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martedì 14 luglio 2015

Carta di soggiorno revocata a chi perde il lavoro. Il giudice ferma le Questure



(Da www.stranieriinitalia.it)




Il permesso a tempo indeterminato può essere tolto solo a chi è pericoloso, la mancanza di reddito non conta”. Un immigrato e l’Anolf vincono ricorso al Tar di Milano

Roma – 6 luglio 2015 – Per anni hanno lavorato duro rinnovando di volta in volta i loro permessi di soggiorno. Poi si sono finalmente messi in tasca la carta di soggiorno (permesso Ue per lungosoggiornati), il  documento “a tempo indeterminato”  a cui aspirano tutti gli immigrati.

Quando però, complice la crisi economica, hanno perso il lavoro, la Questura ha revocato loro la carta di soggiorno. Sostenendo che, senza un regolare contratto di lavoro, non possono essere considerate “persone per bene”, degne di rimanere in Italia. Come se a decidere di non lavorare, o di lavorare in nero, fossero i lavoratori.

È successo,  soprattutto a Milano, a cittadini stranieri che avevano chiesto un duplicato o un aggiornamento della loro carta di soggiorno. La Questura ha preteso che dimostrassero di nuovo i requisiti di reddito previsti per il primo rilascio e, in mancanza di assunzioni regolari, contributi versati  ecc, è arrivato il diniego. Potenzialmente una strage, in tempi di crisi economica.

Ora a fermare questa prassi è finalmente arrivata la legge, fatta valere qualche giorno fa dal Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia. Il giudice ha dato ragione a un cittadino srilankese, che dopo aver lavorato a lungo come custode non era riuscito a trovare una nuova occupazione, e ha dato torto alla Questura, che gli aveva revocato la carta di soggiorno perché non aveva un reddito regolare.

La mossa della Questura, ha spiegato il giudice, è illegittima. Sia le norme europee (art. 8 della Direttiva 2003/109/CE), sia il Testo Unico sull’immigrazione che le ha recepite (art. 9 del d.lgs. n. 286/98), prevedono infatti che lo “status di soggiornante di lungo periodo è permanente” e può essere revocato solo “ qualora lo straniero sia pericoloso per l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato, e non invece a fronte della mera mancanza di redditi”.

L’immigrato srilankese può festeggiare, riavrà la carta di soggiorno che si era conquistato sin dal 2005. E lo stesso potranno pretendere quanti sono incappati in una simile ingiustizia. Soddisfatta anche l’Anolf Cisl, che aveva sollevato il caso chiedendo anche l’intervento della commissione europea e che ha affiancato il lavoratore nel ricorso al Tar insieme all’avvocato Silvia Balestro.

La crisi ha colpito duro, soprattutto in determinati settori e soprattutto i lavoratori stranieri.  Togliere loro la carta di soggiorno solo perché hanno perso il lavoro vuol dire far fare un enorme passo indietro al processo di integrazione, per una situazione della quale non hanno colpa. Come si può presupporre che chi non ha un lavoro regolare abbia scelto scientemente di lavorare in nero o di evadere le tasse?” dice a Stranieriinitalia.it, Maurizio Bove, presidente di Anolf Milano e responsabile immigrazione della Cisl meneghinare.

La prassi della Questura di Milano, nota il sindacalista, estremizzava il legame tra lavoro e permesso di soggiorno già previsto dalla legge, andando oltre la stessa legge con una discrezionalità eccessiva e perdendo di vista l’importanza dell’integrazione di chi vive da tanti anni in Italia. Del resto, una sentenza simile a questa aveva già bocciato la Questura, che a quanto pare ultimamente ha iniziato a valutare con più attenzione le singole situazioni.

Ora ci aspettiamo che la legge venga applicata correttamente a Milano e nel resto d’Italia. Deve essere chiaro che chi perde il lavoro non può perdere, per quel motivo, anche la carta di soggiorno” conclude Bove. Se poi il ministero dell’Interno, aggiungiamo noi, volesse chiarire il concetto a tutte le Questure, sarebbe un ulteriore passo avanti.


mercoledì 20 maggio 2015

Un giudice, un attentato mafioso e una sopravvissuta







Sola con te in un futuro aprile di Margherita Asta e Michela Gargiulo (Fandango) racconta una storia dolorosa, terribile, ma che va ricordata.

È il 2 aprile di trent’anni fa, Carlo Palermo è arrivato in Sicilia da quaranta giorni. A Trapani aveva preso il posto di un magistrato coraggioso ucciso dalla mafia, Giangiacomo Ciaccio Montalto. Due macchine della scorta parcheggiano davanti al cancello di una villetta vicino a Bonagia, a 3 chilometri di distanza dalla casa della famiglia Asta.
Il giudice Palermo vive lì da pochi giorni e proprio lì arriva l'ultima telefonata di minacce che era stata ancora più esplicita e definitiva: "Dite al giudice che il regalo sta per essergli recapitato".

Il giudice, la mattina del 2 aprile 1985, scende di casa alle 8 e qualche minuto per recarsi al Tribunale di Trapani. Sul rettilineo di contrada Pizzolungo la macchina trova davanti a sé un'altra auto, una Volkswagen Scirocco, dentro ci sono Barbara Rizzo, giovane madre di 31 anni, e due dei suoi tre figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe di 6 anni che stanno andando a scuola. L'autista del giudice aspetta il momento giusto per iniziare il sorpasso; le tre auto, per un brevissimo istante, si trovano perfettamente allineate ed è proprio in momento che viene azionato il detonatore.

L'esplosione è devastante, una bomba al tritolo. L'utilitaria fa scudo all'auto del sostituto procuratore che si ritrova scaraventato fuori dalla macchina , è ferito ma miracolosamente vivo. Muoiono dilaniati la donna e i due bambini. Nunzio Asta, il marito di Barbara in quei giorni va a lavoro un po' più tardi a causa di un intervento al cuore. Sente il boato, esce per andare a prestare soccorso, ma non lo lasciano avvicinare. La Volkswagen di sua moglie è stata polverizzata, non sospetta che la sua famiglia sia rimasta coinvolta. Margherita, l'altra figlia di dieci anni, in quel momento è già a scuola. Avrebbe dovuto essere a bordo anche lei, ma quella mattina i due fratellini ci mettevano troppo tempo a vestirsi e per non fare tardi la ragazzina chiede un passaggio in macchina alla mamma di una sua amica e si salva.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato la giornalista Michela Gargiulo che ringraziamo molto.



Come avete lavorato, lei e la sig.ra Margherita, per la stesura di questo libro che racconta una storia così dolorosa?


Conosco Margherita dal 2006 e, da quell'incontro, è nata subito un'amicizia, un rapporto speciale. Ho provato nei confronti di questa donna una senso di affetto profondo e quasi di protezione. Abbiamo iniziato a conoscerci sempre meglio e io, nei miei viaggi siciliani, finivo sempre a Pizzolungo con lei, la sua nuova madre e il fratello Giuseppe Salvatore. Ci sono state vicende personali che ci hanno unite, Margherita è madrina di mia figlia e il progetto di scrivere il libro della sua storia è nato molto tempo fa. Mi sono spesso avvicinata, in questi anni, ai ricordi di Margherita con timore e rispetto. La curiosità professionale ha sempre lasciato il posto alle confidenze e all'accoglienza. Margherita è una donna di grande coraggio ma tirare fuori un dolore così grande non è stato facile. Ho raccolto i ricordi di Margherita durante i nostri incontri. Pezzi di storia scritti spesso in rubriche e quaderni diversi che finivano sempre sul comodino, uno sopra l'altro. Margherita mi ha dato i preziosi giornali che suo padre Nunzio custodiva in cassaforte e sono stati per me uno strumento fondamentale per ricostruire molte scene del libro. Gli atti giudiziari sono stati l'ultimo tassello per ricomporre la sua storia, dal giorno dell'attentato ad oggi. "Sola con te in un futuro aprile" è un libro che è nato grazie al nostro rapporto di fiducia e di affetto profondo, è stato un lavoro di rilettura di fatti di cronaca decisivi per il nostro Paese fatto da un punto di vista unico: quello di chi aveva subito la perdita di tutto ciò che aveva di più caro. Credo che il lettore, di fronte al racconto intenso di questa donna, riesca a vivere il suo dramma personale e insieme a lei la rabbia delle ingiustizie subite ma allo stesso tempo capirà quanto è importante lottare contro la mafia e portare avanti un messaggio di speranza per costruire una storia diversa per il nostro Paese.


E' un percorso, anche interiore, quello che in questi trent'anni ha dovuto affrontare la sig.ra Margherita...


Margherita ha affrontato il dolore della perdita più grande, quella della madre. Ha dovuto gestire la rabbia e l'ha trasformata in una risorsa che le ha permesso di cercare la verità sulla sua storia. Ha costruito il suo futuro sulla speranza e questa è la dimostrazione della sua grande umanità.


Vogliamo spiegare più approfonditamente di cosa si stesse occupando il magistrato Carlo Palermo?


E' impossibile raccontare in poche righe l'ampiezza delle indagini di Carlo Palermo. Lui ha iniziato la sua attività di giudice istruttore a Trento nel 1980 e da allora non si è mai fermato fino al quel tragico 2 aprile 1985. Dai traffici di morfina base che transitavano da Trento provenienti dalla Turchia e diretti in Sicilia ha indagato sui traffici di armi, due mercati che, nelle sue inchieste, erano paralleli. Ha messo sotto inchiesta uomini dei servizi segreti, trafficanti, mercanti della droga, mafiosi e pidduisti. Poi, nel 1984, ha iniziato a percorrere le tracce che lo portavano dritto a due società vicine al partito socialista. Era la pista politica. Quell'inchiesta scatenò l'ira dell'allora presidente del consiglio Bettino Craxi e Carlo Palermo capì in quel momento che per le sue inchieste rimaneva poco tempo. Sul giudice istruttore arrivò un procedimento disciplinare, si aprì un'inchiesta penale per l'arresto di due avvocati. Fu costretto a chiudere l'inchiesta su armi e droga prima che questa fosse trasferita a Venezia ad altri giudici. Allora, a novembre 1984 decise di trasferirsi a Trapani per riprendere i fili del traffico di droga. Arrivò in Sicilia a fine febbraio 1985 e dopo soli 40 giorni ci fu l'attentato. Dopo l'attentato Palermo non ha mai smesso di cercare la verità e da trenta anni si interroga ancora su chi voleva la sua morte.

E' un testo che parla del nostro Paese: cosa è cambiato da allora?


Sono cambiate molte cose, altre sono rimaste immutate . La mafia ha cambiato volto e modalità ma gode sempre di un sistema di complicità a vari livelli. I meccanismi di infiltrazione sono sempre più sofisticati e meno riconoscibili. Io credo che anche i sistemi criminali si siano adeguati ad un mondo globale in continua evoluzione e che sarà sempre più difficile colpire gli interessi e i capitali frutto di attività criminali. Gli anni che ci lasciamo alle spalle sono stati anni terribili segnati da stragi e morti innocenti. Ancora oggi, per molti di quegli episodi non conosciamo né i colpevoli, né i moventi. Non sapere la verità su episodi che hanno segnato il corso della storia di questo Paese ha creato un sistema fragile, frutto di segreti e quindi di ricatti.


Qual è stato l'esito del processo per gli esecutori dell'attentato e come si può commentare quella sentenza?


Il primo processo sugli esecutori materiali della strage rappresenta un capitolo nero della nostra storia. In primo grado, nel 1988, la Corte di Assise di Caltanissetta, condannò all'ergastolo tre uomini per avere messo in atto la strage di Pizzolungo. Erano Gioacchino Calabrò, Vincenzo Milazzo e Filippo Melodia. Furono condannati, rispettivamente a 19 anni e a 12 anni, Giuseppe Ferro e Antonino Melodia. In secondo grado gli stessi uomini furono assolti e la prima sezione penale della corte di cassazione, presieduta da Corrado Carnevale confermò la sentenza di appello. Solo nel 2002, durante il processo sui mandanti i pentiti racconteranno che erano stati proprio quegli uomini a eseguire materialmente la strage ma anche di fronte a quel quadro accusatorio convergente e completo nessun tribunale potrà più processare chi è stato assolto per sempre.


Nell'attentato hanno perso la vita una madre e due figli piccoli: questo libro è dedicato a loro e crediamo porti anche un messaggio importante per i ragazzi di oggi...


I nostri ragazzi dovrebbero conoscere la storia di Barbara, Giuseppe e Salvatore e con questa andare a scavare nella cronaca recente del nostro Paese. La loro morte drammatica raccontata in questo libro dovrebbe essere uno stimolo per i giovani a guardarsi intorno e chiedersi quante sono le vittime innocenti delle quali non ci ricordiamo nemmeno i nomi. Sono 900 le persone uccise dalla mafia, alcune di loro sono state dimenticate e i loro nomi risuonano il 21 marzo quando Libera dedicata loro la giornata della memoria. Io spero che "Sola con te in un futuro aprile" faccia sentire anche le voci di chi non è stato raccontato. I ragazzi sono la nostra speranza e per costruire un mondo più giusto devono conoscere a capire qual è stata la storia del nostro Paese.

venerdì 16 gennaio 2015

Teatro, libri, legalità




Dedichiamo questo post a Paolo Borsellino, in occasione della ricorrenza del suo compleanno, il 19 gennaio e a Francesco Rosi, regista del capolavoro Le mani sulla città.






Il giorno della civetta di Sciascia, Le pagine corsare di Pasolini, i testi poetici di Buttitta: il testo letterario si intreccia a quello teatrale nello spettacolo intitolato Io vedo, Io sento...e parlo. Mafia da sud a Nord, in scena al Teatro Verdi di Milano da martedì 13 a domenica 18 gennaio.

Usare gli occhi per guardare bene in faccia la realtà anche nelle sue pieghe più nascoste, ascoltare con attenzione e capire cosa accade intorno a noi, leggere per approfondire e informarsi e poi parlare, senza paura, abbattere i muri di omertà per combattere ogni forma mafia: mentalità, comportamenti, scelte e pratiche qutidiane che vanno contro il vivere civile e la legalità.

Di tutto questo e di molto altro si parla nella proposta multidisciplinare “La diritta via” che vede coinvolti, oltre al teatro e la letteratura, anche altre forme artistiche e culturali: la musica e il giornalismo, ad esempio. Vengono raccontati sessant'anni di criminalità organizzata, da “sud a nord” perchè, purtroppo, il fenomeno riguarda tutto il BelPaese: dalla strage di portella della Ginestra, nel 1947, fino all'infiltrazione delle cosche in Brianza e oltre.

Canzoni popolari, immagini, poesie in scena con il cantastorie Tano Avanzato - regista anche dello spettacolo - Erminia Terranova, i musicisti del Gruppo Zabara, l'ex giudice Giuliano Turone. In collaborazione con l'associazione Saveria Antiochia e Centro Studi Omicron.

Nel foyer è allestito un banchetto per la vendita di saggi e libri che parlano della lotta alle mafie.






PER I NOSTRI LETTORI PROMOZIONE AD HOC: biglietti scontati a 14€ anziché 20€ (previa prenotazione: prenotazioni@teatrodelburatto.it – 02 27002476), un ulteriore sconto pari al 50% - quindi biglietti a 10€ - per un gruppo di minimo 10 persone.












lunedì 29 settembre 2014

Una sede al Centro Midulla per i bambini dell'orschestra Falcone Borsellino






Continua la nostra lotta per l'affermazione della legalità, per cui anche noi vi proponiamo la lettera/petizione già su change.org dove potete firmarla...Grazie.



Questa petizione sarà consegnata a:

Sindaco di Catania

Al Sindaco di Catania, On. Enzo Bianco





A Catania i creatori dell’organizzazione no profit “La città invisibile” lavorano da anni per tenere lontani i ragazzi dalla strada e indirizzarli verso la musica ed altre iniziative culturali che valorizzino le loro attitudini e che li indirizzino verso un futuro di giustizia e legalità.

Ora però questi ragazzi hanno bisogno di noi!

I componenti dell’orchestra “Falcone e Borsellino” (orchestra interna alla “Città Invisibile”) non hanno più una sede dove incontrarsi, dove imparare la musica e dove provare i loro pezzi.

Non lasciamo che questi ragazzi si allontanino dai valori che gli sono stati tramessi e insegnati! Non permettiamolo!

Aiutiamo “La città invisibile” a mantenere alto l’impegno fino ad ora profuso.

Una possibilità c’è!

Vi preghiamo di leggere l’appello sottostante,di condividerlo, di divulgarlo e di partecipare insieme a noi a questa iniziativa importante.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------     Al Sindaco di Catania, On. Enzo Bianco

c.p.c. Presidente della Regione Siciliana, On. Rosario Crocetta

Procuratore della Repubblica di Catania, dott. Giovanni Salvi

Prefetto di Catania, dott.ssa Maria Guia Federico

Questore di Catania, dott. Salvatore Longo

Arcivescovo della Diocesi di Catania, S. E. Mons. Salvatore Di Cristina

Oggetto: Concessione dei locali del Centro Culturale Midulla alla fondazione no profit “La città invisibile”

Egregio Signor Sindaco,

la Fondazione “La città invisibile”, ente no profit, per prevenire il disagio e la devianza dei minori del quartiere di San Cristoforo, uno dei più a rischio di Catania, ha creato e sostiene la Scuola di vita e Orchestra “Falcone Borsellino” .

Per poter ricevere lezioni di musica e di legalità, impartite con successo dai volontari della Città invisibile, e poter quindi eseguire delle prove d’orchestra per i concerti tenuti in importanti eventi antimafia, i numerosi bambini del quartiere hanno fino ad oggi utilizzato i locali della Chiesa di San Cristoforo, concessi dal parroco.

Ora, gli stessi locali versano in stato di pericolo di crollo e non sono più agibili, perciò a questi bambini non resterebbe che la strada per poter svolgere le lezioni o al più la piazzetta di San Cristoforo.

Noi, invece, con questa lettera aperta, Le chiediamo di concedere alla Fondazione i locali del Centro Culturale Midulla, ubicato alle spalle della chiesa di San Cristoforo, in via Zuccarelli, che è a tutt’oggi inutilizzato e in stato di abbandono; al suo interno vi sono una palestra, una grande sala per conferenze, delle stanzette e persino una biblioteca, utilissime al raggiungimento dei fini della Fondazione.

Oppure, gentile signor Sindaco, meglio sarebbe auspicabile la concessione dei locali di un altro imponente edificio, praticamente inutilizzato dagli abitanti della città e del quartiere, cioè la famosa caserma borbonica, Ex Manifattura Tabacchi che si trova nella piazzetta di San Cristoforo, .

Concedere i suddetti locali alla Città invisibile, permetterebbe, inoltre, di realizzare un programma più ampio, esteso ad altre fasce d’età, per vivificare di cultura e legalità il quartiere.

Perciò, signor Sindaco, la nostra richiesta DI APRIRE, AI BAMBINI DELLA CITTA’ INVISIBILE, LA PORTA DEL CENTRO MIDULLA O DELLA EX MANIFATTURA TABACCHI.

Lo faccia al più presto, perché questi bambini non debbano rinunciare ad aver fiducia nello stato che lei rappresenta. Essi hanno già dimostrato la loro determinazione a uscire dal degrado, contribuiscono efficacemente ad innalzare con la cultura il livello della vita civile e morale del loro quartiere. Essi, non solo hanno suonato alla sua presenza durante la visita della Pres. Boldrini e dentro al Palazzo di Giustizia per l’ANM, ma hanno suonato anche a Palermo in via D’Amelio il 19 luglio per tre anni di seguito, così come per Falcone, negli eventi del 23 maggio a Palermo, per Dalla Chiesa, per don Puglisi e per Fava.

Essi possono divenire motivo di orgoglio per la sua Catania (e lo sono già ai nostri occhi). Li aiuti, dunque, ad usufruire di un luogo che lei stesso a contribuito a ristrutturare e che è un vero schiaffo all’onestà lasciare nelle mani dei vandali e della malavita.

I bambini e le loro famiglie aspettano il suo consenso ad aprire quella porta.

Non diamola vinta alla mafia!


venerdì 23 maggio 2014

Falcone, Borsellino e l'amore della signora Agnese






Era il 23 maggio 1992 quando un bomba fece saltare in aria l'auto su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo, e i ragazzi della scorta. Dopo poche setimane, il 19 luglio, il destino era segnato anche per il giudice Paolo Borsellino e altri poliziotti che cercavano di proteggerlo.



Il nostro impegno deve essere costante nel ricordare il sacrificio di tutti coloro che hanno lottato contro la crminialità organizzata – ciascuno a suo modo – perchè queste persone hanno lottato anche per noi. Il loro impegno, quindi, deve essere anche il nostro per ripristinare la cultura della legalità, dell'onestà e della giustizia.



Ecco, quindi, che vogliamo onorare la memoria di Borsellino e di sua moglie, la Signora Agnese Piraino Leto che ci ha lasciati da poco, suggerendo la lettura del libro Ti racconterò tutte le storie che potrò, scritto dal giornalista Salvo Palazzolo con la signora Agnese, edito da Feltrinelli. Un testo importante e intimo che racconta l'etica di un uomo, ma anche l'amore di una coppia e il calore di una famiglia.

 



Abbiamo rivolto alcune domande a Salvo Palazzolo che ringraziamo di cuore per averci concesso l'intervista.


Perchè la signora Leto Borsellino ha deciso di regalare ai lettori una storia così personale?


La signora Agnese sapeva di avere un terribile male, sapeva di non avere più molti giorni da vivere. Eppure, non rinunciava a partecipare alla vita del paese. E si arrabbiava quando sentiva che i magistrati di Palermo e Caltanissetta erano minacciati con delle pesanti lettere anonime. “Non arrivano dalle celle dei mafiosi – mi disse il giorno in cui ci incontrammo, nel febbraio dell’anno scorso – ma da uomini infedeli delle istituzioni”. Ecco perché Agnese aveva deciso di scrivere, per accendere i riflettori su una situazione drammatica: “Quelle minacce puntano a creare un clima di tensione – mi disse ancora - è lo stesso clima che ho vissuto prima della morte di Paolo”. Così, iniziò il suo racconto, “il racconto delle tante vite che ho vissuto” ripeteva lei: “E’ un racconto che dovrà dare forza e speranza, perché non si ripeta più l’incubo delle stragi mafiose”.


Un romanzo, un saggio, una denuncia. Come sono stati gli anni successivi a quel tragico 19 luglio 1992?


Per Agnese Borsellino sono stati anni di grande impegno civile, per chiedere verità sui delitti di mafia rimasti impuniti. Diceva: “La verità appartiene a tutti gli italiani, ecco perché non possono essere solo i magistrati a cercarla”. Dopo quel drammatico 1992, tanto si è fatto per arrivare alla verità, ma tanto è stato ostacolato, proprio sulla morte di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta: non sappiamo ancora chi ha messo in atto quel terribile depistaggio del falso pentito Scarantino, di certo un depistaggio istituzionale che nasconde ancora alcuni degli autori della strage di via d’Amelio.


La signora parla apertamente di una telefonata di Francesco Cossiga in cui si fa riferimento ad un colpo di Stato: ci può spiegare meglio quel momento e il senso di quella telefonata?


E’ uno dei misteri che Francesco Cossiga si è portato nella tomba. Se lo chiedeva anche Agnese, e l’ha scritto nel libro: “Cosa volesse dirmi esattamente con quelle parole non lo so”. E ha aggiunto: “Però, la voce di Cossiga non la dimenticherò mai: via d’Amelio è stata da colpo di Stato, così disse. Evidentemente, voleva togliersi un peso. Dunque, qualcuno sa”. Scrive proprio così la signora Borsellino: “Qualcuno ha sempre saputo, e non parla. È un silenzio diventato assordante da quando i magistrati di Caltanissetta e di Palermo hanno scoperto ciò che Paolo aveva capito: in quella terribile estate del 1992 c’era un dialogo fra la mafia e lo Stato. Ma ancora non sappiamo in che termini, e soprattutto non conosciamo tutti i protagonisti”.


Lucia, Manfredi e Fiammetta sono i figli della signora Agnese e di Paolo Borsellino: quale il rapporto con un padre diventato, suo malgrado, un eroe civile?

Loro portano nel cuore e nella mente il ricordo di un papà premuroso, sensibile, un papà giocherellone, che amava raccontare storie sempre divertenti. Nel suo libro, Agnese ha voluto lasciarci il ritratto di una famiglia normale, che ha saputo sempre trovare dentro di sé la forza di reagire ai momenti difficili: all’inizio degli anni Ottanta, Paolo Borsellino aveva iniziato la sua vita blindata, per istruire con Giovanni Falcone e con gli altri colleghi del pool il primo maxiprocesso alle cosche. Erano gli anni in cui Cosa nostra avviava la grande mattanza a Palermo. Paolo Borsellino trovava una grande forza proprio nella sua famiglia.



Qual è l'appello che la signora Leto Borsellino ha voluto lanciare con questo libro?


Agnese ha lasciato a tutti noi un incarico importante: quello di raccontare le storie della nostra terra. Storie, come quella di Paolo Borsellino, che ha fronteggiato l’organizzazione Cosa nostra sforzandosi innanzitutto di capire le ragioni del fenomeno, che è così subdolo per le sue complicità all’interno delle istituzioni e della società civile. Agnese ci invita a raccontare le tante storie di ribellione e riscatto che ci sono nelle nostre città, storie spesso sconosciute o dimenticate. Credo che questo ci abbia voluto dire lasciandoci un grande racconto di speranza.