"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
Situato
nel comune di Tenosique, Tabasco, "Il rifugio 72 casa per gli
immigrati" dà loro uno spazio che ospita temporaneamente le
difficoltà della strada. Qui ci si aspetta il treno “La Bestia”
si riposa, si mangia. Si tengono anche delle visite mediche per chi
ne abbia bisogno. Qui è un rifugio anche per nascondersi dalla
criminalità organizzata.
Ma
questo luogo, che dovrebbe essere di passaggio, per molti alla fine
diventa una sorta di limbo dove si aspetta: si aspetta il denaro
inviato dalle famiglie, si aspetta di trovare un lavoro, si aspetta di
guadagnare forze. La vita in "La 72" prende per questa
parte di migranti un'atmosfera di una calma domesticità in cui è
difficile andarsene, dinamiche in cui questi uomini (la maggior parte
degli ospiti sono maschi) ormai si erano abituati. Un vero rifugio
dove fanno amicizia, dove mangiano insieme agli altri, dove ognuno si
racconta. Ma alla fine tutti partono sempre con la speranza di
riuscire ad arrivare dall’altra parte della frontiera e compiere il
sogno americano.
* Questa serie di scatti fotografici di
OLIVIA VIVANCO ha vinto il terzo posto nel XXXII Concorso di
fotografia antropologica “Migrazioni” della Scuola Nazionale di
Antropologia e Storia, l’INAH e il Ministero per la cultura e le
arti.
Olivia
Vivanco è nata a Città del Messico. Ha un diplomato allaScuola
Nazionale diArti
Plastiche e fotografia dell’UNAM e un Seminario di fotografia
contemporanea 2007 svolto nel Centro de la imagen.
Ha
espostoil
suo lavoro inluoghi come
ilMuseo
dell'Universitàdel Chopo,
CNDH,
ENAH,
Centro de
la imagen,
Festival
internazionale della della fotografia latinanel 2006 e
nel2007
a Parigienella Sala
dellafotografia
documentariaper i
diritti umani,
l'infanzia
ela
gioventù
in Colombia.
Ha
pubblicatoin rivisteMexicanisimo,
PicnicBizcoMagazine,
SpleenJournal,
Registro eVoces deAltaïr.
Insegnapresso
l'Universitàdel
Claustro diSorJuana.Ha ottenutouna borsa
di studionel 2010per
promuovereprogetti
culturali.
sabato 31 ottobre 2015
L'ASSOCIAZIONE
PER I DIRITTI UMANI
Associazione
per i Diritti Umani
PRESENTA
La
resistenza attiva di un immigrato
Presentazione
del documentario: “SEXY SHOPPING”
di
Adam Selo e Antonio Benedetto
giovedì
5 NOVEMBRE, ore 19
presso
CENTRO
ASTERIA
Piazza
Carrara 17.1 (ang Via G. da Cermenate, 2 MM ROMOLO) MILANO
L’Associazione
per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito
della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.
Presentazione
del documentario
“SEXY SHOPPING” di Adam Selo e Antonio Benedetto alla presenza
dei registi e di Veronica Tedeschi, avvocato ed esperta del tema
delle migrazioni.
La vita di coloro che
cercano esilio e si sono rifugiati in Europa spesso si blocca nel
processo burocratico, nei meccanismi di difesa, nei confini, in
attesa di avere un permesso permanente e di poter continuare la
propria vita. Quando riusciamo veramente a capire cosa significhi
rimanere in balia di questo procedimento, possiamo capire che la
situazione è dura. Possiamo poi percepire le discriminazioni e la
mancanza di umanita' in molti casi: le detenzioni, i permessi, le
firme settimanali, le attese prolungate che durano anni in completa
balia di un sistema non funzionante e discriminatorio. Le storie
raccolte sono ripetibili – l'attesa prolungata nei centri
d'accoglienza, nelle detenzioni e il non poter contribuire e vivere
la propria vita. Alcune comunita' sono anche piu' vulnerabili di
altre, in particolare coloro che sono visibilmente diversi per la
loro religione o etnia. Spesso le comunita' africane sono quelle piu'
soggette a malestie, discriminate ed anche attaccate.
La foto che sto
condivendo appartiene ad Ahmed, un rifugiato, originario del Sudan.
Trascorre le sue giornate nel centro Sudanese dove si sente protetto.
Non puo' lavorare e non ha il permesso di poter lasciare la Grecia.
Da molto tempo e' in questa situazione di limbo. Come tanti altri
nella comunita' e' stato fermato dalla polizia e portato nella loro
centrale, solo per lasciarlo li' per ore. Ahmed dice che e' fortunato
se non viene riportato nel centro di detenzione!
Didascalia della foto:
'Anche se hai il foglio rosa, non puoi lavorare o lasciare il paese. Te lo possono togliere ogni momento e poi ritorni nei centri di detenzione. Questo succede spesso, particolarmente con noi, rifugiati del Sudan, perche' siamo spesso portati in una centrale di polizia.' Ahmed, Atene, Giugno 2015.
Hate
Crimes in Europe!
By
Cinzia D'Ambrosi
Many refugees and
asylum seekers have their lives stalled for years whilst in the
process of being granted asylum or permit to stay. When we truly
understand the meaning of this, we can grasp the hard-stance. The
detention, the shelters, the lack of a permit to work, the charitable
donations to get by. For many of the refugees and asylum seekers
this life in limbo goes on for years upon years. Racism,
discrimination is intertwined in many layers of this system. The
stories being collected are of an endless fight for survival, whilst
in accommodation centres, shelters for prolonged periods of time.
Some communities face further challenges as being singled out for
their race or religion. The black communities are often the most
verbally and physically harassed, discriminated and even attacked.
Thus, having no residence permit and in a limbo situation leave these
communities in greater vulnerability for becoming a target of hate
crimes.
The photo that I am
sharing belongs to Ahmed, a refugee originally from Sudan taken in a
Sudanese centre in Athens, Greece. Ahmed like so many others in the
centre has been waiting for a permit that would allow him to work for
a very long time. He spends his days in the centre where he feels
safe. Like so many others in the community he has often been picked
up from the police and taken to the police station only to be
released many hours later. If he is not like, he will be then sent
back to a detention camp.
Caption of the photo:
'Even
if you have the pink paper, you cannot apply for work or leave the
country. It can be revoked at any time and then you are back in the
detention centres. This happens frequently, particularly with us,
refugees from Sudan, because we are often randomly taken to a police
station'.
Ahmed, Athens, June 2015
Dal 24
settembre 2015 è entrato in vigore il nuovo documento elettronico
per cittadini stranieri, apolidi e titolari di protezione
internazionale, e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con
il decreto ministeriale del 14 settembre 2015, ha determinato il
nuovo importo delle spese a carico dei soggetti richiedenti.
Il documento di viaggio viene
rilasciato a apolidi, titolari di protezione internazionale e
cittadini stranieri, che sono nell’impossibilità di farsi
rilasciare un passaporto dalle autorità dei loro Paesi d’origine.
I Regolamenti del Consiglio Europeo
hanno imposto l’adeguamento al formato elettronico, al fine di
rendere questo documento più sicuro, difficilmente falsificabile.
Il nuovo documento è stampato
dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, ha 32 pagine, è
dotato di microchip e sono memorizzate le immagini del volto e due
impronte digitali del titolare.
Il documento di viaggio viene
rilasciato dalla Questura territorialmente competente al rilascio del
titolo di soggiorno.
Dal 24 settembre non sarà più
possibile emettere i precedenti documenti in formato cartaceo.
Il nuovo documento ha un costo di €
42,22 e all’atto di presentazione della richiesta di rilascio deve
essere consegnata la ricevuta di versamento su bollettino di conto
corrente n.67422808 intestato a: Ministero dell’Economia e delle
Finanze – Dipartimento del Tesoro.
“Il permesso a
tempo indeterminato può essere tolto solo a chi è pericoloso, la
mancanza di reddito non conta”. Un immigrato e l’Anolf vincono
ricorso al Tar di Milano
Roma – 6 luglio
2015 – Per anni hanno lavorato duro rinnovando di volta in volta i
loro permessi di soggiorno. Poi si sono finalmente messi in tasca la
carta di soggiorno (permesso
Ue per lungosoggiornati),
il documento “a
tempo indeterminato” a
cui aspirano tutti gli immigrati.
Quando però,
complice la crisi economica, hanno perso
il lavoro, la Questura ha revocato loro la carta di soggiorno.
Sostenendo che, senza un regolare contratto di lavoro, non possono
essere considerate “persone
per bene”, degne di
rimanere in Italia. Come se a decidere di non lavorare, o di lavorare
in nero, fossero i lavoratori.
È successo,
soprattutto a Milano,
a cittadini stranieri che avevano chiesto un duplicato o un
aggiornamento della loro carta di soggiorno. La Questura ha preteso
che dimostrassero di nuovo i
requisiti di reddito previsti
per il primo rilascio e, in mancanza di assunzioni regolari,
contributi versati ecc, è arrivato il diniego. Potenzialmente
una strage, in tempi di
crisi economica.
Ora a fermare questa
prassi è finalmente arrivata la legge, fatta valere qualche giorno
fa dal Tribunale
Amministrativo Regionale della Lombardia.
Il giudice ha dato ragione a un cittadino
srilankese, che dopo aver
lavorato a lungo come custode non era riuscito a trovare una nuova
occupazione, e ha dato torto
alla Questura, che gli
aveva revocato la carta di soggiorno perché non aveva un reddito
regolare.
La mossa della
Questura, ha spiegato il giudice, è illegittima.
Sia le norme europee (art. 8 della Direttiva 2003/109/CE), sia il
Testo Unico sull’immigrazione che le ha recepite (art. 9 del d.lgs.
n. 286/98), prevedono infatti che lo “status di soggiornante di
lungo periodo è permanente” e può essere revocato solo “
qualora lo straniero sia pericoloso
per l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato,
e non invece a fronte della mera
mancanza di redditi”.
L’immigrato
srilankese può festeggiare, riavrà la carta di soggiorno che si era
conquistato sin dal 2005. E lo stesso potranno pretendere quanti sono
incappati in una simile ingiustizia. Soddisfatta anche l’Anolf
Cisl,
che aveva sollevato il caso
chiedendo anche l’intervento
della commissione europea e
che ha affiancato il lavoratore nel ricorso
al Tar insieme all’avvocato
Silvia Balestro.
“La crisi
ha colpito duro,
soprattutto in determinati settori e soprattutto i lavoratori
stranieri. Togliere loro la carta di soggiorno solo perché
hanno perso il lavoro vuol dire far fare un enorme passo
indietro al processo di integrazione,
per una situazione della quale non hanno colpa. Come si può
presupporre che chi non ha un lavoro regolare abbia scelto
scientemente di lavorare in nero o di evadere le tasse?” dice a
Stranieriinitalia.it, Maurizio
Bove, presidente di Anolf
Milano e responsabile immigrazione della Cisl meneghinare.
La prassi della
Questura di Milano, nota il sindacalista,
estremizzava il legame tra lavoro e permesso di soggiorno
già previsto dalla legge, andando oltre la stessa legge con una
discrezionalità eccessiva e perdendo di vista l’importanza
dell’integrazione di chi vive da tanti anni in Italia. Del resto,
una sentenza
simile a
questa aveva già bocciato la Questura, che a quanto pare ultimamente
ha iniziato a valutare con
più attenzione le singole
situazioni.
“Ora ci
aspettiamo che la legge venga applicata correttamente a Milano e
nel resto d’Italia. Deve essere chiaro che chi perde il lavoro non
può perdere, per quel motivo, anche la carta di soggiorno”
conclude Bove. Se poi il ministero dell’Interno, aggiungiamo noi,
volesse chiarire il concetto a tutte le Questure, sarebbe un
ulteriore passo avanti.
in
collaborazione con Gogol'Ostello-Caffè letterario
PRESENTA
DIRITTI
AL CENTRO: STORIE di MIGRANTI e di ALTRI ESCLUSI
Alla
presenza di ALESSANDRA BALLERINI (AVVOCATO CIVILISTA) e EDDA PANDO
(Presidente ass. TODO CAMBIA)
VENERDI
20 MARZO
ORE
18.30
presso
GOGOL'
OSTELLO – CAFFE' LETTERARIO
Via
Chieti, 1 MILANO (Vicino Corso Sempione)
L’Associazione
per i Diritti Umani
presenta il secondo appuntamento della serie di incontri dal titolo
“DiRITTI
AL CENTRO”,
che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti,
temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e
all’estero, minori, carceri, immigrazione...
In
ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umaniattraverso
la sua vice presidente
Alessandra Montesanto,
saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della
tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico,
vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in
generale sui grandi temi dei giorni nostri.
In
questo incontro dal titolo “Storie
di migranti e di altri esclusi” , grazie
al saggio di Alessandra Ballerini dal titolo
“La vita ti sia lieve”, di
Melampo Edizioni, approfondiremo i temi relativi alle migrazioni: la
situazione dentro e fuori dai CIE, la burocrazia, le aspettative di
chi affronta i viaggi nel Mediterraneo; ma parleremo anche dei “nuovi
desaparecidos”, ovvero dei tanti morti nel Mare Noistrum e di come
possiamo restituirne la memoria ai loro cari.
IL LIBRO:
Alessandra Ballerini, nota avvocatessa dei diritti umani per l'immigrazione, racconta le storie dei migranti. Degli uomini, delle donne e dei bambini visti da vicino operando per anni in difesa degli ultimi. Nella sua memoria commossa e implacabile si avvicendano le peripezie di madri combattive che cercano di avere la custodia dei propri figli, di bambini abbandonati a se stessi, di prostitute ribelli e di uomini naufraghi in un paese spesso inospitale. Sono racconti di persone normali ed eroiche insieme, schiacciate da destini, ingiustizie, meschinità insopportabili. Si intrecciano alle loro le vicende di donne e uomini giusti che a queste esistenze tendono una mano condividendone e alleggerendone, in parte, il peso. E così tu, lettore, ti auguri alla fine che la vita per tutti si faccia più lieve.
L' AUTRICE:
Avvocatessa civilista, è specializzata in diritti umani e immigrazione. È stata consulente della “Commissione diritti umani” del Senato per il monitoraggio dei centri di accoglienza e di detenzione per stranieri. Da sempre attiva sul campo in Italia e all’estero, collabora con Amnesty Interna-tional e Terre des Hommes, con l’ufficio immigrati della Cgil, la Caritas e la Comunità San Benedetto al Porto di Don Gallo. Si occupa di affidi di minori, di tutela di emarginati e di donne vittime di violenza; tema, quest’ultimo, che la vede impegnata presso il Centro Antiviolenza della Provincia di Genova.
Limbo
è
il titolo di un documentario realizzato da Matteo Calore e Gustav
Hofer per Zalab. Un lavoro cinematografico di racconto e di denuncia
delle condizioni di sopravvivenza all'interno dei CIE, una prigionia
forzata che vede coinvolti uomini, ma anche le loro donne e i loro
bambini. Il film narra le storie di Alejandro,
Bouchaib, Karim, e Peter, rinchiusi nei C.I.E. (Centri di
Identificazione ed Espulsione) di Torino, Trapani e Roma, e delle
loro famiglie, che attendono di sapere se i propri cari torneranno a
casa o saranno mandati via dall'Italia. Storie di attesa, rabbia e
paura.
L'Associazione
per i Diritti Umani ha intervistato Matteo Calore e lo ringrazia
molto per questo approfondimento.
“Limbo”
si riferisce allo stato di attesa, degli immigrati e delle loro
famiglie, quando vengono portati nei CIE. Ci può anticipare alcune
delle storie raccontate nel documentario?
L’entrata
nel C.I.E. è l’inizio di una prigionia non solo per chi ci viene
portato ma anche per chi ne rimane fuori. Genitori, mogli, mariti,
compagni e figli si ritrovano improvvisamente, da un giorno
all’altro, a dover gestire l’angoscia e la paura di perdere un
affetto importante, di vederlo rinchiuso in un carcere di fatto per
un tempo indefinito con il rischio che venga rimpatriato nel paese
d’origine, dove in molti casi non ha più ne una casa ne una
famiglia. Tutto questo non per aver commesso un reato ma solo per non
avere i documenti in regola.
Limbo è
un documentario che cerca di raccontare il dramma della detenzione
amministrativa in questi centri attraverso un punto di vista fino ad
ora inesplorato, un punto di vista importante ed universale che
mostra l’assurda deriva di una legislazione problematica, costruita
negli anni senza un vero progetto politico ma inseguendo le emergenze
e il consenso elettorale.
Limbo
racconta la storia di quattro famiglie che hanno vissuto questo
dramma e sono riuscite a superarlo con grande dignità e
determinazione.
Karim ha
24 anni, vive a Milano da quando ne aveva appena 6, da allora è
tornato in Egitto solo una volta per una breve vacanza estiva quando
era ancora un bambino.
Qui ha
tutta la sua famiglia, i suoi amici, la sua casa, qui ha frequentato
le scuole ed oggi si esprime scrivendo canzoni rap in Italiano con un
forte accento Milanese.
Da circa
tre anni ha una relazione con Federica, ventiduenne, milanese "doc",
mamma di Aurora, una bimba di 4 anni di cui Karim non è il padre
naturale, ma il padre "di fatto".
Vivevano
tutti insieme nella periferia sud di Milano e stavano ricostruendosi
una vita dopo un periodo difficile in cui K. aveva scontato una pena
tra carcere e comunità a causa di piccoli reati.
Poi, un
giorno, durante un normale controllo della polizia K. viene trovato
senza documenti in regola e in poche ore si ritrova nel C.I.E. di
Ponte Galeria, a Roma, dove sarà trattenuto per oltre due mesi.
In
provincia di Varese una famiglia allargata del San Salvador vive nel
terrore che Alejandro possa essere espulso da un giorno all’altro.
Sua madre ci spiega che tutta la loro famiglia, zii, nonni, cugini e
parenti lontani si sono trasferiti in Italia da una decina di anni.
“Siamo
scappati da una zona molto violenta e pericolosa ed oggi non abbiamo
più niente laggiù!”
Ci
racconta di essere arrivata in Italia prima lei con il marito, poi
nel 2007 li ha raggiunti Alejandro con sua moglie e i suoi 2 figli
maggiori e nel 2013, qui in Italia, è nata anche la loro ultima
figlia.
Fino a
un paio di anni fa Alejandro lavorava in regola insieme al padre in
una piccola impresa di giardinaggio,
sua moglie si occupava dei bambini e la madre lavorava come badante.
Oggi la
loro quotidianità è stata stravolta, dopo che suo padre è stato
colpito da un brutto ictus.
Alejandro
ha perso il lavoro per occuparsi di lui e in poco tempo non ha più
potuto rinnovare il permesso di soggiorno. Oggi mentre le due donne
portano a casa i soldi, lui si occupa della casa e della famiglia,
organizza le giornate dei figli, e si fa carico del padre malato che
ormai non è più in grado di badare a se stesso. Poi la storia si
ripete, e questo equilibrio complicato viene messo in crisi in una
mattina di dicembre, quando Alejandro viene trovato senza documenti
in regola e spostato in meno di 24 quattro ore a 1600 km da casa, nel
C.I.E. di Trapani.
A
Firenze, Susanna vive con la madre e passa le sue giornate al
telefono con il suo compagno, Bouchaib, rinchiuso da più di un mese
nel C.I.E di Trapani.
Susanna
ha trentacinque anni, è italiana, ed è in cinta di 4 mesi. Quando
la incontriamo sta mandando una foto della prima ecografia della loro
bimba a Bouchaib.
“Non è
facile” ci dice trattenendo la rabbia a fatica “lui dovrebbe
essere qui con me, dovremmo avere il diritto di viverci questa
gravidanza serenamente insieme, come qualsiasi altra coppia italiana,
se me lo mandano via sarò costretta a trasferirmi anch’io in
Marocco perché voglio che mia figlia possa crescere accanto a suo
padre”.
L’ultima
è la storia di Peter e Cynthia, entrambi nigeriani, si sono
conosciuti in Italia, qui hanno avuto il piccolo Godstime e si sono
sposati.
Dopo un
periodo di grande instabilità Cynthia ha trovato lavoro come
lavapiatti in un albergo e Peter, mentre lei lavora si occupa del
bimbo e di tutto il resto.
Una
mattina, dopo aver accompagnato Godstime a scuola, la polizia ha
fermato Peter a pochi metri da casa. L’unico documento di Peter è
un libretto internazionale che certifica il suo matrimonio con
Cynthia, lei è in regola ed è corsa subito in suo aiuto, ma ne il
libretto, ne il certificato di nascita del bimbo in cui è indicata
la paternità di Peter, ne la sua gentilezza e le sue suppliche le
hanno permesso di evitare che lo portassero via.
Peter è
rimasto più di due mesi bloccato nei C.I.E.
Un lungo
periodo in cui Cynthia, improvvisamente sola, ha dovuto
riorganizzarsi con caparbietà per tenere in piedi il difficile
equilibrio tra gli impegni con l’avvocato di Peter e le intricate
trafile burocratiche per cercare di farlo uscire, tra la gestione del
piccolo Godstime e il suo lavoro in albergo, un lavoro prezioso,
ottenuto con grandi fatiche dopo anni di precarietà, una risorsa
fondamentale che le stava finalmente permettendo di sostenere tutta
la sua famiglia e che ora ha il terrore di perdere.
A
Milano, il CIE di Via Corelli è stato trasformato in un alloggio per
migranti, soprattutto per quelli in transito nel nostro Paese: quali
potrebbero essere le altre buone pratiche in termini di accoglienza?
In
generale, credo sia difficile ragionare in termini di accoglienza
dentro i confini disegnati dalla legislazione italiana
sull’immigrazione.
Si tende
a dividere tra cittadini stranieri regolari, per cui meritevoli di
essere sostenuti con politiche di accoglienza, e immigrati
irregolari, “clandestini” contro cui bisogna battersi con
politiche di contrasto, con i C.I.E. e con le espulsioni.
La
realtà, però, è ben diversa: non esistono comunità di stranieri
regolari da un lato e di clandestini dall’altro.
Una
legge come la nostra permette di maturare una posizione di
clandestinità anche dopo diversi anni di permanenza regolare sul
territorio italiano, così si trovano molto più spesso persone con i
documenti in regola e persone prive di documenti che convivono sotto
lo stesso tetto, all’interno della stessa famiglia. Non riconoscere
questo apertamente rende estremamente ipocrita ogni riflessione sulle
“buone pratiche in termini di accoglienza”.
“Come,
quando e chi accogliere” è diventata sempre di più una scelta
arbitraria, costruita intorno alle emergenze del momento, agli
accordi più o meno espliciti tra i diversi stati membri della
comunità europea e alle esigenze elettorali dei partiti di
maggioranza.
Nel
C.I.E. di via Corelli, ad esempio, si è riusciti ad aprire un
improvvisato centro di prima accoglienza per far fronte all’emergenza
Siria e, per molti mesi, i siriani in transito verso i paesi
dell’Europa del nord facevano una tappa lì, per due o tre giorni,
per poi rimettersi in viaggio.
Tutto
questo è potuto accadere fino a quando l’operazione italiana “Mare
Nostrum” salvava le vite di queste persone e i paesi di
destinazione più gettonati, come la Svezia o la Germania,
accoglievano e accettavano le loro richieste di asilo. In quel
periodo infatti, la polizia italiana non ha mai raccolto le impronte
digitali di chi arrivava, permettendo così a tutti di decidere in
quale paese andare senza rischiare di essere rimandati indietro,
secondo quanto previsto dagli accordi di Dublino.
Per un
altro lavoro, ho seguito uno di questi viaggi dallo sbarco al porto
di Augusta in Sicilia fino al presidio alla stazione di Milano.
Durante tutto il viaggio, abbiamo incontrato diversi poliziotti e a
nessuno è venuto in mente di controllare i documenti ai Siriani con
cui stavo viaggiando.
Pensando
alle storie di Limbo mi è sembrato davvero strano, quasi fosse un
tacito accordo con cui si riusciva a far defluire i flussi il più
velocemente possibile verso nord. Era come se l’Europa dicesse:
“l’Italia si fa carico di gestire le operazioni di salvataggio in
mare e, in cambio, Germania, Francia, Svezia e Olanda chiudono un
occhio sugli arrivi nel proprio territorio.”
In
effetti una volta finita l’operazione Mare Nostrum è subentrata
Triton, un’operazione internazionale gestita da Frontex, e gli
equilibri internazionali sono improvvisamente cambiati: la polizia
italiana ha ricominciato a pretendere le impronte di tutti i nuovi
arrivati, spesso anche con metodi violenti, le frontiere di Svezia e
Germania si sono richiuse duramente ed è tornato impossibile
varcarle più o meno legalmente. Perché? Per il mio amico Mohammed,
approdato in Sicilia la scorsa estate, arrivare in Svezia è stato
semplice, in una settimana con quattro, cinque treni ce l’aveva
fatta mentre oggi, suo cugino è stato bloccato all’arrivo,
trasferito in un centro da cui non poteva uscire. L’hanno obbligato
con la forza a lasciare le sue impronte in Italia, costringendolo di
fatto a una vita qui, in un paese in cui non ha alcun legame. Per
quanto mi riguarda questo non ha alcun senso.
Per fare
qualcosa seriamente in termini di accoglienza è necessario che
l’Europa smetta di agire costantemente invocando l’emergenzialità,
cambiando in maniera schizofrenica posizione riguardo a questa o a
quella ondata.
E’
necessario combattere davvero l’immigrazione clandestina, le mafie
da entrambe le parti del Mediterraneo e gli smugglers che da anni
gestiscono questi flussi con un giro d’affari impressionante, ma
per farlo esiste solo una possibilità.
Dobbiamo
costruire più occasioni di migrazione legale, rivedere il decreto
flussi, ampliare le possibilità di ricevere un visto anche per chi è
nato dalla parte sbagliata del mare e soprattutto fronteggiare le
ondate di profughi costruendo dei canali umanitari che permettano
loro di arrivare senza mettere a rischio la propria vita. Solo così
possiamo combattere lo sfruttamento feroce di chi ha messo in gioco
tutto pur di poter cambiare vita.
Quali
sono le conseguenze del sistema italiano, in tema di politiche
migratorie, per i figli di queste persone?
Io vivo
in un quartiere altamente popolato da immigrati e i miei figli
frequentano una scuola dove solo il 50% dei bambini ha entrambi i
genitori italiani.
I loro
amici vengono da famiglie nigeriane, bengalesi, somale, indiane e
rumene, sono cresciuti insieme, molti di loro sono nati in Italia e
per la loro generazione l’area geografica di provenienza dei
genitori è un dato di totale disinteresse.
Purtroppo
il loro modo di vedere il mondo è ancora molto lontano da quello
delle generazioni che oggi votano in Italia, e fino a quando non
saranno loro a definire una nuova politica i figli degli stranieri
continueranno a portare lo stesso peso con cui devono convivere i
loro genitori.
Al di là
delle ingiustizie giuridiche sull’acquisizione della cittadinanza
di cui si è già molto discusso, pensando più che altro ai figli di
chi viene bloccato nei C.I.E. e rischia l’espulsione, le
ripercussioni sulla vita di questi bambini sono evidenti.
La
perdita improvvisa di un genitore senza ragioni apparenti non può
che diventare motivo di angoscia e sofferenza per i figli di chi
viene portato via lasciando una ferita e un insicurezza che farà
fatica a riemarginarsi.
Fortunatamente
i diritti dell’infanzia contano molto nel nostro paese e lo stato
cerca sempre di tutelarli al meglio, per cui in molti casi, come ad
esempio è stato per Peter e Cynthia, è proprio il tribunale dei
minori l’ultima istituzione in grado di garantire che queste
famiglie non vengano spezzate dalle espulsioni, ogni bambino che vive
in Italia ha infatti il diritto di vivere accanto ai propri genitori,
qualsiasi sia la loro situazione amministrativa.
E
le donne sono costrette a cambiare il proprio ruolo all'interno delle
famiglie?
Le
storie raccontate in “Limbo” sono tutte storie in cui le donne
restano al di fuori dei C.I.E. e sostengono il peso di errori,
angosce e ingiustizie.
Non si
può cedere alla paura di perdere il proprio compagno perché bisogna
mantenere le forze per continuare a lavorare, per organizzare la vita
dei propri figli, bisogna inventarsi delle storie per non farli
soffrire e trovare le energie per combattere contro un ingiustizia
che spesso si fatica anche solo a capire.
Credo
però che farne una questione di genere rischia di diventare un
esercizio ideologico.
Noi
abbiamo raccontato le vicende di queste famiglie e non di altre solo
perché nei pochi giorni in cui ci è stato concesso entrare nei
centri non siamo riusciti a passare nelle sezioni femminili.
Nei
C.I.E. ci finiscono tanto gli uomini quanto le donne.
In
entrambi i casi, se fuori c’è una famiglia che si ritrova
improvvisamente spezzata, c’è una persona che se ne deve fare
carico e molto spesso lo deve fare da sola, ricoprendo ruoli che fino
ad allora delegava al proprio partner.
Molte
delle persone che abbiamo incontrato prima di cominciare le riprese
del documentario hanno famiglie che si reggono su equilibri economici
molto delicati, vivono in zone di periferia, in situazioni complesse
e spesso, non avendo in Italia una rete familiare che può farsi
carico dei bambini, solo uno dei coniugi riesce a lavorare mentre
l’altro si occupa di tutto il resto, è chiaro che spezzare questi
equilibri porta a situazioni di grande sofferenza che non possono che
avere un peso importante per tutta la società.
Il
documentario si basa sul parallelismo tra un “dentro” (nei CIE) e
il “fuori”: cosa può fare la società civile per queste persone?
Sono
convinto che il ruolo principale della società civile sia quello di
tenere alta l’attenzione sulle violazioni dei diritti delle
minoranze, moltiplicando le occasioni di informare e rendere
partecipi anche le fette di cittadinanza meno sensibili, cercando in
tutti i modi di controllare l’operato di una classe politica che
ormai sembra aver completamente perso ogni contatto con la realtà
del paese.
In
Italia esiste una società civile già forte, fatta di associazioni,
gruppi informali, comitati, centri sociali, patronati e volontari che
da anni si impegna attivamente in questo senso.
Molte
sono state le iniziative a difesa dei diritti di queste persone
perché per fortuna c’è ancora una bella parte della popolazione
che ha ben chiaro quanto tutto questo abbia a che fare direttamente
con la vita di tutti noi.
Un paese
che non è in grado di accogliere, di condividere, che ha dimenticato
il proprio passato e lascia spazio alla paura e alla xenofobia è un
paese che sta male, che fatica a rigenerarsi e in cui i diritti di
tutti sono sempre più a rischio.
oggi
vi proponiamo il video dell'incontro che l'Associazione per i Diritti
Umani ha realizzato, presso il Centro Asteria, sul documentario
Levarsi
la cispa dagli occhi. Abbiamo
avuto occasione di fare molte riflessioni con i registi, Cristina
Maurelli e Carlo Concina, e con alcuni detenuti del carcere di
massima sicurezza di Opera. Ha partecipato all'iniziativa anche Margherita Lazzati del progetto "Leggere LiberaMente".
Il
documentario racconta lo svolgimento del progetto “Leggere Libera
Mente”, che si svolge all'interno del carcere di massima sicurezza
di Opera.
Muri,
sbarre, chiavi. Il carcere è un posto di frontiera. Ma lettura e
scrittura possono aiutare a ritrovare un senso, a dare voce a giorni
sempre uguali.
Le
poesie dei detenuti, i loro scritti, le loro pagine preferite ci
accompagnano in un viaggio all'interno del carcere alla ricerca del
significato della parola LIBERTA'.
Proponiamo
anche una proiezione del documentario per le scuole (terze medie e
superiori), sempre alla presenza dei registi al costo simbolico di
due euro a partecipante. Per informazioni: peridirittiumani@gmail.com
Tutto
il nostro materiale video è disponibile anche sul canale Youtube
dell'Associazione per i Diritti Umani.
Se
apprezzate il nostro lavoro, potete aiutarci a continuare a farlo con
una piccola donazione tramite Paypall (in alto a destra sul sito).
Grazie!
Che le
leggi italiane in materia di immigrazione e cittadinanza siano un
groviglio di ingiustizie e paradossi non è certo una novità. A
volte però, ormai troppo spesso, le prassi amministrative di chi
queste leggi dovrebbe "almeno" rispettare, riescono a
spingersi oltre, rendendo ancor più feroci gli effetti delle norme:
quelle in materia di immigrazione e quelle che dovrebbe riconoscere a
chi non ha visto nella sua vita altro paese che l’Italia, un
passaporto italiano.
E’
così che è avvenuto anche nel caso di Emra, un ragazzo di 22 nato
in Italia, residente a San Donà di Piave e oggi rinchiuso nel CIE di
Bari Palese.
Erano
i primi anni ’90 quando i genitori di Emra, cittadini "jugoslavi"
lasciavano il loro paese a causa della guerra nei Balcani, per
rifugiarsi in Italia. Ed è poco dopo il loro arrivo, nel 1992, a
Secondigliano (NA), dove avevano stabilito la residenza, che nasceva
Emra. Poi la famiglia intera, si trasferì in uno dei campi profughi
di Mestre, dove, grazie al lavoro della Cooperativa Caracol e del
Comune di Venezia, impegnati in un progetto di superamento della
"forma campo", vennero guidati nell’acquisizione di una
abitazione, così come altre quattrocento persone. Stabilitainsieme
alla sua famiglia la residenza a San Donà di Piave nel 2000, Emra
venne così iscritto nella "carta di soggiorno" del
padre. Ma è quattro anni fa, con il compimento della maggiore
età, che la vita di Emra, come accade ad altre migliaia di giovani
nati qui, deve fare i conti con la spietata normativa italiana. Suo
padre muore, lui non è cittadino jugoslavo (serbo), ma per l’Italia
non esiste. Perché nonostante i certificati di nascita e gli
attestati di iscrizione anagrafica che testimoniano una vita intera
passata in Italia, per le autorità italiane è straniero,
"entrato irregolarmente" e per questo dovrebbe essere
espulso in un paese che non ha neppure mai visto. La Prefettura di
Venezia ha infatti emesso nei suoi confronti un provvedimento di
espulsione seguito da un ordine di trattenimento emesso dal Questore,
nonostante le autorità serbe avessero accertato che Emra non era
cittadino serbo.
Ad
aggravare ancor di più una situazione già pesantemente segnata ci
ha pensato il Giudice di Pace chiamato a convalidare il provvedimento
di espulsione ed il trattenimento presso il CIE di Bari Palese dove
Emra è rinchiuso dal 25 novembre.. In palese violazione della
normativa vigente ed in contrasto con la consolidata giurisprudenza
in materia, infatti, non è stato preso in considerazione quanto
disposto dall’art 13 comma 2 bis del TUI che impone una attenta
valutazione sulla natura dei vincoli familiari dell’interessato
(Emra ha qui tutta la sua famiglia), sulla durata del suo soggiorno
nel territorio nazionale (Emra è qui da tutta la vita) nonché sull’
esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese
d’origine (che è l’Italia perché Emra non ha mai visto la
Serbia). Proprio in questi giorni è stato depositato dall’Avv.
Uljana Gazidede
(che collabora con Melting Pot Europa), il ricorso contro questo
illegittimo provvedimento di espulsione. Ma non basta. Si tratta
dell’ennesima vicenda che racconta come l’immediato
riconoscimento dello ius
soli e la chiusura di tutti
i CIE non siano più rinviabili.
Per
Emra, così come per le centinaia di persone rinchiuse nei CIE e le
migliaia di giovani che rischiano di trovarsi nella sua stessa
situazione, chiediamo giustizia.
Molti
sanno - ma tanti no - che il Regolamento di Dublino obbliga i
richiedenti asilo a restare nel primo Paese in cui arrivano dopo
essere scappati dal proprio. Nel documentario Terra
di transito - del regista
Paolo Martino, presentato con grande successo al Bif&st, il
Festival internazionale del Film di Bari - si racconta, in
particolare, il viaggio di Rahell, fuggito dalla Siria, ma non solo:
si parla anche di accoglienza, di legislatura, di speranze e
disillusioni.
Abbiamo
intervistato per voi Paolo Martino che ringraziamo molto per la sua
disponibilità.
Quali
sono le direttive del Regolamento di Dublino?
Nella
sua struttura diabolica, in realtà, la Convenzione di Dublino è
molto semplice perchè di fatto impone ai rifugiati (migranti
forzati, persone che fuggono da guerre o persecuzioni) di fermarsi
nel primo Paese d'ingresso all'interno dei confini dell' UE. Questo
perchè il regolamento stabilisce che il Paese competente per
valutare la domanda d'asilo è il primo Paese in cui il rifugiato
mette piede e ciò comporta che Paesi come l'Italia, la Grecia o la
Spagna, soggetti ai flussi migratori più di altri, siano quelli in
cui vengono fatte più richieste d'asilo.
Quali
sono le aspettative dei profughi e dei rifugiati in Italia? E con quali
difficoltà si scontrano?
I
rifugiati - anche provenienti da Paesi diversi – hanno una maggiore
consapevolezza, ormai è abbastanza noto che in l'Italia non è un
Paese in cui è facile costruirsi un futuro, mettere radici, cercare
soluzioni ai problemi da cui si fugge. I rifugiati, spesso, arrivano
già con l'idea di andare via dal nostro Paese. L' Italia ha problemi
strutturali, dal punto di vista economico e sociale, che vanno
peggiorando, quindi questo scoraggia i rifugiati a cercare qui una
soluzione ai loro. Tuttavia, per il regolamento di Dublino, sono
obbligati a restare da noi, almeno finchè non ottengono l'asilo e la
possibilità di spostarsi, ma soltanto per periodo molto brevi.
Quando
si ottiene l'asilo, non si ha automaticamente un riconoscimento pari
a quello della cittadinanza (anche se formalmente dovrebbe essere
così); in realtà, attraverso un documento che si chiama “titolo
di viaggio”, loro non possono cercare lavoro, avere assistenza
sanitaria, etc. e quindi possono viaggiare, ma per brevi periodi,
altrimenti dovrebbero restare a carico di qualcun altro.
Ci può
raccontare una storia emblematica?
Nel film
partiamo da un discorso corale e poi scremiamo fino ad arrivare a
Rahell. La sua storia spicca, ma è una storia molto comune.
La sua
famiglia fugge dall'Iraq negli anni '90 e si radica bene in Svezia,
nel lavoro e nella società. Più tardi anche lui scappa prima
dall'Iraq per ragioni politiche e poi anche dalla Siria (a causa
della guerra di oggi) ; è un musicista, una persona molto esposta e
questo, in un Paese governato da un regime, può diventare un
pericolo. Nel momento in cui arriva in Europa, in Grecia, non gli
vengono prese le impronte digitali, però impiega lo stesso un anno
per arrivare in Italia: un viaggio difficilissimo nell'Adriatico.
Sbarca in Puglia e qui gli prendono le impronte e rimane bloccato.
Siamo riusciti ad arrivare in Svezia, ma solo per pochissimi giorni e
per girare il documentario, ma adesso Rahell vive in Italia.
Quali
sono le differenze tra l'Italia e i paesi del Nord Europa in termini
di “accoglienza” ai rifugiati?
Quando
parliamo di rifugiati facciamo spesso confusione rispetto al loro
status economico, politico e culturale.
I
rifugiati non sono persone che fuggono dalla povertà. Spesso si
portano dietro un bagaglio anche molto ricco di conoscenze e, quindi,
sono persone facilmente inseribili nella società e nel mondo del
lavoro. Sarebbe importante - prima di parlare di accoglienza -
comprendere la situazione di queste persone perchè potrebbero
arricchire, con la loro esperienza, il Paese in cui arrivano.
L'Italia
ha perso clamorosamente questa occasione, non ha compreso il fenomeno
e lo ha amministrato solo con numeri e statistiche. Gli altri Paesi,
quelli del Nord Europa come la Germania ad esempio (che accoglie
quasi 1 milione di rifugiati, mentre l'Italia 50-60.000), hanno
captato questa possibilità e hanno unito la loro storica tradizione
di socialdemocrazie all'apertura verso lo straniero. Questo in
Scandinavia, Olanda, Belgio, Francia.
In
Svezia i rifugiati vengono immediatamente inseriti in programmi di
formazione linguistica e professionale, partendo dalla persona, per
capire le sue attitudini e così queste persone, in pochissimi mesi,
riescono a restituire quello che lo Stato investe su di loro. La
seconda parte di Terra di
transito testimonia
proprio questo: intervistiamo tre ragazzi palestinesi che fuggono da
Damasco, i quali si sono inseriti in questi programmi e, a distanza
di un anno, lavorano...e pagano le tasse. Intervistiamo anche una
ragazza curda che è diventata un' esponente di spicco del Partito
socialista svedese...
Cosa
avete voluto raccontare e denunciare, quindi, con questo lavoro?
Denunciamo
il paradosso evidente di un'Italia che, da una parte, continua a
livello propagandistico a proclamarsi “terra di invasione” da
parte degli stranieri e, dall'altra, accetta l'arrivo degli coatto
dei rifugiati.
Io
e Rahell stiamo continuando a seguire storie ancora in evoluzione
perchè vogliamo fare proprio una campagna su questo argomento.
Ogni anno migliaia di cittadini stranieri vengono trattenuti all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione (C.i.e.) italiani per non avere un regolare permesso di soggiorno. Possono restarvi rinchiusi fino ad un anno e mezzo senza aver commesso reato: questo genere di detenzione amministrativa in Europa è la conseguenza estrema del funzionamento delle frontiere all’interno dell’area Schengen.
Il documentario, EU013 - L'ultima frontiera, di Raffaella Cosentino e Alessio Genovese, mostra gli operatori della polizia di frontiera di Ancona e Fiumicino, seguiti nelle normali procedure di controllo e contrasto all’immigrazione irregolare Il tentativo è quello di descrivere l’idea che oggi è alla base dell’affermazione di una identità europea diversa da tutto ciò che non lo sia. E i CIE sono la conseguenza estrema di questa idea.
Il film è stato presentato al Festival di Rotterdam e al Festival dei popoli. E' stato vincitore, nel 2012, del Premio Maria Grazia Cutuli.
Abbiamo rivolto alcune domande a Raffaella Cosentino che ringraziamo tantissimo per il tempo che ci ha dedicato.
Nel titolo si parla di “ultima frontiera”: qual è il collegamento tra un CIE e il concetto di frontiera?
I collegamenti sono molteplici: uno è un collegamento fisico-geografico perchè il Cie è una sorta di limbo in cui si rimane intrappolati. Ci sono persone che fanno anche dieci anni dentro e fuori dai CIE oppure dal circuito carcere-CIE e questi rappresentano il prolungamento delle frontiere all'interno del territorio nazionale. E poi c'è un discorso simbolico/ideologico per cui i CIE sono la manifestazione delle politiche di frontiera all'interno dell'area Shengen, per cui per abbattere queste frontiere sono stati costruiti i CIE per escludere i cosiddetti “extra-comunitari” che da categoria burocratica sono diventati una categoria simbolica nel senso che la parola “extra-comunitario” ha perso la sua valenza originaria per indicare, invece, uno stigma, per indicare persone povere, reiette, criminali. Non indichiremmo mai come “extra-comunitario” uno svizzero o un americano...Quindi i CIE fanno parte di questa costruzione simbolica razzista.
Su cosa si basano il teorema dell'invasione e la paura nei confronti degli immigrati ?
Vedere delle persone in gabbia, pur non avendo loro commesso alcun reato, conferma lo stereotipo che siano socialmente pericolose e da allontanare dal vivere civile. Questo serve a confermare l'apparato di costruzione di un nemico. Ed è quello che abbiamo raccontato con questo documentario.
Quali sono le condizioni di sopravvivenza all'interno di un CIE?
Come mi diceva poco tempo fa uno dei nostri protagonisti, Lassaad, la persona viene totalmente annientata ed è difficile sopravvivere perchè i CIE sono istituzioni totali in cui si annienta la persona umana, come lo erano i manicomi. Il tempo che non passa mai, l'ingiustizia di essere rinchiusi per non avere commesso nulla, non si viene rimpatriati, i carcerieri decidono per te qualsiasi cosa: tutto questo, protratto per 18 mesi, ti porta ad essere annullato come essere umano. L'unica forma di sopravvivenza è la rivolta. Abbiamo avuto una sentenza della magistratura, a Crotone, nel dicembre 2012, in cui il giudice D'Ambrosio ha assolto per legittima difesa tre migranti che avevano danneggiato il CIE, dando vita alla rivolta. Questo perchè, dopo un'ispezione a sorpresa, è emerso che le condizioni all'interno del CIE erano così gravi da produrre una lesione pesantissima dei diritti umani per le persone. E' stata una sentenza rivoluzionaria. A Gradisca, invece, le rivolte sono state duramente represse e un ragazzo è finito in coma.
Cosa succede ai migranti allo scadere dei 18 mesi?
Di solito viene dato un foglio di via con l'intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 7-15 giorni, cosa che puntualmente non fanno perchè, spesso, sono persone già radicate in Italia. Al successivo controllo dei documenti finiranno di nuovo nel CIE per altri 18 mesi, spostati come pacchi da Nord a Sud, senza che ci sia un criterio o una spiegazione logica per cui, ad esempio, uno preso a Milano venga potato nel CIE di Roma e poi trasferito a Gorizia, etc. con spese incredibili per lo Stato.
Avete ripreso gli operatori di Ancona e di Fiumicino mentre fanno i controlli...qual è la sua opinione a riguardo?
A noi serviva far vedere come loro applicano quella che è un'idea politica. Poi ognuno ha il proprio ruolo in questa società e in questo gioco assurdo ci sono due protagonisti: gli uomini della Polizia e i migranti. E noi volevamo mostrare tutti. Non potevamo riprendere la Polizia all'interno dei CIE, ma soltanto a livello della frontiera: il nostro occhio è volutamente neutro, abbiamo semplicemente ripreso quello che è e, secondo me, chi guarda il documentario può darne un'interpretazione a seconda della propria ottica. Per me è giusto contestare le regole che, a livello europeo, ci stiamo dando.
Più di mille migranti si trovano, in questo ultimo periodo, nel centro di accoglienza di Lampedusa: una struttura che avrebbe una capienza massima di 300 posti. Dall'isola i migranti vengono smistati nei CIE, Centri di identificazione e di espulsione. Ma cosa succede a queste persone, senza permesso di soggiorno, dentro e fuori dai Cie?
Ne abbiamo parlato con Alexandra D'onofrio, regista del documentario intitolato La vita che non Cie, una trilogia di cortometraggi, prodotta da Fortress Europe, in cui si narrano le storie di un ragazzo che cerca di raggiungere la moglie incinta, dalla Tunisia all'Olanda; di un uomo che cerca di aiutare, dall'esterno, i suoi compagni rimasti all'interno del Cie di Torino, dopo esserci stato lui stesso; e di un figlio che non cresce con il padre, espulso in Marocco dopo aver vissuto tanti anni in Italia.
Un lavoro cinematografico nato nel Cie di Modena dove, nel febbraio 2011, Gabriele Del Grande ha conosciuto Kabbour, il protagonista dell' ultima vicenda intitolata “Papà non torna più”. Alexandra D'Onofrio ha, poi, seguito Kabbour in Marocco e ha deciso di raccogliere altre storie per riflettere sul tema della giustizia e sulle politiche riguardanti l'immigrazione ma, soprattutto, per raccontare relazioni difficili e sentimenti universali.
Abbiamo intervistato Alexandra D'Onofrio
La vita che non Cie è il titolo di una trilogia che, attraverso le vicende di un ragazzo, di un uomo e di un bambino, racconta l'odissea dei migranti da punti di vista differenti. Da dove nascono queste storie?
Abbiamo girato questo film tra marzo e aprile 2011 e ci siamo posti l'obiettivo di andare a cercare dei ritratti, delle storie che potessero raccontare ciò che non si viene a sapere dai canali ufficiali, dai media.
Il problema è stato che, nel 2011, c'era il veto di entrare nei Cie per giornalisti e documentaristi (adesso, invece, c'è questa possibilità) e, quindi, abbiamo tessuto le storie di persone che ci hanno raccontato i Cie da fuori.
Nel primo caso si racconta la storia d'amore di un ragazzo che è evaso: il fotografo Alessio Genovese - che ha seguito la vicenda fin dall'inizio e del quale ho usato le immagini lavorando in Audiodoc - aveva incontrato la moglie di Nizar e aveva cominciato a fotografare lei mentre andava a trovarlo al Cie. Dopo un mese c'è stata una rivolta, i reclusi sono evasi e il Cie è stato chiuso. Si tratta del Cie di Chinisia, fuori Trapani: Gabriele mi ha proposto di scrivere il soggetto e poi io ho seguito Nizar in Olanda dov'era andato per raggiunegre la sua compagna in attesa di un figlio...
Attraverso questi corti abbiamo, infatti, voluto raccontare sentimenti universali: l'amore, la genitorialità, la solitudine.
Nel secondo corto si parla del Cie di Torino attraverso la storia di una persona rilasciata dopo circa cinque mesi di reclusione. Al tempo abitavamo a Torino e l'unica realtà che restava in contatto con i detenuti era una radio, Radio Black Out, che metteva in onda le interviste alle persone dentro il Cie. Abdelrahim, una volta uscito, si era impegnato a fare “da tramite” e a portare dentro alcune cose che potessero servire ai reclusi, come cibi o vestiti, ad esempio; il film, infatti, inizia con lui che va al mercato a comprare reggiseni per le ragazze della sezione femminile. Abbiamo cercato di capire quanto la vita di Abdelrahim fosse cambiata dopo l'esperienza di detenuto nel Cie e abbiamo anche cercato di capire il motivo della sua scelta di mantenere questa relazione con i compagni.
La terza storia parla di una deportazione, di un rimpatrio. E' la storia di Kabbour che ha vissuto in Italia per 11 anni, ha fatto le medie e le superiori qui per poi lavorare nei mercati, ma si trova costretto a tornare in Marocco perchè vendeva CD contraffatti. E' un reato per il quale è stato considerato “socialmente pericoloso” e per cui ha perso il permesso di soggiorno ed è stato rispedito indietro. Nel frattempo, Kabbour si è formato una famiglia con una compagna, cittadina polacca, con cui ha avuto un bambino, Tareq che, l'anno in cui il padre è stato rimpatriato, aveva cinque anni.
In base alle testimonianze che avete raccolto, com'è la vita all'interno dei centri? O si deve parlare di sopravvivenza?
Una cosa interessante del primo corto è che siamo riusciti ad utilizzare materiale realizzato dai protagonisti stessi, che hanno filmato con i telefonini. Le immagini riprendono la traversata, i primissimi giorni con i festeggiamenti per essere riusciti ad arrivare, con cerchi di canti e danze, ma poi i cellulari hanno ripreso anche la situazione all'interno dei Cie, con le rivolte o con le persone che stanno lì senza fare niente, ingabbiate, a guardare il cielo.
Per i reclusi la cosa straziante è non capire perchè: non hanno commesso reato, hanno solo fatto la traversata senza avere la carta giusta oppure si trovano senza permesso di soggiorno perchè l'hanno perso strada facendo o perchè il loro contratto di lavoro non è stato rinnovato. Non avere il permesso è un reato amministrativo che equivale a passare con il semaforo rosso, eppure queste persone sono detenute. Oltretutto, il periodo di reclusione è salito da sei a diciotto mesi.
Nei titoli di coda si sottolinea che il 60% delle persone trattenute non viene né identificato né rimpatriato. Dopo un anno e mezzo di Cie, cosa succede?
Una volta fuori, queste persone rischiano semplicemente di non essere ancora identificate e di essere riportate dentro.
Mentre giravo la storia a Torino ci è stato spiegato che - siccome i detenuti non riescono a dare un senso a quello che succede, non sanno quando verranno rilasciati o se verranno riportati a casa - non riescono a dorire di notte e , quindi, chiedono i calmanti. I calmanti, però, vengono dati molto facilmente perchè servono anche a mantenere la calma all'interno del Cie; vengono usati per sedare la rabbia.
Quando facevo le interviste per telefono, capivo che dall'altra parte c'era una persona che non riusciva a parlare perchè intontita dai farmaci.
Nel terzo corto, attraverso la storia di Kabbour e Tareq, padre e figlio, si affronta il tema del “principio del bilanciamento”, riconosciuto dalla Corte europea di Giustizia: di cosa si tratta?
Il principio del bilanciamento dice che spetta al giudice dare la priorità all'interesse del minore oppure a quello dello Stato. Se il soggetto è stato considerato un “pericolo sociale” ma ha un figlio, è lo Stato che decide a chi o a cosa dare la priorità, ma non esiste una normativa precisa riguardo a queste situazioni.
Kabbour è uno di quelli che sono riusciti a vincere la causa e da circa due mesi è ritornato in Italia.