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mercoledì 18 novembre 2015

La carta di Beirut: l'Islam liberale non vuole la violenza



"Non si può costringere alla conversione né perseguire chi ha una fede diversa dalla propria. L’islam vieta di condurre una guerra contro chi è diverso, scacciarlo dalle propria terre e limitarne la libertà in nome della religione. Beirut si fa portavoce dell’islam liberale che vuole la convivenza con i cristiani, di cui è ricca la tradizione del Libano": queste sono alcune delle importanti affermazioni contenute nella “Dichiarazione di Beirut sulla libertà religiosa”, pubblicato dalla Mokassed di Beirut, associazione sunnita vicina a Dar el-Fatwa. Il messaggio è stato preparato il 20 giugno scorso.
 
La dichiarazione di Beirut sulle libertà religiose
Il Libano, gli altri Paesi Arabi e i musulmani sono oggi in tumulto a causa della religione, del settarismo e del confessionalismo. Le persone sono uccise, escluse della propria casa e della dignità.
In questa situazione anormale, la religione è sfruttata per motivi politici, sacrificando invano persone, Paesi e civiltà. Questo sta provocando il sorgere dell’islamofobia in varie parti del mondo. La convivenza e i valori ereditati dalla nostra civiltà, come pure il futuro dei nostri giovani, sono seriamente minacciate. Molte iniziative arabe e islamiche hanno tentato di porre rimedio, e perfino combattere questa situazione, per correggere e rigettare la violenza perpetrata in nome della religione.
L’Associazione filantropica islamica Makassed di Beirut, che è impegnata nei valori educativi, islamici e nazionali, si trova obbligata a sostenere e diffondere la cultura della tolleranza e della ragione (enlightenment). Essa si ritiene responsabile nel costruire una società dove le persone possono vivere insieme in libertà, in una società civile e di progresso che può affrontare i pericoli che minacciano la nazione, i suoi cittadini, i valori morali e religiosi.
La Makassed, in quanto organizzazione araba e nazionale, è chiamata a opporsi all’estremismo e alla violenza, e per questo annuncia la Dichiarazione di Beirut sulle libertà religiose, confermando i valori tradizionale che sono gli illuminati valori di Beirut e del Libano, per salvaguardare la dignità di ogni cittadino ed essere umano. Perciò, la Makassed spera di salvare e proteggere la religione da coloro che tentano di prenderla in ostaggio con falsi slogan.

1. La libertà di fede, di culto ed educazione
La fede religiosa è una libera scelta e un libero impegno. È un diritto di ogni persona. Il Sacro Corano inequivocabilmente protegge questo diritto quando dice:
“Non c’è costrizione nella religione. L’orientamento giusto è stato distinto dall’errore” (Al-Baqara 256).
E in un altro versetto:
“Quindi ricordati! (rivolto al Profeta, la pace sia con lui) Perché tu non sei che un promemoria; tu non hai influenza su di loro” (Al-Ghashiyah 22).
Per più di 13 secoli, la nostra terra ha visto moschee, chiese e luoghi di culto costruiti fianco a fianco. Noi vogliamo che questa eredità di libertà, di collaborazione e di vita comune rimanga profondamente salda nella nostra terra, nelle nostre città e tra i nostri giovani. La nostra religione e tradizioni nazionali, le nostre alleanze e le nostre leggi ci guidano ad aderire fermamente a questi principi.
Negare il diritto delle comunità cristiane di esercitare la loro libertà religiosa e distruggere le loro chiese, i loro monasteri e istituti educativi e sociali, è contrario agli insegnamenti dell’islam ed è una violazione palese dei suoi principi, visto che questi abusi sono compiuti nel suo nome.
Di conseguenza, noi proclamiamo, dal punto di vista islamico, umanitario e nazionale, che noi siamo assolutamente contrari a questi atti distruttivi e facciamo appello ai nostri compatrioti cristiani perché resistano agli atti di terrore che cercano di cacciarli dalla loro terra e li sollecitiamo a rimanere attaccati e radicati in profondità a queste terre, insieme ai loro fratelli musulmani, godendo insieme a loro degli stessi diritti e doveri. In questo modo loro, con i compatrioti musulmani, salvaguarderanno i nostri valori comuni e la nostra convivenza in una comunità multireligiosa e onnicomprensiva.
La nostra eredità comune, come credenti in Dio, ci impone di rigettare la costrizione in ambito di fede, di rispettare la libertà intellettuale e di accettare le differenze fra gli uomini come un espressione del volere di Dio. Solo Dio può giudicare dli uomini laddove essi differiscono.

2. Il diritto alla dignità
Questo è un diritto proclamato dal testo coranico. Il Sacro Corano dice:
“Abbiamo onorato la progenie di Abramo e l’abbiamo portata per terra e per mare. Li abbiamo rifocillati di prelibatezze e li abbiamo  preferiti di gran lunga tra molti che abbiamo creato” (Al-Israa’ 17:70).
Perciò, l’uomo ha dignità in quanto essere umano. Il fondamento della sua dignità è il fatto che è stato dotato di ragione, libertà di credere, d’opinione e d’espressione. Egli è responsabile in modo diretto davanti a Dio per l’esercizio delle sue libertà. È diritto dell’uomo godere di protezione della sua libertà da parte dell’autorità al governo; nessuno ha il diritto di giudicare le persone per la loro fede e di perseguitarle e discriminarle per ragioni religiose o etniche. Dio l’Altissimo dice:
“Non dire ad alcuno che si sottomette a te in pace: ‘Tu non sei un credente’, cercando così il bottino della vita presente” (Al – Nisa’ 4:94).
“Tutta l’umanità è la progenie di Adamo”, ha detto il Profeta Maometto (la pace sia con lui) nell’ultimo sermone. Egli ha anche detto “tutti gli esseri umani sono uguali”.
Il Sacro Corano riconosce solo due ragioni per una guerra difensiva: la persecuzione religiosa e l’espulsione dalla propria terra. Il Sacro Corano dice:
“Riguardo a coloro che non ti hanno combattuto per la tua religione, che non ti hanno cacciato dalle tue case, Dio non vi vieta di trattare loro in modo onorevole e di agire con bontà nei loro confronti, perché Dio ama coloro che agiscono con onestà” (Al-Mumtahinah 60:8).
Agli occhi del Corano, nessuno ha il diritto di fare la guerra ad una persona a causa del suo credo o ad un popolo o una comunità per cacciarli dalle loro case, o privarli della loro terra. È perciò nostro dovere unire gli sforzi per proteggere le libertà religiose e nazionali, rispettare la dignità umana per proteggere la convivenza sulla base della giustizia e dell’amore.

3. Il diritto alla differenza, il diritto alla pluralità
Il diritto ad essere diversi è confermato da Dio che dice:
“Oh umanità, noi ti abbiamo creata maschio e femmina, e formata in nazioni e tribù così che vi possiate conoscere. Agli occhi di Dio, i più nobili in mezzo a voi sono i più pii” (Le Stanze 49:13).
Le differenze tra le società e la loro pluralità, la libertà individuale e comunitaria tra le società e i gruppi sono un fenomeno naturale. Conoscere e riconoscersi gli uni gli altri è un comando divino. Mai le società umane sono state una o la stessa nel loro atteggiamento e nel loro modo di vivere, o anche nel loro credo religioso.

4. Il diritto a partecipare alla vita politica e pubblica
Il diritto di partecipare alla vita politica e pubblica è fondato sui principi dell’uguaglianza, della libertà di scelta e della responsabilità individuale. L’islam, come dichiara il documento di Al-Azhar, non impone uno specifico regime politico e non approva uno Stato religioso. Il sistema politico, in qualunque società, è la creazione della gente in quella società, musulmani e non musulmani. Secondo gli accordi comuni come cittadini, il popolo sceglie il proprio sistema di governo, ed essi lo cambiano secondo la loro libera volontà secondo i loro migliori interessi. Perciò, considerare uno specifico sistema politico come sacro o infallibile, o come una materia di fede religiosa, è un fraintendimento della religione e una imposizione sulla gente, che sia musulmana o non musulmana. Tutte le persone sono custodite dallo Stato nazionale che essi hanno creato insieme, ed essi rispettano la costituzione e le leggi che li considera uguali in diritti e doveri.

5. Il nostro impegno per le alleanze arabe e internazionali
La cultura araba ha avuto una civiltà gloriosa e pluralista, che ha contribuito al progresso del mondo. Essa ha creato Stati e sistemi di governo e istituzioni. La religione non è mai stata un ostacolo a questi traguardi. Se noi oggi ci volgiamo contro questa cultura in nome della religione, noi tradiamo la grande eredità del passato e la nostra costante lotta per il progresso e la sicurezza. Noi siamo impegnati a sostenere la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e le successive Dichiarazioni arabe. L’ultima di queste è la dichiarazione di al-Azhar riguardo le libertà fondamentali.
Noi siamo parte di questo mondo, e aspiriamo a essere positivamente partecipi del suo progresso. Non siamo spaventati dal resto del mondo e non vogliamo essere una fonte di paura per gli altri. Non vogliamo isolarci dal resto del mondo e non vogliamo  che il mondo si isoli da noi. Ricordiamo che i musulmani costituiscono un quinto della popolazione mondiale, e un terzo di essi vive in Paesi non musulmani.

6. Il nostro impegno verso il Libano perché sia una patria e uno Stato democratico unificato
Basata sui valori di libertà, libera associazione e vita sociale comune, la formula libanese dello Stato ha creato un sistema consensuale, che garantisce le libertà di base e ha condotto ad uno Stato fiorente. Certo, noi riconosciamo che il sistema libanese di governo soffre di grossi problemi, ma questo sistema rimane aperto a miglioramenti, nella misura in cui la libertà politica e religiosa sono garantite e la volontà del popolo è salvaguardata. I pensatori e intellettuali libanesi musulmani, molti dei quali sono laureati alla Makassed, hanno contribuito a questa cultura di libertà e a questo pensiero islamico liberale. Essi si sono uniti ad altri intellettuali libanesi nel tracciare l’Alleanza nazionale, gli accordi di  Taef e i Dieci principi che Dar Al Fatwa ha proclamato nel 1983. Quest’ultimo documento afferma i principi della cittadinanza comune, del governo civile, delle libertà civili e della lealtà al Libano come Stato sovrano e patria per tutti i cittadini. Noi vogliamo che il Libano rimanga unito e democratico, protettore delle libertà e dei diritti di tutti i cittadini e un modello di società plurale e libera. Il Libano sarà quindi un esempio da seguire per tutti i regimi arabi che stanno soffrendo profondamente a causa dell’estremismo e dell’intolleranza e dei crimini commessi in nome della religione, che cacciano le persone fuori delle proprie case, ignorando i principi della convivenza e della dignità umana. Il modello libanese sarà [uno] di tolleranza, di non violenza e di umanesimo.  

7. Il ruolo e l’impegno della Makassed
La Makassed rimarrà fedele alla sua missione e ai suoi principi come sono stati definiti 137 anni fa. Esso sgi impegna per la libertà di educazione e l’insegnamento della tolleranza religiosa. La Makassed ha insegnato l’islam a numerose generazioni tramite rinomati insegnanti proveniente dal Libano e da altri Paesi arabi.
Noi faremo rivivere questa tradizione e riformeremo l’insegnamento dell’islam in stretta collaborazione con Dar Al Fatwa, e beneficeremo dai recenti metodi innovativi di insegnamento di materie civiche. La Makassed è sempre stato un faro di tolleranza nell’educazione civica e religiosa. Col volere di Dio, rimarrà tale.
Beirut è stata “la Madre delle leggi” e una casa per la libertà e la creatività. Allo stesso modo in cui ha partecipato alla creazione dello Stato moderno e al progresso della libertà, essa si sforza di rimanere tale, insieme coi musulmani, i non musulmani, con la Makassed, in questi tempi difficili per gli Arabi e per il Libano. Beirut rimarrà la torcia dell’illuminismo musulmano, del progresso arabo e della pace umanitaria.


mercoledì 11 novembre 2015

Niente sesso, siamo egiziani!

di Monica Macchi











Per tutto il tempo che vivi o ti muovi dentro al Cairo,

sei costantemente denigrato. Sei destinato a incazzarti.

Anche se impieghi tutte le forze della Terra

non puoi cambiare questo destino.





 


 
Una Cairo post-moderna sporca, inquinata, sovraffollata, piegata alle leggi del consumismo: qui Bassàm, il protagonista di استخدام الحياة (Istikhdam al-Hayat -“L’uso della vita”- Il Cairo, Dar al-Tanwir, 2014) si barcamena tra sesso, droghe e alcol cercando di sfuggire dalle grinfie dei bauab. i portinai che lo bloccano quando cerca di salire a casa delle amiche. In particolare in un capitolo (che gli arabofoni possono gustare online a questo indirizzo http://ahmednaje.net/2014/07/fiv/) c’è una descrizione molto esplicita di un rapporto sessuale con una donna più grande. Ebbene per questo il 14 novembre lo scrittore, giornalista di Akbar el Adab (prestigioso settimanale letterario diretto da Gamàl al-Ghitàni) e blogger egiziano Ahmed Naji (ecco il suo blog وسع خيالك “Allarga la tua immaginazione” http://ahmednaje.net/category/english/) ed il suo editore Tareq al-Taher dovranno difendere loro ed il libro dall’accusa di offesa alla morale per il suo “contenuto sessuale osceno”. In base all’articolo 187 della legge 59 del 1937 rischiano due anni di carcere e una multa tra le 5000 e le 10000 ghinee (tra i 600 e i 1000 €).
Questo libro è un lavoro ibrido: in parte prosa, in parte graphic novel di Ayman El-Zorkany le cui tavole sono state esposte in gallerie d’arte sia ad Alessandria che al Cairo senza alcun problema. E’ stato stampato in Libano da Dar al-Tanweer e quindi ha già ottenuto un visto per essere pubblicato in Egitto ma questo non lo protegge dall’essere portato in tribunale….qualora ci sia una denuncia formale. Joe Rizk di Dar al-Tanweer, ha scritto che si segue uno schema comune: “un libro è disponibile per un certo periodo finchè arriva un reclamo e poi una denuncia per il contenuto offensivo”…come del resto è successo nel 2008 per “Metro” di Magdy al-Shafee con multa e confisca di tutte le copie e ci sono voluti ben cinque anni e il successo e le traduzioni internazionali (per l’Italia è disponibile alla casa editrice “Il Sirente” acquistabile qui http://www.sirente.it/prodotto/metro-magdy-el-shafee/) per trovarlo anche in Egitto.

martedì 17 marzo 2015

La campagna per rendere i profughi VISIBILI


Ogni 4 secondi, una persona è costretta a fuggire dalla propria casa (oltre 20.000 persone al giorno). Se contiamo tutti insieme gli oltre 51,2 milioni di profughi nel mondo, il risultato è una nazione sterminata, la 26° per popolazione, tra Sud Africa e Corea del Sud. Sono più di quanti ne abbia generati la Seconda guerra mondiale e tra questi, 33,3 milioni sono sfollati all’interno del loro stesso paese, 16,7 milioni sono rifugiati all’estero, 1,2 milioni aspettano di ricevere asilo.

Numeri che racchiudono in uno spaventoso niente le vite di milioni di uomini, donne, bambini costretti a lasciarsi tutto alle spalle a causa di guerre e violenze a cui non hanno contribuito ad alcun titolo.
You save lives è la campagna lanciata oggi dall’Unione Europea e Oxfam per fare il punto, attraverso il nuovo rapporto I Paesi degli invisibili: 51 milioni di persone in fuga dai conflitti, sulle tre principali crisi umanitarie del momento che si consumano in Siria, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana. Una piattaforma digitale raccoglierà inoltre storie e testimonianze di chi è dovuto partire dalla propria terra alla disperata ricerca di un rifugio: donne, uomini, vecchi e bambini costretti a salvarsi la vita nella disperazione della fuga, privi di ripari, coperte, vestiti, cibo e acqua, come di sicurezza e protezione, di lavoro, istruzione e denaro per sopravvivere. Tutti senza un presente e a maggior ragione senza un futuro.

L’Europa non può rimanere indifferente di fronte all’immane tragedia che questo esodo dei nostri tempi rappresenta – ha detto Riccardo Sansone, responsabile emergenze umanitarie di Oxfam Italia – In Siria, da quando la guerra civile è iniziata 4 anni fa, si contano 11,4 milioni di profughi, vale a dire metà della popolazione; in Sud Sudan, uno dei paesi più poveri del mondo, in poco più di un anno di conflitti, siamo già a 2 milioni; mentre la guerra in Repubblica Centrafricana ne ha provocati 860.000. You save lives si propone di informare i cittadini europei, aggiungendo ai numeri la vita vera di queste genti: ‘rendere visibili’ i bisogni di chi non ha più niente, la fragilità di un quotidiano privo di normalità e prospettive, la disperazione che spinge molti di loro ad attraversare il Mediterraneo in cerca di un futuro nel nostro continente.”

C’è una ragione in più perché i cittadini europei devono conoscere meglio un tema come questo. Sono loro, infatti, la fonte principale degli aiuti che l’Europa invia ai rifugiati. Due esempi: nel 2013 la Commissione Europea ha destinato quasi 550 milioni di euro al sostegno di rifugiati e profughi in 33 Paesi. A tale sforzo si aggiunge il contributo di organizzazioni come la nostra, che integrano i fondi pubblici con denaro proveniente da privati e aziende. Queste donazioni, grandi o piccole che siano, permettono di alleviare le sofferenze di coloro che hanno perso tutto, aiutandoli a ritrovare speranza.

Purtroppo il numero di rifugiati e profughi continuerà a crescere ogni giorno, se non si pone fine alla violenza – ha concluso Sansone – È essenziale pervenire a una soluzione politica dei conflitti che sia sostenibile e inclusiva. Tuttavia, anche se questi conflitti terminassero domani, il livello dell’emergenza umanitaria resterebbe altissimo, e continuerebbe a necessitare di sostegno per molti anni ancora.”

La solidarietà europea può fare la differenza tra la vita e la morte, e queste vittime rendono testimonianza dell’impatto che l’aiuto umanitario può avere sulla loro condizione. La Commissione Europea, per mezzo del suo Dipartimento per gli Aiuti Umanitari e la Protezione Civile (ECHO), soccorre ogni anno oltre 120 milioni di vittime di conflitti e disastri. Attraverso la propria sede centrale di Bruxelles e una rete mondiale di sedi locali, ECHO fornisce assistenza ai soggetti più vulnerabili in base ai loro bisogni umanitari. Per maggiori informazioni visitare il sito web di ECHO.
(da oxfamitalia.org)





L'Associazione per i Diritti Umani ha realizzato per voi il video seguente in cui Oxfam parla dei profughi e dei rifugiati in Libano:









martedì 13 gennaio 2015

Approfondire e riflettere su cosa accade (#JesuisCharlieEbdo)



Alla luce di quello che sta accadendo a Parigi (fatti gravissimi che coinvolgono tutti), l'Associazione per i Diritti Umani propone il video dell'incontro che ha organizzato, poche settimane fa, con il Prof. Camille Eid e il giornalista Shady Hamadi.



Si parla di guerra globale, di scontro di civiltà?



L'incontro è stato organizzato per ricordare la figura di Padre Paolo Dall'Oglio che tanto ha fatto per il dialogo, un dialogo spezzato brutalmente dagli ultimi fatti di cronaca.








Vi ricordiamo che l'Associazione per i Diritti Umani organizza e conduce incontri di approfondimento anche per le scuole medie, superiori e in università. Per informazioni, potete scrivere alla mail: peridirittiumani@gmail.com

venerdì 31 ottobre 2014

Rifugiati in Libano: la fotografia e la realtà



Spesso accade che le immagini raccontino più delle parole e il Festival di Fotografia etica, che si è tenuto dal 17 al 19 e dal 24 al 26 ottobre scorsi raccoglie tanti reportage di autori italiani e stranieri, lavori fotografici che fanno riflettere sull'attualità.

L'Associazione per i Diritti Umani ha visitato tutte le mostre che hanno arricchito il programma della manifestazione e, tra quelle che ci hanno colpito maggiormente, segnaliamo: Life in war dell'iraniano Majid Saeedi sull'Afghanistan, Child-Withches of Kinshasa di Gwenn Dubourthoumieu sui bambini considerati stregoni e, quindi, perseguitati, reportage vincitore della sezione Short Story del World Report Award, In/Visible di Ann-Christine Woertl sulle mutilazioni genitali maschili e femminili, e Beautiful Child di Laerke Posselt che ha ripreso alcune bambine prima, durante e dopo i concorsi di bellezza americani.


Ma l'Associazione per i Diritti Umani ha pensato anche, sperando di farvi cosa gradita, di riprendere la presenazione della mostra intitolata Libano, una marea umana di rifugiati, a cura di Oxfam e con le fotografie di Giada Connestari.

Di seguito i due video della presentazione. I video sono disponibili anche sul canale YouTube dell'Associazione per i Diritti Umani (scritto proprio così) su cui trovate tutto il nostro materiale, anche con le presentazioni che abbiamo realizzato nel mesi precedenti.






 
 
Se apprezzate il nostro lavoro, potete donare anche solo 2 euro: in alto a destra trovate la dicitura "Sostienici" e potete fare la vostra offerta con Paypal o bonifico, è molto semplice e sicuro. Potremo, così, continuare ad offrirvi materiale sempre più ampio. I nostri video sono anche sul canale YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti Umani.

venerdì 7 febbraio 2014

La guerra e l'amore, l'orrore e la bellezza: le poesie di Golan Haji






Golan Haji è un giovane poeta curdo siriano, patologo di professione, ma poeta di fama riconosciuta, vincitore di molti premi letterari e collaboratore per diversi organi di stampa libanesi anche se ora vive in esilio in Francia a causa della guerra civile nel suo Paese d'origine.

In questi giorni è uscita la raccolta dal titolo “L'autunno, qui, è magico e immenso”, ed. Il Sirente, in cui l'autore propone le sue liriche, scritte negli ultimi due anni e pubblicate per la prima volta in italiano e con testo arabo originale a fronte. 

La guerra è fatta di lance che trasfigurano il corpo della terra; l'orrore comporta paura, solitudine e abbandono; l'esilio può essere ironia e la bellezza, cosa può essere la bellezza se non lo sguardo di un bambino e un desiderio nascosto dietro la spalla e sotto le ciglia?

Riprendendo la lezione di Italo Calvino nelle sue “Lezioni americane”, la poesia, nel testo di Haji, si pone, nei confronti della guerra, come Perseo di fronte alla testa della Gorgone: il poeta non rimane pietrificato perchè non guarda la testa, ma i suoi riflessi nello scudo. Un poeta, Haji, fortemente ancorato alla contemporaneità, ma che non permette all'orrore di pietrificare anche la libertà insita nel fare poesia. Nei suoi versi orizzonti, corpi e anime sono composti dalla stessa materia e quelle pietre o quelle lance possono farsi nuvole.

L'autore, infatti, dice: “Per uno scrittore in una situazione come quella della Siria, usando l'uscita di sicurezza dell'incubo per superare le lacrime e il dolore, è importante riuscire a vedere noi stessi in modo diverso, la nostra memoria e il nostro passato. Dobbiamo meditare e contemplare il passaggio di tempo degli ultimi due anni e interrogarci”.


Dal corpo della terra evaporare

le piogge gli avevano insegnato,

all'ombra delle rose addormentarsi

i gatti gli avevano insegnato;

e il pozzo lo guidava ad occultarsi.

Gialle le foglie in giro volano e urlano;

e l'affanno dell'albero lui ascolta.

Il mondo è lacerante come le punte delle lance,

brandelli sventolano come stendardi nell'arena

dove i folli nuotavano nelle nostre ferite

pregandole di rimanere aperte;

e nulla questo sangue fermerà

escluso il sole e il vento.




Da: L'autunno, qui, è magico e immenso

sabato 18 gennaio 2014

Un'associazione e una biografia dal Libano






Pubblichiamo la seguente comunicazione che ci ha mandato una nostra lettrice, Mona Mohanna, che ringraziamo. Crediamo che possa interessare molti di voi.




Chers amis, chères amies,

J’espère que vous vous portez bien et que vous avez passé de bonnes vacances d’été.

Comme vous devez le savoir, la situation actuelle au Liban n’est pas fameuse due à la crise syrienne et à la division politique qui en découle, ce qui nous met dans une situation d’inquiétude permanente. Le Liban accueille actuellement autour de 1.5 millions de réfugiés syriens selon les estimations du gouvernement, et pourtant nous réussissons à maintenir une situation viable. L’association Amel est devenue un acteur crucial dans l’aide apportée aux populations en difficulté et aux réfugiés syriens au Liban. Le travail sur le terrain porte réellement ses fruits, et Amel a plus de 24 centres sur tout le territoire et trois cliniques mobiles aidant tous les nécessiteux, indépendamment de leurs appartenances religieuse, politique, géographique ou communautaire.J’ai le plaisir de vous écrire ce message pour vous annoncer la publication de la biographie de Kamel Mohanna: «Un médecin libanais engagé dans la tourmente des peuples: les choix difficiles» aux éditions de L’Harmattan écrit par le talentueux auteur, Chawki Rafeh, avec une préface de George Corm et une introduction d’Ibrahim Baydoun.Après trois publications au Liban en arabe, la version en français est enfin disponible. Ce livre parle d’une vie d’engagement humanitaire et est le couronnement d’années de travail et d’investissement dans des causes justes.

«Né l'année de l'indépendance du Liban, en 1943, à Khyam, un village du Liban Sud, le Docteur Kamel Mohanna a étudié à l'époque de l'analphabétisme, défiant la pauvreté pour devenir médecin. Il s'est forgé un rôle libanais en s'engageant dans le mouvement étudiant qui, dans les années soixante, a soulevé la France. Puis, dans les années soixante-dix, suivant la route tracée par Che Guevara, il rejoignit les révolutionnaires dans les montagnes du Dhofar. C'est là-bas qu'il participa à la marche des « médecins aux pieds nus » sur les pas de Mao Tsé-toung. Il résista ainsi aux sirènes de Paris, du Canada et des quartiers chics de Beyrouth. Il leur préféra, à son retour au Liban, la misère des camps de réfugiés palestiniens où il vécut auprès des pauvres et des malades dont il fit sa cause. En pleine guerre civile, dans les années soixante-dix et quatre-vingt, il sillonna le Liban, n'hésitant pas à aller à l'encontre de tous les préceptes politiques communément admis. En 1979, il créa l'association Amel, pacifiste en temps de guerre, ouverte à tous en temps de partition, prêchant la vie à l'ombre du suicide collectif. Jusqu'à aujourd'hui et à travers cette organisation non confessionnelle, il œuvre afin de développer l'humanité de l'être humain, sans tenir compte de ses appartenances religieuses, politiques et géographiques, vers un monde plus juste et plus digne.

Kamel Mohanna est aujourd’hui président d’Amel Association International et Coordinateur général du collectif des ONG libanaises et arabes. Il est aussi pédiatre et professeur à l'université libanaise.». Cette biographie est un témoignage crucial dans cette période de recrudescence de tension et de haine afin que la nouvelle génération n’oublie pas toutes les atrocités qui ont été commises au nom de différents confessionnels. Il est donc important que ce livre reçoive un accueil favorable et touche le plus de personnes possible en France, au Liban et ailleurs. Plusieurs évènements de lancement auront lieu: A Beyrouth d’abord lors du Salon du Livre du 1er au 10 Novembre où se tiendra une table ronde, et à Paris à des dates qui restent à confirmer – nous vous les communiquerons dès que possible.

Un grand merci pour votre soutien et l’intérêt que vous pourrez porter à cette biographie qui retrace le parcours d’un médecin pris dans la tourmente des hommes et d’un engagement permanent dans les causes humanitaires.

Bien cordialement,

Equipe de Communication d’Amel Association

Eva Boisrond et Marie Justine Delmas
info@amel.org.lb - youtube: amelassociation's channel
http://www.amelassociation.org
https://twitter.com/#!/AmelNGO

lunedì 13 gennaio 2014

La morte del "leone di Dio"




Si è spento, ad 86 anni, Ariel Sharon, in coma dal 2006 a causa di un'emorragia cerebrale e dopo una lunga esistenza come leader politico e militare. 


Ministro dell'Agricoltura, svolge un ruolo di primo piano nel programma di costruzione degli settlements a Gaza e in Cisgiordania; come Ministro della Difesa è stato l'artefice dell'invasione del Libano, nel 1982. Nel 2000, come capo dell'opposizione al Parlamento, compie un gesto dimostrativo: entra, accompagnato da una scorta armata, nella spianata delle moschee a Gerusalemme per rendere chiaro che anche quella parte della città deve sottostare alla sovranità israeliana. L'episodio dà inizio alla Seconda Intifada. Nel 2004, però, decide per il ritiro dei soldati dalla striscia di Gaza – decisione con la quale vuole dimostrare, alla comunità internazionale, la buona volontà di Israele nel volere la pace – ma tale decisione viene vissuta come un tradimento da parte della destra religiosa. Un anno dopo lascia il partito Likud, nazionalista e liberale, per fondare il partito Kadima, centrista, a cui prende parte anche Shimon Peres, Nobel per la Pace.

Difficile riassumere in poche righe una vita intensa, complessa e controversa come quella dello statista israeliano il cui nome, Ariel, significa “il leone di Dio”. E proprio il suo nome rimane legato ad uno degli avvenimenti più tragici della Storia del '900: il massacro di Sabra e Shatila, i campi di rifugiati in cui persero la vita più di tremila arabi palestinesi. Il massacro, che durò dal 16 al 18 settembre 1982, fu perpetrato dalle milizie cristiane libanesi in un'area direttamente controllata dall'esercito israeliano e causò i terribili fatti di sangue, noti come la “guerra dei campi”, tra il 1985 e il 1987. Questi fatti si inseriscono nel contesto della guerra civile libanese: Israele, infatti, sostenne con le armi, la comunità cristiana dei maroniti e l'Esercito del Sud del Libano (cristiano-maronita) contro l'OLP e le forze armate cristiane.

Ma questa è una maniera astratta per parlare di guerra e di Storia, Per capire davvero quali siano le conseguenze di un conflitto, di qualsiasi conflitto, vi consigliamo di leggere un romanzo che si intitola: Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa edito da Feltrinelli.


Amal, la nipotina del patriarca della famiglia Abuleja, è la voce narrante di quattro generazioni di palestinesi costretti ad abbandonare la propria terra, dopo la nascita dello Stato di Israele. La deportazione, nel 1948, nel campo profughi di Jenin; i due fratelli che si trovano a combattere su fronti opposti; la maternità e i numerosi lutti. Amal, alter-ego dell'autrice, intreccia le storie individuali alla grande Storia di un Paese martoriato, con crudo realismo e vibrante poesia. Più di sessant'anni di storia, tra il 1941 e il 2002: gli anni del conflitto israelo-palestinese e delle devastazioni che si sono riversate su donne, uomini, bambini che hanno distrutto rapporti familiari e generazioni. Eppure qualcosa, almeno nella finzione letteraria, riesce a salvarsi.

La scrittrice è nata da una famiglia palestinese in fuga dopo la “Guerra dei sei giorni”, ha vissuto in un orfanotrofio a Gerusalemme per poi trasferirsi negli Stati Uniti e, con questo suo lavoro, non ha voluto attribuire colpe, ma ha voluto raccontare la verità, la verità di chi troppo spesso non viene ascoltato, in particolare dei profughi “sospesi” nei campi, ma che riescono ad andare avanti nonostante tutto e grazie all'amore.


martedì 16 aprile 2013

I disorientati: l'ultimo romanzo di Amin Maalouf




Autobiografia e finzione; Passato e Presente; Oriente e Occidente; vita e morte; storia individuale e riflessione universale: tutto questo ne I disorientati, l'ultimo lavoro editoriale di Amin Maalouf, pubblicato da Bompiani.
Il Libano non viene mai chiamato così, ma si parla, nel testo, di “Levante”, e dal Levante prende l'avvio la storia di Adam, fuggito dalla guerra e ora insegnante di Storia a Parigi. All'annuncio della morte dell'ex amico Mourad, Adam è costretto a ritornare nel proprio Paese d'origine dove tutto è rimasto uguale e dove il tempo sembra essersi fermato. Sembra: è rimasto, forse, il Circolo dei Bizantini, quel gruppo di ragazzi che voleva cambiare il mondo, ma a cambiare sono stati proprio loro. Il conflitto li ha separati e spinti verso strade diverse; c'è chi è andato all'estero, chi è rimasto in patria, imbrigliato nelle maglie corrotte della politica e chi ha deciso di partecipare alla guerra civile. Adam cerca di radunare i sopravvissuti: emergono, così, i rancori sopiti e le verità non dette, ma il confronto, sincero anche se difficile, cambierà il presente del protagonista.
Amin Maalouf è uno scrittore libanese, illuminista arabo che, nel 2011, ha ricevuto la spada di Accademico sulla cui lama ha fatto incidere i simboli della sua doppia identità: la Marianna della Rèpublique e il cedro del Libano. Quel riconoscimento è stato, per lo scrittore, importantissimo perchè ha sancito il suo ingresso nell'istituzione fondata dal cardinal Richelieu per codificare e salvaguardare la lingua francese. Libanese e francese, mediorientale ed europeo: Adam è l'alter ego di Maalouf che, narrando la propria vicenda in prima persona, riporta il clima intellettuale della giovinezza dell'autore, le sue aspirazioni e le speranze dei suoi coetanei in un momento di grande fervento storico e politico. Ma la guerra, durata dal 1975 al 1990, ha distrutto ogni possibilità di cambiamento. In un'intervista a Famiglia Cristiana, Maalouf racconta: “ La guerra è iniziata il 13 aprile del 1975, di domenica, con due massacri. Uno, la sparatoria contro l'autobus dei militari palestinesi in un quartiere di Beirut, è avvenuto sotto la finestra di casa mia, a trenta metri. Ero un giornalista appena tornato dal Vietnam, ma ricordo con terrore quella decina di secondi, appoggiato al muro per proteggermi, che causarono oltre venti morti. Non volevo far crescere i miei figli in un posto dove, a 14 anni, si può prendere il fucile per ammazzare una persona”. Infatti, lo scrittore, allo scoppio della guerra, scappa dal Libano e ora vive a Parigi. Ma per circa una trentina d'anni non ha voluto parlare o scrivere della propria esperienza e fare i conti con la Memoria individuale. Lo fa ora, con questo romanzo. Perchè adesso è in grado di affrontare il senso di colpa causato dal fatto di essere andato via, di aver scelto la strada più facile. Ritornano, nel libro, i temi a lui più cari: l'esilio, appunto, l'incontro tra due culture differenti, il confronto religioso, la ricerca della propria identità. Ma, in questo suo ultimo lavoro, lo scrittore aggiunge un argomento importante: dalla cultura greca classica, dall'Occidente, riprende la riflessione sul “nostos”, sul ritorno. Il ritorno alle proprie radici, alla propria Terra, per guardarsi in faccia e ammettere che, forse, anche lui stesso è un dis-orientato.
Amin Maalouf



martedì 19 febbraio 2013

Profughi siriani in Libano: paura, disagi, razzismo


Ventidue mesi di guerra in Siria continuano ad avere conseguenze drammatiche per la popolazione: mancano, in molte aree del Paese, energia elettrica e viveri. Nelle zone in cui sono in corso i combattimenti – che si inaspriscono soprattutto nelle città di Aleppo, Damasco e Homs – il prezzo degli alimenti è aumentato di quasi il doppio e, se i prodotti sono disponibili nei supermercati, le persone non hanno denaro sufficiente per acquistarli.
Il WFP (World Food Programme, Programma Alimentare Mondiale) cerca di prestare soccorso alle persone, lavorando a stretto contatto con il partner locale – la Mezzaluna Rossa Arabo-Siriana – e fornendo assistenza alimentare a gran parte dei 14 governatorati siriani, anche se molte zone sono irraggiungibili per problemi di sicurezza.
Il WFP cerca di dare aiuto alla popolazione rimasta nella case attraverso la distribuzione di buoni pasto che possono essere utilizzati per ottenere formaggio, latte, yogurt e uova, ma è necessario aiutare anche tutti i rifugiati che hanno cercato riparo in Giordania, Turchia, Iraq e Libano.
Riportiamo alcune testimonianze di chi è rimasto in Siria e di chi ha deciso di scappare, raccolte dal sito de La Repubblica nei giorni scorsi:
...Le prime volte che la corrente saltava tutto si fermava, ora si festeggia se c'è energia per un'ora. Ora è arrivato l'inverno e non c'è carburante in città. Il freddo ci ha obbligato a bruciare i mobili per scaldarci”, racconta Mohamed.
...Riuscivo a dormire solo quando ero davvero esausto, poi erano le esplosioni a svegliarmi. La sopravvivenza quotidiana era diventata un lavoro di squadra, come quando a turno, si andava a fare il bucato comune”, dice Rabia.
Vorrei che tutto tornasse come prima, che il tempo andasse all'indietro. Purtroppo so che non può succedere”, queste le parole di Zaher.
Medici Senza Frontiere e altre ONG, spiegano che in Libano la situazione, per i profughi siriani, è ancora più difficile perchè le autorità hanno deciso di non allestire dei campi per loro (soprattutto donne e bambini) per cui i rifugiati sono ospitati da alcune famiglie oppure vivono in alloggi di fortuna, come ad esempio: garage, scuole o altri edifici abbandonati, fattorie. Il problema (e il timore) è che l'arrivo di una gran quantità di rifugiati – per la maggior parte musulmani sunniti – possa alterare gli equilibri all'interno di un Paese, il Libano, in cui un terzo della popolazione è sunnita, un terzo sciita e un terzo cristiana.
A questo si aggiunge la presenza delle milizie e della comunità palestinese, presenti sul territorio dal 1995 a seguito della guerra civile: come dimostra un video di Anti-Racism Movement, l'arrivo dei nuovi profughi desta paure mai sopite e pregiudizi rivolti ai rifugiati siriani, pregiudizi riguardanti, in particolare, i temi del lavoro e delle violenze sessuali.
Una situazione, quindi, che si fa, via via, sempre più complessa e che deve destare preoccupazione e interesse da parte delle forze internazionali.