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domenica 27 dicembre 2015

Lotta concreta alle mafie: le parole del Comitato Addio Pizzo


Addiopizzo è un movimento aperto, fluido, dinamico, che agisce dal basso e si fa portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia. È formato da tutte le donne e gli uomini, i ragazzi e le ragazze, i commercianti e i consumatori che si riconoscono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.

Addiopizzo è anche un’associazione di volontariato espressamente apartitica e volutamente “monotematica”, il cui campo d’azione specifico, all’interno di un più ampio fronte antimafia, è la promozione di un’economia virtuosa e libera dalla mafia attraverso lo strumento del “consumo critico Addiopizzo”.

L'Associazione per i Diritti umani ha rivolto alcune domande ai membri del Comitato Addio Pizzo.

Risponde, per voi, Pico Di Trapani. Ringraziamo moltissimo il Comitato Addio pizzo.


 


Un comitato, il vostro, costituito da studenti: potete parlarci delle vostre competenze, dei motivi che vi hanno spinto e di come siete organizzati?

Siamo un gruppo di cittadini palermitani di età varia, abbiamo tutti intorno ai venti, trenta, quarant'anni e ci siamo ritrovati nel tempo a costruire un percorso dentro l'associazione convenendo sulla necessità di creare a Palermo, la nostra città, una rete che permettesse in ultima istanza ai commercianti e imprenditori vessati dal racket delle estorsioni mafiose, di denunciare in tutta sicurezza le violenze subite da Cosa nostra. Proveniamo da percorsi personali differenti, ma siamo uniti dall'adesione a principi comuni che si riassumono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Tutto nacque casualmente così, nel 2004, dal primo nucleo storico della futura associazione, che decise di condividere quella comunicazione con la città di Palermo affiggendo dappertutto, per le strade del centro storico, centinaia di adesivi che riportavano quel messaggio. Poi nel tempo i volontari sono aumentati e ci siamo potuti strutturare meglio, pianificando azioni che vanno nella stessa direzione e che ad oggi convergono su un'opera di sensibilizzazione nei confronti della cittadinanza e del mondo delle scuole, una comunicazione costante sul tema del racket e di ciò che concerne la lotta alla mafia, l'organizzazione di eventi e la promozione di una lista di consumo critico antiracket - consultabile sul nostro sito internte e tramite App - l'assistenza processuale e psicologica alle vittime del pizzo, etc.

Perchè l'estorsione è la “madre di tutti i crimini”?

Quando sosteniamo questo, riportiamo e quindi condividiamo l'idea espressa nel 1991 da Libero Grassi, che diceva al proposito: “L’estorsione è la madre di tutti i crimini perché è funzionale a stabilire, consolidare ed estendere il governo sul territorio rappresentato da una strada, una piazza o un quartiere. Il pizzo è manifestazione della signoria territoriale di Cosa nostra sulla città di Palermo. Con il pizzo la mafia si fa Stato”. Il pizzo, pur costituendo un'emergenza sociale ed essendo ancora oggi fortemente radicato come prassi criminale, non è per Cosa nostra e non ha mai costituito una fonte di reddito così alta, in rapporto al totale delle sue entrate. Ciononostante, è da sempre praticata dalle organizzazioni mafiose come strumento di affermazione del proprio potere e di riconoscimento della propria superiorità da parte della comunità locale vessata, che invece di unirsi e reagire accetta questa supremazia imposta con la violenza. Sta in questo il vulnus culturale su cui intendiamo agire, invitando gli altri palermitani e siciliani a riconoscere in noi stessi per primi i responsabili di questo potere mafioso nella nostra regione, e a reagire insieme di conseguenza.

Come si svolgono le vostre iniziative antiracket rivolte alle scuole?

Dal 2005 i nostri volontari incontrano studenti di ogni età, nella certezza che la scuola, bene comune prioritario, è laboratorio privilegiato per la lotta alla criminalità mafiosa e alla mentalità che ne sta alla base. Le scuole, luogo di incontro di culture differenti, possono e debbono educare il cittadino in un’ottica cosmopolita, quella di una società interculturale, finalmente libera. Gli incontri con gli studenti si svolgono nelle rispettive scuole o nella sede a noi affidata, un bene confiscato alla mafia, per questo stesso luogo di forte impatto simbolico. A fianco di docenti, studenti, genitori e dirigenti scolastici, che ringraziamo sentitamente, Addiopizzo in questi anni ha non solo inciso nella formazione di questi studenti, ma segnato, secondo noi, un momento unico e significativo nella storia della nostra città con le diverse iniziative e progetti di sensibilizzazione elaborati e attuati ogni anno, a dimostrazione di quanto la scuola possa essere determinante nel formare le coscienze dei giovani.

Quali appoggi e quali ostacoli avete incontrato durante il vostro lavoro?

Gli ostacoli maggiori provengono dal tentativo che portiamo avanti, di provare a scardinare la mentalità di chi è rassegnato all’idea che nulla possa cambiare e per tale approccio assume atteggiamenti di indifferenza, nella migliore delle ipotesi, o di acquiescenza nella peggiore, a fenomeni dai quali oggi ci si può davvero liberare. Ma si tratta di un lavoro per il quale bisogna ancora tanto faticare. Si tratta di sfide e ostacoli prettamente culturali. Non a caso la maggior parte degli operatori economici che hanno denunciato e che si sono avvalsi del nostro ausilio appartengono a generazioni di giovani - trentenni, quarantenni e cinquantenni che hanno forti resistenze culturali rispetto a fenomeni come quello delle estorsioni. Noi vogliamo sostanzialmente restituire normalità alla nostra terra, facendo in modo che chi resiste alle pressioni mafiose e clientelari possa proseguire il proprio lavoro senza ripercussioni sulla propria incolumità e sull’attività economica che esercita. La presenza mafiosa nell’economia siciliana è ancora forte. Il pizzo imposto ai commercianti, oltre a rappresentare la negazione di libertà importanti, come quella di impresa, è anche un pesante macigno che incide sulla possibilità dello sviluppo dell’economia isolana, distorcendone le regole del mercato e della libera concorrenza. Ma, oggi, esistono molti esempi positivi di riscatto che possono permettere di sperare in un futuro diverso, libero dalla criminalità organizzata e dai suoi disastrosi effetti. L'appoggio su cui contiamo proviene da questa rete che da anni, ognuno per la propria parte, stiamo contribuendo a tessere insieme.

venerdì 7 agosto 2015

Per non dimenticare le terre dei fuochi

 
L'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato, nell'ambito della manifestazione “D(i)ritti al centro!” un incontro con il Thomas Turolo, regista del documentario Ogni singolo giorno in cui ha dato voce agli abitanti delle terre dei fuochi infestate dai rifiuti e dagli sversamenti tossici. Il diritto alla salute e alla vita, i racconti dei malati, l'agricoltura in crisi: questi sono solo alcuni degli argomenti di cui si è parlato. Ringraziamo l'autore, il Centro Asteria che ha ospitato la manifestazione e tutte quelle persone (donne, uomini, bambini, giovani e meno giovani) che hanno prestato anche il loro volto per dire NO alla mafia e alle collusioni disoneste.

Eccovi il video
 
 
 

giovedì 30 luglio 2015

E' arrivata mia figlia: una madre e una figlia per il diritto alla dignità



Val e Jessica: una madre e una figlia nel Brasile di oggi. Val è una donna di mezza età, da tanti anni è al servizio come domestica presso una famiglia, in una villa di San Paolo. Ha cresciuto i figli di Bàrbara e di Carlos e Fabinho, il ragazzo adolescente, la considera la sua “seconda mamma”. Jessica arriva a scompaginare la ritmica e monotona quotidianità di Val, un giorno, all'improvviso: dopo un'infanzia trascorsa con il padre e la nonna, vuole trascorrere a San Paolo un po' di tempo per poter accedere al test di ingresso in università. Val non ha altra alternativa che quella di farla soggiornare nella sua stanza – stretta e soffocante – mentre cerca un alloggio per entrambe. Ma la convivenza tra i componenti della famiglia ricca e le due donne non è facile. Da qui prende l'avvio la trama del film intitolato E' arrivata mia figlia, di Anna Muyleart, vincitore del Premio speciale della Giuria al Sundance Festival e del Premio del pubblico al Festival di Berlino 2015.

I personaggi, ben caratterizzati, formano il puzzle della società brasiliana delle metropoli: Bàrbara, la moglie ambiziosa e consapevole di sé e del proprio ruolo sociale, Carlos il marito depresso, privo di spina dorsale, del tutto steso sulla propria ricchezza ereditata, i due figli poco più che bambini poco maturi e molto viziati. E, tra loro, spicca anzi giganteggia la figura di Val: una donna, una madre per tutti. Affettuosa, rispettosa delle regole, accudente: solido punto di riferimento, ma sempre al proprio posto, mai sopra le righe, quasi un oggetto da arredamento utile, ma non indispensabile (se non per Fabinho e per la sua fragile psicologia).  

Jessica, appartiene a un'altra generazione e cova rancore per quella madre che le ha sempre inviato i soldi per il mantenimento, ma che le è stata lontana. La ragazza non sopporta le imposizioni di una differenza di classe ancora evidente, nonostante i piccoli gesti ipocriti; non accetta le avances di un uomo scontento e annoiato; non tollera la rassegnazione della propria genitrice. E allora si butta in piscina con i figli dei “padroni”, mangia il gelato di Fabinho, chiede sfacciatamente di poter studiare nella stanza degli ospiti, si rivolge apertamente ed esprime le proprie opinioni. Piccoli/grandi gesti di rivolta, che operano una rivoluzione: una rivoluzione raccontata con maestria dalla regista brasiliana. La macchina da presa segue con calma ogni movimento dei personaggi, spesso rimane ferma, entra negli ambienti della villa e al di fuori, proprio per far cogliere agli spettatori quelle piccole sfumature che creano – come i muri e le pareti – le barriere tra ricchi e poveri, tra chi sta in cima e chi sta alla base della gerarchia anche culturale. Ma col tempo, Jessica impara a capire, le scelte obbligate della madre e la madre impara a riconoscere l'importanza della libertà e della dignità grazie alla figlia. E allora entra anche lei nella piscina, ride e telefona alla ragazza per dirglielo. In seguito madre e figlia troveranno una piccola, semplice casa tutta per loro...e Val si sentirà chiamare, finalmente, “mamma”.

venerdì 26 dicembre 2014

Fata morgana e le mafie (S)disonorate



Di Anna Giuffrida (www.annagiuffrida. Wordpress.com)

Le femmine hanno risorse, e le mie figlie che restano e parlano, le mie sorelle, diventano cataratte di parole, fermano i morti, acchiappano la vita, parlano, riparlano. Fiumi in piena sono”. Così Marica Roberto, attrice e autrice siciliana del potente testo teatrale “La Fata Morgana, fantasia su un mito”, fa memoria delle donne “sdisonorate” (citando il titolo del dossier dell’associazione DaSud, da cui trae spunto la piece). Donne libere, e per questo uccise dalle mafie, a cui il teatro ha ridato la parola. E un volto, quello del mito femminile di Fata Morgana che, dalle acque dello stretto di Messina alle tavole di legno del palco del Teatro Lo Spazio a Roma, ha fatto rivivere le sue “sorelle” morte ammazzate. Nove donne, delle oltre 150 vittime della criminalità organizzata, dai 14 ai 74 anni. Nove donne, del Sud ma anche del Nord. Nove donne accomunate dall’amore pulito per uomini sporchi, insudiciati dall’appartenenza a famiglie criminali e dalla convinzione di possederle come delle cose. Perché è così che la donna è catalogata nel registro mentale e linguistico delle mafie, la “cosa”. Eppure queste donne non hanno rinunciato alla loro dignità, alla loro libertà, anche se innamorate. Anzi. Hanno combattuto con coraggio in nome dell’amore, anche per se stesse. Come ha fatto la piccola Palmina Martinelli, innamorata di un giovane che voleva farla prostituire e uccisa con “alcol e fiammiferi” per essersi rifiutata di farlo. E Tita Buccafusca, che amò e sposò Pantaleone Mancuso potente boss della ‘ndrangheta, considerata da tutti come la “matta” dopo una lunga depressione. Ma per amore del figlio decise di allontanarsi e raccontare quello che sapeva. La solitudine ebbe poi il sopravvento, e fu così spinta al suicidio che mise in atto ingerendo acido muriatico. E anche Lea Garofalo, che guardò negli occhi le storture della criminalità sposando un uomo di ‘ndrangheta di cui si era innamorata, e che per amore della figlia scelse la libertà della verità e di non tenere più la bocca chiusa, fino alla fine. Storie di donne, figlie, madri vissute nell’ombra e quasi sempre delegittimate, persino come esseri umani. Vittime spesso rimaste senza giustizia, perché la giustizia al massimo ha scelto di considerarle morte per femminicidio. Una comoda distorsione della realtà, come ha fatto notare la deputata di SEL Celeste Costantino al termine dello spettacolo: “Il dossier (“Sdisonorate” di DaSud, ndr) vuole dare forza alla memoria e svelare un falso storico: che le mafie non toccano donne e bambini. Bisogna anche raccontare l’eccezionalità dentro la normalità. Questa specificità delle mafie di uccidere le donne ha una sua normalità, cioè che il femminicidio è stato sempre considerato un’emergenza e invece avviene quotidianamente. Si parla solo dell’atto finale, ma prima di arrivare a quell’uccisione c’è un calvario”. Per questo amore coraggioso ma anche fragile, per queste donne innamorate ma anche libere Fata Morgana/Marica Roberto si addolora ma combatte. In un palco lasciato nudo ed essenziale, come la verità, l’attrice messinese presta il suo corpo a quell’amore, a quel dolore, in un ritmo incalzante che spezza il fiato e le lacrime. La sola incessante scenografia, con la presenza di tamburi marranzano e zampogna suonati con forza e passione, la ricreano le canzoni e sonorità della compagnia siciliana Unavantaluna. La legalità ha bisogno del sostegno della cultura, e il teatro è il luogo dove la parola non può essere modulata e va dritta al cuore. Eppure la compagnia Attori & Musici, e la nostra Marica Roberto, questo testo in lingua quasi del tutto siciliana non è riuscita ancora a mostrarlo nelle scuole del sud, come vorrebbe. Mancate risposte, o anche risposte sbrigative del tono “Non abbiamo i soldi per ospitare lo spettacolo”. Peccato. Peccato che non ci siano fondi da destinare all’educazione alla legalità. E che il sistema scuola non sappia tenersi al passo con le nuove esigenze culturali che deve trasmettere.


sabato 19 luglio 2014

Il maresciallo in pericolo e le istituzioni tacciono




Vi proponiamo, cari lettori, quest'altro articolo per ricordare la strage di Via d'Amelio, nel 22° anniversario, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Cluadio Traina, Walter Eddie Cosina e Vincenzo Li Muli.

(Vi rimandiamo, se volete, anche all'intervista ad Salvo Palazzolo che abbiamo fatto in occasione dell'uscita del libro Ti racconterò tutte le storie che potrò, scritto con la Signora Agnese, vedova Borsellino).             





Nemmeno la lotta alle mafie deve andare in vacanza. In tempi di inchini e genuflessioni davanti ai boss, arriva anche una minaccia vera. Ieri, 18 luglio 2014, sulle pagine palermitane di Repubblica, il giornalista Salvo Palazzolo scrive che il collaboratore di giustizia Flamia avrebbe riferito ai p.m. Francesca Mazzocco e Caterina Malagoli l'intenzione della cosca siciliana di Porta Nuova di uccidere il maresciallo dei carabinieri Michele Coscia. “Due anni fa, durante un'udienza del processo 'Perseo', Giuseppe Di Giacomo mi disse che con Vincenzo Di Maria e Massimo Mulè avevano ormai deciso l'omicidio di Coscia perchè il maresciallo continuava a dare troppo fastidio con le sue indagini”, queste le parole del pentito anche se poi Giuseppe Di Giacomo è stato ammazzato da un commando in Via Eugenio l'Emiro.

Il maresciallo Coscia, di origini pugliesi, presta servizio in Sicilia da circa vent'anni e, in particolare, per tre anni è stato al commissariato di Bagheria. Fu uno dei primi ad occuparsi del delitto delle tre donne della famiglia di Francesco Marino Mannoia nel periodo in cui questi aveva deciso di collaborare con il giudice Falcone. Falcone stesso non si capacitò di come la notizia della collaborazione potesse essere uscita e fosse diventata nota ai clan.

Il maresciallo Coscia continua ad essere in pericolo e nessuno deve abbassare la guardia: né lo Stato - per non ripetere gli stessi errotri del passato, sottovalutando la situazione - né la società civile che deve imparare a denunciare e a superare l'omertà e la cultura della paura. Perchè proprio la paura, il ricatto e le minacce sono le prime armi che uccidono un Paese e una collettività.

venerdì 23 maggio 2014

Falcone, Borsellino e l'amore della signora Agnese






Era il 23 maggio 1992 quando un bomba fece saltare in aria l'auto su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo, e i ragazzi della scorta. Dopo poche setimane, il 19 luglio, il destino era segnato anche per il giudice Paolo Borsellino e altri poliziotti che cercavano di proteggerlo.



Il nostro impegno deve essere costante nel ricordare il sacrificio di tutti coloro che hanno lottato contro la crminialità organizzata – ciascuno a suo modo – perchè queste persone hanno lottato anche per noi. Il loro impegno, quindi, deve essere anche il nostro per ripristinare la cultura della legalità, dell'onestà e della giustizia.



Ecco, quindi, che vogliamo onorare la memoria di Borsellino e di sua moglie, la Signora Agnese Piraino Leto che ci ha lasciati da poco, suggerendo la lettura del libro Ti racconterò tutte le storie che potrò, scritto dal giornalista Salvo Palazzolo con la signora Agnese, edito da Feltrinelli. Un testo importante e intimo che racconta l'etica di un uomo, ma anche l'amore di una coppia e il calore di una famiglia.

 



Abbiamo rivolto alcune domande a Salvo Palazzolo che ringraziamo di cuore per averci concesso l'intervista.


Perchè la signora Leto Borsellino ha deciso di regalare ai lettori una storia così personale?


La signora Agnese sapeva di avere un terribile male, sapeva di non avere più molti giorni da vivere. Eppure, non rinunciava a partecipare alla vita del paese. E si arrabbiava quando sentiva che i magistrati di Palermo e Caltanissetta erano minacciati con delle pesanti lettere anonime. “Non arrivano dalle celle dei mafiosi – mi disse il giorno in cui ci incontrammo, nel febbraio dell’anno scorso – ma da uomini infedeli delle istituzioni”. Ecco perché Agnese aveva deciso di scrivere, per accendere i riflettori su una situazione drammatica: “Quelle minacce puntano a creare un clima di tensione – mi disse ancora - è lo stesso clima che ho vissuto prima della morte di Paolo”. Così, iniziò il suo racconto, “il racconto delle tante vite che ho vissuto” ripeteva lei: “E’ un racconto che dovrà dare forza e speranza, perché non si ripeta più l’incubo delle stragi mafiose”.


Un romanzo, un saggio, una denuncia. Come sono stati gli anni successivi a quel tragico 19 luglio 1992?


Per Agnese Borsellino sono stati anni di grande impegno civile, per chiedere verità sui delitti di mafia rimasti impuniti. Diceva: “La verità appartiene a tutti gli italiani, ecco perché non possono essere solo i magistrati a cercarla”. Dopo quel drammatico 1992, tanto si è fatto per arrivare alla verità, ma tanto è stato ostacolato, proprio sulla morte di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta: non sappiamo ancora chi ha messo in atto quel terribile depistaggio del falso pentito Scarantino, di certo un depistaggio istituzionale che nasconde ancora alcuni degli autori della strage di via d’Amelio.


La signora parla apertamente di una telefonata di Francesco Cossiga in cui si fa riferimento ad un colpo di Stato: ci può spiegare meglio quel momento e il senso di quella telefonata?


E’ uno dei misteri che Francesco Cossiga si è portato nella tomba. Se lo chiedeva anche Agnese, e l’ha scritto nel libro: “Cosa volesse dirmi esattamente con quelle parole non lo so”. E ha aggiunto: “Però, la voce di Cossiga non la dimenticherò mai: via d’Amelio è stata da colpo di Stato, così disse. Evidentemente, voleva togliersi un peso. Dunque, qualcuno sa”. Scrive proprio così la signora Borsellino: “Qualcuno ha sempre saputo, e non parla. È un silenzio diventato assordante da quando i magistrati di Caltanissetta e di Palermo hanno scoperto ciò che Paolo aveva capito: in quella terribile estate del 1992 c’era un dialogo fra la mafia e lo Stato. Ma ancora non sappiamo in che termini, e soprattutto non conosciamo tutti i protagonisti”.


Lucia, Manfredi e Fiammetta sono i figli della signora Agnese e di Paolo Borsellino: quale il rapporto con un padre diventato, suo malgrado, un eroe civile?

Loro portano nel cuore e nella mente il ricordo di un papà premuroso, sensibile, un papà giocherellone, che amava raccontare storie sempre divertenti. Nel suo libro, Agnese ha voluto lasciarci il ritratto di una famiglia normale, che ha saputo sempre trovare dentro di sé la forza di reagire ai momenti difficili: all’inizio degli anni Ottanta, Paolo Borsellino aveva iniziato la sua vita blindata, per istruire con Giovanni Falcone e con gli altri colleghi del pool il primo maxiprocesso alle cosche. Erano gli anni in cui Cosa nostra avviava la grande mattanza a Palermo. Paolo Borsellino trovava una grande forza proprio nella sua famiglia.



Qual è l'appello che la signora Leto Borsellino ha voluto lanciare con questo libro?


Agnese ha lasciato a tutti noi un incarico importante: quello di raccontare le storie della nostra terra. Storie, come quella di Paolo Borsellino, che ha fronteggiato l’organizzazione Cosa nostra sforzandosi innanzitutto di capire le ragioni del fenomeno, che è così subdolo per le sue complicità all’interno delle istituzioni e della società civile. Agnese ci invita a raccontare le tante storie di ribellione e riscatto che ci sono nelle nostre città, storie spesso sconosciute o dimenticate. Credo che questo ci abbia voluto dire lasciandoci un grande racconto di speranza.




lunedì 24 marzo 2014

Giornata in memoria delle vittime di mafia




Dal 1996 ogni 21 marzo si celebra la Giornata della Memoria e dell'Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie. Il 21 marzo, primo giorno di primavera, è il simbolo della speranza che si rinnova per continuare a cercare una giustizia vera e profonda, trasformando il dolore in uno strumento concreto, non violento, di impegno e di azione di pace.

In questa giornata così importante abbiamo rivolto alcune domande a Giulio Cavalli, attore e scrittore, in scena con il suo spettacolo teatrale – tratto dal saggio omonimo – Nomi, cognomi e infami.  
 

Ringraziamo molto Giulio Cavalli per la sua disponibilità



Un libro, uno spettacolo teatrale: da cosa nascono questi due progetti? E quanto è importante far conoscere nomi e cognomi dei collusi con le mafie?
Nascono da un’esigenza di fondo: evitare le speculazione sulle storie personali del narratore e tornare sulle storie, sui personaggi (che in questo caso sono persone in carne e ossa che hanno lottato al fronte). Il libro nasce ormai qualche non fa per provare a mettere ordine in ciò che mi stava accadendo e spostare i riflettori sugli eroi moderni del nostro tempo da Borsellino a Don Peppe Diana e molti altri. Lo spettacolo, come spesso succede, ha invece un’altra vita e altri tempi e nel corso del tempo si è reinventato completamente diventando una sorta di “teatrogiornale” che parte dalla memoria e cerca di arrivare al contemporaneo. Tenere vive le storie del passato declinandole nel presente con l’arma bianca potentissima del sorriso.

Da anni si occupa di questo argomento e dimostra che le mafie sono infiltrate ovunque, anche nel Nord Italia, e questo rovescia lo stereotipo sul meridione...

Fortunatamente la consapevolezza sta maturando e ora non c’è più spazio per banali negazionismi. A Milano come in molte altre città del nord abbiamo dovuto sopportare importanti figure politiche e istituzionali che si sono permesse di non vedere (e pretendere che non si vedesse) il problema delle mafie finendo per alimentarle. Negli ultimi anni su questo abbiamo fatto dei grandi passi in avanti e spero che presto si possa arrivare a decidere che chi nega è semplicemente un imbecille oppure un colluso. Mi rincuora il fatto che frequentando spesso le scuole mi renda conto come le nuove generazioni non risentano più molto dello stereotipo mafia = sud.
   
Può anticiparci alcune storie da lei raccontate?
 
Da Peppino Impastato al generale Dalla Chiesa e all'Avv. Ambrosoli, lo scempio di rifiuti interrati in Campania e poi quello che succederà in quei giorni. Lo spettacolo è “mobile” e si avvale di un canovaccio a disposizione dell’improvvisazione quotidiana. Non ne esistono mai due uguali. Anzi a volte le repliche sono molto dissimili.
Parlare di mafia, lottare contro la criminalità organizzata, fare campagne di sensibilizzazione: anche questo vuol dire "fare politica"? E qual è la responsabilità di ogni cittadino?
C’è l’articolo 4 della Costituzione. E’ un comandamento bellissimo e pieno di speranza: "Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
L’articolo dice che l’indifferenza è incostituzionale.


670 persone vivono sotto scorta, in Italia, e lei è una tra loro: quando è cominciato questo suo percorso? Come si svolge la sua quotidianità?
Non credo sia il caso di coltivare questa bulimia di racconti di scortati: faccio tranquillamente il mio lavoro con uno Stato che mi protegge. Piuttosto che parlare delle scorte di attori o scrittori sarebbe il caso di domandarsi in che condizioni vivano i testimoni di giustizia. Potremmo finalmente liberarci della superficialità e del voyeurismo che hanno fatto scivolare l’antimafia in un “Grande Fratello”.









venerdì 21 marzo 2014

La X settimana contro il razzismo




Pubblichiamo per voi il lancio della X SETTIMANA CONTRO IL RAZZISMO, indetta dall'UNAR.


Come ogni anno, in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione delle discriminazioni razziali, che si celebra in tutto il mondo il 21 marzo, l’UNAR l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità ha organizzato la Settimana di azione contro il razzismo, campagna di sensibilizzazione giunta ormai alla sua decima edizione, in programma dal 17 al 23 marzo 2014.

L’iniziativa prevede il lancio di una campagna di sensibilizzazione e di informazione con I’obiettivo di promuovere i valori del dialogo interculturale nell’opinione pubblica e, in particolare, fra i giovani. Durante la Settimana sono previste iniziative nel mondo della scuola, delle università, dello sport, della cultura e delle associazioni al fine di coinvolgere Ia cittadinanza sui temi della diversità e promuovere la ricchezza derivante da una società multietnica e multiculturale.

A tal proposito, in occasione del decennale, I’UNAR con la collaborazione dell’ANCI e del MIUR ha chiesto a tutti i Comuni, alle scuole, ai cittadini, un semplice gesto da compiere durante il 21 marzo, che testimoni I’adesione alla campagna, ovvero colorare di arancione la “propria città, la propria scuola” o realizzare momenti di incontro e di riflessione sui temi della prevenzione della discriminazione razziale e della tutela dei diritti umani.

Numerosissime le adesioni fino ad oggi, che porteranno oltre 150 comuni ed enti locali, e tantissime scuole ed associazioni a compiere iniziative simboliche all’insegna dell’arancione, scelto come colore distintivo della lotta al razzismo in Italia.

Ufficialmente la settimana prenderà il via lunedì 17 marzo alle ore 10, presso la facoltà di Economia dell’Università Sapienza di Roma con il convegno “I costi economici della discriminazione” con l’apertura dei lavori da parte di Giuseppe Ciccarone, Preside della Facoltà di Economia e di Marco De Giorgi, Direttore generale dell’UNAR. Il convegno sarà moderato da Barbara De Micheli della Fondazione Giacomo Brodolini.

Nel pomeriggio, sempre a Roma presso la Camera dei Deputati – Sala delle Colonne, Palazzo Marini è in programma il dibattito “Raccontare l’Italia che cambia con le migrazioni”, coordinato dall’on. Khalid Chaouki.

Il 18 marzo presso la camera di commercio di Napoli, CGIL CISL UIL della Campania, presentano i risultati dell’indagine conoscitiva sui fenomeni di discriminazione razziale “I nostri diritti sono anche i tuoi”. Il progetto, sostenuto dall’UNAR, vuole evidenziare le criticità avvertite e vissute dai cittadini immigrati presenti in Campania ed offrire uno strumento alle forze politiche, istituzionali e sociali, per avviare una discussione costruttiva su questi temi.

Nel corso della Settimana le amministrazioni comunali di Torino e Napoli hanno annunciato che illumineranno simbolicamente di arancione, rispettivamente, la Mole Antonelliana ed il Maschio Angioino. Stessa iniziativa a Piacenza e a Monserrato, mentre tantissimi edifici, piazze, biblioteche di comuni, grandi e piccoli, esporranno striscioni, bandiere o drappi arancioni, da Nord a Sud, da Treviso a Monteroni di Lecce.

La partecipazione delle amministrazioni comunali, testimonia quest’anno, tra le tantissime iniziative descritte nel programma, un segnale di forte volontà di integrazione, ad esempio con cerimonie di conferimento della cittadinanza onoraria ai giovani stranieri nati in Italia, organizzate, tra gli altri, dal comune di Torre Pellice (TO) e di Mandello del Lario (LC).

Anche lo SPRAR, il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, racconterà attraverso foto, video e parole le esperienze di convivenza tra rifugiati e cittadini italiani.

Dal mondo del calcio al mondo del lavoro, alla scuola, alla cultura e all’intrattenimento, tante le opportunità per riflettere su stereotipi, pregiudizi e discriminazione.

Il 20 Marzo alle ore 12, presso la Sala Monumentale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si svolgerà la conferenza stampa di lancio dell’Asta “Espelli il Razzismo dal Calcio” con le magliette di calciatori famosi. L’iniziativa realizzata grazie al supporto dell’Associazione Italiana Calciatori e Lega Calcio, si svolgerà alla presenza del Vicepresidente dell’Aic Simone Perrotta ed il ricavato sarà destinato a progetti di integrazione di bambini stranieri attraverso lo sport.

Nella Giornata mondiale contro il razzismo, il 21 marzo ci sarà una grande iniziativa pubblica a Torino, presso il Palazzo dei Senatori del Comune, con il convegno “Il razzismo in Europa e in Italia” organizzato da CIE in collaborazione con UNAR, in occasione della presentazione dello Shadow Report 2013 dell’ENAR. Al dibattito saranno presenti il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, l’ex Ministra Cécile Kyenge Kashetu e il Direttore de La Stampa Mario Calabresi.

Sempre nella stessa giornata, a Torino, ci sarà la proiezione speciale per le scuole del Film “La mia Classe” di Daniele Gaglianone, mentre dall’altra parte della Penisola, nelle scuole di Marsala e di Agrigento, il comico di Zelig Salvatore Marino presenterà lo spettacolo “Abbronzato più o meno Integrato”.

La settimana inoltre vedrà un forte impegno dei giovani e delle seconde generazioni che, coordinati dalla Rete Near, improvviseranno eventi e flash mob in molti comuni di Italia.

La campagna di quest’anno all’insegna del colore “arancione” potrà essere testimoniata anche da singoli cittadini invitati ad indossare per un giorno un capo di abbigliamento di colore arancione, a utilizzare sui socialnetwork i tag #unar #noalrazzismo #coloradiarancione, ed a partecipare al concorso fotografico Istagram italia “Colora di arancione il tuo istagram”.

Per ulteriori informazioni sulle varie iniziative organizzate in tutta Italia, potete consultare il sito www.unar.it

venerdì 14 febbraio 2014

Dire NO al femminicidio

Oggi, 14 febbraio, non è San valentino, la festa sdolcinata e commerciale degli "innamorati". Oggi, 14 febbraio, è la Giornata Mondiale contro il femminicidio.
Ancora qualche ora per questa ricorrenza, ma dire NO alla violenza, di qualunque tipo, nei confronti delle donne deve essere assodato nei fatti prima che nelle parole.
Quindi: poche parole e tanta solidarietà e aiuto concreto a chi è stata vittima e a chi ancora lo è.



mercoledì 11 dicembre 2013

Obama e Mandela: un ideale passaggio di testimone


Un filo diretto lega il primo presidente nero americano al primo presidente nero sudafricano che ora non c'è più. Barack Obama ha pronunciato, ieri, un discorso intenso e profondo, in occasione della cerimonia in ricordo di Mandela a Johannesburg, in cui si sono avvertite, chiaramente, la commozione e la gratitudine per quel piccolo grande uomo che ha cambiato la Storia, che ha lottato per l'uguaglianza, che ha difeso la democrazia: ideali che il Presidente degli Stati Uniti vuole continuare ad affermare con forza, portando avanti quell'operato così importante per il bene di tutti e che Mandela ha esercitato per tutta la sua esistenza.
Vogliamo riportare il discorso tenuto da Obama perchè la scelta delle sue parole - e gli esempi dei grandi leader che ha citato - siano un monito per il nostro agire e per la politica e affinchè rimanga un po' di Madiba in ognuno di noi.




Per Graça Machel e la famiglia Mandela, al Presidente Zuma e membri del governo, ai capi di Stato e di governo, passati e presenti, gli ospiti illustri – è un onore singolare di essere con voi oggi, per celebrare una vita diversa da qualsiasi altra…
Per il popolo del Sud Africa – persone di ogni razza e ceto sociale – il mondo vi ringrazia per la condivisione di Nelson Mandela con noi.La sua lotta è la vostra lotta. Il suo trionfo è stato il tuo trionfo. La vostra dignità e speranza trovarono espressione nella sua vita, e la vostra libertà, la vostra democrazia è la sua eredità amato.
E ‘difficile per elogiare un uomo – per catturare in parole non solo i fatti e le date che fanno una vita, ma la verità essenziale di una persona – le loro gioie e dolori privati, ai momenti di quiete e qualità uniche che illuminano l’anima di qualcuno.
Quanto più difficile farlo per un gigante della storia, che si è trasferito una nazione verso la giustizia, e nel processo si trasferisce miliardi in tutto il mondo.
Nato durante la prima guerra mondiale, lontano dai corridoi del potere, un ragazzo cresciuto immobilizzare i bovini e istruito dagli anziani della sua tribù Thembu – Madiba sarebbe emerso come l’ultimo grande liberatore del 20 ° secolo.
Come Gandhi, che porterebbe un movimento di resistenza – un movimento che al suo inizio ha tenuto poche possibilità di successo. Come re, avrebbe dato potente voce alle rivendicazioni degli oppressi, e la necessità morale della giustizia razziale.
Avrebbe sopportare una reclusione brutale che ha avuto inizio al tempo di Kennedy e Krusciov, e ha raggiunto gli ultimi giorni della Guerra Fredda. Emergendo dal carcere, senza la forza delle armi, avrebbe – come Lincoln – tenere il suo paese insieme quando minacciava di rompersi.
Come padri fondatori dell’America, avrebbe eretto un ordinamento costituzionale di preservare la libertà per le generazioni future – un impegno per la democrazia e Stato di diritto ratificato non solo dalla sua elezione, ma dalla sua volontà di dimettersi dal potere.
Data la scansione della sua vita, e l’adorazione che egli giustamente guadagnato, si è tentati poi ricordare Nelson Mandela come icona, sorridente e sereno, distaccato dalle vicende cattivo gusto degli uomini inferiori. Ma Madiba si è fortemente resistito un ritratto tale senza vita.
Invece, ha insistito per aver condiviso con noi i suoi dubbi e le paure, i suoi errori di calcolo insieme con le sue vittorie. ”Non sono un santo», disse, «a meno che non si pensa di un santo, come un peccatore che continua a provarci.”
E ‘proprio perché poteva ammettere di imperfezione – perché poteva essere così pieno di buon umore, anche male, nonostante i pesanti fardelli che portava – che abbiamo amato così. Non era un busto di marmo, era un uomo di carne e sangue – un figlio e il marito, un padre e un amico. Ecco perché abbiamo imparato tanto da lui, è per questo che possiamo imparare da lui ancora.
Per niente ha conseguito era inevitabile. Nell’arco della sua vita, vediamo un uomo che ha guadagnato il suo posto nella storia attraverso la lotta e l’astuzia, la persistenza e la fede. Egli ci dice che cosa è possibile, non solo nelle pagine dei libri di storia polverosi, ma nelle nostre vite.
Mandela ci ha mostrato il potere di azione, di rischiare in nome dei nostri ideali. Forse Madiba era giusto che ha ereditato “, una ribellione orgoglioso, un senso ostinato di equità” da suo padre. Certamente ha condiviso con milioni di neri e colorati sudafricani la rabbia nato, “mille offese, mille umiliazioni, mille momenti non ricordati … il desiderio di combattere il sistema che imprigionava la mia gente.”
Ma come altri primi giganti della ANC – i Sisulus e Tambos – Madiba disciplinato la sua rabbia, e incanalata il suo desiderio di combattere in organizzazione e le piattaforme, e le strategie di azione, così gli uomini e le donne potrebbero stand-up per la loro dignità.
Inoltre, ha accettato le conseguenze delle sue azioni, sapendo che in piedi fino agli interessi potenti e ingiustizie ha un prezzo. ”Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera”, ha detto al suo processo 1964. ”Ho accarezzato l’ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivano insieme in armonia e con pari opportunità. E ‘un ideale che spero di vivere e di raggiungere., Ma se necessario, è un ideale per che sono pronto a morire. “
Mandela ci ha insegnato il potere di azione, ma anche di idee, l’importanza della ragione e degli argomenti, la necessità di studiare non solo quelli siete d’accordo, ma chi non lo fai. Ha capito che le idee non possono essere contenute da muri della prigione, o estinte dal proiettile di un cecchino. Girò il suo processo in un atto d’accusa di apartheid a causa della sua eloquenza e passione, ma anche la sua formazione come un avvocato.
Ha usato decenni in carcere per affinare le sue argomentazioni, ma anche per diffondere la sua sete di conoscenza ad altri nel movimento. E ha imparato la lingua ei costumi del suo oppressore modo che un giorno avrebbe potuto meglio trasmettere a loro come loro libertà dipendeva la sua.
Mandela ha dimostrato che l’azione e le idee non bastano, non importa quanto a destra, devono essere cesellato in leggi e istituzioni.
Lui era pratico, testando le sue convinzioni contro la superficie dura della circostanza e della storia. Su principi fondamentali era inflessibile, ed è per questo poteva respingere le offerte di liberazione condizionale, ricordando il regime dell’apartheid che “i detenuti non possono stipulare contratti.” Ma, come ha dimostrato nei negoziati scrupoloso per trasferire il potere e redigere nuove leggi, non aveva paura di compromettere per il bene di un obiettivo più grande.
E perché non era solo un leader di un movimento, ma un politico abile, la Costituzione che è emerso era degno di questa democrazia multirazziale, fedele alla sua visione di leggi che proteggono minoranza nonché i diritti di maggioranza, e le preziose libertà di ogni Sud Africano.
Infine, Mandela capì i legami che legano lo spirito umano. C’è una parola in Sud Africa-Ubuntu – che descrive il suo dono più grande: il suo riconoscimento che siamo tutti legati insieme in modi che possono essere invisibili a occhio, che c’è una unità per l’umanità; che otteniamo noi stessi, condividendo con noi gli altri, e la cura per chi ci circonda. Noi possiamo mai sapere quanto di questo era innata in lui, o quanto di è stata sagomato e brunito in una cella di isolamento scuro.
Ma ricordiamo i gesti, grandi e piccoli – introduzione suoi carcerieri come ospiti d’onore al suo insediamento, tenendo il passo in uniforme Springbok, girando strazio della sua famiglia in una chiamata a lottare contro l’HIV / AIDS – che ha rivelato la profondità della sua empatia e comprensione . Egli non solo ha incarnato Ubuntu, ha insegnato milioni di scoprire che la verità dentro di sé.
Ci è voluto un uomo come Madiba per liberare non solo il prigioniero, ma il carceriere e, per dimostrare che è necessario fidarsi degli altri in modo che possano fidarsi di voi, per insegnare che la riconciliazione non è una questione di ignorare un passato crudele, ma un mezzo di confrontarsi con l’inclusione, generosità e verità. Ha cambiato le leggi, ma anche i cuori.
Per il popolo del Sud Africa, per chi ha ispirato in tutto il mondo – la scomparsa di Madiba è giustamente un momento di lutto, e un tempo per celebrare la sua vita eroica. Ma credo che dovrebbe anche indurre in ciascuno di noi un momento di auto-riflessione. Con onestà, a prescindere dalla nostra stazione o circostanza, dobbiamo chiederci: quanto bene ho applicato le sue lezioni nella mia vita?
E ‘una domanda che mi pongo – come uomo e come presidente. Sappiamo che, come il Sud Africa, gli Stati Uniti ha dovuto superare secoli di sottomissione razziale. Come era vero qui, ha preso il sacrificio di innumerevoli persone – conosciuti e sconosciuti – di vedere l’alba di un nuovo giorno. Michelle e io siamo i beneficiari di quella lotta.
Ma in America e Sud Africa, e paesi in tutto il mondo, non possiamo permettere che il nostro progresso nuvola del fatto che il nostro lavoro non è finito. Le lotte che seguono la vittoria di uguaglianza formale e suffragio universale non possono essere come piene di dramma e chiarezza morale di quelli che è venuto prima, ma non sono meno importanti.
Per tutto il mondo di oggi, vediamo ancora i bambini che soffrono la fame e le malattie, le scuole degradate, e poche prospettive per il futuro. In tutto il mondo oggi, uomini e donne sono ancora in carcere per le loro convinzioni politiche, e sono tuttora perseguitati per quello che sembrano, o come adorano, o che amano.
Anche noi, dobbiamo agire a favore della giustizia. Anche noi, dobbiamo agire in nome della pace. Ci sono troppi di noi che felicemente abbracciare l’eredità di Madiba della riconciliazione razziale, ma con passione resistere anche modeste riforme che avrebbero sfidare la povertà cronica e crescente disuguaglianza. 
Ci sono troppi leader che sostengono la solidarietà con la lotta di Madiba per la libertà, ma non tollerano il dissenso dal loro stesso popolo. E ci sono troppi di noi che stanno in disparte, confortevole compiacimento o cinismo quando le nostre voci devono essere ascoltate.
Le questioni che abbiamo di fronte oggi – come promuovere l’uguaglianza e la giustizia, per difendere la libertà ei diritti umani, per porre fine dei conflitti e settario la guerra – non hanno risposte facili. Ma non c’erano risposte facili di fronte a quel bambino in Qunu. Nelson Mandela ci ricorda che sembra sempre impossibile fino a quando si è fatto. Sud Africa ci mostra che è vero.
Sud Africa ci mostra che possiamo cambiare. Possiamo scegliere di vivere in un mondo non definito dalle nostre differenze, ma le nostre speranze comuni.Possiamo scegliere un mondo non definito da conflitti, ma per la pace e la giustizia e di opportunità.
Non riusciremo mai a vedere artisti del calibro di Nelson Mandela di nuovo.Ma lasciatemi dire ai giovani dell’Africa, e dei giovani di tutto il mondo – si può fare il lavoro della sua vita tua.
Più di trent’anni fa, quando era ancora studente, ho imparato di Mandela e le lotte in questa terra. Si agita qualcosa in me. E mi ha svegliato alle mie responsabilità – per gli altri, e per me – e mi mise in un viaggio improbabile che mi trovi qui oggi. E mentre io sarò sempre a corto di esempio di Madiba, fa venire voglia di essere migliore.
Egli parla di ciò che è meglio dentro di noi. Dopo questo grande liberatore si riposa, quando siamo tornati alle nostre città e villaggi, e ricongiunto nostra routine quotidiana, cerchiamo di ricerca, quindi per la sua forza – per la sua grandezza di spirito – da qualche parte dentro di noi.
E quando la notte fa buio, quando l’ingiustizia pesa sui nostri cuori, o dei nostri migliori progetti sembrano fuori dalla nostra portata – pensare di Madiba, e le parole che lo hanno portato conforto tra le quattro mura di una cella:
Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita,
io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

Che una grande anima che era. Ci mancherà profondamente. Che Dio benedica il ricordo di Nelson Mandela. Dio benedica il popolo del Sud Africa.”


sabato 7 dicembre 2013

Nelson Mandela: un uomo, un'icona









 









Un numero: 46664. Più volte ripreso, fotografato, ricordato, scritto.
E' il numero che Nelson Mandela portava sulla sua giubba durante la sua lunga permanenza in carcere; la stessa cifra riportata infinite volte – sul palco, sugli spalti dello stadio, sui corpi e sulle magliette dei partecipanti – durante il mega concerto che si è tenuto a Londra nel 2008 in occasione del novantesimo compleanno del grande leader.
Quel numero è un simbolo come lo è colui che lo ha portato addosso per tanto tempo: Nelson, Madiba, Rolihalha (“combina guai”) premiato con il Nobel per la pace; l'uomo che si è battuto, per una vita intera, per i diritti di tutti, per la libertà e per la giustizia.
Se ne va a 95 anni, probabilmente a causa di problemi respiratori dovuti alla tubercolosi contratta durante la sua prigionia a Robben Island. Negli ultimi mesi, Mandela era stato ricoverato più volte per poi essere dimesso per ricevere le cure e le attenzioni necessarie nella sua casa, a Johannesburg.
Molti i messaggi di cordoglio per la perdita di una persona che lascia un'eredità etica, morale e politica così importante. Il Presidente americano, Barack Obama, primo Presidente nero garzie anche alla lotta di mandela contro ogni discriminazione, ha affermato: “ Nelson Mandela è vissuto per un ideale e l'ha reso reale. E' uno dei personaggi più coraggiosi della nostra era. Appartiene al tempo, alla storia. Ha trasformato il Sudafrica e tutti noi. Il suo lavoro ha significato moltissimo. Noi troviamo fonte di esempio e di rinnovamento nella riconciliazione e nello spirito di resistenza che ha fatto dell'azione di Mandela una cosa vera”. Il leader cubano, Raul Castro ha definito Mandela “un caro compagno”; il Presidente palestinese, Mahmoud Abbas ha dichiarato che: “ Mandela è stato un simbolo della liberazione dal colonialismo e dall'occupazione per tutti i popoli che aspirano alla libertà”; dalla Cina arrivano, via web, le parole di un altro Premio Nobel per la Pace, Liu Xiaobo, che sta scontando una pena detentiva di 11 anni per l'accusa di “sovversione”, il quale scrive: “ Stiamo ricordando una persona che ha rispettato e si è battuta per anni per i diritti umani, la libertà e l'uguaglianza”.
In Italia, il Ministro per l'integrazione, Cècile Kyenge, ha così espresso il suo dispiacere per la morte di Mandela: “ Una giornata triste perchè solo la sua presenza dava forza ai valori della lotta contro il razzismo e l'apartheid non solo per il continente africano, ma per tutto il mondo”.

Per ringraziare, a modo nostro, “Madiba” riportiamo la recensione di una ricca mostra sul tema dell'apartheid, allestita l'estate scorsa a Milano. Anche la Cultura, il materiale fotografico, video, i documenti scritti, contribuisco a mantenere viva la Memoria, l'operato, ma soprattutto, gli insegnamenti di questo piccolo-grande eroe contemporaneo.

L' apartheid raccontata in una mostra al PAC di Milano



Mentre sono critiche le condizioni di salute di Nelson Mandela, a Milano approda una grande esposizione che racconta uno dei periodi storici più significativi del '900: l'apartheid e le sue conseguenze, ieri come oggi.
Rise and fall of Apartheid: Photography and the Bureaucracy of Everyday Life” (“Ascesa e declino dell'Apartheid: fotografia e burocrazia della vita quotidiana): questo il titolo di un percorso visivo e culturale ricco, complesso, emozionante.
Frutto di oltre sei anni di ricerche, il progetto raccoglie le opere di quasi 70 fotografi, artisti e registi per proporre al pubblico - attraverso immagini, illustrazioni, posters, filmati, opere d'arte - un'analisi profonda della nascita dell'apartheid, della lotta per debellarla e delle sue conseguenze.



Apartheid” è parola olandese, composta da “separato” (apart) e “quartiere” (heid) ed è stata, in concomitanza con la seconda guerra mondiale, la piattaforma del nazionalismo afrikaner che ha portato alla segregazione razziale con lo scopo di mantenere il potere nelle mani dei bianchi. Dopo la vittoria dell'Afrikaner National Party, nel 1948, l'apartheid impone una serie di programmi legislativi che incidono sulla psicologia dei cittadini del Sudafrica, ma anche sulle strutture civili, economiche e politiche fino a coinvolgere ogni aspetto dell'esistenza e della quotidianità: dalle abitazioni, al tempo libero, dai trasporti ai commerci, dall'istruzione al turismo. Il sistema dell'apartheid è, quindi, diventato sempre più spietato nei confronti degli africani, dei meticci e degli asiatici, arivando a negare e a privarli dei loro diritti umani e civili.
Il lavoro dei membri del Drum Magazine, degli anni '50, dell'Afrapix Collective, degli anni '80 e del Bang Bang Club; le opere di fotografi sudafricani all'avanguardia, quali ad esempio, Eli Weinberg, Omar Badsha, Peter Magubane, Gideon Mendel, Kevin Carter, Sam Nzima; e ancora le immagini dei nuovi talenti come Thabiso Sekgale e Sabelo Mlangeni testimoniano, documentano e approfondiscono il tema, facendo dell'immagine uno strumento di critica politica e sociale.
La mostra è ideata dall'ICP International Center of Photography di New York e curata da Okwui Enwezor, direttore della Haus der Kunst di Monaco; per l'Italia è stata promossa e prodotta dal Comune di Milano, PAC e CIVITA e sarà allestita, al Padiglione d' Arte Contemporanea, fino al 15 settembre. E, per l'occasione, non potevano mancare anche dieci video di William Kentridge, che non ha bisogno di presentazioni.




sabato 9 novembre 2013

10 proposte concrete per dichiarare illegale la povertà!




Come Associazione per i Diritti Umani vogliamo sostenere la campagna “Miseria ladra” promossa dal Gruppo Abele e da Libera di cui riportiamo il progetto e gli intenti già pubblicati sul sito di Libera.
Nell'ambito della campagna, per il prossimo 18 novembre, è previsto un incontro a Torino, alla Fabbrica delle "e" alle ore 21.00, con Luigi Ciotti, Marcelo Barros e Giuseppe De Marzo

Il nostro paese vive una condizione di impoverimento materiale e culturale insostenibile ed inaccettabile. I numeri più asettici dell'ISTAT ci informano che, nel 2012, 9 milioni e 563mila persone pari al 15,8% della popolazione sono in condizione di povertà relativa, con una disponibilità di 506 euro mensili (erano 8,173 milioni nel 2011 pari al 13,8% della popolazione). In condizione di povertà assoluta si trovano invece 4 milioni 814mila persone, pari al 7,9% della popolazione italiana (nel 2011 erano 3,415 milioni pari al 5,2% della popolazione). Parliamo di quasi un italiano su quattro costretto a vivere in una condizione in cui la dignità umana viene calpestata. Il 32,3% di chi ha meno di 18 anni è a rischio povertà. 723 mila minorenni italiani vivono già in condizione di povertà assoluta. È questo un dato intollerabile che dovrebbe farci indignare tutti e tutte. La diseguaglianza continua a crescere, con differenze territoriali che ripropongono la questione meridionale come uno dei temi sui quali intervenire urgentemente. Il sud infatti risulta drammaticamente più colpito ed impoverito dalla crisi. La disoccupazione nazionale oltre il 12%, al sud è nettamente superiore. Tra i 15/24 anni che cercano lavoro nel mezzogiorno, la disoccupazione è superiore al 41%. Le famiglie italiane si sono enormemente impoverite. Oltre il 60% delle famiglie ha ridotto la quantità e la qualità della propria spesa alimentare, mentre aumentano i casi di disoccupati e anziani costretti a rubare per mangiare. Oltre due milioni sono i cosiddetti Neet, giovani così scoraggiati dalla situazione che non studiano, non cercano più lavoro e non sono nemmeno coinvolti in attività formative. Aumentano enormemente la precarietà e lo sfruttamento sul lavoro, sino a raggiungere pratiche di neoschiavismo nei confronti dei lavoratori migranti e non, sia al sud che al nord del paese. Si rafforza il controllo dei clan malavitosi su molte attività economiche in crisi,costrette a "rivolgersi" ai prestiti dei mafiosi. Così come sono in drammatica crescita i crimini contro l'ambiente. Sono oltre 93 al giorno quelli denunciati che certificano l'aumento dell'impatto e dell'influenza delle ecomafie e che distruggono la nostra vera ricchezza: territori, beni comuni e biodiversità.
La ricchezza si è spostata dal lavoro alla rendita finanziaria. La situazione risulta aggravata dalle attuali politiche in campo. Delocalizzazioni,dismissioni, privatizzazioni, austerità e vincoli di bilancio,riforme di welfare e pensioni, azzeramento dei fondi per il sociale e tagli nei settori dove maggiore è la domanda di servizi pubblici e sociali, hanno aggravato ulteriormente la crisi. Disuguaglianza e ingiustizia sociale ed ambientale stanno mettendo in crisi la nostra democrazia. Una società diseguale, che coniuga svantaggio economico con la mancanza di opportunità, che precarizza i diritti degli esclusi, che difende i privilegi e la concentrazioni della ricchezza nelle mani di pochi, attenta alla coesione sociale e incrementa la sfiducia istituzionale, affossa il principio di rappresentatività e scoraggia la partecipazione. I dati e la situazione di crisi politica fotografano una "guerra" dove la povertà materiale e culturale èla peggiore delle malattie, in senso sociale, economico, ambientale e sanitario.
"La costruzione dell'uguaglianza e della giustizia sociale è compito della politica nel senso più vasto del termine: quella formale di chi amministra equella informale chi ci chiama in causa tutti come cittadini responsabili. La povertà dovrebbe essere illegale nel nostro paese. La crisi per molti è una condanna, per altri è un'occasione. Le mafie hanno trovato inedite sponde nella società dell'io, nel suo diffuso analfabetismo etico. Oggi sempre più evidenti i favoriindiretti alle mafie che sono forti in una società diseguale e culturalmente depressa e con una politica debole." sostiene don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera.
La Costituzione ci impegna in tal senso a fare ognuno la sua parte. La lotta alla povertà va ripensata in termini di interdipendenza tra le persone,le specie e all'interno degli equilibri naturali dei nostri ecosistemi. Possiamo da subito portare avanti azioni di contrasto dal basso alla povertà. Il Gruppo Abele e Libera promuovono la campagna"Miseria Ladra" con tutte quelle realtà sociali, sindacali,studentesche, comitati, associazioni, movimenti, giornali e singoli cittadini/e, intenzionati a portare avanti le proposte contenute nel documento. Proposte concrete che da subito possono rispondere alla crisi materiale e culturale, rafforzare la partecipazione e rivitalizzare la nostra democrazia. 




Le dieci proposte per combattere la povertà si possono leggere sul sito di Libera, www.libera.it
 

mercoledì 18 settembre 2013

Padre Puglisi e la sua lotta per la legalità




E' stato un sacerdote e diventerà beato, ma Padre Giuseppe Puglisi era, prima di tutto, un uomo. Un uomo che è stato ucciso il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, il 15 settembre di venti anni fa.
Nel 1990 don Pino viene nominato parroco a San Gaetano, nel difficile quartiere Brancaccio di Palermo, e, nel '93, inaugura il centro “Padre Nostro”, aiutato da un gruppo di suore, dal vice Gregorio Porcaro e da un gruppo di persone laiche legate all'Associazione Intercondominiale; questo piccolo gruppo riesce a indirizzare i bambini e i ragazzi di Brancaccio verso il centro e verso la legalità, invece di farli rimanere, abbandonati a se stessi, per strada e nelle mani delle cosche.
Un bel ritratto dell'attività e della personalità di Padre Puglisi è stato fatto nel film di Roberto Faenza, dal titolo Alla luce del sole: in una scena, il prete entra in una scuola e, in classe davanti agli studenti stupiti, inizia a saltare su scatoloni di cartone, dicendo: “Dobbiamo rompere le scatole”: perchè questo faceva don Pino, “rompeva le scatole” ai mafiosi e a quelli collusi con la criminalità; “rompeva le scatole” alle famiglie che avevano paura e a coloro che si chiudevano nell'omertà. E proprio per questo è stato ammazzato.
Ed è morto “alla luce del sole”: nel piazzale sotto casa sua, di giorno, probabilmente davanti a tanti testimoni che hanno fatto finta di non vedere e di non sentire, trincerandosi dietro alle persiane abbassate.
A distanza di 20 anni Maria Pia Avara, vicepresidente del centro “Padre Nostro”, dice: “ Non si può arretrare nemmeno di un millimentro in quartieri a rischio come Brancaccio. Le cose da fare sono ancora molte perchè questo è un territorio molto difficile. Certamente in tutti questi anni è cambiato molto. Oggi lavoriamo in sinergia con altre realtà come la scuola Puglisi, la chiesa e la circoscrizione per migliorare tanti aspetti del territorio”. Meno ottimista Maurizio Artale, presidente del centro: “ Fino a poco tempo fa il luogo dell'uccisione di don Puglisi era un parcheggio per le auto. A nulla valevano le targhe e le commemorazioni...Poco è cambiato. Anche in questi giorni è stata rubata una moto a un nostro volontario, proprio davanti al centro dove si stava svolgendo un incontro per il ventennale della morte di Padre Pino. La gente non cambia, soprattutto quella onesta che è rimasta apatica e indifferente alla morte e al sacrificio di un uomo speciale”.
E' difficile scardinare una mentalità incentrata sulla violenza e sulla sopraffazione, ma il lavoro continuo e capillare degli operatori del centro e delle altre associazioni è importante per riaffermare i concetti di giustizia e di onestà, in particolare tra i più giovani che rappresentano la speranza di un cambiamento per il bene di tutti.

Padre Puglisi nel ricordo di Pino Martinez


lunedì 16 settembre 2013

Milano contro la violenza sulle donne




Presentazioni di libri, dibattiti, performance teatrali, incontri con rappresentanti di associazioni e centri specializzati: Milano, dal 14 settembre al 27 ottobre, dice NO alla violenza sulle donne.
L'iniziativa si intitola proprio “No al silenzio! Basta violenza sulle donne” e si terrà nelle 25 biblioteche comunali diffuse su tutto il territorio cittadino dove saranno esposte le vignette di Furio Sandrini, alias Corvo Rosso, che affrontano con ironia il drammatico tema della violenza di genere. “Questa è una delle iniziative che mi rende orgoglioso di far parte di questa Amministrazione perchè ha avuto il coraggio di affrontare questo tema scottante e drammatico usando il più antieroico degli strumenti: la satira. E' la prima volta che un'intera città affronta questo tema, coinvolgendo tante realtà, associazioni ed energie sociali, invadendo lo spazio urbano con un programma multidisciplinare e molto ricco per cercare di eliminare i fatti, le conseguenze e i presupposti, soprattutto culturali, della violenza di genere”: queste le parole dell'Assessore alla Cultura, Filippo Del Corno. E Pierfrancesco Majorino, Assessore alle Politiche sociali, ha aggiunto: “ Questa rassegna rafforza il lavoro che già facciamo rispetto alla violenza di genere: dal protocollo di intesa con la rete dei centri che accolgono donne vittime di abusi, alle azioni di prevenzione nelle scuole fino agli incontri nelle zone. Un lavoro che proseguiremo nonostante il Governo abbia annunciato il taglio dei finanziamenti ai centri anti violenza presenti in città. Un provvedimento gravissimo su cui ancora attendiamo una risposta definitiva. Ed è vergognoso che non sia ancora arrivata”.
Tra i tanti appuntamenti si segnalano :la presentazione del progetto artistico di Alina Rizzi “ La coperta delle donne”, un progetto che nasce come stimolo alla fantasia delle donne, alla loro abilità più antica – il cucito e la manipolazione di lana, fili, tessuto - e alla solidarietà. Solidarietà tra donne, che lavorano ad un progetto comune, e solidarietà verso chi usufruirà di eventuali ricavati economici ottenuti dall’esposizione dell’oggetto artistico; l'intervento della giornalista ed ex parlamentare Souad Sbai sulla negazione dei diritti umani nei confronti delle donne che hanno preso parte alle primavere arabe; la presentazione del libro “I serial killer dell'anima” di Cinzia Mammoliti; l'incontro con la Casa di accoglienza di donne maltrattate.



Per il programma completo e il calendario: www.corvorosso.it e www.comune.milano.it



Per chi volesse denunciare maltrattamenti o violenze:
02-55032489 (per violenza sessuale)
02-55038585 (per violenza domestica)  e il call center 1522 

Associazione telefono donna (per sostegno psicologico)
Associazione donna aiuta donna (per assistenza legale)
Casa di accoglienza per le donne maltrattate

giovedì 23 maggio 2013

XXI Anniversario delle stragi di Capaci e via D'Amelio: le Navi della legalità e un libro



Più di 20.000 studenti, di 800 scuole, di 13 Paesi europei sono saliti, ieri, sulle Navi della legalità, dai porti di Civitavecchia e di Napoli: sono giunti a Pelrmo per commemorare il XXI anniversario delle stragi di Capaci e via D'Amelio, che cade il 23 maggio, in cui morirono i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, le donne e gli uomini delle loro scorte.
Le navi della legalità” è il progetto di educazione alla Legalità promosso dal Miur e dalla Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”: Le nuove rotte dell'impegno. Geografia e legalità, questo il titolo scelto per il tema di quest'anno. I ragazzi hanno partecipato ad un concorso nazionale e, oggi, partecipano alla cerimonia istituzionale che si svolgerà, come di consueto, nell'Aula Bunker del carcere Ucciardone di Palermo.
Durante il viaggio sulle navi gli studenti, e i docenti accompagnatori, hanno potuto confrontarsi con importanti figure delle associazioni antimafia e dello Stato. La nave salpata da Civitavecchia ha ospitato il Presidente del Senato, Piero Grasso, il Ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, il presidente Rai, Anna Maria Tarantola e il Prof. Nando Dalla Chiesa. Sulla nave salpata da Napoli sono intervenuti: il sottosegretario all'Istruzione, Marco Rossi Doria, il Presidente di Libera, don Luigi Ciotti, il Commissario Straordinario Antiracket, Giancarlo Trevisone e l'imprenditore - e testimone di giustizia - Pino Masciari.
Al termine della giornata di commemorazione, tutti i partecipanti si raduneranno di fronte all'Albero Falcone, simbolo universale di Legalità, diventato bene culturale tutelato dalla Regione Sicilia e dallo Stato italiano.


Giovanni Falcone: un eroe solo. Il tuo lavoro, il nostro presente. I tuoi sogni, il nostro futuro.
Di Maria Falcone e Francesca Barra. Rizzoli


Sono nato nello stesso quartiere di olti di loro. Conosco a fondo l'anima siciliana. Da un'inflessione di voce, da una strizzatina d'occhi capisco molto di più che da lunghi discorsi”. Queste sono le parole di Giovanni Falcone, riferendosi agli uomini d'onore, che la sorella, Maria Falcone, riporta nei suoi ricordi del fratello. Del grande magistrato ricorda anche la sua passione per piccole papere che collezionava e comprava in giro per il mondo.
Un ritratto inedito e rigoroso di Falcone, quello che emerge nel libro “Giovanni Falcone: un eroe solo. Il tuo lavoro, il nostro presente. I tuoi sogni, il nostro futuro”, scritto a quattro mani da Maria Falcone e dalla giornalista Francesca Barra, edito da Rizzoli.
Perchè un eroe solo? Perchè il magistrato, durante la sua carriera, è stato attaccato da tanti per la sua coerenza; perchè molti detrattori hanno criticato il suo metodo investigativo e le tecniche di coordinamento da lui approntate per portare avanti la lotta alla criminalità organizzata; perchè la verità è scomoda, ancora oggi. Dopo il mancato tettanato nei suoi confronti all'Addaura, lo stesso Falcone disse: “ Questo è il Paese felice in cui, se ti si pone una bomba sotto casa, e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l'hai fatta esplodere”.
Ecco perchè Maria Falcone e Francesca Barra hanno ritenuto importante ricordare i momenti salienti della vita del magistrato, la sua avventura umana e professionale: per lasciare alle nuove generazioni l'eredità vera e profonda di un Uomo che, nonostante tutto, ha sempre avuto un amore profondo per lo Stato, un forte senso della Patria, un grande rispetto per la giustizia e per l'autorità. Ed è fondamentale che le genrazioni future (ma non solo) si confrontino ancora con modelli positivi, divenuti “eroi” loro malgrado.
Il volume è arricchito dagli interventi di Leonardo Guarnotta, che ha scritto la premessa, di Loris D'ambrosio e da Sergio Lari, autore della postfazione.