di Riccardo Nouri (da Corriere della sera.it)
Raif Badawi, il blogger saudita condannato a 10 anni di carcere e a 1000 frustate per i contenuti dei suoi post, ha aggiunto ieri il suo nome al prestigioso elenco dei vincitori del premio Sakharov del Parlamento europeo per la libertà di pensiero. Il premio è stato ritirato dalla moglie, Ensaf Haidar.
Il premio, da un lato, riconosce l’importanza della figura e dell’azione di Badawi; dall’altro, costituisce una dura critica alla repressione che l’Arabia Saudita sta attuando nei confronti di blogger, attivisti e difensori dei diritti umani, anche attraverso il ricorso a pene crudeli e inumane.
Ma soprattutto la decisione del Parlamento segna un profondo contrasto col silenzio assordante della diplomazia dell’Unione europea che, ad oggi, non solo non ha reagito alle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita ma non ha neanche chiesto il rilascio incondizionato e immediato di Raif Badawi. Allo stesso modo, molti stati dell’Unione europea sono rimasti muti di fronte alla clamorose violazioni del diritto internazionale dei diritti umani, che chiamano in causa l’Arabia Saudita tanto all’interno del paese quanto in Yemen, dove le forze armate di Riad guidano una coalizione che dal 27 marzo bombarda senza pietà il paese.
L’assenza di iniziativa da parte dell’Unione europea coincide con un profondo aumento del ricorso alla pena di morte in Arabia Saudita, con almeno 151 esecuzioni quest’anno, più di quelle del 2014. Inoltre, da tre anni a questa parte, il governo saudita sta sistematicamente annullando ogni forma di attivismo sui diritti umani, anche grazie alla legislazione “antiterrorismo” entrata in vigore nel febbraio 2014.
L’avvocato di Raif Badawi, Waleed Abu al-Khair, è stato il primo difensore dei diritti umani condannato (a 15 anni di carcere!) ai sensi della nuova legge.
È evidente che nelle relazioni dell’Unione europea con l’Arabia Saudita, così come con gli altri paesi del Golfo, siano in gioco molti interessi di natura diversa, come l’energia, la fornitura di armi, le relazioni commerciali e la cooperazione contro il terrorismo.
L’Unione europea e molti dei suoi stati membri citano la necessità di cooperare con l’Arabia Saudita contro il terrorismo come scusa per non prendere posizione sui diritti umani. Ma in realtà sono proprio le controverse norme antiterrorismo in vigore in quel paese ad aver causato l’imprigionamento di molti difensori dei diritti umani. Cooperando con l’Arabia Saudita e al contempo ignorando ed evitando di condannare pubblicamente le violazioni dei diritti umani, l’Unione europea sta dando alle autorità di Riad il segnale di via libera ad andare avanti.
Ieri, Amnesty International ha chiesto all’Alta rappresentante e vicepresidente dell’Unione europea, Federica Mogherini, di convocare una discussione urgente del Consiglio affari esteri (che riunisce i 28 ministri degli Esteri dell’Unione europea) che intraprenda azioni concrete per ottenere il rilascio di Raif Badawi, del suo avvocato Walid Abu al-Khair e di tutti gli altri difensori dei diritti umani attualmente in carcere per aver esercitato pacificamente i loro diritti e aver difeso i diritti di altre persone. Da questa discussione potrebbe svilupparsi una strategia per fare miglior uso delle relazioni tra Unione europea e Arabia Saudita, allo scopo di proteggere i diritti umani universali.
"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
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giovedì 17 dicembre 2015
Il Parlamento europeo premia Raif Badawi, l’Unione europea tace sui diritti umani in Arabia Saudita
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domenica 29 novembre 2015
Ashraf Fayadh, poeta, curatore e artista, condannato a morte da un tribunale dell’Arabia Saudita
Ashraf Fayadh, poeta, curatore e artista, è stato condannato a morte da un tribunale dell’Arabia Saudita, paese dove è nato da genitori palestinesi.
È accusato di aver promosso l’ateismo con i suoi testi inclusi nell’antologia poetica "Instructions within" (2008), di aver avuto relazioni illecite, di aver mancato di rispetto al profeta Maometto e di aver minacciato la moralità saudita. La sentenza è stata emessa il 17 novembre ed è previsto che Fayadh possa presentare una richiesta d’appello entro trenta giorni.
Fayadh, 35 anni, è rappresentante dell’organizzazione di artisti britannico-saudita Edge of Arabia. Nel 2013 è stato tra i curatori della mostra Rhizoma alla Biennale di Venezia. È stato arrestato nel gennaio del 2014 e nel maggio dello stesso anno è stato condannato a quattro anni di prigione e 800 frustate da un tribunale di Abha, nel sudovest dell’Arabia Saudita.
Dopo che il suo primo ricorso è stato respinto, una nuova corte lo ha condannato a morte.
Mona Kareem, poeta e attivista per i diritti dei migranti che ha lanciato una campagna per la liberazione di Fayadh, ha detto al Guardian che il poeta non può chiedere a un avvocato di difenderlo perché dal giorno del suo arresto non ha più i documenti d’identità. Secondo Kareem, Fayadh sarebbe vittima di discriminazione perché di origine palestinese.
Mona Kareem, poeta e attivista per i diritti dei migranti che ha lanciato una campagna per la liberazione di Fayadh, ha detto al Guardian che il poeta non può chiedere a un avvocato di difenderlo perché dal giorno del suo arresto non ha più i documenti d’identità. Secondo Kareem, Fayadh sarebbe vittima di discriminazione perché di origine palestinese.
Durante le udienze il poeta ha dichiarato di essere musulmano e ha respinto le accuse.
Libertà per il poeta #AshrafFayadh condannato a morte in Arabia Saudita.
PER FIRMARE la PETIZIONE SU CHANGE.ORG:
domenica 4 ottobre 2015
Arabia Saudita:attivista rischia di essere messo a morte
La Corte penale
speciale e la Corte suprema dell’Arabia Saudita hanno confermato la
sentenza capitale nei confronti di Ali
Mohammed Baqir al-Nimr,
giovane attivista sciita condannato a morte per reati presumibilmente
commessi all’età di 17 anni.
È accusato di
“partecipazione a
manifestazioni antigovernative”,
attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano armata e possesso di
un mitra. La condanna sarebbe stata emessa sulla base di una
confessione estorta con torture e maltrattamenti.
Ali al-Nimr è nipote di un eminente religioso sciita - Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, anch’egli condannato a morte.
Ali al-Nimr ha
esaurito ogni possibilità di appello e può
essere messo a morte appena il
re ratifica la condanna.
Chiedi con Amnesty l’annullamento della sentenza, indagini sulle torture e che l’Arabia Saudita rispetti i diritti umani.
Leggi il testo completo dell'appello
IL
CASO
Il
14 febbraio 2012, Ali
Mohammed Baqir al-Nimr, 17 anni,
viene arrestato e condotto presso la Direzione generale delle
indagini (Gdi) del carcere di Dammam. Non può vedere il suo avvocato
e, secondo quanto riferisce, viene
torturato
da ufficiali della Gdi affinché firmi una “confessione”.
Resta
detenuto nel centro di riabilitazione giovanile Dar al-Mulahaza per
un anno e, a
18 anni,
riportato nella Gdi di Damman.
Il
27 maggio 2014, il tribunale penale speciale di Gedda lo condanna a
morte per reati che comprendono la “partecipazione a manifestazioni
antigovernative”, attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano
armata e possesso di un mitra. Il tribunale si sarebbe basato sulla
“confessione” estorta
con la tortura e
maltrattamenti e su cui si è rifiutato di indagare.
Ad
agosto 2015 il caso viene inviato al ministro dell’Interno per dare
attuazione alla sentenza.
A
settembre la famiglia diffonde la notizia appresa: i giudici di
appello presso la Corte penale speciale (Scc) e della Corte suprema
confermano
la sentenza.
Ali
al-Nimr è un attivista
scita
e nipote dell’eminente religioso sciita Sheikh Nimr Baqir al-Nimr,
di al-Awamiyya in Qatif, nella zona orientale dell’Arabia Saudita,
condannato a morte dal tribunale penale speciale il 15 ottobre 2014.
LA
PENA DI MORTE IN ARABIA SAUDITA
L’Arabia Saudita è tra i paesi che eseguono il più alto numero di sentenze: dal 1985 al 2005 sono state messe a morte oltre 2200 persone; da gennaio ad agosto 2015, almeno 130 esecuzioni.
L’Arabia Saudita è tra i paesi che eseguono il più alto numero di sentenze: dal 1985 al 2005 sono state messe a morte oltre 2200 persone; da gennaio ad agosto 2015, almeno 130 esecuzioni.
Violando
la Convenzione sui diritti dell’infanzia e il diritto
internazionale, ha messo a morte persone per reati commessi quando
erano minorenni.
Spesso
i processi per reati capitali sono tenuti in segreto e sono sommari e
iniqui, senza l’assistenza e la rappresentanza legale durante
le varie fasi della detenzione e del processo. Gli imputati possono
essere condannati sulla base di confessioni estorte
con torture e maltrattamenti,
coercizione e raggiri.
Le
tensioni
tra la comunità sciita e le autorità saudite sono
cresciute dal 2011,
quando sono cresciute le manifestazioni contro gli arresti e le
vessazioni di sciiti che svolgevano preghiere collettive e violavano
il divieto di costruire moschee sciite.
Le
autorità saudite hanno risposto con la repressione di chi era
sospettato di partecipare o sostenere o esprimere opinioni critiche
verso lo stato. I manifestanti sono stati trattenuti senza accusa e
in isolamento per giorni o settimane e sono stati segnalati
maltrattamenti e torture.
Dal
2011, quasi 20 persone collegate alle proteste sono
state uccise
e centinaia incarcerate.
Per firmare l'appello di Amnesty:
http://appelli.amnesty.it/arabia-saudita-pena-di-morte-social/
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sabato 20 giugno 2015
Fermiamo la tortura: il supplizio di Raif Badawi
di Alessia Lucconi
Il rumore dello schiocco, il colpo che lacera la carne, il dolore che invade il cervello, moltiplicato per 50 volte e poi ancora per 20: 1000 frustate: questo il supplizio a cui Raif Badawi è stato condannato per aver espresso le sue opinioni in un Paese dove questo è un reato, l’Arabia Saudita.
Raif è un blogger di trent’anni che ha creato il sito Saudi Arabian Liberals, https://sites.google.com/site/freesaudiliberals/ dove ha criticato la polizia religiosa, ha criticato i funzionari che avevano sostenuto il divieto di includere le donne nel Consiglio della Shura e ha proposto un dibattito sull’urgenza del secolarismo. Per questo è stato accusato di vari reati tra cui “insulti all'Islam, crimini informatici e disobbedienza al padre”, arrestato nel 2012 e condannato il 7 maggio 2014 a una multa di 1.000.000 di rial sauditi (circa 196.000 euro), 10 anni di prigione e 1000 frustate. La moglie, con i figli, si è rifugiata in Canada e da lì cerca di portare avanti la difesa del marito.
Il 9 gennaio 2015 Raif ha subito le prime 50 frustate.
Amnesty International si è attivata per promuovere numerose iniziative di protesta ed ha raccolto oltre 20.000 firme per chiederne la liberazione; anche a seguito delle proteste internazionali, la condanna alla fustigazione viene temporaneamente sospesa per ragioni mediche. A fine maggio gli viene vietato, per 10 anni dopo la condanna, di lasciare il Paese e di svolgere qualsiasi attività nel campo dei media.
E’ dell’8 giugno 2015 la notizia che la Corte suprema dell’Arabia Saudita ha riconfermato la condanna al pagamento della multa di 1.000.000 di rial sauditi, 10 anni di prigione e 1000 frustate.
Gli scritti di Raif saranno pubblicati nel libro «1000 Lashes: Because I Say What I Think» ("Mille frustate: Perché io dico ciò che penso”).
La posizione dell’Arabia Saudita in questo momento è molto delicata perché se da un lato deve fare attenzione alla sua immagine nei Paesi che protestano per questa sentenza, dall’altro non può ignorare la forte influenza interna dei salafiti musulmani ultra-conservatori che invocano il rispetto della legge coranica e la libertà di esercitarla.
Negli articoli 5 e 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani viene detto:
“Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a maltrattamento o a punizioni crudeli, inumane o degradanti.”
E ancora
“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione; questo diritto include la libertà di sostenere opinioni senza condizionamenti e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo ai confini.”
Stop
Torture
The
snap, the blow tearing the flesh, the pain invading the brain,
multiplied by 50 times and then again by 20: 1000 lashes.
This
is the punishment of Raif Badawi, sentenced for having expressed his
opinions in a Country where this is a crime, Saudi Arabia.
Raif is a thirty years old blogger that has created the website Saudi Arabian Liberals, https://sites.google.com/site/freesaudiliberals/, where he criticized the religious police, criticized officials who had supported the ban on including women in the Shura Council and proposed a debate on secularism (the adoption of a secular policy).
For
this reason he was charged with various offenses (including insults
to Islam, computer crime and disobedience to his father), he was
arrested in 2012 and sentenced on 7 May 2014 to pay a fine of one
million Saudi riyals (about 196,000 euros), 10 years in prison and
1,000 lashes.
His
wife, with their children, tooks refuge in Canada and from there she
tries to defend her husband.
The
January 9, 2015, Raif has undergone the first 50 lashes.
Amnesty International has promoted numerous protest actions and has collected more than 20,000 signatures to ask for his release;
Amnesty International has promoted numerous protest actions and has collected more than 20,000 signatures to ask for his release;
Also
as a result of international protests, the sentence of lashing was
temporarily suspended on medical grounds.
In
late May, he has been banned for 10 years after conviction, to leave
the country and to carry on any kind of activity in the media
field.
On 8 June 2015, the Supreme Court of Saudi Arabia confirmed his sentence of paying a fine of one million Saudi riyals, 10 years in prison and 1,000 lashes.
Raif's writings will be published in the book "1000 Lashes: Because I Say What I Think".
On 8 June 2015, the Supreme Court of Saudi Arabia confirmed his sentence of paying a fine of one million Saudi riyals, 10 years in prison and 1,000 lashes.
Raif's writings will be published in the book "1000 Lashes: Because I Say What I Think".
The
position of Saudi Arabia now is very delicate because while it must
pay attention to its image in the countries that are protesting for
this judgment, on the other hand it can not ignore the strong
influence of the internal ultra-conservative Salafi Muslims who
invoke the respect for the Islamic law and the freedom to exercise
it.
In Articles 5 and 19 of the Universal Declaration of Human Rights is respectively said:
"No
one shall be subjected to torture or ill-treatment or cruel, inhuman
or degrading treatment."
And yet
And yet
"Everyone
has the right to freedom of opinion and expression; this right
includes freedom to hold opinions without interference and to seek,
receive and impart informations and ideas through any media and
regardless of frontiers. "
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