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domenica 18 ottobre 2015

Intervista ad Amedeo Ricucci su “La lunga marcia”, il viaggio insieme ai profughi siriani

 
 
 
 
 





La lunga marcia: questo il titolo del reportage e dello Speciale del Tg1 mandato in onda su Rai 1 lunedì 12 ottobre 2015. Un giornalista, un cameraman e una studiosa arabista hanno viaggiato insieme ai profughi siriani nel loro lungo, estenuante e pericoloso viaggio dal Paese in guerra al continente della presunta salvezza.

L'Associazione per i Diritti umani ha intervistato per voi Amedeo Ricucci e lo ringrazia sempre per la sua disponibilità.

Il giorno successivo alla messa in onda sulla RAI. Come si sente?



Mi sento stanco perchè è stato un lavoro lungo, faticoso e fatto in tempi record perchè abbiamo montato in 10 giorni, appena rientrati dal viaggio. Ma sono anche molto felice perchè gli Speciali del TG1 hanno vinto la seconda serata con quasi un milione di spettatori. Sono soprattutto contento del fatto che siamo riusciti nell'intento, credo, di comunicare al pubblico le forti emozioni vissute in questo viaggio, unico nel suo genere.



Qual è stato il tragitto de La lunga marcia e quali le peculiarità di questa esperienza?



Questo progetto è nato dal fastidio che provavo nel vedere tutti i giorni - nei Tg, sui giornali, sui media tradizionali – news e reportage sui migranti che arrivavano alle frontiere, e causavano problemi ai vari Stati. L'immagine che a me restava fissa in testa era quella del giornalista che stava in primo piano e dietro, sullo sfondo, un fiume di profughi: i profughi erano l'oggetto della narrazione, non il soggetto. Quindi l'idea è stata: proviamo a vedere se facendoli diventare il soggetto, cambia il tipo di narrazione giornalistica e se scopriamo aspetti inediti di questo fenomeno epocale. L'approccio è stato quello di raccontarlo, per la prima volta in Italia, da dentro, lungo un percorso iniziato dall'isola di Lesbo, seguendo il fiume e la rotta dei Balcani, direzione Germania.



Questo documentario può essere un'”alternativa” alle forme di informazione tradizionali?



Grazie alla rete, oggi, c'è una moltiplicazione delle fonti e questo ci obbliga - come lettori, cittadini, spettatori – a confrontare più atti di giornalismo. Il nostro è stato una forma di giornalismo partecipativo, un punto di vista che non esaurisce il problema, ma offre un aspetto interessante.



In che modo avete organizzato il viaggio e come vi siete spostati da un Paese all'altro?



Mi riferisco proprio a questo quando parlo di giornalismo partecipativo. Eravamo: io, Simone Bianchi (cameraman) e Silvia Di Cesare (arabista). Attorno a noi si è mossa una serie di persone che hanno dato un contributo in tempo reale, parlo dell'UNHCR (nella persona di Carlotta Zami) che ci ha fornito indirizzi uitli e, in Grecia, Alessandra Morelli che ci ha seguito con decine di telefonate al giorno. Oltre agli aiuti istituzionali, c'è stata tutta la rete della comunità italo-siriana alla quale attingo spesso perchè sono persone straordinarie e di grane generosità, che mi hanno fornito contatti e informazioni sui corridoi umanitari da seguire o da non seguire. Una delle cose più commoventi del viaggio è che i profughi volevano stare con noi a tutti i costi perchè avere vicino dei giornalisti dà loro una sorta di garanzia contro i soprusi della Polizia.

Mi fa capire, quindi, che i soprusi ci sono?



Ho visto abusi solo nel campo di Opatovach in Croazia, ma non metterei sotto accusa le forze dell'ordine.

Il problema è che il flusso migratorio è molto consistente, si parla di migliaia e migliaia di persone che tutti i giorni attraversano le frontiere e gli Stati, per cecità e menefreghismo, non vogliono attrezzarsi per aiutarli. Gli Stati provano ad arginare il flusso di profughi, a dirottarlo su strade secondarie, trattandolo come un problema di ordine pubblico quindi, se in un campo arrivano 6.000 persone da gestire e si è in pochi, la situazione diventa difficile. A questo si aggiunge un atteggiamento che non sempre è amichevole da parte delle forze dell'ordine...



Come commenta l'intervento della Russia in Siria?



Da giornalista cerco di attenermi ai fatti: tutti coloro che hanno vissuto il dramma della Siria fin dall'inizio, andando sul posto, avevano subito detto che la Siria era la madre di tutti i problemi del Medioriente, che ci fosse un risiko, un “great game” fra le grandi potenze e che questo avrebbe provocato, in Siria, sconvolgimenti molto più gravi di quelli che già c'erano. Purtroppo siamo stati bravi profeti.

Il problema della Siria poteva essere risolto 4/5 anni fa, all'epoca delle prime manifestazioni anti-regime; ci siamo ostinati, invece, a non intervenire, lasciando intervenire l'Iran e gli hezbollah libanesi e adesso siamo quasi ad una terza guerra mondiale.

L'intervento della Russia accelera la situazione ed è il segno evidente della debolezza di Assad che, proprio dal punto di vista militare, non ce la faceva più, sconfitto sia dai ribelli sia dagli jihadisti. L'intervento russo dà fiato ad Assad e anche all'Isis perchè stanno bombardando le formazioni combattenti non legate all'Isis e i terroristi, così, possono arrivare fino ad Aleppo, come sta accadendo.

La lunga marcia è servito a ribadire che i siriani non stanno scappando solo dall'Isis, ma principalmente dal regime di Assad.

sabato 4 luglio 2015

Isis, il nemico perfetto: una conversazione con Amedeo Ricucci




Anche alla luce degli ultimi attentati in Francia, Tunisia, Kuwait e Somalia l'Associazione per i Diritti Umani vi propone l'intervista che ha realizzato al giornalista Amedeo Ricucci, partendo dal suo reportage dal titolo: Isis, il nemico perfetto, con interviste a Olivier Roy, David Cockburn, Renzo Guolo, Fabio Mini, Marco Minniti, Theo Padnos, Hamza Piccardo, Luca Bauccio, Daniele Raineri e tanti altri. In esclusiva, inoltre, l’intervista a due “pentiti” dell’ISIS ed un reportage sull’“autostrada del jihad”, che dall’aeroporto di Istanbul porta ad Akcahkale, la porta turca di ingresso al neo-Califfato.





Ringraziamo molto Amedeo Ricucci.





Da Isis a Is: il nome è cambiato e questo cosa significa?



E' stato un cambiamento che si è costruito nel tempo, anche nel silenzio dell'Occidente, quando lo Stato islamico di Iraq e del Levante (cioè la grande Siria) si è costituito nel 2013: lo ricordo bene perchè, in quel momento, ero sequestrato in Siria da un gruppo armato che aveva dichiarato la propria affiliazione all'Isis quel giorno.

L'Isis, per un anno, si è confuso in mezzo agli altri gruppi che si sono ribellati al regime di Assad e poi ha svelato la sua vera natura, ovvero quella di voler creare uno Stato islamico ispirato a una visione particolarmente conservatrice dell'Islam, in Iraq e in Siria. Il passo successivo in questa direzione è stata la dichiarazione di costituzione del Califfato islamico (che è la prima forma di organizzazione statale che l'Islam combattente si è data): il Califfato è stato dichiarato a giugno, dopo che le milizie dell'Isis di al Baghdadi hanno attaccato la provincia frontaliera tra Iraq e Siria - la provincia dell'Anbar - e a giugno sono riusciti a conquistare Mosul, che è la seconda città dell'Iraq. E non dimentichiamo, infine, che il Califfato per sua natura ha un progetto espansionistico.


Quali sono gli argomenti principali che non vengono trattati nella maniera corretta dalla stampa italiana e internazionale?


Nel documentario pongo l'accento sul fatto che l'Isis è il frutto dei nostri errori politici e militari.

Se non ci fosse stata la guerra in Afghanistan prima e dopo la guerra in Iraq - con tutti i danni collaterali e cioè con l'idea da parte dei musulmani integralisti che noi siamo truppe di infedeli che hanno calpestato la terra sacra - probabilmente non ci sarebbe stata questa recrudescenza dell'Islam radicale. Il Califfato è l'ultima delle aberrazioni dell'Islam radicale e, per Islam radicale, intendo l'Islam che si dà una strutturazione politica e che intende diventare un attore fra gli attori internazionali.

La seconda cosa che si dice nel documentario è che l'Isis (o Stato islamico) è anche lo specchio delle nostre psicosi: l'uso dell'arma del terrore fatto dal Califfato ha scatenato le paure dell'Occidente. Questa paura è stata molto amplificata dai mass-media, è stata confusa con un'altra paura che è quella degli immigrati che potrebbero invaderci e il risultato sono state situazioni ridicole come, ad esempio, il fatto che a Porto Recanati, lo scorso febbraio, siano state allertate le forze dell'ordine perchè c'era una bandiera dell'Isis in uno stabile per poi scoprire che si trattava di uno straccio nero...L'Isis rappresenta un pericolo, ma va affrontato con intelligenza e lucidità.

Un altro elemento importante a cui ho dedicato molto tempo nel film, è l'uso perverso che l'Isis fa della comunicazione e gli errori che i media, europei e occidentali, fanno nel diventarne il megafono.

A partire dall'agosto del 2014, l'Isis ha cominciato ad usare l'arma del terrore in modo sempre più perverso: decapitazioni di giornalisti, decapitazioni di massa in Iraq, in Siria e tutte quelle esecuzioni sono state sceneggiate ad arte, secondo un copione ben preciso. Tute arancioni, passamontagna, coltelli e messaggi. I media occidentali hanno ripreso questi video e li hanno trasmessi senza capire che, così facendo, li avrebbero moltiplicati. In questo modo l'Isis è riuscita a intrufolarsi nelle nostre coscienze perchè noi l'abbiamo rappresentata più volte come un'entità invincibile, terribilmente capace di cose atroci e dotata di un potere di vita e di morte su tutti noi. Invece dobbiamo smontare questo mito.



Il nemico perfetto” è un titolo provocatorio...



Sì, è provocatorio nel senso che è un nemico che di fatto ci fa comodo. E' un nemico che mette a fuoco una serie di nostri difetti. Sul piano delle forze militari, il pericolo dell'Isis è un pericolo “irrisorio” perchè stiamo parlando di 40/50mila miliziani che, se i Paesi occidentali mettessero insieme gli eserciti, potrebbero essere sconfitti facilmente. Ma non lo si fa perchè, quella dell'Isis, è una guerra asimmetrica, di guerriglia ed è complicato bombardare i posti dove si è arroccata perchè ci sono i civili. Ma il problema di fondo è un altro: non è chiudendo la partita con l'Isis che risolveremo il problema del radicalismo islamico.

Nel documentario c'è un'intervista al politologo francese, Olivier Roy (che si occupa da trent'anni di Islam radicale) il quale dà dell'Isis una versione particolare: secondo Roy, il jihad (la guerra santa) corrisponde al mito della rivoluzione degli anni '60-'70 in Italia e in Francia. Buona parte della gioventù italiana credeva nel mito della rivoluzione e, in nome di quel mito, alcuni di loro hanno impugnato anche le armi e da questo sono nate le Brigate Rosse. Il radicalismo islamico non ha nulla a che vedere con l'Islam tradizionale, ma è una scelta militante; è gente che spesso si è convertita all'Islam (il 25% sono foreign fighters), sono cittadini europei e occidentali che, nel giro di tre o quattro mesi, vanno a combattere. Non è una scelta religiosa, è una scelta che matura in rete e che, come detto, ha altre basi.



Per vedere il documentario: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a5448a35-e393-4a2c-8d8f-a28a5e3c0621.html

martedì 9 giugno 2015

Il grande salto: dall'Africa subsahariana all'Europa



Un reportage esclusivo, per la RAI, di Amedeo Ricucci e Franco Ceccarelli, vincitore del Premio TV 2015: Il grande salto racconta le storie dei migranti che tentano di superare la triplice barriera che separa il Marocco dal sogno dell'Europa.

 
L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto, per voi, alcune domande al giornalista. Ringraziamo moltissimo Amedeo Ricucci per la sua disponibilità.





Qual è l'importanza strategica della frontiera di Melilla?


La frontiera di Melilla è l'unico punto di contatto tra Europa e Africa ed è più facile da affrontare per i migranti che arrivano dall'Africa subsahariana perchè “basta” superare le tre barriere che difendono questa enclave spagnola. Un altro dato importante, a cui spesso non si dà rilievo, è il fatto che, per arrivare in Marocco, molti migranti - sempre dell'Africa subsahariana - non hanno bisogno del visto: ad esempio i senegalesi o i camerunensi.

Ceuta e Melilla, negli ultimi dieci anni, sono diventate due trampolini per arrivare in Europa anche se Ceuta è molto più militarizzata. I numeri di questa immigrazione non hanno nulla a che vedere con le cifre italiane: sono passati circa 3.500 migranti che sono ben poca cosa rispetto ai 50.000 che sono sbarcati sulle coste italiane da Lampedusa. E' interessante sottolineare che le rotte di immigrazione mutano a seconda delle possibilità che si creano: sono stato a Melilla nel luglio-agosto 2014 e la situazione in Libia stava precipitando e questo ha consigliato a molti migranti di trasferirsi dal Marocco verso la Libia per tentare da lì una traversata, visto che in Libia non c'erano più autorità in grado di bloccare i flussi attraverso un pattugliamento delle coste. Sempre a maggio-giugno dello scorso anno, a Melilla c'è stato un grosso flusso migratorio perchè allora si riusciva a passare, poi sono stati messi una rete protettiva e un fossato e questo ha reso più difficile il “grande salto”.




Ma proprio dal punto di vista pratico, come si possono superare le barriere? 
 


Alla barriera ci si arriva senza alcun problema; è protetta da delle garitte, dei posti di guardia dell'esercito marocchino e se ci arrivi alle quattro o cinque di mattina è possibile tentare di scavalcarla. Il problema è che bisogna scalarne tre.

In via teorica (in Spagna come in Italia) se tu metti piede su terra spagnola, dovresti essere salvo. Se la Guardia Civil ti ferma, dovresti aver diritto ad essere identificato e trasferito al centro di accoglienza di Melilla. Ma molte organizzazioni denunciano il fatto che, in realtà, la polizia marocchina e la Guardia Civil spagnola abbiano adottato comportamenti del tutto anticostituzionali, nel senso che alla polizia marocchina viene concesso di entrare a Melilla e lì le vengono consegnati i migranti che sono riusciti a toccare suolo spagnolo.

C'è, inoltre, un altro stratagemma: per un cavillo legale, le autorità di Melilla hanno stabilito che tu non sei su suolo spagnolo finchè non vieni a contatto con una guardia civil o con un rappresentante delle forze dell'ordine di Melilla, per cui se tu caschi dall'altra parte della rete, vieni preso dalla guardia marocchina e quella ti può riportare in Marocco. Il tutto si gioca sul filo del rasoio e ci sono organizzazioni dei diritti dell'Uomo – sia in Marocco sia in Spagna – che fanno attività importanti di denuncia di queste situazioni di irregolarità.



Le interviste per il reportage sono state realizzate in un luogo particolare...


Sì, sul monte Gurugù, un monte che sovrasta Melilla, con una foresta che lo ricopre e che si è, così, trasformato in una sorta di accampamento illegale dove i migranti – divisi per nazionalità – sostano in maniera irregolare.

La polizia marocchina fa delle retate, cerca di distruggere questi accampamenti provvisori, anche se di fatto è impossibile arrestare i flussi per cui si ricreano.

A Melilla si vedono le luci dell'Europa e la tentazione di arrivarci è molto più forte rispetto a quella di chi fa la traversata via mare. C'è chi tenta di arrivare in Europa otto, dieci, quindici volte; è gente che, ogni volta, si fa manganellare dalla polizia marocchina o che si fa arrestare dalla Guardia Civil. E c'è anche tanto fatalismo...