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domenica 13 settembre 2015

Centri di raccolta, docce e wifi. Belgrado si apre ai profughi



di Leo Lancari     (da Il Manifesto)

Serbia. 7 mila solo la scorsa notte. Il premier Vucic: «Sbagliato costruire muri»

Un altro passo impor­tante lungo la rotta bal­ca­nica l’hanno fatto. Un altro paese è stato attra­ver­sato da sud a nord nel lungo cam­mino verso l’Europa. Alle spalle si sono lasciati la Mace­do­nia, che dopo averli chiusi in gab­bia sigil­lando la sua fron­tiera con la Gre­cia, sabato notte ha final­mente fatto mar­cia indie­tro per­met­ten­do­gli di arri­vare in Ser­bia, nuova tappa di que­sto assurdo rea­lity della dispe­ra­zione.
Del resto non li ferma nes­suno. E loro arri­vano a migliaia: le auto­rità di Bel­grado hanno con­tato 23 mila rifu­giati nelle ultime due set­ti­mane. 7 mila solo nella notte tra sabato e dome­nica scorsi, quando Sko­pje ha final­mente ria­perto il con­fine. Arri­vano in treno, in auto­bus (il governo mace­done ne ha messi 70 a dispo­si­zione) e in taxi. Chi può noleg­gia una mac­china, la carica all’inverosimile di donne, vec­chi e bam­bini e corre verso la nuova fron­tiera: l’obiettivo adesso è l’Ungheria, la porta dell’Europa, ma è quello più dif­fi­cile.
In vista della nuova ondata di pro­fu­ghi Buda­pest sta infatti acce­le­rando la costru­zione del muro di 175 chi­lo­me­tri lungo il con­fine serbo e nei giorni scorsi ha ordi­nato il tra­sfe­ri­mento a sud di alcune migliaia di agenti di poli­zia. I rifu­giati si tro­ve­ranno così di fronte un muro fatto di acciaio, filo spi­nato e per­fino lamette insieme a un eser­cito di poli­ziotti in tenuta anti­som­mossa. Il Paese è «sotto un attacco orga­niz­zato», ha detto nei giorni scorsi Janos Lazar, vice­pre­mier del governo di Vik­tor Orbàn. E, come se non bastasse, per far capire ancora meglio che aria tira per que­sti dispe­rati in fuga da guerra e dai taglia­gole dell’Is ha aggiunto che gli agenti sono stati adde­strati per fron­teg­giare «migranti sem­pre più aggres­sivi che arri­vano con richie­ste sem­pre più decise».
«Europa sve­gliati!», tito­lava l’altro giorno un suo edi­to­riale il fran­cese Le Monde ricor­dando come quella dell’immigrazione sia una crisi che si dipana alle nostre fron­tiere da più di due anni .«Sotto i nostri occhi ma senza che abbiamo voluto vedere che si aggra­vava di mese in mese». Chi non fa più finta di non vedere (almeno per ora), e (sem­pre per ora) sem­bra muo­versi in con­tro­cor­rente rispetto alle iste­ria xeno­fobe di altri Paesi, è pro­pria la Ser­bia. Anzi­ché chiu­dersi Bel­grado ha aperto le sue porte alle migliaia e migliaia di dispe­rati che in que­ste ore stanno entrando nel Paese alle­stendo quat­tro nuovi cen­tri di acco­glienza (due a Pre­sevo e Miro­to­vac, a sud e due a Kani­jia e Subo­tic, a nord vicino al con­fine con l’Ungheria). Un altro cen­tro verrà invece aperto nei pros­simi giorni nella capi­tale, lungo l’autostrada per l’aeroporto. Come in Mace­do­nia anche qui a tutti i rifu­giati verrà con­cesso un per­messo di sog­giorno di 72 ore, rin­no­va­bile, per lasciare il Paese. Nel frat­tempo sem­pre nella capi­tale sono stati aperti dieci punti di assi­stenza igie­nica dove i pro­fu­ghi pos­sono tro­vare toi­lette e docce per lavarsi, insieme a una cen­tro infor­ma­zione for­nito di rete WiFi dove i pro­fu­ghi pos­sono richie­dere noti­zie su come pre­sen­tare domanda di asilo e rice­vere assi­stenza legale e psi­co­lo­gica. «La nostra rispo­sta alla crisi migra­to­ria non sono i man­ga­nelli o gli ordi­gni assor­danti, né l’erezione di muri», ha com­men­tato il vice­mi­ni­stro del lavoro e degli affari sociali Nenad Iva­ni­se­vic annun­ciando per i pros­simi giorni un nuovo piano del governo per i migranti. Iva­ni­se­vic ha ripe­tuto un con­cetto espresso nei giorni scorsi dal pre­mier serbo Alek­san­dar Vucic, anche lui cri­tico nei con­fronti di Buda­pest per la scelta di costruire il muro.
Scelte, quelle serbe, che hanno per­messo a Bel­grado di incas­sare i rin­gra­zia­menti dell’Unione euro­pea per il modo in cui affronta la crisi migranti, oltre alla pro­messa di nuovi aiuti eco­no­mici.
Ieri la que­stione pro­fu­ghi è stata affron­tata anche da un ver­tice a tre che si è tenuto a Sko­pje tra i mini­stri degli esteri di Mace­do­nia, Alba­nia e Bul­ga­ria, che hanno chie­sto all’Unione euro­pea una rispo­sta rapida a quanto sta acca­dendo lungo la rotta balcanica.

domenica 3 novembre 2013

Ti disturbo?: parlare di una Milano multietnica con ironia


Sanja Lucic è nata a Belgrado. Vive e lavora a Milano da 13 anni, città che ama moltissimo . Giornalista da più di 16 anni, nel 2000 si trasferisce nel capoluogo lombardo dove lavora a Radio Popolare oltre a scrivere per molti giornali in Serbia e in Italia.
Ha curato per anni il blog
www.strangerinmilan.com da cui è nata l'idea di Ti disturbo? Una serie di racconti lucidi, divertenti, acuti e pungenti. Un libro edito da Edizioni del Gattaccio.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi l'autrice e, in primavera, saremo lieti di presentare il libro in un incontro pubblico. Ringraziamo tantissimo Sanja Lucic e il suo editore.


Le parole, il linguaggio veicolano stereotipi, spesso negativi: quali sono i modi di dire più frequenti nelle conversazioni e quali le sembrano inopportuni?

Nel mio libro parlo molto di modi di dire che non sono solo questo, rispecchiano i concetti di vita in questa città, in questo Paese. Ho sempre trovato molto strano dire “Ti disturbo?” (ed è anche il titolo del libro) quando si chiama qualcuno. Non capisco perché dobbiamo pensare che la nostra telefonata disturbi la persona dall’altra parte e poi se è effettivamente occupata dovrebbe non rispondere, giusto? Ma questo evidenzia un modo di vivere completamente indirizzato sul lavoro, sulle cose da fare, dove i momenti per godersi la vita, fare due chiacchiere con gli amici, sentire qualcuno al telefono, sono rari, sono un fattore disturbante. Il tempo qua è prezioso, si ritiene che tutti hanno tanto da fare in ogni momento della giornata e non hanno il tempo da perdere, con una telefonata (se non è di lavoro), appunto. La stessa cosa è con: “Dimmi”, oppure “Buon lavoro”. Queste frasi mi sono sempre suonate stonate, non mi appartengono e non le uso mai. Non è una critica, è solo un’osservazione di qualcosa che è diverso dal mio modo di vivere. Nel libro ci sono molti modi di dire che ho notato da straniera, ma decisamente non è un libro che parla solo di questo.


Ci può raccontare della sua esperienza, vissuta nel 1999 a Belgrado?

Il 1999 è stato un culmine, dopo sette anni d’embargo economico e gli scaffali nei supermercati completamente vuoti, la benzina che si vendeva nelle bottiglie per strada, l’inesistenza delle banche, lunghe code per i beni primari dalle 04 del mattino, gli amici chiamati in guerra e i notiziari che 24/24 h trasmettevano le immagini terribili; gli anni in cui non sapevo che fine avevano fatto mia zia e la nonna in Croazia perché le linee telefoniche erano tagliate. Nel 1999 gli aerei della Nato hanno bombardato Belgrado per 78 giorni. Ho vissuto in quei giorni sempre vestita, con uno zaino vicino al letto dentro il quale c’erano poche cose necessarie per una fuga. Non c’era più la differenza tra il giorno e la notte. Gli aerei attaccavano sempre, le sirene che ci avvisavano del loro arrivo partivano d’improvviso, ad ogni ora. Il 30 aprile del 1999 una “bomba intelligente” e’ caduta a 100 metri da casa mia. Sono morte le persone, l’intera via è stata rasa al suolo ed io per soli 100 metri non sono stata “l’errore collaterale”. E’ stato terribile ma è come se io solo ora avessi elaborato tutto. Qualche giorno fa, per la prima volta dopo 14 anni, sono scoppiata a piangere raccontando l’accaduto.


Le è capitato di sentirsi straniera a Milano e ci si può sentire tali anche se si è nati in questa città?

Non mi è mai capitato che gli altri mi abbiano fatto sentire straniera. Ho forse avuto la fortuna di incontrare le persone che non hanno mai fatto un accenno, in senso negativo, al fatto che io fossi straniera. Ma ci sono state alcune volte in cui mi sono sentita tale.
Si tratta di momenti, di episodi di vita quotidiana quando per esempio mi accorgevo che qua la gente non si telefona per chiacchierare ma per mettersi d’accordo per qualcosa. Che non c’è l’abitudine di sentirsi al telefono solo per condividere una cosa, una sensazione, un episodio. Che la gente non fa le visite a casa se non si preannunciano molto tempo prima. Ma in generale ci si incontra nei ristoranti e raramente a casa. Che Milano toglie completamente la spontaneità. E’ una città molto programmata, ogni minuto è pensato bene e riempito fino ai minimi dettagli. Non c’è tregua. E poi, qua si sente spesso che si è amici, tutti sembrano amici ma in realtà, si tratta delle semplici e superficiali conoscenze. Ecco, questi sono gli esempi delle varie situazioni nelle quali io mi sono sentita diversa-straniera visto che da dove arrivo io si vive diversamente.
Ascoltando gli amici napoletani, calabresi, sardi e pure romani noto che loro fanno le mie stesse osservazioni. E si sentono stranieri a Milano. Ma la cosa interessante è che spesso le persone nate in questa città commentano e criticano Milano dicendo: “E pensa, sono nato qua!”

Che cosa ama, invece, in particolare di Milano?

Spesso mi capita di guidare per le vie che ormai conosco bene, di sorridere e pensare: “Questa è la mia città”. Io adoro i tram milanesi, mi fanno sentire a casa, mi piace il Duomo, lo trovo “mozzafiato” ed ogni volta quando gli passo vicino mi emoziona. Mi piace via Paolo Sarpi. Mi piacciono i chioschi che vendono i fiori, il parco Sempione, i mezzi pubblici che nonostante quello che si dice sono puntuali. Ma sopratutto mi piace il mio mondo che mi sono creata a Milano. Il mondo fatto dal bar di Efisio sotto il condominio 54, i miei stupendi vicini di casa e il caffé al mattino con loro, i piccoli negozi dove conosco tutti, la passeggiata con il cane quando chiacchiero con la gente e il fatto che nel mio quartiere ci conosciamo tutti. Io amo le persone perché basta non fermarsi all’apparenza e in questa città trovi gente stupenda, buona, creativa, interessante, generosa.


Il suo nome, in serbo, significa “colei che sogna”: quali sono il suo sogno più bello e il suo desiderio più grande ?

Direi che proprio in questo momento una fase della mia vita è finita. In questa fase avevo realizzato tutti i miei sogni. Avevo una lista che riguardava l’università, il lavoro da giornalista, l’amore, gli interessi, i viaggi. E ho fatto tutto anche se è stata davvero dura, soprattutto negli anni di guerra.
Ora le cose sono cambiate ed io ho una nuova lista. Mi piacerebbe continuare ad essere in salute, avere i soldi a sufficienza per poter rendere felici le persone che mi circondano, vorrei continuare a lavorare in radio perché non è solo un lavoro, è la ragione di vita. Vorrei pubblicare un altro libro, portare questo primo in teatro e vorrei avere una famiglia.

venerdì 7 giugno 2013

Il documentario “Kosovo vs Kosovo”: un pezzo d'Europa dimenticato




Kosovo 13 anni dopo. Dopo la guerra e a quattro anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo, le enclave serbe, situate all'internio del territotio kosovaro, rappresentano una parte di Stato dentro un altro Stato, ma il governo centrale, al loro interno, non ha alcuna autorità. Qui, infatti, i serbi conitinuano a vivere come se fossero in Serbia grazie ad un sistema che segue le direttive di Belgrado.
Kosovo vs Kosovo è un documentario, rilasciato sotto licenza Creative Commons, che racconta tutto questo. Scritto e diretto da Valerio Bassan e Andrea Legni, con il supporto di Domenico Palazzi e Jovan Zlaticanin, il film - autoprodotto, girato in tre settimane e preceduto da una lunga fase di ricerca - mostra, in particolare, la quotidianità e le condizioni di vita della minoranza serba in Kosovo.

Per capire meglio la situazione, abbiamo intervistato Andrea Legni

Qual è, attualmente, la situazione geopolitica di quell'area?

La situazione geopolitica è di difficile lettura, nel senso che il Kosovo si è proclamato indipendente nel febbraio 2008, ma il suo status internazionale rimane non condiviso in quanto oltre la metà degli Stati membri dell'ONU non lo riconosce. Per l'ONU è ancora valida la risoluzione del 1999 secondo la quale in Kosovo è una provincia autonoma all'interno della Repubblica di Serbia.
La maggior parte degli Stati dell'Unione Europea ha, invece, riconosciuto il Kosovo (l'Italia è stato il primo) tranne alcuni e tra questi, ad esempio, la Spagna per la paura che il riconoscere un'autoproclamazione di indipendenza possa fomentare altri gruppi nazionalisti, come i Baschi o i Catalani.
A livello di relazione tra Serbia e Kosovo si sono fatti alcuni passi avanti: da una fase piuttosto lunga di “muro contro muro” si è arrivati ad una serie di incontri bilaterali, cominciati nel 2009-2010, tra i Primi Ministri che hanno portato alla sigla di un accordo in cui si cerca di normalizzare la relazione tra i due Stati. Tra le decisioni più importanti, è emersa la volontà di garantire, alle zone serbe all'interno del Kosovo (la zona nord di Mitrovica, dove vive la maggioranza serba) un'autonomia piuttosto spiccata, all'interno della quale la polizia sarà rappresentata da poliziotti e dirigenti serbi oppure i tribunali avranno pubblici ufficiali serbi, seppure con l'avvallo dello Stato del Kosovo.

Questo a livello diplomatico. Ma com'è la quotidianità delle persone?

Con il nostro documentario abbiamo voluto raccontare la quotidianità dei serbi che vivono in Kosovo. Qui i serbi vivono due condizioni differenti: la maggioranza di loro - di circa 50.000 persone, che vive a nord di Mitrovica e che, quindi, si trova praticamente in Serbia - non ha grossi problemi; noi, invece, abbiamo parlato dei serbi che vivono nel resto del Kosovo, nella parte meridionale. Qui vivono in enclave monoetniche, in villaggi di poche centinaia di abitanti, posti alla periferia delle principali città del Kosovo in cui sono rimasti, principalmente, gli albanesi.
Nei villaggi i serbi eleggono i propri sindaci; le scuole e gli ospedali vengono gestiti secondo il sistema serbo; viene utilizzzato, come moneta, il dinaro, mentre in Kosovo si usa l'euro.
La vita delle persone è abbastanza dura in quanto contrassegnata da una quasi totale mancanza di libertà di movimento: mentre giravamo il film, abbiamo abitato in un piccolo villaggio in cui vivono circa 800 persone che non escono mai per paura di aggressioni. Non vanno mai nella città vicina - Peja, che dista a cinque minuti - ma, per risolvere i problemi di vita quotidiana come, ad esempio, andare dal medico - vanno a Mitrovica, affrontando un viaggio in pullman di 70 Km andata e ritorno, piuttosto che andare nella città più vicina.
Abbiamo parlato, inoltre, con i giovani e questi vivono in campagna dove, per loro, non c'è niente: non ci sono scuole né luoghi ricreativi. Niente. Questa è la ragione principale - unita alla mancanza di prospettive di lavoro - per cui i ragazzi cercano di andarsene. Anche quelli che abbiamo intervistato: appena prendevano un po' di confidenza, ci chiedevano se potevamo procurare loro un visto per partire.

Ti ricordi una testimonianza in particolare?

Sì, però non è nel documentario...Una delle difficoltà che abbiamo avuto, soprattutto con le persone più giovani, è che - dopo giorni che ci si incontrava e si parlava - non era facile convincerli a rilasciare la propria testimonianza davanti alla cinepresa, per cui molti ragazzi alla fine non se la sono sentita.
In particolare, c'è un ragazzo, Vlado, che avevamo incontrato più volte, che ha 25 anni: in un pomeriggio di chiacchiere a casa sua, ci ha raccontato la sua visione della vita in Kosovo. Una visione totlamente pessimistica: sosteneva, infatti, che in Kosovo può continuare a vivere solo chi sta aspettando di morire, cioè solamente gli anziani, che sono nati e che hanno vissuto la loro intera esistenza lì. Dopo una settimana da quel pomeriggio, siamo tornati per registrare la sua intervista, ma sua madre ci ha detto che se n'era andato a Belgrado, da un suo cugino.

Perchè si sono spenti i riflettori su quell'area di Europa?

Il Kosovo ha riempito le pagine dei media fino a quando è stato il momento di prepararre gli animi alla guerra, tra la fine del 1998 e l'inizio del '99, poi se ne è parlato per qualche anno quando il conflitto è finito, ma poi è sparito dall'agenda dei media. Questo ha portato non solo a dimenticare la questione, ma - ancora più grave - a pensare che, se non se ne parla più, è perchè ormai è tutto a posto.