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mercoledì 18 novembre 2015

La carta di Beirut: l'Islam liberale non vuole la violenza



"Non si può costringere alla conversione né perseguire chi ha una fede diversa dalla propria. L’islam vieta di condurre una guerra contro chi è diverso, scacciarlo dalle propria terre e limitarne la libertà in nome della religione. Beirut si fa portavoce dell’islam liberale che vuole la convivenza con i cristiani, di cui è ricca la tradizione del Libano": queste sono alcune delle importanti affermazioni contenute nella “Dichiarazione di Beirut sulla libertà religiosa”, pubblicato dalla Mokassed di Beirut, associazione sunnita vicina a Dar el-Fatwa. Il messaggio è stato preparato il 20 giugno scorso.
 
La dichiarazione di Beirut sulle libertà religiose
Il Libano, gli altri Paesi Arabi e i musulmani sono oggi in tumulto a causa della religione, del settarismo e del confessionalismo. Le persone sono uccise, escluse della propria casa e della dignità.
In questa situazione anormale, la religione è sfruttata per motivi politici, sacrificando invano persone, Paesi e civiltà. Questo sta provocando il sorgere dell’islamofobia in varie parti del mondo. La convivenza e i valori ereditati dalla nostra civiltà, come pure il futuro dei nostri giovani, sono seriamente minacciate. Molte iniziative arabe e islamiche hanno tentato di porre rimedio, e perfino combattere questa situazione, per correggere e rigettare la violenza perpetrata in nome della religione.
L’Associazione filantropica islamica Makassed di Beirut, che è impegnata nei valori educativi, islamici e nazionali, si trova obbligata a sostenere e diffondere la cultura della tolleranza e della ragione (enlightenment). Essa si ritiene responsabile nel costruire una società dove le persone possono vivere insieme in libertà, in una società civile e di progresso che può affrontare i pericoli che minacciano la nazione, i suoi cittadini, i valori morali e religiosi.
La Makassed, in quanto organizzazione araba e nazionale, è chiamata a opporsi all’estremismo e alla violenza, e per questo annuncia la Dichiarazione di Beirut sulle libertà religiose, confermando i valori tradizionale che sono gli illuminati valori di Beirut e del Libano, per salvaguardare la dignità di ogni cittadino ed essere umano. Perciò, la Makassed spera di salvare e proteggere la religione da coloro che tentano di prenderla in ostaggio con falsi slogan.

1. La libertà di fede, di culto ed educazione
La fede religiosa è una libera scelta e un libero impegno. È un diritto di ogni persona. Il Sacro Corano inequivocabilmente protegge questo diritto quando dice:
“Non c’è costrizione nella religione. L’orientamento giusto è stato distinto dall’errore” (Al-Baqara 256).
E in un altro versetto:
“Quindi ricordati! (rivolto al Profeta, la pace sia con lui) Perché tu non sei che un promemoria; tu non hai influenza su di loro” (Al-Ghashiyah 22).
Per più di 13 secoli, la nostra terra ha visto moschee, chiese e luoghi di culto costruiti fianco a fianco. Noi vogliamo che questa eredità di libertà, di collaborazione e di vita comune rimanga profondamente salda nella nostra terra, nelle nostre città e tra i nostri giovani. La nostra religione e tradizioni nazionali, le nostre alleanze e le nostre leggi ci guidano ad aderire fermamente a questi principi.
Negare il diritto delle comunità cristiane di esercitare la loro libertà religiosa e distruggere le loro chiese, i loro monasteri e istituti educativi e sociali, è contrario agli insegnamenti dell’islam ed è una violazione palese dei suoi principi, visto che questi abusi sono compiuti nel suo nome.
Di conseguenza, noi proclamiamo, dal punto di vista islamico, umanitario e nazionale, che noi siamo assolutamente contrari a questi atti distruttivi e facciamo appello ai nostri compatrioti cristiani perché resistano agli atti di terrore che cercano di cacciarli dalla loro terra e li sollecitiamo a rimanere attaccati e radicati in profondità a queste terre, insieme ai loro fratelli musulmani, godendo insieme a loro degli stessi diritti e doveri. In questo modo loro, con i compatrioti musulmani, salvaguarderanno i nostri valori comuni e la nostra convivenza in una comunità multireligiosa e onnicomprensiva.
La nostra eredità comune, come credenti in Dio, ci impone di rigettare la costrizione in ambito di fede, di rispettare la libertà intellettuale e di accettare le differenze fra gli uomini come un espressione del volere di Dio. Solo Dio può giudicare dli uomini laddove essi differiscono.

2. Il diritto alla dignità
Questo è un diritto proclamato dal testo coranico. Il Sacro Corano dice:
“Abbiamo onorato la progenie di Abramo e l’abbiamo portata per terra e per mare. Li abbiamo rifocillati di prelibatezze e li abbiamo  preferiti di gran lunga tra molti che abbiamo creato” (Al-Israa’ 17:70).
Perciò, l’uomo ha dignità in quanto essere umano. Il fondamento della sua dignità è il fatto che è stato dotato di ragione, libertà di credere, d’opinione e d’espressione. Egli è responsabile in modo diretto davanti a Dio per l’esercizio delle sue libertà. È diritto dell’uomo godere di protezione della sua libertà da parte dell’autorità al governo; nessuno ha il diritto di giudicare le persone per la loro fede e di perseguitarle e discriminarle per ragioni religiose o etniche. Dio l’Altissimo dice:
“Non dire ad alcuno che si sottomette a te in pace: ‘Tu non sei un credente’, cercando così il bottino della vita presente” (Al – Nisa’ 4:94).
“Tutta l’umanità è la progenie di Adamo”, ha detto il Profeta Maometto (la pace sia con lui) nell’ultimo sermone. Egli ha anche detto “tutti gli esseri umani sono uguali”.
Il Sacro Corano riconosce solo due ragioni per una guerra difensiva: la persecuzione religiosa e l’espulsione dalla propria terra. Il Sacro Corano dice:
“Riguardo a coloro che non ti hanno combattuto per la tua religione, che non ti hanno cacciato dalle tue case, Dio non vi vieta di trattare loro in modo onorevole e di agire con bontà nei loro confronti, perché Dio ama coloro che agiscono con onestà” (Al-Mumtahinah 60:8).
Agli occhi del Corano, nessuno ha il diritto di fare la guerra ad una persona a causa del suo credo o ad un popolo o una comunità per cacciarli dalle loro case, o privarli della loro terra. È perciò nostro dovere unire gli sforzi per proteggere le libertà religiose e nazionali, rispettare la dignità umana per proteggere la convivenza sulla base della giustizia e dell’amore.

3. Il diritto alla differenza, il diritto alla pluralità
Il diritto ad essere diversi è confermato da Dio che dice:
“Oh umanità, noi ti abbiamo creata maschio e femmina, e formata in nazioni e tribù così che vi possiate conoscere. Agli occhi di Dio, i più nobili in mezzo a voi sono i più pii” (Le Stanze 49:13).
Le differenze tra le società e la loro pluralità, la libertà individuale e comunitaria tra le società e i gruppi sono un fenomeno naturale. Conoscere e riconoscersi gli uni gli altri è un comando divino. Mai le società umane sono state una o la stessa nel loro atteggiamento e nel loro modo di vivere, o anche nel loro credo religioso.

4. Il diritto a partecipare alla vita politica e pubblica
Il diritto di partecipare alla vita politica e pubblica è fondato sui principi dell’uguaglianza, della libertà di scelta e della responsabilità individuale. L’islam, come dichiara il documento di Al-Azhar, non impone uno specifico regime politico e non approva uno Stato religioso. Il sistema politico, in qualunque società, è la creazione della gente in quella società, musulmani e non musulmani. Secondo gli accordi comuni come cittadini, il popolo sceglie il proprio sistema di governo, ed essi lo cambiano secondo la loro libera volontà secondo i loro migliori interessi. Perciò, considerare uno specifico sistema politico come sacro o infallibile, o come una materia di fede religiosa, è un fraintendimento della religione e una imposizione sulla gente, che sia musulmana o non musulmana. Tutte le persone sono custodite dallo Stato nazionale che essi hanno creato insieme, ed essi rispettano la costituzione e le leggi che li considera uguali in diritti e doveri.

5. Il nostro impegno per le alleanze arabe e internazionali
La cultura araba ha avuto una civiltà gloriosa e pluralista, che ha contribuito al progresso del mondo. Essa ha creato Stati e sistemi di governo e istituzioni. La religione non è mai stata un ostacolo a questi traguardi. Se noi oggi ci volgiamo contro questa cultura in nome della religione, noi tradiamo la grande eredità del passato e la nostra costante lotta per il progresso e la sicurezza. Noi siamo impegnati a sostenere la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e le successive Dichiarazioni arabe. L’ultima di queste è la dichiarazione di al-Azhar riguardo le libertà fondamentali.
Noi siamo parte di questo mondo, e aspiriamo a essere positivamente partecipi del suo progresso. Non siamo spaventati dal resto del mondo e non vogliamo essere una fonte di paura per gli altri. Non vogliamo isolarci dal resto del mondo e non vogliamo  che il mondo si isoli da noi. Ricordiamo che i musulmani costituiscono un quinto della popolazione mondiale, e un terzo di essi vive in Paesi non musulmani.

6. Il nostro impegno verso il Libano perché sia una patria e uno Stato democratico unificato
Basata sui valori di libertà, libera associazione e vita sociale comune, la formula libanese dello Stato ha creato un sistema consensuale, che garantisce le libertà di base e ha condotto ad uno Stato fiorente. Certo, noi riconosciamo che il sistema libanese di governo soffre di grossi problemi, ma questo sistema rimane aperto a miglioramenti, nella misura in cui la libertà politica e religiosa sono garantite e la volontà del popolo è salvaguardata. I pensatori e intellettuali libanesi musulmani, molti dei quali sono laureati alla Makassed, hanno contribuito a questa cultura di libertà e a questo pensiero islamico liberale. Essi si sono uniti ad altri intellettuali libanesi nel tracciare l’Alleanza nazionale, gli accordi di  Taef e i Dieci principi che Dar Al Fatwa ha proclamato nel 1983. Quest’ultimo documento afferma i principi della cittadinanza comune, del governo civile, delle libertà civili e della lealtà al Libano come Stato sovrano e patria per tutti i cittadini. Noi vogliamo che il Libano rimanga unito e democratico, protettore delle libertà e dei diritti di tutti i cittadini e un modello di società plurale e libera. Il Libano sarà quindi un esempio da seguire per tutti i regimi arabi che stanno soffrendo profondamente a causa dell’estremismo e dell’intolleranza e dei crimini commessi in nome della religione, che cacciano le persone fuori delle proprie case, ignorando i principi della convivenza e della dignità umana. Il modello libanese sarà [uno] di tolleranza, di non violenza e di umanesimo.  

7. Il ruolo e l’impegno della Makassed
La Makassed rimarrà fedele alla sua missione e ai suoi principi come sono stati definiti 137 anni fa. Esso sgi impegna per la libertà di educazione e l’insegnamento della tolleranza religiosa. La Makassed ha insegnato l’islam a numerose generazioni tramite rinomati insegnanti proveniente dal Libano e da altri Paesi arabi.
Noi faremo rivivere questa tradizione e riformeremo l’insegnamento dell’islam in stretta collaborazione con Dar Al Fatwa, e beneficeremo dai recenti metodi innovativi di insegnamento di materie civiche. La Makassed è sempre stato un faro di tolleranza nell’educazione civica e religiosa. Col volere di Dio, rimarrà tale.
Beirut è stata “la Madre delle leggi” e una casa per la libertà e la creatività. Allo stesso modo in cui ha partecipato alla creazione dello Stato moderno e al progresso della libertà, essa si sforza di rimanere tale, insieme coi musulmani, i non musulmani, con la Makassed, in questi tempi difficili per gli Arabi e per il Libano. Beirut rimarrà la torcia dell’illuminismo musulmano, del progresso arabo e della pace umanitaria.


venerdì 18 ottobre 2013

INDIFESA: la campagna di sensibilizzazione per i diritti delle bambine





Aumentano, di giorno in giorno, in Italia e nel mondo i reati rivolti contro i minori e, in particolare, contro le bambine. Secondo i dati elaborati dalle Forze dell'ordine italiane per Terres des Hommes, dal 2011, si è verificato un incremento del 15%: 822 vittime di vilenza sessuale, 1164 vittime di violenza domestica, per citare solo alcuni numeri.
Federica Giannotta, responsabile Diritti dei bambini per Terres des hommes, ha dichiarato: “L'evidenza di un filo 'rosa' tra questi terribili dati conferma l'urgenza di assicurare maggiore protezione alle bambine e alle ragazze”.
Per questo, l'associazione ha lanciato la campagna dal titolo Indifesa con la quale intende porre i riflettori sulla condizione di grave vulnerabilità da abusi e discriminazioni delle bambine in Italia e nel mondo. La campagna di sensibilizzazione e di raccolti fondi permetterà di finanziare progetti di assistenza e prevenzione degli abusi e progetti contro le discriminazioni quali, ad esempio: le “bambine domestiche” in perù, le “spose bambine” del Bangladesh, le “mamme bambine” in Costa d'Avorio e le bambine salvate dall'infanticidio in India.
Su questi e altri temi, come aborto selettivo, mutilazioni genitali, tratta e prostituzione, lavoro minorile, matrimoni e gravidanze precoci, mancato accesso all’istruzione, violenza e abusi sessuali, Terre des Hommes presenterà il 10 ottobre 2012, in occasione della prima Giornata ONU delle Bambine presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri il dossier esclusivo “La condizione delle bambine e ragazze nel mondo”.


Con il numero 45501 della Campagna “ Indifesa di Terre des Hommes, attivo dall’1 al 21 ottobre, si può donare 2 Euro via SMS da cellulare TIM, Vodafone, Wind, 3, Postemobile Coop Voce e Nòverca. Si può anche donare 2 euro da rete fissa TWT e fino a 5 euro da rete fissa Telecom Italia, Infostrada e Fastweb.





Martedì 24 settembre 2013 presso l' Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Milano, alla presenza dell'Avv. Paolo Giuggioli, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, del Dott. Pierfrancesco Majorino, Assessore alla Politiche sociali del Comune di Milano, del Dott. Mario Zevola, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano e della Dott.ssa Monica Frediani, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Milano e dai rappresentanti di Terres des Hommes e di altre associazioni, è stata presentata la Carta di Milano, sulla tutela dei diritti dell'infanzia.



Riportiamo, di seguito, i punti della Carta:



Le bambine e i bambini non sono oggetti, bensì soggetti attivi, con la loro dignità, i loro gusti, speranze, sensibilità, idee e valori di cui si arricchiscono e che con loro si rafforzano. Hanno diritti inalienabili e doveri. La rappresentazione delle bambine e dei bambini dovrebbe sempre tenere conto di questa grande ricchezza coinvolgendoli in modo attivo e coerente con gli obiettivi di comunicazione ed evitando l’uso meramente ostensivo, sensazionalistico e artificioso della loro immagine.

I bambini e le bambine sono tali indipendentemente dal colore della loro pelle, dalla provenienza etnica, dalla loro fede religiosa e dalla loro condizione sociale. La comunicazione deve saper raccontare tutte le diversità etniche, religiose, sociali e geografiche evitando stereotipi e messaggi discriminatori.


La comunicazione deve tenere conto delle differenti età dei bambini e delle bambine coinvolti rispettandone la naturale evoluzione. Non bisogna rappresentarli in comportamenti, atteggiamenti e pose inadeguati alla loro età e comunque non corrispondenti al loro sviluppo psichico, fisico ed emotivo. Ogni precoce erotizzazione dei bambini e delle bambine va bandita dalla comunicazione.


La comunicazione dovrebbe rappresentare le bambine e i bambini in maniera veritiera, rifuggendo da ogni idealizzazione, buonismo o pietismo e bandendo, nel contempo, ogni promozione o incitamento di comportamenti devianti o violenti. La comunicazione dovrebbe rispettare la fantasia, la creatività e la curiosità dei bambini e delle bambine, così come quel delicato mondo di relazioni e interazioni in cui vivono ogni giorno.


I bambini e le bambine non devono essere rappresentati attraverso la raffigurazione adultizzata di stati d’animo negativi quali noia, depressione, rabbia, paura, o insoddisfazione che mirano solo a una loro strumentalizzazione a fini commerciali. Quando questi sentimenti negativi vengono rappresentati, lo devono essere secondo una modalità coerente, autenticamente corrispondente al significato che essi hanno per i bambini.


I bambini sono bambini. Sono femmine e sono maschi, con lo stesso diritto a essere rispettati come persone a tutto tondo. La comunicazione non deve rappresentare il genere in categorie fisse, esaltando attributi di virilità e forza, da un lato, di dolcezza e remissività dall’altro. La comunicazione non deve presentare continuamente i bambini e le bambine in attività convenzionalmente destinate a uomini o a donne, rafforzando le discriminazioni di genere.

Le bambine e i bambini hanno bisogno di punti di riferimento forti che trovano soprattutto nei loro familiari e nelle figure affettive a loro più vicine ovvero in chiunque si prenda cura del loro benessere psico-fisico. La comunicazione non dovrebbe sminuire nessuna di queste figure, togliendo ai bambini, specie i più piccoli, la fiducia nelle persone che sono fondamentali per il loro sviluppo psicologico, fisico e per la loro educazione.

La fragilità dei bambini e delle bambine e il loro bisogno di protezione non devono essere strumentalizzati per indurre negli adulti senso di colpa, inadeguatezza o allarmismo.


La rappresentazione di bambini e bambine affetti da patologie non deve ricorrere a immagini, descrizioni o discorsi che possano ledere la loro dignità.


Il benessere delle bambine e dei bambini è prezioso e la loro alimentazione è fondamentale perché possano crescere in modo sano ed equilibrato. La comunicazione dovrebbe promuovere un corretto stile di vita fisico e alimentare, cercando di rafforzare comportamenti che salvaguardino il benessere presente e futuro dei bambini.





venerdì 10 maggio 2013

La promozione della salute


Promozione della salute e sicurezza dei cittadini: queste sono le azioni prioritarie che l'Unione europea indica a livello comunitario. Ma ci sono alcuni ostacoli: i Paesi membri, ad esempio, presentano sistemi sanitari e sociali differenti così come è diversa l'organizzazione ospedaliera e territoriale. Gli stili di vita delle persone, inoltre, sono condizionati dalle differenze culturali e sono influenzati dalle condizioni economiche, dal livello di sitruzione e dalla nazionalità.
Considerando tutto questo, la strategia proposta dall'UE si propone tre obiettivi:

promuovere la salute in un'Europa che invecchia
proteggere i cittadini dalle minacce per la salute
promuovere sistemi sanitari dinamici e le nuove tecnologie

Il programma prevede il finanziamento di progetti in linea con le azioni previste e i progetti sono sottoposti ad un esame da parte della Commissione che li andrà ad inserire nell'azione denominata “Salute per la crescita”, azione che si svolgerà nell'arco di sei anni, dal 2014 al 2020. Gli investimenti vanno visti nell'ottica di un miglioramento dello stile di vita con conseguente aumento del numero di anni di vita sana, ma anche come opportunità lavorative e di crescita economica: l'obiettivo prioritario deve essere, infatti, quello di eliminare le gravi disparità di accesso ai requisiti minimi per la salute e il benessere a livello sia internazionale (fra i diversi Paesi) sia intranazionale (fra le diverse categorie sociali all'interno degli stessi Paesi).
La promozione della salute non riguarda solo l'Unione europea, ma riguarda anche il resto del mondo: lo scorso 19 aprile, a Pisa, si è tenuto il meeting dal titolo: “Promozione della salute e diritti umani” in cui sono stati ribaditi gli obiettivi elencati in precedenza. Il meeting rientra all'interno di un percorso della Conferenza Internazionale, che ha visto tappe anche ad Ottawa, Adelaide, Tokio, Jakarta, Bangkok, Ginevra. Nel 1986, in particolare, ad Ottawa, è stata redatta una Carta (Ottawa Charter for Health Promotion) che è diventata il documento a cui si fa riferimento ancora oggi: uno dei concetti chiave della Carta è il concetto di “olismo”, secondo il quale la salute non è solo una condizione fisica e non si raggiunge solamente con prestazioni mediche, ma anche attraverso l'intervento armonico di enti pubblici, della famiglia, dei mezzi di comunicazione e delle organizzazioni della società civile.
I partecipanti alla conferenza di Pisa, come già nella carta di Ottawa, si sono impegnati e riconoscere che le persone rappresentano la maggior risorsa per la salute (e ciò assume un significato specifico in carenza di risorse economiche) sollecitando, quindi, un impegno maggiore nel favorire lo sviluppo di competenze e abilità come principali punti di forza dell'individuo e della collettività.

lunedì 29 aprile 2013

Molte donne per il nuovo governo italiano



Cecile Kyenge Kashetu

Nomi nuovi, nomi a sorpresa per la lista dei ministri che compone la squadra del neoeletto Presidente del Consiglio, Enrico Letta. E nella squadra molte donne: alle Pari opportunità e allo Sport la campionessa di kajak Josefa Idem, alla Giustizia Anna Maria Cancellieri, agli Affari esteri Emma Bonino, al ministero dell'Agricoltura Nunzia De Gerolamo, alla Salute Beatrice Lorenzin e Anna Maria Bernini alle Politiche comunitarie.
Ma l'Italia ora ha il suo primo ministro nero: ed è giusto dirlo. Cecile Kyenge Kashetu, ministro dell'Integrazione.
Nata a Kambove, nella Repubblica Democratica del Congo, residente in Italia dall'83, vive in provincia di Modena, sposata e madre di due figli, Cecile Kyenge si è laureata in medicina e chirurgia, con specializzazione in oculistica, già deputata del Pd, è portavoce nazionale della Rete Primo Marzo per cui si occupa di promuovere i diritti dei migranti e i diritti umani.
Il neoministro si è avvicinato alle tematiche dell'immigrazione, ha raccontato in una recente intervista, per le difficoltà che ha vissuto in prima persona: due anni dopo aver conseguito la laurea, non poteva accedere ad un concorso pubblico, come tanti altri immigrati come lei. Come prima donna dell'Africa sub-sahariana ad essere eletta nel Parlamento italiano ha affermato di aver provato un forte senso di responsabilità: impegno e responsabilità che l'hanno sempre guidata nel suo percorso umano e politico.
La scorsa edizione della Giornata senza di noi - lo sciopero dei migranti lavoratori, promosso dalla Rete Primo Marzo - è stata organizzata mettendo al centro della riflessione la libera circolazione delle persone immigrate, una nuova legge sulla cittadinanza e l'abrogazione della legge Bossi-Fini. E proprio queste saranno ancora le battaglie di Cecile Kyenge che, nel 2011, ha sottoscritto e divulgato la Carta mondiale dei migranti che riportiamo di seguito in versione integrale.
Intanto la Lega, attraverso le parole di Matteo Salvini, ha espresso la propria posizione riguardo alla scelta del Ministro per l'Integrazione: “Siamo pronti a fare opposizione totale al ministro per l'Integrazione, simbolo di una sinistra buonista e ipocrita, che vorrebbe cancellare il reato di clandestinità e per gli immigrati pensa solo ai diritti e non ai doveri...Venga in alcune città del Nord, a vedere come l'immigrazione di massa ha ridotto gli italiani a minoranza nei loro quartieri. I governatori leghisti del Nord faranno argine, nel nome del 'prima i residenti, prima gli italiani'”.
Ma Laura Boldrini Presidente della Camera, Emma Bonino (che si è sempre battuta per i diritti civili e umani) agli Affari Esteri e Cecile Kyenge all'Integrazione fanno ben sperare.