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venerdì 3 luglio 2015

La lotta contro l'oblio di un desaparecido argentino




 

Una storia d'amore che supera la categoria del Tempo: è quella fra Simòn e Emilia che, dopo trent'anni, si ritrovano, forse nella realtà, forse nella fantasia, ma si ritrovano.

Simòn Cardoso era morto da trent'anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all'ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday...Era rimasto fermo ai suoi trentatrè anni, e perfino gli abiti erano quelli di allora”: questo l'incipit del romanzo intitolato Purgatorio, dello scrittore Tomàs Eloy Martinez (Sur edizioni) in cui si racconta una vicenda privata intrecciata all'inverno del 1976, l'anno più tragico della dittatura argentina. Il protagonista, Simòn, viene arrestato dai militari di Tucumàn e da quel momento non si sa più nulla di lui fino alla sua ricomparsa agli occhi della moglie.

Mescola fantasy, realtà e indagine giornalistica, Martìnez nel comporre questa sinfonia che contrappone l'orrore del terrorismo di Stato alla forza incrollabile dei sentimenti. Nel testo si riconoscono i nomi di medici esistiti davvero, luoghi geografici precisi, così come il soggetto nasce dalla storia autentica dello stesso scrittore, costretto all'esilio durante la dittatura militare, affetto da un male incurabile, forse anche a causa della profonda nostalgia per il proprio Paese.

Lo stile narrativo risulta originale nel suo mescolare i generi, come detto, e anche per l'alternanza delle voci: il racconto, infatti, inizia in terza persona per poi passare alla prima persona, nella seconda parte e nel finale, come a dare maggiore verosomiglianza ai fatti narrati. Il personaggio di Emilia si identifica con quello dell' “io narrante” (l'autore?) e, insieme, rappresentano l'autocoscienza, la lucidità di una società ingannata e che, troppo spesso, ha fatto finta di non vedere e di non sentire. Ecco perchè diventa necessario il ritorno di Simòn: che sia di carne o di spirito, la sua presenza è importante per non far scadere la Storia nell'oblio, per ricordare - soprattutto alle nuove generazioni - la tragedia accaduta neanche tanti anni fa.

L'assurdità della nostra storia è diventata qualcosa di sorprendente, ma naturale, la frammentazione che ci veniva imposta dal Potere si è infiltrata nella nostra vita e ci ha trasfigurato in esseri incompleti...La valanga ha esiliato tutti noi che dissentivamo dal Potere, dentro e fuori: ci ha confinato alla scomparsa, ci ha obbligato all'inesistenza”, afferma Martìnez: il libro vuole restituire completezza agli individui di allora e a chi è rimasto, per ridare a tutti loro dignità e giustizia. Ricordando che “un desaparecido è un'incognita, non ha identità, non è né vivo né morto, non c'è. E' un desaparecido.” E dobbiamo essere noi la loro voce.

mercoledì 26 novembre 2014

La campagna per il diritto all'identità





30.000 persone scomparse tra il 1976 – 1983 e tra questi anche tanti bambini. Stiamo parlando della dittuatura argentina, di quei troppi desaparecidos e di quei loro figli presi, rubati come se non bastasse la violenza già subìta e la perdita della vita.

Da allora, le madri, le mogli, le sopravvissute - soprattutto le abuelas de Palza de Mayo - lottano e continuano a cercare i loro nipoti perchè questi sono ancora vivi e potrebbero risiedere anche in Italia.

Proprio in occasione della democrazia nel Paese sudamericano a distanza di trent'anni, l'Ambasciata italiana, nel 2013, ha lanciato una campagna per il diritto all'identità: su circa 500 bambini, nati da donne sequestrate e uccise dai militari e dati illegalmente in adozione, ne sono stati rintracciati 109, ma bisogna fare di più: “ La macro-tragedia della ditttaura argentina è fatta di tante micro-tragedie familiari” ha sostenuto Carlos Cherniak, capo dell'ufficio politico e diritti umani dell'Ambasciata argentina durante un incontro che si è svolto presso l'Università di Pisa; “Se l'Argentina è riuscita a uscire dagli anni bui del terrore ed entrare in un processo democratico che oggi compie 30 anni, è anche grazie alla capacità delle singole persone che hanno saputo trasformare la loro sofferenza in impegno concreto per la riaffermazione dei diritti civili. Le nonne di Plaza de Mayo ne sono un esempio concreto: da 26 anni si battono per ritrovare i loro 'nietos', portando in giro una causa che oggi ha acquistato una dimensione internazionale”, ha continuato Cherniak.

All'incontro era presente anche Estela Carlotto che ha ricordato la sua storia: “ Nel 1977 mia figlia Laura è stata sequestrata mentre era incinta di tre mesi ed è stata assassinata dai militari argentini dopo aver partorito. Come succedeva in questi casi, il bambino è stato immediatamente consegnato a una famiglia considerata 'affidabile', in grado di crescerlo secondo i 'principi' della dittatura, gli stessi per cui i genitori naturali venivano assassinati” e ha continuato dicendo: “Visti i legami tra l'Italia e l'Argentina, dove metà dei cognomi è di origine italiana, pensiamo che sia possibile che qualche 'nieto' sia arrivato e rimasto qui da voi, forse nelle stesse università in cui erano venuti a studiare. Preghiamo chiunque abbia dubbi sulla propria identità di farsi avanti”. L'accertamento dell'identità viene fatto attraverso l'analisi del DNA.

La campagna, quindi, è ancora in corso.



Per rispondere alla campagna, il riferimento è l'ambito diplomatico argentino, consolati e ambasciata. Si può scrivere alle mail: dirittiumani@ambasciatargentina.it oppure dubbio@retexi.it, entrambi protetti dallo spam bot.

Si possono anche chiamare i seguenti numeri: 335-5866777 oppure 06-48073300, i funzionari garantiscono assoluta discrezionalità.


mercoledì 23 luglio 2014

Osservatorio Ucraina: intervista a Marianna Soronevych



Cari lettori, abbiamo rivolto alcune domande a Marianna Soronevych - giornalista, caporedatrice di "Gazeta ukrainska"(www.gazetaukrainska.com), il giornale per gli ucraini in Italia - per capire meglio cosa sta accadendo in Ucraina. Ringraziamo tantissimo la giornalista per queste sue notizie e riflessioni.
(Foto: activism.com)




Quando e perchè sono cominciate le manifestazioni nel Paese?

Le manifestazioni sono cominciate già qualche mese fa, come sappiamo, dopo che il Presidente Janukovyč si è rifiutato di sottoscrivere l'accordo con la comunità europea e adesso sappiamo bene che ciò è accaduto a causa delle pressioni di Mosca.

L'Ucraina si preparava da cinque anni a questo evento e, a una settimana dalla firma, l'accordo è saltato. Gli studenti hanno iniziato a scendere in piazza, a Kiev, per protestare e contro di loro sono state mandate le forze dell'ordine, i ragazzi sono stati picchiati e la situazione è andata sempre più peggiorando, tanto che i manifestanti erano sotto il tiro dei cecchini. Alla fine Janukovyč è scappato in Russia e adesso abbiamo un nuovo Presidente votato democraticamente lo scorso 25 maggio. L'Ucraina è uscita dal controllo economico e politico di Mosca e questo ha sconvolto i piani di Putin.

In Crimea sono apparsi i cosiddetti “uomini verdi”, cioè militari russi senza segni di rocnoscimento che hanno preso i palazzi di potere e le basi militari ucraine. Tutto è finito con l'annessione della Crimea, ma il referendum che è sttao fatto sull'annessione, non è riconosciuto dalla società mondiale. Questa situazione si è, poi, spostata in altre regioni dell'Ucraina dove i separatisti si presentano come cittadini ucraini e chiedono l'indipendenza delle due regioni, ma in realtà sono marionette manovrate da Putin; lui fornisce armi pesanti e militari russi, ma di nascosto.

Quella che stiamo vivendo in Ucraina è una guerra ibrida, non aperta. E' una guerra dove c'è una pressione di un Paese su un altro; una pressione economica, militare e di propaganda molto forte, sia nel Paese russo sia in alcune regioni ucraine e sia in Europa. Questa propaganda cerca di far credere che si tratti di una questione interna quando invece è una questione di conflitto tra due Paesi.

 

Cosa chiedevano in manifestanti scesi in piazza?

 

All'inizio chiedevano soltanto la sottoscrizione all'accordo con l'UE, poi le richieste si sono trasformate così come la manifestazione che è diventata la “rivoluzione della dignità”: una rivoluzione contro l'oligarchia e la corruzione. Ma le forze dell'ordine sono andate contro i manifestanti con le armi, mentre i manifestanti erano pacifici.


Cosa possono fare l'Europa e la comunità internazionale, anche alla luce degli ultimi eventi?



La comunità internazionale è stata cauta per tanto tempo e c'è stata una solidarietà a parole. Bisogna capire che in questa situazione sono minacciati i diritti dell'Uomo e le basi della democrazia, non è soltanto una questione locale.

Da quando è stato abbattuto il boeing la situazione è cambiata molto perchè sono morti anche cittadini europei e si può dire che l'Europa si è svegliata. Noi chiediamo altre sanzioni contro la Russia e chiediamo che le basi della democrazia vengano messe davanti alle questioni economiche.

 

Come è avvenuto l'abbattimento dell'aereo? Come è successo?

Ci sono intercettazioni dei discorsi di terroristi in cui si capisce molto bene cosa è successo. La piattaforma mobile con cui è stato abbattuto questo aereo è stata portata in Ucraina dalla Russia; inoltre, c'è un video con un convoglio che riporta la piattaforma in Russia, però manca un missile (e questo è un fatto documentato), perciò si dice che il missile sia partito “con la benedizione di Putin”.

In precedenza erano già stati abbattuti aerei ucraini con trenta ragazzi militari: anche questa volta loro pensavano che fosse un aereo militare; invece, andando sul posto, hanno trovato tante donne e bambini. In una intercettazione uno dice all'altro: “ Ci sono le armi?”, “No, soltanto cose civili: medicine, carta igienica”. Sembra che anche per loro sia stato uno shock.

Adesso il governo ucraino chiede un'inchiesta internazionale sull'accaduto, però i terroristi la ostacolano in tutti i modi: sappiamo che cercano di portare in Russia i corpi delle vittime e due delle tre scatole nere dell'aereo. Se arriveranno in Russia, i dati estratti dalle scatole nere non saranno più credibili: noi chiediamo che le scatole nere vengano esaminate da una commissione internazionale.

 

Qual è lo scenario per il futuro?


Speriamo molto nell'aiuto dell'Europa e dell'America. Oltre a sanzioni più severe, qualcuno chiede anche l'intervento dell'ONU. Io spero ancora che non ce ne sarà bisogno.










martedì 22 luglio 2014

L'orrore, il fondamentalismo e poi la verità




Da poco uscito nelle librerie italiane, L'ultimo lenzuolo bianco. L'inferno e il cuore dell'Afghanistan (Ed. Guaraldi) di Farhad Bitani con la prefazione di Domenico Quirico, racconta, senza fare sconti, di un ragazzo vissuto nella violenza. Capitano dell'esercito afghano, figlio di un generale mujaheddin, Bitani ha combattuto contro i talebani, ma ha visto tutto l'orrore che un uomo può vedere. E ha anche fatto del male.

Si racconta, nel libro, e racconta di un Paese martoriato, ma di un popolo che, nonostante tutto, ha nel cuore quell'umanità che permette di far sopravvivere la speranza.



Abbiamo rivolto alcune domande a Farhad Bitani e lo ringraziamo molto per le riflessioni che condivide con noi.





Qual è, per lei, il vero Islam e quale, invece, quello della propaganda ?



Il vero Islam purtroppo si trova raramente in questo mondo. Il vero Islam è non uccidere, non prendere la vita delle altre persone, aiutare i bisognosi, fare fratellanza con le altre religioni. Il vero Islam è non pensare solamente al tuo benessere personale, ma pensare anche agli altri. Purtroppo adesso questo non esiste. L'Islam della propaganda lo vediamo ogni giorno in tv: tagliare le teste in nome della religione, corruzione e violenze in nome della religione. È molto facile per me parlare dell'Islam della propaganda, perché è l'ambito in cui sono cresciuto: quello dell'Afghanistan, dove sono nato, dell'Iran, dove sono cresciuto, e quello di tutti gli altri posti in cui ho avuto amici fondamentalisti. Vedendo questo Islam mi viene da pregare Dio perché aiuti tutti i fondamentalisti a uscire dalla cella buia in cui sono rinchiusi. Nessuna religione del mondo parla della violenza: la religione viene data da Dio per indicare la strada dell'umanità e mettere la verità nel cuore degli uomini. Praticando la vera religione anche il deserto diventa un paradiso. Purtroppo in questo periodo noi non vediamo tantissime persone veramente religiose, sono poche persone nel mondo, e l'ingiustizia è così grande che quelle poche persone sono considerate bugiarde. Il mio libro è un piccolo esempio di questo: io non ho inteso fare altro che raccontare la verità, quello che ho visto e vissuto, ma persone che vivono nella falsità mi hanno accusato di mentire. Questa è la falsità che vediamo anche in tanti politici in tutto il mondo.



Nel suo libro c'è un capitolo intitolato: “L'inganno della democrazia”: a cosa si riferisce quando parla di “inganno”?



L'inganno della democrazia esiste in tantissimi paesi musulmani e in molti paesi poveri nel mondo. Parlo dell'Afghanistan perché è il paese dove sono cresciuto, dove ho amici fondamentalisti, che hanno grandi quantità di soldi nelle banche svizzere. Dio non ha buttato i soldi dal cielo: sono soldi rubati in nome della democrazia. Parliamo di giornalisti falsi, che diffondono notizie false. Parliamo di associazioni a scopo fintamente benefico che fanno grandi raccolte di fondi all'estero e se li distribuiscono tra loro in Afghanistan, che fanno grandi pubblicità per attirare l'attenzione su presunte minoranze perseguitate. Parliamo di elezioni truccate, dove ci sono criminali appoggiati dall'estero che si mascherano da difensori del diritto e comprano i voti con le minacce, nel mio libro io ho smascherato tante di queste persone. Per questo quando sento parlare di democrazia mi viene da ridere. Qualcuno pensa che io rida perché non credo alla democrazia: no, io credo alla democrazia e dico che in Afghanistan non esiste. La democrazia per me è come un albero che ha tante radici: se tu tagli una radice l'albero inizia a seccare. In Afghanistan tutte le radici sono state tagliate, l'albero è secco e qualcuno appiccica le foglie finte per far vedere che l'albero è vivo, ma chi applica le foglie sono le persone che usano il nome della democrazia per opprimere i poveri.



Purtroppo, per tanti bambini afghani si deve parlare di infanzia negata...



Io sono stato bambino in Afghanistan e so di che cosa si parla. Io da bambino volevo diventare un guerriero come mio padre e tanti amici volevano diventare come i loro padri, dei comandanti, dei potenti. In Afghanistan a 14 anni sei un uomo, devi fare in fretta a diventare quello che vuoi. Nel nostro paese le persone più violentate sono i bambini. La vita dei bambini è difficile, perché il bambino è obbligato a fare quello che fanno i grandi senza avere la forza degli adulti. Tanti bambini sono mandati nelle scuole coraniche dove subiscono il lavaggio del cervello; quando un bambino nasce, Dio gli regala un cuore pulito, quando è obbligato a frequentare le scuole coraniche il suo cuore diventa nero, impara la violenza. Il bambino non sa distinguere il bene dal male e se si mette nella sua testa l'informazione sbagliata è possibile usarlo per i propri scopi. In questo momento si sentono notizie di bambini usati per fare gli attentatori suicidi. Un bambino afghano non conosce i giochi, ma conosce le armi e la violenza. Il desiderio di tutti i bambini in Afghanistan è diverso dal desiderio dei bambini europei: un bambino afghano pensa a diventare ricco, possedere armi e fare la guerra. Un bambino europeo ha il desiderio di diventare un calciatore o comprarsi una motocicletta. Confrontare questi due esempi fa capire la differenza tra l'infanzia in Afghanistan e l'infanzia nei paesi occidentali.



Lei è di etnia pashtun: che rapporti ha con gli hazara e cosa pensa della loro discriminazione?



La parola discriminazione per i fratelli hazara è sbagliata. In Afghanistan tutte le etnie subiscono “discriminazione”. Io mi arrabbio sempre e mi viene da piangere per questa enorme falsità: quando uno di noi dice “nella mia etnia siamo tutti innocenti perseguitati”. Tutti abbiamo fatto violenza gli uni sugli altri: nella guerra civile i pasthun hanno tagliato le teste, i tagiki hanno violentato le donne e i bambini, gli hazara hanno bucato le teste e così via.

Quando viaggio in tanti paesi europei mi accorgo che c'è tanta cattiva informazione. In Italia sento sempre che gli hazara sono perseguitati, in Olanda sento che i pashtun sono perseguitati, in Germania che i tagiki sono perseguitati, ma queste informazioni vengono da quelle poche persone false che guadagnano dal mettere in giro queste dicerie. Io dico questo perché intorno al tavolo di casa di mio padre si organizzava la guerra civile afghana. Dobbiamo essere tutti onesti e non parlare bene della nostra etnia, ma parlare bene della giustizia e della verità. Come ho deciso di fare io: per la verità sono andato contro la mia famiglia, perché so che sono ingiusti. Chiedo a tutti i fratelli pashtun, tagiki, hazara di non mettere in giro la voce che “noi siamo bravi e gli altri cattivi”, perché non esistono i bravi e i cattivi. Invece di fare questo devono combattere per la verità: questa è la cosa bella nel mondo, non l'etnia, non la razza. Chi insiste sulla differenza delle razze non è perdonato da Dio.



Quali sono le contraddizioni dell'Occidente: ad esempio, se ci può raccontare cosa accade all'Accademia di Modena...



La prima contraddizione dell'Occidente si evidenzia nella falsa strategia applicata in Afghanistan. La strategia dell'Occidente in Afghanistan è pessima a causa dell'ignoranza: sono stati spesi miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Afghanistan e questi soldi sono spariti. Sono state appoggiate persone che per anni hanno compiuto sopraffazioni e violenze. Sono date opportunità a tutti i fondamentalisti e ai potenti, che vengono a studiare in Occidente, entrano nella accademie e nelle università saltando le selezioni, conseguono titoli di studio e tornano in Afghanistan a compiere gli stessi delitti. Per esempio quando sono entrato in Accademia io pensavo di essere l'unico ad accedere senza esame, poi ho incontrato altri figli di fondamentalisti, miei amici, che erano nella mia stessa situazione; la stessa cosa avviene negli altri paesi europei. Alcuni giovani fondamentalisti sono analfabeti e studiano in famose università.

In Occidente esiste la corruzione come in Afghanistan, ma all'interno dell'Occidente stesso questa corruzione ha un argine: chi compie ingiustizie prima o poi deve risponderne; invece dove l'Occidente si relaziona con l'Afghanistan, un posto in cui non c'è una giustizia a cui rispondere, la corruzione si esprime in pieno.



Ha avuto il coraggio di ammettere di aver partecipato alle lapidazioni: come è riuscito a fare i conti con il suo Passato? E come è riuscito a tornare ad avere un “cuore bianco” dopo aver visto e vissuto tante atrocità?



Questo è un dono di Dio. Tutti noi umani abbiamo un dono da parte di Dio. A tante persone Dio dà soldi, a tanti uomini dà una bella ragazza, a tanti dà la felicità. A me ha dato questo dono: indicarmi la strada vera. Chi crede profondamente in Dio capisce subito le mie parole. Per chi non crede faccio una similitudine. Immaginate di essere innamorati pazzi di una persona: fareste di tutto per avere quella persona. Io sono innamorato di Dio e della strada della verità e farò tutto quello che Dio mi comanda. Tutti possiamo cambiare se vogliamo, perché il bene viene sempre dato da Dio. La verità è sempre bella, ma accettarla è molto difficile. Io non ho dimenticato la mia infanzia. Io non ero solo: milioni di persone in Afghanistan hanno visto quello che ho visto io, ma io ero tra i capi. Metà della popolazione afghana ha partecipato alle lapidazioni, tutti hanno visto la violenza. Quando tu cresci in un ambito così, per te la violenza diventa normale, come andare a prendere il caffè al bar la mattina. Ci sono tantissime persone che hanno avuto la vita peggiore della mia, che sono stati violentati, ma Dio non ha donato a loro di raccontare la verità. La vita che faccio adesso, che combatto per la verità, è un dono di Dio, che ogni giorno mi dà più forza. Ogni giorno ho davanti molti ostacoli, molte persone sono contro di me e mi accusano con tante falsità. Io combatto contro tutti i fondamentalisti, ma non mi sento stanco, perché dietro di me c'è un mano, che è la mano della verità.

venerdì 11 luglio 2014

Aggiornamento odierno da Gaza






4° Giornata di operazione militare. Il pezzo che trovate qui di seguito ci è stato mandato da una cooperante italiana. Poi: un messaggio da un altro cittadino di Gaza. Ci sono arrivate anche le fotografie.

Contineremo a pubblicare finchè potranno mandare notizie...Aiutateci a divulgarle. Grazie !




Gaza, 11 luglio 2014

Cresce di ora in ora il bilancio delle vittime e delle distruzioni nella striscia di gaza da parte dell’esercito di occupazione. (95 morti 600 feriti). Siamo quasi arrivati a mille tonnellate di piombo lanciato sulla popolazione. ( fino ad ora 800 missili lanciati da Israele )
Missili di risposta partono da Gaza verso israele, (500 missili lanciati da Gaza.), dove le sirene suonano di continuo. E' l’inizio di una guerra che si fa spazio ogni ora impari e vigliacca. Israele si prepara all’invasione di terra nella striscia di Gaza; Per tutto il paese sono visibili gli spostamenti degli armamenti militari israeliani, carri armati e corazzati pesanti, concentrarsi lungo i confini della striscia di Gaza.

L’operazione militare “bordo protettivo” iniziata ufficialmente martedì 8 luglio e’ arrivata alla 4° notte con forti bombardamenti in tutta la Striscia di Gaza. I militari scelgono la notte per attaccare gli obiettivi e incutere maggiore paura.

Durante la notte l’aviazione israeliana ha condotto 75 raid aerei lanciando 137 missili in diverse località’ della striscia. Sono stati attaccati edifici e distrutto 19 case che vanno ad aggiungersi alle ormai centinaia dei giorni precedenti. Anche la marina ha lanciato in poche ore 100 shells in direzione del porto di Gaza. La Gaza Ark, la barca per gli aiuti umanitari e’ stata bruciata.

Nella giornata di ieri sono stati lanciati ordini ai palestinesi di evacuare completamente alcune zone, per permettere l’occupazione dell’area e l’invasione di terra. Attraverso sms e volantini lanciati dall’alto, hanno ordinato a circa 100.000 famiglie palestinesi che vivono a nord ( beit lahya e beit hannoun) e al Sud (Abassan al saghira), localita’ poste lungo i confini più’ immediati di israele, di abbandonare immediatamente le loro case. Questi dovrebbero lasciare tutti i loro averi, la loro vita, per far posto alle imposizioni di un esercito che deve entrare nella striscia per seminare morte e distruzione.

La potenza distruttiva che Israele lancia sulla striscia ha la scusa ufficiale di colpire una fazione nemica Hamas, in realtà’ sta distruggendo una intera generazione di vite umane.
 
 
 
حيبتي هنا قتلى كثير اكثر من  90 شخص قتل واكثر من 600 مصاب في حالة خطر
القصف مستمر قصفو بجوار منزلي وتحطم زجاج المنزل كله وتضرر جزء منه
صور الاطفال هنا بشعة لا اريد ان ارسل لك صور هي صعبة الان وانا اكتب لك الصواريخ
تنزل علينا
Qui sono stati uccise più di 90 persone e oltre 600 ferite
la situazione è pericolosa
I bombardamenti sono continui attorno a casa mia e hanno fracassato tutte le finestre e danneggiato una parte della casa
ci sono foto terribili di bambini ma non voglio mandartele
qui tutto è difficile in questo momento e ti scrivo dei missili che continuano a colpirci




 
 

giovedì 27 febbraio 2014

Pussy Riot: dalla realtà al cinema




I giochi olimpici invernali di Sochi sono terminati e fanno ancora discutere: sì di sport, ma anche di diritti umani.
Foto Ansa

Lo scorso 20 febbraio, infatti, quattro ragazze del gruppo dissidente Pussy Riot hanno tentato di cantare un brano, decisamente allegorico, davanti al Municipio della città che ospita le Olimpiadi: “Putin vi insegnerà ad amare la patria”, questa una delle frasi della canzone con cui le attiviste tentavano di portare avanti la loro protesta, ma sono state accerchiate e fermate dai militari del Corpo dei Cosacchi che le hanno tratte in arresto dopo averle apostrofate con frasi del tipo: “Vi siete vendute agli americani”.

Durante il fermo pare che le giovani donne siano state trattate duramente: una di loro, Nadezhda Tolokonnikova, ha riportato alcune contusioni al torace causate da colpi di manganello e, per qualche minuto, ha perso l'uso della vista per lo spray al peperoncino spruzzato dai soldati.

Il “fenomeno Pussy Riot” fa parlare, fa discutere: e così la loro storia e il loro impegno politico-sociale viene raccontato anche dal Cinema, per continuare a riflettere su temi attuali, ma anche tanto universali, quali: il senso della ribellione, la lotta per i diritti di base, il significato della libertà.  
Foto AdnKronos

Candidato agli Oscar 2014, il documentario Pussy Riot- A punk prayer di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin (uscito nelle sale italiane lo scorso mese di dicembre) ha anche ottenuto il Premio speciale della Giuria al Sundance Festival: il film intreccia storie individuali alla grande Storia degli ultimi 20 anni, in Russia, in Europa.

Le immagini partono dall'esibizione del gruppo anti-Putin tenutosi nella cattedrale del Cristo Salvatore, a Mosca nel febbraio 2012 e segue le vicende delle ragazze fino alla loro condanna a due anni di carcere.

Intanto i genitori di Nadia, Masha e Katia raccontano e ricordano il proprio Passato, collegato da un filo diretto al Presente delle loro figlie e dei figli di molti altri. Manifestazioni, proteste, clamore, l'arresto, il processo: un forte grido di libertà che, però, non viene accolto da tutti.

Il documentario, infatti, mostra anche come la popolazione russa sia divisa: chi sostiene il gruppo e chi, invece, si sente offeso dal suo modo di protestare...come se l'apparenza fosse più importante della sostanza. Intanto Katia è stata liberata, altre due femministe sono detenute in campi di lavoro (ma dovrebbero essere liberate entro quest'anno) e tutte le Pussy Riot sono diventate un simbolo.



mercoledì 13 novembre 2013

Aung San Suu Kyi e il premio in ritardo





Era il 1990: la leader dell'opposizione birmana, Aung San Suu Kyi, si trovava agli arresti domiciliari a causa della dittatura militare, ma continuava la sua lotta per i diritti umani e per la democrazia. Una detenzione che è durata quindici anni.
Nel '90 le viene assegnato il premio Sakharov per la Libertà di Pensiero e, l'anno dopo, il Nobel per la Pace.
Nel 2013, a 68 anni e con un fiore giallo tra i capelli, l'attivista ha potuto finalmente ricevere il primo riconoscimento direttamente dalle mani del presidente dell'Europarlmento, Martin Schultz.
Tanta commozione e un lungo applauso hanno accompagnato questo giorno importante che ha segnato l'inizio di un percorso in Europa. Il viaggio di Aung San Suu Kyi si pone l'obiettivo di chiedere una nuova Costituzione per il Myanmar perchè quella attuale attribuisce il 25% dei seggi nelle assemblee ai militari e rappresenta un ostacolo per la candidatura della stessa attivista alle prossime elezioni presidenziali, nel 2015.
Appoggiata dal suo partito, la National League for Democracy, San Suu Kyi chiede “il diritto ad esistere in base alla propria coscienza”. La leader democratica ha, infatti, puntualizzato: “ La nostra gente sta solamente iniziando ad imparare che la libertà di pensiero è possibile. Ma vogliamo che diventi una certezza la necessità di preservare il diritto a un credo libero e a una vita in pieno accordo con la propria coscienza”.
Importanti anche le sue parole riguardo alla principio di libertà e, in particolare, ancora sulla libertà di pensiero: “ La libertà di pensiero inizia con il diritto di fare domande. A molti dei nostri cittadini, tra i tanti che sono stati arrestati con cadenza quotidiana, abbiamo dovuto insegnare a chiedere a coloro che andavano a metterli in manette: Perchè?...La libertà di pensiero è essenziale per il progresso umano, se interrompiamo la libertà di pensiero interromperemo anche il progresso del nostro mondo...Perchè è una delle parole più importanti in ogni lingua. E' importante che lavoriamo sulle imperfezioni delle nostre società, che lavoriamo sulle leggi che ci colpiscono come esseri umani, sulle leggi che erodono le fondamenta della dignità umana. E questo perchè la nostra ricerca della democrazia non è terminata”.
A proposito di leggi che ostacolano la candidatura alla presidenza democratica del Paese: la Costituzione attuale vieta ad un birmano sposato ad uno straniero di occupare la Presidenza dello Stato: il marito di Aung San Suu Kyi, oggi scomparso, era di nazionalità britannica, come lo sono i figli. Anche per loro continuerà la battaglia, come donna, come moglie, come madre e come cittadina.

venerdì 6 settembre 2013

Infanzia clandestina: un film sulla dittatura ad altezza di bambino


Dopo l'anteprima nazionale al festival del Cinema africano, d'Asia e America latina di Milano, è  uscito nelle sale cinematografiche italiane il 29 agosto scorso e la data di programmazione non aiuta l'affluenza di pubblico, ma è un film da tenere presente: stiamo parlando di Infanzia clandestina del regista Benjamin Avila che, in questa sua opera prima, racconta in parte una vicenda autobiografica per estendere la narrazione alla vita in Argentina tra il 1976 e il 1983, ovvero gli anni dell'ultima dittatura militare.
La storia è ambientata nel 1979: dopo la morte del presidente Juan Pèron, il Paese è governato dai militari. Dopo molti anni di esilio - i genitori del dodicenne Juan - Cristina e Horacio, insieme allo zio Beto - decidono di fare ritorno in Argentina per ricongiungersi al gruppo rivoluzionario dei Montoneros. Nessuno deve sapere del loro rientro in patria e lo stesso Juan è costretto a cambiare la propria identità: a cambiare il nome in Ernesto (come Che Guevara), a cambiare accento, a cambiare abitudini.
Non è serena la vita di un bambino diventato adulto troppo in fretta, ma Juan/Ernesto mantiene la capacità di fantasticare, di vivere una quotidianità che sembri normale e di proteggere i propri cari fino a quando un evento inaspettato quanto dirompente sconvolgerà il suo equilibrio e quello della sua famiglia: l'amore per la bella Maria farà provare 
a Juan emozioni forti e l'illusione di una fuga lontano dalla paura e dalla clandestinità.
A differenza di altre pellicole sui temi dei desaparecidos e delle dittature sudamericane, il lavoro di Avila entra, con delicatezza ma anche senso critico, nelle pieghe dei giorni di chi ha scelto, all'epoca, la strada della lotta politica anche a rischio della propria esistenza e di quella dei propri familiari. E questo consegna al pubblico un importante spunto di riflessione. Ma la bellezza del film è anche data dal fatto che gli sceneggiatori - lo stesso regista insieme a Marcelo Müller - abbiano deciso di lasciare fuori campo la violenza, rendendo le scene più forti attraverso disegni (che omaggiano Tarantino) di sangue, di spari, di morti per dare, invece, maggior spazio alle relazioni tra i componenti del nucleo familiare e dei compagni attivisti. I genitori di Juan si amano molto; il ragazzino è molto attento alla sua sorellina di pochi mesi; lo zio Beto è una figura carismatica, punto di riferimento per tutti, giovani e adulti; e poi la nonna...che, come molti, non comprende la scelta di Cristina e Horacio, ma la rispetta, seppur dolorosamente.
Una colonna sonora ricercata, l'uso del rallenty in alcune scene, la cinepresa spesso ad altezza di bambino, rendono sullo schermo l'atmosfera di quel periodo duro, contraddittorio, spaventoso, ma il film - senza tralasciare la drammaticità degli eventi e, forse, anche la loro attualità - non trascura nemmeno la speranza, quella speranza che può essere veicolata solo dai ricordi e dall'amore di chi è rimasto in vita.




martedì 16 luglio 2013

L' arresto del bambino di cinque anni



Si chiama Wadi 'Maswadeh ed è nato il 24 settembre 2007: ha cinque anni e nove mesi. Vive in Cisgordania, con la sua famiglia, e ha lanciato una pietra. Un gesto, ormai, ripetuto dai bambini e ragazzi che sono cresciuti in una situazione di guerra e circondati da un muro, gesto alimentato dalla cultura dell'odio e dall'esasperazione.
E Wadi, per quell'azione, è stato arrestato.
Fermato per quasi due ore presso la Tomba dei patriarchi a Hebron dai militari dell'esercito israeliano, viene fatto salire su una jeep e portato a casa dove si è nascosto dietro ad alcuni materassi per poi essere arrestato insieme a suo padre, Karam.
La vicenda è stata filmata e resa pubblica dal gruppo umanitario israeliano, B'Tselem, che ha denunciato il fatto anche a mezzo stampa in quanto l'età minima per la responsabilità penale, in Israele e nei Territori, è di 12 anni.
Nel video si vede il bambino circondato dai militari che si consultano via radio con altre persone; Wadi ha paura, piange, batte i piedi per terra. Un passante palestinese lo accompagna e lo convince a salire sull'auto delle autorià. Una volta a casa, però, l'incubo non è finito: i soldati continuano a sostenere che la vicenda venga sottoposta all'attenzione della polizia palestinese, bendano e ammanettano Karam e portano lui e il figlio in un posto di blocco. Ma le autorità palestinesi li dovranno rilasciare immediatamente.
Interessante notare che, nel filmato, un tenente colonnello israeliano rimprovera duramente i suoi sottoposti per aver fermato padre e figlio a telecamere accese. Le sue parole sono significative: “ Si sta danneggiando la nostra immagine pubblica. I detenuti vanno trattati bene quando ci sono le telecamere in giro”.
In questo caso Internet, le riprese video, i mezzi di informazioni sono stati utili per aprire, ancora una volta, una finestra su quell'area di mondo dove lo stallo geopolitico non risparmia nemmeno i più piccoli.