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domenica 8 novembre 2015

L'Uguaglianza passa dalle donne



A questo link potete trovare un video di Malala Yousafzai la giovane attivista pakistana, vincitrice del Premio Nobel per la pace, nota per il suo impegno per l'affermazione dei diritti civili e per il diritto all'istruzione — bandito da un editto dei talebani — delle donne della città di Mingora, nella valle dello Swat.


In questa sua dichiarazione Malala parla anche di femminismo.








giovedì 13 agosto 2015

Memory Banda e il suo impegno per le spose-bambine




Memory Banda ha 18 anni ed è una delle poche ragazze che sono riuscite a scappare da quel ciclo infernale, culturale ed economico, che vuole le bambine date in spose a uomini adulti, in Africa meridionale.
 
 

Memory e le sue sorelle sono del Malawi: una delle più piccole, Mercy, alla sola età di 11 anni è stata mandata in un campo di “iniziazione sessuale” dove le giovani subiscono la cosiddetta “ cerimonia di pulizia”, ovvero vengono preparate ad essere moglie e madri. In realtà subiscono violenza. Mercy rimane incinta ed è costretta a sposare l'uomo che l'ha stuprata, ma l'unione dura poco anche se Mercy, oggi, ha 16 anni e già tre figli.

La sorella, Memory, anche alla luce di questa esperienza, ha incontrato, alcuni anni fa, le ragazze dell'”Empowerment Network”, una ONG che ha sede proprio in Malawi e che si batte per cancellare la pratica delle spose-bambine.

Fin dalla sua adolescenza, Memory aiuta le sue coetanee ad aprirsi, a confidarsi anche attrverso laboratori di scrittura; ha raccolto, così, tantissime testimonianze che le hanno permesso di presentare, ai legislatori, una proposta per innalazare l'età del matrimonio almeno ai 18 anni compiuti. La legge è passata lo scorso febbraio, ma bisogna essere certi che venga applicata. Ecco perchè Memory Banda continua a tenere corsi di formazione di educazione sessuale e sui diritti delle donne, con la speranza che la sorella minore possa tornare a scuola e possa realizzare il proprio sogno: quello di divenare, a sua volta, insegnante.

sabato 1 agosto 2015

Sposa per procura, picchiata perchè non sa cucinare




Alcuni giornali ne hanno dato notizia, poche righe per raccontare la storia di una giovane donna straniera nel nostro Paese. Una delle tante storie che, purtroppo, si ripetono anche se molte rimangono sommerse. Storie di donne, ragazze, bambine, date in spose dalla propria famiglia a uomini spesso sconosciuti, spesso più grandi di loro, per denaro e per una tradizione culturale che fa fatica a cambiare, anche quando le persone interessate vivono in Italia - e quindi in una cultura diversa - da tempo.

In questo caso la vittima ha 19 anni ed è stata data in matrimonio ad un suo connazionale di 24, ma non si tratta, appunto, di una unione d'amore. Dal Marocco, la giovane è arrivata a Cuneo: anche nella città piemontese, dove risiede da quattro mesi, ha subìto percosse dal marito e dai familiari di lui, ma al pronto soccorso le sevizie venivano fatte passare per cadute e incidenti, come accade anche quando le vittime di violenza domestica sono italiane. Un passante l'ha trovata, in Piazza Galimberti, che vagava in lacrime: l'ha fermata e ha chiamato i Carabinieri. Grazie anche ad un interprete, la giovane donna ha raccontato di essere stata picchiata duramente – sempre dal marito per procura e dalla suocera – perchè, secondo loro, non sapeva cucinare in maniera adeguata e far bene le pulizie di casa. Insulti, minacce e poi le botte, tante, troppe.

Ora il marito e la suocera cinquantenne sono stati denunciati per maltrattamenti e la vittima è stata accolta da un'associazione di volontariato che si prende cura delle donne sole e in difficoltà: dopo il periodo di accoglienza presso l'associazione, la ragazza verrà affidata ad alcuni suoi parenti che vivono in Italia con la speranza che possa superare questa esperienza e che vada incontro ad un futuro sereno.


sabato 30 maggio 2015

STAY HUMAN – AFRICA

La rubrica di Veronica Tedeschi


La violenza sessuale come arma di guerra, il caso del Congo



Qui in Congo le donne sono state stuprate tre, quattro, dieci volte da uomini diversi, più che uomini bisognerebbe chiamarli animali. Finora ne abbiamo curate 384 ma continuano ad aumentare. Parecchie, atterrite dalla violenza, sono fuggite nella giungla e hanno paura di tornare per farsi curare” (Giorgio Trombatore, capomissione e incaricato della sicurezza dell’organizzazione non governativa americana IMC - International Medical Corp).



Durante la guerra del 1998, decine di centinaia di persone furono violentate nella Repubblica Democratica del Congo; si parla di più di 200.000 sopravvissuti a stupri. Goma fu il campo di battaglia maggiore durante la prima e la seconda guerra del Congo e, nonostante gli accordi di pace tra il Governo della Repubblica Democratica del Congo ed i governi dei Paesi confinanti Uganda, Ruanda e Burundi, sono state perpetrate continue violenze sulla popolazione civile. Queste violenze sono state definite “arma di guerra”, atti designati a sterminare la popolazione; lo stupro è stato ed è ancora oggi una semplice ed economica arma su tutti i fronti, più facilmente ottenibile di proiettili e bombe. Nonostante il processo di pace, cominciato nel 2003, l’aggressione sessuale da parte di soldati di gruppi armati e dell’esercito nazionale, continua in tutte le province orientali del Congo.

Lo stupro di guerra disumanizza, umilia e disonora. È un modo per negare l’umanità della donna come portatrice della vita; le milizie sia governative che ribelli, oltre a saccheggiare e distruggere paesi, villaggi e città che trovano sul loro cammino, si lasciavano alle spalle numerose e devastanti violenze sessuali compiute su donne e bambine.

In Congo furono documentati più di 500 stupri nell’agosto del 2010, conclusi con una semplice richiesta di scuse da parte di Atul Khare, il funzionario dell’Onu che fallì nel tentativo di proteggere la popolazione dalle brutalità messe in atto dai soldati e dall’esercito.

Il governo congolese ha ben presente la situazione delle donne nel suo Paese, è cosciente dei rischi che queste puntualmente incontrano nella vita sociale e familiare ma, nonostante questo, non riesce a creare un sistema di protezione adeguato per costituire una società civile in cui ogni donna possa vivere senza paura. Un esempio su tutti: la Repubblica del Congo, per una tassa non pagata, ha bloccato i fondi del Panzi Hospital, ospedale sito a otto chilometri dalla città di Bukavu. Il fondatore di tale struttura, Denis Mukwege, è l’unico dottore congolese che aiuta le donne vittime di stupri di guerra e per tale motivo risulta scomodo al governo. In un’intervista del 2014 le sue parole colpirono molto la platea: “Salviamo le donne il cui corpo è trasformato in campo di battaglia. La violenza sessuale di gruppo è un atto pianificato di guerra, per conquistare territorio”. Questo comportamento della Repubblica del Congo rappresenta un segnale di totale disinteresse da parte dello Stato che preferisce colpire un personaggio come il Dott. Mukege piuttosto che cercare di capire e affrontare in modo deciso quanto effettivamente sta accadendo.


A livello nazionale la situazione è, quindi, critica, gli stupratori operano nell’impunità totale; le donne che subiscono le violenze si trovano davanti membri delle forze dell’ordine che sono gli stessi perpetratori della violenza.

A livello internazionale la situazione sembra migliore: la Commissione Africana dei diritti umani e dei popoli, pur senza approfondire il ragionamento giuridico, ha dichiarato lo stupro una forma di tortura contraria a quanto disposto dall’art. 5 della Carta Africana dei Diritti umani e dei popoli. Questo ci fa tirare un sospiro di sollievo, se solo non sapessimo che, purtroppo, la “forza” e il lavoro della Commissione è pressoché nullo all’interno del continente africano.

La Commissione non ha alcun potere per assicurare l’attuazione di quanto da essa indicato, che rimane pertanto affidata alla buona fede degli Stati. L’unica misura possibile è l’invio da parte della Commissione di “richiami periodici” agli Stati responsabili di violazioni di diritti riconosciuti nella Carta Africana dei Diritti umani e dei popoli. L’evidente insufficienza di tali strumenti procedurali ha spinto gli Stati africani a redigere un Protocollo ad hoc alla Carta africana, adottato a Ouagadougou (Burkina Faso) nel giugno 1998 ed entrato in vigore il 25 gennaio 2004. Gli Stati che hanno ratificato il Protocollo per l’istituzione della Corte africana dei Diritti umani e dei popoli ad oggi (maggio 2015) sono 27. La mole di lavoro di tale istituzione, in questi primi anni di operato, risulta minima e quasi nessuno degli Stati africani riconosce realmente l’importanza e il potere degli atti da essa emanati.

Come si può desumere da questa sintetica ricostruzione, il Congo, come la maggior parte degli Stati africani, vede da sempre fianco a fianco i problemi derivanti da una legislazione interna inesistente e una legislazione internazionale che non è in grado di reagire per sconfiggere i reali problemi dell’Africa.


martedì 10 giugno 2014

Donne, vittime sacrificali



Di Meriam abbiamo già parlato in un precedente articolo, ma vogliamo continuare a tenere accesi i riflettori su di lei perchè, come molte altre, è un simbolo: simbolo dell'ottusità culturale e politica, di una mentalità opportunista e retrogada. Meriam Yahya Ibrahim Ishaq, ha 28 anni ed è già madre di due figli, l'ultimo partorito in carcere e senza assistenza perchè lei, figlia di una donna etiope ortodossa e di padre musulmano, si è sposata con un uomo di religione cristiana. Questa storia si svolge in Sudan e il giudice di Khartoum ha deciso di applicare contro la giovane donna la sharia con l'accusa di apostasia, nonostante la costituzione del Paese africano sancisca, dal 2005, la garanzia dei diritti umani tra cui quello della libertà di culto. E così Meriam è stata condannata a morte anche se pare che il governo sudanese stia facendo un passo indietro dopo la mobilitazione della diplomazia internazionale. Anche il Presidente Giorgio Napolitano ha auspicato una revisione della sentenza sul caso di Meriam.  


Rimane, invece, il rammarico per non aver potuto salvare le ragazze indiane, stuprate e poi impiccate ad un albero: avevano tra i 14 e i 16 anni. Nei giorni scorsi sono stati arrestati cinque uomini, ma in prima battuta la Polizia non aveva seguito il caso con attenzione perchè le adolescenti appartenevano alla casta dei “dalit”, dei paria, e quindi non erano degne di considerazione. A distanza di pochi giorni, e sempre nello Stato dell'Uttar Pradesh, un'altra vittima di uno stupro di gruppo, poi appesa ai rami di un albero: sembra che il motivo sia da cercare in un mancato matrimonio tra la vittima e il figlio di un suo vicino di casa. Nel Nord del continente, una donna di 35 anni ha tentato di ribellarsi ad una violenza carnale ed è stata uccisa dai suoi assalitori. Era spostata e madre di cinque figli.

Non dimentichiamoci delle nostre sorelle nigeriane, ancora in mano al gruppo estremista di Boko Haram (anche di loro abbiamo parlato in un altro articolo): a fine maggio, precisamente il giorno 27, il capo di Stato maggiore della Difesa, Alex Badeh, aveva annunciato di sapere dove siano tenute sequestrate e non aveva aggiunto altro per non inficiare l'operazione che, secondo il militare, le riporterà a casa. 


Continua, infine, la strage di donne italiane: con un brutto neologismo, si parla ogni giorno di “femminicidio”. E, che si tratti di Paesi ricchi o di quelli poveri, la violenza contro le donne si annida nella crisi esistenziale dell'uomo (che ha perso la propria identità e la propria umanità) e nella crisi dei valori fondamentali (il rispetto per la vita prima di tutto); affonda le radici in una cultura e in una mentalità maschiliste e prevaricatrici. Ma non riguarda solo le donne colpite e uccise – e spesso i loro figli – ma tutta la società civile perchè in ogni donna c'è un potenziale di vita. E perchè le donne sono nutrimento e cura.

giovedì 9 gennaio 2014

Violentata e bruciata a dodici anni






Ancora violenza sulle donne, in India. E ancora violenza anche sulle più giovani.

Qualche giorno fa, a 25 chilometri a Nord di Calcutta, a Madhyangram, una bambina di dodici anni è stata aggredita da un branco. La ragazzina era stata già attaccata, una prima volta, il 26 ottobre scorso da sei uomini vicino alla sua abitazione. Dopo un paio di mesi, il 23 dicembre, è stata aggredita di nuovo, in casa: l’hanno stuprata e poi, come se non bastasse, le hanno dato fuoco.

La bambina - perché a dodici anni si tratta di una bambina - era incinta nonostante la giovane età ed è deceduta il giorno di Capodanno.

Al momento dell’accaduto i genitori hanno pensato che si fosse tolta la vita a causa dell’umiliazione di essere in stato di gravidanza così piccola e le autorità, in un primo momento, hanno cercato di negare che la ragazza fosse una minore.

Questo nuovo caso, però, ha scatenato, finalmente, la reazione della società civile: migliaia di persone si sono riversate nelle strade della città per chiedere “tolleranza zero” contro chi si macchia di reati così gravi e vigliacchi. Il governo indiano ha annunciato che, sui mezzi di trasporto pubblico, verranno installate delle telecamere a tutela di tutti e, in particolare, delle donne che sono ancora vittime della violenza cieca e ottusa degli uomini. Ricordiamo anche il caso avvenuto sempre a dicembre, ma nel 2012, a New Dheli, della ragazza di ventitrè anni picchiata, violentata e torturata su un bus e che morì pochi giorni dopo. Era una studentessa (cosa abbastanza rara ancora in un continente dove il tasso di alfabetizzazione è bassissimo) e avrebbe dovuto sposarsi a febbraio. La sua bara è stata accolta dal primo Ministro Manmohan Singh e dalla Presidente del partito del Congresso, Sonia Gandhi e, in seguito, il suo corpo è stato cremato.

La 23enne è stata soprannominata la “Figlia dell’India”: lei, come tutte quelle donne, ragazze e bambine che nel mondo subiscono violenze fisiche e psicologiche sono le nostre figlie e tutti siamo chiamati a proteggerle.
 

mercoledì 30 ottobre 2013

Il premio Sakarov a Malala Yousafzai

Il premio Sakarov a Malala Yousafzai


Torniamo a parlare di Malala Yousafzai, la ragazza pakistana che viene dal Pakistan. Tra il 2007 e il 2009 la sua regione di origine, quella della valle dello Swat, è stata controllata dai talebani che hanno imposto una dura legge islamica e la chiusura delle scuole. Nel 2008 Malala pronuncia un discorso pubblico sul diritto all'istruzione e, un anno dopo, sotto pseudonimo, attiva un blog sul sito della Bbc. In seguito lei e suo padre, anche lui attivista, partecipano a numerosi documentari e video e la sua identità viene svelata. Nel 2012 la ragazza subisce un attentato: le sparano alla testa mentre si trova sull'autobus che la conduce da scuola a casa. “Diffonde idee occidentali”, questa la dichiarazione del leader del gruppo che ha tentato di ucciderla: ma Malala è viva. E' stata operata prima a Peshawar e poi a Londra.
Malala Yousafzai è diventata un simbolo: della libertà e dei diritti. A febbraio scorso il partito laburista norvegese ha appoggiato la sua candidatura al Nobel per la Pace; da poco è stata premiata come “ambasciatrice di coscienza” da Amnesty International e la scorsa settimana ha ricevuto anche il prestigioso premio Sakarov, che le verrà consegnato il prossimo 20 novembre.
Il Premio Sakarov prende il nome dallo scienziato e dissidente sovietico, Andrei Sakarov, ed è stato istituito nel 1988 dal Parlamento europeo per onorare proprio le persone che dedicano la propria vita alla difesa dei diritti umani e l'eurodeputato ALDE, Andrea Zanoni, ha spiegato il motivo dell'assegnazione del premio a Malala: “ Malala Yousafzai ha sfidato il regime talebano nel distretto di Swat, in Pakistan, con la sua battaglia per i diritti delle donne a ricevere un'adeguata istruzione. A simili donne va la riconoscenza dell''Europa per aver condotto una battaglia così fondamentale per tutte le donne del mondo. Grazie al suo coraggio e alla sua forza, migliaia di donne in Pakistan hanno raggiunto una maggior consapevolezza dei propri diritti e dell'importanza di ricevere un'istruzione”.


Malala è protagonista anche di una bella mostra dell'artista Marcello Reboani, inaugurata a Lecce il 25 ottobre - presso il Must – dopo il debutto a Firenze e che sarà allestita nel Salento fino al 26 novembre.
Il titolo: “ Ladies for human rights”. Curata da Melissa Proietti - in collaborazione con Rfk Center for Justice and Human Rights Europe - il percorso si snoda in 18 ritratti materici, in tecnica mista, di figure femminili che, nel corso del tempo, hanno operato per l'affermazione e la tutela dei diritti umani, sociali e civili di tutte e di tutti. Tra le donne rappresentate: Madre Teresa di Calcutta e Annie Lennox, Rita Levi Montalcini e Lady Diana, Maria Montessori e Audrey Hepburn. Le più giovani, Malala e Anna Frank, rappresentano il valore didattico dato all'iniziativa che si rivolge a tutti, ma in particolar modo, agli studenti per sensibilizzarli sui temi dei diritti umani.



venerdì 18 ottobre 2013

INDIFESA: la campagna di sensibilizzazione per i diritti delle bambine





Aumentano, di giorno in giorno, in Italia e nel mondo i reati rivolti contro i minori e, in particolare, contro le bambine. Secondo i dati elaborati dalle Forze dell'ordine italiane per Terres des Hommes, dal 2011, si è verificato un incremento del 15%: 822 vittime di vilenza sessuale, 1164 vittime di violenza domestica, per citare solo alcuni numeri.
Federica Giannotta, responsabile Diritti dei bambini per Terres des hommes, ha dichiarato: “L'evidenza di un filo 'rosa' tra questi terribili dati conferma l'urgenza di assicurare maggiore protezione alle bambine e alle ragazze”.
Per questo, l'associazione ha lanciato la campagna dal titolo Indifesa con la quale intende porre i riflettori sulla condizione di grave vulnerabilità da abusi e discriminazioni delle bambine in Italia e nel mondo. La campagna di sensibilizzazione e di raccolti fondi permetterà di finanziare progetti di assistenza e prevenzione degli abusi e progetti contro le discriminazioni quali, ad esempio: le “bambine domestiche” in perù, le “spose bambine” del Bangladesh, le “mamme bambine” in Costa d'Avorio e le bambine salvate dall'infanticidio in India.
Su questi e altri temi, come aborto selettivo, mutilazioni genitali, tratta e prostituzione, lavoro minorile, matrimoni e gravidanze precoci, mancato accesso all’istruzione, violenza e abusi sessuali, Terre des Hommes presenterà il 10 ottobre 2012, in occasione della prima Giornata ONU delle Bambine presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri il dossier esclusivo “La condizione delle bambine e ragazze nel mondo”.


Con il numero 45501 della Campagna “ Indifesa di Terre des Hommes, attivo dall’1 al 21 ottobre, si può donare 2 Euro via SMS da cellulare TIM, Vodafone, Wind, 3, Postemobile Coop Voce e Nòverca. Si può anche donare 2 euro da rete fissa TWT e fino a 5 euro da rete fissa Telecom Italia, Infostrada e Fastweb.





Martedì 24 settembre 2013 presso l' Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Milano, alla presenza dell'Avv. Paolo Giuggioli, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, del Dott. Pierfrancesco Majorino, Assessore alla Politiche sociali del Comune di Milano, del Dott. Mario Zevola, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano e della Dott.ssa Monica Frediani, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Milano e dai rappresentanti di Terres des Hommes e di altre associazioni, è stata presentata la Carta di Milano, sulla tutela dei diritti dell'infanzia.



Riportiamo, di seguito, i punti della Carta:



Le bambine e i bambini non sono oggetti, bensì soggetti attivi, con la loro dignità, i loro gusti, speranze, sensibilità, idee e valori di cui si arricchiscono e che con loro si rafforzano. Hanno diritti inalienabili e doveri. La rappresentazione delle bambine e dei bambini dovrebbe sempre tenere conto di questa grande ricchezza coinvolgendoli in modo attivo e coerente con gli obiettivi di comunicazione ed evitando l’uso meramente ostensivo, sensazionalistico e artificioso della loro immagine.

I bambini e le bambine sono tali indipendentemente dal colore della loro pelle, dalla provenienza etnica, dalla loro fede religiosa e dalla loro condizione sociale. La comunicazione deve saper raccontare tutte le diversità etniche, religiose, sociali e geografiche evitando stereotipi e messaggi discriminatori.


La comunicazione deve tenere conto delle differenti età dei bambini e delle bambine coinvolti rispettandone la naturale evoluzione. Non bisogna rappresentarli in comportamenti, atteggiamenti e pose inadeguati alla loro età e comunque non corrispondenti al loro sviluppo psichico, fisico ed emotivo. Ogni precoce erotizzazione dei bambini e delle bambine va bandita dalla comunicazione.


La comunicazione dovrebbe rappresentare le bambine e i bambini in maniera veritiera, rifuggendo da ogni idealizzazione, buonismo o pietismo e bandendo, nel contempo, ogni promozione o incitamento di comportamenti devianti o violenti. La comunicazione dovrebbe rispettare la fantasia, la creatività e la curiosità dei bambini e delle bambine, così come quel delicato mondo di relazioni e interazioni in cui vivono ogni giorno.


I bambini e le bambine non devono essere rappresentati attraverso la raffigurazione adultizzata di stati d’animo negativi quali noia, depressione, rabbia, paura, o insoddisfazione che mirano solo a una loro strumentalizzazione a fini commerciali. Quando questi sentimenti negativi vengono rappresentati, lo devono essere secondo una modalità coerente, autenticamente corrispondente al significato che essi hanno per i bambini.


I bambini sono bambini. Sono femmine e sono maschi, con lo stesso diritto a essere rispettati come persone a tutto tondo. La comunicazione non deve rappresentare il genere in categorie fisse, esaltando attributi di virilità e forza, da un lato, di dolcezza e remissività dall’altro. La comunicazione non deve presentare continuamente i bambini e le bambine in attività convenzionalmente destinate a uomini o a donne, rafforzando le discriminazioni di genere.

Le bambine e i bambini hanno bisogno di punti di riferimento forti che trovano soprattutto nei loro familiari e nelle figure affettive a loro più vicine ovvero in chiunque si prenda cura del loro benessere psico-fisico. La comunicazione non dovrebbe sminuire nessuna di queste figure, togliendo ai bambini, specie i più piccoli, la fiducia nelle persone che sono fondamentali per il loro sviluppo psicologico, fisico e per la loro educazione.

La fragilità dei bambini e delle bambine e il loro bisogno di protezione non devono essere strumentalizzati per indurre negli adulti senso di colpa, inadeguatezza o allarmismo.


La rappresentazione di bambini e bambine affetti da patologie non deve ricorrere a immagini, descrizioni o discorsi che possano ledere la loro dignità.


Il benessere delle bambine e dei bambini è prezioso e la loro alimentazione è fondamentale perché possano crescere in modo sano ed equilibrato. La comunicazione dovrebbe promuovere un corretto stile di vita fisico e alimentare, cercando di rafforzare comportamenti che salvaguardino il benessere presente e futuro dei bambini.





mercoledì 25 settembre 2013

La storia di Rawan: una storia emblematica



Si chiamava Rawan e aveva solo otto anni. Viveva nella'rea tribale di Hardh, nello Yemen, ed è stata venduta dai suoi genitori ad un uomo di quarant'anni, come sua sposa. E' deceduta dopo la prima notte di nozze a causa di una emorragia interna.
La notiazia è stata ripresa dal Gulf News - il sito in inglese della regione del Golfo - e poi dal Daily Mail, ma le autorità locali l'hanno smentita. Gli attivisti di molte associazioni che tutelano e monitorano i diritti umani, invece, chiedono il processo e la condanna dei genitori e dell'uomo.
Nel 2009 il parlamento yemenita ha votato una legge per evitare i matrimoni sotto i 17 anni, ma i conservatori e gli estremisti - rifacendosi ad una interpretazione letteraria del Corano - si sono opposti e hanno ribadito che la legge islamica non pone limiti di età per le unioni. E il caso di Rawan pone di nuovo l'accento su un fenomeno purtroppo ancora molto diffuso non solo nello Yemen, ma in tanti Paesi dove le bambine diventano merce di scambio per genitori poveri, ignoranti o senza scrupoli. “Le conseguenze dei matrimoni infantili sono devastanti. Le bambine vengono tolte dalla scuola, la loro istruzione interrotta in modo permanente e molte soffrono di problemi di salute cronici per avere troppi figli e troppo presto”, sostiene Liesl Gerntholdz, direttore della Divisione per i diritti delle donne di Human Rights Watch e aggiunge: “ E' fondamentale che lo Yemen prenda misure immediate per proteggere le ragazze da questi abusi”. Il fenomeno, nel paese della Penisola araba, secondo gli ultimi dati Unicef, riguarda il 14% delle bambine che si sposa prima dei 15 anni e il 52% prima dei 18.
Troppo esigui i segnali di un cambiamento sia della mentalità sia delle politiche sociali: una piccola speranza, però, è arrivata, nei giorni scorsi, dall'India. Jyoti Singh Pandey era una studentessa ventitreenne. Venne stuprata su un autobus a New Delhi il 16 dicembre scorso e morì due settimane dopo l'accaduto in un ospedale di Singapore per le feite riportate. I quattro accusati della violenza sono stati tutti giudicati colpevoli.



Un incontro interessante a Milano




Giovedì 26 settembre – ore 18 – Sala Buzzati, Via Balzan 3 – Fondazione Corriere della sera
L’altro Pakistan – Storie e scuole che cambiano la vita delle donne

Conversazione con Mushtaq Chhapra, Chairman e fondatore di The Citizens Foundation – TCF sull’istruzione in Pakistan e l’accesso scolastico femminile.
Intervengono Viviana Mazza e Antonio Ferrari del Corriere della Sera.

Ingresso gratuito con prenotazione, scrivendo a italianfiends.tcf@gmail.com

The Citizens Foundation - TCF costruisce e mantiene scuole nelle aree più svantaggiate del Pakistan, garantendo istruzione e formazione di qualità ai figli delle famiglie più povere, focalizzando il proprio impegno anche sull'accesso scolastico femminile.
Mushtaq Chhapra è un imprenditore del settore manifatturiero, filantropo convinto, attivo con diversi enti di beneficienza nelle aree della salute, sicurezza alimentare e dell'arte.
L’iniziativa è realizzata grazie al sostegno di:

Blog 27esima Ora - Corriere della Sera - Fondazione Corriere della Sera - Provincia di Milano - Atelier Anaïs - BECO Textiles - Borgo Paglianetto - Brambilla & Associati - Clayworks - Femminile al Plurale - Grand Hotel ed de Milan - Media Arts - Tramezzino.it - Villa Angarano