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lunedì 3 febbraio 2014

Come difendersi dal razzismo







Parla di cronaca, parla di razzismo, parla di una società intollerante e maleducata: questo e molto altro nel libro dal titolo I giorni della vergogna. Gli insulti a Cécile Kyenge, di Stranieri in Italia, curato dall'editore Gianluca Luciano e dal giornalista Eugenio Balsamo.

Parolacce, insulti, scritte sui muri, minacce, soprattutto rivolte al Ministro Kyenge, ma che colpiscono troppo spesso anche altre persone comuni: forse l'Italia è un Paese razzista, o forse no, ma i segnali non sono positivi.



Per approfondire questo argomento abbiamo rivolto alcune domande a Eugenio Balsamo che ringraziamo per la sua disponibilità.



Partiamo dai due punti cardine del libro: dove affondano le radici del razzismo, in Italia? Ed è possibile difendersi dalle sue forme, più o meno evidenti?



Io sono tra quelli che ritengono il nostro un Paese non razzista. Muovo le mie riflessioni dalla storia che, in ogni sua fase, presenta numerose occasioni di “intreccio” tra culture diverse. Contaminazioni, in sostanza, che hanno portato alla costruzione del dna dell'italiano moderno. Le più varie iniziative di integrazione e sensibilizzazione che partono dal basso (cioè da quella società civile svincolata da partiti e sindacati) dimostrano che, in fondo, siamo un Paese in grado di comprendere e apprezzare le diversità. Con l'importante conferma che, anche in un momento economicamente difficile come quello attuale, siamo meno interessati da atti di accusa verso il “diverso che ruba il lavoro” rispetto a tanti altri Paesi europei.

Credo, ciononostante, che a essere meno preparato a questa sfida postmoderna figlia di una globalizzazione rapida sia l'apparato pubblico, ancora ingabbiato nella difesa di un'identità nazionale che – questo è il vero dato da accettare – non è la stessa degli anni Settanta e Ottanta. È sufficiente il ricorso a un esempio banale come quello dei pasti nelle mense o alla regolazione dei diversi spazi e momenti di preghiera.

Come ci si difende? Non sono un fan della repressione, che è comunque importante in alcune circostanze. Insegnare che il corpus sociale è necessariamente multiculturale e multietnico è il principale impegno degli educatori: le scuole, la Chiesa, le caserme, le società sportive dilettantistiche prima ancora di quelle animate da professionisti e i consessi rappresentativi. Probabilmente sono questi ultimi, se ci atteniamo alla cronaca, ad avere bisogno di uno scossone e di cartellini rossi. Perché un idiota di una curva di stadio ha un peso, un parlamentare ne ha un altro: il primo urla e convince se stesso, il secondo riesce a trascinare migliaia di elettori e militanti.



In cosa consiste la "guida all'autodifesa"?

Semplicemente, e utilmente, un riepilogo del concetto di razzismo e delle norme che l'ordinamento pone a tutela del discriminato. E, sia chiaro, a tutela di se stesso giacché un Paese che non difende le proprie basi giuridiche e sociali è un Paese che si arrende all'arroganza e all'ignoranza. Un modo, dunque, per ricordare che il razzismo non è e non può essere un'opinione perché era e resta un reato.

 

Ci può fare alcuni esempi di cronaca che hanno riguardato il ministro Kyenge, ma anche persone comuni?


Il governo Monti ha avuto il suo ministro per l'Integrazione. Era bianco, romano e cristiano e quindi, mi viene da dire, non meritevole di attenzioni particolari. Cécile Kyenge, al contrario, ha un profilo diverso, etnicamente diverso. Il “tornatene in Congo” avanzato da diversi ambienti di destra, spiega il rifiuto a questo tocco di modernità azzardato da un governo italiano con notevole ritardo rispetto alle scelte di altri Paesi occidentali che, già diversi anni addietro, avevano puntato su esponenti politici di origine straniera perché ormai ben inseriti nel contesto socio-politico. È difficile credere che le critiche mosse a Kyenge – come fa notare senza successo qualche punta di diamante della Lega nord – siano unicamente relative alle sue proposte. Ricordiamo che è lo stesso partito delle panchine da sottrarre agli extracomunitari e delle ordinanze anti kebab. Che i militanti leghisti si incontrino con quelli di Forza nuova per contestare il ministro è una conferma, come l'idea del segretario federale del Carroccio di inaugurare una parentesi di collaborazione con il Front national.

Allora il “tornatene in Congo” ha lo stesso valore di “venite a delinquere” che l'italiano medio “offre” quotidianamente all'asiatico, africano o romeno. Il limite è quello di pensare che una donna nata in Africa, ancorché laureata e specializzata in Italia e “dotata” di cittadinanza italiana, possa arrivare a occupare un posto che, nella logica del “protezionismo etnico”, andrebbe riservato a un italiano.


Qual è, in generale, il punto di vista dei nuovi italiani su questo Paese?


Questo è, secondo me, il punto più interessante di ogni indagine, scientifica o giornalistica che sia, che voglia misurare il grado di razzismo della nostra società. Il lavoro “I giorni della vergogna” include il punto di vista di giornalisti stranieri che vivono e operano in Italia, nessuno dei quali nasconde le difficoltà iniziali di inserimento nel contesto italiano, sociale e professionale. Sottolineano, tuttavia, quei limiti spesso evidenti nascosti nelle norme più varie, che talvolta penalizzano chi il nostro Paese lo vive al pari di chi vi è nato e cresciuto. Non è certo razzismo, ma evidente impreparazione dell'apparato pubblico (decisori compresi) ad approcciarsi a quella nuova linfa che giunge da oltre confine. Considero “nuovi italiani” non solo le seconde e terze generazioni di immigrati, ma anche colore che stabilmente, da anni, vivono in Italia sebbene sprovvisti di cittadinanza. Chiedono l'opportunità di fare la propria parte, di essere messi in condizione di dimostrare.

Quello che i nuovi italiani lamentano è lo scarso coraggio del legislatore. L'esempio principale è lo ius soli: proposto da più parti (anche da Cécile Kyenge) incontra il muro apparentemente insormontabile dell'identità, del paventato rischio che tra i bimbi e gli italiani di domani ci siano troppi Ahmed. Mentre, al tempo stesso, l'Italia si pregia di aver dato a New York un sindaco “campano”. Credo, tuttavia, che lo scenario di base stia cambiando, almeno a livello di percezione. Conforta, per esempio, il parere dei bambini delle elementari che oggi hanno compagni di banco figli di cinesi, nigeriani, balcanici: è la loro curiosità a superare le differenze. Ecco perché, ripeto, c'è bisogno di un lavoro “dal basso”, abituando gli italiani di domani a sentirsi protagonisti della stessa scena di vita.

venerdì 17 gennaio 2014

Per l'inclusione di Rom, Sinti e Caminanti




Dijana Pavlovic - ROMED2-ROMACT National Project Officer e Associazione UPRE ROMA presentano la seguente iniziativa che per noi è importante e alla quale vi invitiamo a partecipare.

Il Consiglio d'Europa e la Commissione europea lanciano in 12 Paesi della Comunità europea due programmi della durata di due anni - ROMED2 e ROMACT - volti a promuovere l'inclusione dei Rom e dei Sinti a livello locale.
L'Italia è uno di questi Paesi e le città coinvolte sono Milano, Napoli, Bari, Roma, Torino e Pavia. Il programma ROMED2 si concentrerà sulla governance democratica e la partecipazione delle comunità attraverso la mediazione. il programma ROMACT si concentrerà sull'impegno locale a livello della pubblica amministrazione per lo sviluppo delle politiche pubbliche e per una migliore comprensione delle problematiche rom e sinte. ROMACT viene attuato dal Consiglio d'Europa anche nel quadro dell'Alleanza europea delle città e Regioni per l'inclusione di Rom e Sinti.

La presentazione e il lancio dei due programmi per l'Italia avverranno il 18 gennaio 2014 a Milano da parte del Consiglio d'Europa e della Commissione europea con il patrocinio del Comune di Milano e saranno preceduti da un concerto di benvenuto la sera del 17 gennaio.

 
 
IL PROGRAMMA
 
 
18 GENNAIO 2014
 
 
PALAZZO REALE - SALA CONFERENZE - PIAZZA DUOMO, 14 - MI
 
 
 
Ore 9: Registrazione - Welcome coffee
 
Ore 10: Inizio sessione
 
Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano
Relatori - Impegni e prospettive
 
Gabriella Battaini-Dragoni, vicesegretaria generale del Consiglio d'Europa
Cècile Kyenge, Ministro per l'Integrazione
Maria Cecilia Guerra, viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali
John Warmisham, vicepresidente del Congresso delle autorità locali del Consiglio d'Europa
Luigi Manconi, presidente della Commissione per i Diritti Umani del Senato
Zeliko Jovanovic, direttore delle iniziative per i Rom dell'Open Society Foundations
 
Modera: Dijana Pavlovic, responsabile nazionale per ROMED2 e ROMACT
 
Ore 11: Coffee break - Conferenza stampa
Ore 11.30: Presentazione dei programmi ROMED2 e ROMACT
 
Joeoren Schokkenbroek, rappresentante speciale del segretario generale per la questione rom del Consiglio d'Europa
ROMED e ROMACT nel contesto della Strategia nazionale per l'inclusione di Rom, Sinti e Caminanti
Marco De Giorgi, direttore UNAR
Riccardo Compagnucci, prefetto e vicecapo dipartimento Ministero dell'Interno
 
Modera: Aurora Alincai, coordinatrice dei programmi ROMED2 e ROMACT
 
Ore 11.50: Amministrazioni pilota e comunità locali: impegni e attese
 
Alessandro Cattaneo, sindaco di Pavia
Giorgio Bezzecchi, mediatore, Consulta Rom e Sinti di Milano
Rita Cutini, assessore alle Politiche sociali Comune di Roma
Vojcan Stojanovic, mediatore, presidente Federazione Romanì
Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
Elide Tisi, vicesindaco, assessore alle politiche sociali Comune di Torino
Radames Gabrielli, mediazione, Federazione Rom e Sinti insieme
Michele Emiliano, sindaco di Bari
 
Modera: Emma Toledano-Laredo, capo unità Inclusione sociale e riduzione della povertà della Commissione europea
 
CHIUSURA LAVORI
Jeroen Shokkenbroek
Giuliano Pisapia
 
Ore 13.15: LUNCH
 
 
 
17 GENNAIO, ore 20.30
 
AUDITORIUM SAN FEDELE; Via Hoepli, 3b, Milano
 
CONCERTO DI BENVENUTO di MUSICA ROM
 
con
 
NOVA KING, RAP DI NOVARA
MCK REVOLUTION, BEATBOXING DEI KHORAKHANE'
EDUARD ION e IL SUO GRUPPO, VIOLINO, FISARMONICA e CIMBALOM
MAESTRO GEORGE MOLDOVEANU, VIOLINO
MUZIKANTI DI BAL VAL, DEL MAESTRO JOVICA JOVIC
NEMA PROBLEMA, ORCHESTRA E FIATI
 
Conduce: TONI ZINGARO, attore
 
Ingresso libero
 




venerdì 27 dicembre 2013

Quelle bocche cucite

 
Foto Ansa
 
Senza parole. Basta parole, vogliamo i fatti. Forse con queste frasi si può interpretare la scelta di cucirsi, letteralmente, le labbra; una scelta effettuata da dieci immigrati - sei marocchini e quattro tunisini - rinchiusi nel Centro di Identificazione e di Espulsione di Ponte Galeria, nel Lazio, come forma di protesta per le condizioni in cui si trovano e anche per la scomparsa, da parte di uno di loro, dei soldi inviati alla famiglia in Tunisia mentre si trovava in carcere, a Civitavecchia.
Foto Ansa
E' vero: alcuni immigrati sono stati in prigione, ma dopo aver espiato la pena sono stati di nuovo rinchiusi nel CIE. Per questo motivo il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, ha rilasciato un comunicato in cui chiede il superamento dei CIE e nuove procedure per il rientro nei Paesi d'origine per i migranti detenuti.
Il Garante si riferisce alla possibilità del rimpatrio volontario assistito (RAV) che dovrebbe essere finanziato dal Ministero dell'Interno, un progetto che prevede - per chi sceglie di tornare in patria al termine della pena - di intraprendere un percorso assistito basato su tempi certi e senza passare di nuovo per il CIE dove i migranti vengono identificati. Invece “l'introduzione di un meccanismo di identificazione già in carcere”, sostiene  Marroni, “è la premessa per permettere ai detenuti stranieri di scontare la loro pena nel Paese d'origine”.
Foto Ansa
Il Direttore del Centro, Vincenzo Lutrelli, afferma che la situazione è sotto controllo, anche se uno dei migranti con le labbra cucite si è sentito male e altri 37 stanno facendo lo sciopero della fame.
Un ultimo episodio di disperazione, inoltre, si è verificato lunedì scorso, quando un urlo improvviso è salito dal reparto donne del centro, dove si trovano circa trenta persone. Una giovane tunisina voleva togliersi la vita, impiccandosi con un lenzuolo. Lei e il suo compagno, arrivati a fine novembre a Lampedusa, avevano appena ricevuto il rigetto della loro richiesta di asilo politico. Lutrelli ha parlato con la donna, le ha fatto incontrare il compagno ed è riuscito a farla desistere dal suo intento suicida. Ma per quanti richiedenti asilo la situazione potrebbe degenerare?
Intanto, in questi giorni, un altro gesto, un'altra scelta significativa: quella del deputato Pd, Kalid Chaouki, che si era rinchiuso nel centro di Lampedusa per chiederne la chiusura dopo la vergogna dei migranti “disinfettati” con un getto d'acqua gelata, in pieno inverno, all'aperto e privati degli abiti. Il giorno della vigilia di Natale sono cominciati i trasferimenti degli immigrati verso altre strutture.
Il ministro per l'integrazione, Cècile Kyenge, ha così commentato le notizie  che arrivano dai CIE: “Gli ultimi fatti confermano la necessita’ di modificare un sistema che ha portato tensioni e difficolta’ all’interno dei centri”, impegnandosi a ripensare e migliorare, 'di concerto con il Governo', le misure di accoglienza”, mentre i migranti di Ponte Galeria scrivono a Papa Francesco, appellandosi al suo senso di giustizia.
 
 
 

venerdì 20 dicembre 2013

Il video delle polemiche e dell'ipocrisia




Sono persone eritree, ghanesi, siriane, kurde, nigeriane e di altre nazionalità. Sono persone e basta. Sono state riprese denudate, in fila, mentre sui loro corpi veniva sprizzato un getto di disinfestante per prevenire il pericolo di malattie infettive, ammesso che alcuni migranti ne siano affetti. Queste le immagini del video trasmesso in esclusiva dal TG2, un video che fa indignare.
Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, l'isola che da anni accoglie chi scappa dal proprio Paese d'origine e dove si trova il Centro di identificazione e di espulsione in cui sono state fatte le riprese, ha così commentato la situazione: “ E' una pratica da lager. Una pratica sanitaria non si fa all'aperto, irrorando gli ospiti nudi, con un tubo. Lampedusa e l'Italia intera si vergogna di queste pratiche di accoglienza”. A queste parole hanno fatto seguito molte altre di esponenti delle istituzioni. La Presidente della Camera, Laura Boldrini ha aggiunto: “ Uomini e donne, per essere sottoposti ad un trattamento sanitario, vengono fatti denudare all'aperto in pieno inverno. Quelle immagini non possono lasciarci indifferenti. Tanto più perchè arrivano dopo i tragici naufragi di ottobre e dopo gli impegni che l'Italia aveva assunto in materia d'accoglienza. Quesi trattamenti degradanti gettano sull'mmagine del nostro Paese un forte discredito e chiedono risposte di dignità”.
Si parla di “immagine” di un Paese quando si dovrebbe parlare di “civiltà” e, inoltre, in entrambi questi interventi viene ripetuto il termine “accoglienza”, ma l'accoglienza si mette in pratica con i fatti e non con discorsi e promesse.
Sono intervenuti, ovviamente, anche il Ministro per l'integrazione Cècile Kyenge e il Premier Enrico Letta, ai quali è stata fatta una richiesta chiara da parte di Laurens Jolles, delegato dell'UNHCR per l'Italia e il Sud Europa: “ Il centro di accoglienza dovrebbe essere riportato rapidamente alla sua capienza originaria di 850 posti” per dare agli ospiti un'assistenza adeguata.
Ma che le condizioni dei migranti che vengono smistati all'interno dei CIE siano gravissime non è notizia di attualità. E' una situazione che permane invariata da anni. L'Associazione per i Diritti Umani, alcuni mesi fa, ha intervistato Alexandta D'Onofrio che, in un progetto con Grabriele del Grande, ha realizzato un film dal titolo La vita che non CIE. Intervista che vi riproponiamo qui di seguito.

La vita che non CIE di Alexandra D'Onofrio

Più di mille migranti si trovano, in questo ultimo periodo, nel centro di accoglienza di Lampedusa: una struttura che avrebbe una capienza massima di 300 posti. Dall'isola i migranti vengono smistati nei CIE, Centri di identificazione e di espulsione. Ma cosa succede a queste persone, senza permesso di soggiorno, dentro e fuori dai Cie? Ne abbiamo parlato con Alexandra D'onofrio, regista del documentario intitolato La vita che non Cie, una trilogia di cortometraggi, prodotta da Fortress Europe, in cui si narrano le storie di un ragazzo che cerca di raggiungere la moglie incinta, dalla Tunisia all'Olanda; di un uomo che cerca di aiutare, dall'esterno, i suoi compagni rimasti all'interno del Cie di Torino, dopo esserci stato lui stesso; e di un figlio che non cresce con il padre, espulso in Marocco dopo aver vissuto tanti anni in Italia. Un lavoro cinematografico nato nel Cie di Modena dove, nel febbraio 2011, Gabriele Del Grande ha conosciuto Kabbour, il protagonista dell' ultima vicenda intitolata “Papà non torna più”. Alexandra D'Onofrio ha, poi, seguito Kabbour in Marocco e ha deciso di raccogliere altre storie per riflettere sul tema della giustizia e sulle politiche riguardanti l'immigrazione ma, soprattutto, per raccontare relazioni difficili e sentimenti universali.

La vita che non Cie è il titolo di una trilogia che, attraverso le vicende di un ragazzo, di un uomo e di un bambino, racconta l'odissea dei migranti da punti di vista differenti. Da dove nascono queste storie?

Abbiamo girato questo film tra marzo e aprile 2011 e ci siamo posti l'obiettivo di andare a cercare dei ritratti, delle storie che potessero raccontare ciò che non si viene a sapere dai canali ufficiali, dai media. Il problema è stato che, nel 2011, c'era il veto di entrare nei Cie per giornalisti e documentaristi (adesso, invece, c'è questa possibilità) e, quindi, abbiamo tessuto le storie di persone che ci hanno raccontato i Cie da fuori. Nel primo caso si racconta la storia d'amore di un ragazzo che è evaso: il fotografo Alessio Genovese - che ha seguito la vicenda fin dall'inizio e del quale ho usato le immagini lavorando in Audiodoc - aveva incontrato la moglie di Nizar e aveva cominciato a fotografare lei mentre andava a trovarlo al Cie. Dopo un mese c'è stata una rivolta, i reclusi sono evasi e il Cie è stato chiuso. Si tratta del Cie di Chinisia, fuori Trapani: Gabriele mi ha proposto di scrivere il soggetto e poi io ho seguito Nizar in Olanda dov'era andato per raggiunegre la sua compagna in attesa di un figlio... Attraverso questi corti abbiamo, infatti, voluto raccontare sentimenti universali: l'amore, la genitorialità, la solitudine.
Nel secondo corto si parla del Cie di Torino attraverso la storia di una persona rilasciata dopo circa cinque mesi di reclusione. Al tempo abitavamo a Torino e l'unica realtà che restava in contatto con i detenuti era una radio, Radio Black Out, che metteva in onda le interviste alle persone dentro il Cie. Abdelrahim, una volta uscito, si era impegnato a fare “da tramite” e a portare dentro alcune cose che potessero servire ai reclusi, come cibi o vestiti, ad esempio; il film, infatti, inizia con lui che va al mercato a comprare reggiseni per le ragazze della sezione femminile. Abbiamo cercato di capire quanto la vita di Abdelrahim fosse cambiata dopo l'esperienza di detenuto nel Cie e abbiamo anche cercato di capire il motivo della sua scelta di mantenere questa relazione con i compagni.
 La terza storia parla di una deportazione, di un rimpatrio. E' la storia di Kabbour che ha vissuto in Italia per 11 anni, ha fatto le medie e le superiori qui per poi lavorare nei mercati, ma si trova costretto a tornare in Marocco perchè vendeva CD contraffatti. E' un reato per il quale è stato considerato “socialmente pericoloso” e per cui ha perso il permesso di soggiorno ed è stato rispedito indietro. Nel frattempo, Kabbour si è formato una famiglia con una compagna, cittadina polacca, con cui ha avuto un bambino, Tareq che, l'anno in cui il padre è stato rimpatriato, aveva cinque anni.

In base alle testimonianze che avete raccolto, com'è la vita all'interno dei centri? O si deve parlare di sopravvivenza?

Una cosa interessante del primo corto è che siamo riusciti ad utilizzare materiale realizzato dai protagonisti stessi, che hanno filmato con i telefonini. Le immagini riprendono la traversata, i primissimi giorni con i festeggiamenti per essere riusciti ad arrivare, con cerchi di canti e danze, ma poi i cellulari hanno ripreso anche la situazione all'interno dei Cie, con le rivolte o con le persone che stanno lì senza fare niente, ingabbiate, a guardare il cielo. Per i reclusi la cosa straziante è non capire perchè: non hanno commesso reato, hanno solo fatto la traversata senza avere la carta giusta oppure si trovano senza permesso di soggiorno perchè l'hanno perso strada facendo o perchè il loro contratto di lavoro non è stato rinnovato. Non avere il permesso è un reato amministrativo che equivale a passare con il semaforo rosso, eppure queste persone sono detenute. Oltretutto, il periodo di reclusione è salito da sei a diciotto mesi.

Nei titoli di coda si sottolinea che il 60% delle persone trattenute non viene né identificato né rimpatriato. Dopo un anno e mezzo di Cie, cosa succede?

Una volta fuori, queste persone rischiano semplicemente di non essere ancora identificate e di essere riportate dentro. Mentre giravo la storia a Torino ci è stato spiegato che - siccome i detenuti non riescono a dare un senso a quello che succede, non sanno quando verranno rilasciati o se verranno riportati a casa - non riescono a dorire di notte e , quindi, chiedono i calmanti. I calmanti, però, vengono dati molto facilmente perchè servono anche a mantenere la calma all'interno del Cie; vengono usati per sedare la rabbia. Quando facevo le interviste per telefono, capivo che dall'altra parte c'era una persona che non riusciva a parlare perchè intontita dai farmaci.

Nel terzo corto, attraverso la storia di Kabbour e Tareq, padre e figlio, si affronta il tema del “principio del bilanciamento”, riconosciuto dalla Corte europea di Giustizia: di cosa si tratta?

Il principio del bilanciamento dice che spetta al giudice dare la priorità all'interesse del minore oppure a quello dello Stato. Se il soggetto è stato considerato un “pericolo sociale” ma ha un figlio, è lo Stato che decide a chi o a cosa dare la priorità, ma non esiste una normativa precisa riguardo a queste situazioni. Kabbour è uno di quelli che sono riusciti a vincere la causa e da circa due mesi è ritornato in Italia.



mercoledì 19 giugno 2013

Ancora un attacco verbale al Ministro Kyenge

Ma mai nessuno che se la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato? Vergogna”: queste le parole di Doloros, “Dolly”, Valandro, consigliere leghista di quartiere, a Padova e, oltretutto, vice coordinatrice della commissione sanità, interventi sociali e politiche giovanili. Frasi choc rivolte contro il Ministro per l'integrazione, Cècile Kyenge e scritte, pubblicamente, su una pagina Facebook, accompagnate da un articolo scaricato da un sito specializzato nel riportare i crimini degli immigrati.
Questo, purtroppo, è l'ultima di una serie di dichiarazioni offensive e violente nei confronti del Ministro e ha scatenato l'indignazione di tantissimi utenti del social network e della società davvero “civile”.
La diratta interessata ha commentato l'accaduto con grandesaggezza: “ Non rispondo perchè ognuno di noi dovrebbe sentirsi offeso. Questo linguaggio non mi appartiene perchè istiga alla violenza tutta la cittadinanza. Chiunque deve sentirsi offeso, non solo io. Negli anni ho sempre lottato per un linguaggio non violento e questo impegno lo mantengo. Io parlo con tante persone, ognuno ha il proprio modo di pensare, ma non permetto che mi vengano imposti un comportamento e un linguaggio violenti. Vorrei che si difendesse sempre un linguaggio non violento”.
Il Premier, Enrico Letta, ha affermato, riferendosi alle esternazioni della Valandro e alla reazione del Ministro, che: “Cècile Kyenge ha ragione, ognuno di noi dovrebbe sentirsi offeso e anch'io mi sento offeso. Si tratta di parole che non meritano altro commento che il profondo sdegno. Merita invece, Cècile, tutta la solidarietà mia personale, del governo e del Paese”. A queste dichiarazioni si aggiunge anche quella del Presidente della Camera, Laura Boldrini che ha affermato: “ Le parole della consigliera leghista sono inaccettabili, intrise di razzismo e di odio, tanto più gravi perchè pronunciate da una donna con un incarico politico. Conosco Cècile Kyenge da tempo. Ho condiviso con lei battaglie di civiltà sui temi dell'immigrazione e dell'asilo. Le sono ancora più vicina oggi, dopo l'ignobile attacco di cui la ministra è vittima”.
Come spesso accade, la Valandro ha tentato di rimediare con una giustificazione: “E' stata una battuta in un momento di rabbia” per poi autosopendersi. E il Consiglio nazionale della Lega Nord, presieduto da Flavio Tosi, l'ha espulsa.


lunedì 27 maggio 2013

Milano: prove tecniche di cittadinanza




Duecento bambini nati a Milano, ma con genitori stranieri, hanno ricevuto la cittadinanza, simbolica.
La cerimonia, voluta e organizzata dall'amministrazione comunale,si è tenuta presso la Sala Viscontea del Castello sforzesco dalla quale, il Ministro per l'Integrazione, Cècile Kyenge e madrina per l'occasione, ha lanciato un appello: “ Non abbiate paura del meticciato: la nostra ricchezza parte dalle tante culture che ci troviamo di fronte”. E ha proseguito, dicendo: “Il meticciato è una realtà: nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle strade. E la fotografia del Paese ce lo dice ed è una risorsa e non dobbiamo averne paura”. “Qualunque tipo di violenza è da condannare, in qualunque veste si manifesti. La violenza è violenza. La violenza non ha colore, etnia, appartenenza. Siamo tutti uguali davanti alla legge”, queste le parole del Ministro sul tema del razzismo.
Secondo Cécile Kyenge iniziative come quella organizzata dal Comune meneghino “sono una buona pratica che bisogna sostenere con forza nel Paese per far capire che siamo tutti cittadini”. Intanto, però, soprattutto dopo il fatto di cronaca accaduto in zona Niguarda, la Lega Nord raccoglie firme contro lo ius soli, una raccolta in atto a Milano e in altre città italiane accompagnata da volantini, distribuiti nei gazebo, che riportano una fotografia del Ministro dell'Integrazione con la scritta: “Se questo è un ministro...la clandestinità è un reato”. Il segretario della Lega Lombarda ha spiegato: “ Non ci accusino di razzismo, vogliamo solo passeggiare a casa nostra tranquillamente” e ha aggiunto: “ E non si cancelli la Bossi-Fini, anci va resa più severa. Non si può morire per strada a colpi di piccone. Regalare la cittadinanza significherebbe portare migliaia e migliaia di stranieri in Italia, dove già ci sono 3 milioni di disoccupati italiani”.
Il dibattito è ancora aperto e il dialogo fra le forze politiche non facile, ma la giornata che ha visto dare la cittadinanza, per ora, simbolica a tanti bambini (una rappresentanza dei 34.000 residenti a Milano) è stata importante per segnare un punto a favore della volontà di garantire i diritti a tutti, senza distinzioni geografiche o di altra natura.



giovedì 16 maggio 2013

Due donne, due ministri: Cecile Kyenge e Josefa Idem



Torna in Congo”, queste le parole scritte su uno striscione, davanti alla sede del Pd, con cui Forza Nuova ha attaccato il Ministro dell'integrazione, inviando poi un comunicato sempre contro “il ministro della (dis)integrazione che si è vantata di essere entrata clandestinamente in Italia, elogiando la poligamia”.
Cecile Kyenge ha affermato che sarà la società civile a rispondere a queste provcazioni e, intanto, ha rilanciato l'ipotesi di uno ius soli temperato. Ci sono diversi tipi di cittadinanza, ha precisato: lo ius soli puro esiste solo negli Stati Uniti. Secondo il diritto alla cittadinaza temperato, chi nasce in italia è italiano, ma a certe condizioni - come, ad esempio, la residenza regolare dei genitori per un certo numero di anni - perchè ha continuato Cecile Kyenge: “Bisogna cominciare a dare degli strumenti a giovani che un giorno saranno i dirigenti di questo Paese”.
A proposito delle esternazioni razziste da parte di alcuni estremisti di destra, Cecile Kyenge ha avuto la solidarietà di Josefa Idem, Ministro delle Pari Opportunità e dello Sport che ha annunciato di voler contrastare la violenza nei confronti delle donne attraverso l'istituzione di una task force dei ministri e di un osservatorio sul fenomeno: “La cosa straordinaria è che già arrivano le prime proposte. Come il braccialetto elettronico suggerito dal ministro Cancellieri. E' un'idea da valutare tra i sistemi per tenere lontani gli aggressori. Che sono seriali, ripetono negli anni laviolenza: il 40% delle donne ammazzate, prima aveva infatti subito stalking”, ha detto Josefa Idem e ha concluso, sull'argomento, affermando: “Non credo che l'inasprimento delle pene serva a diminuire i reati, ci vuole più controllo su pubblicità e televisione”.
Il Ministro per le Pari Opportunità ha anche esposto il suo disegno di legge riguardo alle unioni civili: un provvedimento a favore delle coppie omosessuali. “Non è importante se uno ha scelto di condividere la vita con una donna o un uomo, se una persona è gay, lesbica o eterosessuale. La cosa fondamentale è che tutti i cittadini devono avere gli stessi diritti, senza distinzione di sesso”. E ha affermato, inoltre: “ Non è importante come le chiami, ma i diritti che dai. E questi devono essere uguali per tutti i cittadini...Perchè è ingiusto non poter stare accanto a chi ami se è malato perchè lo Stato ti considera un semplice conoscente. Non devono esistere cittadini o coppie di serie B”.

lunedì 29 aprile 2013

Molte donne per il nuovo governo italiano



Cecile Kyenge Kashetu

Nomi nuovi, nomi a sorpresa per la lista dei ministri che compone la squadra del neoeletto Presidente del Consiglio, Enrico Letta. E nella squadra molte donne: alle Pari opportunità e allo Sport la campionessa di kajak Josefa Idem, alla Giustizia Anna Maria Cancellieri, agli Affari esteri Emma Bonino, al ministero dell'Agricoltura Nunzia De Gerolamo, alla Salute Beatrice Lorenzin e Anna Maria Bernini alle Politiche comunitarie.
Ma l'Italia ora ha il suo primo ministro nero: ed è giusto dirlo. Cecile Kyenge Kashetu, ministro dell'Integrazione.
Nata a Kambove, nella Repubblica Democratica del Congo, residente in Italia dall'83, vive in provincia di Modena, sposata e madre di due figli, Cecile Kyenge si è laureata in medicina e chirurgia, con specializzazione in oculistica, già deputata del Pd, è portavoce nazionale della Rete Primo Marzo per cui si occupa di promuovere i diritti dei migranti e i diritti umani.
Il neoministro si è avvicinato alle tematiche dell'immigrazione, ha raccontato in una recente intervista, per le difficoltà che ha vissuto in prima persona: due anni dopo aver conseguito la laurea, non poteva accedere ad un concorso pubblico, come tanti altri immigrati come lei. Come prima donna dell'Africa sub-sahariana ad essere eletta nel Parlamento italiano ha affermato di aver provato un forte senso di responsabilità: impegno e responsabilità che l'hanno sempre guidata nel suo percorso umano e politico.
La scorsa edizione della Giornata senza di noi - lo sciopero dei migranti lavoratori, promosso dalla Rete Primo Marzo - è stata organizzata mettendo al centro della riflessione la libera circolazione delle persone immigrate, una nuova legge sulla cittadinanza e l'abrogazione della legge Bossi-Fini. E proprio queste saranno ancora le battaglie di Cecile Kyenge che, nel 2011, ha sottoscritto e divulgato la Carta mondiale dei migranti che riportiamo di seguito in versione integrale.
Intanto la Lega, attraverso le parole di Matteo Salvini, ha espresso la propria posizione riguardo alla scelta del Ministro per l'Integrazione: “Siamo pronti a fare opposizione totale al ministro per l'Integrazione, simbolo di una sinistra buonista e ipocrita, che vorrebbe cancellare il reato di clandestinità e per gli immigrati pensa solo ai diritti e non ai doveri...Venga in alcune città del Nord, a vedere come l'immigrazione di massa ha ridotto gli italiani a minoranza nei loro quartieri. I governatori leghisti del Nord faranno argine, nel nome del 'prima i residenti, prima gli italiani'”.
Ma Laura Boldrini Presidente della Camera, Emma Bonino (che si è sempre battuta per i diritti civili e umani) agli Affari Esteri e Cecile Kyenge all'Integrazione fanno ben sperare.