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martedì 3 novembre 2015

America latina: i diritti negati



LA 72”



di Mayra Landaverde


Situato nel comune di Tenosique, Tabasco, "Il rifugio 72 casa per gli immigrati" dà loro uno spazio che ospita temporaneamente le difficoltà della strada. Qui ci si aspetta il treno “La Bestia” si riposa, si mangia. Si tengono anche delle visite mediche per chi ne abbia bisogno. Qui è un rifugio anche per nascondersi dalla criminalità organizzata.


Ma questo luogo, che dovrebbe essere di passaggio, per molti alla fine diventa una sorta di limbo dove si aspetta: si aspetta il denaro inviato dalle famiglie, si aspetta di trovare un lavoro, si aspetta di guadagnare forze. La vita in "La 72" prende per questa parte di migranti un'atmosfera di una calma domesticità in cui è difficile andarsene, dinamiche in cui questi uomini (la maggior parte degli ospiti sono maschi) ormai si erano abituati. Un vero rifugio dove fanno amicizia, dove mangiano insieme agli altri, dove ognuno si racconta. Ma alla fine tutti partono sempre con la speranza di riuscire ad arrivare dall’altra parte della frontiera e compiere il sogno americano.

* Questa serie di scatti fotografici di OLIVIA VIVANCO ha vinto il terzo posto nel XXXII Concorso di fotografia antropologica “Migrazioni” della Scuola Nazionale di Antropologia e Storia, l’INAH e il Ministero per la cultura e le arti.




 
 
 
 
 




Olivia Vivanco è nata a Città del Messico. Ha un diplomato alla Scuola Nazionale di Arti Plastiche e fotografia dell’UNAM e un Seminario di fotografia contemporanea 2007 svolto nel Centro de la imagen.


Ha esposto il suo lavoro in luoghi come il Museo dell'Università del Chopo, CNDH, ENAH, Centro de la imagen, Festival internazionale della della fotografia latina nel 2006 e nel 2007 a Parigi e nella Sala della fotografia documentaria per i diritti umani, l'infanzia e la gioventù in Colombia. Ha pubblicato in riviste Mexicanisimo, Picnic Bizco Magazine, Spleen Journal, Registro e Voces de Altaïr. Insegna presso l'Università del Claustro di Sor Juana. Ha ottenuto una borsa di studio nel 2010 per promuovere progetti culturali.


sabato 31 ottobre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI





Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



La resistenza attiva di un immigrato



Presentazione del documentario: “SEXY SHOPPING”

di Adam Selo e Antonio Benedetto





giovedì 5 NOVEMBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1 (ang Via G. da Cermenate, 2 MM ROMOLO) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del documentario “SEXY SHOPPING” di Adam Selo e Antonio Benedetto alla presenza dei registi e di Veronica Tedeschi, avvocato ed esperta del tema delle migrazioni.










giovedì 15 ottobre 2015

Vite in sospeso - Lives in limbo



di Cinzia D'Ambrosi





La vita di coloro che cercano esilio e si sono rifugiati in Europa spesso si blocca nel processo burocratico, nei meccanismi di difesa, nei confini, in attesa di avere un permesso permanente e di poter continuare la propria vita. Quando riusciamo veramente a capire cosa significhi rimanere in balia di questo procedimento, possiamo capire che la situazione è dura. Possiamo poi percepire le discriminazioni e la mancanza di umanita' in molti casi: le detenzioni, i permessi, le firme settimanali, le attese prolungate che durano anni in completa balia di un sistema non funzionante e discriminatorio. Le storie raccolte sono ripetibili – l'attesa prolungata nei centri d'accoglienza, nelle detenzioni e il non poter contribuire e vivere la propria vita. Alcune comunita' sono anche piu' vulnerabili di altre, in particolare coloro che sono visibilmente diversi per la loro religione o etnia. Spesso le comunita' africane sono quelle piu' soggette a malestie, discriminate ed anche attaccate.

La foto che sto condivendo appartiene ad Ahmed, un rifugiato, originario del Sudan. Trascorre le sue giornate nel centro Sudanese dove si sente protetto. Non puo' lavorare e non ha il permesso di poter lasciare la Grecia. Da molto tempo e' in questa situazione di limbo. Come tanti altri nella comunita' e' stato fermato dalla polizia e portato nella loro centrale, solo per lasciarlo li' per ore. Ahmed dice che e' fortunato se non viene riportato nel centro di detenzione!




Didascalia della foto:

'Anche se hai il foglio rosa, non puoi lavorare o lasciare il paese. Te lo possono togliere ogni momento e poi ritorni nei centri di detenzione. Questo succede spesso, particolarmente con noi, rifugiati del Sudan, perche' siamo spesso portati in una centrale di polizia.' Ahmed, Atene, Giugno 2015.



Hate Crimes in Europe!

By Cinzia D'Ambrosi



Many refugees and asylum seekers have their lives stalled for years whilst in the process of being granted asylum or permit to stay. When we truly understand the meaning of this, we can grasp the hard-stance. The detention, the shelters, the lack of a permit to work, the charitable donations to get by. For many of the refugees and asylum seekers this life in limbo goes on for years upon years. Racism, discrimination is intertwined in many layers of this system. The stories being collected are of an endless fight for survival, whilst in accommodation centres, shelters for prolonged periods of time. Some communities face further challenges as being singled out for their race or religion. The black communities are often the most verbally and physically harassed, discriminated and even attacked. Thus, having no residence permit and in a limbo situation leave these communities in greater vulnerability for becoming a target of hate crimes.

The photo that I am sharing belongs to Ahmed, a refugee originally from Sudan taken in a Sudanese centre in Athens, Greece. Ahmed like so many others in the centre has been waiting for a permit that would allow him to work for a very long time. He spends his days in the centre where he feels safe. Like so many others in the community he has often been picked up from the police and taken to the police station only to be released many hours later. If he is not like, he will be then sent back to a detention camp.






Caption of the photo:

'Even if you have the pink paper, you cannot apply for work or leave the country. It can be revoked at any time and then you are back in the detention centres. This happens frequently, particularly with us, refugees from Sudan, because we are often randomly taken to a police station'. Ahmed, Athens, June 2015

sabato 10 ottobre 2015

Ministero dell’Economia: stabilito l’importo per il rilascio del nuovo documento elettronico per cittadini stranieri



(da ProgrammaIntegra.it)


Dal 24 settembre 2015 è entrato in vigore il nuovo documento elettronico per cittadini stranieri, apolidi e titolari di protezione internazionale, e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con il decreto ministeriale del 14 settembre 2015, ha determinato il nuovo importo delle spese a carico dei soggetti richiedenti.

Il documento di viaggio viene rilasciato a apolidi, titolari di protezione internazionale e cittadini stranieri, che sono nell’impossibilità di farsi rilasciare un passaporto dalle autorità dei loro Paesi d’origine.

I Regolamenti del Consiglio Europeo hanno imposto l’adeguamento al formato elettronico, al fine di rendere questo documento più sicuro, difficilmente falsificabile.

Il nuovo documento è stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, ha 32 pagine, è dotato di microchip e sono memorizzate le immagini del volto e due impronte digitali del titolare.

Il documento di viaggio viene rilasciato dalla Questura territorialmente competente al rilascio del titolo di soggiorno.

Dal 24 settembre non sarà più possibile emettere i precedenti documenti in formato cartaceo.

Il nuovo documento ha un costo di € 42,22 e all’atto di presentazione della richiesta di rilascio deve essere consegnata la ricevuta di versamento su bollettino di conto corrente n.67422808 intestato a: Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento del Tesoro.





Ministero Dell’Economia e delle Finanze_nuovo documento di viaggio_DM 14 settembre 2015

Per saperne di più consulta le schede tematiche sul permesso di soggiorno

Leggi anche:

Sanatoria 2012: l’Avvocatura dello Stato chiarisce quali sono i documenti validi per dimostrare la presenza in Italia


martedì 14 luglio 2015

Carta di soggiorno revocata a chi perde il lavoro. Il giudice ferma le Questure



(Da www.stranieriinitalia.it)




Il permesso a tempo indeterminato può essere tolto solo a chi è pericoloso, la mancanza di reddito non conta”. Un immigrato e l’Anolf vincono ricorso al Tar di Milano

Roma – 6 luglio 2015 – Per anni hanno lavorato duro rinnovando di volta in volta i loro permessi di soggiorno. Poi si sono finalmente messi in tasca la carta di soggiorno (permesso Ue per lungosoggiornati), il  documento “a tempo indeterminato”  a cui aspirano tutti gli immigrati.

Quando però, complice la crisi economica, hanno perso il lavoro, la Questura ha revocato loro la carta di soggiorno. Sostenendo che, senza un regolare contratto di lavoro, non possono essere considerate “persone per bene”, degne di rimanere in Italia. Come se a decidere di non lavorare, o di lavorare in nero, fossero i lavoratori.

È successo,  soprattutto a Milano, a cittadini stranieri che avevano chiesto un duplicato o un aggiornamento della loro carta di soggiorno. La Questura ha preteso che dimostrassero di nuovo i requisiti di reddito previsti per il primo rilascio e, in mancanza di assunzioni regolari, contributi versati  ecc, è arrivato il diniego. Potenzialmente una strage, in tempi di crisi economica.

Ora a fermare questa prassi è finalmente arrivata la legge, fatta valere qualche giorno fa dal Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia. Il giudice ha dato ragione a un cittadino srilankese, che dopo aver lavorato a lungo come custode non era riuscito a trovare una nuova occupazione, e ha dato torto alla Questura, che gli aveva revocato la carta di soggiorno perché non aveva un reddito regolare.

La mossa della Questura, ha spiegato il giudice, è illegittima. Sia le norme europee (art. 8 della Direttiva 2003/109/CE), sia il Testo Unico sull’immigrazione che le ha recepite (art. 9 del d.lgs. n. 286/98), prevedono infatti che lo “status di soggiornante di lungo periodo è permanente” e può essere revocato solo “ qualora lo straniero sia pericoloso per l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato, e non invece a fronte della mera mancanza di redditi”.

L’immigrato srilankese può festeggiare, riavrà la carta di soggiorno che si era conquistato sin dal 2005. E lo stesso potranno pretendere quanti sono incappati in una simile ingiustizia. Soddisfatta anche l’Anolf Cisl, che aveva sollevato il caso chiedendo anche l’intervento della commissione europea e che ha affiancato il lavoratore nel ricorso al Tar insieme all’avvocato Silvia Balestro.

La crisi ha colpito duro, soprattutto in determinati settori e soprattutto i lavoratori stranieri.  Togliere loro la carta di soggiorno solo perché hanno perso il lavoro vuol dire far fare un enorme passo indietro al processo di integrazione, per una situazione della quale non hanno colpa. Come si può presupporre che chi non ha un lavoro regolare abbia scelto scientemente di lavorare in nero o di evadere le tasse?” dice a Stranieriinitalia.it, Maurizio Bove, presidente di Anolf Milano e responsabile immigrazione della Cisl meneghinare.

La prassi della Questura di Milano, nota il sindacalista, estremizzava il legame tra lavoro e permesso di soggiorno già previsto dalla legge, andando oltre la stessa legge con una discrezionalità eccessiva e perdendo di vista l’importanza dell’integrazione di chi vive da tanti anni in Italia. Del resto, una sentenza simile a questa aveva già bocciato la Questura, che a quanto pare ultimamente ha iniziato a valutare con più attenzione le singole situazioni.

Ora ci aspettiamo che la legge venga applicata correttamente a Milano e nel resto d’Italia. Deve essere chiaro che chi perde il lavoro non può perdere, per quel motivo, anche la carta di soggiorno” conclude Bove. Se poi il ministero dell’Interno, aggiungiamo noi, volesse chiarire il concetto a tutte le Questure, sarebbe un ulteriore passo avanti.


domenica 15 marzo 2015

Giornata mondiale contro il razzismo: storie di migranti e di altri esclusi


L'Associazione per i Diritti Umani

in collaborazione con Gogol'Ostello-Caffè letterario

PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:
STORIE di MIGRANTI e di ALTRI ESCLUSI



Alla presenza di ALESSANDRA BALLERINI (AVVOCATO CIVILISTA) e EDDA PANDO (Presidente ass. TODO CAMBIA)



VENERDI 20 MARZO



ORE 18.30

presso



GOGOL' OSTELLO – CAFFE' LETTERARIO

Via Chieti, 1 MILANO (Vicino Corso Sempione)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il secondo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vice presidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “Storie di migranti e di altri esclusi” , grazie al saggio di Alessandra Ballerini dal titolo “La vita ti sia lieve”, di Melampo Edizioni, approfondiremo i temi relativi alle migrazioni: la situazione dentro e fuori dai CIE, la burocrazia, le aspettative di chi affronta i viaggi nel Mediterraneo; ma parleremo anche dei “nuovi desaparecidos”, ovvero dei tanti morti nel Mare Noistrum e di come possiamo restituirne la memoria ai loro cari.

IL LIBRO:


Alessandra Ballerini, nota avvocatessa dei diritti umani per l'immigrazione, racconta le storie dei migranti. Degli uomini, delle donne e dei bambini visti da vicino operando per anni in difesa degli ultimi. Nella sua memoria commossa e implacabile si avvicendano le peripezie di madri combattive che cercano di avere la custodia dei propri figli, di bambini abbandonati a se stessi, di prostitute ribelli e di uomini naufraghi in un paese spesso inospitale. Sono racconti di persone normali ed eroiche insieme, schiacciate da destini, ingiustizie, meschinità insopportabili. Si intrecciano alle loro le vicende di donne e uomini giusti che a queste esistenze tendono una mano condividendone e alleggerendone, in parte, il peso. E così tu, lettore, ti auguri alla fine che la vita per tutti si faccia più lieve.

L' AUTRICE:

Avvocatessa civilista, è specializzata in diritti umani e immigrazione. È stata consulente della “Commissione diritti umani” del Senato per il monitoraggio dei centri di accoglienza e di detenzione per stranieri.
Da sempre attiva sul campo in Italia e all’estero, collabora con Amnesty Interna-tional e Terre des Hommes, con l’ufficio immigrati della Cgil, la Caritas e la Comunità San Benedetto al Porto di Don Gallo.
Si occupa di affidi di minori, di tutela di emarginati e di donne vittime di violenza; tema, quest’ultimo, che la vede impegnata presso il Centro Antiviolenza della Provincia di Genova.












lunedì 12 gennaio 2015

Quel "limbo" vergognoso dentro e fuori dai C.I.E.




Limbo è il titolo di un documentario realizzato da Matteo Calore e Gustav Hofer per Zalab. Un lavoro cinematografico di racconto e di denuncia delle condizioni di sopravvivenza all'interno dei CIE, una prigionia forzata che vede coinvolti uomini, ma anche le loro donne e i loro bambini. Il film narra le storie di Alejandro, Bouchaib, Karim, e Peter, rinchiusi nei C.I.E. (Centri di Identificazione ed Espulsione) di Torino, Trapani e Roma, e delle loro famiglie, che attendono di sapere se i propri cari torneranno a casa o saranno mandati via dall'Italia. Storie di attesa, rabbia e paura.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato Matteo Calore e lo ringrazia molto per questo approfondimento.





Limbo” si riferisce allo stato di attesa, degli immigrati e delle loro famiglie, quando vengono portati nei CIE. Ci può anticipare alcune delle storie raccontate nel documentario?



L’entrata nel C.I.E. è l’inizio di una prigionia non solo per chi ci viene portato ma anche per chi ne rimane fuori. Genitori, mogli, mariti, compagni e figli si ritrovano improvvisamente, da un giorno all’altro, a dover gestire l’angoscia e la paura di perdere un affetto importante, di vederlo rinchiuso in un carcere di fatto per un tempo indefinito con il rischio che venga rimpatriato nel paese d’origine, dove in molti casi non ha più ne una casa ne una famiglia. Tutto questo non per aver commesso un reato ma solo per non avere i documenti in regola.

Limbo è un documentario che cerca di raccontare il dramma della detenzione amministrativa in questi centri attraverso un punto di vista fino ad ora inesplorato, un punto di vista importante ed universale che mostra l’assurda deriva di una legislazione problematica, costruita negli anni senza un vero progetto politico ma inseguendo le emergenze e il consenso elettorale.

Limbo racconta la storia di quattro famiglie che hanno vissuto questo dramma e sono riuscite a superarlo con grande dignità e determinazione.

Karim ha 24 anni, vive a Milano da quando ne aveva appena 6, da allora è tornato in Egitto solo una volta per una breve vacanza estiva quando era ancora un bambino.

Qui ha tutta la sua famiglia, i suoi amici, la sua casa, qui ha frequentato le scuole ed oggi si esprime scrivendo canzoni rap in Italiano con un forte accento Milanese.

Da circa tre anni ha una relazione con Federica, ventiduenne, milanese "doc", mamma di Aurora, una bimba di 4 anni di cui Karim non è il padre naturale, ma il padre "di fatto".

Vivevano tutti insieme nella periferia sud di Milano e stavano ricostruendosi una vita dopo un periodo difficile in cui K. aveva scontato una pena tra carcere e comunità a causa di piccoli reati.

Poi, un giorno, durante un normale controllo della polizia K. viene trovato senza documenti in regola e in poche ore si ritrova nel C.I.E. di Ponte Galeria, a Roma, dove sarà trattenuto per oltre due mesi.

In provincia di Varese una famiglia allargata del San Salvador vive nel terrore che Alejandro possa essere espulso da un giorno all’altro. Sua madre ci spiega che tutta la loro famiglia, zii, nonni, cugini e parenti lontani si sono trasferiti in Italia da una decina di anni.

Siamo scappati da una zona molto violenta e pericolosa ed oggi non abbiamo più niente laggiù!”

Ci racconta di essere arrivata in Italia prima lei con il marito, poi nel 2007 li ha raggiunti Alejandro con sua moglie e i suoi 2 figli maggiori e nel 2013, qui in Italia, è nata anche la loro ultima figlia.

Fino a un paio di anni fa Alejandro lavorava in regola insieme al padre in una piccola impresa di giardinaggio, sua moglie si occupava dei bambini e la madre lavorava come badante.

Oggi la loro quotidianità è stata stravolta, dopo che suo padre è stato colpito da un brutto ictus.

Alejandro ha perso il lavoro per occuparsi di lui e in poco tempo non ha più potuto rinnovare il permesso di soggiorno. Oggi mentre le due donne portano a casa i soldi, lui si occupa della casa e della famiglia, organizza le giornate dei figli, e si fa carico del padre malato che ormai non è più in grado di badare a se stesso. Poi la storia si ripete, e questo equilibrio complicato viene messo in crisi in una mattina di dicembre, quando Alejandro viene trovato senza documenti in regola e spostato in meno di 24 quattro ore a 1600 km da casa, nel C.I.E. di Trapani.

A Firenze, Susanna vive con la madre e passa le sue giornate al telefono con il suo compagno, Bouchaib, rinchiuso da più di un mese nel C.I.E di Trapani.

Susanna ha trentacinque anni, è italiana, ed è in cinta di 4 mesi. Quando la incontriamo sta mandando una foto della prima ecografia della loro bimba a Bouchaib.

Non è facile” ci dice trattenendo la rabbia a fatica “lui dovrebbe essere qui con me, dovremmo avere il diritto di viverci questa gravidanza serenamente insieme, come qualsiasi altra coppia italiana, se me lo mandano via sarò costretta a trasferirmi anch’io in Marocco perché voglio che mia figlia possa crescere accanto a suo padre”.

L’ultima è la storia di Peter e Cynthia, entrambi nigeriani, si sono conosciuti in Italia, qui hanno avuto il piccolo Godstime e si sono sposati.

Dopo un periodo di grande instabilità Cynthia ha trovato lavoro come lavapiatti in un albergo e Peter, mentre lei lavora si occupa del bimbo e di tutto il resto.

Una mattina, dopo aver accompagnato Godstime a scuola, la polizia ha fermato Peter a pochi metri da casa. L’unico documento di Peter è un libretto internazionale che certifica il suo matrimonio con Cynthia, lei è in regola ed è corsa subito in suo aiuto, ma ne il libretto, ne il certificato di nascita del bimbo in cui è indicata la paternità di Peter, ne la sua gentilezza e le sue suppliche le hanno permesso di evitare che lo portassero via.

Peter è rimasto più di due mesi bloccato nei C.I.E.

Un lungo periodo in cui Cynthia, improvvisamente sola, ha dovuto riorganizzarsi con caparbietà per tenere in piedi il difficile equilibrio tra gli impegni con l’avvocato di Peter e le intricate trafile burocratiche per cercare di farlo uscire, tra la gestione del piccolo Godstime e il suo lavoro in albergo, un lavoro prezioso, ottenuto con grandi fatiche dopo anni di precarietà, una risorsa fondamentale che le stava finalmente permettendo di sostenere tutta la sua famiglia e che ora ha il terrore di perdere.



A Milano, il CIE di Via Corelli è stato trasformato in un alloggio per migranti, soprattutto per quelli in transito nel nostro Paese: quali potrebbero essere le altre buone pratiche in termini di accoglienza?



In generale, credo sia difficile ragionare in termini di accoglienza dentro i confini disegnati dalla legislazione italiana sull’immigrazione.

Si tende a dividere tra cittadini stranieri regolari, per cui meritevoli di essere sostenuti con politiche di accoglienza, e immigrati irregolari, “clandestini” contro cui bisogna battersi con politiche di contrasto, con i C.I.E. e con le espulsioni.

La realtà, però, è ben diversa: non esistono comunità di stranieri regolari da un lato e di clandestini dall’altro.

Una legge come la nostra permette di maturare una posizione di clandestinità anche dopo diversi anni di permanenza regolare sul territorio italiano, così si trovano molto più spesso persone con i documenti in regola e persone prive di documenti che convivono sotto lo stesso tetto, all’interno della stessa famiglia. Non riconoscere questo apertamente rende estremamente ipocrita ogni riflessione sulle “buone pratiche in termini di accoglienza”.

Come, quando e chi accogliere” è diventata sempre di più una scelta arbitraria, costruita intorno alle emergenze del momento, agli accordi più o meno espliciti tra i diversi stati membri della comunità europea e alle esigenze elettorali dei partiti di maggioranza.

Nel C.I.E. di via Corelli, ad esempio, si è riusciti ad aprire un improvvisato centro di prima accoglienza per far fronte all’emergenza Siria e, per molti mesi, i siriani in transito verso i paesi dell’Europa del nord facevano una tappa lì, per due o tre giorni, per poi rimettersi in viaggio.

Tutto questo è potuto accadere fino a quando l’operazione italiana “Mare Nostrum” salvava le vite di queste persone e i paesi di destinazione più gettonati, come la Svezia o la Germania, accoglievano e accettavano le loro richieste di asilo. In quel periodo infatti, la polizia italiana non ha mai raccolto le impronte digitali di chi arrivava, permettendo così a tutti di decidere in quale paese andare senza rischiare di essere rimandati indietro, secondo quanto previsto dagli accordi di Dublino.

Per un altro lavoro, ho seguito uno di questi viaggi dallo sbarco al porto di Augusta in Sicilia fino al presidio alla stazione di Milano. Durante tutto il viaggio, abbiamo incontrato diversi poliziotti e a nessuno è venuto in mente di controllare i documenti ai Siriani con cui stavo viaggiando.

Pensando alle storie di Limbo mi è sembrato davvero strano, quasi fosse un tacito accordo con cui si riusciva a far defluire i flussi il più velocemente possibile verso nord. Era come se l’Europa dicesse: “l’Italia si fa carico di gestire le operazioni di salvataggio in mare e, in cambio, Germania, Francia, Svezia e Olanda chiudono un occhio sugli arrivi nel proprio territorio.”

In effetti una volta finita l’operazione Mare Nostrum è subentrata Triton, un’operazione internazionale gestita da Frontex, e gli equilibri internazionali sono improvvisamente cambiati: la polizia italiana ha ricominciato a pretendere le impronte di tutti i nuovi arrivati, spesso anche con metodi violenti, le frontiere di Svezia e Germania si sono richiuse duramente ed è tornato impossibile varcarle più o meno legalmente. Perché? Per il mio amico Mohammed, approdato in Sicilia la scorsa estate, arrivare in Svezia è stato semplice, in una settimana con quattro, cinque treni ce l’aveva fatta mentre oggi, suo cugino è stato bloccato all’arrivo, trasferito in un centro da cui non poteva uscire. L’hanno obbligato con la forza a lasciare le sue impronte in Italia, costringendolo di fatto a una vita qui, in un paese in cui non ha alcun legame. Per quanto mi riguarda questo non ha alcun senso.

Per fare qualcosa seriamente in termini di accoglienza è necessario che l’Europa smetta di agire costantemente invocando l’emergenzialità, cambiando in maniera schizofrenica posizione riguardo a questa o a quella ondata.

E’ necessario combattere davvero l’immigrazione clandestina, le mafie da entrambe le parti del Mediterraneo e gli smugglers che da anni gestiscono questi flussi con un giro d’affari impressionante, ma per farlo esiste solo una possibilità.

Dobbiamo costruire più occasioni di migrazione legale, rivedere il decreto flussi, ampliare le possibilità di ricevere un visto anche per chi è nato dalla parte sbagliata del mare e soprattutto fronteggiare le ondate di profughi costruendo dei canali umanitari che permettano loro di arrivare senza mettere a rischio la propria vita. Solo così possiamo combattere lo sfruttamento feroce di chi ha messo in gioco tutto pur di poter cambiare vita.




Quali sono le conseguenze del sistema italiano, in tema di politiche migratorie, per i figli di queste persone?



Io vivo in un quartiere altamente popolato da immigrati e i miei figli frequentano una scuola dove solo il 50% dei bambini ha entrambi i genitori italiani.

I loro amici vengono da famiglie nigeriane, bengalesi, somale, indiane e rumene, sono cresciuti insieme, molti di loro sono nati in Italia e per la loro generazione l’area geografica di provenienza dei genitori è un dato di totale disinteresse.

Purtroppo il loro modo di vedere il mondo è ancora molto lontano da quello delle generazioni che oggi votano in Italia, e fino a quando non saranno loro a definire una nuova politica i figli degli stranieri continueranno a portare lo stesso peso con cui devono convivere i loro genitori.

Al di là delle ingiustizie giuridiche sull’acquisizione della cittadinanza di cui si è già molto discusso, pensando più che altro ai figli di chi viene bloccato nei C.I.E. e rischia l’espulsione, le ripercussioni sulla vita di questi bambini sono evidenti.

La perdita improvvisa di un genitore senza ragioni apparenti non può che diventare motivo di angoscia e sofferenza per i figli di chi viene portato via lasciando una ferita e un insicurezza che farà fatica a riemarginarsi.

Fortunatamente i diritti dell’infanzia contano molto nel nostro paese e lo stato cerca sempre di tutelarli al meglio, per cui in molti casi, come ad esempio è stato per Peter e Cynthia, è proprio il tribunale dei minori l’ultima istituzione in grado di garantire che queste famiglie non vengano spezzate dalle espulsioni, ogni bambino che vive in Italia ha infatti il diritto di vivere accanto ai propri genitori, qualsiasi sia la loro situazione amministrativa.




E le donne sono costrette a cambiare il proprio ruolo all'interno delle famiglie?



Le storie raccontate in “Limbo” sono tutte storie in cui le donne restano al di fuori dei C.I.E. e sostengono il peso di errori, angosce e ingiustizie.

Non si può cedere alla paura di perdere il proprio compagno perché bisogna mantenere le forze per continuare a lavorare, per organizzare la vita dei propri figli, bisogna inventarsi delle storie per non farli soffrire e trovare le energie per combattere contro un ingiustizia che spesso si fatica anche solo a capire.

Credo però che farne una questione di genere rischia di diventare un esercizio ideologico.

Noi abbiamo raccontato le vicende di queste famiglie e non di altre solo perché nei pochi giorni in cui ci è stato concesso entrare nei centri non siamo riusciti a passare nelle sezioni femminili.

Nei C.I.E. ci finiscono tanto gli uomini quanto le donne.

In entrambi i casi, se fuori c’è una famiglia che si ritrova improvvisamente spezzata, c’è una persona che se ne deve fare carico e molto spesso lo deve fare da sola, ricoprendo ruoli che fino ad allora delegava al proprio partner.

Molte delle persone che abbiamo incontrato prima di cominciare le riprese del documentario hanno famiglie che si reggono su equilibri economici molto delicati, vivono in zone di periferia, in situazioni complesse e spesso, non avendo in Italia una rete familiare che può farsi carico dei bambini, solo uno dei coniugi riesce a lavorare mentre l’altro si occupa di tutto il resto, è chiaro che spezzare questi equilibri porta a situazioni di grande sofferenza che non possono che avere un peso importante per tutta la società.




Il documentario si basa sul parallelismo tra un “dentro” (nei CIE) e il “fuori”: cosa può fare la società civile per queste persone?



Sono convinto che il ruolo principale della società civile sia quello di tenere alta l’attenzione sulle violazioni dei diritti delle minoranze, moltiplicando le occasioni di informare e rendere partecipi anche le fette di cittadinanza meno sensibili, cercando in tutti i modi di controllare l’operato di una classe politica che ormai sembra aver completamente perso ogni contatto con la realtà del paese.

In Italia esiste una società civile già forte, fatta di associazioni, gruppi informali, comitati, centri sociali, patronati e volontari che da anni si impegna attivamente in questo senso.

Molte sono state le iniziative a difesa dei diritti di queste persone perché per fortuna c’è ancora una bella parte della popolazione che ha ben chiaro quanto tutto questo abbia a che fare direttamente con la vita di tutti noi.

Un paese che non è in grado di accogliere, di condividere, che ha dimenticato il proprio passato e lascia spazio alla paura e alla xenofobia è un paese che sta male, che fatica a rigenerarsi e in cui i diritti di tutti sono sempre più a rischio.


martedì 16 dicembre 2014

Incontro sul carcere di Opera: detenuti, letteratura e dignità



Cari amici,

oggi vi proponiamo il video dell'incontro che l'Associazione per i Diritti Umani ha realizzato, presso il Centro Asteria, sul documentario Levarsi la cispa dagli occhi. Abbiamo avuto occasione di fare molte riflessioni con i registi, Cristina Maurelli e Carlo Concina, e con alcuni detenuti del carcere di massima sicurezza di Opera. Ha partecipato all'iniziativa anche Margherita Lazzati del progetto "Leggere LiberaMente".


Il documentario racconta lo svolgimento del progetto “Leggere Libera Mente”, che si svolge all'interno del carcere di massima sicurezza di Opera.

Muri, sbarre, chiavi. Il carcere è un posto di frontiera. Ma lettura e scrittura possono aiutare a ritrovare un senso, a dare voce a giorni sempre uguali.

Le poesie dei detenuti, i loro scritti, le loro pagine preferite ci accompagnano in un viaggio all'interno del carcere alla ricerca del significato della parola LIBERTA'.





Proponiamo anche una proiezione del documentario per le scuole (terze medie e superiori), sempre alla presenza dei registi al costo simbolico di due euro a partecipante. Per informazioni: peridirittiumani@gmail.com


 

Tutto il nostro materiale video è disponibile anche sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani.


Se apprezzate il nostro lavoro, potete aiutarci a continuare a farlo con una piccola donazione tramite Paypall (in alto a destra sul sito). Grazie!

lunedì 15 dicembre 2014

Per Emra e per tutti i giovani nati e cresciuti in Italia costretti ancora a sentirsi "stranieri"


Che le leggi italiane in materia di immigrazione e cittadinanza siano un groviglio di ingiustizie e paradossi non è certo una novità. A volte però, ormai troppo spesso, le prassi amministrative di chi queste leggi dovrebbe "almeno" rispettare, riescono a spingersi oltre, rendendo ancor più feroci gli effetti delle norme: quelle in materia di immigrazione e quelle che dovrebbe riconoscere a chi non ha visto nella sua vita altro paese che l’Italia, un passaporto italiano.  


E’ così che è avvenuto anche nel caso di Emra, un ragazzo di 22 nato in Italia, residente a San Donà di Piave e oggi rinchiuso nel CIE di Bari Palese.

Erano i primi anni ’90 quando i genitori di Emra, cittadini "jugoslavi" lasciavano il loro paese a causa della guerra nei Balcani, per rifugiarsi in Italia. Ed è poco dopo il loro arrivo, nel 1992, a Secondigliano (NA), dove avevano stabilito la residenza, che nasceva Emra. Poi la famiglia intera, si trasferì in uno dei campi profughi di Mestre, dove, grazie al lavoro della Cooperativa Caracol e del Comune di Venezia, impegnati in un progetto di superamento della "forma campo", vennero guidati nell’acquisizione di una abitazione, così come altre quattrocento persone.
Stabilitainsieme alla sua famiglia la residenza a San Donà di Piave nel 2000, Emra venne così iscritto nella "carta di soggiorno" del padre.
Ma è quattro anni fa, con il compimento della maggiore età, che la vita di Emra, come accade ad altre migliaia di giovani nati qui, deve fare i conti con la spietata normativa italiana.
Suo padre muore, lui non è cittadino jugoslavo (serbo), ma per l’Italia non esiste. Perché nonostante i certificati di nascita e gli attestati di iscrizione anagrafica che testimoniano una vita intera passata in Italia, per le autorità italiane è straniero, "entrato irregolarmente" e per questo dovrebbe essere espulso in un paese che non ha neppure mai visto. La Prefettura di Venezia ha infatti emesso nei suoi confronti un provvedimento di espulsione seguito da un ordine di trattenimento emesso dal Questore, nonostante le autorità serbe avessero accertato che Emra non era cittadino serbo.

Ad aggravare ancor di più una situazione già pesantemente segnata ci ha pensato il Giudice di Pace chiamato a convalidare il provvedimento di espulsione ed il trattenimento presso il CIE di Bari Palese dove Emra è rinchiuso dal 25 novembre..
In palese violazione della normativa vigente ed in contrasto con la consolidata giurisprudenza in materia, infatti, non è stato preso in considerazione quanto disposto dall’art 13 comma 2 bis del TUI che impone una attenta valutazione sulla natura dei vincoli familiari dell’interessato (Emra ha qui tutta la sua famiglia), sulla durata del suo soggiorno nel territorio nazionale (Emra è qui da tutta la vita) nonché sull’ esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d’origine (che è l’Italia perché Emra non ha mai visto la Serbia). Proprio in questi giorni è stato depositato dall’
Avv. Uljana Gazidede (che collabora con Melting Pot Europa), il ricorso contro questo illegittimo provvedimento di espulsione. Ma non basta. Si tratta dell’ennesima vicenda che racconta come l’immediato riconoscimento dello ius soli e la chiusura di tutti i CIE non siano più rinviabili.

Per Emra, così come per le centinaia di persone rinchiuse nei CIE e le migliaia di giovani che rischiano di trovarsi nella sua stessa situazione, chiediamo giustizia.

Liberate subito Emra Gasi





martedì 26 agosto 2014

Terra di transito: l'odissea dei profughi dalla realtà allo schermo




Molti sanno - ma tanti no - che il Regolamento di Dublino obbliga i richiedenti asilo a restare nel primo Paese in cui arrivano dopo essere scappati dal proprio. Nel documentario Terra di transito - del regista Paolo Martino, presentato con grande successo al Bif&st, il Festival internazionale del Film di Bari - si racconta, in particolare, il viaggio di Rahell, fuggito dalla Siria, ma non solo: si parla anche di accoglienza, di legislatura, di speranze e disillusioni.


Abbiamo intervistato per voi Paolo Martino che ringraziamo molto per la sua disponibilità.




Quali sono le direttive del Regolamento di Dublino?



Nella sua struttura diabolica, in realtà, la Convenzione di Dublino è molto semplice perchè di fatto impone ai rifugiati (migranti forzati, persone che fuggono da guerre o persecuzioni) di fermarsi nel primo Paese d'ingresso all'interno dei confini dell' UE. Questo perchè il regolamento stabilisce che il Paese competente per valutare la domanda d'asilo è il primo Paese in cui il rifugiato mette piede e ciò comporta che Paesi come l'Italia, la Grecia o la Spagna, soggetti ai flussi migratori più di altri, siano quelli in cui vengono fatte più richieste d'asilo.


Quali sono le aspettative dei profughi e dei rifugiati in Italia? E con quali difficoltà si scontrano?


I rifugiati - anche provenienti da Paesi diversi – hanno una maggiore consapevolezza, ormai è abbastanza noto che in l'Italia non è un Paese in cui è facile costruirsi un futuro, mettere radici, cercare soluzioni ai problemi da cui si fugge. I rifugiati, spesso, arrivano già con l'idea di andare via dal nostro Paese. L' Italia ha problemi strutturali, dal punto di vista economico e sociale, che vanno peggiorando, quindi questo scoraggia i rifugiati a cercare qui una soluzione ai loro. Tuttavia, per il regolamento di Dublino, sono obbligati a restare da noi, almeno finchè non ottengono l'asilo e la possibilità di spostarsi, ma soltanto per periodo molto brevi.

Quando si ottiene l'asilo, non si ha automaticamente un riconoscimento pari a quello della cittadinanza (anche se formalmente dovrebbe essere così); in realtà, attraverso un documento che si chiama “titolo di viaggio”, loro non possono cercare lavoro, avere assistenza sanitaria, etc. e quindi possono viaggiare, ma per brevi periodi, altrimenti dovrebbero restare a carico di qualcun altro.


Ci può raccontare una storia emblematica?


Nel film partiamo da un discorso corale e poi scremiamo fino ad arrivare a Rahell. La sua storia spicca, ma è una storia molto comune.

La sua famiglia fugge dall'Iraq negli anni '90 e si radica bene in Svezia, nel lavoro e nella società. Più tardi anche lui scappa prima dall'Iraq per ragioni politiche e poi anche dalla Siria (a causa della guerra di oggi) ; è un musicista, una persona molto esposta e questo, in un Paese governato da un regime, può diventare un pericolo. Nel momento in cui arriva in Europa, in Grecia, non gli vengono prese le impronte digitali, però impiega lo stesso un anno per arrivare in Italia: un viaggio difficilissimo nell'Adriatico. Sbarca in Puglia e qui gli prendono le impronte e rimane bloccato. Siamo riusciti ad arrivare in Svezia, ma solo per pochissimi giorni e per girare il documentario, ma adesso Rahell vive in Italia.


Quali sono le differenze tra l'Italia e i paesi del Nord Europa in termini di “accoglienza” ai rifugiati?


Quando parliamo di rifugiati facciamo spesso confusione rispetto al loro status economico, politico e culturale.

I rifugiati non sono persone che fuggono dalla povertà. Spesso si portano dietro un bagaglio anche molto ricco di conoscenze e, quindi, sono persone facilmente inseribili nella società e nel mondo del lavoro. Sarebbe importante - prima di parlare di accoglienza - comprendere la situazione di queste persone perchè potrebbero arricchire, con la loro esperienza, il Paese in cui arrivano.

L'Italia ha perso clamorosamente questa occasione, non ha compreso il fenomeno e lo ha amministrato solo con numeri e statistiche. Gli altri Paesi, quelli del Nord Europa come la Germania ad esempio (che accoglie quasi 1 milione di rifugiati, mentre l'Italia 50-60.000), hanno captato questa possibilità e hanno unito la loro storica tradizione di socialdemocrazie all'apertura verso lo straniero. Questo in Scandinavia, Olanda, Belgio, Francia.

In Svezia i rifugiati vengono immediatamente inseriti in programmi di formazione linguistica e professionale, partendo dalla persona, per capire le sue attitudini e così queste persone, in pochissimi mesi, riescono a restituire quello che lo Stato investe su di loro. La seconda parte di Terra di transito testimonia proprio questo: intervistiamo tre ragazzi palestinesi che fuggono da Damasco, i quali si sono inseriti in questi programmi e, a distanza di un anno, lavorano...e pagano le tasse. Intervistiamo anche una ragazza curda che è diventata un' esponente di spicco del Partito socialista svedese...


Cosa avete voluto raccontare e denunciare, quindi, con questo lavoro?


Denunciamo il paradosso evidente di un'Italia che, da una parte, continua a livello propagandistico a proclamarsi “terra di invasione” da parte degli stranieri e, dall'altra, accetta l'arrivo degli coatto dei rifugiati.

Io e Rahell stiamo continuando a seguire storie ancora in evoluzione perchè vogliamo fare proprio una campagna su questo argomento.


lunedì 16 giugno 2014

EU013 L'ultima frontiera





Ogni anno migliaia di cittadini stranieri vengono trattenuti all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione (C.i.e.) italiani per non avere un regolare permesso di soggiorno. Possono restarvi rinchiusi fino ad un anno e mezzo senza aver commesso reato: questo genere di detenzione amministrativa in Europa è la conseguenza estrema del funzionamento delle frontiere all’interno dell’area Schengen.



Il documentario, EU013 - L'ultima frontiera, di Raffaella Cosentino e Alessio Genovese, mostra gli operatori della polizia di frontiera di Ancona e Fiumicino, seguiti nelle normali procedure di controllo e contrasto all’immigrazione irregolare Il tentativo è quello di descrivere l’idea che oggi è alla base dell’affermazione di una identità europea diversa da tutto ciò che non lo sia. E i CIE sono la conseguenza estrema di questa idea.



Il film è stato presentato al Festival di Rotterdam e al Festival dei popoli. E' stato vincitore, nel 2012, del Premio Maria Grazia Cutuli.





Abbiamo rivolto alcune domande a Raffaella Cosentino che ringraziamo tantissimo per il tempo che ci ha dedicato.

 


 Nel titolo si parla di “ultima frontiera”: qual è il collegamento tra un CIE e il concetto di frontiera?

I collegamenti sono molteplici: uno è un collegamento fisico-geografico perchè il Cie è una sorta di limbo in cui si rimane intrappolati. Ci sono persone che fanno anche dieci anni dentro e fuori dai CIE oppure dal circuito carcere-CIE e questi rappresentano il prolungamento delle frontiere all'interno del territorio nazionale. E poi c'è un discorso simbolico/ideologico per cui i CIE sono la manifestazione delle politiche di frontiera all'interno dell'area Shengen, per cui per abbattere queste frontiere sono stati costruiti i CIE per escludere i cosiddetti “extra-comunitari” che da categoria burocratica sono diventati una categoria simbolica nel senso che la parola “extra-comunitario” ha perso la sua valenza originaria per indicare, invece, uno stigma, per indicare persone povere, reiette, criminali. Non indichiremmo mai come “extra-comunitario” uno svizzero o un americano...Quindi i CIE fanno parte di questa costruzione simbolica razzista.


Su cosa si basano il teorema dell'invasione e la paura nei confronti degli immigrati ?

Vedere delle persone in gabbia, pur non avendo loro commesso alcun reato, conferma lo stereotipo che siano socialmente pericolose e da allontanare dal vivere civile. Questo serve a confermare l'apparato di costruzione di un nemico. Ed è quello che abbiamo raccontato con questo documentario.


Quali sono le condizioni di sopravvivenza all'interno di un CIE?


Come mi diceva poco tempo fa uno dei nostri protagonisti, Lassaad, la persona viene totalmente annientata ed è difficile sopravvivere perchè i CIE sono istituzioni totali in cui si annienta la persona umana, come lo erano i manicomi.
Il tempo che non passa mai, l'ingiustizia di essere rinchiusi per non avere commesso nulla, non si viene rimpatriati, i carcerieri decidono per te qualsiasi cosa: tutto questo, protratto per 18 mesi, ti porta ad essere annullato come essere umano.
L'unica forma di sopravvivenza è la rivolta. Abbiamo avuto una sentenza della magistratura, a Crotone, nel dicembre 2012, in cui il giudice D'Ambrosio ha assolto per legittima difesa tre migranti che avevano danneggiato il CIE, dando vita alla rivolta. Questo perchè, dopo un'ispezione a sorpresa, è emerso che le condizioni all'interno del CIE erano così gravi da produrre una lesione pesantissima dei diritti umani per le persone. E' stata una sentenza rivoluzionaria.
A Gradisca, invece, le rivolte sono state duramente represse e un ragazzo è finito in coma.


Cosa succede ai migranti allo scadere dei 18 mesi?


Di solito viene dato un foglio di via con l'intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 7-15 giorni, cosa che puntualmente non fanno perchè, spesso, sono persone già radicate in Italia. Al successivo controllo dei documenti finiranno di nuovo nel CIE per altri 18 mesi, spostati come pacchi da Nord a Sud, senza che ci sia un criterio o una spiegazione logica per cui, ad esempio, uno preso a Milano venga potato nel CIE di Roma e poi trasferito a Gorizia, etc. con spese incredibili per lo Stato.


Avete ripreso gli operatori di Ancona e di Fiumicino mentre fanno i controlli...qual è la sua opinione a riguardo?

 A noi serviva far vedere come loro applicano quella che è un'idea politica. Poi ognuno ha il proprio ruolo in questa società e in questo gioco assurdo ci sono due protagonisti: gli uomini della Polizia e i migranti. E noi volevamo mostrare tutti. Non potevamo riprendere la Polizia all'interno dei CIE, ma soltanto a livello della frontiera: il nostro occhio è volutamente neutro, abbiamo semplicemente ripreso quello che è e, secondo me, chi guarda il documentario può darne un'interpretazione a seconda della propria ottica.
Per me è giusto contestare le regole che, a livello europeo, ci stiamo dando.
















domenica 8 giugno 2014

Per la Giornata mondiale del rifugiato: una prima comunicazione


Anche oggi pubblichiamo una comunicazione che speriamo possa interessare a molti.

Domani ricominciamo ad aggiornarvi con le interviste, gli articoli e gli approfondimenti. Buona giornata!



martedì 2 luglio 2013

La vita che non Cie: un documentario di Alexandra D'onofrio

Più di mille migranti si trovano, in questo ultimo periodo, nel centro di accoglienza di Lampedusa: una struttura che avrebbe una capienza massima di 300 posti. Dall'isola i migranti vengono smistati nei CIE, Centri di identificazione e di espulsione. Ma cosa succede a queste persone, senza permesso di soggiorno, dentro e fuori dai Cie? Ne abbiamo parlato con Alexandra D'onofrio, regista del documentario intitolato La vita che non Cie, una trilogia di cortometraggi, prodotta da Fortress Europe, in cui si narrano le storie di un ragazzo che cerca di raggiungere la moglie incinta, dalla Tunisia all'Olanda; di un uomo che cerca di aiutare, dall'esterno, i suoi compagni rimasti all'interno del Cie di Torino, dopo esserci stato lui stesso; e di un figlio che non cresce con il padre, espulso in Marocco dopo aver vissuto tanti anni in Italia. Un lavoro cinematografico nato nel Cie di Modena dove, nel febbraio 2011, Gabriele Del Grande ha conosciuto Kabbour, il protagonista dell' ultima vicenda intitolata “Papà non torna più”. Alexandra D'Onofrio ha, poi, seguito Kabbour in Marocco e ha deciso di raccogliere altre storie per riflettere sul tema della giustizia e sulle politiche riguardanti l'immigrazione ma, soprattutto, per raccontare relazioni difficili e sentimenti universali.

Abbiamo intervistato Alexandra D'Onofrio

 La vita che non Cie è il titolo di una trilogia che, attraverso le vicende di un ragazzo, di un uomo e di un bambino, racconta l'odissea dei migranti da punti di vista differenti. Da dove nascono queste storie?

 Abbiamo girato questo film tra marzo e aprile 2011 e ci siamo posti l'obiettivo di andare a cercare dei ritratti, delle storie che potessero raccontare ciò che non si viene a sapere dai canali ufficiali, dai media. Il problema è stato che, nel 2011, c'era il veto di entrare nei Cie per giornalisti e documentaristi (adesso, invece, c'è questa possibilità) e, quindi, abbiamo tessuto le storie di persone che ci hanno raccontato i Cie da fuori. Nel primo caso si racconta la storia d'amore di un ragazzo che è evaso: il fotografo Alessio Genovese - che ha seguito la vicenda fin dall'inizio e del quale ho usato le immagini lavorando in Audiodoc - aveva incontrato la moglie di Nizar e aveva cominciato a fotografare lei mentre andava a trovarlo al Cie. Dopo un mese c'è stata una rivolta, i reclusi sono evasi e il Cie è stato chiuso. Si tratta del Cie di Chinisia, fuori Trapani: Gabriele mi ha proposto di scrivere il soggetto e poi io ho seguito Nizar in Olanda dov'era andato per raggiunegre la sua compagna in attesa di un figlio... Attraverso questi corti abbiamo, infatti, voluto raccontare sentimenti universali: l'amore, la genitorialità, la solitudine.
Nel secondo corto si parla del Cie di Torino attraverso la storia di una persona rilasciata dopo circa cinque mesi di reclusione. Al tempo abitavamo a Torino e l'unica realtà che restava in contatto con i detenuti era una radio, Radio Black Out, che metteva in onda le interviste alle persone dentro il Cie. Abdelrahim, una volta uscito, si era impegnato a fare “da tramite” e a portare dentro alcune cose che potessero servire ai reclusi, come cibi o vestiti, ad esempio; il film, infatti, inizia con lui che va al mercato a comprare reggiseni per le ragazze della sezione femminile. Abbiamo cercato di capire quanto la vita di Abdelrahim fosse cambiata dopo l'esperienza di detenuto nel Cie e abbiamo anche cercato di capire il motivo della sua scelta di mantenere questa relazione con i compagni.
 La terza storia parla di una deportazione, di un rimpatrio. E' la storia di Kabbour che ha vissuto in Italia per 11 anni, ha fatto le medie e le superiori qui per poi lavorare nei mercati, ma si trova costretto a tornare in Marocco perchè vendeva CD contraffatti. E' un reato per il quale è stato considerato “socialmente pericoloso” e per cui ha perso il permesso di soggiorno ed è stato rispedito indietro. Nel frattempo, Kabbour si è formato una famiglia con una compagna, cittadina polacca, con cui ha avuto un bambino, Tareq che, l'anno in cui il padre è stato rimpatriato, aveva cinque anni.

 In base alle testimonianze che avete raccolto, com'è la vita all'interno dei centri? O si deve parlare di sopravvivenza?

Una cosa interessante del primo corto è che siamo riusciti ad utilizzare materiale realizzato dai protagonisti stessi, che hanno filmato con i telefonini. Le immagini riprendono la traversata, i primissimi giorni con i festeggiamenti per essere riusciti ad arrivare, con cerchi di canti e danze, ma poi i cellulari hanno ripreso anche la situazione all'interno dei Cie, con le rivolte o con le persone che stanno lì senza fare niente, ingabbiate, a guardare il cielo. Per i reclusi la cosa straziante è non capire perchè: non hanno commesso reato, hanno solo fatto la traversata senza avere la carta giusta oppure si trovano senza permesso di soggiorno perchè l'hanno perso strada facendo o perchè il loro contratto di lavoro non è stato rinnovato. Non avere il permesso è un reato amministrativo che equivale a passare con il semaforo rosso, eppure queste persone sono detenute. Oltretutto, il periodo di reclusione è salito da sei a diciotto mesi.

Nei titoli di coda si sottolinea che il 60% delle persone trattenute non viene né identificato né rimpatriato. Dopo un anno e mezzo di Cie, cosa succede?

Una volta fuori, queste persone rischiano semplicemente di non essere ancora identificate e di essere riportate dentro. Mentre giravo la storia a Torino ci è stato spiegato che - siccome i detenuti non riescono a dare un senso a quello che succede, non sanno quando verranno rilasciati o se verranno riportati a casa - non riescono a dorire di notte e , quindi, chiedono i calmanti. I calmanti, però, vengono dati molto facilmente perchè servono anche a mantenere la calma all'interno del Cie; vengono usati per sedare la rabbia. Quando facevo le interviste per telefono, capivo che dall'altra parte c'era una persona che non riusciva a parlare perchè intontita dai farmaci.

Nel terzo corto, attraverso la storia di Kabbour e Tareq, padre e figlio, si affronta il tema del “principio del bilanciamento”, riconosciuto dalla Corte europea di Giustizia: di cosa si tratta?

 Il principio del bilanciamento dice che spetta al giudice dare la priorità all'interesse del minore oppure a quello dello Stato. Se il soggetto è stato considerato un “pericolo sociale” ma ha un figlio, è lo Stato che decide a chi o a cosa dare la priorità, ma non esiste una normativa precisa riguardo a queste situazioni. Kabbour è uno di quelli che sono riusciti a vincere la causa e da circa due mesi è ritornato in Italia.