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venerdì 11 dicembre 2015

Il vuoto al di qua delle barriere: il razzismo...nel calcio e le parole di un allenatore



di Max Mauro (*) (da La bottega del Barbieri)







Un giocatore dilettante di calcio viene squalificato per dieci giornate per insulti razzisti rivolti a un avversario di origine africana. Capita in Friuli, campionato di prima categoria della provincia di Udine. Così riferisce il quotidiano locale, «Il messaggero veneto». Gli insulti razzisti sono consuetudine domenicale per i calciatori dilettanti di colore, ma il più delle volte non vengono sentiti dall’arbitro e pertanto non finiscono nel referto. Talvolta – raramente – l’autore dell’insulto è così sboccato e sfacciato che l’arbitro non può ignorarlo. Scatta così la squalifica di dieci giornate, introdotta dalla Figc nel 2013 per dare un segnale “forte” di impegno contro il razzismo nel calcio a tutti i livelli, come sollecitato dalla Uefa. In realtà, questa norma è stata applicata in pochissime occasioni.

Nel corso degli ultimi due anni la squalifica per insulti razzisti ha colpito giocatori di diverse categorie dilettantistiche, e perfino un ex giocatore di serie A, Emiliano Bonazzoli, esibitosi in insulti razzisti verso un arbitro di origine immigrata durante una partita di Serie D. A di là del numero di tesserati squalificati, il problema è diffuso, capillare. Il sistema calcio italiano è impregnato di una cultura razzista storicizzata e di pregiudizi verso tutto quello che non è “bianco, italiano, maschio, apparentemente eterosessuale”. Così si spiegano le uscite apertamente razziste del presidente della Figc, Carlo Tavecchio, di quelle altrettanto razziste di Arrigo Sacchi (“troppi neri nelle squadre giovanili”), di Stefano Eranio (“i neri non san difendere”), di Aurelio De Laurentis (“meno male che erano olandesi, mica nigeriani”), di Paolo Berlusconi (“il negretto Balotelli”), di Maurizio Zamparini (“lo zingaro Mutu”), di Marcello Lippi (“nel calcio italiano non esiste razzismo”) giusto per citarne alcuni entrati nelle cronache negli ultimi anni. E che dire delle dichiarazioni dell’ex presidente della Lega Nazionale dilettanti contro il calcio femminile (“quattro lesbiche”) e quelle omofobe dell’allenatore dell’Arezzo (“in campo non voglio checche”).

In questo triste contesto, la storia di Udine diventa significativa soprattutto per le dichiarazioni rilasciate al giornale locale dall’allenatore del giocatore squalificato. Per la cronaca, lo stesso giocatore aveva da poco completato una squalifica di quattro mesi, poi ridotta a due, per aver aggredito l’arbitro durante una partita ufficiale. Nonostante ciò, l’allenatore si perita di difenderlo rivoltando la questione, operando una capriola dialettica inspiegabile con gli strumenti della ragione. Lo fa facendo passare il giocatore razzista e tutti “noi bianchi” (nelle sue parole) come vittime. «Siamo arrivati al punto in cui a essere penalizzati siamo noi bianchi. I giocatori di altra razza possono insultarci passandola sempre liscia, mentre chi offende loro viene punito. Ma forse non è nemmeno il caso di arrabbiarci o meravigliarci, visto che stiamo mettendo in discussione perfino il presepio nelle scuole».

E’ difficile immaginare un’argomentazione così limpidamente, profondamente razzista e allo stesso tempo diretta, comprensibile ai più e destinata a trovare purtroppo consensi. E’ un piccolo saggio di ignoranza storica che andrebbe inserito nei libri di scuola per aiutarci a capire cosa non va in una società che non (ri)conosce il razzismo. Non dimentichiamo che pochi mesi fa il Parlamento italiano ha assolto, con voto trasversale, il senatore della Lega Nord ed ex-ministro Roberto Calderoli che aveva paragonato l’ex ministra Cecile Kyenge a una scimmia. Per i parlamentari di “opposte” fazioni politiche il suo non è un insulto che incita all’odio razziale e non merita di essere giudicato da un tribunale. Conta meno di una querela per diffamazione.

A parte tutto questo, la dichiarazione dell’allenatore di Udine merita una riflessione e una risposta. Non può essere ignorata, perché è molto più grave degli insulti rivolti dal suo giocatore a un avversario di colore e perché fa capire che il problema è più profondo di quello che appare.

Come per altri aspetti, il calcio funziona da amplificatore di sentimenti che scorrono sottopelle nella società e ne rappresentano i tratti meglio di molti testi sociologici o di editoriali giornalistici. In termini rozzi l’allenatore ci dice: il razzismo esiste, ma i razzisti sono “loro”. Per loro si intende tutto quello che è “altro” dall’idea di “italiano” trasmessaci dalla scuola, dalla televisione, dalla politica, dalla società. E’ altro chi ha un colore della pelle un po’ più scuro, èaltro lo straniero in generale, l’immigrato, l’extracomunitario. E’ ovvio che il nero è più “altro” di altri perché quella che è semplicemente una caratteristica somatica assomma nel discorso razzista tutte le altre categorie. E’ l’altro per definizione. James Baldwin, in un illuminante saggio attorno a un suo viaggio in Svizzera negli anni cinquanta del novecento, sottolinea come il nero (the black man) cerca, utilizzando tutte le risorse a sua disposizione, di far sì che il bianco (the white man) smetta di considerarlo un’esotica rarità e lo riconosca come un essere umano. D’altra parte, ricorda Baldwin, è stato l’uomo bianco occidentale a trascinare violentemente il nero dentro la sua storia riducendolo in schiavitù e privandolo irrimediabilmente del suo passato. Baldwin aveva negli occhi la sua stessa storia famigliare, essendo figlio di un figlio di schiavi della Louisiana.

Dunque, le parole dell’allenatore. Come è possibile un simile ragionamento? Da dove nasce un tale vuoto culturale e umano? Perché i grandi veicoli di cultura popolare non fanno uno sforzo per spiegare la società ai suoi cittadini?

Tutte domande che reclamano risposta. Io credo che al di là delle squalifiche quello che può realmente portare un cambiamento, nello sport e nella società, è il dialogo. Il dialogo e l’educazione, intendendo per questo l’intervento formativo delle istituzioni, ma non solo. In questo caso specifico, mi chiedo perché la federazione invece di comminare una squalifica di dieci giornate non ne dia una di cinque ma obbligando lo squalificato a un breve percorso formativo sull’ABC del razzismo. Che so, un incontro di tre ore nella sede della federazione con una persona esperta di interculturalismo e sport. Magari una persona di colore. O l’obbligo ad arbitrare una partita fra bambini di varie origini etniche. Se non si presenta all’incontro la squalifica viene raddoppiata. E’ un’idea, un suggerimento. Ovviamente, nel caso di Udine il percorso formativo sarebbe ancora più necessario per l’allenatore, visto che ricopre la doppia funzione di persona pubblica (rilascia dichiarazioni ai mass media) e di educatore, visto che gestisce un gruppo di giovani uomini, molti ancora ragazzi. La formazione non solo sportiva è il nodo nevralgico del sistema sportivo. L’ignoranza combinata all’arroganza, cioè l’arroganza data dall’ignoranza, trova numerosissimi esponenti nel calcio, a tutti i livelli.

Il problema riguarda non solo gli appassionati di calcio, chi lo pratica e lo gestisce: non è purtroppo nuovo. Quante volte abbiamo dovuto sentire affermare che “sì, insomma, se mi dicono che son grasso mica posso accusarli di razzismo, e cosa vogliono questi, un insulto è un insulto, non c’è differenza tra dare del ciccione a uno o dirgli sporco negro”. Un insulto è un insulto, non c’è differenza. Questo è l’assunto di molte persone, anche laureate, anche impegnate nel sociale. Non è verbo che attecchisce solo nelle menti di moltitudini annebbiate da giornate passate con la televisione accesa e l’occhio alle ultime offerte per un nuovo telefono cellulare. E’ un’idea che ha a che fare con la mancanza di istruzione basica e di informazione.

Un insulto razzista non è un insulto come un altro. Qualsiasi insulto è un gesto violento, che vuole offendere e urtare chi lo riceve. Ma un insulto personale è diretto alla persona o al massimo ai suoi familiari. L’insulto che fa riferimento a un’origine, alla provenienza e soprattutto l’offesa che usa le caratteristiche somatiche – come il colore della pelle – per definire qualcuno (in termini espressamente spregiativi) ha un carico di violenza diverso. Soprattutto ha una storia che non può essere ignorata. E’ un insulto che riguarda moltitudini. Riguarda persone che possono sentirsi comprensibilmente toccate da questo attacco anche senza riceverlo direttamente. Questa è solo una approssimazione dell’insulto razzista. Un tentativo di mirare a un uditorio dall’udito malfunzionante o parzialmente disconnesso come quello rappresentato dall’allenatore sopracitato. L’insulto razzista è solo una componente, la più immediatamente visibile, del razzismo che pervade la società. Per questo non può essere ignorato.

L’insulto razzista va compreso nel quadro di una società, quella italiana, che ha disconosciuto la sua criminogena storia coloniale e le leggi razziali del fascismo (quanto spazio hanno questi temi nei manuali di storia in uso nelle scuole?) e che ha chiamato immigrati perché ne aveva e ne ha bisogno, ma non ha permesso loro e ai loro figli di diventare altro che mano d’opera sottopagata e quando i lavori umili non sono più disponibili o diventano estremamente volatili, lascia loro come destino, spesso, solamente l’emarginazione.

E’ facile dar la colpa a Salvini, alla sua esposizione mediatica, all’arsenale di surreali parabole che infila una dietro l’altra per manipolare la realtà e fare degli immigrati, degli stranieri, il capro espiatorio di tutti problemi. E’ vero, non si può negare la pericolosità di simili discorsi. Allo stesso tempo non va sottovalutata l’importanza della televisione nel dare insistentemente voce a messaggi allucinati e renderli “popolari”. Ma questa è solo una parte della storia. Le parole uscite dal senno dell’allenatore di Udine segnalano un salto di qualità nel razzismo popolare perché identificano una forma di “vittimismo” inedita, almeno in Italia.

Il contesto generale di instabilità economica e sociale (che non è problema esclusivo dell’Italia, va detto, ma trova qui particolare enfasi), i flussi di rifugiati (che fuggono il più delle volte da guerre avviate dall’Occidente), l’idea di un Islam necessariamente ostile reiterata a destra e a manca, contribuiscono a creare un tappeto emotivo di insicurezze dove chi è predisposto ad accettare discorsi razzisti ne diventa latore entusiasta e sordo alla ragione. E riesce perfino a inventarsi vittima. Vittima di cosa? E’ questo che è difficile da comprendere. Serve uno sforzo condiviso per arrivare alle sorgenti di ignoranza. Per esempio, gli stessi che si scandalizzano perché un preside di una scuola multietnica mette in discussione l’opportunità di canti natalizi di una sola religione sono i primi a iscrivere i propri figli in scuole con basse presenze di immigrati. Il pregiudizio è loro, non di chi cerca forme di dialogo che fanno parte della storia di tutte le società, da che mondo è mondo.

Uno sforzo andrebbe anche diretto a comprendere che lo sport, oggi più che mai, va inteso come fenomeno culturale che ha implicazioni nel modo in cui vediamo e capiamo il mondo. Il calcio non può essere lasciato a chi non capisce e non è interessato a fare della società un posto migliore per tutti. Parafrasando quanto scrisse C. R. L. James nel suo straordinario studio sul cricket e il post-colonialismo nei Caraibi potremmo chiederci: cosa capisce di calcio chi solo di calcio sa?

(*) Max Mauro è autore de «La mia casa è dove sono felice» (2005). Nel 2016 manderà alle stampe uno studio sul calcio e i giovani di origine immigrata realizzato in collaborazione con il Cies, Centro internazionale di studi dello sport.



LA VIGNETTA – sulle “gaffes” di Carlo Tavecchio – E’ DI MAURO BIANI.

martedì 8 dicembre 2015

Nicole, 4 ori contro i pregiudizi



«Adoro la vita, mi piace vincere»

Il record ai Mondiali per atleti down in Sudafrica: «Lo dedico a mia nonna»


di Elena Tebano (dal Corriere della sera.it)




Avvolta nel tricolore sul podio più alto dei Mondiali, in Sudafrica, Nicole Orlando ha alzato gli occhi al cielo e ha iniziato a piangere. Lacrime di gioia e commozione. «Stava pensando alla nonna, che è morta l’anno scorso e avrebbe dovuto accompagnarla nella trasferta africana», racconta la madre, Roberta Becchia. «Però c’era il nonno, che ho convinto io a venire perché all’inizio non voleva: sono molto fiera di lui» ribatte Nicole, 22 anni. Di lei, che la settimana scorsa si è portata a casa 4 ori (100 metri, salto in lungo, triathlon, con record del mondo, staffetta 4 per 100) e un argento (nei 200) è orgoglioso il premier Matteo Renzi: ieri l’ha ringraziata su Facebook per «aver reso onore all’Italia» insieme agli altri atleti della Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettiva Relazionale, che in tutto hanno conquistato 27 titoli nell’atletica leggera e 5 nel tennis tavolo. Nicole ha la sindrome di Down e tra le sue vittorie c’è anche quella di abbattere un bel po’ di pregiudizi. «Sono contenta: mi piace vincere le medaglie» dice al telefono da Biella, dove vive, in una pausa tra l’allenamento di nuoto e quello di atletica. Guarda al prossimo traguardo: «Mi devo preparare alle Olimpiadi di luglio, a Firenze».

 



Nicole Orlando, 22 anni, si commuove sul podio dopo aver vinto la sua prima medaglia d’oro ai Mondiali del Sudafrica. Nicole fa parte della Nazionale degli atleti con disabilità intellettive o relazionale (foto Mauro Ficerai)



E aggiunge con tutta la sincerità del mondo che sì, a Bloemfontein in Sudafrica «mi aspettavo di vincere». «Io l’avevo avvertita: guarda che ci sono le messicane che sono molto forti, sarà dura — dice la madre Roberta —. Mi ha risposto di non preoccuparmi. Lei è così, molto determinata: il suo allenatore assicura che se tutti i suoi sportivi avessero la stessa concentrazione, vincerebbero molto di più. Lo spirito agonistico non le manca: suo fratello e sua sorella non le hanno mai fatto passare niente e lei ha sempre cercato di competere». Lo sport l’ha bevuto con il latte: il padre Giovanni ha giocato a calcio in serie C, la madre a pallacanestro, sempre in serie C. Il resto lo ha fatto una famiglia che si è rifiutata di guardare alla disabilità come alla fine di tutto. «Ci avevano detto che i ragazzi Down hanno i legamenti laschi e quindi sono lenti e pigri. Per stimolarla, l’abbiamo portata in piscina che aveva appena un anno. Quando ha iniziato a camminare è stata la volta della ginnastica artistica». Nicole ha avuto un’allenatrice d’eccezione: Anna Miglietta, 71 anni, ex atleta e poi coach della nazionale di ritmica.

«Era stata la mia insegnante di educazione fisica: sapevo che era molto severa e che le sue regole erano le stesse per tutti. Se Nicole provava ad arrampicarsi sulla spalliera le correva dietro. Ha imparato subito, e grazie ai suoi legamenti laschi era la più brava a fare le spaccate» ricorda la madre. Nicole è entrata nel gruppo dei normodotati: «Era il modo migliore per aiutarla a maturare — racconta Miglietta —. Non facevo fatica a insegnarle: aveva questa voglia enorme di riuscire, gli occhi grandi sempre spalancati a cercare di capire tutto». E un’energia incontenibile come la sua voglia di vivere: dalla ginnastica è passata al nuoto e all’atletica. La settimana scorsa i Mondiali. «E adesso Nicole parteciperà al musical che mettiamo in scena venerdì con i ragazzi della palestra». È ispirato alla serie tv Glee. Nicole ha già imparato a memoria le battute: «Perché mi dite così? Perché sono diversa? In che senso diversa? — recita precisa al telefono —. Non posso anche esser stupida, cicciona, prima donna o lesbica? O devo essere sempre solo quella con la sindrome di Down?». Oggi, intanto è una campionessa della Nazionale.


mercoledì 9 settembre 2015

Monica Priore si racconta: la malattia, lo sport, la vita









Monica Priore: all’età di 11 anni comincia ad avvicinarsi al mondo sportivo entrando a far parte di una squadra di pallavolo. La sua militanza nella squadra cessa quando nessun medico vuole prendersi la responsabilità di rilasciarle il certificato di idoneità medica di cui necessita. Decide allora di cambiare sport ed inizia a praticare nuoto. Nel febbraio 2004 partecipa al suo primo campionato regionale aggiudicandosi una medaglia di bronzo. Il 23 Aprile 2007 ha ricevuto la targa del CONI di Brindisi la “Forza dello Sport”.

Monica Priore racconta la sua storia nel libro intitolato “Il mio mare ha l'acqua dolce”, edito da Mondadori e l'Associazione per i Diritti Umani l'ha intervistata per voi. 



“Ero una bambina con i riccioli, volevo costruire castelli di sabbia in spiaggia con mio fratello e i miei cugini, ma ho dovuto cambiare programma. Siamo tornati in città e le vacanze le abbiamo passate nel reparto di Diabetologia per adulti. Avevo braccia lunghe e magre, livide dal gomito in giù: mi facevano un buco ogni due ore. Ora le mie braccia sono remi: sento la forza che irradiano, sento i muscoli tendersi, le spalle ruotare, le mani irrigidirsi nell'impatto con l'acqua. A ogni spinta avanzo, a ogni spinta mi allontano dalla Monica che ha sofferto, che si è sentita in colpa per essersi ammalata, che si è sentita vittima. Toccare riva è il mio riscatto, la mia conquista. Poche bracciate ancora e sono libera: libera dalla mia rabbia, libera dall'idea di me come malata. Libera di essere solo Monica, la fondista, la prima donna diabetica di tipo 1 in Europa ad avere attraversato a nuoto lo stretto di Messina." Se Monica Priore avesse dato retta ai medici, oggi non sarebbe più sana e nemmeno più felice. Impugnando la diagnosi di diabete di tipo 1, la medicina ufficiale la obbligava a una specie di vita a ostacoli: dieta ferrea, tanta insulina, orari rigidi e una blanda attività fisica per scongiurare il rischio di crisi ipoglicemiche. Un vero inferno. Ma Monica ha sempre sentito nel profondo della sua anima che, se avesse imparato a gestire la sua malattia, avrebbe potuto condurre una vita quasi normale”.

Quando si è ammalata aveva cinque anni e, forse, i ricordi non sono vividi, ma cosa le hanno raccontato i suoi familiari di quel primo periodo ?


Del primo periodo effettivamente ricordo poco, ero piccola avevo 5 anni, i miei raccontano che non feci una piega quando gli infermieri cominciarono a bucarmi, per i prelievi e per le iniezioni di insulina, piangevo solo quando le braccine erano oramai livide e non reggevo più il dolore. Mi chiedevo perché fosse accaduta quella cosa a me e spesso sfogavo la mia rabbia con la mamma dicendole che era colpa sua se avevo il diabete, mortificandola ulteriormente.


Che sentimenti prova quando pensa alla sua infanzia e adolescenza ?


I sentimenti sono diversi, ma quello più forte è la tristezza, perché se all'epoca fossi stata la persona che sono oggi, avrei vissuto meglio quei periodi ed avrei sofferto meno.


Che cosa le avevano detto i medici, all'inizio, riguardo al suo futuro?


I medici non parlavano mai del futuro, ma solo del presente, perché le conoscenze sul diabete mellito di tipo 1 erano poche, e credo che neanche loro sapessero con esattezza come sarebbe potuta essere la mia vita.

In che modo ha deciso di gestire la malattia?

Ho deciso di gestire la malattia con lo sport, non piangendomi a dosso e dando sempre il massimo delle mie potenzialità in ogni circostanza. Il diabete è un ostacolo in più, ma la vita è sempre vita, magari la si guarda da una prospettiva diversa, ma sempre vita è.


Che donna è, oggi?


Oggi sono Monica, una donna tenace, testarda e un po guerriera, non so come sarei stata senza il diabete, ma so che è merito suo se oggi sono più forte.
   

giovedì 16 luglio 2015

In Italia il presidente dell'Azerbaigian. Amnesty International chiede al presidente del Consiglio di affrontare il tema delle violazioni dei diritti umani


Il direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini ha scritto al presidente del Consiglio Matteo Renzi, chiedendogli di affrontare il tema delle violazioni dei diritti umani in Azerbaigian durante il suo incontro, previsto il 9 luglio, col presidente Ilham Aliyev.

Alla lettera è allegato un rapporto, intitolato "
Azerbaigian: i Giochi della repressione", nel quale Amnesty International denuncia la soppressione del dissenso, la detenzione di oltre 20 prigionieri di coscienza e ulteriori violazioni dei diritti umani che hanno preceduto, accompagnato e seguito i primi Giochi europei, terminati alla fine di giugno.

"Dietro l'immagine ostentata dal governo di una lungimirante, moderna nazione c'è uno stato in cui regolarmente e sempre più le critiche incontrano la repressione governativa. Giornalisti, attivisti politici e difensori dei diritti umani che osano sfidare il governo vanno infatti incontro ad accuse inventate, processi iniqui e lunghe pene detentive" - scrive il direttore Rufini.

Negli ultimi anni, le autorità azere hanno messo in atto un giro di vite senza precedenti nei confronti delle voci indipendenti all'interno del paese.

Molti attivisti per i diritti umani e critici del governo sono stati arrestati, altri hanno lasciato il paese e altri ancora tacciono per paura di essere arrestati o perseguitati. Gli uffici delle organizzazioni non governative più critiche nei confronti del governo sono stati chiusi, mentre le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono state costrette a lasciare il paese. Anche i media sono stati oggetto di repressione. La maggior parte dei mezzi di comunicazione, infatti, è di proprietà dello Stato o filogovernativa e le autorità hanno usato il loro virtuale controllo monopolistico sulla stampa e sulla televisione per screditare i loro oppositori.

"Almeno 20 tra giornalisti, avvocati, attivisti dei movimenti giovanili e oppositori sono stati arrestati e condannati nei 12 mesi che hanno preceduto l'inizio dei Giochi europei. Alla vigilia della cerimonia inaugurale, ci è stato impedito di entrare nel paese. Lo stesso è accaduto a giornalisti del Guardian, di Radio France International e della tedesca Ard" - prosegue Rufini.

Nella lettera al presidente del Consiglio, Amnesty International Italia segnala alcuni casi di prigionieri di coscienza di cui continua a sollecitare l'immediata e incondizionata scarcerazione.

Rasul Jafarov, fondatore della ong Human Rights Club, è stato arrestato nell'agosto 2014. Intendeva lanciare la campagna "Sport per la democrazia", per attirare l'attenzione internazionale sul deterioramento della situazione dei diritti umani nel paese. Nell'aprile 2015, è stato condannato a sei anni e mezzo di carcere per false accuse di evasione fiscale e rapporti d'affari illegali.

Leyla Yunus, un'attivista per i diritti umani di 60 anni, premiata e fra gli oppositori più espliciti e di alto profilo, è stata arrestata nel luglio 2014, pochi giorni dopo aver invocato il boicottaggio dei Giochi europei a causa della terribile situazione dei diritti umani in Azerbaigian. Da allora, è rimasta in detenzione preventiva, essendo stati estesi i termini a tutta la durata dei Giochi: in questo modo, Leyla avrà trascorso oltre un anno in carcere senza processo. Suo marito Arif Yunus è stato arrestato cinque giorni dopo. Entrambi sono detenuti con false accuse di tradimento, conduzione di affari illeciti, evasione fiscale, abuso di potere, frode e contraffazione. Leyla e suo marito soffrono di gravi problemi di salute ed è stato loro vietato di parlare tra di loro e con i familiari.

Intigam Aliyev, un noto avvocato dei diritti umani, che ha portato con successo un certo numero di casi contro l'Azerbaigian alla Corte europea dei diritti umani, è stato arrestato nel luglio 2014 sulla base di false accuse di evasione fiscale e di rapporti d'affari illegali. È stato detenuto fino al processo nel mese di aprile 2015, quando è stato condannato a sette anni e mezzo di reclusione.

Khadija Ismayilova, una giornalista di Radio Free Europe, stava indagando sulle denunce di legami tra la famiglia del presidente Ilham Aliyev e un redditizio progetto di costruzione a Baku, quando è stata arrestata, nel dicembre 2014.

E' stata accusata di "aver istigato un collega a suicidarsi" e ha ricevuto altre accuse motivate politicamente. La persona in questione in seguito ha ammesso di essere stata costretta a presentare una denuncia contro di lei e che il suo tentativo di suicidio non aveva nulla a che fare con la collega. Khadija Ismayilova subisce da anni continue molestie da parte delle autorità e ora rischia 12 anni di carcere se risulterà colpevole di tutti reati che le sono stati imputati.

Esponenti del movimento giovanile NIDA che usavano Facebook per criticare e mettere in discussione le autorità o organizzare assemblee pacifiche, sono stati arrestati con l'accusa di possesso di esplosivi e di essere intenzionati a causare disordini. Amnesty International ritiene che tali accuse siano state fabbricate ad arte. Altri attivisti di NIDA sono stati picchiati e torturati per estorcere false confessioni. Shahin Novruzlu, 17 anni, ha perso quattro denti anteriori durante un interrogatorio.




 



lunedì 22 giugno 2015

La mobilitazione degli artisti israeliani contro le politiche culturali del governo




di Monica Macchi




L’organo di rappresentanza delle istituzioni culturali israeliane ha chiesto a tutti gli artisti, scrittori, sindacati e istituzioni ed organizzazioni culturali, di riunirsi e decidere come mobilitarsi contro le politiche culturali del nuovo governo israeliano e in particolare contro il ritiro dei finanziamenti e le minacce di sanzioni nei confronti di due storici teatri arabo-israeliani.

Ha iniziato la Ministra della Cultura e dello Sport, Miri Regev, che ha minacciato di togliere i finanziamenti a un teatro di Jafa se il suo direttore arabo-israeliano, continuerà a rifiutarsi di partecipare a produzioni al di là della Green Line, e ha continuato il ministro dell'Istruzione Naftali Bennett che ha ritirato il finanziamento a “Tempo Parallelo”, uno spettacolo teatrale ispirato alla vicenda di Walid Daka. Il 6 agosto 1984, alla vigilia del digiuno di Tisha B'Av, il soldato Moshe Tamam viene rapito vicino a Netanya e ritrovato morto pochi giorni dopo. Per questo omicidio sono condannati all'ergastolo (pena poi ridotta a 37 anni dal presidente Shimon Peres nel 2012) quattro arabi israeliani, affiliati al FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) tra cui appunto Daka che nel frattempo, si è laureato in legge, ha pubblicato un libro su “Ridefinire la tortura”, scrive editoriali per diversi giornali e nel 1999, è stato il primo prigioniero palestinese che ha avuto il permesso di sposarsi in carcere e ha fatto una lunga battaglia legale per ottenere il permesso sponsale. E proprio da questo punto (e spunto) parte lo spettacolo teatrale che attraverso i tentativi dei suoi compagni di cella di contrabbandare materiali per costruirgli un oud come regalo di nozze, vuole raccontare la vita quotidiana dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Lo spettacolo nasce da esperienze di laboratori teatrali del regista Bashar Murkus che ha raccolto interviste e scritti di vari prigionieri quindi sia il regista che Adnan Tarabash, il direttore del teatro, hanno rivendicato la libertà artistica sottolineando che il pezzo è un adattamento e hanno minacciato azioni legali perché “dire che Walid Daka ha dettato la sceneggiatura è pura diffamazione”. Inoltre il direttore del teatro ha denunciato che la famiglia Tamam, alcune associazioni e politici locali stanno strumentalizzando e fomentando dolore e lutti per mettere a tacere Al-Midan un teatro “scomodo” che attraverso la voce araba solleva questioni fondamentali per la società israeliana. E non solo Adnan ha provocatoriamente chiesto se “Siamo forse in un regime totalitario?” ma anche Zahava Gal, leader del partito di sinistra Meretz, ha sostenuto che “la cultura in Israele è in pericolo perché la volontà di imbavagliare chi non si allinea col regime è un chiaro segno di una deriva fascista dello Stato”. Da parte sua la ministra Regev ha ammonito che “è giunto il momento di porre fine ai filmati sulla Nakba e sul diritto al ritorno, bisogna smettere di finanziare organizzazioni che sostengono il terrorismo e il tradimento, fissando linee guida chiare in materia di istruzione, cultura e sport”.

Ma non è solo il teatro ad essere nel mirino del governo: è di pochi giorni fa la notizia che verrà istituita una commissione per valutare se “Beyond the Fear”, una co-produzione israelo-lettone-russa ha i requisiti per partecipare al Jerusalem Film Festival festival. Il regista è Herz Frank, figura fondamentale del documentario poetico della scuola di Riga che ha costruito questo suo lavoro su Ygal Amir, l’assassino di Itzak Rabin, attraverso interviste con la moglie Larissa Trimbobler.

venerdì 29 maggio 2015

Le immagini che raccontano i fatti salienti dell' ultimo anno




Come ogni anno torna la mostra del World Press Photo, in contemporanea a Roma e a Milano.

Più di 5000 fotografi, provenienti da 131 Paesi, hanno partecipato al prestigioso concorso che si dipana in otto categorie: ritratti, natura, sport, attualità, vita quotidiana, lavoro, notizie spot e generali.

L'attualità sempre in primo piano come dimostra la fotografia di Massimo Sestini (vincitore del secondo premio della categoria “News”) che ritrae un salvataggio di migranti stipati su un barcone nel Mediterraneo. Entriamo, poi, nella vita misera e nella cucina di un'abitazione sventrata in Ucraina; mentre la svedese Asia Sjostrom, con una sola immagine, ci racconta la storia di Igor e Arthur, due fratellini gemelli che fanno parte dei tanti “orfani bianchi”, in Moldavia, bambini che cercando di sopravvivere senza i genitori, forse emigrati in cerca di un lavoro.

Le persone, i colori, le luci colpiscono il cuore ed emozionano mentre guardiamo, sconcertati, i tragici effetti della diffusione dell'ebola in Africa, o le divise delle giovani studentesse rapite in Nigeria da Boko Haram.

In pochi casi lo spettatore può tirare un sospiro di sollievo, osservando le immagini di una Natura potente e straordinaria, ma la realtà – spesso creata e voluta dagli Uomini – è sempre lì a ricordarci la nostra finitezza e i nostri errori.

La fotografia vincitrice dell'edizione 2015 del World Press Photo pone al centro della riflessione l'omofobia in Russia (e non solo): l'autore danese, Mads Nissen, usando in maniera delicata e sapiente la penombra, accarezza due giovani uomini, Jon e Alex, in un momento di intimità, a San Pietroburgo. Questa immagini fa parte di un progetto più ampio di Nissen, scattato per Scanpix, un progetto importante perchè, in Russia come in molte altre aree del mondo, le minoranze sessuali affrontano una profonda discriminazione sociale e legale, molestie e perfino violenti attacchi di fanatici religiosi o nazionalisti. Il presidente della giuria del Premio (in questo caso si parla della categoaria “Vita contemporanea) e direttore della fotografia del New York Times ha dichiarato: “E' un momento storico per la fotografia...l'immagine vincitrice deve avere un'estetica, essere di impatto e avere il potenziale per diventare un'icona. Questa foto è esteticamente potente e possiede umanità”...quell'umanità che dobbiamo rimettere al centro dei nostri comportamenti e delle nostre scelte.



World Press Photo

a Milano

Galleria Sozzani

Corso Como, 10

sabato 21 marzo 2015

Corri con Samia !


Per conoscere la storia di Samia, leggete di seguito l'intervista che abbiamo fatto a Giuseppe Catozzella, autore del romanzo Non dirmi che hai paura, Einaudi.




Un premio per Samia



Con 93 voti, il romanzo Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella ha vinto il Premio Strega Giovani e guida la cinquina del premio principale, oltre ad aver ottenuto anche il premio Società Dante Alighieri. E noi siamo felici di ripubblicare una breve intervista che qualche settimana fa abbiamo avuto occasione di fare all'autore, congratulandoci ancora e ringraziandolo per averci fatto conoscere la storia di Samia.
 
  




Una storia esemplare, quella di Samia, una ragazzina di Mogadiscio che ha la corsa nelle gambe e nel cuore: Samia corre in nome della libertà di tutte le donne, in particolare di quelle somale che vivono in una situazione di guerra e di sopraffazione. Samia corre in nome della libertà e della giustizia. Samia condivide i suoi sogni e i suoi ideali con il suo amico Ali e primo allenatore che crede in lei, nella sua tenacia e nella sua forza. Samia, infatti, riesce a qualificarsi, a soli 17 anni, ai Giochi olimpici di Pechino, diventando un simbolo. Il destino di Samia sarà tragico, come quello di tanti migranti, ma la sua giovane vita porta in sé, e regala al futuro, la gioia del riscatto.





Quando nasce il progetto del libro e perché ha ritenuto necessario raccontare questa storia?


L’idea di raccontare la vita di Samia Yusuf Omar è nata quando mi sono imbattuto nella notizia della vita e della morte di Samia (ero in Africa, a Lamu, in Kenya e stavo svolgendo delle ricerche per un’altra storia) mi sono sentito in colpa da italiano per la sua morte e ho deciso che avrei raccontato nel paese che Samia vedeva come sua salvezza e speranza di vita nuova e in cui non era mai riuscita ad arrivare – il mio stesso paese, l’Italia – la sua storia. Per cercare di creare materiale letterario dalla speranza e dal dolore. E per risarcire, in qualche modo, il destino di Samia.


Samia Yusuf Omar nasce a Mogadiscio, in una terra colonizzata dagli italiani e oggi ancora dilaniata dalla guerra: quanto è importante mantenere viva la memoria sulla Storia di ieri per capire il Presente?


È fondamentale. La memoria è come il respiro ed è un arco teso. Soltanto caricandolo all’indietro si può avere una direzione e una meta.


Il racconto della vita della protagonista si può definire come un "racconto di formazione"? E ci può anticipare il motivo per cui Samia diventa il simbolo di tutte le donne musulmane nel mondo?


È una storia di formazione, perché è la storia della formazione di Samia, da quando ha 8 anni a quando ne ha 21. Samia diventa simbolo perché per correre al massimo delle sue potenzialità compie un gesto ovvio e al contempo rivoluzionario: decide di correre alle Olimpiadi senza velo.


Si tratta anche di una storia di migrazione, di tenacia e di coraggio, con una sorta di “lieto fine” : la sua storia è importante per abbattere gli stereotipi e i pregiudizi sui richiedenti asilo, sui profughi e sui migranti in generale?


La storia di Samia purtroppo non ha un lieto fine nel senso consueto del termine, perché Samia muore al largo di Lampedusa. Ma contiene un lieto fine nel senso che è una storia di speranza e di coraggio.

lunedì 14 luglio 2014

Altro che mondiali !



E' terminato anche il campionato mondiale di calcio 2014 con una pessima figura da parte della squadra e dei dirigenti italiani. Ma non tutto è perduto! Vi vogliamo far conoscere, infatti, un'altra piccola-grande squadra...CasaSport: un team speciale, formato da ragazzi stranieri che cercano, nel gioco di squadra, un momento di svago, di condivisione, di gioia. E chissà...magari anche di riscatto. Sosteniamoli insieme.

Ecco le parole di CasaSport:  




Siamo nati a settembre 2013 per partecipare al Campionato Provinciale di US Acli Milano, che ringraziamo per la grande opportunità che ci ha dato e per la disponibilità con cui ci è venuto incontro.

Siamo una squadra di calcio che vuole essere all'altezza del torneo e delle altre partecipanti. Vogliamo giocare e migliorarci, competere con tutti, fare bene in campo ed essere leali nei comportamenti.
Siamo una squadra di calcio come le altre, che però ha alcune caratteristiche particolari.


Per cominciare, solo di uno di noi è nato in Italia. Tutti gli altri provengono da molti paesi, soprattutto africani: Togo, Egitto, Niger, Marocco, Camerun, Gambia, Ghana, Nigeria, Costa d'Avorio, solo per citarne alcuni. Viviamo in Italia chi da anni, chi da pochi mesi.

Un'altra caratteristica particolare è che tra noi non tutti abitiamo in una casa. O meglio, viviamo in una struttura di accoglienza che per noi è una vera e propria abitazione e che si chiama Casa della carità. Ha sede in via Brambilla, a Crescenzago, accanto al campo dove giochiamo e insieme a noi ci sono anche altri ospiti, italiani e stranieri, giovani e anziani, uomini, donne e famiglie. E' una struttura che accoglie persone in difficoltà aiutandole anche a trovare un lavoro e una casa. Quelli di noi che invece risiedono in un'abitazione sono comunque transitati, in questi anni, dalla Casa della carità. Perché tutti abbiamo alle spalle storie difficili, di guerre e di povertà, da cui siamo fuggiti.

Casasport è oggi rivolto a ragazzi ed adulti, italiani e stranieri, che vedono nello sport e nel calcio una possibilità di integrazione, condivisione e divertimento.

Giochiamo insieme a pallone dal 2009. Ci siamo allenati con tecnici di Inter Campus e partecipiamo regolarmente al Torneo estivo dei centri sociali e delle comunità straniere (nel 2011 lo abbiamo anche vinto!!!) organizzato da Olinda. Però quel torneo dura poco: un girone con tre gare e poi eliminazione diretta dagli ottavi in avanti. Se perdiamo ci tocca aspettare un anno per ritornare in campo.

Per questo abbiamo deciso di iscriverci al campionato di US Acli Milano. Per questo nato è nato il Casasport: perché ci piace molto giocare a pallone e vogliamo farlo per tante partite. Con voglia, passione, coraggio e divertimento. Grazie, dunque, a tutti quelli che condivideranno con noi questa bella avventura!

Alessandro, Camilla, Generoso, Giovanni, Guido, Marco, Paolo, Peppe.


Casasport vuole diventare una realtà sportiva a sottoscrizione popolare.

Cosa significa? Che i soci sostenitori siano a tutti gli effetti i motori di Casasport; questo avviene anche in società sportive molto importanti come il Barcellona F.C.

Cosa significa essere socio? Riceverete a casa la tessera associativa con un numero identificativo: ogni settimana per mailing list potrete avere tutti gli aggiornamenti su risultati e classifiche, potrete venire in prima persona a tifarci nelle gare ufficiali ed inoltre attivarvi sul nostro blog partecipando da tifosi alla vita di Casasport.



Per ulteriori informazioni e per aderire alla campagna di CasaSport: www.limoney.it

giovedì 10 luglio 2014

I mondiali e i bambini di Gaza (e news dalla Striscia)



Prima di archiviare questo campionato mondiale di calcio che ha regalato forti emozioni, nel bene e nel male, vogliamo ricordare la decisione della squadra dell'Algeria che ha deciso di devolvere in beneficienza il premio ottenuto per il risultato raggiunto. Un gesto simbolico di quello che dovrebbe tornare ad essere questo sport.

La federazione algerina è stata la miglior squadra africana in campo, si è battuta fino all'ultimo per arrivare agli ottavi di finale (risultato mai raggiunto in precedenza), ma il goal più bello lo ha fatto al rientro, proprio con la decisione di regalare i 9 milioni di dollari del premio ai bambini della Striscia di Gaza.

Loro ne hanno più bisogno di noi”, ha scritto su Facebook l'attaccante Islam Slimani. La Striscia, infatti, sta attraversando un altro momento delicato e pericoloso dopo l'uccisione dei tre ragazzi ebrei e la rappresaglia che ha visto la morte atroce di un ragazzo arabo.

Nella regione vivono, segregati dall'embargo israeliano, più di un milione di persone: spesso viene a mancare l'elettricità, con gravi danni per le poche strutture sanitarie e per l'approvvigionamento; mancano, infatti, alimenti di prima necessità e medicine. E a pagarne il prezzo più alto, di solito, sono i bambini.

Riportiamo, qui di seguito, un paio di messaggi - e ne attendiamo altri - che un uomo è riuscito, nonostante le difficoltà, a mandarci da Gaza e anche una fotografia di quello che sta accadendo proprio in questi giorni. La persona, che ha dichiarato di non essere del tutto in linea con le decisioni del partito, vuole rimanere anonima per paura di ritorsioni da parte di Hamas...

Una situazione complicata, quella nella Striscia, sia per la guerra con Israele sia per la realtà interna.

Il gesto delle “volpi del deserto”, quindi, diventa ancora più importante. Bravi giocatori sul campo di calcio, persone serie nelle vita.



 يكون صعب جدا بعد الان في غزة بسبب
العثور على المستوطنين الثلاثة المختفين مقتولين في حلحول بالخليل
الجميع هنا خائف سيكون قصف شديد على غزة وممكن حرب

Sarà molto difficile da adesso a Gaza,perchè a Halul vicino a Hebron hanno ritorvato morti i 3 coloni scomparsi
Tutti qui hanno paura che ci saranno bombardamenti pesanti su Gaza e forse la guerra







اكثر من 200 صاروخ من الصباح حتى الان و12 شهيد في غزة
وفي الليل كان هناك قصف شديد جدا جدا بالقرب من منزلي وهذه هي صورة القصف بعد منتصف الليل

Più di 200 razzi dalla mattina fino ad ora, ci sono stati 12 martiri qui a Gaza
Di notte ci sono stati bombardamenti molto pesanti, molto, molto vicino a casa mia e questa è l'immagine del bombardamento dopo mezzanotte







sabato 5 luglio 2014

Per parlare di disabilità oltre i preconcetti



Oltre le barriere è il nome del programma radiofonico ideato e condotto da Andrea Ferrero e Andrea Mameli per Radio X Cagliari Social Radio (96,8 Mhz, live e podcast dal sito http://www.radiox.it). L’idea è nata dopo che Andrea Mameli ha ascoltato Andrea Ferrero parlare in pubblico della sua disabilità (nel 1998 la retinite pigmentosa gli ha portato via, gradualmente, la vista) e i due hanno deciso di portare in radio le storie di chi non si arrende di fronte a ostacoli di varia natura e di chi aiuta a superarli.
Radio X con il progetto Cagliari Social Radio è stato il naturale approdo di questo progetto: dal 18 giugno 2014 la trasmissione va in onda ogni mercoledì alle 20 (e in replica il giovedì mattina e la domenica mattina).
La prima puntata era dedicata alla storia di Andrea Ferrero (intervistato da Andrea Mameli) e al superamento delle barriere che un non vedente incontra ogni giorno.
Ospite della seconda puntata (andata in onda il 25 giugno) era Cinzia Mocci: una dipendente dell’Università di Cagliari che già da studentessa si era battuta per il superamento delle barriere architettoniche che impedivano alla sua sedia a ruote di raggiungere le aule per le lezioni e gli esami.
Nella terza puntata (mercoledì 2 luglio) Andrea Ferrero e Andrea Mameli intervistano il radiocronista Vittorio Sanna, voce storica del Cagliari nei campionati di calcio, il quale racconta la sua storia professionale e spiega come la voce può consentire di “vedere” gli eventi sportivi.
Seguiranno altre 4 puntate, fino a tutto luglio, nelle quali Andrea Ferrero e Andrea Mameli intervisteranno altre persone che hanno lottato per superare difficoltà di vario genere connesse con la disabilità ma anche istruttori sportivi e formatori impegnati nel fornire preziose indicazioni per il superamento delle barriere.
«Oltre le barriere» è anche un blog –
http://oltrelebarriereradiox.blogspot.it/ – nel quale saranno raccolti altri contributi sul tema, interviste, approfondimenti, link.
Per commentare le puntate o per suggerire temi da affrontare:
oltrelebarriere@radiox.it
 


(da: danielebarbieri@wordpress.com)

sabato 14 giugno 2014

Un premio per Samia



Con 93 voti, il romanzo Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella ha vinto il Premio Strega Giovani e guida la cinquina del premio principale, oltre ad aver ottenuto anche il premio Società Dante Alighieri. E noi siamo felici di ripubblicare una breve intervista che qualche settimana fa abbiamo avuto occasione di fare all'autore, congratulandoci ancora e ringraziandolo per averci fatto conoscere la storia di Samia.
 
 
Non dirmi che hai paura: dare la vita per un sogno   



Una storia esemplare, quella di Samia, una ragazzina di Mogadiscio che ha la corsa nelle gambe e nel cuore: Samia corre in nome della libertà di tutte le donne, in particolare di quelle somale che vivono in una situazione di guerra e di sopraffazione. Samia corre in nome della libertà e della giustizia. Samia condivide i suoi sogni e i suoi ideali con il suo amico Ali e primo allenatore che crede in lei, nella sua tenacia e nella sua forza. Samia, infatti, riesce a qualificarsi, a soli 17 anni, ai Giochi olimpici di Pechino, diventando un simbolo. Il destino di Samia sarà tragico, come quello di tanti migranti, ma la sua giovane vita porta in sé, e regala al futuro, la gioia del riscatto.




Quando nasce il progetto del libro e perché ha ritenuto necessario raccontare questa storia?

L’idea di raccontare la vita di Samia Yusuf Omar è nata quando mi sono imbattuto nella notizia della vita e della morte di Samia (ero in Africa, a Lamu, in Kenya e stavo svolgendo delle ricerche per un’altra storia) mi sono sentito in colpa da italiano per la sua morte e ho deciso che avrei raccontato nel paese che Samia vedeva come sua salvezza e speranza di vita nuova e in cui non era mai riuscita ad arrivare – il mio stesso paese, l’Italia – la sua storia. Per cercare di creare materiale letterario dalla speranza e dal dolore. E per risarcire, in qualche modo, il destino di Samia.

Samia Yusuf Omar nasce a Mogadiscio, in una terra colonizzata dagli italiani e oggi ancora dilaniata dalla guerra: quanto è importante mantenere viva la memoria sulla Storia di ieri per capire il Presente?

È fondamentale. La memoria è come il respiro ed è un arco teso. Soltanto caricandolo all’indietro si può avere una direzione e una meta.

Il racconto della vita della protagonista si può definire come un "racconto di formazione"? E ci può anticipare il motivo per cui Samia diventa il simbolo di tutte le donne musulmane nel mondo?

È una storia di formazione, perché è la storia della formazione di Samia, da quando ha 8 anni a quando ne ha 21. Samia diventa simbolo perché per correre al massimo delle sue potenzialità compie un gesto ovvio e al contempo rivoluzionario: decide di correre alle Olimpiadi senza velo.

Si tratta anche di una storia di migrazione, di tenacia e di coraggio, con una sorta di “lieto fine” : la sua storia è importante per abbattere gli stereotipi e i pregiudizi sui richiedenti asilo, sui profughi e sui migranti in generale?

La storia di Samia purtroppo non ha un lieto fine nel senso consueto del termine, perché Samia muore al largo di Lampedusa. Ma contiene un lieto fine nel senso che è una storia di speranza e di coraggio.

venerdì 13 giugno 2014

Quel calcio al popolo brasiliano


Ci  siamo: da poche ore si è dato il via ai mondiali di calcio in Brasile. A distanza di qualche decennio da quel 1950 quando il Brasile fu sconfitto, in finale, dall'Uruguay e questo causò la morte per infarto di alcuni tifosi sugli spalti del celebre stadio Maracanã, suicidi e depressioni: una sconfitta non solo sportiva. Un ulteriore sconfitta di un Paese ancora povero che riponeva, nell'evento, una speranza di riscatto anche da quegli stessi gerarchi che avevano letto i discorsi vittoriosi ancor prima
Oggi il Brasile sta diventando una delle potenze economiche emergenti, ma la strada è ancora lunga soprattutto per quella gran parte della popolazione che vive ai margini. E allora un evento sportivo, oggi mediaticamente imponente, dalla valenza commerciale spropositata, diventa la miccia per sfogare rabbia ed esasperazione.



Nel pomeriggio di ieri, 12 giugno 2014, in attesa della cerimonia di inaugurazione e della prima partita tra Brasile e Croazia, a San Paolo è entrato in azione il Movimento Não vai ter Copa! (che comprende sette gruppi antigovernativi), causando incidenti e scontri con la Polizia in cui sono state ferite anche due giornalsite della CNN, una colpita da schegge di vetro e l'altra da pallottole di gomma che le hanno causato la frattura ad un braccio.

La Policia Militar ha reagito lanciando gas lacrimogeni e usando i manganelli; i manifestanti hanno lanciato bombe molotov. Insomma, un'atmosfera poco festosa tanto che la Presidente del Paese, Dilma Roussef, ha deciso di non pronunciare il discorso di apertura della manifestazione. Un Paese piegato anche dagli scioperi che hanno toccato le città principali. Gli slogan più frequenti – con i quali i manifestanti esprimono i motivi della loro protesta – sono ad esempio: “ Soldi per la Coppa, niente per i salari”, “FIFA torna a casa in Svizzera”, “Hey, FIFA; pagami le bollette”. Famiglie in difficoltà, mancanza di lavoro, diritti negati per i più disagiati. Quegli 11 miliardi di dollari spesi per l'evento sportivo non vanno giù a chi chiede risorse per la sanità, la scuola, gli alloggi e i trasporti. Tifiamo le squadre del cuore, godiamoci lo spettacolo, ma se il nord e il sud del mondo facessero davvero squadra allora sì che vinceremmo tutti. La violenza dei black bloc o dei poliziotti, invece,è sempre sconfitta, umana e sociale.

 






lunedì 21 aprile 2014

Un omaggio per "Hurricane"


Rubin Carter, detto “Hurricane” per la velocità e la potenza dei suoi colpi: nel 1961 inizia la sua carriera di pugile che lo vede vincitore per i primi venti incontri, è morto ieri sera all'età di 76 anni, battendo anche il leggendario Emile Griffith.
 
Lo vogliamo ricordare perchè, nel 1966, venne accusato di triplice omicidio durante una sparatoria in un locale del New Jersey. La condanna fu di due ergastoli e la sentenza fu confermata dieci anni dopo. Il caso fu uno dei più eclatanti e controversi dell'America dei “diritti uguali per tutti”: la giuria chiamata a decidere del destino di Carter era, infatti, composta solamente da uomini bianchi e i testimoni si dimostrarono inattendibili.

Nato nel 1937 da una famiglia di sette figli, Rubin venne mandato in riformatorio all'età di 12 anni per aggressione, ma poi decise di arruolarsi nell'esercito che, nel '54, lo spedì nella Germania dell'Ovest. Al suo ritorno continuò a compiere qualche scippo fino a quando trovò come incanalare la sua energia e la sua vita: nella boxe. E diventò un grande campione dei pesi medi.

A seguito della sua condanna agli ergastoli si mobilitò gran parte dell'opinione pubblica mondiale: persone comuni, cantanti, artisti scesero in piazza sostenendo che l'accusa contro “Hurricane” si basava su motivi razziali. Rubin Carter è diventato, così, uno dei simboli della lotta alle discriminazioni.

Diciannove anni di prigione, fino a quando, fu rilasciato , nel 1985, dopo anni e anni di battaglie legali e di campagne di sensibilizzazione per quella che, con enorme ritardo, è stata poi riconosciuta come un caso di razzismo per il colore della pelle. Tre anni dopo, nell' 88, caddero tutte le accuse contro di lui.


Bob Dylan canta la sua storia nel celebre pezzo proprio intitolato “Hurricane” e Denzel Washington ha interpretato il pugile nel film Hurricane-Il grido dell'innocenza. L'”uragano” si è spento nella sua abitazione di Toronto, dopo un'esistenza travagliata, ma che, alla fine, ha dato un senso alla giustizia.

domenica 6 aprile 2014

Non dirmi che hai paura: dare la vita per un sogno



Uscito da poco nelle librerie, il romanzo Non dirmi che non hai paura di Giuseppe Catozzella è già un successo ed è candidato per il Premio Strega 2014. Una storia esemplare, quella di Samia, una ragazzina di Mogadiscio che ha la corsa nelle gambe e nel cuore: Samia corre in nome della libertà di tutte le donne, in particolare di quelle somale che vivono in una situazione di guerra e di sopraffazione. Samia corre in nome della libertà e della giustizia. Samia condivide i suoi sogni e i suoi ideali con il suo amico Ali e primo allenatore che crede in lei, nella sua tenacia e nella sua forza. Samia, infatti, riesce a qualificarsi, a soli 17 anni, ai Giochi olimpici di Pechino, diventando un simbolo. Il destino di Samia sarà tragico, come quello di tanti migranti, ma la sua giovane vita porta in sé, e regala al futuro, la gioia del riscatto.




Abbiamo avuto l'occasione di fare qualche domanda, per voi, all'autore. Ringraziamo molto Giuseppe Catozzella per la sua disponibilità.




Quando nasce il progetto del libro e perché ha ritenuto necessario raccontare questa storia?

L’idea di raccontare la vita di Samia Yusuf Omar è nata quando mi sono imbattuto nella notizia della vita e della morte di Samia (ero in Africa, a Lamu, in Kenya e stavo svolgendo delle ricerche per un’altra storia) mi sono sentito in colpa da italiano per la sua morte e ho deciso che avrei raccontato nel Paese che Samia vedeva come sua salvezza e speranza di vita nuova e in cui non era mai riuscita ad arrivare – il mio stesso Paese, l’Italia – la sua storia. Per cercare di creare materiale letterario dalla speranza e dal dolore. E per risarcire, in qualche modo, il destino di Samia.


Samia Yusuf Omar nasce a Mogadiscio, in una terra colonizzata dagli italiani e oggi ancora dilaniata dalla guerra: quanto è importante mantenere viva la memoria sulla Storia di ieri per capire il Presente?



È fondamentale. La memoria è come il respiro ed è un arco teso. Soltanto caricandolo all’indietro si può avere una direzione e una meta.



Il racconto della vita della protagonista si può definire come un "racconto di formazione"? E ci può anticipare il motivo per cui Samia diventa il simbolo di tutte le donne musulmane nel mondo?



È una storia di formazione, perché è la storia della formazione di Samia, da quando ha 8 anni a quando ne ha 21. Samia diventa simbolo perché per correre al massimo delle sue potenzialità compie un gesto ovvio e al contempo rivoluzionario: decide di correre alle Olimpiadi senza velo.



Si tratta anche di una storia di migrazione, di tenacia e di coraggio,in un certo senso anche con un lieto fine: è importante, questo per dare un segnale a chi affronta, ogni giorno, il "viaggio della speranza", ma anche per abbattere gli stereotipi e i pregiudizi sui richiedenti asilo, sui profughi e sui migranti in generale?

La storia di Samia purtroppo non ha un lieto fine nel senso consueto del termine, perché Samia muore al largo di Lampedusa. Ma contiene un lieto fine nel senso che è una storia di speranza e di coraggio.




venerdì 21 marzo 2014

La X settimana contro il razzismo




Pubblichiamo per voi il lancio della X SETTIMANA CONTRO IL RAZZISMO, indetta dall'UNAR.


Come ogni anno, in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione delle discriminazioni razziali, che si celebra in tutto il mondo il 21 marzo, l’UNAR l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità ha organizzato la Settimana di azione contro il razzismo, campagna di sensibilizzazione giunta ormai alla sua decima edizione, in programma dal 17 al 23 marzo 2014.

L’iniziativa prevede il lancio di una campagna di sensibilizzazione e di informazione con I’obiettivo di promuovere i valori del dialogo interculturale nell’opinione pubblica e, in particolare, fra i giovani. Durante la Settimana sono previste iniziative nel mondo della scuola, delle università, dello sport, della cultura e delle associazioni al fine di coinvolgere Ia cittadinanza sui temi della diversità e promuovere la ricchezza derivante da una società multietnica e multiculturale.

A tal proposito, in occasione del decennale, I’UNAR con la collaborazione dell’ANCI e del MIUR ha chiesto a tutti i Comuni, alle scuole, ai cittadini, un semplice gesto da compiere durante il 21 marzo, che testimoni I’adesione alla campagna, ovvero colorare di arancione la “propria città, la propria scuola” o realizzare momenti di incontro e di riflessione sui temi della prevenzione della discriminazione razziale e della tutela dei diritti umani.

Numerosissime le adesioni fino ad oggi, che porteranno oltre 150 comuni ed enti locali, e tantissime scuole ed associazioni a compiere iniziative simboliche all’insegna dell’arancione, scelto come colore distintivo della lotta al razzismo in Italia.

Ufficialmente la settimana prenderà il via lunedì 17 marzo alle ore 10, presso la facoltà di Economia dell’Università Sapienza di Roma con il convegno “I costi economici della discriminazione” con l’apertura dei lavori da parte di Giuseppe Ciccarone, Preside della Facoltà di Economia e di Marco De Giorgi, Direttore generale dell’UNAR. Il convegno sarà moderato da Barbara De Micheli della Fondazione Giacomo Brodolini.

Nel pomeriggio, sempre a Roma presso la Camera dei Deputati – Sala delle Colonne, Palazzo Marini è in programma il dibattito “Raccontare l’Italia che cambia con le migrazioni”, coordinato dall’on. Khalid Chaouki.

Il 18 marzo presso la camera di commercio di Napoli, CGIL CISL UIL della Campania, presentano i risultati dell’indagine conoscitiva sui fenomeni di discriminazione razziale “I nostri diritti sono anche i tuoi”. Il progetto, sostenuto dall’UNAR, vuole evidenziare le criticità avvertite e vissute dai cittadini immigrati presenti in Campania ed offrire uno strumento alle forze politiche, istituzionali e sociali, per avviare una discussione costruttiva su questi temi.

Nel corso della Settimana le amministrazioni comunali di Torino e Napoli hanno annunciato che illumineranno simbolicamente di arancione, rispettivamente, la Mole Antonelliana ed il Maschio Angioino. Stessa iniziativa a Piacenza e a Monserrato, mentre tantissimi edifici, piazze, biblioteche di comuni, grandi e piccoli, esporranno striscioni, bandiere o drappi arancioni, da Nord a Sud, da Treviso a Monteroni di Lecce.

La partecipazione delle amministrazioni comunali, testimonia quest’anno, tra le tantissime iniziative descritte nel programma, un segnale di forte volontà di integrazione, ad esempio con cerimonie di conferimento della cittadinanza onoraria ai giovani stranieri nati in Italia, organizzate, tra gli altri, dal comune di Torre Pellice (TO) e di Mandello del Lario (LC).

Anche lo SPRAR, il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, racconterà attraverso foto, video e parole le esperienze di convivenza tra rifugiati e cittadini italiani.

Dal mondo del calcio al mondo del lavoro, alla scuola, alla cultura e all’intrattenimento, tante le opportunità per riflettere su stereotipi, pregiudizi e discriminazione.

Il 20 Marzo alle ore 12, presso la Sala Monumentale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si svolgerà la conferenza stampa di lancio dell’Asta “Espelli il Razzismo dal Calcio” con le magliette di calciatori famosi. L’iniziativa realizzata grazie al supporto dell’Associazione Italiana Calciatori e Lega Calcio, si svolgerà alla presenza del Vicepresidente dell’Aic Simone Perrotta ed il ricavato sarà destinato a progetti di integrazione di bambini stranieri attraverso lo sport.

Nella Giornata mondiale contro il razzismo, il 21 marzo ci sarà una grande iniziativa pubblica a Torino, presso il Palazzo dei Senatori del Comune, con il convegno “Il razzismo in Europa e in Italia” organizzato da CIE in collaborazione con UNAR, in occasione della presentazione dello Shadow Report 2013 dell’ENAR. Al dibattito saranno presenti il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, l’ex Ministra Cécile Kyenge Kashetu e il Direttore de La Stampa Mario Calabresi.

Sempre nella stessa giornata, a Torino, ci sarà la proiezione speciale per le scuole del Film “La mia Classe” di Daniele Gaglianone, mentre dall’altra parte della Penisola, nelle scuole di Marsala e di Agrigento, il comico di Zelig Salvatore Marino presenterà lo spettacolo “Abbronzato più o meno Integrato”.

La settimana inoltre vedrà un forte impegno dei giovani e delle seconde generazioni che, coordinati dalla Rete Near, improvviseranno eventi e flash mob in molti comuni di Italia.

La campagna di quest’anno all’insegna del colore “arancione” potrà essere testimoniata anche da singoli cittadini invitati ad indossare per un giorno un capo di abbigliamento di colore arancione, a utilizzare sui socialnetwork i tag #unar #noalrazzismo #coloradiarancione, ed a partecipare al concorso fotografico Istagram italia “Colora di arancione il tuo istagram”.

Per ulteriori informazioni sulle varie iniziative organizzate in tutta Italia, potete consultare il sito www.unar.it

venerdì 7 marzo 2014

Festa della donna, domani 8 marzo 2014: iniziative a Milano e un invito a Roma



A MILANO


Sabato 8 marzo 2014 aprirà la Casa delle Donne nella ex scuola di via Marsala 8

Ecco il programma della giornata di inaugurazione, a partire dalle ore 14,30:



Stanza delle parole: Monologhi, letture, interpretazioni di ex allieve della scuola Paolo Grassi, una giovane attrice iraniana, le comiche del gruppo ‘Le Brugole’, le attrici di teatro Arianna Scommegna, Lella Costa, Ottavia Piccolo, Angela Finocchiaro. Ospite d’onore l’attrice Lucilla Morlacchi.



Stanza della musica: Pianoforte, violoncello, violino, flauto: musiche da camera di Bach, Schumann, Ravel, Casella suonate dalle allieve della scuola Civica di ; a seguire l’arpa di Floraleda Sacchi, la chitarra e voce di Maria Vittoria Jedlowski.



Stanza del cinema: cortometraggi delle allieve della Scuola Civica di Cinema, filmati e documentari di registe impegnate sulle tematiche delle donne e lo spot girato dall’attrice Angela Finocchiaro per la Casa delle Donne.



Stanza delle arti visive: 24 studentesse dell'Accademia di Brera eseguiranno la performance ‘pelle d'oca’.




Stanza delle domande: Perché una Casa delle Donne oggi a Milano? Quali servizi e attività offrirà? Le responsabili dei gruppi di lavoro della Casa delle Donne dialogheranno con le visitatrici e le socie. Si svolgerà una conversazione tra giovani blogger e giornaliste (Eleonora Cirant, Claudia De Lillo, Camilla Gaiaschi, Carlotta Jesi, Luisa Pronzato) che diranno la loro sulla Casa e sul ruolo delle donne nei nuovi media.



Stanza del ben-essere e movimento: Sarà possibile sperimentare modi diversi di stare insieme attraverso l’utilizzo di diversi strumenti come: Arteterapia, Biodanza, Danza afro -cubana, Yoga, metodo Feldenkrais, ginnastica posturale.


Negli altri spazi della Casa saranno esposte mostre e dipinti: dagli scroll ‘Singing women’ delle donne cantastorie del Bengala, alle fotografie sulla violenza raccolte dell'associazione di giornaliste Giulia. Dalle opere di cinque giovani allieve di Brera agli scatti della freelance italo-giordana-palestinese Fatima Abbadi fino agli ‘Arazzi della legalità’ realizzati dalla sezione femminile del carcere di Bollate con l’aiuto dell’Accademia di Brera.





Inoltre, il Gabinetto del Sindaco ha aperto una nuova casella di posta elettronica (
manifestioffensivi@comune.milano.it) alla quale le cittadine e i cittadini possono segnalare le pubblicità che non rispettano il corpo della donna e la sua dignità.
 
 
 

A ROMA
 

Alle ore 16.00-18.30 presso l’Istituto Nazionale per la Salute Migranti e il Contrasto delle malattie delle povertà per un evento dedicato a Samia Yusuf Omar, atleta somala morta in mare sognando le Olimpiadi di Londra.
Ripercorreremo, attraverso il libro di Giuseppe Catozzella “Non dirmi che hai paura”, la vicenda dell'atleta somala dalle strade di Mogadiscio ai Giochi di Pechino 2008, fino a quell'ultimo fatale viaggio della speranza che l’ha portata sulle rive di Lampedusa.
Benvenuto di Concetta Mirisola, Direttore INMP
Intervengono:
Sen. Yosefa Idem, - Campionessa olimpionica
Giuseppe Catozzella - Autore del libro “Non dirmi che hai paura” (Feltrinelli)
Ana Bulcu Butea - Mediatrice culturale INMP
Kaha Mohamed Aden - Scrittrice somala
Modera Francesca Bellino, giornalista e scrittrice
Saluti finali di Livia Turco e Rosa Russo Iervolino
Proiezione del cortometraggio “Attese” di Emanuela Piovano ispirato al tema della cittadinanza
Istituto San Gallicano, Via di San Gallicano 25/A - Sala Agostini.