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venerdì 18 dicembre 2015

"Transito": un approfondimento, un'analisi sul tema della richiesta di asilo...in un utile pamphlet






“Transito” è la parola chiave di questo piccolo ma prezioso volume che esce proprio mentre sono in atto in tutta Europa dei cambiamenti profondi che riguardano il diritto d’asilo e il diritto dell'immigrazione; cambiamenti che, in ultima analisi, riguardano le società europee nel loro complesso dal momento che ciò a cui stiamo assistendo non è una crisi temporanea,ma un cambiamento strutturale che obbliga l’Europa a modificarela sua politica in materia di asilo. Possiamo quindi dire che è il diritto d’asilo in Europa a essere in transito, ma verso dove? Le risposte finora fornite dalla politica dei singoli stati, ma anche dall’Unione, non sono incoraggianti. Come, con le debite differenze di contesto, avvenne negli anni trenta, i profughi di oggi vagano per l’Europa mentre molti Stati, feroci od ottusi, li respingono e li rimpallano da una frontiera all’altra; per i profughi di oggi la legge non sembra esistere, oppure esiste soltanto per disconoscerli. Gli autori:Annapaola Ammirati, Caterina Bove,Anna Brambilla, Nicole Garbin,Loredana Leo, Valeria Marengoni,Noris Morandi, Giulia Reccardini,Gianfranco Schiavone.


Scaricabile GRATUITAMENTE in formato Kindle! http://www.amazon.it/dp/B018W3D1I4/ref=cm_sw_r_fa_dp_Tr.Awb1GYXYP9

venerdì 31 luglio 2015

Family reunification not deportation!

di Mayra Landaverde  (Mayralandaverde.it)



Ogni volta che lui era in ritardo anche di soli cinque minuti io pensavo subito che l’avessero fermato. Pensavo gli avessero chiesto i documenti e sapevo bene che andava in giro senza nemmeno una fotocopia del passaporto, perché fra gli stranieri senza permesso di soggiorno si dice così, non portare il passaporto se no ti mandano indietro al tuo paese, invece senza documenti loro non possono sapere da dove vieni.

Io sono stata fermata solo una volta quando non avevo ancora il mio permesso ma non mi hanno fatto niente, mi hanno lasciata andare subito. I poliziotti erano impegnati con due ragazzi che non parlavano l’italiano.

Così quando lui era in ritardo cominciavo ad agitarmi tanto, tantissimo. Perché avevamo già un bambino...Se l’avessero fermato, io cosa avrei fatto? Nel migliore dei casi l’avrebbero espulso, nel peggiore dei casi l’avrebbero rinchiuso in un CIE, e lì sì che sarei andata fuori di testa. Decisi, nel caso l’avessero espulso, di andare subito a vivere nel suo Paese perché volevo vivere con lui e il nostro bimbo, non importa dove.

Non è mai successo, siamo ancora qui a Milano insieme e tutti quanti ora abbiamo il permesso di soggiorno. Anche se ogni due anni ci viene l’ansia del rinnovo, che comunque è legato al lavoro, e si sa, noi siamo solo mano d’opera, mica abbiamo una vita vera.

Il 20 luglio 2015 Emma Sanchez (messicana) e Michael Paulsen (statunitense) si sono sposati con rito cattolico davanti al muro che separa Tijuana in Messico da San Diego negli Stati Uniti.

Non hanno scelto loro il posto. Emma è stata espulsa dagli USA 10 anni fa. Ha vissuto negli Stati Uniti per 5 anni senza permesso di soggiorno, ha conosciuto suo marito, si sono sposati in Comune e hanno avuto dei figli. Così Emma ha deciso di tornare a Ciudad Juarez in Messico per rientrare negli Stati Uniti in modo legale. L’hanno fermata e le hanno dato il divieto di ingresso negli USA per 10 anni, anche se lei era già sposata con un cittadino americano e aveva tre figli.

I suoi figli la vanno a trovare a Tijuana una volta a settimana. Questo è l’ultimo anno dal mandato. L’anno prossimo proverà ancora ad entrare legalmente negli Stati Uniti.

Il governo statunitense deporta in media ogni anno 400.000 migranti, il 75% dei quali sono messicani. Di questi, 152.000 sono genitori di bambini nati su suolo americano, quindi con la cittadinanza americana. I bambini rimangono negli USA con i parenti più vicini oppure nelle strutture fatte apposta per accogliere i figli di migranti deportati.

Nel 2011 erano 5.100 minori. Non ci sono dati attuali precisi, visto che l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) non li considera nemmeno.

Nel 2013 un gruppo di parlamentari repubblicani e democratici ha proposto una riforma alla legge per l’immigrazione con dei punti specifici sulla “Reunification family”. Queste riforme permetterebbero ad esempio di richiedere un visto temporaneo ai genitori deportati affinché regolarizzino la propria situazione rimanendo nel Paese, cioè senza essere obbligati a lasciare i propri figli.

Mentre il parlamento discute questa legge le persone si sposano davanti ai muri di confine, i bambini crescono senza madri o padri e le mogli piangono per i loro mariti. Chi può rispondere ad Alexis Molina, figlio di Sandra Payes deportata da anni in Guatemala, che si chiede come mai sua madre non c’è più?


lunedì 15 dicembre 2014

Per Emra e per tutti i giovani nati e cresciuti in Italia costretti ancora a sentirsi "stranieri"


Che le leggi italiane in materia di immigrazione e cittadinanza siano un groviglio di ingiustizie e paradossi non è certo una novità. A volte però, ormai troppo spesso, le prassi amministrative di chi queste leggi dovrebbe "almeno" rispettare, riescono a spingersi oltre, rendendo ancor più feroci gli effetti delle norme: quelle in materia di immigrazione e quelle che dovrebbe riconoscere a chi non ha visto nella sua vita altro paese che l’Italia, un passaporto italiano.  


E’ così che è avvenuto anche nel caso di Emra, un ragazzo di 22 nato in Italia, residente a San Donà di Piave e oggi rinchiuso nel CIE di Bari Palese.

Erano i primi anni ’90 quando i genitori di Emra, cittadini "jugoslavi" lasciavano il loro paese a causa della guerra nei Balcani, per rifugiarsi in Italia. Ed è poco dopo il loro arrivo, nel 1992, a Secondigliano (NA), dove avevano stabilito la residenza, che nasceva Emra. Poi la famiglia intera, si trasferì in uno dei campi profughi di Mestre, dove, grazie al lavoro della Cooperativa Caracol e del Comune di Venezia, impegnati in un progetto di superamento della "forma campo", vennero guidati nell’acquisizione di una abitazione, così come altre quattrocento persone.
Stabilitainsieme alla sua famiglia la residenza a San Donà di Piave nel 2000, Emra venne così iscritto nella "carta di soggiorno" del padre.
Ma è quattro anni fa, con il compimento della maggiore età, che la vita di Emra, come accade ad altre migliaia di giovani nati qui, deve fare i conti con la spietata normativa italiana.
Suo padre muore, lui non è cittadino jugoslavo (serbo), ma per l’Italia non esiste. Perché nonostante i certificati di nascita e gli attestati di iscrizione anagrafica che testimoniano una vita intera passata in Italia, per le autorità italiane è straniero, "entrato irregolarmente" e per questo dovrebbe essere espulso in un paese che non ha neppure mai visto. La Prefettura di Venezia ha infatti emesso nei suoi confronti un provvedimento di espulsione seguito da un ordine di trattenimento emesso dal Questore, nonostante le autorità serbe avessero accertato che Emra non era cittadino serbo.

Ad aggravare ancor di più una situazione già pesantemente segnata ci ha pensato il Giudice di Pace chiamato a convalidare il provvedimento di espulsione ed il trattenimento presso il CIE di Bari Palese dove Emra è rinchiuso dal 25 novembre..
In palese violazione della normativa vigente ed in contrasto con la consolidata giurisprudenza in materia, infatti, non è stato preso in considerazione quanto disposto dall’art 13 comma 2 bis del TUI che impone una attenta valutazione sulla natura dei vincoli familiari dell’interessato (Emra ha qui tutta la sua famiglia), sulla durata del suo soggiorno nel territorio nazionale (Emra è qui da tutta la vita) nonché sull’ esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d’origine (che è l’Italia perché Emra non ha mai visto la Serbia). Proprio in questi giorni è stato depositato dall’
Avv. Uljana Gazidede (che collabora con Melting Pot Europa), il ricorso contro questo illegittimo provvedimento di espulsione. Ma non basta. Si tratta dell’ennesima vicenda che racconta come l’immediato riconoscimento dello ius soli e la chiusura di tutti i CIE non siano più rinviabili.

Per Emra, così come per le centinaia di persone rinchiuse nei CIE e le migliaia di giovani che rischiano di trovarsi nella sua stessa situazione, chiediamo giustizia.

Liberate subito Emra Gasi





lunedì 10 novembre 2014

Immigrati tra lavoro e discriminazione: il nuovo rapporto UNAR




Lo scorso 29 ottobre è stato presentato a Roma il Dossier Statistico Immigrazione 2014, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS per conto dell'UNAR. Il sottotilo del dossier recita: “ Dalle discriminazioni ai diritti” e, infatti, i dati che emergono mettono in evidenza le discriminazioni a cui sono soggetti i migranti nel mondo del lavoro e i loro figli nel contesto scolastico.                             
 
 
 
 

L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande, per voi, alla giornalista Zita Dazzi che si è occupata del rapporto UNAR e di questi argomenti su La Repubblica. Ringraziamo Zita Dazzi per questo suo contributo.





Milano e la Lombardia offrono occasioni di lavoro agli immigrati, ma che tipo di mestieri si tratta?



Si tratta di lavori di bassa manovalanza, spesso malpagati, precari come forma di contratto e che gli italiani non vogliono più svolgere. Ho letto nel rapporto che ci sono stati 20.000 posti di lavoro in meno nell'arco dell'ultimo anno, ma il 60% degli immigrati ha trovato qualche forma di occupazione, nonostante molti se ne siano andati perchè i soldi non bastavano per mantenere le famiglie.



Quali ostacoli incontrano, gli immigrati, nella ricerca di un lavoro?



Le donne si occupano della cura alle persone e delle pulizie domestiche. Gli uomini - in provincia di Milano più che nelle altre province lombarde - sono impiegati nei servizi; poi reggono ancora i settori manifatturiero, dell'industria pesante e dei lavori stagionali, soprattutto al sud nella stagione estiva.

Donne e uomini subiscono la concorrenza degli altri lavoratori perchè il mercato è abbastanza saturo: anche molte donne italiane, ad esempio, sono tornate a fare lavori di cura nelle famiglie perchè non hanno altre opportunità. Molti, inoltre, devono sottostare a orari pesanti e tutti devono avere i documenti in regola.



I ragazzi, figli di immigrati, sognano un futuro in Italia?



I figli degli immigrati hanno qualche difficoltà. Quelli che sono nati in Italia si sentono italiani a tutti gli effetti e, pur non avendo la cittadinanza fino ai 18 anni, si sentono cittadini italiani e molti di loro pensano di restare qua, ma quando vanno nei Paesi dei genitori, si sentono un po' fuori posto, pur non disconoscendo la cultura d'origine. Diverso è per i ragazzi ricongiunti (e penso, in particolare, ai sudamericani) che arrivano a qualche anno di distanza dai genitori e vengono in Italia pieni di aspettative per poi, invece, rendersi conto di non avere le stesse possibilità dei loro coetanei ed è facile il rischio devianza e che si sentano esclusi dalla società italiana.



Qual è il dato del dossier che l'ha colpita di più?



Quest'anno il fenomeno è quello dei profughi e delle persone che transitano per l'Italia, ma non si fermano perchè l'Italia non viene considerato più un Paese dove conviene fermarsi perchè non c'è lavoro ed è difficile integrarsi. A Milano, ad esempio, abbiamo avuto circa 50.000 siriani in un anno, ma sono stati in città solo pochi giorni per poi cercare di andare in nord Europa, in Svezia e in Germania.



Per leggere il rapporto UNAR: www.dossierimmigrazione.it



UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri)













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lunedì 4 marzo 2013

Fine “Emergenza Nord Africa”: adesso sì che, per i profughi, è vera emergenza



Pochi giorni fa abbiamo scritto del documentario intitolato “Il rifugio” che raccoglie le storie di alcuni rifugiati, provenienti dalla Libia, parcheggiati in un albergo in alta montagna, in Italia.
Quelle persone hanno fatto parte del piano “Emergenza Nord Africa” voluto dal Ministero dell'Interno, sono stati gestite dalla Protezione Civile e sono stati alloggiati in alberghi e strutture private, da Monte Campione a Napoli, senza la possibilità di avere documenti, soldi, possibilità di movimento. Per due anni. Circa 1200 immigrati coinvolti.
A Piacenza, a metà febbraio, circa un'ottantina di profughi - fuggiti durante i disordini della primavera araba e “ospitati” presso il Ferrohotel della stazione o all'ostello di Calendasco - avevano messo in atto una protesta, chiedendo un po' di denaro per trovare altre sistemazioni oppure per far ritorno nei loro Paesi; a gennaio altri ,rinchiusi in un hotel di Pavia, avevano bloccato, per gli stessi motivi, i binari della stazione, fermando la circolazione sulla tratta Milano-Genova; e poi, ancora, i profughi che,da anni, erano ospitati negli alberghi napoletani,a ridosso di Piazza Garibaldi, rimasti senza assistenza, spesso anche con scarsità di cibo, in attesa dell'esito delle commissioni sul loro status di rifugiati.
Per tutti loro,da due giorni e con la scadenza dell' “Emergenza Nord Africa”, l'emergenza è scoppiata davvero: adesso sono di nuovo in mezzo ad una strada. Alcuni hanno ricevuto 500 euro pro capite dalla Prefettura (per chi eventualmente deciderà di tornare in patria) e altri 500 euro dalla Croce Rossa; alcuni (pochi) sono riusciti ad ottenere anche i permessi di soggiorno per asilo o di tipo umanitario, ma sicuramente non hanno né una casa e né un lavoro.
Il Ministro dell'Interno, in un'intervista rilasciata al quotidiano Avvenire, ha spiegato che non tutti i profughi dovranno uscire dalle strutture che li hanno ospitati per tutti questi mesi: potranno rimanere, ad esempio, i minori, i genitori singles con i figli, le donne in gravidanza, gli anziani e i disabili, le vittime di soprusi o di torture. Il prossimo Parlamento dovrà occuparsi dell'esame delle loro domande di richiesta asilo.
La crisi economica, che grava pesantemente su tutto il sistema welfare, e la crisi politica non depongono a favore di queste persone sempre più in difficoltà.
Comunque, per leggere l'intero documento emanato dall'attuale governo italiano sulla questione, potete cliccare sul link http://www.fondazionexenagos.it/wp-content/uploads/2012/10/ena.pdf

giovedì 28 febbraio 2013

Il rifugio, documentario di Francesco Cannito e Luca Cusani : profughi abbandonati in alta montagna


Nel giungo 2011, 116 profughi, provenienti dalla Libia, sono stati trasferiti in un albergo disabitato sulle Alpi, a 1800 metri. Per mesi hanno vissuto in completo isolamento nell'attesa che venisse riconosciuto il loro status di rifugiati. Il documentario, intitolato Il rifugio di Francesco Cannito e Luca Cusani, racconta la loro vita sospesa tra sogni e aspettative deluse ed è stato proiettato presso la sede del Naga, a pochi giorni dallo scadere del piano “Emergenza nord-africa” che abbandonerà per strada i profughi.
 

Abbiamo rivolto alcune domande a Luca Cusani

Quando avete girato il documentario? E come vi siete relazionati alle persone che hanno partecipato a questo lavoro?

Abbiamo girato dall'agosto 2011 per circa un anno perchè la vicenda è durata a lungo e non si sapeva se, con l'arrivo dell'inverno, gli immigrati sarebbero scesi a valle e, quando hanno cominciato a smistarli nei paesini, a quel punto abbiamo continuato a seguirli per vedere come andava a finire.
Erano tutti uomini, alcuni giovani, altri con qualche anno in più; tutti dell'Africa sub-sahariana. Alcuni erano diffidenti e chiusi, qualcuno da subito si è messo in gioco per raccontare la propria storia e noi abbiamo seguito chi si è dimostrato disponibile.
C'è stato un momento di tensione perchè loro volevano andare via da lì, ma le autorità non glielo permettevano: la nostra presenza, a quel punto, è stata ben accetta perchè potevamo avere un effetto sulle autorità stesse per il fatto di essere lì con le cineprese...

Perchè il loro arrivo è stato gestito come un'emergenza?

L'interpretazione data dalla cooperativa che si è occupata di loro è che i politici non volevano prendersi carico di questa cosa, anzi questa ondata di rifugiati dava fastidio e,quindi, la situazione è stata gestita in modo tale da metterli il più lontano possibile.
Inoltre, è stata gestita dalla Protezione Civile, secondo lo schema che abbiamo visto anche negli anni scorsi: la cosa è stata derubricata come “emergenza” e, quindi, gestita in maniera molto libera, anche affidandosi ai privati. Queste persone, infatti, sono state messe in una struttura privata che ha percepito 46 euro al giorno per ogni profugo, per quattro mesi, con un guadagno di circa 500 mila euro.

Per queste persone, invece, cosa vuol dire essere “rifugiati”?

Lo status di rifugiato permette di stare tranquilli, di avere i documenti in regola, la protezione sussidiaria etc. Però in Italia è difficile ottenere tutto questo: mancano le strutture e non si effettuano inserimenti lavorativi, ad esempio.
Queste persone sono state tenute in stand-by per più di un anno: alcuni non hanno ottenuto i documenti, ma anche quelli che li hanno ottenuti non hanno risolto i problemi pratici. Alcuni profughi sono rimasti in Italia, magari grazie all'aiuto di qualche connazionale; altri sono rimasti nella struttura di Monte Campione e dal 28 febbraio non si sa che fine faranno; altri ancora hanno tentato di andarsene.


Perchè molti di loro non hanno ottenuto i documenti?

Perchè la valutazione da parte delle Commissioni considera una serie di fattori: per esempio, se il Paese di provenienza sia effettivamente rischioso, le storie personali, le condizioni da cui si vuole scappare. Il tutto deve essere supportato da evidenze, da prove. E' una strada molto stretta che tanti non riescono a percorrere.

Il documentario fa emergere tre storie. Puoi anticiparcele?

Abbiamo seguito, in particolare, un nigeriano che si autoproclama un “profeta” e che, per motivi religiosi, è scappato dal Paese percorso da grandi tensioni tra il movimento islamico e i cristiani; un profugo del Gambia fuggito, invece, per motivi politici (in quanto oppositore del regime), con il padre ucciso dalle autorità e lui stesso torturato; e un altro ragazzo, sempre nigeriano, che era approdato in Libia dove era diventato un calciatore professionista, ma - a causa dell'esodo dopo la guerra - è arrivato in Italia, sperando di poter ricostruirsi una vita anche grazie allo sport, e, invece, questo non è accaduto.


giovedì 10 gennaio 2013

Anche per i CIE: violazione dei diritti umani

Lo ha stabilito il Tribunale di Crotone. La direttiva europea sui rimpatrii 2008/115/CE prescrive che il trattenimento dello straniero irregolare possa essere disposto solo quando ogni altra misura meno afflittiva risulti impossibile o inadeguata.
Il  Tribunale di Crotone si è, quindi, basato sulla giurisdizione europea e ha anche stabilito che le condizioni di vita degli immigrati irregolari all'interno dei CIE siano "lesive della dignità umana" e che configurano la violazione dell'art.3 della Convenzione europea dei Diritti Umani (ICEDU). Non solo una sentenza esemplare per le carceri, ma anche per i CIE che da Centro di Identificazione e Espulsioni si sono trasformati (da subito) in vere e proprie galere.
A.H., cittadino marocchino viveva con la sua famiglia e lavorava come artigiano a Gioia Tauro ed è stato prelevato e portato nel CIE di Capo Rizzuto; così come D.A., tunisino, che stava facendo la spesa con la sua compagna incinta di tre mesi, ed è stato portato via in manette, perchè senza documenti; o come A.A., algerino, che viveva a Viareggio e faceva il cameriere. Loro e altri stranieri hanno denunciato , all'interno dei CIE, condizioni igieniche precarie (che "manco gli animali conoscono"), assenza di tavoli (quindi consumavano i pasti per terra), sottrazione di oggetti personali (come, ad esempio, i telefoni cellulari). Da qui è cominciata la rivolta: i detenuti hanno lanciato pietre e calcinacci contro il personale di vigilanza. Il Tribunale di Crotone li ha assolti per legittima difesa, proporzionata all'offesa subita.
Le due sentenze - degli ultimi giorni - che riguardano le carceri e i CIE, in Italia, segnano un punto e un passo avanti nel percorso verso la giustizia e il rispetto della persona.