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mercoledì 25 novembre 2015

EVE ENSLER: un saggio, un testo profondo che parla di donne e di violenza (e molto altro)


 






di Monica Macchi



Ora la lotta è tra le persone che devastano il pianeta,

saccheggiandone le risorse,

e noi




Scrittrice, poetessa, sceneggiatrice, regista e attivista di origini ebree è diventata famosa per i “Monologhi della vagina”1, che dal 1996 è stato tradotto in 50 lingue e rappresentato in 150 paesi (ha appena debuttato in India e a Cuba). Ogni anno viene attualizzato con un nuovo monologo sulle violenze contro le donne in ogni parte del mondo: una delle più rappresentate è My Vagina Was My Village, monologo scritto sulla base delle testimonianze delle donne vittime di stupro in Bosnia. Da queste pièce teatrali è nato il movimento globale V-Day, per la difesa dei diritti delle donne: 189 Paesi, oltre 70 città in Italia, 13mila organizzazioni femminili e femministe coinvolte oltre a singole personalità come Vandana Shiva e il Dalai Lama.

Dal 14 gennaio 2012 dopo aver letto una statistica secondo cui una donna su tre in tutto il pianeta sarà oggetto di percosse o stupro nel corso della sua vita ha lanciato la campagna One Billion Rising in cui le attiviste e gli attivisti danzano come strumento creativo per mostrare sdegno e assumersi le proprie responsabilità e favorire una nuova presa di coscienza, una presa di coscienza che opponga resistenza alla violenza finché questa non diventerà inconcepibile. 


Lo scorso 13 settembre Eve Ensler era a Milano al Teatro Elfo-Puccini in un incontro pubblico con Lella Costa per presentare il suo ultimo libro “Nel corpo del mondo” in cui racconta la sua esperienza con la malattia, un tumore all’utero e la riappropriazione del proprio corpo rispetto alle mutilazioni fisiche e psicologiche. In particolare rivendica una maternità non stereotipata che va al di là degli organi di procreazione, ma intesa come cura nei confronti di perone che si scelgono e con cui si creano dei legami. Ed Eve ha scelto le donne di Bukavu, in Congo con cui ha creato la Città della Gioia, un luogo condiviso in cui donne, molte delle quali analfabete e sopravvissute a stupri e torture, esorcizzano i traumi attraverso l’arte, la danza e corsi di autodifesa mentre diventano catalizzatrici di un radicale cambiamento sociale seguendo corsi professionali, di agricoltura e di uso del computer per poi istruire altre donne nei villaggi. Il cancro diventa così una metafora della società capitalistica senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle persone: legare la nostra lotta a quella degli altri contro una società consumistica e sprecona è l’unico modo per ribaltare la gerarchia e la violenza.



Il numero, in Italia, per denunciare violenze e stalking: 1522

1
La traduzione italiana del testo è disponibile in edizione Il Saggiatore e Marco Tropea

lunedì 19 ottobre 2015

I muri di Tunisi: la Tunisia prima e dopo la rivoluzione



Associazione per i Diritti Umani
PRESENTA

 
il saggio “I MURI DI TUNISI. Scritti e immagini di un Paese che cambia”, di Luce Lacquaniti

ed. Exòrma

 

giovedì 22 OTTOBRE, ore 19

presso

 
CENTRO ASTERIA

(Piazza Carrara 17.1 (ang Via G. da Cermenate,2 MM Romolo) Milano
 

L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.
 

Presentazione del saggio “I MURI DI TUNISI. Scritti e immagini di un Paese che cambia”, di Luce Lacquaniti

ed. Exòrma

Il saggio, a partire dai graffiti realizzati sui muri della città di Tunisi, permette di fare un viaggio in un Paese in grande via di trasformazione politica, culturale e sociale. Si parlerà della Tunisia anche alla luce dell'attacco terroristico e del Premio Nobel per la pace.
 

Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani

venerdì 2 ottobre 2015

Corso di narrazione anche presso libreria LES MOTS, sempre a Milano


L'Associazione per i Diritti Umani



in collaborazione con Libreria LES MOTS

via Carmagnola angolo via Pepe - Milano (MM2 e MM5 Garibaldi)





presenta

corso di narrazione civile

con STEFANO VALENTI, autore del romanzo “La fabbrica del panico”, vincitore del Premio Campiello – Opera prima



LA NARRAZIONE AUTOBIOGRAFICA: DAL RACCONTO ORALE AL RACCONTO SCRITTO

In particolare: narrazione sociale e civile



La narrazione è un affidabile metodo di condivisione in quanto permette al soggetto narrante di esporre fatti reali inerenti la propria vita. Nel raccontarla, il narratore tende a intensificare la conoscenza pratica che ha di sé stesso e del mondo perché, attraverso la trasposizione in forma orale e scritta degli eventi che ha vissuto, scopre un significato più profondo della sua esistenza. Fin da epoche remote, e indistintamente ai quattro angoli del mondo, le storie tramandate sono state veicolo di trasmissione culturale e di costruzione civile.

La narrazione è una metodologia che permette di raccontare sé stessi e il proprio vissuto, ma trasformando l’esperienza personale e il proprio punto di vista in un racconto interessante e fruibile da un pubblico vasto e variegato. In particolare nel caso di vicende drammatiche e dolorose, o quando ci si trova in momenti di grande cambiamento personale e sociale, l’esigenza di raccontare si fa impellente, sia che si tratti di costruire memoria per quelli che verranno sia che si tratti di verbalizzarla per riuscire a chiarire quello che accade.

Per narrazione s’intende quindi sia l’arte di usare il linguaggio, la vocalità e la gestualità, sia quella di verbalizzarlo, per rivelare a un pubblico specifico gli elementi o le immagini di una storia la cui fruizione primaria è in tempo reale e da persona a persona.

La narrazione trova il proprio raggio d’azione non solo in ambito performativo ma anche nel settore dell’istruzione, della mediazione culturale, e del racconto civile.

RACCONTARE SE STESSI E RACCONTARE GLI ALTRI

Obiettivi: aprirsi e condividere con altri un racconto personale significa sapere esprimere il proprio punto di vista e la propria sensibilità attraverso simboli archetipi universali e tradurre il proprio vissuto in un linguaggio artistico filtrato dalla realtà.

Regalando e condividendo una storia personale si può raggiungere la giusta distanza dall’esperienza o dall’emozione vissuta, che consente di oggettivarla e relativizzarla, facilitando così il superamento dei conflitti.

Condividere e scambiarsi storie, consentendo ad altri di collaborare alla creazione del racconto, crea un forte sentimento di gruppo, di fiducia reciproca e di intimità. Chi impara a raccontare impara anche ad ascoltare meglio, a cogliere nella voce, nelle parole e nei gesti di chi si incontra lo spirito, il senso profondo della narrazione. Essere capaci di ascoltare attivamente, di raccogliere le storie che incontriamo o che ci vengono regalate, ci apre agli altri, ci avvicina a loro in uno scambio piacevole e gratificante per entrambi.

SCRIVERE IL RACCONTO



Obiettivi: il Laboratorio mira a risvegliare la capacità narrativa e ad esercitarla e arricchirla attraverso il confronto con altre narrazioni. Raccontare è ricordare e trasmettere, affidare all’immaginario dell’altro e condividere con l’altro la propria vita. Narrare è anche una necessità civile, e attraverso la narrazione l’adulto rielabora e conserva il proprio vissuto, così come il ragazzo impara a rappresentarsi il mondo.



La lettura di brani di narrativa italiana moderna e contemporanea, con particolare riferimento al romanzo civile, alla narrativa d'inchiesta, al reportage narrativo – le forme che ha assunto la più interessante narrativa italiana – stimolerà la fantasia e permetterò il confronto su diversi generi di narrazione arricchendo l'immaginario civile dei partecipanti e determinando l’affabulazione, l'Intreccio dei fatti e degli eventi che costituiscono la trama di un'opera narrativa facilitandone la produzione.

Partendo dagli stimoli ricevuti i partecipanti svilupperanno racconti e il laboratorio diventerà una officina di narrativa in costruzione. I racconti saranno analizzati e rielaborati insieme, per sperimentare come nella verbalizzazione tutto si trasforma e si tradisce.

Temi: tecnica base della narrazione, metodo delle immagini, memorizzazione e narrazione, raccolta del materiale, costruzione dello stile personale.

Destinatari: studenti, insegnanti, professionisti, operatori culturali, sociali e sociosanitari.

Durata minima sei ore. 4 incontri di due ore ciascuno.

Costi: 20 euro all'ora ( totale per 6 ore : 120 euro)



DATE e ORARI:

mercoledì 7 ottobre, ore 19

mercoledì 21 ottobre, ore 19

mercoledì 4 novembre, ore 19





Il laboratorio parte con una partecipazione minima di 10 persone


sabato 11 aprile 2015

Sette paia di scarpe: un romanzo sulla Siria tra cambiamento e tradizione


Eliana Iorfida si è laureata in Archeologia nel 2007 a Firenze. Ha partecipato a importanti missioni di scavo nazionali e internazionali in Medio Oriente (Siria, Egitto e Israele) ed è l'autrice del romanzo d'esorsio intitolato Sette paia di scarpe, vincitore del secondo posto nel concorso nazionale “La Giara” (Rai Eri). 


Beirut, 2006, Imad è il padre di Aidha, Nashat e Tahir, è vedovo e ha molta paura di mettere in pericolo la vita dei suoi tre figli perché a Beirut ci si attende l’offensiva israeliana contro gli hezbollah libanesi.
Affidati i ragazzi alle cure della figlia maggiore, Imad li mette su un aereo per Aleppo e da lì continueranno il loro viaggio verso la Jaazera, l’interno desertico della terra siriana, fino ad un piccolissimo villaggio dove vivono i parenti della moglie defunta. Nel villaggio li aspettano i nonni materni insieme agli zii e ai cugini che li accolgono in una vita rigidamente organizzata sui tempi del lavoro e i ruoli di una famiglia patriarcale.
Completamente soggette al volere dei mariti e fratelli maggiori, le donne vivono nella grande casa comune nel sogno del matrimonio che dovrebbe affrancarle dalla casa paterna. Aidha è spinta da una serie di segnali rivelatori a scoprire il perché della frattura tra sua madre e la famiglia d’origine, e sarà Karima, grande amica della madre fin dall’infanzia che le svelerà il segreto della contrastata giovinezza di lei. Piano, piano Karima dipana il filo dei ricordi svelando ad Aidha un altro aspetto della madre. Innamorata con passione di un berbero, le famiglie avevano per mesi intessuto trattative matrimoniali, ma il riscatto sarà possibile.

La commissione del concorso si è così espressa: “La scrittura della Iorfida riesce a rendere con espressività l’atmosfera di un villaggio rurale della Siria vissuto attraverso gli occhi della giovane protagonista. Senza frapporre giudizi morali e politici, narra un mondo arcaico facendocelo sentire comunque molto vicino al Mediterraneo di casa nostra. Un bel ritratto di una cultura diversa, sentita come ricca di valori anche se fortemente autoritaria”.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi Eliana Iorfida che ringrazia.



Come si è documentata per scrivere questo romanzo?



Questo romanzo è il frutto spontaneo di un’esperienza vissuta in prima persona da archeologa nei territori che fanno da scenario alla narrazione – i villaggi di Tell Mozan e Umm Ar-rabiah, nel Kurdistan siriano – dove ho trascorso due stagioni al seguito dell’importante missione di scavo internazionale diretta dal Prof. Giorgio Buccellati. Le mie “note di viaggio” si sono presto intrecciate alla vicenda reale e commovente di una donna del posto. Direi, quindi, che la “documentazione” è avvenuta sul campo, semplicemente vivendo a stretto contatto con le persone che ci ospitavano; trovando nella loro quotidianità, nelle tradizioni e nei racconti dei più anziani, tesori preziosi come quelli custoditi dalla sabbia.



Beirut, Aleppo e poi la campagna siriana: qual è la differenza culturale tra le città e l'entroterra?



È una differenza enorme. Gran parte dei Paesi mediorientali sono attraversati da squilibri e dualismi estremamente marcati da un punto di vista storico-culturale, politico e geografico. Uno dei più tangibili sussiste proprio tra città e campagna: le prime, soprattutto le capitali e le grandi metropoli, sono scandite da ritmi e tenori di vita del tutto simili a quelli ai quali siamo abituati “noi” occidentali – assimilando, talvolta, il peggio dai nostri cosiddetti modelli di emancipazione – viceversa, le comunità multietniche dei piccoli centri rurali patiscono ancora pesanti condizioni di miseria, vessazione e degrado sociale. È in queste diseguaglianze che affondano le radici del malcontento e, al tempo stesso, della presa di coscienza che hanno animato la stagione delle “Primavere Arabe”, almeno nel loro slancio genuino iniziale, ed è da qui che occorre ripartire per dare speranza a queste popolazioni.



Le persone anziane sono depositarie della memoria e della tradizione: come conciliare il loro vissuto e la loro mentalità con quella dei più giovani?



Nel romanzo, Aidha, la giovane protagonista, conosce se stessa e le proprie radici attraverso il filo della memoria familiare e della riscoperta del proprio passato: una ragazza di città che si scontra e s’incontra con le antiche tradizioni di una terra lontana, nel tempo e nello spazio. È un dialogo che nasce sulla base della curiosità e del rispetto reciproco, e si costruisce in punta di piedi. Al giorno d’oggi è difficile conciliare il vissuto di generazioni così distanti, e la realtà mutevole e consumistica che ci circonda non fa che distrarci, ostacolando con ogni mezzo questo prezioso “passaggio del testimone”. Tuttavia, i giovani non possono e non devono abdicare così facilmente alla conoscenza storica, personale e collettiva, perché solo l’esperienza di ciò che è stato (e che siamo stati) può prepararci a comprendere e accogliere i mutamenti che ci attendono.



Nel libro si parla anche di matrimonio combinato e di emancipazione: quali sono i diritti negati e quali, invece, quelli acquisiti da parte delle donne?



La storia che racconto è fatta di dolore e riscatto, ma anche di consapevolezza e rispetto verso tradizioni (patriarcali e matriarcali) di origini antiche, sulle quali si fondano molte comunità umane e dalle quali, spesso, dipende la sopravvivenza di interi clan familiari. Anche se la storia narrata è “al femminile”, trovo riduttivo, soprattutto in questo drammatico momento, limitare il problema dei diritti alle sole donne: non esiste una questione femminile fine a se stessa – benché la donna sia un centro cosmico e sul suo corpo si combattano guerre di ogni genere – quanto un problema di negazione o affermazione di diritti umani universali e inalienabili, a tutte le latitudini. Nei Paesi di cultura arabo-islamica la donna è declinata in mille sfaccettature, non sempre rispondenti agli stereotipi di cui siamo infarciti, e l’affermazione dei diritti, così come l’emancipazione personale e professionale, dipendono dal contesto socio-economico e culturale dal quale cui si proviene: s’incontrano spesso donne come Rima Karaki, la giornalista libanese che, di recente, ha fatto notizia per aver tenuto testa a un prepotente islamista conservatore; e poi ci sono donne che a quella prospettiva d’indipendenza non hanno alcuna possibilità d’accesso, succubi di umiliazioni e privazioni. In casa nostra le cose non sono poi così diverse, senza contare la piaga del femminicidio, che nel 2013 ha mietuto una vittima ogni due giorni.



C'è un collegamento tra la Siria da lei raccontata e le Regioni del nostro Sud?



Ho guardato il Medio Oriente con occhi da calabrese e ci ho visto le mie radici! Non è un caso che in apertura e chiusura del romanzo abbia scelto di citare l’illustre corregionale Corrado Alvaro che, per primo, negli anni ’30, colse le innumerevoli assonanze mediterranee tra i rispettivi Sud, nel bellissimo reportage “Viaggio in Turchia”. Gli arabi ci hanno insegnato a irrigare la terra, a coltivare gelso, cotone, melanzane, spezie e tanti altri alimenti tuttora alla base della nostra tradizione culinaria. Le donne velate e vestite di scuro mi hanno richiamato l’immagine delle nonne calabresi e siciliane che, non più tardi di qualche decennio fa, si coprivano i capelli con la sajia prima di uscire di casa e facevano il bucato con la cenere. È a questa radice mediterranea che dobbiamo guardare per sentirci partecipi di un destino comune.


domenica 8 febbraio 2015


L'Associazione per i Diritti Umani



PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:
PALESTINA OGGI: STUPORE e SGOMENTO



Alla presenza di Monica Macchi, studiosa di mondo arabo e con una sorpresa video



MERCOLEDI' 18 FEBBRAIO



ORE 19.00

presso



Bistro' del tempo ritrovato

Via Foppa, 4 (MM Sant'Agostino, Milano)





L’Associazione per i Diritti Umani presenta il secondo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vice presidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “Palestina oggi: stupore e sgomento” si affrontano i temi della situazione del popolo palestinese, oggi. Attraverso i racconti, lucidi e poetici, di Adania Shibli e l'approfondimento di Monica Macchi, entreremo ancora nella quotidianità di chi vive sotto assedio: giovani, anziani, bambini, uomini e donne, alla ricerca di libertà e di sogni realizzabili; la guerra, la distruzione, la povertà e il terrore non limitano il desiderio di vita.



IL LIBRO



Pallidi segni di quiete" raccoglie i più bei racconti di Adania Shibli, la giovane scrittrice palestinese il cui primo romanzo, "Sensi" (Argo 2007), è già noto al pubblico italiano. Calando l'asciutta enunciazione di minuti fatti quotidiani in un'atmosfera oscillante tra stupore e sgomento, Adania Shibli consegna al lettore un mondo drammaticamente incomprensibile. Da "Senza rami" a "Necrologio di un bravo professore del quartiere armeno" a "Pallidi segni di quiete", che dà il titolo alla raccolta, è un incessante succedersi di finestre che si spalancano su un universo bello e terribile, fissato da occhi inermi e spietati.




L'AUTRICE

Nata in Palestina nel 1974, Adania Shibli vive attualmente tra Gerusalemme e Berlino. È autrice di due romanzi, pièce teatrali, racconti brevi e saggi narrativi. Riceve due volte il prestigioso premio Qattan Young Writer s Award-Palestine: nel 2001 con il romanzo Masds (tradotto in inglese con il titolo Touch, Northamp-ton, Clockroot, 2009, e in italiano con il titolo Sensi, Lecce, Argo, 2007), e nel 2003 per il romanzo Kullunà baici bi-dhàt al-miqddr an al-hubb (tradotto in inglese con il titolo We Are AllEqually Farfrom Love, Northampton, Clockroot, 2012). Il suo ultimo lavoro è Dispositions (2012), un art book su artisti palestinesi contemporanei.Dal 2012 è visiting professor e ricercatore presso l’Università di Birzeit, in Palestina.



sabato 29 novembre 2014

Presentazione libro "Sulle onde della libertà" per le scuole


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI

propone per le classi terze medie la presentazione del libro “Sulle onde della libertà” di Nicoletta Bortolotti edito da Mondadori



"Mi chiamo Mahmud e abito in un posto che dicono terra di tutti e di nessuno.
O anche prigione a cielo aperto. Ma il suo vero nome è Gaza City. Ho un'unica passione, un unico sogno, un'unica fissa: il surf."
Mahmud vive a Gaza City, una città colpita ogni giorno dai bombardamenti, e adora il surf. Anche Samir adora il surf. Ma il primo è palestinese e l'altro israeliano. Ma che differenza fa? Hanno tutti e due gli stessi sogni e aspettano tutti e due la stessa onda da cavalcare. E non importa se quell'onda sarà israeliana o palestinese...

Nicoletta Bortolotti, nata in Svizzera, vive in provincia di Milano. Lavora come redattrice e ghost writer nell’editoria per ragazzi, e ha firmato diversi libri di successo per adulti, tra i quali E qualcosa rimane (Sperling&Kupfer). Mamma di due bambini trova il tempo di scrivere in treno, che è la sua “casa viaggiante”.

Sarà presente l’autrice per un dibattito con insegnanti e alunni

Coordina l'incontro: Alessandra Montesanto, Vicepresidente dell'Associazione per i Diritti Umani

Contributo volontario di 2 euro

Per informazioni e prenotazioni peridirittiumani@gmail.com

La nostra intervista all'autrice:





Quando e perchè nasce l'idea di questa storia?




L'idea si è fatta strada nella mia mente circa tre anni fa, quando correggendo un altro libro per lavoro (sono redattrice di libri per ragazzi nella redazione Mondadori) e dovendo fare delle ricerche su Internet, mi sono imbattuta per caso nella storia di Doc Paskowitz, un maestro di surf che negli anni '70 fece arrivare sulla Striscia di Gaza delle tavole nuove affinché i giovani palestinesi e israeliani potessero divertirsi e sfidarsi sulle onde.
Poi ho scoperto che in questa lingua di terra i ragazzini adorano fare surf e la cosa mi ha molto colpita, vista la drammatica condizione che si trovano a vivere tutti i giorni. Ho pensato al concetto di resilienza, cioè a come i giovani possano subire traumi inimmaginabili conservando, nonostante tutto, la voglia di lottare, di vivere, di divertirsi e raccontarsi barzellette, di fare sport.
Però, all'inizio, temevo di non essere in grado di raccontare una storia tanto lontana dalla mia realtà... Ci ho provato.




Quanto è importante far conoscere la situazione di alcune popolazioni ai bambini e ai ragazzi italiani?




Moltissimo. Mi sono resa conto, per esempio, documentandomi, che si sa veramente poco su come vivono davvero i bambini nella Striscia di Gaza, e ancor meno ne sanno i nostri bambini. Non solo i più giovani sono continuamente esposti al rischio delle mine, delle bombe e delle mitragliatrici, ma anche a quello delle malattie, causate per esempio dalla mancanza di acqua potabile e dal blocco al confine degli aiuti umanitari. Il mare poi è uno dei più inquinati al mondo, una sorta di fogna a cielo aperto... Eppure i ragazzi cavalcano le onde sulle tavole da surf proprio in queste acque, perché dicono, cito una frase di "Sulle onde della libertà", "il mare è l'unica terra in cui siamo liberi." Ma il discorso potrebbe essere esteso a migliaia di altre situazioni e zone del mondo dove i diritti dei bambini vengono continuamente calpestati.
Recentemente guardavo con i miei figli una trasmissione alla tv dove un bambino indiano raccontava che il padrone della fabbrica tessile in cui lavorava (e i cui abiti vengono rivenduti in Europa a prezzi esorbitanti), se lui si assentava, lo "appendeva" dopo avergli cosparso il corpo di acqua e zucchero in modo che mosche e formiche gli si attaccassero... Forse sarebbe il caso di guardare meglio le etichette degli indumenti che compriamo?




Le è capitato di leggere il suo libro nelle scuole e - in caso affermativo - quali sono state le domande che le hanno posto gli studenti?



Gli studenti mi tempestano sempre di domande. E' straordinario ascoltare bambini di quarta, quinta elementare o ragazzini di prima e seconda media e scoprire la profondità delle loro osservazioni: si chiedono se loro sarebbero in grado di rischiare la vita per un amico, come Mahmud e Samir, i protagonisti del libro, si chiedono cosa significa accarezzare un'onda o cosa significano per loro la paura e la libertà. Si chiedono qual è la differenza fra la guerra in un videogioco (Mahmud e Samir sono appassionati di gameboy) e la guerra vera. Ma mi pongono anche molte domande sulla scrittura, sulle tecniche per inventare una buona storia che coinvolga e mi raccontano che anche loro scrivono e hanno una storia nel cassetto. E poi sono sorprendentemente interessati alle questioni pratiche ed economiche legate all'oggetto-libro: il copyright, i diritti nel caso in cui un ghost writer scriva per un calciatore, i soldi delle vendite dopo la morte di un autore...



Quali sono i valori che possono essere veicolati dallo sport?



Il gioco di squadra, il rispetto per l'avversario, la lealtà, la competizione pacifica. Nei miei incontri con i ragazzi li faccio parlare molto dei vari sport che praticano: chi fa basket, calcio, nuoto, danza... E dico loro che se alcuni capi di Stato potessero governare secondo le regole che i bambini imparano e mettono in pratica tutti i giorni nello sport, forse ci sarebbero meno conflitti nel mondo e meno ingiustizie...



Da chi sono realizzate le illustrazioni, nel testo, e che come le avete preparate?




Dal bravissimo Fabiano Fiorin, che ha avuto l'idea di mettere in copertina i due surfisti che reggono una sorta di aquilone coi colori della pace. Ha creato dei disegni freschi, pieni di movimento, dei personaggi simpatici e trendy, ma non troppo "californiani"...
Prima si preparano le matite, cioè i disegni al nero, poi ci si rivolge a un coloritore per colorarli al computer. Il coloritore che ha colorato i disegni di "Sulle onde della libertà" è Michele Frigo, che in casa editrice cura insieme a me, fra gli altri, i libri di Ben 10.

martedì 29 luglio 2014

Un romanzo al femminile, tra Italia e Tunisia





La casa editrice Asino d'oro è una delle nostre preferite perchè pubblica, la maggior parte delle volte, libri di qualità: romanzi avvincenti, profondi, ambientati in varie zone del mondo che fanno riflettere sull'attualità.

E' il caso del testo che vi consigliamo oggi, intitolato Sul corno del rinoceronte, vincitore del premio Costadamalfi 2014, di Francesca Bellino.

Ambientato tra Italia e Tunisia, il racconto narra di due donne, Mary e Meriem, stessa radice del loro nome...Sullo sfondo della vicenda che lega le due amiche, un Paese in trasformazione, prima e dopo la cacciata di Ben Ali; le speranze del post-rivoluzione; la ricerca di una nuova identità. E poi ancora: il tema delle migrazioni e quello, universale, dell'amore.



Abbiamo rivolto alcune domande a Francesca Bellino che ringraziamo.



Come e quando è nata la trama del romanzo?

 

L’idea di scrivere un romanzo è nata 5 anni durante due mesi trascorsi Tunisia. Ho cominciato a sentire dentro di me il formarsi di due voci che poi sono diventate le voci delle protagoniste, Mary e Meriem. Avevano tante cose da dire e questo è stato il mio punto di partenza. Poi nel 2011 si è aggiunto il contesto storico della rivoluzione che ha portato alla cacciata del dittatore Ben Ali, che si è poggiato benissimo sotto parte della storia che racconta due grandi “rivoluzioni” interiori. Per me sono le rivoluzioni personali a cambiare la Storia e a portare all’esplosione di quelle collettive, di piazza, a cui abbiamo assistito anche in Tunisia.



Mary e Meriem: due nomi con la stessa radice...


Ho scelto lo stesso nome per le protagoniste per evocare la sensazione che proviamo spesso quando incontriamo l’Altro e ci specchiamo in esso: l’essere diversi ma uguali allo stesso tempo. L’italiana si chiama Maria, ma – in linea con il suo carattere esterofilo - si fa chiamare Mary (ed emerge spesso nel racconto quanto anche questa scelta la porti lontano da sé). Si chiamano, dunque, entrambe Maria ed entrambe sono portatrici del peso di questo nome biblico che, tra le tante accezioni, contiene la sensazione di essere una donna speciale, diversa dalle altre, con compiti da compiere per l’intera umanità.

 

In che modo le protagoniste cercano la propria identità?

 

Meriem, dopo essersi “italianizzata”, decide di tornare a casa, a Kairouan, la città dove è nata e cresciuta e da cui è scappata. Anche Mary, dopo un continuo andare a zonzo per il mondo e un lunghissimo travaglio interiore, torna alle radici, alla famiglia, alle memorie dell’infanzia. Nel suo percorso Mary, da ragazza arrogante e insofferente, sicura di se sé e convinta di aiutare le fasce deboli della società tra cui gli immigrati, si trasforma, così come Meriem riesce, a modo suo, a vincere la sua battaglia per la libertà, la vita e l’amore.

Le due donne si stimolano a vicenda nelle loro trasformazioni personali. Il loro è un vero incontro, un incontro che cambia.



Quali sono le aspettative per le donne, dopo la rivoluzione?



Tante. La rivoluzione ha tirato fuori il loro coraggio e la loro forza. Le donne tunisine sono battagliere come Meriem e anche di piu’ e poi sono protette da un Codice di Statuto personale datato 1956 che da loro molti piu’ diritti di tutte le altre donne del mondo arabo. La maggior parte di loro conduce una vita normale, come la nostra, se pur con meno opportunità e con piu’ condizionamenti causati da contesti spesso troppo tradizionalisti. Certo, le battaglie da fare sono ancora tante, in primis quella sull’eredità, ma se guardiamo alle discriminazioni di genere che ci sono anche in Occidente, ci rendiamo conto che le donne di tutto il mondo vivono in continua lotta per la difesa dei loro diritti.

 

Quanto sono importanti i ricordi personali e la memoria collettiva per dare senso al Presente?



La vita invita le due protagoniste a sedersi sul presente. Mary e Meriem sono troppo tese, ognuna a suo modo, verso il futuro. Un futuro che, inoltre, si rivela inesistente e che le conduce verso la disgregazione dei loro mondi. Dunque il presente e la propria storia personale incastonata in quella del proprio Paese di appartenenza, sono centrali per ripartire, per acquistare nuova consapevolezza e per costruire una vita piu’ autentica e coerente con se stesse.