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domenica 22 novembre 2015

Il commento del Naga ai fatti di Parigi

I fatti di Parigi ci lasciano senza parole e siamo consapevoli che non ci sono soluzioni immediate.
Ma allo stesso tempo siamo convinti che sia necessario continuare a credere nel valore dell'accoglienza.
E continuare a dire: Benvenuti.



Guarda il video: clicca qui    








  

venerdì 20 novembre 2015

11 SETTEMBRE… 13 NOVEMBRE: non ripetiamo gli stessi errori


di Paolo Branca   (Casadellacultura)
 
I corpi delle numerose e incolpevoli vittime degli attentati di Parigi sono ancora caldi, ma già si scatenano le varie propagande.
Una riflessione meno emotiva e più razionale, pur nell'assurdità della situazione, invece s'imporrebbe.

Dopo l'11 settembre 2001 si è avuta un'excalation di imprese militaresche più o meno sgangherate o del tutto sciagurate che hanno portato gradualmente al buco nero dell'attuale caos mediorientale.
Non tanto in Afghanistan, paese che in buona sostanza non è mai riuscito a controllare nessuno, quanto più a ovest di esso, fino al dissolvimento dell'Iraq e della Siria, non a caso antiche sedi del primo califfato (di Damasco e di Baghdad) e dove oggi si appalesa il 'monstrum' dell'Isis.
La gravità di quanto è accaduto nella capitale francese, unita alle legittime preoccupazioni derivanti dall'attivismo russo nell'area - che molto deve alla lunga inerzia occidentale - fanno supporre un probabile upgrade di interventismo armato euro-americano.
Possibili soluzioni politiche, finora poco effettivamente ricercate, sbiadiscono ancor di più all'orizzonte.
Un simile e reiterato dilettantismo risponde forse a esigenze elettorali di varie parti in causa, ma una vera gestione della crisi che possa riportare stabilità in paesi a noi tanto vicini e per noi così importanti, non può certo avvalersi di mere esibizioni muscolari.
Tanto più che queste ultime non avrebbero altro esito, nell'immediato, che l'aumento di distruzioni e l'annientamento di innumerevoli vite innocenti.
Ci rendiamo conto che la contabilità dei morti ha ben diverso peso quando il colore delle loro pelle (o la lingua che parlano e la religione che professano) sono un po' esotiche, ma nel mondo globalizzato simili ragionamenti ormai non funzionano più, non tanto per sempiterne ragioni morali, ma almeno per calcoli di convenienza che non dovrebbero essere oscuri più a nessuno.

mercoledì 18 novembre 2015

La carta di Beirut: l'Islam liberale non vuole la violenza



"Non si può costringere alla conversione né perseguire chi ha una fede diversa dalla propria. L’islam vieta di condurre una guerra contro chi è diverso, scacciarlo dalle propria terre e limitarne la libertà in nome della religione. Beirut si fa portavoce dell’islam liberale che vuole la convivenza con i cristiani, di cui è ricca la tradizione del Libano": queste sono alcune delle importanti affermazioni contenute nella “Dichiarazione di Beirut sulla libertà religiosa”, pubblicato dalla Mokassed di Beirut, associazione sunnita vicina a Dar el-Fatwa. Il messaggio è stato preparato il 20 giugno scorso.
 
La dichiarazione di Beirut sulle libertà religiose
Il Libano, gli altri Paesi Arabi e i musulmani sono oggi in tumulto a causa della religione, del settarismo e del confessionalismo. Le persone sono uccise, escluse della propria casa e della dignità.
In questa situazione anormale, la religione è sfruttata per motivi politici, sacrificando invano persone, Paesi e civiltà. Questo sta provocando il sorgere dell’islamofobia in varie parti del mondo. La convivenza e i valori ereditati dalla nostra civiltà, come pure il futuro dei nostri giovani, sono seriamente minacciate. Molte iniziative arabe e islamiche hanno tentato di porre rimedio, e perfino combattere questa situazione, per correggere e rigettare la violenza perpetrata in nome della religione.
L’Associazione filantropica islamica Makassed di Beirut, che è impegnata nei valori educativi, islamici e nazionali, si trova obbligata a sostenere e diffondere la cultura della tolleranza e della ragione (enlightenment). Essa si ritiene responsabile nel costruire una società dove le persone possono vivere insieme in libertà, in una società civile e di progresso che può affrontare i pericoli che minacciano la nazione, i suoi cittadini, i valori morali e religiosi.
La Makassed, in quanto organizzazione araba e nazionale, è chiamata a opporsi all’estremismo e alla violenza, e per questo annuncia la Dichiarazione di Beirut sulle libertà religiose, confermando i valori tradizionale che sono gli illuminati valori di Beirut e del Libano, per salvaguardare la dignità di ogni cittadino ed essere umano. Perciò, la Makassed spera di salvare e proteggere la religione da coloro che tentano di prenderla in ostaggio con falsi slogan.

1. La libertà di fede, di culto ed educazione
La fede religiosa è una libera scelta e un libero impegno. È un diritto di ogni persona. Il Sacro Corano inequivocabilmente protegge questo diritto quando dice:
“Non c’è costrizione nella religione. L’orientamento giusto è stato distinto dall’errore” (Al-Baqara 256).
E in un altro versetto:
“Quindi ricordati! (rivolto al Profeta, la pace sia con lui) Perché tu non sei che un promemoria; tu non hai influenza su di loro” (Al-Ghashiyah 22).
Per più di 13 secoli, la nostra terra ha visto moschee, chiese e luoghi di culto costruiti fianco a fianco. Noi vogliamo che questa eredità di libertà, di collaborazione e di vita comune rimanga profondamente salda nella nostra terra, nelle nostre città e tra i nostri giovani. La nostra religione e tradizioni nazionali, le nostre alleanze e le nostre leggi ci guidano ad aderire fermamente a questi principi.
Negare il diritto delle comunità cristiane di esercitare la loro libertà religiosa e distruggere le loro chiese, i loro monasteri e istituti educativi e sociali, è contrario agli insegnamenti dell’islam ed è una violazione palese dei suoi principi, visto che questi abusi sono compiuti nel suo nome.
Di conseguenza, noi proclamiamo, dal punto di vista islamico, umanitario e nazionale, che noi siamo assolutamente contrari a questi atti distruttivi e facciamo appello ai nostri compatrioti cristiani perché resistano agli atti di terrore che cercano di cacciarli dalla loro terra e li sollecitiamo a rimanere attaccati e radicati in profondità a queste terre, insieme ai loro fratelli musulmani, godendo insieme a loro degli stessi diritti e doveri. In questo modo loro, con i compatrioti musulmani, salvaguarderanno i nostri valori comuni e la nostra convivenza in una comunità multireligiosa e onnicomprensiva.
La nostra eredità comune, come credenti in Dio, ci impone di rigettare la costrizione in ambito di fede, di rispettare la libertà intellettuale e di accettare le differenze fra gli uomini come un espressione del volere di Dio. Solo Dio può giudicare dli uomini laddove essi differiscono.

2. Il diritto alla dignità
Questo è un diritto proclamato dal testo coranico. Il Sacro Corano dice:
“Abbiamo onorato la progenie di Abramo e l’abbiamo portata per terra e per mare. Li abbiamo rifocillati di prelibatezze e li abbiamo  preferiti di gran lunga tra molti che abbiamo creato” (Al-Israa’ 17:70).
Perciò, l’uomo ha dignità in quanto essere umano. Il fondamento della sua dignità è il fatto che è stato dotato di ragione, libertà di credere, d’opinione e d’espressione. Egli è responsabile in modo diretto davanti a Dio per l’esercizio delle sue libertà. È diritto dell’uomo godere di protezione della sua libertà da parte dell’autorità al governo; nessuno ha il diritto di giudicare le persone per la loro fede e di perseguitarle e discriminarle per ragioni religiose o etniche. Dio l’Altissimo dice:
“Non dire ad alcuno che si sottomette a te in pace: ‘Tu non sei un credente’, cercando così il bottino della vita presente” (Al – Nisa’ 4:94).
“Tutta l’umanità è la progenie di Adamo”, ha detto il Profeta Maometto (la pace sia con lui) nell’ultimo sermone. Egli ha anche detto “tutti gli esseri umani sono uguali”.
Il Sacro Corano riconosce solo due ragioni per una guerra difensiva: la persecuzione religiosa e l’espulsione dalla propria terra. Il Sacro Corano dice:
“Riguardo a coloro che non ti hanno combattuto per la tua religione, che non ti hanno cacciato dalle tue case, Dio non vi vieta di trattare loro in modo onorevole e di agire con bontà nei loro confronti, perché Dio ama coloro che agiscono con onestà” (Al-Mumtahinah 60:8).
Agli occhi del Corano, nessuno ha il diritto di fare la guerra ad una persona a causa del suo credo o ad un popolo o una comunità per cacciarli dalle loro case, o privarli della loro terra. È perciò nostro dovere unire gli sforzi per proteggere le libertà religiose e nazionali, rispettare la dignità umana per proteggere la convivenza sulla base della giustizia e dell’amore.

3. Il diritto alla differenza, il diritto alla pluralità
Il diritto ad essere diversi è confermato da Dio che dice:
“Oh umanità, noi ti abbiamo creata maschio e femmina, e formata in nazioni e tribù così che vi possiate conoscere. Agli occhi di Dio, i più nobili in mezzo a voi sono i più pii” (Le Stanze 49:13).
Le differenze tra le società e la loro pluralità, la libertà individuale e comunitaria tra le società e i gruppi sono un fenomeno naturale. Conoscere e riconoscersi gli uni gli altri è un comando divino. Mai le società umane sono state una o la stessa nel loro atteggiamento e nel loro modo di vivere, o anche nel loro credo religioso.

4. Il diritto a partecipare alla vita politica e pubblica
Il diritto di partecipare alla vita politica e pubblica è fondato sui principi dell’uguaglianza, della libertà di scelta e della responsabilità individuale. L’islam, come dichiara il documento di Al-Azhar, non impone uno specifico regime politico e non approva uno Stato religioso. Il sistema politico, in qualunque società, è la creazione della gente in quella società, musulmani e non musulmani. Secondo gli accordi comuni come cittadini, il popolo sceglie il proprio sistema di governo, ed essi lo cambiano secondo la loro libera volontà secondo i loro migliori interessi. Perciò, considerare uno specifico sistema politico come sacro o infallibile, o come una materia di fede religiosa, è un fraintendimento della religione e una imposizione sulla gente, che sia musulmana o non musulmana. Tutte le persone sono custodite dallo Stato nazionale che essi hanno creato insieme, ed essi rispettano la costituzione e le leggi che li considera uguali in diritti e doveri.

5. Il nostro impegno per le alleanze arabe e internazionali
La cultura araba ha avuto una civiltà gloriosa e pluralista, che ha contribuito al progresso del mondo. Essa ha creato Stati e sistemi di governo e istituzioni. La religione non è mai stata un ostacolo a questi traguardi. Se noi oggi ci volgiamo contro questa cultura in nome della religione, noi tradiamo la grande eredità del passato e la nostra costante lotta per il progresso e la sicurezza. Noi siamo impegnati a sostenere la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e le successive Dichiarazioni arabe. L’ultima di queste è la dichiarazione di al-Azhar riguardo le libertà fondamentali.
Noi siamo parte di questo mondo, e aspiriamo a essere positivamente partecipi del suo progresso. Non siamo spaventati dal resto del mondo e non vogliamo essere una fonte di paura per gli altri. Non vogliamo isolarci dal resto del mondo e non vogliamo  che il mondo si isoli da noi. Ricordiamo che i musulmani costituiscono un quinto della popolazione mondiale, e un terzo di essi vive in Paesi non musulmani.

6. Il nostro impegno verso il Libano perché sia una patria e uno Stato democratico unificato
Basata sui valori di libertà, libera associazione e vita sociale comune, la formula libanese dello Stato ha creato un sistema consensuale, che garantisce le libertà di base e ha condotto ad uno Stato fiorente. Certo, noi riconosciamo che il sistema libanese di governo soffre di grossi problemi, ma questo sistema rimane aperto a miglioramenti, nella misura in cui la libertà politica e religiosa sono garantite e la volontà del popolo è salvaguardata. I pensatori e intellettuali libanesi musulmani, molti dei quali sono laureati alla Makassed, hanno contribuito a questa cultura di libertà e a questo pensiero islamico liberale. Essi si sono uniti ad altri intellettuali libanesi nel tracciare l’Alleanza nazionale, gli accordi di  Taef e i Dieci principi che Dar Al Fatwa ha proclamato nel 1983. Quest’ultimo documento afferma i principi della cittadinanza comune, del governo civile, delle libertà civili e della lealtà al Libano come Stato sovrano e patria per tutti i cittadini. Noi vogliamo che il Libano rimanga unito e democratico, protettore delle libertà e dei diritti di tutti i cittadini e un modello di società plurale e libera. Il Libano sarà quindi un esempio da seguire per tutti i regimi arabi che stanno soffrendo profondamente a causa dell’estremismo e dell’intolleranza e dei crimini commessi in nome della religione, che cacciano le persone fuori delle proprie case, ignorando i principi della convivenza e della dignità umana. Il modello libanese sarà [uno] di tolleranza, di non violenza e di umanesimo.  

7. Il ruolo e l’impegno della Makassed
La Makassed rimarrà fedele alla sua missione e ai suoi principi come sono stati definiti 137 anni fa. Esso sgi impegna per la libertà di educazione e l’insegnamento della tolleranza religiosa. La Makassed ha insegnato l’islam a numerose generazioni tramite rinomati insegnanti proveniente dal Libano e da altri Paesi arabi.
Noi faremo rivivere questa tradizione e riformeremo l’insegnamento dell’islam in stretta collaborazione con Dar Al Fatwa, e beneficeremo dai recenti metodi innovativi di insegnamento di materie civiche. La Makassed è sempre stato un faro di tolleranza nell’educazione civica e religiosa. Col volere di Dio, rimarrà tale.
Beirut è stata “la Madre delle leggi” e una casa per la libertà e la creatività. Allo stesso modo in cui ha partecipato alla creazione dello Stato moderno e al progresso della libertà, essa si sforza di rimanere tale, insieme coi musulmani, i non musulmani, con la Makassed, in questi tempi difficili per gli Arabi e per il Libano. Beirut rimarrà la torcia dell’illuminismo musulmano, del progresso arabo e della pace umanitaria.


lunedì 16 novembre 2015

Parigi sotto attacco: la colpa è dell’Islam (?)


di Shady Hamadi  (da Il fatto quotidiano)



“E’ l’Islam il problema. La violenza che vediamo è il naturale frutto di una religione violenta” è questa l’idea che si diffonde a macchia d’olio in queste ore. Era la stessa idea che dilagava nelle ore, e nei giorni, dopo la strage di Charlie Hebdo. Tutte le responsabilità sono affidate a questa fede che sarebbe in antitesi con tutte le cose belle (democrazia, libertà e illuminismo – una parola molto ricorrente) dell’Occidente. La nuova strage a Parigi, dove hanno perso la vita 127 persone, sarebbe l’ennesima conferma dell’idea all’inizio. Allora si può cominciare a dare la responsabilità di quello che succede a oltre un miliardo di persone.

Le forze reazionarie in Europa, i paladini dell’identitarismo, non aspettavano altro per cominciare il loro proselitismo politico: la raccolta del consenso. «Più sicurezza contro il nemico esterno, l’Islam» gridano in questi istanti gli imprenditori della paura in tutta Europa. E come potrebbero avere torto? Perfino persone che sono sempre state disposte al dialogo si arrendono di fronte a quella che pare l’evidenza: l’Islam è una religione dell’odio. Ripongono il dialogo nell’armadio dei ricordi e da moderati passano al gruppo di chi vuole la chiusura delle frontiere. “Questi musulmani”, ci diranno fra un po, “sono tutti pericolosi. Il fondamentalista islamico è il nostro vicino di casa. Obblighiamoli a indossare un segno di riconoscimento. Magari una mezza luna”. Qualcuno potrebbe proporre di ritirare la cittadinanza a chi è nato e cresciuto nei nostri paesi da genitori musulmani perchè potenzialmente pericoloso. Sarebbe sbagliata una scelta del genere? No, se viene generalizzato il problema e la colpa diventa di tutti indistintamente. Alla fine sono “Bastardi islamici” come titola Libero. Di fronte alla facilità di cadere nel bacino, sempre più capiente, dei partiti xenofobi europei l’unica cura pare quella difficile dell’analisi di quello che è il Medioriente oggi e la rilettura della nostra Storia, quella europea. Scopriremmo molte cose interessanti e, fra le tante, che, in alcuni periodi storici, quando è stata generalizzata la colpa a una etnia o gruppo religioso si sono aperti gli anni bui che sono terminati con i massacri di questi capri espiatori.

Buttare le colpe sull’Islam, questa entità vuota, sconosciuta a troppi, è un gioco estremamente semplice che si alimenta grazie all’ignoranza e che ci impedisce di ragionare su quali sono i motivi che creano il fondamentalismi. Dico fondamentalismi perché Boko Haram è differente da Isis; l’Isis è differente da Al Qaida. I contesti sociali, linguistici, storici dove sono nati questi fenomeni non hanno nulla in comune fra di loro se non l’estrema povertà causata dallo sfruttamento di risorse e lo strapotere di élite politiche e economiche che creano dislivelli di ricchezza enormi.

Al fondamentalismo islamico c’è chi, come le formazioni di estrema destra, invoca il ritorno allo status quo precedente al 2010, alle primavere arabe. “Bisogna far tornare i vecchi regimi perché davano stabilità!”, dichiarano, “perché Saddam, Asad, Gheddafi ecc…sono il male minore”. Ai musulmani servirebbero dei tutori, dei massacratori. Poco importa se chi li aiuta a instaurarsi al potere si definisce democratico. La morale qui non vale. Non vediamo invece che la maggior parte dei giovani arabi che entrano nelle formazioni fondamentaliste hanno 30 anni e sono cresciuti educati e formati proprio sotto questi governi considerati “mali minori e laici”. Con questo intendo che dobbiamo domandarci “cosa spinge alcuni giovani nati e cresciuti sotto i regimi – buoni, come li considera qualcuno – a propendere verso il fanatismo?”. La risposta è la costante mancanza di libertà, l’asfissia sociale, la consapevolezza di non poter cambiare le cose e l’accettazione – da parte di alcuni di loro- della morte come eventualità quotidiana.

Quest’ultimo punto è stato per me evidente due giorni fa. Camminavo nel centro di Beirut con un mio amico e da qualche ora c’era stato l’attentato che aveva causato quasi 50 morti. Intorno a noi la gente riempiva i bar e la vita procedeva tranquilla. Questo amico mi ha chiesto che cosa pensassi: “non ti sembra strano che tutto proceda come se nulla fosse”? “E’ la temporaneità”, gli ho risposto, «”la concezione che nulla sia duraturo. E’ tutto fragile. Domani può arrivare un aereo di chissà quale Stato, sganciare una bomba e andarsene. Tutti sanno che non ci sarà nessuna reazione. La vita si è plasmata qui, e in altri luoghi del mondo arabo, intorno alla costante insicurezza”. Non è una concezione vittimistica della vita ma direi l’accettazione dell’eventualità della morte. Così, noi in Europa, non capiamo che le vittime di Beirut sono vicine, insieme a quelle in Siria, in Palestina, Israele, Iraq e Yemen a quelle di Parigi.
Ma solo le ultime raggiungono lo status di vittime perchè ci identifichiamo con loro mentre le altre sono numeri. Quando proveremo empatia verso tutti; quando la smetteremo di chiedere a ogni musulmano vicino di casa di sentirsi in colpa e condannare gli attentati; quando proveremo tutti insieme, musulmani, cristiani, ebrei – tutti noi – la solidarietà a prescindere dalla nazionalità, allora il fondamentalismo avrà fine. Questo sforzo deve arrivare da tutte le parti. Preme però sottolineare che il punto essenziale, oggi, è capire che la Siria e la guerra(incompresa) che si combatte lì, ha ripercussioni dirette nelle nostre società. Solo la risoluzione di quella catastrofe, che miete centinaia di morti al giorno, può dare un contributo fondamentale alla stabilità dell’area. Ma la scelta per risolverlo non deve essere fra un regime e il fondamentalismo: dobbiamo scegliere il popolo, la gente.
Solo il dialogo ci salva dai tempi bui, ma questa strada è sempre la più difficile.

domenica 15 novembre 2015

Amedeo Ricucci commenta il terrorismo a Parigi (e non solo)

Ci è pervenuto anche il commento del giornalista Amedeo Ricucci che ringraziamo.
Ringraziamo di cuore i giornalisti e gli esperti che ci stanno inviando il loro contributo, aiutandoci a capire.
 
 
La strage di Parigi rappresenta un salto di qualità nella strategia del terrore perseguita con accanimento dai fondamentalisti islamici di DAESH, il sedicente Califfato Islamico creato da Abu Bakr al Baghdadi. Finora, a portare la morte in Occidente era stati dei lupi solitari, che agivano individualmente o in piccoli gruppi. Due giorni fa, invece, a Parigi, è entrato in azione il branco. Un branco famelico e delirante, per il quale quest'attacco è stato solo "l'inizio della tempesta". Di fronte a questa sfida - e nonostante il bilancio assai pesante della mattanza di Parigi - la Francia e con essa l'Europa non possono permettersi di reagire con la logica dell'occhio per occhio, dente per dente, perseguendo cioè la vendetta. Faremmo il gioco dell'ISIS, che vuole lo scontro di civiltà e che da questo scontro trarrebbe un'innegabile legittimazione. Allo stesso tempo, l'Europa non permettersi di derogare al suo sistema di valori: il restringimento delle libertà individuali e dei diritti civili in risposta alla minaccia terroristica - come già avvenuto negli USA dopo l'11 settembre - sarebbe un drammatico autogol, in grado di consegnare nelle mani dell'ISIS quelle fasce delle comunità musulmane che qui da noi sono ai margini della società, non integrate o sofferenti. Quello che dobbiamo fare è prosciugare il lago all'interno del quale nuotano i terroristi e si alimenta il fascino della guerra santa, del jihad. Se lo alimentiamo, invece, peggio ancora se lo trasformiamo in un mare - criminalizzando i musulmani - si rischia di grosso.

Il Presidente delle comunità arabe in Italia commenta i fatti di Parigi





Foad Aodi ha rilasciato, per i nostri lettori, un commento sui fatti di Parigi. Ringraziamo molto Foad Aodi per la sua disponibilità.



A nome di Co-Mai (Amsi e Uniti per Unire) esprimiamo solidarietà ai francesi - come abbiamo fatto, purtroppo, in occasione anche dello scorso attentato, davanti all'Ambasciata - e con la solidarietà esprimiamo anche la nostra condanna di ogni forma di violenza e di terrorismo.

Vogliamo ribadire che l'Islam non c'entra con questi movimenti estremisti; come musulmani non abbiamo mai visto una violenza come questa, una violenza cieca contro Paesi civili e democratici.

L'Isis ha l'obiettivo di prendere il primato del Consorzio del terrore, combattendo due guerre: una interna – nei confronti di altri movimenti estremisti nei vari Paesi – e utilizzando anche il franchising del terrorismo formato da tanti lupi solitari che seguono la propaganda, senza nemmeno sapere bene cosa vogliono (e questo è il pericolo maggiore).

Concordo con Papa Francesco che si tratti di una terza guerra mondiale e credo che si debba agire in fretta su due binari: da una parte le comunità del mondo arabo, le comunità musulmane, ebree e cristiane devono unirsi per promuovere il dialogo interreligioso e, dall'altra, sono importanti anche le azioni diplomatiche e delle forze politiche che devono agire subito per fermare l'avanzamento dell'Isis, anche perchè tutti noi non sappiamo ancora rispondere a tre domande: Com'è nato? Chi lo sponsorizza? Dove vuole arrivare?

Lo scontro di civiltà: i dolori della pace

Cari amici,
continuiamo a proporvi un'altra riflessione sullo scontro di civiltà attraverso il video di un incontro organizzato dall'Associazione per i Diritti umani.
Vi ringraziamo sempre per l'interesse che ci state dimostrando e vi ricordiamo che i nostri video sono disponibili sul canale Youtube dell'associazione stessa.






Farid Adly commenta la strage di Parigi

L'Associazione per  i Diritti umani ringrazia molto il giornalista Farid Adly per questo suo commento alla strage di Parigi.
 
 
 
La strage di Parigi è un crimine orrendo, che dimostra la lontananza abissale di questi terroristi dalla vera fede islamica. E' stata presa di mira gente innocente che stava godendosi la vita. Sono stati colpiti i simboli della cultura, dello sport e dell'intrattenimento sociale. Gli jihadisti esprimono così il loro odio per la vita, in un macabro scenario di morte e distruzione. Sono una minoranza nel mondo arabo e islamico, ma una minoranza rumorosa che trova amplificazione in Occidente presso i sostenitori dello scontro tra civiltà. Certi sciacalli per un pugno di consensi sono capaci di addossare le responsabilità di ciò che è accaduto a Parigi sulle spalle degli immigrati di origine araba e islamica. Non è un'operazione nuova. La scena politica Italiana non è nuova a simili operazioni. E' stata già tentata negli anni ottanta, ma fallì miseramente.
La nostra condanna al terrorismo, noi maggioranza degli arabi e dei musulmani, cittadini e residenti in questo Paese, non è dettata né da un senso di colpa, né dal timore di essere additati, ma dal nostro credo democratico e progressista. Già ho espresso questo mio convincimento in un appello del Novembre 2003, in occasione del dialogo cristiano islamico e lo ripeto oggi: "Ora basta! Ogni nostro ulteriore silenzio è complice" e a questo appello vorrei ricordarne un altro, lanciato nel 2001, "OCCIDENTALI, NON VENDETECI PIU' ARMI!". La crisi che attanaglia la nostra regione è originata dalla presenza di ingenti risorse energetiche; ricchezze che si sono rivelate una catastrofe e hanno destabilizzato la regione, che è la prima mondiale per l'import di armamenti.

domenica 11 gennaio 2015

#JesuisCharlieEbdo: al consolato francese per Stare ancora Insieme


#JesuisCharlieHebdo: al consolato francese di Milano...Per continuare a stare insieme





Domenica 11 gennaio, a Milano: davanti al consolato francese, per stare ancora insieme.
IL VIDEO:







Ci sono raggruppamenti in tutto il mondo: Charlie è diventato l'altro modo per dire “Libertà”.



Le parole del console francese, Olivier Brochet:




Cari amici italiani,

noi siamo in lutto e quindi dobbiamo ritrovarci tutti insieme per far fronte al dramma...Grazie per questa importante testimonianza di solidarietà e di sostegno al nostro Paese e alla democrazia.

Siamo qui riuniti, per prima cosa, come fratelli europei, per rendere omaggio alle 17 vittime della barbarie terrorista senza dimenticare i numerosi feriti, le famiglie delle vittime nei confronti dei quali vanno i nostri pensieri. E i quattro ostaggi vittime di odioso atto antisemita: una parte della famiglia di una di queste persone vive a Milano e le siamo particolarmente vicini.

... Nello scendere oggi nelle strade a Parigi, in Francia e nel mondo intero, manifestiamo con forza la condanna a questo attentato e il nostro rifiuto della paura che i terroristi ci vogliono imporre. Manifestiamo l'attaccamento ai valori universali che questi assassini vogliono negare: la libertà, l'uguaglianza e la fraternità. Questi valori fondamentali che noi sentiamo che possono essere ancora più attaccati oggi. Quei valori fondamentali di cui la Francia è portatrice con l'Italia, con l'Unione europea, con i Paesi del mondo democratico e con milioni di uomini e donne del mondo intero che si battono ogni giorno per difenderli o per conquistarli.

Pensiamo anche a quei giornalisti e vignettisti che sono uccisi in tutto il mondo ogni anno, a tutte le vittime di Boko Haram in Nigeria. Proclamando “JesuisCharlie” noi non diciamo che aderiamo a tutto quello che ha scritto e che speriamo continui a scrivere, ma diciamo con forza che tutti “Charlie” del mondo intero, chiunque essi siano, possano esistere, si possano creare liberamente, ci facciano ridere, ci sciockino, ci critichino, ci provochino perchè senza la libertà di espressione c'è la minaccia della tirannia. #JesuisCharlie...Sono libero e voglio vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, le nostre convinzioni religiose, le nostre scelte poltiche. Vogliamo manifestare la nostra unità, la nostra fierezza di essere francesi ed europei, portatori di questi valori universali per cui 17 di noi sono stati uccisi. Noi dichiariamo la nostra volontà di vivere insieme, in pace, in questa repubblica, democratica, laica che garantisce a ciascuno la libertà. Oggi ci riuniamo a milioni per manifestare il nostro attaccamento alla libertà di espressione, alla libertà di pensiero, e alla libertà di credere. Oggi, riunendoci a milioni, manifestiamo anche il nostro rifiuto del razzismo e dell'antisemitismo...

Milano per la libertà e la non violenza (JesuisCharlieHebdo)

Documentiamo con le prime foto la manifestazione di sabato 10 gennaio per la libertà, i diritti e contro ogni forma di violenza, dopo i fatti di Parigi, senza dimenticare gli attentati in Yemen e l'orrore che sta accadendo in Nigeria.

L'appuntamento è ancora per oggi, domenica 11 gennaio 2015, alle ore 15, davanti al Consolato francese di Milano, in Via Mangili (MM Turati).














mercoledì 7 gennaio 2015

Charlie Ebdo: un massacro contro uomini, libertà e stampa


 
 
Parigi è il cuore europeo, occidentale dei Diritti Umani. Per questo, dopo l'attacco al giornale satirico Charlie Hebdo, lavoreremo con maggiore alacrità e sempre più convinti di ciò che stiamo facendo.

Vogliamo ribadire che la comunità musulmana ha condannato severamente l'accaduto.

L'associazione per i Diritti Umani ringrazia la sua collaboratrice, Monica Macchi, per il seguente articolo.



CHARLIE HEBDO: JOURNAL BÊTE ET MÉCHANT

(cioè stupido e cattivo come si è autodefinito sin dai suoi esordi negli anni Sessanta)



E’ un settimanale satirico francese libertario, caustico e irriverente, più volte sospeso sia dalla magistratura sia dal Ministero degli Interni quando la morte di De Gaulle è stata salutata dalla copertina “Bal tragique à Colombey - un mort” (“Tragico ballo a Colombey -che era la residenza di De Gaulle- un morto) facendo riferimento all’incendio che dieci giorni prima aveva causato 146 morti in una discoteca. 


Diventa conosciuta internazionalmente nel 2006 quando pubblica una serie di caricature danesi sul profeta Maometto che hanno scatenato incidenti e polemiche e anche la richiesta da parte del Consiglio Francese del culto musulmano di messa al bando del giornale: richiesta respinta e serata-tributo in omaggio ai vignettisti e alla libertà di stampa e di satira organizzata dal ministero della Cultura. Pochi anni dopo la sede viene distrutta da un incendio poco prima dell’uscita di un numero speciale dedicato alla vittoria di El-Nahda in Tunisia dal titolo “Charia Hebdo”, con un gioco di parole tra il nome del giornale e “Sharia” e Maometto che dice “100 frustate se non muori dalle risate”.

Il 7 gennaio era un giorno particolare nelle relazioni tra Francia e Islam: è infatti uscito il romanzo fantapolitico “Sottomissione” di Michel Houellebecq (in Italia uscirà per Bompiani il 15 gennaio) che ipotizza la Francia del 2022 governata da un presidente musulmano, dove vige la poligamia e le donne sono chiuse in casa a occuparsi di mariti e figli in omaggio alla religione che ha definitivamente trionfato sull’Illuminismo. Ebbene questa è la copertina di Charlie Hebdo della scorsa settimana che irride platealmente alle tesi del libro

Vorrei qui riportare le parole del direttore di Charlie Hebdo, Charb, ucciso nell’attentato che ha più volte ripetuto che le vignette “sconvolgeranno solo quelli che vorranno essere sconvolti” e ripetendo che la satira, sinonimo di democrazia e libertà, non deve avere limiti perché “se iniziamo a porci la domanda se abbiamo o meno il diritto di disegnare Maometto, se sia pericoloso o meno farlo, la domanda successiva sarà, possiamo rappresentare dei musulmani nel giornale? E poi sarà se possiamo rappresentare degli esseri umani nel giornale, e alla fine non rappresenteremo più nulla e il gruppo di estremisti che si agitano nel mondo e in Francia avrà vinto”. E ogni volta che lo ripeteva mostrava questa vignetta “Maometto sopraffatto: è duro essere amato da coglioni”.  
 

lunedì 28 ottobre 2013

Fari puntati sui Rom



E' di qualche settimana fa la notizia del caso di Leonarda Dibrani: la quindicenne rom, espulsa dalla Francia, per essere rimandata in Kosovo, suo Paese d'origine. La ragazza è stata prelevata dalla polizia durante una gita scolastica a Parigi.
Leonarda viveva da cinque anni in un centro di accoglienza per richiedenti asilo politico, a Levier ai confini con la Svizzera, dove frequentava la scuola pubblica, mentre al resto della sua famiglia - i genitori e altri cinque figli - era già stata notificata l'espulsione. Il Presidente francese, Francois Hollande, aveva dichiarato: “Se Leonarda ne farà richiesta, le sarà garantita accoglienza in Francia, ma per lei sola”. Immediata la risposta da parte dell'interessata: “ Non tornerei in Francia da sola, non abbandonerò la mia famiglia. Non sono la sola ad andare a scuola, ci sono anche i miei fratelli e le mie sorelle”, quattro nati in Italia e la più piccola nata in Francia, secondo le dichiarazioni del padre.

Le conclusioni dell'inchiesta amministrativa ordinata dal Ministro dell'Interno, Manuel Valls, a proposito dell'espulsione confermano che sia stata: “conforme alle regole in vigore”.
Altro caso che ha visto i riflettori puntati sul popolo Rom, un caso diverso da quello precedente: una bambina bionda e dagli occhi chiari è stata trovata in un campo a Larissa, nella Grecia del nord, durante una perquisizione da parte delle forze dell'ordine.
Un uomo e una donna sono stati accusati per rapimento perchè il test del DNA ha provato che “Maria” (questo il nome dato alla bambina) non è figlia loro. I due hanno affermato di averla ricevuta in affidamento da una donna in stato di indigenza. Pare che la madre biologica di “Maria” sia stata trovata in Bulgaria e che abbia affidato la piccola ai due estranei proprio a causa della povertà.
Questi due fatti di cronaca hanno riacceso il dibattito sulle politiche da adottare nei confronti dell'etnia romanì: rom e sinti. E hanno contribuito a riaffermare alcuni stereotipi negativi, primo fra tutti quello che vede i Rom come “rapitori di bambini”. Soprattutto durante le numerose trasmissioni televisive in cui ospiti e opinionisti (!) prendono la parola, alcuni sottolineano che non si debba generalizzare, ma - continuando a discutere in maniera superficiale e poco corretta di questo argomento - il messaggio infarcito di pregiudizi continua a passare.
Come scritto dall'Associazione 21 Luglio in un suo ultimo rapporto, uno studio del 2008 dell'Università di Verona ha mostrato come dal 1986 al 2007, in Italia, nessun caso di presunto "rapimento" di bambini non rom da parte di rom e sinti si sia concluso con una condanna per sequestro o sottrazione di persona.
Nessun bimbo
gagiò, dunque, è stato mai trovato nelle mani delle comunità rom e sinte in quell'arco di tempo. Ma se fosse vero il contrario? Se fossero le istituzioni a sottrarre i bambini rom alle proprie famiglie affidandoli in adozione alle famiglie della società maggioritaria?
Questa è la provocazione che si pone come base di discussione per un convegno che l'Associazione romana ha organizzato per il 29 ottobre e di cui vi diamo comunicazione.


Martedì 29 ottobre alle ore 17, a Roma, presso la sede della Regione Lazio (Sala Tirreno, via Rosa Raimondi Garibaldi 7, Palazzina C), l'Associazione 21 luglio organizza il convegno “Mia madre era rom”, nel corso del quale sarà presentato l'omonimo rapporto dell'Associazione, che analizza in maniera scientifica la situazione dei minori rom, a Roma e nel Lazio, che oggi non vivono più presso le proprie famiglie.

Dalla ricerca, realizzata in collaborazione con la
Facoltà di Antropologia culturale dell’Università di Verona, emergono dati allarmanti, che mettono in risalto un flusso sistematico e istituzionalizzato di minori dalle famiglie rom a quelle non rom in attesa di adozione, "giustificato" dalle precarie condizioni abitative alle quali le comunità rom e sinte nel Lazio sono costrette dalle poliitche locali in atto.

Il rapporto, in particolare, si sofferma sulla presenza dei minori rom nelle storie che il Tribunale per i Minorenni di Roma ha affrontato dal 2006 al 2012.


Interventi di:
Angela TULLIO CATALDO, autrice della ricerca – Associazione 21 luglio

Rita VISINI, Assessore alle Politiche Sociali della Regione Lazio

Melita CAVALLO, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Roma

Edoardo TRULLI, Vice Presidente dell’Ordine Assistenti Sociali della Regione Lazio

Vito SAVASTA, Mediatore sociale

domenica 13 gennaio 2013

Tre attiviste curde uccise a Parigi

Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Söyleme: questi i nomi delle tre attiviste curde uccise a Parigi il 10 gennaio davanti al Centro d'informazione curdo, mentre in Turchia sono in corso le trattative con il Pkk, il Partito delle lavoratrici e dei lavoratori del Kurdistan.
Le dichiarazioni da parte di Ankara fanno riferimento a un regolamento di conti tra fazioni - di cui la Turchia non si ritiene responsabile - che non interferirà con il processo di pace.
A Parigi il Presidente, Francois Hollande, ha condannato gli omicidi, ma la comunità curda (composta, in Francia, da circa 150.000 persone) punta il dito contro i Lupi grigi o i servizi segreti turchi.
Che si tratti  di un delitto politico per sabotare il processo di pace tra il governo turco e il partito nazionalista curdo o per eliminare tre rappresentanti della resistenza curda, è stata, comunque, un'esecuzione che farà vacillare proprio la trattativa, diretta da Ocalan, che si pone tre obiettivi: garantire autonomia ai curdi, alleggerire la detenzione del fondatore del partito curdo e disarmare il Pkk, in guerra contro Ankara dal 1984.
Ieri, sabato 12 gennaio 2013, i curdi di tutta Europa si sono dati appuntamento a Place de la Bastille, a Parigi, per manifestare contro l'uccisione delle tre attiviste perchè, come ha dichiarato Renee Le Mignot, copresidente del Movimento contro il razzismo e per l'amicizia tra i popoli: " Bisogna che giustizia sia fatta", chiedendo anche la protezione del popolo curdo e dei negoziati in corso.