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lunedì 14 dicembre 2015

A Perfect day: la strana normalità nel dopoguerra balcanico






A dieci anni dall'uscita del bel lavoro intitolato I lunedì al sole, torna nelle sale italiane l'ultimo film del regista spagnolo Fernando Leòn De Aranoa: A Perfect day, presentato alla Quinzaine des Rèalisateurs al 68mo Festival di Cannes.

Torniamo nella No men's land (per citare un'altra bellissima pellicola di Danis Tanovic) della terra balcanica, nel 1995. Siamo agli inizi degli accordi di pace, ma la situazione è ancora complessa. Ecco, allora, l'importanza dell'attività dei cooperanti volontari, chiamati per bonificare il territorio, dopo lo scempio di una guerra.

Il gruppo protagonista del racconto è composto dal capo della spedizione – il burbero e romantico Mambrù – dall' idealista Sophie, dalla spregiudicata Katya, dal disancantato B. Insomma, un campionario di tipi umani, con un bel bagaglio di virtù e debolezze. La loro missione consiste nel rimuovere, da un pozzo, il cadavere di un uomo che inquina l'acqua destinata ai sopravvissuti del luogo: vecchi, donne e bambini. Per portare a termine l'obiettivo sarebbe necessario trovare una corda. Tutto qui? Sì, ma l'impresa non sarà così facile.  

Aranoa si affida ad un ritmo lento, a scene dilatate e a dialoghi sferzanti per raccontare una vicenda comune, quasi banale che, proprio nella sua banalità, fa emergere prepotentemente l'assurdità dei conflitti e delle loro conseguenze. I nostri “eroi” alla ricerca della corda, infatti, si imbattono in una burocrazia a dir poco infernale, in un girone dantesco da cui emergono personaggi grotteschi, burattini e burattinai accecati da un senso del dovere privo di qualsiasi ragionamento, dove leggi e cavilli sono le uniche àncore di salvezza in un mondo saltato in aria, anche dal punto di vista etico.

Non è espressamente un film di denuncia o antimilitarista, ma è una storia che passa dal registro della commedia e delle piccole cose, per far riflettere su temi più universali: i personaggi sono ben caratterizzati, forse anche troppo, ma rimangono interessanti le relazioni che si vengono a creare tra loro e che pongono agli spettatori alcune domande: “Cosa avrei fatto io, al posto suo?”, ad esempio. Il meccanismo di proiezione o di identificazione è importante, al cinema, soprattutto quando si lavora con una materia esplosiva come quella di una guerra, che sia quella di ieri o quelle di oggi; così come è importante il tema della Memoria perchè, come dimostra la stessa sceneggiatura, la Storia tende a ripetersi e quasi mai nei suoi aspetti migliori.


Protagonista del film risulta essere anche la colonna sonora. Lou Reed, i Velvet Undergroud, Marilyn Manson, sottolineano le scene drammatiche ambientate in Spagna, ma che ricordano i paesaggi desolati e severi dei Balcani e riportano il pensiero agli argomenti più seri: l'operatività contorta dell'ONU, le difficoltà continue delle operazioni umanitarie, la devastazione di una guerra, che permane anche a distanza di anni. E allora concediamoci un sorriso (seppur amaro), suggerisce il regista, tanto fuori piove e, comunque, bisogna continuare a lavorare.

lunedì 25 agosto 2014

La Cattolica per i piccoli siriani



Un progetto ludico-ricreativo dell’Unità di ricerca sulla resilienza con Fondazione L’Albero della Vita per accogliere i minori in fuga dalla Siria che transitano dalla stazione centrale di Milano. Il contributo degli studenti-volontari dell’ateneo



Arrivano ogni giorno alla stazione Centrale di Milano. Sono minori siriani, quasi sempre con la famiglia, in transito dal luogo dello sbarco in Italia verso i paesi del Nord Europa. A Milano sono di passaggio e restano mediamente cinque giorni nella speranza di raggiungere, grazie all’aiuto di conoscenti o parenti, Paesi europei che idealmente offrono maggiori opportunità di lavoro. La situazione all’arrivo in stazione è difficile e pericolosa a causa di traffici illeciti, offerte di passaggi clandestini che tolgono ai profughi i pochi soldi rimasti, e della mancanza di beni di prima necessità come cibo, vestiti, un riparo per la notte.



Il progetto “Emergenza Siria”, promosso dalla Fondazione
L’Albero della Vita Onlus e dall’Unità di ricerca sulla resilienza dell’Università Cattolica insieme al Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale (Cesi), è nato a ottobre 2013 con l’esplodere dell’emergenza, per dare sostegno ai minori siriani sempre più numerosi in arrivo sul territorio milanese e accolti presso i centri di accoglienza di via Aldini e via Salerio, gestiti rispettivamente dalla Fondazione Progetto Arca e dalla Cooperativa Farsi Prossimo per conto del Comune di Milano. Qui lavora un gruppo di operatori volontari, studenti dell’Università Cattolica e studenti arabi iscritti a diverse facoltà degli atenei milanesi, appartenenti al gruppo Swap (Share With All People). Questa associazione studentesca nata in seno all’Università Cattolica e guidata dal docente di lingua araba Wael Farouq, si propone di favorire uno scambio interculturale tra studenti provenienti da ambienti diversi.



In questi centri sono stati attivati spazi ludico-creativi per i bambini, dove si svolgono attività specifiche di sostegno e recupero della quotidianità nel momento transitorio. Da ottobre ad oggi questi centri sono stati frequentati da 2200 bambini. Ogni giorno si lavora con un numero di ragazzi, tra i 5 e i 14 anni, variabile tra 10 e 40 per ogni centro, anche se spesso sono presenti bambini dai 2 anni di età, a cui sono proposte attività specifiche più adatte a loro. Le fasi del progetto, partito nei giorni scorsi e attivo sicuramente fino a metà ottobre, sono quattro.



La prima prevede un percorso di formazione gestito dall’Unità di resilienza della Cattolica rivolto a tutti i volontari coinvolti nel progetto, sulla base dell'esperienza maturata nell'ambito di progetti di sostegno psicosociale di minori siriani rifugiati in Libano e Giordania e di altri progetti condotti con minori in contesti di emergenza (Gaza, Haiti, Abruzzo, Molise, Sri Lanka, Cile, Cambogia, Pakistan...). La seconda fase consiste nell’attivazione di un intervento ludico-creativo in uno spazio dedicato, predisposto dall’Albero della vita, dove l’Unità di resilienza mette a frutto le competenze psicologiche e le conoscenze maturate nel corso dei tanti progetti elaborati in situazioni di emergenza.A questo segue l’attivazione di un percorso laboratoriale di promozione della resilienza condotto da studenti e tirocinanti della Cattolica. L’ultima fase è quella di ricerca, strettamente legata alle attività dei laboratori: utilizzando anche questionari, indaga i fattori che permettono ai bambini di superare in modo positivo i propri vissuti ed è finalizzata ad individuare buone pratiche educative e psicologiche di sostegno alla crescita. Una volta analizzati i risultati dell’indagine si procederà con un aggiornamento della formazione dei volontari che collaborano al progetto.



In particolare le attività ludiche utilizzano principalmente il disegno e la manualità, attraverso lavori che richiedono, oltre ai pennarelli e alle matite colorate, l’utilizzo di colla e carta crespa. Tutti questi strumenti contribuiscono a individuare le paure e le difficoltà incontrate dai bambini a fronte degli aiuti e della protezione che hanno ricevuto; a scoprire le risorse interne che aumentano l’autostima e la condivisione con gli altri; a percepire la propria storia attraverso ricordi positivi e negativi e a esprimere sogni e desideri per una rappresentazione positiva di sé nel futuro; a descrivere il periodo post migratorio e a rafforzare la propria identità culturale.



Nei momenti di attività nei due centri di accoglienza che si alternano tra mattina e pomeriggio da lunedì a venerdì sono presenti a turno 2 operatrici e 15 volontari de L’Albero della Vita e 2/3 studentesse e tirocinanti della Cattolica (facoltà di Psicologia e Scienze della formazione), accompagnate da un mediatore. I mediatori linguistici (9 in tutto, appartenenti al gruppo Swap) sono figure fondamentali in questo progetto perché la brevità del soggiorno dei profughi non consente un intervento approfondito e l’uso della lingua madre facilita la comunicazione immediata sia dei bisogni sia delle risposte.


SIRIA, LE CIFRE DI UN’EMERGENZA

Il numero dei profughi della guerra che dal marzo del 2011 sta dilaniando il Medio Oriente è allarmante: nel 2013, 10.552 siriani sono approdati sulle coste del nostro paese, di cui 3.523 minori. Solo da gennaio a maggio 2014 sono stati riscontrati 6.620 arrivi di cui 1.542 minori (364 non accompagnati). Gli ultimi dati del Comune di Milano parlano di 14.500 profughi siriani accolti da metà ottobre 2013 al 9 luglio 2014, di cui 10.500 negli ultimi due mesi e 3.836 bambini. Il 61% sono diretti in Scandinavia, il 26,5% in Germania e il 9,3% nei Paesi Bassi.

(Comunicato su www.unicatt.it)

sabato 12 gennaio 2013

Pakistan: riprendono le vaccinazioni antipoliomelite

Solo un mese fa il Pakistan si è macchiato ancora di sangue: a Karachi, nel sud del Paese, un colpo di pistola alla testa, un attacco coordinato per uccidere quattro volontarie che partecipavano alla campagna antipoliomelite. Un'altra giovane operatrice, 17 anni, è stata colpita a morte a Peshawar, nel nord, e altre due sono state ferite.
La mano armata è quella delle organizzazioni mafiose e degli insorti islamici che - facendo leva sulla propaganda e sulla superstizione - vogliono controllare i quartieri e le città. Alcuni gruppi religiosi avevano, infatti,  emesso una fatwa contro la profilassi che, secondo una credenza popolare, può ridurre la fertilità maschile; i talebani si sono opposti alla campagna di vaccinazione anche per il timore che gli operatori sanitari fossero agenti di spionaggio. 
Tutto questo aveva indotto l' Unicef e l'Organizzazione mondiale della sanità a sospendere le operazioni. Ma, per fortuna, in questo caso c'è la buona notizia: dal 5 gennaio sono, infatti, riprese le vaccinazioni contro la poliomelite, soprattutto nei villaggi dove - ancor più che nelle città - mancano l'assistenza sanitaria e la cultura della salute.
Le autorità del Paese hanno affermato che provvederanno a fornire una protezione  adeguata ai volontari, medici e infermieri delle agenzie ONU impegnate nel lavoro: si spera che mantengano la promessa perchè non si può strumentalizzare la salute di 5 milioni di bambini.