una vicenda autobiografica per estendere la narrazione alla vita in Argentina tra il 1976 e il 1983, ovvero gli anni dell'ultima dittatura militare.
La storia è ambientata nel 1979: dopo la morte del presidente Juan Pèron, il Paese è governato dai militari. Dopo molti anni di esilio - i genitori del dodicenne Juan - Cristina e Horacio, insieme allo zio Beto - decidono di fare ritorno in Argentina per ricongiungersi al gruppo rivoluzionario dei Montoneros. Nessuno deve sapere del loro rientro in patria e lo stesso Juan è costretto a cambiare la propria identità: a cambiare il nome in Ernesto (come Che Guevara), a cambiare accento, a cambiare abitudini.
Non è serena la vita di un bambino diventato adulto troppo in fretta, ma Juan/Ernesto mantiene la capacità di fantasticare, di vivere una quotidianità che sembri normale e di proteggere i propri cari fino a quando un evento inaspettato quanto dirompente sconvolgerà il suo equilibrio e quello della sua famiglia: l'amore per la bella Maria farà provare 
a Juan emozioni forti e l'illusione di una fuga lontano dalla paura e dalla clandestinità.
A differenza di altre pellicole sui temi dei desaparecidos e delle dittature sudamericane, il lavoro di Avila entra, con delicatezza ma anche senso critico, nelle pieghe dei giorni di chi ha scelto, all'epoca, la strada della lotta politica anche a rischio della propria esistenza e di quella dei propri familiari. E questo consegna al pubblico un importante spunto di riflessione. Ma la bellezza del film è anche data dal fatto che gli sceneggiatori - lo stesso regista insieme a Marcelo Müller - abbiano deciso di lasciare fuori campo la violenza, rendendo le scene più forti attraverso disegni (che omaggiano Tarantino) di sangue, di spari, di morti per dare, invece, maggior spazio alle relazioni tra i componenti del nucleo familiare e dei compagni attivisti. I genitori di Juan si amano molto; il ragazzino è molto attento alla sua sorellina di pochi mesi; lo zio Beto è una figura carismatica, punto di riferimento per tutti, giovani e adulti; e poi la nonna...che, come molti, non comprende la scelta di Cristina e Horacio, ma la rispetta, seppur dolorosamente.
Una colonna sonora ricercata, l'uso del rallenty in alcune scene, la cinepresa spesso ad altezza di bambino, rendono sullo schermo l'atmosfera di quel periodo duro, contraddittorio, spaventoso, ma il film - senza tralasciare la drammaticità degli eventi e, forse, anche la loro attualità - non trascura nemmeno la speranza, quella speranza che può essere veicolata solo dai ricordi e dall'amore di chi è rimasto in vita.




sabato 23 marzo 2013

Mujeres argentinas (si) raccontano


Una mostra che documenta e racconta il percorso esistenziale e artistico di sette donne argentine, emigrate in Italia. A Roma, presso il Museo “Luigi Pigorini”, dal 9 al 23 marzo.


Molti i cognomi italiani in Argentina, come abbiamo già ricordato nell'articolo intitolato “Italiani d'altrove: parole di poeti che scrivono in altre lingue, ma continuano a sentire in italiano”: Piazzolla, De Caro, Pugliese. Molti gli italiani emigrati in Argentina, in passato, che - a Buenos Aires, Cordoba, Mendoza - hanno costruito associazioni, e industrie e hanno prodotto arte. Ma si parla per lo più di uomini.
Tantissime, invece, anche le donne che, dal Bel Paese, sono andate a vivere in Argentina oppure che dal Paese sudamericano hanno deciso di venire in Italia. Il problema, però, è che molti argentini hanno la doppia cittadinanza, arrivano qui con il passaporto italiano senza avere contatti con il Consolato di appartenenza per cui il Consolato stesso ha solo una stima del 50% delle persone che arrivano in Italia.
L'esposizione romana si concentra sulla vitale presenza delle donne argentine: si tratta della vita e dell'operato di ballerine, scrittrici, musiciste, attrici e di una videomaker che portano nelle vie e nelle piazze italiane, ad esempio, il murga - una forma di teatro di strada che unisce danza, canto e musica - e, con esso, la propria cultura. Anche il linguaggio delle immagini e delle poesia cattura istanti di bellezza e veicola la riflessione sul mondo, sulla realtà: una realtà in continua trasformazione.
Anche l'allestimento del percorso espositivo è interessante: le tre curatrici (Inés Grion, giornalista; Marina Rivera, designer; Leticia Marrone, sociologa, tutte e tre italo-argentine) hanno creato - attraverso la tecnica del reportage - una mostra multimediale. La scenografia è costituita dal soggiorno di un'abitazione, uno spazio intimo che permette di raccontare e di raccontarsi, prendendo in considerazione i temi della Memoria, dell'immaginazione, della quotidianità e delle aspettative per il Futuro. E Le donne argentine, che visitano la mostra, possono inserire le loro fotografie all'interno delle cornici - rimaste ancora vuote - nel salotto “artistico”: in questo modo non saranno solamente spettatrici, ma diventeranno, simbolicamente, anche loro protagoniste di un lavoro che parla di immigrazione e creatività, declinate al femminile.          




                      

domenica 3 febbraio 2013

Italiani d' altrove: parole di poeti che scrivono in altre lingue, ma continuano a sentire in italiano, Rayuela edizioni

 

Persone che hanno una doppia cittadinanza, che vivono in due Paesi diversi, ma per molti aspetti, simili. Si parla, in questo caso, di Italia e Argentina (o Uruguay) perchè il libro intitolato Italiani d'altrove. Parole di poeti che scrivono in altre lingue, ma continuano a sentire in italiano – per Rayuela edizioni – raccoglie liriche di autori argentini, di origine italiana: tutti i loro cognomi, infatti, sono italiani.
La raccolta è curata (e i testi tradotti) da Milton Fernandez, attore-scrittore-drammaturgo uruguayano e direttore artistico del Festival della Letteratura di Milano, il quale ha ascoltato le parole di queste persone che si sono trasferite in Argentina e che scrivono in spagnolo e ha deciso di restituire ai lettori le loro emozioni, i loro pensieri, i loro ricordi. Sì, perchè questi emigranti continuano a sentire e a pensare in italiano per quella sorta di “meccanismo della nostalgia”, così complesso, che molti si portano dentro.
La stessa città di Buenos Aires è popolata da tantissimi italiani e i suoi quartieri ricreano una mappa dell'Italia, riproducendone anche l'architettura delle città: c'è il quartiere genovese (la Boca), quello calabrese, quello friulano in cui si parla con gli accenti di quelle zone. E lì si avverte un senso di appartenenza, sia alla cultura argentina sia a quella italiana.
Molti dei poeti che hanno arricchito l'antologia non sono mai stati in Italia, ma ne hanno un'idea, che è quella riportata dai loro genitori o dai loro nonni: ma i ricordi, spesso, con il tempo, sbiadiscono o si trasformano. I migranti, infatti, come sostiene Milton Fernandez “sono portatori sani di Paesi immaginari” ed ecco, quindi, che i luoghi raccontati sono quelli tramandati da altri, magari sono Paesi che non esistono neanche più, ma rimangono in vita nell'immaginazione o nella memoria e questo aiuta a spiegare l'etimologia della parola “nostalgia” che è: “il dolore del ritorno”, quella malinconia che accompagna tutti i migranti quando sono lontani, e quella delusione che li tocca quando scoprono una realtà diversa da quella immaginata o ricordata. Ma è un dolore che si impara a gestire se lo si fa diventare ricchezza interiore.

La raccolta di poesie è stata presentata il 2 febbraio 2013 alla Casa delle Culture del mondo di Milano. Ci piace anche ricordare perchè è stato scelto, come nome della casa editrice, quello di “Rayuela”:

La Rayuela (il gioco del mondo) si gioca con un sassolino che bisogna spingere con la punta della scarpa. Ingredienti: un marciapiede, un sassolino e un bel disegno fatto col gessetto, preferibilmente a colori. In alto sta il cielo, sotto sta la terra, è molto difficile arrivare con il sassolino al cielo, quasi sempre si fanno male i calcoli e il sassolino esce dal disegno. Poco a poco, nonostante tutto, si comincia ad acquisire la necessaria abilità per salvare le diverse caselle, (Rayuela chiocciola, Rayuela rettangolare, Rayuela fantasia, poco usata) e un giorno si impara a uscire dalla terra e a far risalire il sassolino fino al cielo, fino a entrare nel cielo (…), il brutto è che proprio a quel punto, quando quasi nessuno ha ancora imparato a far salire il sassolino fino al cielo, finisce di colpo l'infanzia e si casca nei romanzi, nell'angoscia da due soldi, nella speculazione di un altro cielo al quale bisogna comunque imparare ad arrivare. E siccome si è usciti dall'infanzia...ci si dimentica che per arrivare al cielo si ha bisogno di questi ingredienti, un sassolino e la punta di una scarpa”. Julio Cortàzar