
"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
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domenica 27 dicembre 2015
Lotta concreta alle mafie: le parole del Comitato Addio Pizzo
Addiopizzo è un movimento aperto, fluido, dinamico, che agisce dal basso e si fa portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia. È formato da tutte le donne e gli uomini, i ragazzi e le ragazze, i commercianti e i consumatori che si riconoscono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.
Addiopizzo è anche un’associazione di volontariato espressamente apartitica e volutamente “monotematica”, il cui campo d’azione specifico, all’interno di un più ampio fronte antimafia, è la promozione di un’economia virtuosa e libera dalla mafia attraverso lo strumento del “consumo critico Addiopizzo”.
L'Associazione per i Diritti umani ha rivolto alcune domande ai membri del Comitato Addio Pizzo.
Risponde, per voi, Pico Di Trapani. Ringraziamo moltissimo il Comitato Addio pizzo.
Un comitato, il vostro, costituito da studenti: potete parlarci delle vostre competenze, dei motivi che vi hanno spinto e di come siete organizzati?
Siamo un gruppo di cittadini palermitani di età varia, abbiamo tutti intorno ai venti, trenta, quarant'anni e ci siamo ritrovati nel tempo a costruire un percorso dentro l'associazione convenendo sulla necessità di creare a Palermo, la nostra città, una rete che permettesse in ultima istanza ai commercianti e imprenditori vessati dal racket delle estorsioni mafiose, di denunciare in tutta sicurezza le violenze subite da Cosa nostra. Proveniamo da percorsi personali differenti, ma siamo uniti dall'adesione a principi comuni che si riassumono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Tutto nacque casualmente così, nel 2004, dal primo nucleo storico della futura associazione, che decise di condividere quella comunicazione con la città di Palermo affiggendo dappertutto, per le strade del centro storico, centinaia di adesivi che riportavano quel messaggio. Poi nel tempo i volontari sono aumentati e ci siamo potuti strutturare meglio, pianificando azioni che vanno nella stessa direzione e che ad oggi convergono su un'opera di sensibilizzazione nei confronti della cittadinanza e del mondo delle scuole, una comunicazione costante sul tema del racket e di ciò che concerne la lotta alla mafia, l'organizzazione di eventi e la promozione di una lista di consumo critico antiracket - consultabile sul nostro sito internte e tramite App - l'assistenza processuale e psicologica alle vittime del pizzo, etc.
Perchè l'estorsione è la “madre di tutti i crimini”?
Quando sosteniamo questo, riportiamo e quindi condividiamo l'idea espressa nel 1991 da Libero Grassi, che diceva al proposito: “L’estorsione è la madre di tutti i crimini perché è funzionale a stabilire, consolidare ed estendere il governo sul territorio rappresentato da una strada, una piazza o un quartiere. Il pizzo è manifestazione della signoria territoriale di Cosa nostra sulla città di Palermo. Con il pizzo la mafia si fa Stato”. Il pizzo, pur costituendo un'emergenza sociale ed essendo ancora oggi fortemente radicato come prassi criminale, non è per Cosa nostra e non ha mai costituito una fonte di reddito così alta, in rapporto al totale delle sue entrate. Ciononostante, è da sempre praticata dalle organizzazioni mafiose come strumento di affermazione del proprio potere e di riconoscimento della propria superiorità da parte della comunità locale vessata, che invece di unirsi e reagire accetta questa supremazia imposta con la violenza. Sta in questo il vulnus culturale su cui intendiamo agire, invitando gli altri palermitani e siciliani a riconoscere in noi stessi per primi i responsabili di questo potere mafioso nella nostra regione, e a reagire insieme di conseguenza.
Come si svolgono le vostre iniziative antiracket rivolte alle scuole?
Dal 2005 i nostri volontari incontrano studenti di ogni età, nella certezza che la scuola, bene comune prioritario, è laboratorio privilegiato per la lotta alla criminalità mafiosa e alla mentalità che ne sta alla base. Le scuole, luogo di incontro di culture differenti, possono e debbono educare il cittadino in un’ottica cosmopolita, quella di una società interculturale, finalmente libera. Gli incontri con gli studenti si svolgono nelle rispettive scuole o nella sede a noi affidata, un bene confiscato alla mafia, per questo stesso luogo di forte impatto simbolico. A fianco di docenti, studenti, genitori e dirigenti scolastici, che ringraziamo sentitamente, Addiopizzo in questi anni ha non solo inciso nella formazione di questi studenti, ma segnato, secondo noi, un momento unico e significativo nella storia della nostra città con le diverse iniziative e progetti di sensibilizzazione elaborati e attuati ogni anno, a dimostrazione di quanto la scuola possa essere determinante nel formare le coscienze dei giovani.
Quali appoggi e quali ostacoli avete incontrato durante il vostro lavoro?
Gli ostacoli maggiori provengono dal tentativo che portiamo avanti, di provare a scardinare la mentalità di chi è rassegnato all’idea che nulla possa cambiare e per tale approccio assume atteggiamenti di indifferenza, nella migliore delle ipotesi, o di acquiescenza nella peggiore, a fenomeni dai quali oggi ci si può davvero liberare. Ma si tratta di un lavoro per il quale bisogna ancora tanto faticare. Si tratta di sfide e ostacoli prettamente culturali. Non a caso la maggior parte degli operatori economici che hanno denunciato e che si sono avvalsi del nostro ausilio appartengono a generazioni di giovani - trentenni, quarantenni e cinquantenni che hanno forti resistenze culturali rispetto a fenomeni come quello delle estorsioni. Noi vogliamo sostanzialmente restituire normalità alla nostra terra, facendo in modo che chi resiste alle pressioni mafiose e clientelari possa proseguire il proprio lavoro senza ripercussioni sulla propria incolumità e sull’attività economica che esercita. La presenza mafiosa nell’economia siciliana è ancora forte. Il pizzo imposto ai commercianti, oltre a rappresentare la negazione di libertà importanti, come quella di impresa, è anche un pesante macigno che incide sulla possibilità dello sviluppo dell’economia isolana, distorcendone le regole del mercato e della libera concorrenza. Ma, oggi, esistono molti esempi positivi di riscatto che possono permettere di sperare in un futuro diverso, libero dalla criminalità organizzata e dai suoi disastrosi effetti. L'appoggio su cui contiamo proviene da questa rete che da anni, ognuno per la propria parte, stiamo contribuendo a tessere insieme.
venerdì 7 agosto 2015
Per non dimenticare le terre dei fuochi
Eccovi il video
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giovedì 30 luglio 2015
E' arrivata mia figlia: una madre e una figlia per il diritto alla dignità
Val e
Jessica: una madre e una figlia nel Brasile di oggi. Val è una donna
di mezza età, da tanti anni è al servizio come domestica presso una
famiglia, in una villa di San Paolo. Ha cresciuto i figli di Bàrbara
e di Carlos e Fabinho, il ragazzo adolescente, la considera la sua
“seconda mamma”. Jessica arriva a scompaginare la ritmica e
monotona quotidianità di Val, un giorno, all'improvviso: dopo
un'infanzia trascorsa con il padre e la nonna, vuole trascorrere a
San Paolo un po' di tempo per poter accedere al test di ingresso in
università. Val non ha altra alternativa che quella di farla
soggiornare nella sua stanza – stretta e soffocante – mentre
cerca un alloggio per entrambe. Ma la convivenza tra i componenti
della famiglia ricca e le due donne non è facile. Da qui prende
l'avvio la trama del film intitolato E'
arrivata mia figlia, di
Anna Muyleart, vincitore del Premio speciale della Giuria al Sundance
Festival e del Premio del pubblico al Festival di Berlino 2015.
I
personaggi, ben caratterizzati, formano il puzzle della società
brasiliana delle metropoli: Bàrbara, la moglie ambiziosa e
consapevole di sé e del proprio ruolo sociale, Carlos il marito
depresso, privo di spina dorsale, del tutto steso sulla propria
ricchezza ereditata, i due figli poco più che bambini poco maturi e
molto viziati. E, tra loro, spicca anzi giganteggia la figura di Val:
una donna, una madre per tutti. Affettuosa, rispettosa delle regole,
accudente: solido punto di riferimento, ma sempre al proprio posto,
mai sopra le righe, quasi un oggetto da arredamento utile, ma non
indispensabile (se non per Fabinho e per la sua fragile psicologia).
Jessica,
appartiene a un'altra generazione e cova rancore per quella madre che
le ha sempre inviato i soldi per il mantenimento, ma che le è stata
lontana. La ragazza non sopporta le imposizioni di una differenza di
classe ancora evidente, nonostante i piccoli gesti ipocriti; non
accetta le avances di un uomo scontento e annoiato; non tollera la
rassegnazione della propria genitrice. E allora si butta in piscina
con i figli dei “padroni”, mangia il gelato di Fabinho, chiede
sfacciatamente di poter studiare nella stanza degli ospiti, si
rivolge apertamente ed esprime le proprie opinioni. Piccoli/grandi
gesti di rivolta, che operano una rivoluzione: una rivoluzione
raccontata con maestria dalla regista brasiliana. La macchina da
presa segue con calma ogni movimento dei personaggi, spesso rimane
ferma, entra negli ambienti della villa e al di fuori, proprio per
far cogliere agli spettatori quelle piccole sfumature che creano –
come i muri e le pareti – le barriere tra ricchi e poveri, tra chi
sta in cima e chi sta alla base della gerarchia anche culturale. Ma
col tempo, Jessica impara a capire, le scelte obbligate della madre e
la madre impara a riconoscere l'importanza della libertà e della
dignità grazie alla figlia. E allora entra anche lei nella piscina,
ride e telefona alla ragazza per dirglielo. In seguito madre e figlia
troveranno una piccola, semplice casa tutta per loro...e Val si
sentirà chiamare, finalmente, “mamma”.

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venerdì 26 dicembre 2014
Fata morgana e le mafie (S)disonorate
Di Anna Giuffrida (www.annagiuffrida. Wordpress.com)
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sabato 19 luglio 2014
Il maresciallo in pericolo e le istituzioni tacciono
Vi
proponiamo, cari lettori, quest'altro articolo per ricordare la
strage di Via d'Amelio, nel 22° anniversario, in cui persero la vita
il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta: Agostino
Catalano, Emanuela Loi, Cluadio Traina, Walter Eddie Cosina e
Vincenzo Li Muli.
(Vi
rimandiamo, se volete, anche all'intervista ad Salvo Palazzolo che
abbiamo fatto in occasione dell'uscita del libro Ti racconterò tutte
le storie che potrò, scritto con la Signora Agnese, vedova
Borsellino).
Nemmeno
la lotta alle mafie deve andare in vacanza. In tempi di inchini e
genuflessioni davanti ai boss, arriva anche una minaccia vera. Ieri,
18 luglio 2014, sulle pagine palermitane di Repubblica,
il giornalista Salvo Palazzolo scrive che il collaboratore di
giustizia Flamia avrebbe riferito ai p.m. Francesca Mazzocco e
Caterina Malagoli l'intenzione della cosca siciliana di Porta Nuova
di uccidere il maresciallo dei carabinieri Michele Coscia. “Due
anni fa, durante un'udienza del processo 'Perseo', Giuseppe Di
Giacomo mi disse che con Vincenzo Di Maria e Massimo Mulè avevano
ormai deciso l'omicidio di Coscia perchè il maresciallo continuava a
dare troppo fastidio con le sue indagini”, queste le parole del
pentito anche se poi Giuseppe Di Giacomo è stato ammazzato da un
commando in Via Eugenio l'Emiro.
Il
maresciallo Coscia, di origini pugliesi, presta servizio in Sicilia
da circa vent'anni e, in particolare, per tre anni è stato al
commissariato di Bagheria. Fu uno dei primi ad occuparsi del delitto
delle tre donne della famiglia di Francesco Marino Mannoia nel
periodo in cui questi aveva deciso di collaborare con il giudice
Falcone. Falcone stesso non si capacitò di come la notizia della
collaborazione potesse essere uscita e fosse diventata nota ai clan.
Il
maresciallo Coscia continua ad essere in pericolo e nessuno deve
abbassare la guardia: né lo Stato - per non ripetere gli stessi
errotri del passato, sottovalutando la situazione - né la società
civile che deve imparare a denunciare e a superare l'omertà e la
cultura della paura. Perchè proprio la paura, il ricatto e le
minacce sono le prime armi che uccidono un Paese e una collettività.
venerdì 23 maggio 2014
Falcone, Borsellino e l'amore della signora Agnese
Era il 23 maggio 1992 quando un bomba fece saltare in aria l'auto su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo, e i ragazzi della scorta. Dopo poche setimane, il 19 luglio, il destino era segnato anche per il giudice Paolo Borsellino e altri poliziotti che cercavano di proteggerlo.
Il nostro impegno deve essere costante nel ricordare il sacrificio di tutti coloro che hanno lottato contro la crminialità organizzata – ciascuno a suo modo – perchè queste persone hanno lottato anche per noi. Il loro impegno, quindi, deve essere anche il nostro per ripristinare la cultura della legalità, dell'onestà e della giustizia.
Ecco, quindi, che vogliamo onorare la memoria di Borsellino e di sua moglie, la Signora Agnese Piraino Leto che ci ha lasciati da poco, suggerendo la lettura del libro Ti racconterò tutte le storie che potrò, scritto dal giornalista Salvo Palazzolo con la signora Agnese, edito da Feltrinelli. Un testo importante e intimo che racconta l'etica di un uomo, ma anche l'amore di una coppia e il calore di una famiglia.
Abbiamo rivolto alcune domande a Salvo Palazzolo che ringraziamo di cuore per averci concesso l'intervista.
Perchè
la signora Leto Borsellino ha deciso di regalare ai lettori una
storia così personale?
La
signora Agnese sapeva di avere un terribile male, sapeva di non avere
più molti giorni da vivere. Eppure, non rinunciava a partecipare
alla vita del paese. E si arrabbiava quando sentiva che i magistrati
di Palermo e Caltanissetta erano minacciati con delle pesanti lettere
anonime. “Non arrivano dalle celle dei mafiosi – mi disse il
giorno in cui ci incontrammo, nel febbraio dell’anno scorso – ma
da uomini infedeli delle istituzioni”. Ecco perché Agnese aveva
deciso di scrivere, per accendere i riflettori su una situazione
drammatica: “Quelle minacce puntano a creare un clima di tensione –
mi disse ancora - è lo stesso clima che ho vissuto prima della morte
di Paolo”. Così, iniziò il suo racconto, “il racconto delle
tante vite che ho vissuto” ripeteva lei: “E’ un racconto che
dovrà dare forza e speranza, perché non si ripeta più l’incubo
delle stragi mafiose”.
Un
romanzo, un saggio, una denuncia. Come sono stati gli anni successivi
a quel tragico 19 luglio 1992?
Per
Agnese Borsellino sono stati anni di grande impegno civile, per
chiedere verità sui delitti di mafia rimasti impuniti. Diceva: “La
verità appartiene a tutti gli italiani, ecco perché non possono
essere solo i magistrati a cercarla”. Dopo quel drammatico 1992,
tanto si è fatto per arrivare alla verità, ma tanto è stato
ostacolato, proprio sulla morte di Paolo Borsellino e dei suoi agenti
di scorta: non sappiamo ancora chi ha messo in atto quel terribile
depistaggio del falso pentito Scarantino, di certo un depistaggio
istituzionale che nasconde ancora alcuni degli autori della strage di
via d’Amelio.
La
signora parla apertamente di una telefonata di Francesco Cossiga in
cui si fa riferimento ad un colpo di Stato: ci può spiegare meglio
quel momento e il senso di quella telefonata?
E’ uno
dei misteri che Francesco Cossiga si è portato nella tomba. Se lo
chiedeva anche Agnese, e l’ha scritto nel libro: “Cosa volesse
dirmi esattamente con quelle parole non lo so”. E ha aggiunto:
“Però, la voce di Cossiga non la dimenticherò mai: via d’Amelio
è stata da colpo di Stato, così disse. Evidentemente, voleva
togliersi un peso. Dunque, qualcuno sa”. Scrive proprio così la
signora Borsellino: “Qualcuno ha sempre saputo, e non parla. È un
silenzio diventato assordante da quando i magistrati di Caltanissetta
e di Palermo hanno scoperto ciò che Paolo aveva capito: in quella
terribile estate del 1992 c’era un dialogo fra la mafia e lo Stato.
Ma ancora non sappiamo in che termini, e soprattutto non conosciamo
tutti i protagonisti”.
Lucia,
Manfredi e Fiammetta sono i figli della signora Agnese e di Paolo
Borsellino: quale il rapporto con un padre diventato, suo malgrado,
un eroe civile?
Loro
portano nel cuore e nella mente il ricordo di un papà premuroso,
sensibile, un papà giocherellone, che amava raccontare storie sempre
divertenti. Nel suo libro, Agnese ha voluto lasciarci il ritratto di
una famiglia normale, che ha saputo sempre trovare dentro di sé la
forza di reagire ai momenti difficili: all’inizio degli anni
Ottanta, Paolo Borsellino aveva iniziato la sua vita blindata, per
istruire con Giovanni Falcone e con gli altri colleghi del pool il
primo maxiprocesso alle cosche. Erano gli anni in cui Cosa nostra
avviava la grande mattanza a Palermo. Paolo Borsellino trovava una
grande forza proprio nella sua famiglia.
Qual
è l'appello che la signora Leto Borsellino ha voluto lanciare con
questo libro?
Agnese
ha lasciato a tutti noi un incarico importante: quello di raccontare
le storie della nostra terra. Storie, come quella di Paolo
Borsellino, che ha fronteggiato l’organizzazione Cosa nostra
sforzandosi innanzitutto di capire le ragioni del fenomeno, che è
così subdolo per le sue complicità all’interno delle istituzioni
e della società civile. Agnese ci invita a raccontare le tante
storie di ribellione e riscatto che ci sono nelle nostre città,
storie spesso sconosciute o dimenticate. Credo che questo ci abbia
voluto dire lasciandoci un grande racconto di speranza.
lunedì 24 marzo 2014
Giornata in memoria delle vittime di mafia
Dal 1996 ogni 21 marzo si celebra la Giornata della Memoria e dell'Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie. Il 21 marzo, primo giorno di primavera, è il simbolo della speranza che si rinnova per continuare a cercare una giustizia vera e profonda, trasformando il dolore in uno strumento concreto, non violento, di impegno e di azione di pace.
In questa giornata così importante abbiamo rivolto alcune domande a Giulio Cavalli, attore e scrittore, in scena con il suo spettacolo teatrale – tratto dal saggio omonimo – Nomi, cognomi e infami.
Ringraziamo
molto Giulio Cavalli per la sua disponibilità
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venerdì 21 marzo 2014
La X settimana contro il razzismo
Pubblichiamo
per voi il lancio della X SETTIMANA CONTRO IL RAZZISMO, indetta dall'UNAR.
Come
ogni anno, in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione
delle discriminazioni razziali, che si celebra in tutto il mondo il
21 marzo, l’UNAR
l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Dipartimento
per le Pari Opportunità
ha organizzato la Settimana di azione contro il razzismo, campagna di
sensibilizzazione giunta ormai alla sua decima edizione, in programma
dal
17 al 23 marzo 2014.
L’iniziativa
prevede il lancio di una campagna di sensibilizzazione e di
informazione con I’obiettivo di promuovere i valori del dialogo
interculturale nell’opinione pubblica e, in particolare, fra i
giovani. Durante la Settimana sono previste iniziative nel mondo
della scuola, delle università, dello sport, della cultura e delle
associazioni al fine di coinvolgere Ia cittadinanza sui temi della
diversità e promuovere la ricchezza derivante da una società
multietnica e multiculturale.
A
tal proposito, in occasione del decennale, I’UNAR con la
collaborazione dell’ANCI e del MIUR ha chiesto a tutti i Comuni,
alle scuole, ai cittadini, un semplice gesto da compiere durante il
21 marzo, che testimoni I’adesione alla campagna, ovvero colorare
di arancione la “propria città, la propria scuola” o realizzare
momenti di incontro e di riflessione sui temi della prevenzione della
discriminazione razziale e della tutela dei diritti umani.
Numerosissime
le adesioni fino ad oggi, che porteranno oltre 150 comuni ed enti
locali, e tantissime scuole ed associazioni a compiere iniziative
simboliche all’insegna dell’arancione, scelto come colore
distintivo della lotta al razzismo in Italia.
Ufficialmente
la settimana prenderà il via lunedì 17 marzo alle ore 10, presso la
facoltà di Economia dell’Università Sapienza di Roma con il
convegno “I costi economici della discriminazione” con l’apertura
dei lavori da parte di Giuseppe Ciccarone, Preside della Facoltà di
Economia e di Marco De Giorgi, Direttore generale dell’UNAR. Il
convegno sarà moderato da Barbara De Micheli della Fondazione
Giacomo Brodolini.
Nel
pomeriggio, sempre a Roma presso la Camera dei Deputati – Sala
delle Colonne, Palazzo Marini è in programma il dibattito
“Raccontare l’Italia che cambia con le migrazioni”, coordinato
dall’on. Khalid Chaouki.
Il
18 marzo presso la camera di commercio di Napoli, CGIL CISL UIL della
Campania, presentano i risultati dell’indagine conoscitiva sui
fenomeni di discriminazione razziale “I nostri diritti sono anche i
tuoi”. Il progetto, sostenuto dall’UNAR, vuole evidenziare le
criticità avvertite e vissute dai cittadini immigrati presenti in
Campania ed offrire uno strumento alle forze politiche, istituzionali
e sociali, per avviare una discussione costruttiva su questi temi.
Nel
corso della Settimana le amministrazioni comunali di Torino e Napoli
hanno annunciato che illumineranno simbolicamente di arancione,
rispettivamente, la Mole Antonelliana ed il Maschio Angioino. Stessa
iniziativa a Piacenza e a Monserrato, mentre tantissimi edifici,
piazze, biblioteche di comuni, grandi e piccoli, esporranno
striscioni, bandiere o drappi arancioni, da Nord a Sud, da Treviso a
Monteroni di Lecce.
La
partecipazione delle amministrazioni comunali, testimonia quest’anno,
tra le tantissime iniziative descritte nel programma, un segnale di
forte volontà di integrazione, ad esempio con cerimonie di
conferimento della cittadinanza onoraria ai giovani stranieri nati in
Italia, organizzate, tra gli altri, dal comune di Torre Pellice (TO)
e di Mandello del Lario (LC).
Anche
lo SPRAR, il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati,
racconterà attraverso foto, video e parole le esperienze di
convivenza tra rifugiati e cittadini italiani.
Dal
mondo del calcio al mondo del lavoro, alla scuola, alla cultura e
all’intrattenimento, tante le opportunità per riflettere su
stereotipi, pregiudizi e discriminazione.
Il
20 Marzo alle ore 12, presso la Sala Monumentale della Presidenza del
Consiglio dei Ministri, si svolgerà la conferenza stampa di lancio
dell’Asta “Espelli il Razzismo dal Calcio” con le magliette di
calciatori famosi. L’iniziativa realizzata grazie al supporto
dell’Associazione Italiana Calciatori e Lega Calcio, si svolgerà
alla presenza del Vicepresidente dell’Aic Simone Perrotta ed il
ricavato sarà destinato a progetti di integrazione di bambini
stranieri attraverso lo sport.
Nella
Giornata mondiale contro il razzismo, il 21 marzo ci sarà una grande
iniziativa pubblica a Torino, presso il Palazzo dei Senatori del
Comune, con il convegno “Il razzismo in Europa e in Italia”
organizzato da CIE in collaborazione con UNAR, in occasione della
presentazione dello Shadow Report 2013 dell’ENAR. Al dibattito
saranno presenti il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz,
l’ex Ministra Cécile Kyenge Kashetu e il Direttore de La
Stampa
Mario Calabresi.
Sempre
nella stessa giornata, a Torino, ci sarà la proiezione speciale per
le scuole del Film “La mia Classe” di Daniele Gaglianone, mentre
dall’altra parte della Penisola, nelle scuole di Marsala e di
Agrigento, il comico di Zelig Salvatore Marino presenterà lo
spettacolo “Abbronzato più o meno Integrato”.
La
settimana inoltre vedrà un forte impegno dei giovani e delle seconde
generazioni che, coordinati dalla Rete Near, improvviseranno eventi e
flash mob in molti comuni di Italia.
La
campagna di quest’anno all’insegna del colore “arancione”
potrà essere testimoniata anche da singoli cittadini invitati ad
indossare per un giorno un capo di abbigliamento di colore arancione,
a utilizzare sui socialnetwork i tag #unar #noalrazzismo
#coloradiarancione, ed a partecipare al concorso fotografico Istagram
italia “Colora di arancione il tuo istagram”.
Per ulteriori informazioni sulle varie iniziative organizzate in tutta Italia, potete consultare il sito www.unar.it
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venerdì 14 febbraio 2014
Dire NO al femminicidio
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Quindi: poche parole e tanta solidarietà e aiuto concreto a chi è stata vittima e a chi ancora lo è.
mercoledì 11 dicembre 2013
Obama e Mandela: un ideale passaggio di testimone
Un filo
diretto lega il primo presidente nero americano al primo presidente
nero sudafricano che ora non c'è più. Barack Obama ha pronunciato,
ieri, un discorso intenso e profondo, in occasione della cerimonia in
ricordo di Mandela a Johannesburg, in cui si sono avvertite,
chiaramente, la commozione e la gratitudine per quel piccolo grande
uomo che ha cambiato la Storia, che ha lottato per l'uguaglianza, che
ha difeso la democrazia: ideali che il Presidente degli Stati Uniti
vuole continuare ad affermare con forza, portando avanti
quell'operato così importante per il bene di tutti e che Mandela ha
esercitato per tutta la sua esistenza.
Vogliamo
riportare il discorso tenuto da Obama perchè la scelta delle sue
parole - e gli esempi dei grandi leader che ha citato - siano un
monito per il nostro agire e per la politica e affinchè rimanga un
po' di Madiba in ognuno di noi.
“Per
Graça Machel e la famiglia Mandela, al Presidente Zuma e membri del
governo, ai capi di Stato e di governo, passati e presenti, gli
ospiti illustri – è un onore singolare di essere con voi oggi, per
celebrare una vita diversa da qualsiasi altra…
…Per
il popolo del Sud Africa – persone di ogni razza e ceto sociale –
il mondo vi ringrazia per la condivisione di Nelson Mandela con
noi.La sua lotta è la vostra lotta. Il suo trionfo è stato il
tuo trionfo. La vostra dignità e speranza trovarono espressione
nella sua vita, e la vostra libertà, la vostra democrazia è la sua
eredità amato.E ‘difficile per elogiare un uomo – per catturare in parole non solo i fatti e le date che fanno una vita, ma la verità essenziale di una persona – le loro gioie e dolori privati, ai momenti di quiete e qualità uniche che illuminano l’anima di qualcuno.
Quanto più difficile farlo per un gigante della storia, che si è trasferito una nazione verso la giustizia, e nel processo si trasferisce miliardi in tutto il mondo.
Nato durante la prima guerra mondiale, lontano dai corridoi del potere, un ragazzo cresciuto immobilizzare i bovini e istruito dagli anziani della sua tribù Thembu – Madiba sarebbe emerso come l’ultimo grande liberatore del 20 ° secolo.
Come Gandhi, che porterebbe un movimento di resistenza – un movimento che al suo inizio ha tenuto poche possibilità di successo. Come re, avrebbe dato potente voce alle rivendicazioni degli oppressi, e la necessità morale della giustizia razziale.
Avrebbe sopportare una reclusione brutale che ha avuto inizio al tempo di Kennedy e Krusciov, e ha raggiunto gli ultimi giorni della Guerra Fredda. Emergendo dal carcere, senza la forza delle armi, avrebbe – come Lincoln – tenere il suo paese insieme quando minacciava di rompersi.
Come padri fondatori dell’America, avrebbe eretto un ordinamento costituzionale di preservare la libertà per le generazioni future – un impegno per la democrazia e Stato di diritto ratificato non solo dalla sua elezione, ma dalla sua volontà di dimettersi dal potere.
Data la scansione della sua vita, e l’adorazione che egli giustamente guadagnato, si è tentati poi ricordare Nelson Mandela come icona, sorridente e sereno, distaccato dalle vicende cattivo gusto degli uomini inferiori. Ma Madiba si è fortemente resistito un ritratto tale senza vita.
Invece, ha insistito per aver condiviso con noi i suoi dubbi e le paure, i suoi errori di calcolo insieme con le sue vittorie. ”Non sono un santo», disse, «a meno che non si pensa di un santo, come un peccatore che continua a provarci.”
E ‘proprio perché poteva ammettere di imperfezione – perché poteva essere così pieno di buon umore, anche male, nonostante i pesanti fardelli che portava – che abbiamo amato così. Non era un busto di marmo, era un uomo di carne e sangue – un figlio e il marito, un padre e un amico. Ecco perché abbiamo imparato tanto da lui, è per questo che possiamo imparare da lui ancora.
Per niente ha conseguito era inevitabile. Nell’arco della sua vita, vediamo un uomo che ha guadagnato il suo posto nella storia attraverso la lotta e l’astuzia, la persistenza e la fede. Egli ci dice che cosa è possibile, non solo nelle pagine dei libri di storia polverosi, ma nelle nostre vite.
Mandela ci ha mostrato il potere di azione, di rischiare in nome dei nostri ideali. Forse Madiba era giusto che ha ereditato “, una ribellione orgoglioso, un senso ostinato di equità” da suo padre. Certamente ha condiviso con milioni di neri e colorati sudafricani la rabbia nato, “mille offese, mille umiliazioni, mille momenti non ricordati … il desiderio di combattere il sistema che imprigionava la mia gente.”
Ma come altri primi giganti della ANC – i Sisulus e Tambos – Madiba disciplinato la sua rabbia, e incanalata il suo desiderio di combattere in organizzazione e le piattaforme, e le strategie di azione, così gli uomini e le donne potrebbero stand-up per la loro dignità.
Inoltre, ha accettato le conseguenze delle sue azioni, sapendo che in piedi fino agli interessi potenti e ingiustizie ha un prezzo. ”Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera”, ha detto al suo processo 1964. ”Ho accarezzato l’ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivano insieme in armonia e con pari opportunità. E ‘un ideale che spero di vivere e di raggiungere., Ma se necessario, è un ideale per che sono pronto a morire. “
Mandela ci ha insegnato il potere di azione, ma anche di idee, l’importanza della ragione e degli argomenti, la necessità di studiare non solo quelli siete d’accordo, ma chi non lo fai. Ha capito che le idee non possono essere contenute da muri della prigione, o estinte dal proiettile di un cecchino. Girò il suo processo in un atto d’accusa di apartheid a causa della sua eloquenza e passione, ma anche la sua formazione come un avvocato.
Ha usato decenni in carcere per affinare le sue argomentazioni, ma anche per diffondere la sua sete di conoscenza ad altri nel movimento. E ha imparato la lingua ei costumi del suo oppressore modo che un giorno avrebbe potuto meglio trasmettere a loro come loro libertà dipendeva la sua.
Mandela ha dimostrato che l’azione e le idee non bastano, non importa quanto a destra, devono essere cesellato in leggi e istituzioni.
Lui era pratico, testando le sue convinzioni contro la superficie dura della circostanza e della storia. Su principi fondamentali era inflessibile, ed è per questo poteva respingere le offerte di liberazione condizionale, ricordando il regime dell’apartheid che “i detenuti non possono stipulare contratti.” Ma, come ha dimostrato nei negoziati scrupoloso per trasferire il potere e redigere nuove leggi, non aveva paura di compromettere per il bene di un obiettivo più grande.
E perché non era solo un leader di un movimento, ma un politico abile, la Costituzione che è emerso era degno di questa democrazia multirazziale, fedele alla sua visione di leggi che proteggono minoranza nonché i diritti di maggioranza, e le preziose libertà di ogni Sud Africano.
Infine, Mandela capì i legami che legano lo spirito umano. C’è una parola in Sud Africa-Ubuntu – che descrive il suo dono più grande: il suo riconoscimento che siamo tutti legati insieme in modi che possono essere invisibili a occhio, che c’è una unità per l’umanità; che otteniamo noi stessi, condividendo con noi gli altri, e la cura per chi ci circonda. Noi possiamo mai sapere quanto di questo era innata in lui, o quanto di è stata sagomato e brunito in una cella di isolamento scuro.
Ma ricordiamo i gesti, grandi e piccoli – introduzione suoi carcerieri come ospiti d’onore al suo insediamento, tenendo il passo in uniforme Springbok, girando strazio della sua famiglia in una chiamata a lottare contro l’HIV / AIDS – che ha rivelato la profondità della sua empatia e comprensione . Egli non solo ha incarnato Ubuntu, ha insegnato milioni di scoprire che la verità dentro di sé.
Ci è voluto un uomo come Madiba per liberare non solo il prigioniero, ma il carceriere e, per dimostrare che è necessario fidarsi degli altri in modo che possano fidarsi di voi, per insegnare che la riconciliazione non è una questione di ignorare un passato crudele, ma un mezzo di confrontarsi con l’inclusione, generosità e verità. Ha cambiato le leggi, ma anche i cuori.
Per il popolo del Sud Africa, per chi ha ispirato in tutto il mondo – la scomparsa di Madiba è giustamente un momento di lutto, e un tempo per celebrare la sua vita eroica. Ma credo che dovrebbe anche indurre in ciascuno di noi un momento di auto-riflessione. Con onestà, a prescindere dalla nostra stazione o circostanza, dobbiamo chiederci: quanto bene ho applicato le sue lezioni nella mia vita?
E ‘una domanda che mi pongo – come uomo e come presidente. Sappiamo che, come il Sud Africa, gli Stati Uniti ha dovuto superare secoli di sottomissione razziale. Come era vero qui, ha preso il sacrificio di innumerevoli persone – conosciuti e sconosciuti – di vedere l’alba di un nuovo giorno. Michelle e io siamo i beneficiari di quella lotta.
Ma in America e Sud Africa, e paesi in tutto il mondo, non possiamo permettere che il nostro progresso nuvola del fatto che il nostro lavoro non è finito. Le lotte che seguono la vittoria di uguaglianza formale e suffragio universale non possono essere come piene di dramma e chiarezza morale di quelli che è venuto prima, ma non sono meno importanti.
Per tutto il mondo di oggi, vediamo ancora i bambini che soffrono la fame e le malattie, le scuole degradate, e poche prospettive per il futuro. In tutto il mondo oggi, uomini e donne sono ancora in carcere per le loro convinzioni politiche, e sono tuttora perseguitati per quello che sembrano, o come adorano, o che amano.
Anche
noi, dobbiamo agire a favore della giustizia. Anche noi,
dobbiamo agire in nome della pace. Ci sono troppi di noi che
felicemente abbracciare l’eredità di Madiba della riconciliazione
razziale, ma con passione resistere anche modeste riforme che
avrebbero sfidare la povertà cronica e crescente disuguaglianza.
Ci
sono troppi leader che sostengono la solidarietà con la lotta di
Madiba per la libertà, ma non tollerano il dissenso dal loro stesso
popolo. E ci sono troppi di noi che stanno in disparte,
confortevole compiacimento o cinismo quando le nostre voci devono
essere ascoltate.Le questioni che abbiamo di fronte oggi – come promuovere l’uguaglianza e la giustizia, per difendere la libertà ei diritti umani, per porre fine dei conflitti e settario la guerra – non hanno risposte facili. Ma non c’erano risposte facili di fronte a quel bambino in Qunu. Nelson Mandela ci ricorda che sembra sempre impossibile fino a quando si è fatto. Sud Africa ci mostra che è vero.
Sud Africa ci mostra che possiamo cambiare. Possiamo scegliere di vivere in un mondo non definito dalle nostre differenze, ma le nostre speranze comuni.Possiamo scegliere un mondo non definito da conflitti, ma per la pace e la giustizia e di opportunità.
Non riusciremo mai a vedere artisti del calibro di Nelson Mandela di nuovo.Ma lasciatemi dire ai giovani dell’Africa, e dei giovani di tutto il mondo – si può fare il lavoro della sua vita tua.
Più di trent’anni fa, quando era ancora studente, ho imparato di Mandela e le lotte in questa terra. Si agita qualcosa in me. E mi ha svegliato alle mie responsabilità – per gli altri, e per me – e mi mise in un viaggio improbabile che mi trovi qui oggi. E mentre io sarò sempre a corto di esempio di Madiba, fa venire voglia di essere migliore.
Egli parla di ciò che è meglio dentro di noi. Dopo questo grande liberatore si riposa, quando siamo tornati alle nostre città e villaggi, e ricongiunto nostra routine quotidiana, cerchiamo di ricerca, quindi per la sua forza – per la sua grandezza di spirito – da qualche parte dentro di noi.
E quando la notte fa buio, quando l’ingiustizia pesa sui nostri cuori, o dei nostri migliori progetti sembrano fuori dalla nostra portata – pensare di Madiba, e le parole che lo hanno portato conforto tra le quattro mura di una cella:
Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita,
io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.
Che una grande anima che era. Ci mancherà profondamente. Che Dio benedica il ricordo di Nelson Mandela. Dio benedica il popolo del Sud Africa.”
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Sudafrica
sabato 7 dicembre 2013
Nelson Mandela: un uomo, un'icona
Un
numero: 46664. Più volte ripreso, fotografato, ricordato, scritto.
E' il
numero che Nelson Mandela portava sulla sua giubba durante la sua
lunga permanenza in carcere; la stessa cifra riportata infinite volte
– sul palco, sugli spalti dello stadio, sui corpi e sulle magliette
dei partecipanti – durante il mega concerto che si è tenuto a
Londra nel 2008 in occasione del novantesimo compleanno del grande
leader.
Quel
numero è un simbolo come lo è colui che lo ha portato addosso per
tanto tempo: Nelson, Madiba, Rolihalha (“combina guai”) premiato
con il Nobel per la pace; l'uomo che si è battuto, per una vita
intera, per i diritti di tutti, per la libertà e per la giustizia.
Se ne va
a 95 anni, probabilmente a causa di problemi respiratori dovuti alla
tubercolosi contratta durante la sua prigionia a Robben Island. Negli
ultimi mesi, Mandela era stato ricoverato più volte per poi essere
dimesso per ricevere le cure e le attenzioni necessarie nella sua
casa, a Johannesburg.
Molti i
messaggi di cordoglio per la perdita di una persona che lascia
un'eredità etica, morale e politica così importante. Il Presidente
americano, Barack Obama, primo Presidente nero garzie anche alla
lotta di mandela contro ogni discriminazione, ha affermato: “
Nelson Mandela è vissuto per un ideale e l'ha reso reale. E' uno dei
personaggi più coraggiosi della nostra era. Appartiene al tempo,
alla storia. Ha trasformato il Sudafrica e tutti noi. Il suo lavoro
ha significato moltissimo. Noi troviamo fonte di esempio e di
rinnovamento nella riconciliazione e nello spirito di resistenza che
ha fatto dell'azione di Mandela una cosa vera”. Il leader cubano,
Raul Castro ha definito Mandela “un caro compagno”; il Presidente
palestinese, Mahmoud Abbas ha dichiarato che: “ Mandela è stato un
simbolo della liberazione dal colonialismo e dall'occupazione per
tutti i popoli che aspirano alla libertà”; dalla Cina arrivano,
via web, le parole di un altro Premio Nobel per la Pace, Liu Xiaobo,
che sta scontando una pena detentiva di 11 anni per l'accusa di
“sovversione”, il quale scrive: “ Stiamo ricordando una persona
che ha rispettato e si è battuta per anni per i diritti umani, la
libertà e l'uguaglianza”.
In
Italia, il Ministro per l'integrazione, Cècile Kyenge, ha così
espresso il suo dispiacere per la morte di Mandela: “ Una giornata
triste perchè solo la sua presenza dava forza ai valori della lotta
contro il razzismo e l'apartheid non solo per il continente africano,
ma per tutto il mondo”.
Per
ringraziare, a modo nostro, “Madiba” riportiamo la recensione di
una ricca mostra sul tema dell'apartheid, allestita l'estate scorsa a
Milano. Anche la Cultura, il materiale fotografico, video, i
documenti scritti, contribuisco a mantenere viva la Memoria,
l'operato, ma soprattutto, gli insegnamenti di questo piccolo-grande
eroe contemporaneo.
L' apartheid raccontata in una mostra al PAC di Milano

Mentre
sono critiche le condizioni di salute di Nelson Mandela, a Milano
approda una grande esposizione che racconta uno dei periodi storici
più significativi del '900: l'apartheid e le sue conseguenze, ieri
come oggi.
“Rise
and fall of Apartheid: Photography and the Bureaucracy of Everyday
Life” (“Ascesa e declino dell'Apartheid: fotografia e burocrazia
della vita quotidiana): questo il titolo di un percorso visivo e
culturale ricco, complesso, emozionante.
Frutto
di oltre sei anni di ricerche, il progetto raccoglie le opere di
quasi 70 fotografi, artisti e registi per proporre al pubblico -
attraverso immagini, illustrazioni, posters, filmati, opere d'arte -
un'analisi profonda della nascita dell'apartheid, della lotta per
debellarla e delle sue conseguenze.

“Apartheid”
è parola olandese, composta da “separato” (apart) e “quartiere”
(heid) ed è stata, in concomitanza con la seconda guerra mondiale,
la piattaforma del nazionalismo afrikaner che ha portato alla
segregazione razziale con lo scopo di mantenere il potere nelle mani
dei bianchi. Dopo la vittoria dell'Afrikaner National Party, nel
1948, l'apartheid impone una serie di programmi legislativi che
incidono sulla psicologia dei cittadini del Sudafrica, ma anche
sulle strutture civili, economiche e politiche fino a coinvolgere
ogni aspetto dell'esistenza e della quotidianità: dalle abitazioni,
al tempo libero, dai trasporti ai commerci, dall'istruzione al
turismo. Il sistema dell'apartheid è, quindi, diventato sempre più
spietato nei confronti degli africani, dei meticci e degli asiatici,
arivando a negare e a privarli dei loro diritti umani e civili.
Il
lavoro dei membri del Drum Magazine, degli anni '50, dell'Afrapix
Collective, degli anni '80 e del Bang Bang Club; le opere di
fotografi sudafricani all'avanguardia, quali ad esempio, Eli
Weinberg, Omar Badsha, Peter Magubane, Gideon Mendel, Kevin Carter,
Sam Nzima; e ancora le immagini dei nuovi talenti come Thabiso
Sekgale e Sabelo Mlangeni testimoniano, documentano e
approfondiscono il tema, facendo dell'immagine uno strumento di
critica politica e sociale.
La
mostra è ideata dall'ICP International Center of Photography di New
York e curata da Okwui Enwezor, direttore della Haus der Kunst di
Monaco; per l'Italia è stata promossa e prodotta dal Comune di
Milano, PAC e CIVITA e sarà allestita, al Padiglione d' Arte
Contemporanea, fino al 15 settembre. E, per l'occasione, non
potevano mancare anche dieci video di William Kentridge, che non ha
bisogno di presentazioni.
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sabato 9 novembre 2013
10 proposte concrete per dichiarare illegale la povertà!
Come
Associazione per i Diritti Umani vogliamo sostenere la campagna
“Miseria ladra” promossa dal Gruppo Abele e da Libera di cui
riportiamo il progetto e gli intenti già pubblicati sul sito di
Libera.
Nell'ambito
della campagna, per il prossimo 18 novembre, è previsto un incontro
a Torino, alla Fabbrica delle "e" alle
ore 21.00, con Luigi Ciotti, Marcelo Barros e Giuseppe De
Marzo
Il
nostro paese vive una condizione di impoverimento materiale e
culturale insostenibile ed inaccettabile. I numeri più asettici
dell'ISTAT ci informano che, nel 2012, 9 milioni e 563mila persone
pari al 15,8% della popolazione sono in condizione di povertà
relativa, con una disponibilità di 506 euro mensili (erano 8,173
milioni nel 2011 pari al 13,8% della popolazione). In condizione di
povertà assoluta si trovano invece 4 milioni 814mila persone, pari
al 7,9% della popolazione italiana (nel 2011 erano 3,415 milioni pari
al 5,2% della popolazione). Parliamo di quasi un italiano su quattro
costretto a vivere in una condizione in cui la dignità umana viene
calpestata. Il 32,3% di chi ha meno di 18 anni è a rischio povertà.
723 mila minorenni italiani vivono già in condizione di povertà
assoluta. È questo un dato intollerabile che dovrebbe farci
indignare tutti e tutte. La diseguaglianza continua a crescere, con
differenze territoriali che ripropongono la questione meridionale
come uno dei temi sui quali intervenire urgentemente. Il sud infatti
risulta drammaticamente più colpito ed impoverito dalla crisi. La
disoccupazione nazionale oltre il 12%, al sud è nettamente
superiore. Tra i 15/24 anni che cercano lavoro nel mezzogiorno, la
disoccupazione è superiore al 41%. Le famiglie italiane si sono
enormemente impoverite. Oltre il 60% delle famiglie ha ridotto la
quantità e la qualità della propria spesa alimentare, mentre
aumentano i casi di disoccupati e anziani costretti a rubare per
mangiare. Oltre due milioni sono i cosiddetti Neet, giovani così
scoraggiati dalla situazione che non studiano, non cercano più
lavoro e non sono nemmeno coinvolti in attività formative. Aumentano
enormemente la precarietà e lo sfruttamento sul lavoro, sino a
raggiungere pratiche di neoschiavismo nei confronti dei lavoratori
migranti e non, sia al sud che al nord del paese. Si rafforza il
controllo dei clan malavitosi su molte attività economiche in
crisi,costrette a "rivolgersi" ai prestiti dei mafiosi.
Così come sono in drammatica crescita i crimini contro l'ambiente.
Sono oltre 93 al giorno quelli denunciati che certificano l'aumento
dell'impatto e dell'influenza delle ecomafie e che distruggono la
nostra vera ricchezza: territori, beni comuni e biodiversità.
La ricchezza si è spostata dal lavoro alla rendita finanziaria. La situazione risulta aggravata dalle attuali politiche in campo. Delocalizzazioni,dismissioni, privatizzazioni, austerità e vincoli di bilancio,riforme di welfare e pensioni, azzeramento dei fondi per il sociale e tagli nei settori dove maggiore è la domanda di servizi pubblici e sociali, hanno aggravato ulteriormente la crisi. Disuguaglianza e ingiustizia sociale ed ambientale stanno mettendo in crisi la nostra democrazia. Una società diseguale, che coniuga svantaggio economico con la mancanza di opportunità, che precarizza i diritti degli esclusi, che difende i privilegi e la concentrazioni della ricchezza nelle mani di pochi, attenta alla coesione sociale e incrementa la sfiducia istituzionale, affossa il principio di rappresentatività e scoraggia la partecipazione. I dati e la situazione di crisi politica fotografano una "guerra" dove la povertà materiale e culturale èla peggiore delle malattie, in senso sociale, economico, ambientale e sanitario.
La ricchezza si è spostata dal lavoro alla rendita finanziaria. La situazione risulta aggravata dalle attuali politiche in campo. Delocalizzazioni,dismissioni, privatizzazioni, austerità e vincoli di bilancio,riforme di welfare e pensioni, azzeramento dei fondi per il sociale e tagli nei settori dove maggiore è la domanda di servizi pubblici e sociali, hanno aggravato ulteriormente la crisi. Disuguaglianza e ingiustizia sociale ed ambientale stanno mettendo in crisi la nostra democrazia. Una società diseguale, che coniuga svantaggio economico con la mancanza di opportunità, che precarizza i diritti degli esclusi, che difende i privilegi e la concentrazioni della ricchezza nelle mani di pochi, attenta alla coesione sociale e incrementa la sfiducia istituzionale, affossa il principio di rappresentatività e scoraggia la partecipazione. I dati e la situazione di crisi politica fotografano una "guerra" dove la povertà materiale e culturale èla peggiore delle malattie, in senso sociale, economico, ambientale e sanitario.
"La
costruzione dell'uguaglianza e della giustizia sociale è compito
della politica nel senso più vasto del termine: quella formale di
chi amministra equella informale chi ci chiama in causa tutti come
cittadini responsabili. La povertà dovrebbe essere illegale nel
nostro paese. La crisi per molti è una condanna, per altri è
un'occasione. Le mafie hanno trovato inedite sponde nella società
dell'io, nel suo diffuso analfabetismo etico. Oggi sempre più
evidenti i favoriindiretti alle mafie che sono forti in una società
diseguale e culturalmente depressa e con una politica debole."
sostiene don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera.
La Costituzione ci impegna in tal senso a fare ognuno la sua parte. La lotta alla povertà va ripensata in termini di interdipendenza tra le persone,le specie e all'interno degli equilibri naturali dei nostri ecosistemi. Possiamo da subito portare avanti azioni di contrasto dal basso alla povertà. Il Gruppo Abele e Libera promuovono la campagna"Miseria Ladra" con tutte quelle realtà sociali, sindacali,studentesche, comitati, associazioni, movimenti, giornali e singoli cittadini/e, intenzionati a portare avanti le proposte contenute nel documento. Proposte concrete che da subito possono rispondere alla crisi materiale e culturale, rafforzare la partecipazione e rivitalizzare la nostra democrazia.
La Costituzione ci impegna in tal senso a fare ognuno la sua parte. La lotta alla povertà va ripensata in termini di interdipendenza tra le persone,le specie e all'interno degli equilibri naturali dei nostri ecosistemi. Possiamo da subito portare avanti azioni di contrasto dal basso alla povertà. Il Gruppo Abele e Libera promuovono la campagna"Miseria Ladra" con tutte quelle realtà sociali, sindacali,studentesche, comitati, associazioni, movimenti, giornali e singoli cittadini/e, intenzionati a portare avanti le proposte contenute nel documento. Proposte concrete che da subito possono rispondere alla crisi materiale e culturale, rafforzare la partecipazione e rivitalizzare la nostra democrazia.
Le dieci proposte per combattere la povertà si possono leggere sul sito di Libera, www.libera.it
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mercoledì 18 settembre 2013
Padre Puglisi e la sua lotta per la legalità
E' stato
un sacerdote e diventerà beato, ma Padre Giuseppe Puglisi era, prima
di tutto, un uomo. Un uomo che è stato ucciso il giorno del suo
cinquantaseiesimo compleanno, il 15 settembre di venti anni fa.
Nel 1990
don Pino viene nominato parroco a San Gaetano, nel difficile
quartiere Brancaccio di Palermo, e, nel '93, inaugura il centro
“Padre Nostro”, aiutato da un gruppo di suore, dal vice Gregorio
Porcaro e da un gruppo di persone laiche legate all'Associazione
Intercondominiale; questo piccolo gruppo riesce a indirizzare i
bambini e i ragazzi di Brancaccio verso il centro e verso la
legalità, invece di farli rimanere, abbandonati a se stessi, per
strada e nelle mani delle cosche.
Un bel
ritratto dell'attività e della personalità di Padre Puglisi è
stato fatto nel film di Roberto Faenza, dal titolo Alla
luce del sole: in una
scena, il prete entra in una scuola e, in classe davanti agli
studenti stupiti, inizia a saltare su scatoloni di cartone, dicendo:
“Dobbiamo rompere le scatole”: perchè questo faceva don Pino,
“rompeva le scatole” ai mafiosi e a quelli collusi con la
criminalità; “rompeva le scatole” alle famiglie che avevano
paura e a coloro che si chiudevano nell'omertà. E proprio per questo
è stato ammazzato.
Ed è
morto “alla luce del sole”: nel piazzale sotto casa sua, di
giorno, probabilmente davanti a tanti testimoni che hanno fatto finta
di non vedere e di non sentire, trincerandosi dietro alle persiane
abbassate.
A
distanza di 20 anni Maria Pia Avara, vicepresidente del centro “Padre
Nostro”, dice: “ Non si può arretrare nemmeno di un millimentro
in quartieri a rischio come Brancaccio. Le cose da fare sono ancora
molte perchè questo è un territorio molto difficile. Certamente in
tutti questi anni è cambiato molto. Oggi lavoriamo in sinergia con
altre realtà come la scuola Puglisi, la chiesa e la circoscrizione
per migliorare tanti aspetti del territorio”. Meno ottimista
Maurizio Artale, presidente del centro: “ Fino a poco tempo fa il
luogo dell'uccisione di don Puglisi era un parcheggio per le auto. A
nulla valevano le targhe e le commemorazioni...Poco è cambiato.
Anche in questi giorni è stata rubata una moto a un nostro
volontario, proprio davanti al centro dove si stava svolgendo un
incontro per il ventennale della morte di Padre Pino. La gente non
cambia, soprattutto quella onesta che è rimasta apatica e
indifferente alla morte e al sacrificio di un uomo speciale”.
E'
difficile scardinare una mentalità incentrata sulla violenza e sulla
sopraffazione, ma il lavoro continuo e capillare degli operatori del
centro e delle altre associazioni è importante per riaffermare i
concetti di giustizia e di onestà, in particolare tra i più giovani
che rappresentano la speranza di un cambiamento per il bene di tutti.
Padre
Puglisi nel ricordo di Pino Martinez
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lunedì 16 settembre 2013
Milano contro la violenza sulle donne
Presentazioni di libri, dibattiti, performance teatrali, incontri con rappresentanti di associazioni e centri specializzati: Milano, dal 14 settembre al 27 ottobre, dice NO alla violenza sulle donne.
L'iniziativa si intitola proprio “No al silenzio! Basta violenza sulle donne” e si terrà nelle 25 biblioteche comunali diffuse su tutto il territorio cittadino dove saranno esposte le vignette di Furio Sandrini, alias Corvo Rosso, che affrontano con ironia il drammatico tema della violenza di genere. “Questa è una delle iniziative che mi rende orgoglioso di far parte di questa Amministrazione perchè ha avuto il coraggio di affrontare questo tema scottante e drammatico usando il più antieroico degli strumenti: la satira. E' la prima volta che un'intera città affronta questo tema, coinvolgendo tante realtà, associazioni ed energie sociali, invadendo lo spazio urbano con un programma multidisciplinare e molto ricco per cercare di eliminare i fatti, le conseguenze e i presupposti, soprattutto culturali, della violenza di genere”: queste le parole dell'Assessore alla Cultura, Filippo Del Corno. E Pierfrancesco Majorino, Assessore alle Politiche sociali, ha aggiunto: “ Questa rassegna rafforza il lavoro che già facciamo rispetto alla violenza di genere: dal protocollo di intesa con la rete dei centri che accolgono donne vittime di abusi, alle azioni di prevenzione nelle scuole fino agli incontri nelle zone. Un lavoro che proseguiremo nonostante il Governo abbia annunciato il taglio dei finanziamenti ai centri anti violenza presenti in città. Un provvedimento gravissimo su cui ancora attendiamo una risposta definitiva. Ed è vergognoso che non sia ancora arrivata”.
Tra i tanti appuntamenti si segnalano :la presentazione del progetto artistico di Alina Rizzi “ La coperta delle donne”, un progetto che nasce come stimolo alla fantasia delle donne, alla loro abilità più antica – il cucito e la manipolazione di lana, fili, tessuto - e alla solidarietà. Solidarietà tra donne, che lavorano ad un progetto comune, e solidarietà verso chi usufruirà di eventuali ricavati economici ottenuti dall’esposizione dell’oggetto artistico; l'intervento della giornalista ed ex parlamentare Souad Sbai sulla negazione dei diritti umani nei confronti delle donne che hanno preso parte alle primavere arabe; la presentazione del libro “I serial killer dell'anima” di Cinzia Mammoliti; l'incontro con la Casa di accoglienza di donne maltrattate.
Per il programma completo e il calendario: www.corvorosso.it e www.comune.milano.it
Per chi volesse denunciare maltrattamenti o violenze:
02-55032489 (per violenza sessuale)
02-55038585 (per violenza domestica) e il call center 1522
Associazione telefono donna (per sostegno psicologico)
Associazione donna aiuta donna (per assistenza legale)
Casa di accoglienza per le donne maltrattate
giovedì 23 maggio 2013
XXI Anniversario delle stragi di Capaci e via D'Amelio: le Navi della legalità e un libro
Più di
20.000 studenti, di 800 scuole, di 13 Paesi europei sono saliti,
ieri, sulle Navi della legalità, dai porti di Civitavecchia e di
Napoli: sono giunti a Pelrmo per commemorare il XXI anniversario
delle stragi di Capaci e via D'Amelio, che cade il 23 maggio, in cui
morirono i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Francesca
Morvillo, le donne e gli uomini delle loro scorte.
“Le
navi della legalità” è il progetto di educazione alla Legalità
promosso dal Miur e dalla Fondazione “Giovanni e Francesca
Falcone”: Le nuove rotte
dell'impegno. Geografia e legalità, questo
il titolo scelto per il tema di quest'anno. I
ragazzi hanno partecipato ad un concorso nazionale e, oggi,
partecipano alla cerimonia istituzionale che si svolgerà, come di
consueto, nell'Aula Bunker del carcere Ucciardone di Palermo.
Durante
il viaggio sulle navi gli studenti, e i docenti accompagnatori, hanno
potuto confrontarsi con importanti figure delle associazioni
antimafia e dello Stato. La nave salpata da Civitavecchia ha ospitato
il Presidente del Senato, Piero Grasso, il Ministro dell'Istruzione,
Maria Chiara Carrozza, il presidente Rai, Anna Maria Tarantola e il
Prof. Nando Dalla Chiesa. Sulla nave salpata da Napoli sono
intervenuti: il sottosegretario all'Istruzione, Marco Rossi Doria, il
Presidente di Libera, don Luigi Ciotti, il Commissario Straordinario
Antiracket, Giancarlo Trevisone e l'imprenditore - e testimone di
giustizia - Pino Masciari.
Al
termine della giornata di commemorazione, tutti i partecipanti si
raduneranno di fronte all'Albero Falcone, simbolo universale di
Legalità, diventato bene culturale tutelato dalla Regione Sicilia e
dallo Stato italiano.
Giovanni
Falcone: un eroe solo. Il tuo lavoro, il nostro presente. I tuoi
sogni, il nostro futuro.
Di Maria
Falcone e Francesca Barra. Rizzoli
“Sono
nato nello stesso quartiere di olti di loro. Conosco a fondo l'anima
siciliana. Da un'inflessione di voce, da una strizzatina d'occhi
capisco molto di più che da lunghi discorsi”. Queste sono le
parole di Giovanni Falcone, riferendosi agli uomini d'onore, che la
sorella, Maria Falcone, riporta nei suoi ricordi del fratello. Del
grande magistrato ricorda anche la sua passione per piccole papere
che collezionava e comprava in giro per il mondo.
Un
ritratto inedito e rigoroso di Falcone, quello che emerge nel libro
“Giovanni Falcone: un eroe solo. Il tuo lavoro, il nostro presente.
I tuoi sogni, il nostro futuro”, scritto a quattro mani da Maria
Falcone e dalla giornalista Francesca Barra, edito da Rizzoli.
Perchè
un eroe solo? Perchè il magistrato, durante la sua carriera, è
stato attaccato da tanti per la sua coerenza; perchè molti
detrattori hanno criticato il suo metodo investigativo e le tecniche
di coordinamento da lui approntate per portare avanti la lotta alla
criminalità organizzata; perchè la verità è scomoda, ancora oggi.
Dopo il mancato tettanato nei suoi confronti all'Addaura, lo stesso
Falcone disse: “ Questo è il Paese felice in cui, se ti si pone
una bomba sotto casa, e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è
tua che non l'hai fatta esplodere”.
Ecco
perchè Maria Falcone e Francesca Barra hanno ritenuto importante
ricordare i momenti salienti della vita del magistrato, la sua
avventura umana e professionale: per lasciare alle nuove generazioni
l'eredità vera e profonda di un Uomo che, nonostante tutto, ha
sempre avuto un amore profondo per lo Stato, un forte senso della
Patria, un grande rispetto per la giustizia e per l'autorità. Ed è
fondamentale che le genrazioni future (ma non solo) si confrontino
ancora con modelli positivi, divenuti “eroi” loro malgrado.
Il
volume è arricchito dagli interventi di Leonardo Guarnotta, che ha
scritto la premessa, di Loris D'ambrosio e da Sergio Lari, autore
della postfazione.
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