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sabato 5 dicembre 2015

Quello che sta succedendo ad Idomeni, frontiera greco-macedone, dove l’Europa ha chiuso le porte della rotta balcanica

Le notizie che arrivano dal report di Amnesty International non sono per niente rassicuranti. La storia si ripete e la situazione è molto grave. Nelle ultime 48 ore ci sono state espulsioni collettive e discriminazioni nei confronti dei migranti percepiti come economici solo sulla base della nazionalità. Per molte persone non è stato possibile accedere alla procedura di asilo e migliaia di persone sono state costrette a restare in condizioni disastrose al valico di frontiera tra Grecia e Macedonia. Assente qualsiasi luogo di accoglienza e forma di assistenza umanitaria.
In pratica il 18 novembre Macedonia, Grecia e Croazia, quasi simultaneamente e senza preavviso hanno chiuso il passaggio, con l’unica eccezione delle persone che hanno i documenti per dimostrare di provenire da Siria, Iraq e Afghanistan. Perchè è risaputo che le persone arrivino con i propri documenti. Ha iniziato la Macedonia e di conseguenza in Grecia la polizia di frontiera, presso il villaggio di Idomeni, blocca il passaggio (sempre con eccezione di Siriani, afghani e iracheni) sulla base del fatto che poi la Macedonia non li fa entrare. Sulla frontiera macedone c’è una fortissima militarizzazione, e giovedi sera la frontiera è stata chiusa completamente, per tutti senza discriminazione. Riaperta venerdi, in mattinata, ma solo per le tre nazionalità. Transitano ad un ritmo di una cinquantina di persone all’ora. Le attese, quindi, tornano ad essere enormi e si dilatano.
Secondo MSF a Idomeni c’è accoglienza solo per 900 persone, mentre giovedi notte circa 6000 persone hanno dormito li e se ne aspettavano circa 8000 per venerdi notte. Nel frattempo, il centro di accoglienza a Gevgelija, sul lato macedone del confine, si trova vuoto e inutilizzato. Una ONG e gruppi di solidarietà locali hanno fornito cibo; Save the children e UNHCR stanno distribuendo i pasti. La polizia greca non riesce a sostenere le esigenze di tipo umanitario. Giovedi circa 200 iraniani hanno bloccato i binari per non far transitare un treno che trasportava cittadini siriani in Macedonia, quindi anche tensioni tra le diverse nazionalità che divide le persone in desiderabili e non. Anche la Serbia dal 18 fa passare solo le tre nazionalità prescelte senza alcuna valutazione della situazione individuale.
Circa 200 persone sono state rimpatriate collettivamente in Macedonia dove hanno trascorso la notte alla stazione ferroviaria Tabanovce in prefabbricati forniti dall’UNHCR. La notte successiva la Macedonia ha chiuso il suo confine e circa 100 persone sono riaste bloccate nella terra di nessuno al confine tra i due Paesi. Non è stato concesso l’accesso nemmeno all’UNHCR. Sempre il 18 novembre la Croazia non fa transitare 440 persone dal suo confine con la Serbia. Le polizie di frontiera dei due Paese cooperano per evitare che le persone riescano a prendere i treni da Sid. Un gruppo di persone (incluse tre donne e due bambini) provenienti da paesi tra cui il Marocco, il Bangladesh e il Pakistan sono stati arrestati in Croazia e riportati in Serbia. Alcuni giorni fa, il consiglio straordinario dei Ministri degli Interni e della Giustizia EU, ordine del giorno rafforzamento dei confini esterni e anche dell’area Schengen. Se non dovesse bastare le frontiere le esternalizziamo. Una risposta, che come già succede in Libia, non fa altro che rendere più pericoloso il passaggio delle persone. In definitiva, una risposta che stenta a cambiare rotta.

martedì 27 ottobre 2015

I migranti e le “Iene”



Nell'ultima puntata della trasmissione “Le iene” è andato in onda un servizio che parla dei migranti che tentano di arrivare in Europa dalla Libia. Come sempre, lo stile che caratterizza il servizio è molto forte perchè i giornalisti o conduttori della trasmissione sono giovani, rampanti e diretti per cui testimoniano la realtà in maniera cruda. In questo caso, però, la scelta è efficace.


 

Ecco il link per vedere il servizio:







lunedì 28 settembre 2015

Intervista ad Andrea Margelletti, Presidente del Centro Studi Internazionali



L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto, per voi, alcune domande al Dott. Andrea Margelletti, Presidente del Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) e lo ringrazia molto per la sua disponibilità.





E' probabile che tra i migrati che arrivano in Europa ci siano persone “pericolose”? Come combattere la cultura della paura, diffusa da alcune parti politiche?


Bisognerebbe definire cosa vuol dire “pericolose”: una cosa sono i terroristi, un'altra sono i criminali. Sul fatto che arrivino criminali o persone che in poco tempo vanno a delinquere, mi pare evidente perchè è una realtà che accomuna tutte le migrazioni. Chi si sposta in condizioni disperate, in alcuni casi, può essere attratto dai guadagni facili e questo è successo anche agli italiani che sono emigrati all'estero; quindi si tratta di un fenomeno endemico nei grandi numeri.

Altra cosa, invece, è il terrorismo: fino ad ora non ci sono risultati terroristi arrivati con i barconi anche perchè il terrorista è una persona estremamente formata, preziosa per il gruppo terroristico e non si rischia di metterlo su un barcone dove può affondare; è più facile che arrivi in Europa con un visto turistico o, addirittura, che sia cittadino europeo.



Per bloccare il traffico umano è inutile arrestare solo gli scafisti. Quali operazioni sarebbero necessarie allo scopo?


Le operazioni che nessuno si sente in grado di fare: sarebbe opportuno intervenire nelle zone per cui le persone partono (e non mi riferisco soltanto alla Libia, ma anche all'Africa sub-sahariana) con delle politiche di lunghissimo termine ed estremamente costose. Al momento, non mi pare che alcun Paese europeo o occidentale abbia voglia di spendere miliardi di euro per questo tipo di attività che richiedono molti anni per vedere i primi risultati.


Qual è il suo parere, quindi, riguardo alle politiche europee in termini di sicurezza e di immigrazione?


Dal punto di vista della sicurezza interna, c'è grandissima collaborazione tra le forze di polizia e i servizi di informazione-sicurezza. Poi ciascun Paese adotta, sul proprio territorio nazionale, le misure che ritene più efficaci e opportune.

In termini di immigrazione non c'è una reale politica europea: l'Italia è stata lasciata sola ad affrontare il problema. Spesso la Ue, di fronte a problemi grossi, diventa una realtà di singoli e non più un'unione.



La comunità internazionale dovrebbe intervenire in alcune aree del mondo, ad esempio in Siria?


In Siria sono già presenti alcune ONG e sono in atto alcune operazioni – da parte della comunità internazionale – contro l'Isis, ma mi pare che anche in Siria, per l'ennesima volta, non vi sia, a livello di Paesi occidentali, una visione comune su come affrontare il problema.

Prima di tutto dovremmo avere una politica comune, a fonte della quale si fanno scelte comuni che possano essere anche sbagliate, ma che almeno sono condivise da tutti. Il fatto di procedere in maniera disunita ci rende deboli e vulnerabili.

domenica 27 settembre 2015

Berlino accolga anche chi fugge per fame. La maggior parte delle persone che attraversano i confini europei per trovare lavoro e costruire nuove vite non sono rifugiati.

di Ian Buruma    (da La stampa)



Com’è commovente arrivare in Germania, dove i tifosi di calcio reggono striscioni di benvenuto ai rifugiati dal Medio Oriente devastato dalla guerra. La Germania è la nuova terra promessa per i disperati e gli oppressi, i sopravvissuti alla guerra e alla razzia.
Anche i tabloid tedeschi popolari, di norma non molto disponibili, stanno promuovendo la volontà di aiutare. Mentre i politici nel Regno Unito e in altri Paesi si torcono le mani e spiegano perché anche un afflusso relativamente minore di siriani, libici, iracheni, o eritrei rappresenta una minaccia letale per il tessuto sociale delle loro società, «Mama Merkel» ha promesso che la Germania non rifiuterà nessun autentico rifugiato.
Si stima che quest’anno entreranno in Germania 800 mila rifugiati, mentre il primo ministro britannico David Cameron sta sollevando un polverone per meno di 30 mila domande di asilo e lancia cupi allerta su «sciami di persone» che attraversano il Mare del Nord. E, a differenza della Merkel, Cameron è in parte responsabile per aver attizzato una delle guerre (Libia) che hanno reso la vita insopportabile per milioni di persone. Non c’è da stupirsi che la Merkel voglia che i Paesi europei prendano più rifugiati nell’ambito di un sistema di quote obbligatorie.
In realtà, nonostante la retorica ansiogena dei suoi politici, il Regno Unito ha una società etnicamente più mescolata, e per certi versi più aperta, della Germania. Londra è incomparabilmente più cosmopolita di Berlino e Francoforte. E, nel complesso, la Gran Bretagna ha ampiamente beneficiato dell’immigrazione. Infatti, il Servizio Sanitario Nazionale ha avvertito che accettare meno immigrati sarebbe catastrofico e lascerebbe gli ospedali britannici gravemente a corto di personale.
Lo stato d’animo della Germania contemporanea può essere eccezionale. Accettare rifugiati, o qualsiasi genere di immigrati, non è mai stato facile politicamente. Alla fine degli Anni 30, quando gli ebrei in Germania e in Austria erano in pericolo di vita, pochi Paesi, tra cui i ricchi Stati Uniti, erano pronti a prendere più di una manciata di rifugiati. La Gran Bretagna aprì le porte a circa 10 mila bambini ebrei nel 1939, all’ultimo minuto, e solo a condizione che avessero sponsor locali e non avessero con loro i genitori.
Dire che l’atteggiamento generoso della Germania di oggi ha molto a che fare con il comportamento omicida dei tedeschi in passato non serve a spiegarlo. Anche i giapponesi portano un carico di crimini storici, ma il loro atteggiamento verso gli stranieri in difficoltà è molto meno accogliente. Anche se pochi tedeschi hanno ricordi personali del Terzo Reich, molti sentono ancora il bisogno di dimostrare che hanno imparato dalla storia del loro Paese.
Ma l’attenzione quasi esclusiva dei politici e dei media sull’attuale crisi dei rifugiati nasconde questioni più ampie sull’immigrazione. Le immagini di misere famiglie di profughi alla deriva in mare, in balia di contrabbandieri e gangster rapaci, può facilmente ispirare sentimenti di pietà e compassione (e non solo in Germania). Ma la maggior parte delle persone che attraversano i confini europei per trovare lavoro e costruire nuove vite non sono rifugiati.
Quando i funzionari britannici hanno detto che era «chiaramente deludente» che in Gran Bretagna ci fossero 300 mila persone in più rispetto a quante ne fossero andate via nel 2014, non stavano parlando principalmente di richiedenti asilo. La maggioranza di questi nuovi arrivati provengono da altri Paesi dell’Unione europea, come la Polonia, la Romania e la Bulgaria.
Alcuni entrano come studenti, e alcuni per cercare un lavoro. Non vengono per salvarsi la vita, ma per migliorarla. Accomunando i richiedenti asilo con i migranti economici, questi ultimi sono screditati come se stessero cercando di intrufolarsi con falsi pretesti.
È opinione diffusa che i migranti economici, dentro o fuori dell’Ue, siano principalmente poveri intenzionati a vivere con i soldi delle tasse pagate dai relativamente ricchi. In realtà, la maggior parte di loro non sono parassiti. Vogliono lavorare.
I vantaggi per i Paesi ospitanti sono facili da vedere: i migranti economici spesso lavorano di più per meno soldi rispetto alla gente del posto. Questo, per la verità, non è nell’interesse di tutti: ricordare i benefici della manodopera a basso costo non persuade le persone a rischio di vedersi tagliare il salario. È, in ogni caso, più facile fare appello alla compassione per i rifugiati che all’accettazione dei migranti economici. Anche in Germania.
Nel 2000, il Cancelliere tedesco Gerhard Schröder voleva rilasciare visti di lavoro per circa 20.000 stranieri esperti di alta tecnologia, molti dei quali provenienti dall’India. La Germania ne aveva un grande bisogno ma Schröder incontrò una dura opposizione. Un politico coniò lo slogan «Kinder statt Inder» (bambini invece di indiani).
Ma i tedeschi, come i cittadini di molti altri Paesi ricchi, non producono abbastanza bambini. Questi Paesi hanno bisogno di immigrati con energia giovanile e competenze per riempire i posti di lavoro che i locali, per qualsiasi motivo, non sono in grado o non vogliono. Questo non significa che tutte le frontiere debbano essere aperte a tutti. L’idea della Merkel delle quote per i rifugiati dovrebbe essere applicata anche ai migranti economici.
Finora, tuttavia, l’Ue non ha saputo adottare una politica coerente sull’immigrazione. I cittadini dell’Ue possono circolare liberamente all’interno dell’Unione (la Gran Bretagna vuole fermare anche questo, ma è improbabile che possa avere successo). Ma l’immigrazione economica dai Paesi non Ue, in condizioni da organizzare in modo accurato, è indispensabile e legittima. Questo non perché i migranti meritino la simpatia degli europei, ma perché l’Europa ha bisogno di loro.
Non sarà facile. La maggior parte delle persone sembrano essere più facilmente influenzate dalle emozioni - che possono portarle all’omicidio di massa o a un’autentica compassione, a seconda delle circostanze - che dal freddo e razionale calcolo del loro interesse personale.




sabato 26 settembre 2015

Rifugiati in Tunisia: tra detenzione e deportazione

Premessa

Negli ultimi mesi abbiamo assistito al tentativo di rilanciare il progetto di esternalizzazione delle frontiere europee. Un piano di esternalizzazione su piú fronti, che sulla carta riguarderebbe sia le politiche di controllo e di intercettazione dei migranti diretti in Europa, -con la firma del processo di Karthoum il 28 novembre 2014 ma già in parte preannunciato nella Task Force per il Mediterraneo partita nel novembre 2013 - sia le politiche di asilo, secondo quanto proposto dal Ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano durante il Consiglio “Giustizia e Affari Interni” dell’Unione europea del 12 marzo 2015. La Tunisia, insieme a Egitto, Marocco, Niger e Sudan, viene presentata come uno dei primi “laboratori” in cui dovrebbero venire attivati i progetti di esternalizzazione dell’asilo attraverso l’apertura di campi di “accoglienza” finanziati dall’Unione europea. E la Tunisia sarebbe anche uno dei due paesi, insieme all’Egitto, a cui l’Europa chiederà di impegnarsi in attività di sorveglianza marittima e di Search and rescue. Se così fosse, le imbarcazioni di migranti provenienti dalla Libia verrebbero intercettate dalla Garde Nationale tunisina e i migranti verrebbero trasferiti sul territorio tunisino dove le autorità tunisine verrebbero coadiuvate da OIM e UNHCR nelle procedure di esame delle domande di asilo e nella gestione dei potenziali rifugiati. Obiettivo che, in fondo, l’Unione europea aveva in parte provato a raggiungere nel marzo del 2014, ottenendo la firma della Tunisia sul partenariato di mobilità che tuttavia per il momento resta in fase di negoziazione. Certamente, gli accordi bilaterali tra Tunisia e stati europei, primo tra tutti l’Italia che nel giugno 2014 ha ulteriormente rafforzato i rapporti con la Tunisia in materia di migrazioni, non costuiscono affatto una novità; e, tuttavia, l’attuale progetto di cooperazione con i Paesi terzi sul controllo dell’immigrazione e per l’esternalizzazione dell’asilo, che vede la Tunisia tra i primi stati-laboratorio, sembra indicare un cambio di marcia nella costruzione di uno spazio di pre-frontiere europee. Mentre l’Unione europea sta dunque progettando di rafforzare le proprie pre-frontiere, umanitarie e non, esternalizzando politiche di controllo, campi di detenzione e meccanismi di protezione, alcuni dei rifugiati “diniegati” di Choucha sono ancora al campo, chiuso ufficialmente da UNHCR nel giugno 2013, da ormai quattro anni, chiedendo all’Europa di essere reinstallati in un luogo sicuro.

Il dossier che presentiamo racconta quanto sta accadendo ai migranti e ai rifugiati in Tunisia, in particolare rispetto a coloro che vengono imprigionati nel Centro di detenzione per stranieri di Al Wardia, in un quartiere della periferia di Tunisi.

Dossier sulla situazione del Centro di detenzione per stranieri a Al Wardia, Tunisi (Glenda Garelli, Federica Sossi, Martina Tazzioli)

La situazione del Centro di detenzione per stranieri di Al Wardia è particolarmente allarmante. Sappiamo che ogni mese vi vengono detenuti centinaia di migranti, senza alcuna possibilità di un sostegno legale e giuridico e, per questo, in totale balia dei poliziotti che gestiscono il Centro. I prigionieri con cui siamo riuscite a entrare in contatto telefonico ci hanno descritto una situazione molto critica, dovuta all’assenza di possibili contatti con il mondo esterno, al sovraffollamento delle celle, alla pressione da parte dei poliziotti e ai ricatti subiti per ogni domanda, alla carenza di vere cure mediche, alla situazione di scarso igiene e allo scarso cibo distribuito. Ma il fatto più preoccupante è l’assenza di ogni forma di assistenza giuridica, di modo che tutto ciò che avviene durante la detenzione e dopo è sul piano dell’illegalità. I migranti detenuti a Wardia hanno due possibilità di uscire. La prima consiste nel pagare loro stessi il biglietto per il loro rimpatrio. Segnaliamo, inoltre, che nel Centro vengono imprigionati anche i rifugiati siriani, che, non potendo evidentemente rientrare nel loro paese, sono obbligati a pagarsi un biglietto per la Turchia. Nel Centro, vengono inoltre detenuti anche rifugiati a cui l’Unhcr ha riconosciuto lo status in altri paesi. La seconda possibilità di uscire dal Centro è quella di essere deportati in Algeria. Ogni settimana, infatti, ci sono delle deportazioni durante la notte o nelle prime ore del mattino: i migranti vengono condotti in un posto di frontiera vicino alla città di Kasserine e lasciati dall’altra parte, in una zona desertica. Spesso ci sono casi di morte, perché i migranti si perdono prima di arrivare in un luogo abitato. Siamo venute noi stesse a conoscenza della morte di due migranti di origine somala, con cui eravamo in contatto durante la loro detenzione a Al Wardia e che in seguito erano stati deportati insieme ad altre persone. I sopravvissuti a questa deportazione ci hanno chiamate da una città algerina per raccontarci di questa vicenda. Vicino alla prigione per gli uomini c’è anche un luogo di detenzione per le donne e i bambini. Con questo Centro non siamo riuscite a stabilire un contatto diretto, ma siamo a conoscenza della sua esistenza attraverso le testimonianze dei rifugiati siriani con cui abbiamo potuto parlare e le cui famiglie erano detenute nei locali di quest’altro Centro. Abbiamo tali informazioni perché durante il mese di novembre 2014 siamo state contattate da un rifugiato diniegato del campo di Choucha che era stato imprigionato a Wardia e che avevamo conosciuto in occasione di una nostra visita al Campo. Abbiamo dunque potuto parlare con lui e con altre persone presenti al Centro a più riprese, sebbene ogni volta, dopo le nostre conversazioni al telefono, i migranti siano stati minacciati dai poliziotti. Abbiamo potuto anche mantenere i contatti dopo i loro rimpatri o le loro deportazioni. Abbiamo così raccolto diverse testimonianze di cui qui pubblichiamo quelle che abbiamo potuto registrare e trascrivere.

Intervista a A. dopo il suo rimpatrio (gennaio 2013)

D : Ci puoi descrivere la prigione di Tunisi in cui sei stato ? Vorremmo cercare di capire se sia possibile fare qualcosa per denunciare la situazione e per le altre persone che vi sono ancora detenute.

R: I poliziotti tunisini arrestano le persone straniere per la strada e poi le obbligano a pagare il biglietto per il loro rimpatrio.

D : Nel Centro di Al Wardia ci sono dunque solo migranti, alcuni che sono stati arrestati per strada e altri che arrivano direttamente dalla prigione?

R: Sì. Ci sono stranieri, perché è un Centro per gli stranieri, ci sono i rifugiati siriani che arrivano in Tunisia e anche alcuni rifugiati di Choucha, come me per esempio. All’interno, devi pagare per ogni cosa, se vuoi avere il cellulare, devi pagare 200 dinari. C’è soprattutto un commissario della polizia di frontiera che lavora con la Garde Nationale, è lui che organizza le cose. Dopo essere state nel Centro, le persone vengono deportate verso l’Algeria e vengono abbandonate verso mezzanotte nel deserto, nei pressi della città di Tebessa.

D : Quanti prigionieri c’erano al Centro quando sei arrivato lì?

R : C’erano continuamente nuovi arrivi, i nuovi arrivano il giovedì e la domenica.

D: Ma dove vengono deportati esattamente, in quale città dell’Algeria?

R : Per quanto riguarda l’Algeria non lo so esattamente, so che per quanto riguarda la Tunisia passano dalla città di Kasserine. So che in Algeria li lasciano vicino a una piccola città, subito dopo la frontiera.

D: Ma c’è un accordo tra la Tunisia e l’Algeria per le deportazioni?

R : No, non c’è un accordo, li lasciano lì clandestinamente. Gli danno una bottiglia d’acqua, una baguette e li abbandonano lì.

D: E’ quello che è successo anche ai somali che erano in prigione con te? E dopo che cosa è successo?

R : Alcuni si sono persi nel deserto e sono morti, mentre i nigeriani che erano con loro hanno camminato molto ma alla fine si sono ritrovati di nuovo in Tunisia, con i poliziotti tunisini. Quanto i somali che erano nella mia stessa cella sono stati deportati, i poliziotti mi hanno fatto molta pressione dicendomi che se non avevo i soldi per comperare il biglietto di rimpatrio mi avrebbero deportato in Algeria come avevano già fatto con i miei compagni di cella.

D: Quanto tempo sei rimasto a Al Wardia?

R: Due mesi. A Al Wardia c’erano circa 100 persone, ma bisogna tener conto anche delle persone che sono negli altri quattro Centri. Non so esattamente dove si trovino, io conosco quello di Alaouina ; e per tutti i Centri c’è un unico medico, così, se sei malato, ti dicono che devi aspettare il tuo turno, perché il medico deve andare anche negli altri Centri.

D : Ma nel Centro è possibile avere contatti con l’esterno ? potete tenere il cellulare?

R : Sì, ma bisogna pagare. Nel periodo in cui ero a Al Wardia un mio amico ha avuto la possibilità di avere un avvocato, quando vi aveva contattato e voi l’avevate messo in contatto con un avvocato. Nessuno prima di lui aveva avuto questa possibilità. Il poliziotto gli ha detto che aveva avuto una grande fortuna perché, appunto, nessuno prima di lui aveva avuto un avvocato. L’avvocato che è entrato al Centro ha fatto delle domande e il direttore gli ha risposto che il paese è di tutti, ma che bisogna rispettare le regole. Hanno minacciato l’avvocato, dicendogli che gli avrebbero potuto creare problemi nel caso in cui avesse continuato ad occuparsi del mio amico. Poi, quando l’avvocato se n’è andato, la polizia è venuta nella cella per minacciare il mio amico proprio perché aveva un avvocato e delle persone in Italia che si occupavano di lui e che lo aiutavano. Non riuscivano a capire, gli hanno fatto un sacco di domande rispetto a ciò, sia rispetto al fatto che conoscesse degli italiani sia rispetto al fatto che avesse un avvocato. L’hanno interrogato varie volte, e infine gli hanno detto che doveva comperare il suo biglietto d’aereo, e di farlo in fretta, perché non volevano che un avvocato e altre persone si occupassero di questa cosa. Gli hanno detto che doveva andarsene il prima possibile, perché altrimenti l’avrebbero deportato in Algeria; è per questo che aveva paura e che vi ha chiesto di aiutarlo a comperare il biglietto.

D: Quante persone sono state deportate in Algeria durante il periodo in cui sei stato lì.

R: 26 persone, perché non avevano assistenza giuridica o i soldi per comperarsi il biglietto per il rimpatrio.

D : Solo uomini ?

R: Per quanto riguarda le donne, non lo so, perché erano in un Centro vicino ma io non riuscivo a vederle. Ma per quanto riguarda gli uomini sono sicuro, la Tunisia non è un paese accogliente.

D: E per quel che concerne i rifugiati siriani, che viaggio fanno per arrivare in Tunisia?

R : Arrivano dalla Turchia con l’aereo.

D: E’ per questo che al Centro di detenzione gli chiedono di ritornare in Turchia?

R: Alcuni arrivano dall’Egitto passando attraverso il Libano, oppure arrivano in Libia con la barca. Qui, in generale, i visti hanno una validità di tre mesi, e quando il tuo visto scade bisogna pagare 100 dinari al mese per avere una carta provvisoria. Se sei al Centro di detenzione, per il rimpatrio ti chiedono di pagare l’intera somma che non hai pagato a partire dalla data di scadenza del tuo visto. Per questo l’Oim non riesce a organizzare i rimpatri, perché anche l’Oim secondo le autorità tunisine deve pagare l’intera somma, non solo quella del biglietto. Per quanto ci riguarda, noi di Choucha, che siamo in Tunisia da molto tempo e che adesso non abbiamo i documenti, siamo quasi obbligati a cercare di prendere la barca per andare in l’Italia. Io ho potuto vedere a Zarzis quanto guadagnano quelli che organizzano i viaggi, ho fatto anche dei video nei luoghi di partenza, e ho potuto rendermi conto di quanti soldi guadagnano. Ho scattato foto e ho fatto dei video, e scrivevo. Sono stato anche a Zwara per vedere i contrabbandieri. Di fatto, i giovani partivano. Ma tutti i miei video e le mie foto, ed anche la mia apparecchiatura, sono rimasti nella mia camera a Tunisi. Ero lì quando c’è stato il naufragio di 250 persone, tra cui molti rifugiati di Choucha. Quando le autorità tunisine hanno dichiarato che il campo di Choucha era stato chiuso e che non esisteva più, mentre noi rifugiati diniegati eravamo ancora lì, l’Unhcr non si è più occupata di noi. Siamo a Choucha dal 2011, ma i documenti che ci sono stati dati dall’Unhcr ci creano problemi se incontriamo la Garde Nationale. Ci ritirano i documenti e ci mettono in prigione.

D : L’Unhcr vi diceva di andare in Libia ?

R : No, non ci dicevano proprio nulla. Ci dicevano solo che non potevamo rimanere lì, e che dovevamo organizzarci per rientrare nei nostri paesi.

D : Hai dei contatti con le persone che sono state deportate in Algeria ?

R: Conosco i somali che sono stati deportati e anche un ragazzo che si chiama T. Lui mi aveva chiamato e mi aveva spiegato che in Algeria i poliziotti li mettono in prigione e dopo sei mesi li portano nel deserto tra l’Algeria e il Niger. Una volta arrivati lì, hanno 15 giorni per lasciare l’Algeria, se non se ne vanno di propria iniziativa e a proprie spese allora vengono deportati. Ma ci sono altre persone che vi possono raccontare meglio di me, due nigeriani che erano a Ben Guerdane. Uno di loro, O., può dirvi quello che succede perché loro due erano stati arrestati dalla polizia tunisina perché non avevano il passaporto e sono stati deportati in Algeria con i somali che erano nella mia stessa cella a Al Wardia. Hanno camminato a lungo, e mentre alcuni dei somali sono morti, loro si sono ritrovati di nuovo in Tunisia. La polizia tunisina li ha presi di nuovo, ma ora penso che siano a Ben Guerdane.

D : Dunque, per ritornare a questo episodio, sappiamo che due persone sono morte, ma in quale modo ?

R : Sono morte di sete nel deserto. Se si va da quelle parti con quelli della Mezzaluna rossa, si può trovare il punto in cui sono morti.

D: Ci sono altre persone, oltre ai somali, che sono morte nel deserto ?

R : Sì, molte. Quello delle deportazioni in Algeria è un sistema in atto da molto tempo, ben prima che io fossi portato in prigione. Prima della guerra, le deportazioni venivano effettuate verso la Libia, ma ora, con i problemi in Libia, deportano verso l’Algeria. Le persone deportate vengono lasciate dalla polizia dalla parti del monte Chaambi, il punto in cui ci sono i salafiti e la polizia che li combatte. Il monte Chaambi è vicino alla città di Kasserine.

D: C’erano dei medici nella prigione?

R: C’era un medico che si occupava delle donne e dei bambini. Se hai qualcosa di grave, ti portano direttamente all’ospedale.

D : E né l’Unhcr né l’Oim sono mai venuti a parlarvi ?

R: Mai. C’erano alcuni giovani che chiamavano continuamente Alessandra dell’Oim, ma quelli dell’Oim dicevano che non avevano soldi e quindi che non potevano aiutarli. Io ho il numero di telefono di Alessandra dell’Oim di Tunisi, sul mio cellulare.

D : E quindi voi eravate in contatto solo con la polizia ? Ma chi era in prigione tra le persone di Choucha?

R : Io avevo i documenti dell’Unhcr, il documento che ci hanno dato a Choucha quando siamo arrivati lì.

D : Che cosa si può fare secondo te per denunciare quello che sta accadendo ?

R : Bisogna denunciare quello che fanno, dire che fanno dei rastrellamenti per la strada, e che, dopo, portano le persone nel deserto e li condannano a morire lì. Questo non è possibile, tutti hanno il diritto a vivere. Ho dato le foto che avevo al giornale “Jeune Afrique”, perché conosco qualcuno che vi lavora e ho domandato di pubblicarle. Ho collaborato con Lorena Lando dell’Oim per cercare di capire come si organizzano le persone che vanno in Libia; ad Alessandra dell’Oim di Tunisi ho raccontato tutti i dettagli dei viaggi verso l’Italia e le morti in mare, e lei mi ha risposto che era troppo complicato.

D : Puoi raccontarci meglio com’è la situazione in prigione ?

R : A volte la polizia era violenta nei nostri confronti. A volte ci davano lo stesso cibo per l’intera giornata, e spesso riso cotto male, oppure fagioli con la carne. Sempre le stesse cose. A mezzogiorno riso e la sera couscous, o viceversa. A volte pasta senza carne. Avevo sempre la mia acqua. Non ci lasciano mangiare, non ci danno il bagnoschiuma o il sapone per la doccia. I bagni sono terribili, non vengono puliti mai e le persone possono prendersi delle malattie.

D : Ma le celle sono diverse nel caso in cui qualcuno paghi ?

R : Le persone che devono essere rimpatriate in settimana pagano i poliziotti per avere condizioni migliori e per poter stare in una cella migliore, come ha fatto, per esempio, il signore del Gambia con cui avete parlato.

D : Queste persone hanno il soldi per poter avere una cella migliore ?

R : Se gli dai dei soldi ti mettono in una cella migliore.

D : Ma sempre nella stessa prigione ?

R: Se hai i soldi puoi andare nelle celle migliori, ma solo per una settimana. Quando acquisti il biglietto d’aereo ti mettono in una di queste celle per due settimane sino al momento della partenza. Le persone che vengono arrestate (per esempio, una persona che aveva una ditta e che quindi aveva un po’ di soldi, o i siriani che hanno un po’ di soldi) possono pagare per avere migliori condizioni di detenzione, e vengono spostate in una caserma vicina.

D : Ma sempre nella stessa struttura?

R: Sempre a Al Wardia, ma non nello stesso edificio. Le celle sono nello stesso complesso, ma in un altro edificio, una caserma. Una parte dell’edificio è per la Garde Nationale, e poi c’è un altro edificio. Inoltre: dal momento che i siriani hanno un po’ di soldi, la polizia aumenta il prezzo e così devono pagare di più, e devono farlo in dollari, non in dinari. Ai siriani gli fanno pagare 300 dollari. Nel periodo in cui sono stato lì ci sono state le seguenti deportazioni: 240 siriani deportati in Algeria e 180 in Turchia; dunque, più di 300 persone in totale – dopo cerco il foglio in cui l’avevo scritto e vi dico esattamente.

Grazie mille e grazie per il tuo aiuto. Cercheremo di fare qualcosa. Comunque, restiamo in contatto.

*** Intervista con D.  (febbraio 2013)

D : Conosci dei rifugiati con lo status che sono stati imprigionati a Wardia ?

R : Sì, certo. C’era anche una persona di Choucha con lo status di rifugiato che, a un certo punto, aveva deciso di andare in Libia per partire per l’Italia perché non c’erano soluzioni per la sua reinstallazione. La barca è stata intercettata dalle autorità italiane e dopo la Garde Nationale ha portato i migranti al porto di Sfax. Poi, questo rifugiato di Choucha, B., è stato messo nella prigione di Al Wardia. D : Quando è successo ? R : Non ricordo con precisione, ma verso marzo o aprile 2014.

D : Sei rimasto in contatto con lui mentre era in prigione ?

R : Sì, ho anche contattato l’Unhcr per chiedergli di aiutarlo, dal momento che era un rifugiato. Ma le persone dell’ufficio dell’Unhcr mi hanno risposto che non potevano fare nulla, dal momento che il mio amico aveva fatto una cosa irregolare (prendere la barca dalla Libia per partire come clandestino) e dunque non potevano aiutarlo. L’Unhcr ci tratta come clandestini, anche se non abbiamo altra scelta che quella di andare in Libia e partire con la barca.

D : E cosa è successo nel suo caso ?

R : Nemmeno l’Oim poteva aiutarlo a lasciare il paese, e allora ha chiesto soldi ai suoi amici e ha comperato il biglietto di ritorno, per poter rientrare nel suo paese. Era un rifugiato e tuttavia l’Unhcr non ha fatto nulla per lui.

D: Conosci altri migranti che sono stati imprigionati a Al Wardia ?

R : Sì, anche dei siriani, perché i miei amici che sono lì in prigione mi hanno detto che ci sono i siriani e anche le loro famiglie. Una volta una donna siriana ha messo su facebook la foto di suo figlio che era anche lui in prigione, poi, verso mezzanotte, è arrivata la polizia e non si sa dove li abbiano portati. Anche noi rifugiati ora abbiamo paura, perché si sa che se si viene fermati dalla polizia e portati a Al Wardia dopo si viene deportati in Algeria. Prima la polizia deportava in Libia, ma ora deporta in Algeria. Qualche giorno fa ero all’ufficio immigrazione di Tunisi e la polizia mi ha chiesto il passaporto; ho mostrato il documento di rifugiato, quello dell’Unhcr, ma mi hanno detto che per la Tunisia quel documento non vale nulla e che potevo gettarlo nella spazzatura. Così, siamo in una situazione di totale insicurezza, possiamo essere arrestati dalla polizia in ogni momento.

Intervista con R., rifugiato eritreo soccorso dalla Garde Nationale tunisina (luglio del 2013)

D : quando sei arrivato in Tunisia?

R: Sono arrivato nel luglio del 2013. Sono partito dalla Libia in barca con altri eritrei, dalla città di Zhwara e poi la nostra imbarcazione dopo qualche ora ha cominciato ad avere dei problemi. Siamo rimasti sette giorni in mare, nessuno è venuto a salvarci. Abbiamo chiamato l’Italia, le autorità italiane ma nessuno è venuto. Il settimo giorno siamo stati salvati dalla Garde Nationale tunisina che ci ha portato a Zarzis.

D : E poi cosa è successo? Quante persone erano con te sulla barca?

R: Eravamo 94 persone, tutti eritrei. Quando siamo arrivati la Garde Nationale ci ha trasferito per qualche ore in un luogo a Zarzis, non mi ricordo dove. E poi, dopo forse un giorno, 60 di noi sono stati trasferiti nella prigione di Ouardia. Q: E gli altri? R: Non so, penso a Medenine. Sì, a Medenine.

D: E perchè ti hanno portato insieme a altri a Ouardia e gli altri in un altro luogo?

R: Non lo so, ci hanno diviso in due gruppi ma non conosco il criterio.

D : Eri già un rifugiato quando sei arrivato in Tunisia?

R: Sì avevo ricevuto lo status di rifugiato in Sudan. E anche altre delle persone sull’imbarcazione erano rifugiati come me.

D : Qunto sei rimasto a Ouardia?

R: Piú o meno un mese. Poi, ho chiamato l’UNHCR dicendo che sono un rifugiato e alla fine, dopo un mese, sono riusciti a liberarmi. Penso che tutti siano stati liberati ma io sono l’unico a essere ancora in Tunisia. Gli altri sono tornati in Libia e alcuni di loro sono adesso in Italia.

D : Che cosa ha fatto la polizia a Zarzis?

R: Mi hanno solo chiesto nome e cognome, tutto qui. E hanno portato le prime 60 persone del gruppo, me incluso, a Ouardia.

D : Quindi adesso hai il certificato di rifugiato rilasciato dall’UNHCR?

R: Sì, guarda, è questo documento. Ma non serve a niente in questo paese. Vivo qui in un quartiere periferico di Tunisi, consapevole che la polizia mi può arrestare in ogni momento. Non hai nessun diritto qui in Tunisia come rifugiato. Quando l’UNHCR mi ha aiutato ad uscire da Ouardia, poi mi hanno detto: è meglio se vai via perchè qui non puoi fare niente. Q: Ti hanno detto di tornare in Libia? R: No, non hanno detto questo. Ma hanno detto che devo costruire la mia vita autonomamente, dal momento che il documento da rifugiato qui non mi dà niente.

giovedì 24 settembre 2015

Razzisti, ma soprattutto ignoranti



di Davide Rossi

Segretario generale SISA



Migliaia di profughi delle guerre scatenate dall’Occidente, dalla Siria alla Libia, cercano scampo in Europa. Come sempre l’egoismo razzista si contrappone alla solidarietà umana e a una analisi seria delle vicende, capace di riconoscere le gravi responsabilità dei governi europei nella caduta di Gheddafi e nel contrasto del governo legittimo siriano di Assad, da sempre volto al rispetto di tutti i gruppi linguistici e religiosi della Repubblica Araba Socialista di Siria.

Tuttavia, i razzisti, certamente in mala fede, ma soprattutto ignoranti, agitano due temi, quello dell’impossibilità dell’accoglimento dei migranti in Europa, in cui secondo loro non ci sarebbe posto e quello, con il quale cercano di camuffare il loro razzismo, di aiutare i migranti a casa loro. Occorre invece capire perché milioni di donne e di uomini di Africa, Asia, America Latina e soprattutto giovani dei paesi arabi del Mediterraneo, nel giro di pochi anni verranno – per fortuna - in Europa, per lavorare, assolvendo in molti casi alle mansioni rifiutate dagli europei, pagare le tasse e contribuire in modo fondamentale al sostegno della pensioni degli europei, le quali gli stranieri stanno già pagando coi loro contributi. Questi stranieri arriveranno in numero molto più considerevole dei profughi che con pieni diritti e ragioni attualmente stanno cercando salvezza oltre i muri abominevoli eretti qua e là dall’Ungheria a tante altre parti del vecchio continente.


Qui non c’è posto


In Europa vive la popolazione più vecchia della terra, più o meno ogni giorno muoiono due anziani e nasce solo un bambino, che tra l’altro, si chiama spesso Hu, Carlos, Vladimir e Aisha. A Bruxelles, capitale europea, da oltre dieci anni il nome più frequente tra i bambini nati nel corso dell’anno e che risulta essere il primo all’anagrafe è Mohammed. Senza i figli degli immigrati, che sono i cittadini europei di domani, l’Europa vivrebbe uno spopolamento di proporzioni incredibili. Per altro in Europa nelle case è garantito ciò che lo sfruttamento delle materie prime energetiche e alimentari compiuto dall’Occidente nel resto del pianeta è negato alla popolazione mondiale, ovvero letti confortevoli e non giacigli malsani, tetti veri che proteggano dal freddo e dalla pioggia e rubinetti che garantiscano acqua corrente, quasi sempre potabile e spesso non solo fredda, ma anche calda. Tali elementari diritti umani sono negati a larga parte dell’umanità e chiunque si trovi a vivere là dove si devono fare chilometri a piedi per garantirsi a mala pena un secchio d’acqua al giorno ambisce come naturale a migliorare le proprie condizioni di vita, quindi migra là dove letti, tetti e rubinetti sono garantiti. Per di più in Europa la densità demografica è scarsa, qui di posto ce n’è molto. Mentre nel mondo si vive in dieci in sessanta metri quadrati, in Europa in molti casi in cento metri quadrati vivono solo una o due persone. Il Bangladesh ad esempio ha una superficie di 150mila chilometri quadrati, l’Italia ha esattamente una superficie doppia, 300mila, in Italia vivono 60 milioni di persone, in Bangladesh 180 milioni, ovvero il triplo. È come se in Italia ci fossero 360 milioni di cittadini. L’Egitto ha 100 milioni di abitanti, in stragrande maggioranza giovani, come il Bangladesh, con poche prospettive di lavoro e di futuro, in Egitto teoricamente il territorio nazionale è di un milione di chilometri quadrati, ma escluse le zone aride e desertiche, una popolazione quasi doppia di quella italiana vive di fatto in un territorio che è un terzo di quello italiano, in famiglie numerose e in case in cui l’acqua è portata per le scale nei secchi e la luce elettrica, quando c’è, entra attraverso un filo volante che giunge direttamente dalla strada e passa per la finestra. Ai ragazzi somali va anche peggio, l’Italia ha messo sotto il loro terreno e nel mare prospiciente le loro coste le poche scorie radioattive delle centrali nucleari italiane e parte delle abbondanti scorie radioattive delle centrali francesi, per questo è stata uccisa Ilaria Alpi, i somali quindi non possono coltivare, allevare bestiame, pescare, possono solo fare i pirati, bloccando e rivendendo i prodotti delle navi che transitano davanti alle loro coste, o emigrare. Si potrebbero proporre altre centinaia di casi in tutto il mondo. Quello che deve essere chiaro è che chiunque, avendo quindici o sedici anni e trovandosi in queste realtà drammatiche e disastrate, vorrebbe vivere in un altro posto, dove acqua e luce sono garantiti e magari anche un letto e un tetto. Per questo milioni di ragazzi del Mediterraneo e del resto del mondo nei prossimi anni verranno a vivere in Europa.


Aiutiamoli a casa loro

I primi che vorrebbero essere aiutati a casa loro sono le donne e gli uomini, le ragazze e i ragazzi di tutti i paesi della terra, che ambirebbero a crescere in pace nei loro paesi, vedendosi garantiti non solo casa, scuola, lavoro, salute, ma anche come detto, un letto decoroso, un tetto solido e un rubinetto d’acqua corrente. Le pessime condizioni di vita di larga parte dell’umanità tuttavia sono determinate dallo sfruttamento occidentale. La ricchezza costruita e accumulata dall’Occidente dal 1945 a oggi è il risultato in minima parte del lavoro degli europei e in massima parte dello sfruttamento e della rapina delle materie prime energetiche e alimentari del resto del mondo. Tale rapina a prezzi di furto, seppur camuffata da scambio commerciale, è oggi sempre più difficile per l’Occidente, essendoci paesi come la Cina e la Russia ben disposti a pagare cifre dieci volte più alte quelle materie prime precedentemente depredate dall’Occidente, che infatti vive, come scrivo spesso, un declino non reversibile.

Si potrebbero fare centinaia di esempi, ne faccio alcuni. Quando gli algerini hanno votato per chiedere che gli europei pagassero il doppio il metano e il petrolio esportato dal loro paese, in modo da garantirsi un più degno stato sociale, Francia e Italia hanno organizzato un colpo di stato per negare agli algerini i loro diritti. Quando Thomas Sankara ha creato il Burkina Faso esigendo relazioni commerciali rispettose, il presidente francese Mitterand ne ha organizzato l’omicidio e la sostituzione con politici piegati agli interessi occidentali, come un quarto di secolo prima sempre gli occidentali hanno eliminato Patrice Lumumba in Congo, che chiedeva rispetto per il suo popolo e un pagamento corretto per l’esportazione delle ricchezze nazionali. In Congo oggi gli europei organizzano una guerra in Kivu, perché non vogliono pagare il coltan, la columbotantalite, che serve per le batterie dei cellulari, più di quello che oggi pagano i cinesi. Insomma a parole gli occidentali sono per il libero mercato, ma poi, quando non possono rapinare le ricchezze, il libro mercato non lo gradiscono più e come nel caso del coltan, lo rubano e lo esportano attraverso l’Uganda, che non ha una miniera di coltan, ma è il secondo esportatore mondiale.

Aiutare a casa loro le donne e gli uomini del mondo significherebbe allora improntare gli scambi commerciali a regole di giustizia, al pagamento di salari equi, non mezzo dollaro per dodici ore al giorno in una piantagione di caffè del Gabon, o in una piantagione di cacao in Costa d’Avorio.

I governi occidentali e le multinazionali orchestrano tra loro una bestiale connivenza che ha come finalità quella di preservare queste pratiche di sfruttamento planetario generalizzato, arricchendo le multinazionali e garantendo un tenore mediamente alto di vita ai cittadini occidentali, che possono permettersi un livello di consumi inimmaginabile in qualsiasi altra parte della terra. Occorrerebbe scardinare questo sistema, dimezzare, come minimo, gli utili delle multinazionali e chiedere che tali utili vengano corrisposti ai paesi produttori, in cui l’Occidente dovrebbe smettere di imporre al potere politici le cui sole qualità sono la connivenza con gli interessi occidentali a danno dei loro popoli. Non a caso quella manciata di nazioni del mondo che si oppone a questa bestiale pratica di rapina, dai paesi bolivariani dell’America Latina, all’Iran, alla Corea Popolare, sono sistematicamente criminalizzati dalla stampa occidentale, mentre dei paesi in cui si muore di fame per garantire all’Occidente il furto delle materie prime non si parla mai. I cinesi, in Africa e nel resto del mondo, non solo pagano cifre infinitamente più alte le materie prime, ma anche collaborano all’edificazione di pozzi, strade, case, scuole e ospedali, la simpatia che suscita la Cina nei paesi del Sud del mondo nasce da gesti concreti di rispetto e di solidarietà praticati dal governo di Pechino e mai praticati dagli occidentali.

Occorrerebbe anche mettere in conto che, per aiutare a casa loro il resto dei cittadini del mondo, gli occidentali, anche contrastando e mutando le politiche criminali dei governi occidentali e delle multinazionali, dovrebbero pagare le materie prime di più, dal cacao al caffè, dalla benzina alla bolletta della luce. Certo è difficile proporlo per famiglie già impoverite dalla crisi, ma non vi è alternativa e sarebbe allora necessario rivedere radicalmente il piano di priorità e di investimenti nazionali, stabilendo chiaramente che aiuti e sovvenzioni ai cittadini europei di ciascuna nazione dovrebbero essere erogati e garantiti.

Chi dunque propone di aiutare le donne e gli uomini della terra a casa loro, o ha in mente una miserevole e inutile attività caritatevole, o agita demagogicamente una frase priva di sostanza solo e soltanto per alimentare la guerra tra poveri, europei e del mondo, senza focalizzare i problemi e la realtà nella loro essenza.


Ci troviamo quindi, di fronte a mutamenti epocali, che hanno ragioni storiche e sociali profonde. Per costruire il futuro occorre capire tali mutamenti, non nasconderli per agitare pratiche stupidamente razziste. Solo la consapevolezza di tali mutamenti ci permetterà di costruire una società solidale e aperta, ma prima di tutto capace di essere parte dei cambiamenti stessi senza subirli passivamente o peggio contrastarli con astio e paura e comunque inutilmente.

Solo promuovendo il rispetto reciproco e una convivenza rispettosa di ciascuna cultura sarà possibile costruire l’Europa di domani, l’alternativa è la bestiale barbarie dello scontro di civiltà, un progetto criminale, ma anche assurdo, perché vedrebbe comunque - e per fortuna - alla fine soccombere i razzisti, ma dopo una frantumazione sociale spaventosa in cui gli stranieri, autentici rappresentanti delle nuove forme del proletariato, si troverebbero a fronteggiare con pochi europei al loro fianco, una campagna d’odio di enormi proporzioni, in cui la violenza diventerebbe quotidiana. È tempo invece di costruire gli spazi di convivenza democratica del futuro, partendo dalla cultura e magari dal senso della storia. I lombardi ad esempio sono lombardi perché quindici secoli fa dalla Pannonia sono arrivati i longobardi. I flussi migratori, generati dalle realtà economiche e demografiche sopra esposte, sono incontenibili e saranno sempre più numerosi, nessuna forma di repressione, stupida, sbagliata e inutilmente violenta, potrà ridurli.

Contrastare il futuro è stupido e velleitario, costruirlo in forma solidale è infinitamente più utile, ragionevole e intelligente.


mercoledì 23 settembre 2015

Cosa ha imparato l'Europa dagli errori delle politiche passate?. Un intervento di Barbara Spinelli




Barbara Spinelli (Gue/Ngl) è intervenuta nella riunione congiunta delle commissioni Affari esteri (AFET) e Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE)che si è tenuta questa mattina nella sede del Parlamento europeo di Bruxelles sulRispetto dei diritti umani nel contesto dei flussi migratori nel Mediterraneo, alla presenza della vicepresidente della Commissione europea e Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini, del commissario per la Migrazione, affari interni e cittadinanza dell’UE Dimitris Avramopoulos e dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) António Guterres

«Vorrei porre due domande all'Alto Rappresentante per la politica estera Mogherini riguardo all’operazione navale EUNAVFOR Med, considerando che ci troviamo alle soglie del passaggio alla fase due dell’operazione, quella che prevede lo smantellamento delle organizzazioni dei trafficanti tramite l’abbordaggio e l’affondamento in mare aperto dei barconi su cui viaggiano i profughi – e dunque più vicini alla fase tre, quella in cui l’operazione sarà condotta nelle acque territoriali libiche e nel territorio stesso della Libia.

Quello che vorrei chiedere è contenuto, grosso modo, nell’intervista rilasciata dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov il 13 settembre: intervista che ritengo di estrema importanza in virtù della decisione – favorevole o non favorevole all’iniziativa UE – che il governo russo prenderà nel Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite.


Quale significato assume il concetto di lotta agli smuggler quando ci troviamo di fronte non a barconi, come sempre più spesso accade, ma a gommoni che il più delle volte non sono "governati" da nessuno? Gli smuggler cui si pretende di dare la caccia con questa operazione sono spesso molto lontano dai barconi.


Quale dovrebbe essere esattamente il mandato dell'operazione EUNAVFOR Med quando, nell’ipotetica terza fase, saranno previste operazioni militari nelle acque territoriali e nei porti della Libia? Infine, e soprattutto: quali lezioni ha tratto l'Europa dagli errori delle politiche passate – come giustamente si è interrogato il rappresentante della Tunisia Karim Helali che ha parlato prima di me – errori che, non dimentichiamolo, hanno provocato e acuito l'esodo di questi anni?»

sabato 15 agosto 2015

Sul piede di guerra



di Alex Zanotelli (da Comune.info)
 
 





La guerra è alle porte. Non arriva con l’avanzata delle bandiere nere dell’Isis ma con quelle della Nato. E si fa largo sul fronte ucraino come su quello mediterraneo. Così le forze di reazione rapida passano da tredici a quarantamila uomini. Si prepara l'”inevitabile” intervento in Libia e s’intensifica l’utilizzo dei droni con la scusa di combattere i trafficanti di esseri umani. A fine settembre, poi, comincia la più grande esercitazione militare dal tempo della caduta del muro di Berlino. Coinvolgerà 35 mila soldati Nato, 200 aerei e 50 navi da guerra. Sarà pilotata dalla nuova base di Lago Patria a Napoli. Giochiamo in casa e giochiamo con il fuoco. Come credente nel Dio della vita, scrive Alex Zanotelli, non posso accettare un sistema di morte pagato da miliardi di persone impoverite. Come seguace di Gesù di Nazareth non posso accettare che il mio paese faccia parte della Nato. A settembre, durante l’esercitazione, dobbiamo farci sentire.

Siamo di nuovo sul piede di guerra anche in Europa, sia sul fronte Ucraina come nel Mediterraneo. E questo grazie alla Nato. È stata la Nato a far precipitare lo scontro con la Russia perché vuole che l’Ucraina entri nell’Alleanza al fine di poter sparare i suoi missili direttamente su Mosca. La Russia ha reagito ed ecco la drammatica guerra civile di quel paese che rischia di diventare guerra atomica. “Ho le armi nucleari,” ha detto Putin. E infatti ha piazzato 50 missili con testate nucleari sui confini baltici della Ue, puntandoli verso la Svezia per dissuaderla a entrare nella Nato.



Vista la grave crisi, è stato convocato a Bruxelles il vertice NATO con la presenza del nuovo segretario Usa alla difesa, Ashton Carter. All’ordine del giorno: potenziare la forza di reazione rapida della Nato portandola da tredicimila soldati a quarantamila uomini (il triplo!), piazzare 5 mila soldati (a rotazione) nei Paesi Baltici e in Polonia ed infine spingere tutti i paesi NATO a spendere il 2 per cento del Pil nella Difesa.

Ma ora si apre anche il Fronte Sud: il Mediterraneo. Il 22 giugno la UE ha dato il via libera (senza il benestare dell’Onu!) alla prima fase della missione navale EuNavForMed con cinque navi militari, due sottomarini, due droni e tre elicotteri e un “migliaio” di soldati per tentare di bloccare la partenza dei migranti dalla Libia. L’uso dei droni militari (a Sigonella operano da anni i droni Global Hawk) si intensificherà con questa missione UE “contro i trafficanti di esseri umani”, grimaldello di un’operazione sotto regia Nato per un intervento militare in Libia. Sia il governo di Tobruk come quello di Tripoli hanno risposto che reagiranno contro questo attacco.



È in questo pesante scenario di guerra che si terrà in Europa, dal 28 settembre al 6 novembre, la più grande esercitazione militare dalla caduta del muro di Berlino che coinvolgerà 35.000 soldati NATO, 200 aerei,50 navi da guerra .Questa gigantesca esercitazione “Trident Juncture 2015”, sarà pilotata dalla nuova base NATO di Lago Patria a Napoli. Giochiamo in casa e giochiamo con il fuoco.




Una domanda sorge spontanea: ma cosa ci stiamo a fare ancora nella Nato? Ma a che serve, se non a portarci in sempre nuove guerre? La Nato è sorta come alleanza difensiva degli Usa e dei paesi europei contro l’Urss e i paesi comunisti del Patto di Varsavia.  Il Patto di Varsavia e i paesi comunisti non ci sono più, ma la Nato continua ad esserci.

La Nato infatti avrebbe dovuto cessare con la caduta del muro di Berlino (1989). Non solo c’è, ma da alleanza militare difensiva è diventata offensiva per difendere gli interessi economici dei paesi membri ovunque essi siano minacciati. Questo è avvenuto nel vertice di Washington (1999). Mentre nel vertice di Praga (2009) la Nato ha fatto un altro salto: ha sposato la strategia della ‘guerra preventiva’. La Nato è una potenza militare che nessun avversario può eguagliare, basata anche sulle armi nucleari, che la “Nato deve mantenere finchè vi saranno nel mondo tali armi”, ha detto l’ex-segretario generale Nato Anders Rasmussen. E per evitare attacchi terroristici e missilistici, è stato annunziato al Vertice di Lisbona (2009) il progetto di uno Scudo antimissile. “La sola esistenza della Nato come alleanza cui aderiscono i paesi europei – ci rammenta giustamente il fisico Angelo Baracca – implica un’ipoteca pesantissima che vanificherebbe la migliore costituzione europea che si potesse concepire sia per gli aspetti della difesa, ma anche della democrazia effettiva e della libertà”.




Infatti sulla spinta della Nato, l’Italia in questi due decenni, ha partecipato alle guerre del Golfo (1991), Somalia (1994-’95), Bosnia-Herzegovina (1996-99), Congo (1996-99), Jugoslavia (1999), Afghanistan (2001), Iraq(2003), Libia(2011). Milioni di morti!  Solo nella guerra in Congo, quattro milioni di morti. E miliardi di dollari per fare queste guerre. Solo la guerra in Iraq (un milione di morti!) ci è costata almeno tremila miliardi di dollari, secondo le stime di J. Stiglitz (premio Nobel per l’Economia), fornite nel suo volume The Trillion Dollars War .

Guerre di tutti i tipi, da quella ‘umanitaria’ a quella contro il ‘terrorismo’, ma il cui unico scopo è il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime, per permettere al 20 per cento del mondo di continuare a vivere da nababbi, consumando il 90 per cento delle risorse del pianeta. “Lo stile di vita del popolo americano –  aveva detto Bush senior nel 1991 – non è negoziabile.” E se non è negoziabile, allora non rimane altro che armarsi fino ai denti. Soprattutto con la Bomba Atomica, la Regina che domina questo immenso arsenale di morte che serve a proteggere i privilegi e lo stile di vita di pochi a dispetto dei troppo impoveriti.



Gli Usa/Nato hanno l’arsenale più potente e affidabile al mondo con ottomila testate nucleari, di cui circa duecento dislocate in Europa. Settanta bombe atomiche sono in Italia: una cinquantina a Ghedi (Brescia) e una trentina ad Aviano (Pordenone). E questo in un Paese che ha detto, con un Referendum, no al nucleare civile! La Nato, sempre sotto comando Usa, resterà “un’alleanza nucleare – ha ribadito Obama al vertice di Lisbona – e gli Usa manterranno un efficiente arsenale nucleare per assicurare la difesa dei loro alleati”.

E tutto questo ci costa caro. “Il bilancio civile della Nato per il mantenimento del quartiere generale di Bruxelles – scrive M. Dinucci – ammonta a circa mezzo miliardo di dollari all’anno, di cui l’80 per cento viene pagato dagli alleati. Il bilancio militare della Nato per il mantenimento dei quartieri generali subordinati ammonta a circa un miliardo di dollari l’anno, di cui circa l’80 per cento è pagato dagli alleati. Il budget militare della Nato per il mantenimento dei quartieri generali subordinati ammonta a quasi due miliardi di dollari l’anno, pagati per il 75 per cento dagli europei.”

Secondo i dati aggiornati al 2011, le spese per la difesa dei 28 stati membri della Nato ammontano a 1.038 miliardi di dollari l’anno, una cifra equivalente a circa il 60 per cento della spesa mondiale per le armi.

E l’Italia gioca un ruolo cruciale per la Nato: siamo un paese chiave nello scacchiere militare dell’Alleanza Atlantica. A Napoli è stato da poco inaugurata una sede NATO a Lago Patria con 1.500 militari. A Sigonella (Catania) entrerà in funzione il sistema Ags definito da Manlio Dinucci “il più sofisticato sistema di spionaggio elettronico, non in difesa del territorio dell’Alleanza, ma per il potenziamento della sua capacità offensiva fuori area, soprattutto in quella medio-orientale.” Per di più, nel 2016, Sigonella diventerà la capitale mondiale dei droni. E per pilotare i droni, entrerà in funzione nella vicina Niscemi, il sistema MUOS di telecomunicazioni satellitari di nuova generazione. Niscemi diventerà così la quarta capitale mondiale delle comunicazioni militari.

Non possiamo accettare una tale militarizzazione del nostro territorio, né tantomeno possiamo tollerare, a livello morale, la guerra con i droni. “Questa guerra con i droni porta gli Usa in una pericolosa china morale”- scrive Jim Rice, direttore della rivista ecumenica Usa Sojourners. C’è solo un nome per tali uccisioni con i droni, sono veri e propri omicidi, non giustificati né moralmente né legalmente.



E sempre in questo contesto, il governo italiano ha “accettato” sul nostro territorio anche Africom, il supremo comando americano per l’Africa con due basi: una a Vicenza per le forze aeree e l’altra a Napoli per le forze navali. Non possiamo accettare che il nostro paese ospiti qello che nessun paese africano ha accettato di ospitare. Non è questa la politica estera che l’Italia deve intrattenere con un continente crocifisso come l’Africa.
Da credente e da seguace di Gesù di Nazareth, non posso accettare un mondo così assurdo: un sistema economico-finanziario che permette a pochi di vivere da nababbi a spese di molti morti di fame e questo grazie a una NATO che spende oltre mille miliardi di dollari l’anno in armi e soprattutto con arsenali ripieni di spaventose armi atomiche. “La pace e la giustizia procedono insieme – diceva, negli anni della Guerra Fredda, l’arcivescovo di Seattle, R. Hunthausen. – Sulla strada che perseguiamo attualmente la nostra politica economica verso gli altri Paesi, ha bisogno delle armi atomiche. Abbandonare queste armi significherebbe di più di abbandonare i nostri strumenti di terrore globale. Significherebbe abbandonare il nostro posto privilegiato in questo mondo.”


Come credente nel Dio della vita, non posso accettare un Sistema di morte come il nostro pagato da miliardi di impoveriti, milioni di morti di fame oltre che da milioni e milioni di morti per le guerre che facciamo. E come seguace di Gesù di Nazareth, che ci ha insegnato la via della nonviolenza attiva, non posso accettare che il mio paese faccia parte della Nato, una realtà che doveva già essere scomparsa con la caduta del Muro di Berlino e che invece continua a forzarci ad armarci per sempre nuove guerre ‘ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati.
Lo aveva già capito
Giuseppe Dossetti quando, nel 1948, votò in Parlamento contro l’adesione alla NATO, mentre tutta la DC era schierata per il Sì. Lo fece in ossequio alla sua coscienza e al Vangelo. E’ quanto tocca a noi fare oggi, se vogliamo salvarci da questa follia collettiva. “La guerra è una follia – ha gridato papa Francesco al Sacrario militare di Redipuglia – Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta a’pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni…..”

E allora mobilitiamoci tutti, credenti e non, uniamoci al di là di ideologie o credi, contro questa gigantesca esercitazione militare NatoTrident Juncture 2015 che si terrà in autunno.
Lo chiedo da Napoli, il centro comando di questa operazione, insieme al comitato napoletano “Pace e Disarmo”.

Perché non pensare a una manifestazione nazionale a Napoli o altrove, promossa da tutte le realtà del movimento per la pace, dalla Rete della pace come dal Tavolo della Pace, dai No Muos come dai No Nato? Tutti insieme perché vinca la vita!

venerdì 7 agosto 2015

Migrants in Calais Desperately Rush the Channel Tunnel to England, Night After Night

(dal New York Times)

The sun had barely set when a 23-year-old Eritrean woman who gave her name as Akbrat fell into step with dozens of other men and women and started scaling the fence surrounding the entrance to the French side of the Channel Tunnel.
The barbed wire cut her hands, but she did not feel the pain. The police seemed to be everywhere. She thought of her 5-year-old son back in Africa and ran, zigzag through the falling shadows, once almost colliding with an officer in a helmet.
Then she was alone. She slipped under the freight train and waited, clambering out just as it began moving.
But before she could hurl herself onto the train bed transporting trucks filled with Britain-bound produce, a French officer caught up with her, she recalled in an interview on Thursday. Blinded by tear gas, she stumbled and bruised her right ankle. After being ejected from the complex around the tunnel, it took her five hours to limp the nine miles back to the refugee camp of makeshift shelters that its 3,000 inhabitants call the “jungle.”

You’re lucky you weren’t killed,” someone told her.
I’m not lucky,” she responded. “I’ll be lucky when I’m in England.”
The desperate scene playing out each night and day in Calais, with migrants trying to vault fences or cut their way through them and climb onto trains or into trucks going across the Channel to England, is just one chapter in a painful drama playing out across Europe.
For many of the migrants who have been coming to the Continent from Africa, the Middle East and beyond, Calais, a mere 21 miles from the white cliffs of Dover, is their last stop. If they make it across to Britain, many believe they will have reached safety and a better life. Some are attracted to Britain because they speak some English, others because they see better job prospects there than on the Continent. A few even cite a strong pound.
Those who make it as far as this port city often express striking and implacable certainty about their right to go the rest of the way, having come so far.
Nursing her sprained ankle outside the tent she shares with a dozen of other men and women, Akbrat lamented the fact that she would have to rest for a few days before making another attempt. “I’ve crossed the sea and walked for many months,” she said. “I am not giving up now.”

Like others here, she declined to give her full name or have her photograph taken for fear of jeopardizing her chances of slipping across the border undetected.
Akbrat arrived in Calais five days ago. But she has spent much of her life as a refugee. When she was 13, her father was killed, a political assassination in Eritrea, she said. Her mother fled with her and her two sisters to Sudan. When her mother died seven months ago, Akbrat left her son with her aunt and began her own journey to Turkey and then across the Mediterranean to Greece. She hopes to bring her boy to Britain once she has papers and has found work, she said.
I thought I would die on that boat,” she said. “Until I die, I will try to go to England.”
Like Akbrat, many migrants here try every night, sometimes several times, undeterred by injury or the deaths of others. They set off late in the afternoon, walking three or four hours to the freight train terminal. There they await sunset, sometimes around campfires, before hauling themselves over the fences in large groups in the hope that some will slip through police lines.
Ten migrants have died over the past six weeks, said Chloé Lorieux, a nursing student who volunteers for the charity Médecins du Monde and helps at a clinic in the camp. This month, she said, a woman lost her baby after her water broke prematurely when she tried to climb onto a train. Many here have multiple scars from barbed wire or police batons and, in the worst cases, multiple broken bones from being hit by a departing train.
We see terrible injuries every day,” Ms. Lorieux said.

But every night a few make it. How many, no one can say; estimates range from a handful to 40 people. That is what keeps them going, said Mima, 26, a university graduate from Ethiopia, who began his journey in June last year, fleeing a jail sentence as a member of an opposition party. He paid traffickers — brokers, he calls them — $5,000 his mother had saved up for him to make it across Sudan, Libya and the Mediterranean to Italy. Half of the 243 people on the rickety boat died during the crossing to Europe, he said.
The U.K. is not paradise, it’s not heaven, I know that,” he said. “I know it’s not safe to jump on a moving train. But we have no choice. If you had a choice, why would you do this?”
A Syrian man, Yusuf, 40 said he had much the same feeling. He came from Dara’a, and said he was a lawyer who supported the democratic movement and was forced to flee.
We come here because this is the only road to England,” he said. “Every day we go to the train. Whenever we try, we are pushed back by the police. They come at us with their dogs, their tear gas, but we go every night.”
He has not told his family the conditions he is living in, he said — unwashed and exhausted and with hardly any money left because he has paid most of it to smugglers. “Many Syrians are cultivated, we are educated, we want to go to an educated place, and I can already speak a little English,” he said.

When there are troubles in Afghanistan, as there are now with the Taliban’s return to several areas, the numbers of Afghans in the sprawling refugee camp in the Calais dunes rise. Syrian refugees are there in large numbers, and there are some Iraqis. Sudanese have come, as well as Somalis. A couple of years ago there were more people from Burundi and Rwanda, aid workers said.

Set on the edge of Calais in a dusty patch of land with no trees for shade, the refugee camp resembles camps throughout the underdeveloped world, or worse. It has just 30 toilets for 3,000 migrants; international humanitarian standards would dictate one for every group of 20, Ms. Lorieux said.

For a long time, there was not even any water, but now spigots have been set up in several sections of the camp. Jean-François Corty of Médecins du Monde calls it a “tolerated slum.”


domenica 26 luglio 2015

Cento morti sulle coste libiche

(da Avvenire.it)




Almeno un centinaio di morti sono stati raccolti nei giorni scorsi sulle spiagge e nel mare di Tajoura, in Libia. Tra di loro donne e bambine. I corpi sono stati portati nell’ospedale di Tripoli. La notizia è stata lanciata ieri da Migrant Report, organo di informazione con base maltese ed è rimbalzata sui siti di news dell’Africa subsahariana, area da cui proverrebbero le vittime. La fonte citata è un portavoce del dipartimento libico della migrazione. Le autorità, riporta il sito, non sono ancora in grado di comunicare con certezza né il numero esatto dei corpi né la nazionalità delle vittime. Ma se le cifre fossero confermate, sarebbe la tragedia migratoria più grave dopo la morte di almeno 800 persone nel Canale di Sicilia, avvenuta il 18 aprile scorso.


È quasi certo che si tratti dei resti del naufragio di un’imbarcazione (un gommone, probabilmente, dato il numero dei morti) partita dalla città libica, posta a una decina di chilometri da Tripoli, uno dei punti di partenza principali di chi tenta di entrare in Europa. Possibili conferme arrivano dal sacerdote eritreo don Mosè Zerai, riferimento per i profughi del Corno d’Africa diretti in Italia, che racconta di un’imbarcazione salpata il 5 o il 6 luglio scorso, ma di cui mancano informazioni sull’arrivo. Don Zerai conferma la presenza a bordo di molte donne e bambini.


Oggi arriverà a Messina la nave privata My Phoenix, dei coniugi maltesi Catambrone, con a bordo 414 migranti soccorsi in mare. Le partenze dalle coste libiche stanno ormai avvenendo solo su gommoni. Una scelta, quella dei trafficanti dettata in parte dalla contingenza, dato che è sempre più difficile recuperare barconi e pescherecci. Ma ci sono anche altre ragioni, come conferma il Consiglio Italiano per i Rifugiati: «I gommoni sono più economici, e quindi consentono ai trafficanti di aumentare il margine di guadagno. Sono più facili da recuperare, anche sui mercati internazionali. Inoltre i natanti gonfiabili sono quasi invisibili ai radar, sono meno agevoli da intercettare. Ma sono anche le minacce di distruggere le imbarcazioni in Libia a spingere i trafficanti ad adoperarli». I gommoni, inoltre, salpano in massa: «Se partono in tanti è più difficile reagire. Per i prossimi giorni dobbiamo aspettarci altre partenze di questo tipo».


Questi gommoni sono pensati per ospitare una trentina di persone: i trafficanti ci caricano sopra tra i cento e i centoventi migranti. Ma c’è anche un ulteriore aspetto che desta particolare preoccupazione: per i gommoni non servono scafisti. «Non sono necessarie competenze particolari come per le imbarcazioni più grandi. A volte ci sono migranti che già hanno esperienza, altre volte fanno una rapida prova in acqua. Spesso in questi casi chi guida ottiene uno sconto sul passaggio o la gratuità. Ma non servono grandi incentivi: tutti vogliono lasciare la Libia il prima possibile».


Ancora Migrant Report segnala la scoperta di tre corpi nel deserto libico, presso la città di Sabha. Si tratta di una coppia nigeriana e di un terzo uomo di nazionalità incerta. Una ventina di altri corpi sarebbero invece presso l’obitorio dell’ospedale locale. Si tratta di persone cadute nella rete di finti trafficanti che rapiscono i migranti per estorcere denaro alle loro famiglie. Secondo alcuni testimoni, il riscatto richiesto oscilla tra i 200 e gli 8.000 dollari. «Quando il denaro non arriva – dice una fonte locale di Migrant Report – gli ostaggi vengono torturati. A volte vengono uccisi e i loro corpi vengono gettati sul bordo della strada, nel deserto».