Visualizzazione post con etichetta somalia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta somalia. Mostra tutti i post

mercoledì 15 ottobre 2014

Un ricettario "atipico"



Riceviamo questa comunicazione su Roma e la condividiamo.




Cum Panis.
Storie di fuga, identità e memorie, in quattro ricette

a seguire proiezione del video documentario Mix-Up







Venerdì 17 ottobre - Ore 17.30







Biblioteca Goffredo Mameli, Via del Pigneto 22, Roma






Il volume Cum Panis non è un semplice ricettario o lo è in maniera “atipica”.



Le ricette presentate sono solo un gustoso pretesto per raccontare le storie di vita di quattro donne rifugiate, provenienti da Somalia, Eritrea, Siria e Palestina, raccolte dagli autori e rielaborate nel video Mix-Up di Alessandro Gordano.



Hamdi, Yurdanos, Julieta e Maisam, cercano di riannodare, dietro i fornelli delle loro nuove case, i fili di un recente passato bruscamente interrotto dalla guerra, per condividere cibo e speranze con chiunque voglia accostarsi alle loro tavole.




Saluti:



Gabriella Sanna, Responsabile Servizio Intercultura - Biblioteche di Roma





Interverranno:




Khalid Chaouki, Deputato PD, coordinatore intergruppo immigrazione



Enza Papa, attivista Associazione “La Kasbah”



Francesco Mollo, giornalista Quotidiano della Calabria



Alessandro Gordano regista di Mix-Up



Cristina Passacantando, Servizio Centrale per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar).





Seguirà un rinfresco di specialità mediorientali offerto dalla Cooperativa Auxilium.

sabato 14 giugno 2014

Un premio per Samia



Con 93 voti, il romanzo Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella ha vinto il Premio Strega Giovani e guida la cinquina del premio principale, oltre ad aver ottenuto anche il premio Società Dante Alighieri. E noi siamo felici di ripubblicare una breve intervista che qualche settimana fa abbiamo avuto occasione di fare all'autore, congratulandoci ancora e ringraziandolo per averci fatto conoscere la storia di Samia.
 
 
Non dirmi che hai paura: dare la vita per un sogno   



Una storia esemplare, quella di Samia, una ragazzina di Mogadiscio che ha la corsa nelle gambe e nel cuore: Samia corre in nome della libertà di tutte le donne, in particolare di quelle somale che vivono in una situazione di guerra e di sopraffazione. Samia corre in nome della libertà e della giustizia. Samia condivide i suoi sogni e i suoi ideali con il suo amico Ali e primo allenatore che crede in lei, nella sua tenacia e nella sua forza. Samia, infatti, riesce a qualificarsi, a soli 17 anni, ai Giochi olimpici di Pechino, diventando un simbolo. Il destino di Samia sarà tragico, come quello di tanti migranti, ma la sua giovane vita porta in sé, e regala al futuro, la gioia del riscatto.




Quando nasce il progetto del libro e perché ha ritenuto necessario raccontare questa storia?

L’idea di raccontare la vita di Samia Yusuf Omar è nata quando mi sono imbattuto nella notizia della vita e della morte di Samia (ero in Africa, a Lamu, in Kenya e stavo svolgendo delle ricerche per un’altra storia) mi sono sentito in colpa da italiano per la sua morte e ho deciso che avrei raccontato nel paese che Samia vedeva come sua salvezza e speranza di vita nuova e in cui non era mai riuscita ad arrivare – il mio stesso paese, l’Italia – la sua storia. Per cercare di creare materiale letterario dalla speranza e dal dolore. E per risarcire, in qualche modo, il destino di Samia.

Samia Yusuf Omar nasce a Mogadiscio, in una terra colonizzata dagli italiani e oggi ancora dilaniata dalla guerra: quanto è importante mantenere viva la memoria sulla Storia di ieri per capire il Presente?

È fondamentale. La memoria è come il respiro ed è un arco teso. Soltanto caricandolo all’indietro si può avere una direzione e una meta.

Il racconto della vita della protagonista si può definire come un "racconto di formazione"? E ci può anticipare il motivo per cui Samia diventa il simbolo di tutte le donne musulmane nel mondo?

È una storia di formazione, perché è la storia della formazione di Samia, da quando ha 8 anni a quando ne ha 21. Samia diventa simbolo perché per correre al massimo delle sue potenzialità compie un gesto ovvio e al contempo rivoluzionario: decide di correre alle Olimpiadi senza velo.

Si tratta anche di una storia di migrazione, di tenacia e di coraggio, con una sorta di “lieto fine” : la sua storia è importante per abbattere gli stereotipi e i pregiudizi sui richiedenti asilo, sui profughi e sui migranti in generale?

La storia di Samia purtroppo non ha un lieto fine nel senso consueto del termine, perché Samia muore al largo di Lampedusa. Ma contiene un lieto fine nel senso che è una storia di speranza e di coraggio.

domenica 6 aprile 2014

Non dirmi che hai paura: dare la vita per un sogno



Uscito da poco nelle librerie, il romanzo Non dirmi che non hai paura di Giuseppe Catozzella è già un successo ed è candidato per il Premio Strega 2014. Una storia esemplare, quella di Samia, una ragazzina di Mogadiscio che ha la corsa nelle gambe e nel cuore: Samia corre in nome della libertà di tutte le donne, in particolare di quelle somale che vivono in una situazione di guerra e di sopraffazione. Samia corre in nome della libertà e della giustizia. Samia condivide i suoi sogni e i suoi ideali con il suo amico Ali e primo allenatore che crede in lei, nella sua tenacia e nella sua forza. Samia, infatti, riesce a qualificarsi, a soli 17 anni, ai Giochi olimpici di Pechino, diventando un simbolo. Il destino di Samia sarà tragico, come quello di tanti migranti, ma la sua giovane vita porta in sé, e regala al futuro, la gioia del riscatto.




Abbiamo avuto l'occasione di fare qualche domanda, per voi, all'autore. Ringraziamo molto Giuseppe Catozzella per la sua disponibilità.




Quando nasce il progetto del libro e perché ha ritenuto necessario raccontare questa storia?

L’idea di raccontare la vita di Samia Yusuf Omar è nata quando mi sono imbattuto nella notizia della vita e della morte di Samia (ero in Africa, a Lamu, in Kenya e stavo svolgendo delle ricerche per un’altra storia) mi sono sentito in colpa da italiano per la sua morte e ho deciso che avrei raccontato nel Paese che Samia vedeva come sua salvezza e speranza di vita nuova e in cui non era mai riuscita ad arrivare – il mio stesso Paese, l’Italia – la sua storia. Per cercare di creare materiale letterario dalla speranza e dal dolore. E per risarcire, in qualche modo, il destino di Samia.


Samia Yusuf Omar nasce a Mogadiscio, in una terra colonizzata dagli italiani e oggi ancora dilaniata dalla guerra: quanto è importante mantenere viva la memoria sulla Storia di ieri per capire il Presente?



È fondamentale. La memoria è come il respiro ed è un arco teso. Soltanto caricandolo all’indietro si può avere una direzione e una meta.



Il racconto della vita della protagonista si può definire come un "racconto di formazione"? E ci può anticipare il motivo per cui Samia diventa il simbolo di tutte le donne musulmane nel mondo?



È una storia di formazione, perché è la storia della formazione di Samia, da quando ha 8 anni a quando ne ha 21. Samia diventa simbolo perché per correre al massimo delle sue potenzialità compie un gesto ovvio e al contempo rivoluzionario: decide di correre alle Olimpiadi senza velo.



Si tratta anche di una storia di migrazione, di tenacia e di coraggio,in un certo senso anche con un lieto fine: è importante, questo per dare un segnale a chi affronta, ogni giorno, il "viaggio della speranza", ma anche per abbattere gli stereotipi e i pregiudizi sui richiedenti asilo, sui profughi e sui migranti in generale?

La storia di Samia purtroppo non ha un lieto fine nel senso consueto del termine, perché Samia muore al largo di Lampedusa. Ma contiene un lieto fine nel senso che è una storia di speranza e di coraggio.




sabato 14 dicembre 2013

Lontano da Mogadiscio: partire dal Passato per capire meglio il Presente





Shirin Fazel Ramzanali è nata a Mogadiscio; ha studiato nelle scuole italiane della Somalia, agli inizi degli anni '70, e poi si è trasferita in Italia, con la sua famiglia, per fuggire dal regime dittatoriale di Siad Barre. Nel 1994 ha scritto un libro, diventato un testo fondamentale per parlare di colonialismo e primo vero esempio di letteratura italiana della migrazione.
Un testo che narra la Storia attraverso uno stile "meticcio": spunti, considerazioni, note biografiche, riflessioni politiche. Un libro diviso in sei parti: la prima incentrata sulla Somalia un Paese che, come scrive l'autrice: "Un tempo era il Paese delle favole"; nella seconda parte predomina l'aspetto autobiografico con la diffidenza, da aprte degli italiani, nei confronti di chi aveva il colore della pelle più scuro; poi la scrittrice racconta i viaggi all'estero a fianco del marito e, nella quarta parte, riporta la brutalità della guerra civile in Somalia per riprendere l'argomento nella sezione successiva in cui spiega come il suo Paese d'origine sia stato sfruttato dalle superpotenze occidentali. La scrittrice, infine, racconta l'inserimento nella società italiana.
Lontano da Mogadiscio torna in versione e-book e in edizione bilingue (italiano e inglese) ed è arricchito da una postfazione di Simone Brioni.


Abbiamo intervistato per voi Shirin Fazel Ramzanali che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità    





Shirin Fazel Ramzanali




Perchè la decisione di far uscire di nuovo il libro, apparso nel 1994, come primo testo di letteratura post-coloniale?

Lontano da Mogadiscio, a distanza di vent’anni è un libro vivo, fa discutere su temi importanti. E’stato usato e lo usano tuttora nella sezione di Italianistica in molte università. Purtroppo il cartaceo, dopo un numero di anni, va fuori stampa e diventa introvabile. La nuova versione è bilingue, italiano-inglese; ed il fatto che è in formato e-book lo rende reperibile ad un’ampia cerchia di lettori internazionali.
E’ una opportunità per i giovani (italiani e somali) che vorranno leggerlo, scoprire che Mogadiscio un tempo poteva sembrare una città di provincia italiana. Si tende a guardare il presente senza riflettere sul passato, dimenticando molto spesso che il fenomeno dell’immigrazione è in parte anche legato ad un passato coloniale di molte nazioni europee.
La versione inglese è tradotta da me. Alcuni brani li ho riscritti, per cercare di trasmettere le emozioni del momento. Questa riscrittura sicuramente darà una nuova chiave di lettura al testo.
Nei capitoli inediti parlo delle mie esperienze degli ultimi decenni maturate durante le mie permanenze in paesi diversi, racconto di luoghi come la città inglese di Birmingham dove risiede una folta comunità di somali. Sono a contatto con la diaspora e consapevole di tutte le problematiche e difficoltà che si trascina dietro. Inoltre, osservo e racconto con distacco questa Italia che sta cambiando volto, ma ahimè attuando anche nuove sottili forme di discriminazione.





Che cosa è cambiato, a distanza di vent'anni, nel suo Paese d'origine?


Purtroppo in questi ultimi vent’anni la Somalia è stata violentata, sfruttata, calpestata senza avere una voce in capitolo a livello mondiale come stato sovrano. Milioni di rifugiati sparsi nei quattro continenti, hanno faticato per rifarsi una nuova vita. Anche se fisicamente lontani, hanno sempre sostenuto, con le loro rimesse ai parenti, l’economia del paese. Abbiamo una generazione che ha conosciuto solo guerra e continua a cercare all’estero una vita migliore. Sono ancora fresche nella memoria le immagini delle centinaia di persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo. I giovani che rappresentano il futuro della nazione purtroppo non hanno prospettive. Penso che la Somalia ha sofferto abbastanza, e ha vissuto sulla propria pelle gli orrori di una guerra civile. Certamente c’è chi ha beneficiato di questa situazione, ma non voglio innescare una polemica. Voglio essere positiva anche perché finalmente per la Somalia si è aperto un nuovo orizzonte. Anche se ci sono elementi che mirano a destabilizzare il paese, si ha la palpabile sensazione di una luce in fondo al tunnel. Oggi c’è un governo stabile, e riconosciuto. A Mogadiscio si stanno riaprendo le ambasciate. Il paese cerca una rinascita in tutti i settori. Questa energia positiva ha innescato nei somali che vivono all’estero la voglia di ritornare in patria e di portare il loro know-how acquisito in questi lunghi anni di forzato esilio.



Ci può raccontare quali sono state le difficoltà durante il suo inserimento nella società italiana?

Io sono arrivata in Italia nei primi anni settanta già come cittadina italiana. Avendo frequentato le scuole italiane, ed essendo bilingue sin da bambina, non ho avuto barriere a livello linguistico. Venendo però da una città multiculturale, mi sono dovuta adattare ad una città provinciale italiana che prima di allora non aveva avuto contatti con persone di provenienza africana. Ho subìto sguardi di gente curiosa, che mi rivolgeva domande imbarazzanti. Non è bello sentirsi osservata come un fenomeno di baraccone.



Qual è il suo rapporto con l'Italia e con gli italiani, oggi?

L’Italia è il mio paese, ho vissuto i cambiamenti politici e sociali degli ultimi quaranta anni. I miei genitori sono sepolti qui. I miei figli e nipoti sono nati in questa terra . Mi sento inserita, vivo e partecipo i problemi che tutti i cittadini affrontano. Il mio rapporto con l’Italia di oggi è quello che vivono un po’ tutti. Anche se vivo all’estero, grazie alla tv satellitare e le varie risorse che la tecnologia ci offre, sono quotidianamente in contatto con la realtà italiana. Sono estremamente delusa da una classe politica che ha portato il paese allo sfascio, nonostante gli enormi sacrifici imposti alle famiglie italiane, nonostante le continue vessazioni subite dai piccoli imprenditori che sono la linfa vitale dell’economia italiana e malgrado il lavoro umile degli immigrati che con i loro sacrifici tengono a galla numerosi settori e contribuiscono fattivamente alla formazione del Pil. Vorrei finalmente al governo delle persone veramente capaci, in sintonia con il popolo e che avessero come priorità il benessere dell’Italia. In altre parole io, tutti noi vogliamo assistere ad un cambiamento positivo nella gestione della cosa pubblica.
Come italiana di origine somala, sono delusa del fatto che il governo italiano ha fatto troppo poco per accogliere i rifugiati somali. Come persona migrante sono indignata che
gli immigrati vengano penalizzati da leggi che non tutelano la loro dignità di persona o di cittadini.
Il mio rapporto vis-à-vis con gli italiani è di vecchia data, gli ho avuti come compagni dai tempi dell’asilo. “Ragazzi” con cui sono a contatto ancora oggi. Tra gli italiani ho amici, conoscenti e persone che stimo moltissimo. Conosco e scambio quattro chiacchiere con le persone che abitano nel mio quartiere. Ho un rapporto di confidenza con i miei vicini, ci beviamo un tè insieme. Io non mi creo barriere mentali.



Secondo lei, gli italiani hanno cambiato mentalità o permangono pregiudizi consolidati nei confronti degli stranieri?

Non mi piace generalizzare. Sparsi come formiche, per tutto il territorio italiano c’e il lavoro di migliaia di persone che ogni giorno si danno da fare per costruire una società sana e priva di pregiudizi.
Purtroppo sui media vanno a finire soltanto gli episodi di intolleranza e razzismo più eclatanti, ma riportati in una prospettiva che invece di condannarli senza possibilità di appello innescano piuttosto sterili polemiche che si trascinano inutilmente per settimane. Ci sono i politici che usano questo tipo di propaganda per fini elettorali. Di conseguenza l’uomo comune si lascia trascinare in questo vortice che non fa altro che alzare il livello di scontro e aumentare le paure per “l’altro”. Quello che secondo me deve cambiare nella nostra società è di dare spazio alla meritocrazia. Leggi che tutelano gli immigrati facendoli sentire anche politicamente parte del territorio in cui vivono. Non ghettizzarli. Riconoscere come cittadini italiani i ragazzi nati e cresciuti nel nostro paese, che in effetti sono italiani.
Che senso ha dire ad un giovane di pelle scura, nato e cresciuto in Italia di tornare al suo paese?
Solo quando una società dà pari opportunità ai propri cittadini allora cambia il modo di pensare, il modo di percepire l’altro.
Non si può credere di avere dei privilegi solo perché si è bianchi.
Non scordiamoci che la ricchezza dell’ Europa è costruita dallo sfruttamento di risorse primarie che provengono da paesi etichettati “poveri”.

venerdì 4 ottobre 2013

L'ennesima strage, in mare


Scriviamo questo articolo con tanta rabbia e tristezza. Lo pubblichiamo senza immagini, video o fotografiche, in segno di lutto. Un ennesimo lutto del mare.
A distanza di soli tre giorni dal naufragio di Scicli, il Mediterraneo si fa tomba per più di 94 persone mentre 250 sono ancora i dispersi.
Migranti dalla Somalia, ma anche dall' Eritrea e dal Ghana, scappati da Peasi in guerra o sotto dittatura. Tra loro anche donne e bambini: tre, in stato di gravidanza, sono state salvate così come trenta minori, tra cui un neonato di due mesi.
La causa di questo naufragio probabilmente è stato un incendio dovuto ad un cortocircuito a bordo del barcone che si è rovesciato sulla costa dell'isola dei Conigli. Nel tratto di mare circostante, chiazze d'olio, pezzi di legno, giubbotti salvagente: tracce di una tragedia che si ripete ormani troppo spesso, una “tragedia immane”, come l'ha definita anche il Premier Enrico Letta, che getta vergogna e sconforto su chi ha a cuore il destino degli altri.
Su quel barcone erano saliti 500 migranti, mentre ora “ci sono morti ovunque” racconta uno dei soccorritori che aggiunge: “ Sono decide i cadaveri, molti galleggiano. Sembra un incubo”.
L'allarme è stato dato dall'equipaggio, sono sette le motovedette impegnate nel recupero delle persone e alle operazioni hanno partecipato anche i pescherecci e le imbarcazioni da diporto: un enorme dispiegamento di forze che sottolinea la gravità della situazione.
Gli uomini, le donne e i bambini superstiti sono stati portati, in elicottero, presso le strutture ospedaliere dell'isola di Lampedusa e presentano sintomi di disidratazione, problemi alla pelle e altri disturbi derivanti dall'aver ingerito carburante. Oltre, ovviamente, allo stato di shock. Molti corpi di chi non ce l'ha fatta sono stati portati nell'hangar dell'aeroporto perchè nel cimitero cittadino non c'è più posto.
Fermato uno degli scafisti; la procura di Agrigento aprirà un'indagine per omicidio plurimo doloso; il Consiglio d'Europa, proprio mercoledì scorso, ha pubblicato un rapporto in cui viene criticata duramente la politica migratoria nel nostro Paese; Strasburgo ha considerato “sbagliate e controproducenti” le misure prese dai nostri governi per gestire i flussi migratori: eppure nulla cambia e il mare inghiotte giovani vite.

venerdì 26 luglio 2013

Un libro, una storia vera, un ricongiungimento





Somalia, 1991: è guerra civile. Mahad, come molti altri compaesani, perde tutto ed è costretto a scappare. Mahad ha una figlia, Murayo, affetta da tubercolosi intestinale e, nel '94, riesce a portarla all'ospedale militare italiano di Johar dove la bambina verrà curata, ma Mahad non può portarla con sé nella fuga dal conflitto, sarebbe troppo rischioso: la lascia, quindi, in ospedale dopo aver scattato un paio di fotografie.
Ma il tempo passa: il contingente militare deve ritirarsi e Murayo deve essere portata presso l'orfanotrofio di Mogadiscio. Il soldato italiano a cui è dato il compito di accompagnarla, però, cambia programma e il destino della piccola. La porta, infatti, con sé in Sicilia e decide di adottarla.
Murayo cresce in serenità, ma nella convinzione di aver perso i legami con la famiglia d'origine, fino a quando, dopo quattordici anni, durante una puntata della trasmissione televisiva “Chi l'ha visto?” viene fatto passare l'appello di un magro signore somalo, rifugiato nel campo profughi di Dadaab, in Kenya, dal quale ha continuato a scrivere all' ONU, alla Croce Rossa e ad altri enti per ritrovare sua figlia.
Murayo oggi ha 26 anni, è in procinto di laurearsi ed è riuscita a riabbracciare Mahad e sua sorella (la madre, nel frattempo, si è spenta). E nella puntata della trasmissione di Rai3 del 26 giugno scorso sono state trasmesse le immagini forti, emozionanti, intense di quel lungo, atteso e significativo abbraccio tra la giovane donna e il padre naturale.
Questa è la storia di Murayo e dei suoi due padri: quello africano e quello italiano. Una storia raccontata nel libro intitolato “Solo le montagne non si incontrano mai”, di Laura Boldrini, edito da Rizzoli.
Presidente della Camera, Laura Boldrini è stata a lungo portavoce ONU per i rifugiati e aveva fatto una promessa a Murayo: “Farò in modo che tu possa riabbracciare tuo padre”: il percorso, raccontato con grande partecipazione nel testo, è stato lungo e difficile. Un percorso geografico, ma soprattutto emozionale e psicologico, che ha coinvolto la ragazza, ma anche le sue due figure di riferimento maschili: una padre adottivo che accoglie e ha la capacità di capire l'esigenza della figlia di ricongiungersi con le proprie radici e la propria identità e un padre naturale che la affida ad un' altra guida, di un'altra cultura, regalandole un Futuro migliore del loro Passato.
La vicenda di Murayo, infine, è l'occasione di parlare dei profughi e delle loro condizioni, con realismo; è l'opportunità di raccontare un popolo al di là degli stereotipi; ma, in particolare, è un esempio di amore. Quell'amore incondizionato e profondo che ha permesso a una bambina, in difficoltà e in pericolo, di diventare una donna.