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venerdì 31 luglio 2015

Family reunification not deportation!

di Mayra Landaverde  (Mayralandaverde.it)



Ogni volta che lui era in ritardo anche di soli cinque minuti io pensavo subito che l’avessero fermato. Pensavo gli avessero chiesto i documenti e sapevo bene che andava in giro senza nemmeno una fotocopia del passaporto, perché fra gli stranieri senza permesso di soggiorno si dice così, non portare il passaporto se no ti mandano indietro al tuo paese, invece senza documenti loro non possono sapere da dove vieni.

Io sono stata fermata solo una volta quando non avevo ancora il mio permesso ma non mi hanno fatto niente, mi hanno lasciata andare subito. I poliziotti erano impegnati con due ragazzi che non parlavano l’italiano.

Così quando lui era in ritardo cominciavo ad agitarmi tanto, tantissimo. Perché avevamo già un bambino...Se l’avessero fermato, io cosa avrei fatto? Nel migliore dei casi l’avrebbero espulso, nel peggiore dei casi l’avrebbero rinchiuso in un CIE, e lì sì che sarei andata fuori di testa. Decisi, nel caso l’avessero espulso, di andare subito a vivere nel suo Paese perché volevo vivere con lui e il nostro bimbo, non importa dove.

Non è mai successo, siamo ancora qui a Milano insieme e tutti quanti ora abbiamo il permesso di soggiorno. Anche se ogni due anni ci viene l’ansia del rinnovo, che comunque è legato al lavoro, e si sa, noi siamo solo mano d’opera, mica abbiamo una vita vera.

Il 20 luglio 2015 Emma Sanchez (messicana) e Michael Paulsen (statunitense) si sono sposati con rito cattolico davanti al muro che separa Tijuana in Messico da San Diego negli Stati Uniti.

Non hanno scelto loro il posto. Emma è stata espulsa dagli USA 10 anni fa. Ha vissuto negli Stati Uniti per 5 anni senza permesso di soggiorno, ha conosciuto suo marito, si sono sposati in Comune e hanno avuto dei figli. Così Emma ha deciso di tornare a Ciudad Juarez in Messico per rientrare negli Stati Uniti in modo legale. L’hanno fermata e le hanno dato il divieto di ingresso negli USA per 10 anni, anche se lei era già sposata con un cittadino americano e aveva tre figli.

I suoi figli la vanno a trovare a Tijuana una volta a settimana. Questo è l’ultimo anno dal mandato. L’anno prossimo proverà ancora ad entrare legalmente negli Stati Uniti.

Il governo statunitense deporta in media ogni anno 400.000 migranti, il 75% dei quali sono messicani. Di questi, 152.000 sono genitori di bambini nati su suolo americano, quindi con la cittadinanza americana. I bambini rimangono negli USA con i parenti più vicini oppure nelle strutture fatte apposta per accogliere i figli di migranti deportati.

Nel 2011 erano 5.100 minori. Non ci sono dati attuali precisi, visto che l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) non li considera nemmeno.

Nel 2013 un gruppo di parlamentari repubblicani e democratici ha proposto una riforma alla legge per l’immigrazione con dei punti specifici sulla “Reunification family”. Queste riforme permetterebbero ad esempio di richiedere un visto temporaneo ai genitori deportati affinché regolarizzino la propria situazione rimanendo nel Paese, cioè senza essere obbligati a lasciare i propri figli.

Mentre il parlamento discute questa legge le persone si sposano davanti ai muri di confine, i bambini crescono senza madri o padri e le mogli piangono per i loro mariti. Chi può rispondere ad Alexis Molina, figlio di Sandra Payes deportata da anni in Guatemala, che si chiede come mai sua madre non c’è più?


lunedì 25 maggio 2015

Un’agenda deludente, che non dà risposte alla necessità di mettere al primo posto la salvaguardia della vita dei profughi



Pubblichiamo di seguito il comunicato dell'Arci riguardante l'agenda europea in tema di migrazioni.




Esprimiamo delusione e amarezza per i contenuti dell’Agenda europea sulle migrazioni presentata oggi dalla Commissione europea.

Ancora una volta al centro non si colloca la salvaguardia della vita dei migranti, attraverso la messa in atto di operazioni di ricerca e salvataggio in mare e l’apertura di vie di ingresso legali, che è anche l’unica risposta efficace alla tratta degli esseri umani che si dice di voler combattere.

Si triplicano invece le capacità e i mezzi delle operazioni Triton e Poseidon dell’agenzia Frontex per il 2015 e il 2016, finalizzate alla sicurezza delle frontiere e non alla ricerca e al salvataggio dei naufraghi, e non se ne amplia il raggio di azione.



Si stabilisce in 20mila il numero di posti per i rifugiati da distribuire nei diversi paesi europei. Una cifra ridicola, se rapportata ai trecentomila arrivati l’anno passato alle frontiere europee.

Si stabiliscono le percentuali di profughi che i vari paesi Ue devono accogliere, ma senza prevedere la possibilità di successivi motivati spostamenti (per esempio per ricongiungimenti familiari) e consentire la libertà di circolazione che va considerato un diritto inalienabile di ogni essere umano. Il sistema delle quote va quindi accompagnato dall’abolizione del Regolamento Dublino e dall’introduzione dello status di rifugiato europeo.



Si parla di collaborazione con i paesi di partenza o di transito, presentandola come una possibilità per salvare vite umane eliminando le cause che spingono a migrare, ma in realtà l’intento è quello di esternalizzare le frontiere. Questo in molti casi significa bloccare le persone in paesi in cui i diritti umani sono sistematicamente violati.

Infine ci sembra estremamente pericoloso il tentativo, sostenuto dalla Commissione, di ottenere l’avvallo del consiglio di sicurezza dell’Onu ad intervenire anche militarmente in Libia per distruggere o sequestrare i barconi prima che partano, distruggere i depositi di carburante e le strutture di attracco. Il sospetto è che si usi il problema dei trafficanti per ottenere il via libera ad un intervento militare in un paese che è oggi un’autentica polveriera, col rischio di innescare una situazione esplosiva in tutta la regione. E d’altra parte qualsiasi ipotesi di bloccare i flussi via mare, attraverso il massiccio dispiegamento già in atto di navi militari, appare velleitario e incurante della necessità di mettere al primo posto la vita delle persone.

 



giovedì 21 agosto 2014

Il caso della donna siriana e i respingimenti



Lei, Suha Al Hussein, 22 anni. Lui, Omar Jneid, 33 anni. Tre figli e uno in arrivo. Scappano, insieme al padre anziano di Omar, dalla Siria, dall'inferno. Su un barcone arrivano in Italia, a Perugia, ma non fanno richiesta di asilo perchè vorrebbero raggiungere altri parenti in Germania. Ma il loro sogno si infrange in Svizzera quando alcuni poliziotti fermano 36 profughi e li riaccompagnano forzatamente alla frontiera di Vallorbe.

Qui inizia il calvario della giovane donna: si sente male, ma viene portata, come gli altri, in un centro di identificazione e chiusa in una cella per quattro ore. Le si rompono le acque. Il marito chiede aiuto o l'intervento di un medico, ma il viaggio ricomincia. I profughi, compresa Suha, vengono caricati su un treno e rispediti in Italia. Tutto questo è accaduto lo scorso 4 luglio.

All'arrivo a Domodossola, gli agenti prestano i primi soccorsi, poi la donna viene trasferita in ospedale, ma ormai la bambina che portava in grembo è morta.

La famiglia Hussein è intenzionata a chiedere giustizia: vuole denunciare la Polizia elvetica, quella francese e si rivolgerà anche alle Nazioni Unite. Il Parlamento italiano ha avviato un'interrogazione ed è stata aperta un'inchiesta.

Il medico italiano che ha preso in cura la donna ha affermato: “ Se la donna fosse stata aiutata in Svizzera, si sarebbe potuto evitare la disgrazia”.


Il caso di Suha e del marito Omar ha riacceso i riflettori sulle pratiche dei respingimenti e noi vi vogliamo riportare la storia di una manifestazione.

#NoBordersTrain - La cronaca della giornata dai confini dell’Europa


Conquistato, violando in maniera collettiva la frontiera, il diritto a chiedere asilo senza essere respinti dalla Svizzera (già su www.meltingpot.it)


Il giorno seguente alla celebrazione della giornata mondiale del rifugiato, attivisti e migranti hanno raggiunto la stazione di Milano partendo in carovana da diverse parti d’Italia, per raggiungere con il No Borders Train il confine svizzero ed iniziare a dare concretezza a quell’asilo europeo invocato da molti ma ancora ostaggio degli egoismi nazionali degli stati, conquistando con la mobilitazione di poter presentare la domanda d’asilo senza essere respinti.
Una vittoria importante considerate le
prassi arroganti con cui le autorità svizzere respingono i richiedenti verso l’Italia.
Una conquista materiale che assume un grande nella battaglia dello spirito della Carta di Lampedusa.
Dopo essersi concentrati all’esterno della Stazione di Milano nel primo pomeriggio gli attivisti e i rifugiati sono entrati ed hanno dato vita ad una conferenza stampa per spiegare, attraverso molti interventi, le ragioni dell’iniziativa.
Si sono poi recati ai binari, presidiati dalla polizia, per prendere il treno, denunciando la militarizzazione costante che accompagna il muoversi dei migranti e dei rifugiati.
Ai binari la polizia e la Digos hanno cercato di impedire l’accesso alle carrozze ma la determinazione dei manifestanti è stata più forte dei cordoni delle "forze dell’ordine" e tutti insieme sono saliti sul #noborderstrain" che è partito verso Chiasso.
All’arrivo del #noborderstrain in territorio elvetico la polizia di frontiera avrebbe voluto dividere gli italiani dai rifugiati che secondo le autorità dovrebbero essere rinchiusi in strutture ad hoc ma i manifestanti compatti hanno continuato a restare tutti insieme ed imporre che la domanda d’asilo fosse accettata senza restrizioni della libertà.
Dopo ore di protesta, occupato con interventi e slogans la stazione elvetica il #noborderstrain ha raggiunto una grande conquista: si è ottenuto di poter presentare la domanda d’asilo senza essere respinti.
I manifestanti hanno lasciato la stazione in corteo per andare ad accompagnare i richiedenti asilo e raggiungere una festa etica in cui sono stati salutati da slogans e applausi e poi il #noborderstrain è ripartito verso Milano.
In serata intanto ad
Ancona gli attivisti delle Ambasciate dei diritti hanno riaperto le reti del Porto dando vita ad iniziative proprio in una zona, oggi sottratta ai cittadini anconetani per nascondere gli altri respingimenti, quelli che l’Italia continuamente pratica nei confronti di chi fugge dalla Grecia.
Una giornata di lotta, nello spirito della Carta di Lampedusa , che dopo l’occupazione dei consolati, continua un percorso di lotta europea verso il
26 e 27 giugno quando mentre il Consiglio europeo si riunirà a Bruxelless per discutere di frontiere, pattugliamenti e nuove regole operative, arriverà nella capitale belga la “Marcia dei rifugiati” .
Un commento con Nicola Grigion alla conclusione dell’importante giornata di mobilitazione che si inserisce nelle mobilitazioni europee.