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venerdì 20 dicembre 2013

Il video delle polemiche e dell'ipocrisia




Sono persone eritree, ghanesi, siriane, kurde, nigeriane e di altre nazionalità. Sono persone e basta. Sono state riprese denudate, in fila, mentre sui loro corpi veniva sprizzato un getto di disinfestante per prevenire il pericolo di malattie infettive, ammesso che alcuni migranti ne siano affetti. Queste le immagini del video trasmesso in esclusiva dal TG2, un video che fa indignare.
Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, l'isola che da anni accoglie chi scappa dal proprio Paese d'origine e dove si trova il Centro di identificazione e di espulsione in cui sono state fatte le riprese, ha così commentato la situazione: “ E' una pratica da lager. Una pratica sanitaria non si fa all'aperto, irrorando gli ospiti nudi, con un tubo. Lampedusa e l'Italia intera si vergogna di queste pratiche di accoglienza”. A queste parole hanno fatto seguito molte altre di esponenti delle istituzioni. La Presidente della Camera, Laura Boldrini ha aggiunto: “ Uomini e donne, per essere sottoposti ad un trattamento sanitario, vengono fatti denudare all'aperto in pieno inverno. Quelle immagini non possono lasciarci indifferenti. Tanto più perchè arrivano dopo i tragici naufragi di ottobre e dopo gli impegni che l'Italia aveva assunto in materia d'accoglienza. Quesi trattamenti degradanti gettano sull'mmagine del nostro Paese un forte discredito e chiedono risposte di dignità”.
Si parla di “immagine” di un Paese quando si dovrebbe parlare di “civiltà” e, inoltre, in entrambi questi interventi viene ripetuto il termine “accoglienza”, ma l'accoglienza si mette in pratica con i fatti e non con discorsi e promesse.
Sono intervenuti, ovviamente, anche il Ministro per l'integrazione Cècile Kyenge e il Premier Enrico Letta, ai quali è stata fatta una richiesta chiara da parte di Laurens Jolles, delegato dell'UNHCR per l'Italia e il Sud Europa: “ Il centro di accoglienza dovrebbe essere riportato rapidamente alla sua capienza originaria di 850 posti” per dare agli ospiti un'assistenza adeguata.
Ma che le condizioni dei migranti che vengono smistati all'interno dei CIE siano gravissime non è notizia di attualità. E' una situazione che permane invariata da anni. L'Associazione per i Diritti Umani, alcuni mesi fa, ha intervistato Alexandta D'Onofrio che, in un progetto con Grabriele del Grande, ha realizzato un film dal titolo La vita che non CIE. Intervista che vi riproponiamo qui di seguito.

La vita che non CIE di Alexandra D'Onofrio

Più di mille migranti si trovano, in questo ultimo periodo, nel centro di accoglienza di Lampedusa: una struttura che avrebbe una capienza massima di 300 posti. Dall'isola i migranti vengono smistati nei CIE, Centri di identificazione e di espulsione. Ma cosa succede a queste persone, senza permesso di soggiorno, dentro e fuori dai Cie? Ne abbiamo parlato con Alexandra D'onofrio, regista del documentario intitolato La vita che non Cie, una trilogia di cortometraggi, prodotta da Fortress Europe, in cui si narrano le storie di un ragazzo che cerca di raggiungere la moglie incinta, dalla Tunisia all'Olanda; di un uomo che cerca di aiutare, dall'esterno, i suoi compagni rimasti all'interno del Cie di Torino, dopo esserci stato lui stesso; e di un figlio che non cresce con il padre, espulso in Marocco dopo aver vissuto tanti anni in Italia. Un lavoro cinematografico nato nel Cie di Modena dove, nel febbraio 2011, Gabriele Del Grande ha conosciuto Kabbour, il protagonista dell' ultima vicenda intitolata “Papà non torna più”. Alexandra D'Onofrio ha, poi, seguito Kabbour in Marocco e ha deciso di raccogliere altre storie per riflettere sul tema della giustizia e sulle politiche riguardanti l'immigrazione ma, soprattutto, per raccontare relazioni difficili e sentimenti universali.

La vita che non Cie è il titolo di una trilogia che, attraverso le vicende di un ragazzo, di un uomo e di un bambino, racconta l'odissea dei migranti da punti di vista differenti. Da dove nascono queste storie?

Abbiamo girato questo film tra marzo e aprile 2011 e ci siamo posti l'obiettivo di andare a cercare dei ritratti, delle storie che potessero raccontare ciò che non si viene a sapere dai canali ufficiali, dai media. Il problema è stato che, nel 2011, c'era il veto di entrare nei Cie per giornalisti e documentaristi (adesso, invece, c'è questa possibilità) e, quindi, abbiamo tessuto le storie di persone che ci hanno raccontato i Cie da fuori. Nel primo caso si racconta la storia d'amore di un ragazzo che è evaso: il fotografo Alessio Genovese - che ha seguito la vicenda fin dall'inizio e del quale ho usato le immagini lavorando in Audiodoc - aveva incontrato la moglie di Nizar e aveva cominciato a fotografare lei mentre andava a trovarlo al Cie. Dopo un mese c'è stata una rivolta, i reclusi sono evasi e il Cie è stato chiuso. Si tratta del Cie di Chinisia, fuori Trapani: Gabriele mi ha proposto di scrivere il soggetto e poi io ho seguito Nizar in Olanda dov'era andato per raggiunegre la sua compagna in attesa di un figlio... Attraverso questi corti abbiamo, infatti, voluto raccontare sentimenti universali: l'amore, la genitorialità, la solitudine.
Nel secondo corto si parla del Cie di Torino attraverso la storia di una persona rilasciata dopo circa cinque mesi di reclusione. Al tempo abitavamo a Torino e l'unica realtà che restava in contatto con i detenuti era una radio, Radio Black Out, che metteva in onda le interviste alle persone dentro il Cie. Abdelrahim, una volta uscito, si era impegnato a fare “da tramite” e a portare dentro alcune cose che potessero servire ai reclusi, come cibi o vestiti, ad esempio; il film, infatti, inizia con lui che va al mercato a comprare reggiseni per le ragazze della sezione femminile. Abbiamo cercato di capire quanto la vita di Abdelrahim fosse cambiata dopo l'esperienza di detenuto nel Cie e abbiamo anche cercato di capire il motivo della sua scelta di mantenere questa relazione con i compagni.
 La terza storia parla di una deportazione, di un rimpatrio. E' la storia di Kabbour che ha vissuto in Italia per 11 anni, ha fatto le medie e le superiori qui per poi lavorare nei mercati, ma si trova costretto a tornare in Marocco perchè vendeva CD contraffatti. E' un reato per il quale è stato considerato “socialmente pericoloso” e per cui ha perso il permesso di soggiorno ed è stato rispedito indietro. Nel frattempo, Kabbour si è formato una famiglia con una compagna, cittadina polacca, con cui ha avuto un bambino, Tareq che, l'anno in cui il padre è stato rimpatriato, aveva cinque anni.

In base alle testimonianze che avete raccolto, com'è la vita all'interno dei centri? O si deve parlare di sopravvivenza?

Una cosa interessante del primo corto è che siamo riusciti ad utilizzare materiale realizzato dai protagonisti stessi, che hanno filmato con i telefonini. Le immagini riprendono la traversata, i primissimi giorni con i festeggiamenti per essere riusciti ad arrivare, con cerchi di canti e danze, ma poi i cellulari hanno ripreso anche la situazione all'interno dei Cie, con le rivolte o con le persone che stanno lì senza fare niente, ingabbiate, a guardare il cielo. Per i reclusi la cosa straziante è non capire perchè: non hanno commesso reato, hanno solo fatto la traversata senza avere la carta giusta oppure si trovano senza permesso di soggiorno perchè l'hanno perso strada facendo o perchè il loro contratto di lavoro non è stato rinnovato. Non avere il permesso è un reato amministrativo che equivale a passare con il semaforo rosso, eppure queste persone sono detenute. Oltretutto, il periodo di reclusione è salito da sei a diciotto mesi.

Nei titoli di coda si sottolinea che il 60% delle persone trattenute non viene né identificato né rimpatriato. Dopo un anno e mezzo di Cie, cosa succede?

Una volta fuori, queste persone rischiano semplicemente di non essere ancora identificate e di essere riportate dentro. Mentre giravo la storia a Torino ci è stato spiegato che - siccome i detenuti non riescono a dare un senso a quello che succede, non sanno quando verranno rilasciati o se verranno riportati a casa - non riescono a dorire di notte e , quindi, chiedono i calmanti. I calmanti, però, vengono dati molto facilmente perchè servono anche a mantenere la calma all'interno del Cie; vengono usati per sedare la rabbia. Quando facevo le interviste per telefono, capivo che dall'altra parte c'era una persona che non riusciva a parlare perchè intontita dai farmaci.

Nel terzo corto, attraverso la storia di Kabbour e Tareq, padre e figlio, si affronta il tema del “principio del bilanciamento”, riconosciuto dalla Corte europea di Giustizia: di cosa si tratta?

Il principio del bilanciamento dice che spetta al giudice dare la priorità all'interesse del minore oppure a quello dello Stato. Se il soggetto è stato considerato un “pericolo sociale” ma ha un figlio, è lo Stato che decide a chi o a cosa dare la priorità, ma non esiste una normativa precisa riguardo a queste situazioni. Kabbour è uno di quelli che sono riusciti a vincere la causa e da circa due mesi è ritornato in Italia.



venerdì 18 ottobre 2013

Convegno: MEDIA e IMMIGRAZIONE. Dalla Carta di Roma all'etica professionale.Linguaggi per costruire la Cittadinanza comune


L'Associazione per i Diritti Umani ha partecipato,Venerdì 19 ottobre, al convegno nazionale - organizzato da All -TV .tv - primo canale televisivo italiano che promuove la “cittadinanza comune” - dal titolo: “Media e Immigrazione, dalla Carta di Roma all'etica professionale: linguaggi per costruire la cittadinanza comune”.
Il convegno è stato articolato in quattro segmenti: “L'integrazione crea lavoro: All-tv, oltre la web tv”; “All-tv costruire la cittadinanza comune: progetto,obiettivi”; “Per un'informazione senza discriminazione” e la tavola rotonda “Ruolo dei media per costruire la cittadinanza comune e l'integrazione” a cui hanno partecipato il Ministro per l'Integrazione, Cècile Kyenge, Kyle Scott, Console generale USA, Khawatmi Radwan, Presidente “Movimento Nuovi Italiani”, Claudio Martelli, ex Ministro della Giustizia e Presidente Opera Onlus, Peter Gomez, Direttore del ilfattoquotidiano.it, Giancarlo Mazzucca, Direttore de Il Giorno, Francesco Piccinini, Direttore responsabile Fanpage.it e Stefania Ragusa, Direttore responsabile Corriere Immigrazione.

Pubblichiamo alcune dichiarazioni del Ministro Cècile Kyenge





Riportiamo, inoltre, le parole della Presidente della Camera, Laura Boldrini, in una lettera ufficiale di saluto, indirizzata a All Tv:

...La Carta di Roma è nata da una profonda riflessione sull'uso delle parole e delle immagini e sulla centralità del lavoro di formazione, fatto a partire dalle esperienze quotidiane dei giornalisti. La cronaca ci dice ogni giorno quanto sia importante che la questione epocale delle migrazioni venga affrontata con la necessaria consapevolezza deontologica.insieme alla nuova regolamentazione legislativa, che è compito del Parlamento, l'opera dei media è altrettanto fondamentale per far crescere il rispetto dei diritti in un Paese più giusto e più inclusivo”.

venerdì 26 luglio 2013

Un libro, una storia vera, un ricongiungimento





Somalia, 1991: è guerra civile. Mahad, come molti altri compaesani, perde tutto ed è costretto a scappare. Mahad ha una figlia, Murayo, affetta da tubercolosi intestinale e, nel '94, riesce a portarla all'ospedale militare italiano di Johar dove la bambina verrà curata, ma Mahad non può portarla con sé nella fuga dal conflitto, sarebbe troppo rischioso: la lascia, quindi, in ospedale dopo aver scattato un paio di fotografie.
Ma il tempo passa: il contingente militare deve ritirarsi e Murayo deve essere portata presso l'orfanotrofio di Mogadiscio. Il soldato italiano a cui è dato il compito di accompagnarla, però, cambia programma e il destino della piccola. La porta, infatti, con sé in Sicilia e decide di adottarla.
Murayo cresce in serenità, ma nella convinzione di aver perso i legami con la famiglia d'origine, fino a quando, dopo quattordici anni, durante una puntata della trasmissione televisiva “Chi l'ha visto?” viene fatto passare l'appello di un magro signore somalo, rifugiato nel campo profughi di Dadaab, in Kenya, dal quale ha continuato a scrivere all' ONU, alla Croce Rossa e ad altri enti per ritrovare sua figlia.
Murayo oggi ha 26 anni, è in procinto di laurearsi ed è riuscita a riabbracciare Mahad e sua sorella (la madre, nel frattempo, si è spenta). E nella puntata della trasmissione di Rai3 del 26 giugno scorso sono state trasmesse le immagini forti, emozionanti, intense di quel lungo, atteso e significativo abbraccio tra la giovane donna e il padre naturale.
Questa è la storia di Murayo e dei suoi due padri: quello africano e quello italiano. Una storia raccontata nel libro intitolato “Solo le montagne non si incontrano mai”, di Laura Boldrini, edito da Rizzoli.
Presidente della Camera, Laura Boldrini è stata a lungo portavoce ONU per i rifugiati e aveva fatto una promessa a Murayo: “Farò in modo che tu possa riabbracciare tuo padre”: il percorso, raccontato con grande partecipazione nel testo, è stato lungo e difficile. Un percorso geografico, ma soprattutto emozionale e psicologico, che ha coinvolto la ragazza, ma anche le sue due figure di riferimento maschili: una padre adottivo che accoglie e ha la capacità di capire l'esigenza della figlia di ricongiungersi con le proprie radici e la propria identità e un padre naturale che la affida ad un' altra guida, di un'altra cultura, regalandole un Futuro migliore del loro Passato.
La vicenda di Murayo, infine, è l'occasione di parlare dei profughi e delle loro condizioni, con realismo; è l'opportunità di raccontare un popolo al di là degli stereotipi; ma, in particolare, è un esempio di amore. Quell'amore incondizionato e profondo che ha permesso a una bambina, in difficoltà e in pericolo, di diventare una donna.

mercoledì 19 giugno 2013

Ancora un attacco verbale al Ministro Kyenge

Ma mai nessuno che se la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato? Vergogna”: queste le parole di Doloros, “Dolly”, Valandro, consigliere leghista di quartiere, a Padova e, oltretutto, vice coordinatrice della commissione sanità, interventi sociali e politiche giovanili. Frasi choc rivolte contro il Ministro per l'integrazione, Cècile Kyenge e scritte, pubblicamente, su una pagina Facebook, accompagnate da un articolo scaricato da un sito specializzato nel riportare i crimini degli immigrati.
Questo, purtroppo, è l'ultima di una serie di dichiarazioni offensive e violente nei confronti del Ministro e ha scatenato l'indignazione di tantissimi utenti del social network e della società davvero “civile”.
La diratta interessata ha commentato l'accaduto con grandesaggezza: “ Non rispondo perchè ognuno di noi dovrebbe sentirsi offeso. Questo linguaggio non mi appartiene perchè istiga alla violenza tutta la cittadinanza. Chiunque deve sentirsi offeso, non solo io. Negli anni ho sempre lottato per un linguaggio non violento e questo impegno lo mantengo. Io parlo con tante persone, ognuno ha il proprio modo di pensare, ma non permetto che mi vengano imposti un comportamento e un linguaggio violenti. Vorrei che si difendesse sempre un linguaggio non violento”.
Il Premier, Enrico Letta, ha affermato, riferendosi alle esternazioni della Valandro e alla reazione del Ministro, che: “Cècile Kyenge ha ragione, ognuno di noi dovrebbe sentirsi offeso e anch'io mi sento offeso. Si tratta di parole che non meritano altro commento che il profondo sdegno. Merita invece, Cècile, tutta la solidarietà mia personale, del governo e del Paese”. A queste dichiarazioni si aggiunge anche quella del Presidente della Camera, Laura Boldrini che ha affermato: “ Le parole della consigliera leghista sono inaccettabili, intrise di razzismo e di odio, tanto più gravi perchè pronunciate da una donna con un incarico politico. Conosco Cècile Kyenge da tempo. Ho condiviso con lei battaglie di civiltà sui temi dell'immigrazione e dell'asilo. Le sono ancora più vicina oggi, dopo l'ignobile attacco di cui la ministra è vittima”.
Come spesso accade, la Valandro ha tentato di rimediare con una giustificazione: “E' stata una battuta in un momento di rabbia” per poi autosopendersi. E il Consiglio nazionale della Lega Nord, presieduto da Flavio Tosi, l'ha espulsa.


lunedì 29 aprile 2013

Molte donne per il nuovo governo italiano



Cecile Kyenge Kashetu

Nomi nuovi, nomi a sorpresa per la lista dei ministri che compone la squadra del neoeletto Presidente del Consiglio, Enrico Letta. E nella squadra molte donne: alle Pari opportunità e allo Sport la campionessa di kajak Josefa Idem, alla Giustizia Anna Maria Cancellieri, agli Affari esteri Emma Bonino, al ministero dell'Agricoltura Nunzia De Gerolamo, alla Salute Beatrice Lorenzin e Anna Maria Bernini alle Politiche comunitarie.
Ma l'Italia ora ha il suo primo ministro nero: ed è giusto dirlo. Cecile Kyenge Kashetu, ministro dell'Integrazione.
Nata a Kambove, nella Repubblica Democratica del Congo, residente in Italia dall'83, vive in provincia di Modena, sposata e madre di due figli, Cecile Kyenge si è laureata in medicina e chirurgia, con specializzazione in oculistica, già deputata del Pd, è portavoce nazionale della Rete Primo Marzo per cui si occupa di promuovere i diritti dei migranti e i diritti umani.
Il neoministro si è avvicinato alle tematiche dell'immigrazione, ha raccontato in una recente intervista, per le difficoltà che ha vissuto in prima persona: due anni dopo aver conseguito la laurea, non poteva accedere ad un concorso pubblico, come tanti altri immigrati come lei. Come prima donna dell'Africa sub-sahariana ad essere eletta nel Parlamento italiano ha affermato di aver provato un forte senso di responsabilità: impegno e responsabilità che l'hanno sempre guidata nel suo percorso umano e politico.
La scorsa edizione della Giornata senza di noi - lo sciopero dei migranti lavoratori, promosso dalla Rete Primo Marzo - è stata organizzata mettendo al centro della riflessione la libera circolazione delle persone immigrate, una nuova legge sulla cittadinanza e l'abrogazione della legge Bossi-Fini. E proprio queste saranno ancora le battaglie di Cecile Kyenge che, nel 2011, ha sottoscritto e divulgato la Carta mondiale dei migranti che riportiamo di seguito in versione integrale.
Intanto la Lega, attraverso le parole di Matteo Salvini, ha espresso la propria posizione riguardo alla scelta del Ministro per l'Integrazione: “Siamo pronti a fare opposizione totale al ministro per l'Integrazione, simbolo di una sinistra buonista e ipocrita, che vorrebbe cancellare il reato di clandestinità e per gli immigrati pensa solo ai diritti e non ai doveri...Venga in alcune città del Nord, a vedere come l'immigrazione di massa ha ridotto gli italiani a minoranza nei loro quartieri. I governatori leghisti del Nord faranno argine, nel nome del 'prima i residenti, prima gli italiani'”.
Ma Laura Boldrini Presidente della Camera, Emma Bonino (che si è sempre battuta per i diritti civili e umani) agli Affari Esteri e Cecile Kyenge all'Integrazione fanno ben sperare.


venerdì 26 aprile 2013

Laura Boldrini, a Milano, per celebrare la festa della liberazione


Riportiamo, di seguito, il discorso del Presidente della Camera, Laura Boldrini, pronunciato ieri a Milano, in occasione della 68ma Festa della Liberazione. Un 25 aprile 2013, riscaldato dal sole, ma soprattutto da centinaia di persone colorate, attente, sorridenti, convinte che non si debba smettere di credere nei valori giusti, nella Costituzione, nell'impegno.

Laura Boldrini
Care amiche e cari amici,
è per me un grande privilegio rivolgermi a voi in questa Piazza e in questa città.
Ho sfilato nel corteo e ora vi vedo da qui. Siete tanti, siamo in tanti, tantissimi! E c’è ancora chi parla del 25 Aprile come di una ricorrenza stanca e invecchiata. E anche questa mattina c’è stato chi ha scritto che questa festa è morta. Vengano qui gli scettici, gli increduli! Questa festa è più viva che mai. È la festa di tutti. Di tutti gli italiani liberi.

Oggi festeggiamo la riconquista della libertà, il dono più prezioso per ogni essere umano. C’è gioia ma c’è anche commozione, perché il nostro pensiero va ai tanti che per farci questo dono, la libertà, hanno perso la vita, sono stati uccisi, torturati, internati nei campi di sterminio. Ed erano giovani, giovanissimi. Di diverso orientamento politico, di diversa fede religiosa. La Resistenza non fu di parte. Fu un moto popolare e unitario, per restituire dignità all’Italia intera.
Quando sono stata eletta presidente della camera, mi è stato regalato un libro che conoscete bene : “Le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”. Un libro straordinario perché non è scritto con la penna, è scritto con la vita. La vita di tante persone.
Quello che più mi colpisce di quelle lettere è l’età di chi le scrisse, a poche ore dalla morte. Quasi tutti attorno ai vent’anni. Tutti animati da una grande speranza per il futuro dell’Italia.
Vorrei che da qui, a tanti anni di distanza, a quei ragazzi della Resistenza inviassimo un grande applauso, che è il nostro grazie per tutto quello che hanno fatto, per noi e per l’Italia.
Durante la mia esperienza negli organismi internazionali ho conosciuto gli orrori della guerra, non me li hanno raccontati: nei Balcani come in Medio Oriente o in Africa, altre ragazze e altri ragazzi feriti, imprigionati, torturati. E se riescono a mettersi in salvo diventano rifugiati, persone costrette a fuggire dai loro paesi perché vittime di persecuzioni e di violenze.

Come Sandro Pertini, costretto dal fascismo a riparare in Francia, e molti altri italiani come lui.
Così sono quei giovani della primavera araba che hanno sfidato regimi dittatoriali che sembravano irremovibili e molti altri in tutto il mondo che continuano a farlo, rischiando la vita ogni giorno. Sono anche loro combattenti per la libertà. E alcuni vivono in casa nostra, che deve essere anche casa loro. Ce lo dice la Costituzione! Ce lo dicono i nostri ideali : libertà, uguaglianza, fraternità!
Mai più il fascismo. Mai più guerre. Questa l’invocazione dell’Italia libera, subito dopo il 25 Aprile. E questo monito avevano in testa i costituenti nel redigere la nostra carta fondamentale.
Oggi, insieme alla Liberazione, celebriamo i valori della Costituzione: il ripudio della guerra, l’uguaglianza, la giustizia sociale.

È una giornata di ricordo. Ma deve essere anche l’occasione per riflettere e per chiederci : da che cosa ci siamo liberati il 25 Aprile?
Da un regime politico totalitario, innanzitutto. Ma anche dai valori che propugnava.
Ci siamo liberati dal mito della nazione e del popolo come comunità chiusa, che deve essere “purificata” da coloro che possono infettarla : i dissenzienti, i diversi, i deboli, le minoranze etniche e religiose.

Ci siamo liberati dall’autoritarismo e dal conformismo.
Ci siamo liberati da una concezione del potere tutta basata sulla violenza, dall’idea di superiorità razziale, dall’espansionismo aggressivo.
Ci siamo liberati dalla celebrazione della virilità, del maschilismo, della riduzione della donna a “madre e sposa”, dalla sua esclusione dal mercato del lavoro, dalla società e dalla politica.
Da tutto questo ci siamo liberati!

E abbiamo abbracciato altri valori: quelli di una società pluralista, dei diritti individuali e collettivi, della cittadinanza attiva. Quelli del ripudio della guerra e della ricerca della pace tra i popoli. Quelli della liberazione delle donne e dell’uguaglianza di genere.
Sono gli stessi valori che troviamo scolpiti nella Dichiarazione universale dei diritti umani, che è per me l’espressione più alta della cultura antifascista.
Sono i nostri valori, i valori della repubblica italiana.

Guai però a considerarli acquisiti una volta per tutte. Essi sono continuamente minacciati da gruppi e organizzazioni neofasciste. Gruppi pericolosi, perché cercano di fare proseliti tra i giovani. Approfittano dello smarrimento di ragazze e ragazzi ai quali è stata sottratta la fiducia nel futuro.
Vi è un pullulare di siti Internet che inneggiano al fascismo e al nazismo, all’odio razziale e alla violenza contro le donne. Questo, in un paese civile, non è tollerabile !
Esiste una convenzione del consiglio d’Europa, ratificata dall’Italia, che impegna gli Stati a punire chi, anche attraverso la rete, diffonde materiale xenofobo e, per odio razziale, minaccia e insulta altre persone.

Questa Convenzione va applicata rigorosamente.
Ma serve anche altro. Serve una battaglia culturale, di idee, di valori. Parliamo con i nostri ragazzi, non lasciamoli in preda a questa sottocultura ; trasmettiamo loro, nel modo più semplice e più chiaro possibile, la bellezza di quei valori che ci vedono insieme oggi, su questa piazza e in tante altre piazze d’Italia.

E smentiamo quei luoghi comuni che continuano a scorrere come un veleno nelle vene della società. Capita ad esempio di ascoltare perfino esponenti della politica e della cultura, affermare che ci sarebbero differenze tra un fascismo “buono” e un fascismo “cattivo”. Il primo sarebbe il fascismo “con il senso dello Stato”, il fascismo “modernizzatore”, il fascismo ricco di valori – l’onore, la patria, la famiglia. Il fascismo “cattivo” sarebbe quello dell’alleanza con Hitler, delle leggi razziali, della guerra.
Queste idee vengono da lontano e hanno fatto breccia in una parte dell’opinione pubblica. Si sono perfino convertite in luoghi comuni, in chiacchiera da bar. Ma sono idee completamente sbagliate e bisogna dirlo con forza!
Bisogna dire che non è mai esistito un fascismo buono. Che il fascismo è stato un regime illegittimo perché nato dall’esercizio massiccio della violenza squadristica e da una pratica del potere basata sull’assassinio politico, sulla soppressione delle libertà individuali e collettive, sulla persecuzione degli oppositori, sulla manipolazione dell’informazione.
Ce ne siamo liberati, con il 25 Aprile del 1945 e con la Costituzione del ’48.

Ma il germe dell’autoritarismo è sempre pronto a diffondersi, soprattutto in tempi di crisi economica. Non possiamo dimenticare che tra le cause scatenanti il fascismo vi fu la disoccupazione di massa che fece seguito alla prima guerra mondiale. E che il partito di Hitler fu sospinto al potere da masse di popolo senza lavoro e senza reddito, dopo la grande crisi del ’29.
Anche oggi, in diversi paesi europei, maturano risposte autoritarie e illiberali alla grave crisi economica che comprime come in una morsa la vita di milioni di persone.
Dobbiamo quindi stare in guardia e respingere ogni insorgenza neofascista e ogni populismo autoritario.
Ma dobbiamo soprattutto, le istituzioni debbono – il parlamento, il governo, le regioni – dare lavoro ai giovani, aiutare i pensionati, sostenere le madri e i padri di famiglia che perdono il lavoro, gli artigiani e i piccoli imprenditori strangolati dalla crisi.

No. Nessuno deve essere lasciato solo. Anche così si difende la democrazia!
E la democrazia ha bisogno costantemente di essere difesa. Quante volte gli italiani sono stati chiamati, nella storia repubblicana, a difendere la libertà e le istituzioni democratiche!
È stato necessario, perché il fascismo ha lasciato una impronta profonda sulla vita della Repubblica.
La vita delle istituzioni italiane è stata particolarmente travagliata, molto più di tutte le altre democrazie europee. È stata attraversata in modo più violento che altrove dalle lacerazioni della guerra fredda. Minacciata più di altre dalla presenza inquietante di strutture parallele, da settori militari e civili infedeli,dal rumore di sciabole…

L’Italia è stata colpita ripetutamente dalla violenza politica, dal massacro indiscriminato di cittadini inermi, dall’attacco militare della mafia, dalla barbarie del terrorismo, dall’assassinio a tradimento di servitori dello stato e di politici, sindacalisti, giornalisti. Tanti, troppi, anche dopo la Resistenza, hanno continuato a morire per difendere la nostra libertà e la nostra democrazia. Ci inchiniamo ancora una volta alla loro memoria, abbracciamo le loro famiglie, sentiamo come fosse nostro il loro dolore.
Anche grazie al loro sacrificio, l’Italia ha superato con coraggio quella fase terribile della sua storia.

Ma si tratta di una ferita dolorosa. Una ferita ancora aperta. Tante, troppe di quelle vite perdute nelle piazze, sui treni, sugli aerei, non hanno ricevuto giustizia. In tanti, troppi casi le istituzioni non hanno saputo dare una parola di certezza sugli esecutori e sugli strateghi del terrore.
Questa mancanza di verità e giustizia è una sconfitta per le istituzioni.
Per questo, ci tengo a dire proprio oggi, 25 aprile, che mi unisco a quanti chiedono l’abrogazione completa e definitiva del segreto di stato per i reati di strage e terrorismo.
Perché in un paese civile la verità e la giustizia non si possono barattare e non si possono calpestare.

Vorrei concludere con le parole che Piero Calamandrei rivolse ai giovani, qui a Milano, dieci anni dopo la Liberazione. Era un discorso sulle origini della nostra Costituzione. “Se volete andare in pellegrinaggio – disse Calamandrei – nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate li, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”.
Grazie, per avermi invitato a questa bella manifestazione, per avermi accolto con tanto affetto, per avermi permesso, in questa giornata di festa, di stare qui con voi, a Milano, città medaglia d’oro della Resistenza.


domenica 7 aprile 2013

Giornata Internazionale dei rom e dei sinti


Oggi, domenica 7 aprile 2013, l'Associazione 21 luglio organizza, a Roma, due momenti importanti di riflessione sulla situazione delle comunità rom e sinti in Italia. E domani, una delegazione di giovani rom sarà ricevuta dalla Presidente della Camera, on. Laura Boldrini.
Abbiamo rivolto alcune domande al Presidente dell'Associazione 21 luglio, Carlo Stasolla.

Qual è la situazione attuale della comunità rom in Italia?

In Italia sono stati censiti circa 170.000-180.000 rom, un numero molto esiguo se si pensa ad altri Paesi: basti pensare che in Spagna ci sono 800.000 rom e in Romania 2 milioni e mezzo. In Italia circa 1/5 di essi vive in insediamenti, quindi dobbiamo pensare che la maggioranza dei rom vive all'interno di abitazioni convenzionali.
I problemi riguardano, soprattutto, i rom che vivono negli insediamenti, nei cosiddetti “campi nomadi”, proprio a causa di una politica fortemente discriminatoria e segregativa che ha consentito, a partire dagli anni '90, l'inizio della costruzione dei “campi nomadi” e che, di fatto, ha avviato un processo di razzismo istituzionale, costringendo queste persone a vivere a parte, nei margini della città.

Qual è la differenza tra rom e sinti? E da cosa nasce il razzismo nei loro confronti?

Il razzismo ha radici molto antiche, ma nasce da una parola: da quando rom e sinti sono stati chiamati - dalle istituzioni e da media - “nomadi”. “Nomadi” sono persone che non vogliono vivere nei campi, persone diverse, che si muovono continuamente per sfuggire alla giustizia o al controllo istituzionale.
In Italia ci sono rom e sinti, due comunità diverse, che sono arrivate con migrazione diverse: ci sono i rom venuti nel nostro Paese dal '5000-'600 attraverso un percorso migratorio che li ha visti presenti prima in Germania e poi nel Nord Europa; e ci sono i sinti, arrivati qui negli anni '70-'80 dall'Est Europa, dalla Turchia, dalla Grecia, passando per i Paesi balcanici.

Di cosa parla il documentario “Campo sosta” che sarà una delle vostre iniziative per la Giornata Internazionale dei rom e dei sinti?

E' un lavoro di Stefano Liberti e Enrico Parenti - già autori di Mare chiuso - che racconta ciò che avviene in uno dei villaggi attrezzati della capitale. Villaggi in cui si è realizzata la discriminazione perchè sono spazi lontani dalle città, videosorvegliati, recintati e dove, su base etnica, vengono collocate le persone. Si tratta, quindi, di un racconto fatto dal di dentro, ascoltando e stando insieme ai ragazzi del villaggio di Salone - il più grande di Roma e d'Europa - per capire come i giovani vivono questa esperienza fortemente segregativa e ghettizzante.

Quali sono le richieste e le aspettative di ragazzi rom che incontreranno l'on. Laura Boldrini?

L'incontro avrà un duplice scopo: da una parte, raccontare la realtà rom nel nostro Paese. Questi ragazzi - che sono rappresentativi di diverse realtà rom - le racconteranno le proprie esperienze di vita per far comprendere al Presidente della Camera quella che è la situazione che vivono sulla propria pelle.
La richiesta formale, come associazione, sarà quella del riconoscimento della minoranza rom, così come quella di prendersi in carico lo status giuridico dei cittadini rom che sono, di fatto, apolidi: senza, appunto, cittadinanza e riconoscimento.

domenica 17 marzo 2013

Due Neopresidenti, due discorsi importanti


Quasi a sorpresa, ieri, sono stati nominati i Presidenti di Camera e Senato: Laura Boldrini , ex portavoce dell'Agenzia Onu per i rifiugiati politici, e Piero Grasso, ex procuratore nazionale antimafia: riportiamo di seguito i loro discorsi di insediamento. Senza commenti perchè le loro parole bastano a far sperare un Paese che deve ritrovare la direzione giusta.



«Vorrei innanzitutto indirizzare il mio saluto rispettoso al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano».

«Faccio i miei auguri soprattutto ai più giovani: a chi siede per la prima volta in quest'aula. Sono sicura che insieme riusciremo nell'impegno straordinario di rappresentare nel migliore dei modi le istituzioni repubblicane».

«Arrivo a questo incarico dopo aver trascorso tanti anni a difendere e rappresentare i duiritti degli ultimi in Italia e nel mondo. E' un'esperienza che mi accompagnerà sempre e che metto al servizio di questa Camera».

«Il mio pensiero va a chi ha perduto certezze e speranze. Abbiamo l'obbligo di fare unabattaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri: dobbiamo garantirli uno a uno. Quest'Aula dovrà ascoltare la sofferenza sociale. Dovremo farci carico dell'umiliazione delle donne uccise da violenza travestita da amore. Dovremo stare accanto ai detenuti che vicono in condizioni disumane e degradanti. Dovremo dare strumenti a chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato, a chi rischia di perdere la Cig, ai cosiddetti esodati, che nessuno di noi ha dimenticato. Ai tanti imprenditori che costituiscono una risorsa essenziale per l'economia italiana e che oggi sono schiacciati dal peso della crisi, alle vittime del terremoto e a chi subisce gli effetti della scarsa cura del nostro territorio».

«In Parlamento sono stati scritti dei diritti costruiti fuori da qui e che hanno liberato l'Italia e gli italiani dal fascismo. Ricordiamo il sacrificio di chi è morto per le istituzioni e dei morti per la mafia, che oggi vengono ricordati a Firenze».

«Molto dobbiamo anche al sacrifio di Aldo Moro e della sua scorta. Scrolliamoci di dosso ogni indugio, nel dare piena dignità alla nostra istituzione che sta per riprendere la centralità del suo ruolo».

«Facciamo di questa Camera la casa della buona politica. Il nostro lavoro sarà trasparente, anche in una scelta di sobrietà che dobbiamo agli italiani».

«Sarò, la presidente di tutti, a partirte da chi non mi ha votato, ruolo di garanzia per ciascuno di voi e per tutto il Paese».

«L'Italia è Paese fondatore dell'Unione europea, dobbiamo lavorare nel solco del cammino tracciato da Altiero Spinelli. Lavoriamo perché l'Europa torni ad essere un grande sogno, un luogo della libertà, della fraternità e della pace. Anche i protagonisti della vita religiosa ci spingono a fare di più, per questo abbiamo accolto con gioia i gesti e le parole del nuovo pontefice, venuto emblematicamente "dalla fine del mondo"».

«Un saluto anche alle istituzioni internazionali e - permettetemi - anche un pensiero per i molti, troppi volti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce».

«La politica deve tornare ad essere una speranza, una passione». 


 


Care senatrici, cari senatori,
mi scuserete, ma voglio rivolgere questo mio primo discorso soprattutto a quei
cittadini che stanno seguendo i lavori di quest’Aula con speranza e apprensione per
il futuro del nostro Paese.
Il Paese mai come oggi ha bisogno di risposte rapide ed efficaci all’altezza della
crisi economica e sociale, ma anche politica, che sta vivendo. Mai come ora la storia
italiana si intreccia con quella europea e i destini sono comuni, mai come oggi il
compito della politica è quello di restituire ai cittadini la coscienza di questa sfida.
Quando ieri sono entrato per la prima volta da Senatore in quest’Aula mi ha
colpito l’affresco sul soffitto, che vi invito a guardare. Riporta quattro parole che
sono state sempre di grande ispirazione per la mia vita e che spero lo saranno ogni
giorno per ciascuno di noi nei lavori che andremo ad affrontare: Giustizia, Diritto,
Fortezza e Concordia.
Quella concordia, e quella pace sociale, di cui il Paese ha ora disperatamente
bisogno.
Domani è l’Anniversario dell’Unità d’Italia, quel 17 marzo di 152 anni fa in cui
è cominciata la nostra Storia come comunità nazionale dopo un lungo e difficile
cammino di unificazione. Nei 152 anni della nostra Storia, soprattutto nei momenti
più difficili, abbiamo saputo unirci, superare le differenze, affermare con fermezza
i nostri valori comuni e trovare insieme un sentiero condiviso. Il primo pensiero va
sicuramente alla fase costituente della nostra Repubblica, quando uomini e donne
di diversa cultura hanno saputo darci quella che è ancora oggi considerata una delle
Carte Costituzionali più belle e moderne del mondo.
Lasciatemi in questo momento ricordare Teresa Mattei, che dell’Assemblea
Costituente fu la più giovane donna eletta, che per tutta la vita è stata attiva per
affermare e difendere i diritti delle donne, troppo spesso calpestati anche nel nostro
Paese, e che ci ha lasciato pochi giorni fa.
Siamo davanti a un passaggio storico straordinario: abbiamo il dovere di esserne
consapevoli, il diritto e la responsabilità di indicare un cambiamento possibile perché
in gioco è la qualità della democrazia che stiamo vivendo e che lasceremo in eredità
ai nostri figli e ai nostri nipoti.
La crisi è a un punto tale che potremo risalire solo se riusciremo a trovare il
modo di volare alto e proporre soluzioni condivise, innovative e, lasciatemi dire,
sorprendenti che sappiano affrontare le priorità e allo stesso tempo avviare un
cammino a lungo termine: dobbiamo davvero iniziare una nuova fase costituente
che sappia stupire e stupirci.
Oggi è il 16 marzo e non posso che ringraziare il Presidente Colombo che
stamattina ci ha commosso con il ricordo dell’anniversario del rapimento di Aldo
Moro e della strage di via Fani che provocò la morte dei 5 agenti di scorta Raffaele
Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Al loro
sacrificio di servitori dello Stato va il nostro omaggio deferente e commosso. Oggi
bisogna ridare dignità e risorse alle Forze dell’Ordine e alla Magistratura.
Sono trascorsi 35 anni da quel tragico giorno che non fu solo il dramma di un
uomo e di una famiglia, ma dell’intero Paese: in Aldo Moro il terrorismo brigatista
individuò il nemico più consapevole di un progetto davvero riformatore, l’uomo e il
dirigente politico che aveva compreso il bisogno e le speranze di rigenerazione che
animavano dal profondo e tormentavano la società italiana. Come Moro scrisse in
un suo saggio giovanile «Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente
la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un
grande destino».
Oggi inoltre migliaia di giovani a Firenze hanno partecipato alla“Giornata della
Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”, e mi è molto dispiaciuto
non poter essere con loro come ogni anno. Hanno pronunciato e ascoltato gli oltre
900 nomi di vittime della criminalità organizzata. Nomi di cittadini, appartenenti
alle forze dell’ordine, sindacalisti, politici, amministratori locali, giornalisti, sacerdoti,
imprenditori, magistrati, persone innocenti uccise nel pieno della loro vita. Il loro
impegno, il loro sacrificio, il loro esempio dovrà essere il nostro faro.
Ho dedicato la mia vita alla lotta alla mafia in qualità di magistrato. E devo
dirvi che dopo essermi dimesso dalla magistratura pensavo di poter essere utile al
Paese in forza della mia esperienza professionale nel mondo della giustizia, ma la
vita riserva sempre delle sorprese. Oggi interpreto questo mio nuovo e imprevisto
impegno con spirito di servizio per contribuire alla soluzione dei problemi di questo
Paese. Ho sempre cercato Verità e Giustizia e continuerò a cercarle da questo
scranno, auspicando che venga istituita una nuova Commissione d’Inchiesta su tutte
le Stragi irrisolte del nostro Paese.
Se oggi, davanti a voi, dovessi scegliere un momento in cui raccogliere la storia
della mia vita professionale precedente non vorrei limitarmi a menzionare gli amici e
i colleghi caduti in difesa della democrazia e dello Stato di diritto che ho conosciuto.
Non c’è infatti un solo nome e volto che può racchiuderli tutti e purtroppo, se dovessi
citarli tutti, la lista sarebbe troppo lunga. Mi viene piuttosto in mente e nel cuore un
momento che li abbraccia uno a uno ed è il ricordo della voce e delle parole di una
giovane donna. Mi riferisco al dolore straziato di Rosaria Costa, la moglie dell’agente
Vito Schifani morto insieme ai colleghi Rocco Dicillo e Antonino Montinaro nella
strage di Capaci il 22 maggio 1992 in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone
e Francesca Morvillo.
Non ho dimenticato le sue parole il giorno dei funerali del marito, quel microfono
strappato ai riti e alle convenzioni delle cerimonie:
«chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli
uomini
della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani,
sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete
mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare...Ma loro non cambiano... [...]
...loro non vogliono cambiare...Vi chiediamo [...] di operare anche voi per la pace, la
giustizia, la speranza e l’amore per tutti»
Giustizia e cambiamento, questa è la sfida che abbiamo davanti. Ci attende
un intenso lavoro comune per rispondere, con i fatti, alle attese dei cittadini che
chiedono anzitutto più giustizia sociale e più etica, nella consapevolezza che il lavoro
è uno dei principali problemi di questo Paese.
Penso alle risposte che al più presto, ed è già tardi, dovremo dare ai disoccupati,
ai cassintegrati, agli esodati, alle imprese e a tutti quei giovani che vivono una vita a
metà: hanno prospettive incerte, lavori, chi ce l’ha, poco retribuiti, quando riescono
a uscire dalla casa dei genitori vivono in appartamenti che non possono comprare,
cercando di costruire una famiglia che non sanno come sostenere.
Penso all’insostenibile situazione delle carceri nel nostro Paese, che hanno
bisogno di interventi prioritari, a una giustizia che oggi va riformata in modo organico,
agli immigrati che cercano qui una speranza di futuro, ai diritti in quanto tali, che non
possono essere elargiti col ricatto del dovere e che non possono conoscere limiti,
altrimenti diventano privilegi.
Penso alle Istituzioni sul territorio, ai Sindaci dei Comuni che stanno soffrendo e
faticano a garantire i servizi essenziali ai loro cittadini. Sappiano che lo Stato è dalla
loro parte, e che il nostro impegno sarà di fare il massimo sforzo per garantire loro
l’ossigeno di cui hanno bisogno.
Penso al mondo della Scuola, nelle cui aule ogni giorno si affaccia il futuro
del nostro Paese, e agli insegnanti che fra mille difficoltà si impegnano a formare
cittadini attivi e responsabili
Penso alla nostra posizione sullo scenario europeo: siamo tra i Paesi fondatori dell’Unione e il nostro compito è portare nelle Istituzioni comunitarie le esigenze e
i bisogni dei cittadini. L’Europa non è solo moneta ed economia, deve essere anche
l’incontro tra popoli e culture.
Penso a questa politica, alla quale mi sono appena avvicinato, che ha bisogno
di essere cambiata e ripensata dal profondo, nei suoi costi, nelle sue regole, nei suoi
riti, nelle sue consuetudini, nella sua immagine, rispondendo ai segnali che i cittadini
ci hanno mandato e ci mandano in ogni occasione. Sogno che quest’Aula diventi
una casa di vetro, e questa scelta possa contagiare tutte le altre Istituzioni.
Di quanto radicale e urgente sia il tempo del cambiamento lo dimostra la scelta
del nuovo Pontefice, Papa Francesco, i cui primi atti hanno evidenziato un’attenzione
prioritaria verso i bisogni reali delle persone.
Voglio in conclusione rivolgere a nome dell’Assemblea dei senatori e mio
personale un deferente saluto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
supremo garante della Costituzione e dell’unità italiana che con saggezza e salda
cultura istituzionale esercita il suo mandato di Capo dello Stato.
Desidero anche ringraziare il mio predecessore, il senatore Renato Schifani, per
l’impegno profuso al servizio di questa assemblea.
Un omaggio speciale indirizzo ai Presidenti emeriti della Repubblica, ai senatori
a vita e a Emilio Colombo che ha presieduto con inesauribile energia la fase iniziale
di questa XVII legislatura, lui che ha visto nascere la Repubblica partecipando ai
lavori dell’Assemblea Costituente.
Chiudo ricordando cosa mi disse il Capo dell’ufficio Istruzione del Tribunale di
Palermo Antonino Caponnetto, poco prima di entrare nell’aula del maxi processo
«Fatti forza, ragazzo, vai avanti a schiena dritta e testa alta e segui sempre e soltanto
la voce della tua coscienza».
Sono certo che in questo momento e in quest’Aula l’avrebbe ripetuto a ciascuno
di noi.