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domenica 13 settembre 2015

Centri di raccolta, docce e wifi. Belgrado si apre ai profughi



di Leo Lancari     (da Il Manifesto)

Serbia. 7 mila solo la scorsa notte. Il premier Vucic: «Sbagliato costruire muri»

Un altro passo impor­tante lungo la rotta bal­ca­nica l’hanno fatto. Un altro paese è stato attra­ver­sato da sud a nord nel lungo cam­mino verso l’Europa. Alle spalle si sono lasciati la Mace­do­nia, che dopo averli chiusi in gab­bia sigil­lando la sua fron­tiera con la Gre­cia, sabato notte ha final­mente fatto mar­cia indie­tro per­met­ten­do­gli di arri­vare in Ser­bia, nuova tappa di que­sto assurdo rea­lity della dispe­ra­zione.
Del resto non li ferma nes­suno. E loro arri­vano a migliaia: le auto­rità di Bel­grado hanno con­tato 23 mila rifu­giati nelle ultime due set­ti­mane. 7 mila solo nella notte tra sabato e dome­nica scorsi, quando Sko­pje ha final­mente ria­perto il con­fine. Arri­vano in treno, in auto­bus (il governo mace­done ne ha messi 70 a dispo­si­zione) e in taxi. Chi può noleg­gia una mac­china, la carica all’inverosimile di donne, vec­chi e bam­bini e corre verso la nuova fron­tiera: l’obiettivo adesso è l’Ungheria, la porta dell’Europa, ma è quello più dif­fi­cile.
In vista della nuova ondata di pro­fu­ghi Buda­pest sta infatti acce­le­rando la costru­zione del muro di 175 chi­lo­me­tri lungo il con­fine serbo e nei giorni scorsi ha ordi­nato il tra­sfe­ri­mento a sud di alcune migliaia di agenti di poli­zia. I rifu­giati si tro­ve­ranno così di fronte un muro fatto di acciaio, filo spi­nato e per­fino lamette insieme a un eser­cito di poli­ziotti in tenuta anti­som­mossa. Il Paese è «sotto un attacco orga­niz­zato», ha detto nei giorni scorsi Janos Lazar, vice­pre­mier del governo di Vik­tor Orbàn. E, come se non bastasse, per far capire ancora meglio che aria tira per que­sti dispe­rati in fuga da guerra e dai taglia­gole dell’Is ha aggiunto che gli agenti sono stati adde­strati per fron­teg­giare «migranti sem­pre più aggres­sivi che arri­vano con richie­ste sem­pre più decise».
«Europa sve­gliati!», tito­lava l’altro giorno un suo edi­to­riale il fran­cese Le Monde ricor­dando come quella dell’immigrazione sia una crisi che si dipana alle nostre fron­tiere da più di due anni .«Sotto i nostri occhi ma senza che abbiamo voluto vedere che si aggra­vava di mese in mese». Chi non fa più finta di non vedere (almeno per ora), e (sem­pre per ora) sem­bra muo­versi in con­tro­cor­rente rispetto alle iste­ria xeno­fobe di altri Paesi, è pro­pria la Ser­bia. Anzi­ché chiu­dersi Bel­grado ha aperto le sue porte alle migliaia e migliaia di dispe­rati che in que­ste ore stanno entrando nel Paese alle­stendo quat­tro nuovi cen­tri di acco­glienza (due a Pre­sevo e Miro­to­vac, a sud e due a Kani­jia e Subo­tic, a nord vicino al con­fine con l’Ungheria). Un altro cen­tro verrà invece aperto nei pros­simi giorni nella capi­tale, lungo l’autostrada per l’aeroporto. Come in Mace­do­nia anche qui a tutti i rifu­giati verrà con­cesso un per­messo di sog­giorno di 72 ore, rin­no­va­bile, per lasciare il Paese. Nel frat­tempo sem­pre nella capi­tale sono stati aperti dieci punti di assi­stenza igie­nica dove i pro­fu­ghi pos­sono tro­vare toi­lette e docce per lavarsi, insieme a una cen­tro infor­ma­zione for­nito di rete WiFi dove i pro­fu­ghi pos­sono richie­dere noti­zie su come pre­sen­tare domanda di asilo e rice­vere assi­stenza legale e psi­co­lo­gica. «La nostra rispo­sta alla crisi migra­to­ria non sono i man­ga­nelli o gli ordi­gni assor­danti, né l’erezione di muri», ha com­men­tato il vice­mi­ni­stro del lavoro e degli affari sociali Nenad Iva­ni­se­vic annun­ciando per i pros­simi giorni un nuovo piano del governo per i migranti. Iva­ni­se­vic ha ripe­tuto un con­cetto espresso nei giorni scorsi dal pre­mier serbo Alek­san­dar Vucic, anche lui cri­tico nei con­fronti di Buda­pest per la scelta di costruire il muro.
Scelte, quelle serbe, che hanno per­messo a Bel­grado di incas­sare i rin­gra­zia­menti dell’Unione euro­pea per il modo in cui affronta la crisi migranti, oltre alla pro­messa di nuovi aiuti eco­no­mici.
Ieri la que­stione pro­fu­ghi è stata affron­tata anche da un ver­tice a tre che si è tenuto a Sko­pje tra i mini­stri degli esteri di Mace­do­nia, Alba­nia e Bul­ga­ria, che hanno chie­sto all’Unione euro­pea una rispo­sta rapida a quanto sta acca­dendo lungo la rotta balcanica.

martedì 28 luglio 2015

Centro Astalli: deludente l’esito del Consiglio Europeo in tema di immigrazione





Al termine del Consiglio Europeo riunitosi ieri pomeriggio, il Centro Astalli ribadisce la propria delusione e preoccupazione che si profila rispetto alle decisioni adottate e, soprattutto, rispetto alla prospettiva europea sul tema della protezione internazionale dei migranti, particolarmente urgente in un momento di eccezionale emergenza umanitaria come questo.

In particolare pongono particolari criticità i seguenti punti:

- Il regolamento di
Dublino, uno strumento che già da tempo ha rivelato la sua inadeguatezza e inefficacia, continua a essere riproposto rigidamente come unico approccio possibile al tema dell’accoglienza dei rifugiati.

- L’insistenza sulle
procedure di identificazione, anche coatte, che Italia e Grecia sarebbero tenute a assicurare come condizione per la messa in atto delle misure di redistribuzione previste rivela che non c’è alcuna volontà di lavorare per un nuovo approccio di condivisione effettiva delle responsabilità.

- Il cosiddetto meccanismo di “
hot spot” che consiste nell’identificazione dei migranti mediante una presenza più forte, in Italia e Grecia, di funzionari di EASO, Frontex ed Europol è fonte di grandi perplessità. Difficile immaginarne il funzionamento nel caso in cui le persone si rifiutino sistematicamente di farsi foto segnalare, a meno che non si intenda fare ricorso in maniera quasi sistematica al trattenimento.

- Considerando peraltro i numeri irrisori del piano di “solidarietà” (appena 24.000 trasferimenti dall’Italia in 24 mesi), è facile prevedere, alla luce del trend degli arrivi del 2015, che se tale provvedimento fosse applicato l’Italia si troverebbe a dover far fronte a
un numero di domande più che raddoppiato rispetto alla situazione attuale.

- Un altro strumento su cui il Consiglio Europeo punta per la gestione del fenomeno è una lista dei 
Paesi “sicuri” da cui i migranti non hanno motivo di scappare e in cui possono quindi essere rimandati. Più volte l’UNHCR ha espresso riserve e preoccupazione sull’uso di tale definizione nelle Direttive Europee: designare un paese come “paese terzo sicuro” può comportare infatti che una richiesta di protezione internazionale non venga esaminata nel merito e sia dichiarata inammissibile, o sia esaminata mediante una procedura accelerata con garanzie procedurali ridotte. La compatibilità di questa misura con lo spirito della Convenzione di Ginevra è stata più volte messa in discussione.



P. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli, commenta così gli esiti del summit di ieri: “Riconosciamo che l’Unione Europea ha compiuto un primo passo per una gestione unitaria e programmata del fenomeno migratorio. Tuttavia ci pare si continui a ragionare su politiche di chiusura dei confini che non consentono un cambio di prospettiva rispetto alle grandi crisi umanitarie che interessano il mondo. Ancora una volta rileviamo che per l'Unione Europea la sicurezza e il controllo delle proprie frontiere sono prioritari rispetto all'accoglienza e alla protezione di chi scappa da guerre e persecuzioni".

giovedì 9 luglio 2015

L'Autorità anticorruzione apre istruttoria sul Best House ROM


  
L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha avviato un’istruttoria nei confronti del Comune di Roma in merito ai ripetuti affidamenti diretti alla cooperativa sociale Inopera della gestione del centro di raccolta denominato “Best House Rom”.
L’intervento dell’Autorità guidata da Raffaele Cantone giunge come risposta a un esposto presentato alla stessa Autorità il 3 febbraio 2015 dall’Associazione 21 luglio, che ha denunciato sia le condizioni strutturali del centro sia la mancanza di trasparenza nelle modalità di affidamento diretto dal Comune alla cooperativa Inopera.
Il Best House Rom, situato in via Visso 12/14, nella periferia orientale della Capitale, è un capannone industriale classificato, secondo la visura dell'Agenzia del Territorio, nella categoria C/2, la stessa riservata ai locali utilizzati per il deposito delle merci. Non potrebbe, dunque, ospitare delle persone. Vi vivono, in condizioni precarie, alcune centinaia di rom all’interno di spazi angusti, in veri e propri «loculi» – come denunciato dal presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Luigi Manconi lo scorso gennaio, in occasione di una visita alla struttura organizzata dall’Associazione 21 luglio - privi di finestre e punti luce per il passaggio dell’aria e della luce naturale.
La struttura è stata inaugurata a luglio 2012 quando, con determinazione dirigenziale n. 3233 del 9 luglio 2012, firmata dall’allora Direttore del Dipartimento Politiche Sociali del Comune di Roma Angelo Scozzafava, arrestato in seguito all’inchiesta su Mafia Capitale, il Comune ha affidato in maniera diretta alla cooperativa Inopera il servizio di accoglienza di circa 300 rom sgomberati dall’insediamento di via del Baiardo e di altri rom provenienti dal campo di Castel Romano.
La gestione del centro, nato con carattere temporaneo, è stata prolungata fino ad oggi mediante una serie di determinazioni dirigenziali che hanno confermato i ripetuti affidamenti diretti, di durata breve, alla stessa cooperativa Inopera. A dicembre 2013, nella struttura sono stati spostati anche i 137 rom provenienti dal “villaggio attrezzato” di via della Cesarina e altre persone vittime di sgomberi forzati.
Nel solo 2014, il Best House Rom è costato circa 2,8 milioni di euro, pari a una spesa di 650 euro al mese per ogni ospite, mentre per una singola famiglia, dalla nascita del centro, il Comune ha speso oltre 150 mila euro. Il 93% delle risorse, inoltre, è usato per la sola gestione della struttura mentre nulla è destinato all’inclusione sociale di uomini, donne e bambini.
Nell’avviare l’istruttoria, l’Autorità Nazionale Anticorruzione ha chiesto al Comune di Roma una giustificazione circa i reiterati affidamenti diretti di breve durata alla cooperativa Inopera nonché circa la mancanza di una opportuna pubblicazione a livello comunitario degli stessi affidamenti, contravvenendo così al principio di trasparenza.
L’Autorità ha quindi domandato al Comune di fornire informazioni dettagliate sui requisiti richiesti alla cooperativa Inopera per la gestione del servizio di accoglienza e sulle autorizzazioni in materia urbanistica, edilizia, di igiene, sicurezza e prevenzione incendi. Infine, ha richiesto un elenco delle verifiche della corretta esecuzione della prestazione da parte della cooperativa.
«L’apertura del fascicolo da parte dell’Autorità Anticorruzione rappresenta l’ennesima scure su un luogo, privo dei requisiti strutturali, dove si violano sistematicamente i diritti umani di uomini, donne e bambini», afferma l’Associazione 21 luglio che auspica l’immediata chiusura e superamento del Best House Rom.
A gennaio 2015 l’Assessore alle Politiche Sociali Francesca Danese aveva definito la struttura «un mostro», promettendone la chiusura entro due mesi. Qualche mese dopo, lo scorso maggio, lo stesso Assessore aveva pubblicamente annunciato che, con la fine della scuola, sarebbe stata individuata una soluzione alternativa per almeno cinque famiglie residenti nel centro di raccolta. A nulla di tutto ciò, ad oggi, è seguito un riscontro nella realtà.
Nel frattempo, il 29 maggio 2015, nell’Ordinanza di applicazione di misure cautelari, che aveva scandito l’inizio dell’azione denominata “Mafia Capitale 2”, la cooperativa Inopera emergeva nelle intercettazioni e nei dialoghi con altre realtà ora indagate nell’inchiesta.
«Il mostro è ancora lì e continua, imperterrito, a nutrirsi dei milioni di euro che vi confluiscono in maniera poco trasparente. Sulla pelle dei rom – afferma Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio -. Non riusciamo a capacitarci del perché, nonostante i proclami dell’Amministrazione, sul Best House Rom non sia ancora stata messa la parola fine. A fronte dell’immobilismo istituzionale non ci resta che confidare nella scure dell’Ufficio guidato da Raffaele Cantone e nell’assestamento del colpo decisivo a questa vergogna capitale».

 
 
 
 
 
 
 

 

  

venerdì 20 dicembre 2013

Il video delle polemiche e dell'ipocrisia




Sono persone eritree, ghanesi, siriane, kurde, nigeriane e di altre nazionalità. Sono persone e basta. Sono state riprese denudate, in fila, mentre sui loro corpi veniva sprizzato un getto di disinfestante per prevenire il pericolo di malattie infettive, ammesso che alcuni migranti ne siano affetti. Queste le immagini del video trasmesso in esclusiva dal TG2, un video che fa indignare.
Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, l'isola che da anni accoglie chi scappa dal proprio Paese d'origine e dove si trova il Centro di identificazione e di espulsione in cui sono state fatte le riprese, ha così commentato la situazione: “ E' una pratica da lager. Una pratica sanitaria non si fa all'aperto, irrorando gli ospiti nudi, con un tubo. Lampedusa e l'Italia intera si vergogna di queste pratiche di accoglienza”. A queste parole hanno fatto seguito molte altre di esponenti delle istituzioni. La Presidente della Camera, Laura Boldrini ha aggiunto: “ Uomini e donne, per essere sottoposti ad un trattamento sanitario, vengono fatti denudare all'aperto in pieno inverno. Quelle immagini non possono lasciarci indifferenti. Tanto più perchè arrivano dopo i tragici naufragi di ottobre e dopo gli impegni che l'Italia aveva assunto in materia d'accoglienza. Quesi trattamenti degradanti gettano sull'mmagine del nostro Paese un forte discredito e chiedono risposte di dignità”.
Si parla di “immagine” di un Paese quando si dovrebbe parlare di “civiltà” e, inoltre, in entrambi questi interventi viene ripetuto il termine “accoglienza”, ma l'accoglienza si mette in pratica con i fatti e non con discorsi e promesse.
Sono intervenuti, ovviamente, anche il Ministro per l'integrazione Cècile Kyenge e il Premier Enrico Letta, ai quali è stata fatta una richiesta chiara da parte di Laurens Jolles, delegato dell'UNHCR per l'Italia e il Sud Europa: “ Il centro di accoglienza dovrebbe essere riportato rapidamente alla sua capienza originaria di 850 posti” per dare agli ospiti un'assistenza adeguata.
Ma che le condizioni dei migranti che vengono smistati all'interno dei CIE siano gravissime non è notizia di attualità. E' una situazione che permane invariata da anni. L'Associazione per i Diritti Umani, alcuni mesi fa, ha intervistato Alexandta D'Onofrio che, in un progetto con Grabriele del Grande, ha realizzato un film dal titolo La vita che non CIE. Intervista che vi riproponiamo qui di seguito.

La vita che non CIE di Alexandra D'Onofrio

Più di mille migranti si trovano, in questo ultimo periodo, nel centro di accoglienza di Lampedusa: una struttura che avrebbe una capienza massima di 300 posti. Dall'isola i migranti vengono smistati nei CIE, Centri di identificazione e di espulsione. Ma cosa succede a queste persone, senza permesso di soggiorno, dentro e fuori dai Cie? Ne abbiamo parlato con Alexandra D'onofrio, regista del documentario intitolato La vita che non Cie, una trilogia di cortometraggi, prodotta da Fortress Europe, in cui si narrano le storie di un ragazzo che cerca di raggiungere la moglie incinta, dalla Tunisia all'Olanda; di un uomo che cerca di aiutare, dall'esterno, i suoi compagni rimasti all'interno del Cie di Torino, dopo esserci stato lui stesso; e di un figlio che non cresce con il padre, espulso in Marocco dopo aver vissuto tanti anni in Italia. Un lavoro cinematografico nato nel Cie di Modena dove, nel febbraio 2011, Gabriele Del Grande ha conosciuto Kabbour, il protagonista dell' ultima vicenda intitolata “Papà non torna più”. Alexandra D'Onofrio ha, poi, seguito Kabbour in Marocco e ha deciso di raccogliere altre storie per riflettere sul tema della giustizia e sulle politiche riguardanti l'immigrazione ma, soprattutto, per raccontare relazioni difficili e sentimenti universali.

La vita che non Cie è il titolo di una trilogia che, attraverso le vicende di un ragazzo, di un uomo e di un bambino, racconta l'odissea dei migranti da punti di vista differenti. Da dove nascono queste storie?

Abbiamo girato questo film tra marzo e aprile 2011 e ci siamo posti l'obiettivo di andare a cercare dei ritratti, delle storie che potessero raccontare ciò che non si viene a sapere dai canali ufficiali, dai media. Il problema è stato che, nel 2011, c'era il veto di entrare nei Cie per giornalisti e documentaristi (adesso, invece, c'è questa possibilità) e, quindi, abbiamo tessuto le storie di persone che ci hanno raccontato i Cie da fuori. Nel primo caso si racconta la storia d'amore di un ragazzo che è evaso: il fotografo Alessio Genovese - che ha seguito la vicenda fin dall'inizio e del quale ho usato le immagini lavorando in Audiodoc - aveva incontrato la moglie di Nizar e aveva cominciato a fotografare lei mentre andava a trovarlo al Cie. Dopo un mese c'è stata una rivolta, i reclusi sono evasi e il Cie è stato chiuso. Si tratta del Cie di Chinisia, fuori Trapani: Gabriele mi ha proposto di scrivere il soggetto e poi io ho seguito Nizar in Olanda dov'era andato per raggiunegre la sua compagna in attesa di un figlio... Attraverso questi corti abbiamo, infatti, voluto raccontare sentimenti universali: l'amore, la genitorialità, la solitudine.
Nel secondo corto si parla del Cie di Torino attraverso la storia di una persona rilasciata dopo circa cinque mesi di reclusione. Al tempo abitavamo a Torino e l'unica realtà che restava in contatto con i detenuti era una radio, Radio Black Out, che metteva in onda le interviste alle persone dentro il Cie. Abdelrahim, una volta uscito, si era impegnato a fare “da tramite” e a portare dentro alcune cose che potessero servire ai reclusi, come cibi o vestiti, ad esempio; il film, infatti, inizia con lui che va al mercato a comprare reggiseni per le ragazze della sezione femminile. Abbiamo cercato di capire quanto la vita di Abdelrahim fosse cambiata dopo l'esperienza di detenuto nel Cie e abbiamo anche cercato di capire il motivo della sua scelta di mantenere questa relazione con i compagni.
 La terza storia parla di una deportazione, di un rimpatrio. E' la storia di Kabbour che ha vissuto in Italia per 11 anni, ha fatto le medie e le superiori qui per poi lavorare nei mercati, ma si trova costretto a tornare in Marocco perchè vendeva CD contraffatti. E' un reato per il quale è stato considerato “socialmente pericoloso” e per cui ha perso il permesso di soggiorno ed è stato rispedito indietro. Nel frattempo, Kabbour si è formato una famiglia con una compagna, cittadina polacca, con cui ha avuto un bambino, Tareq che, l'anno in cui il padre è stato rimpatriato, aveva cinque anni.

In base alle testimonianze che avete raccolto, com'è la vita all'interno dei centri? O si deve parlare di sopravvivenza?

Una cosa interessante del primo corto è che siamo riusciti ad utilizzare materiale realizzato dai protagonisti stessi, che hanno filmato con i telefonini. Le immagini riprendono la traversata, i primissimi giorni con i festeggiamenti per essere riusciti ad arrivare, con cerchi di canti e danze, ma poi i cellulari hanno ripreso anche la situazione all'interno dei Cie, con le rivolte o con le persone che stanno lì senza fare niente, ingabbiate, a guardare il cielo. Per i reclusi la cosa straziante è non capire perchè: non hanno commesso reato, hanno solo fatto la traversata senza avere la carta giusta oppure si trovano senza permesso di soggiorno perchè l'hanno perso strada facendo o perchè il loro contratto di lavoro non è stato rinnovato. Non avere il permesso è un reato amministrativo che equivale a passare con il semaforo rosso, eppure queste persone sono detenute. Oltretutto, il periodo di reclusione è salito da sei a diciotto mesi.

Nei titoli di coda si sottolinea che il 60% delle persone trattenute non viene né identificato né rimpatriato. Dopo un anno e mezzo di Cie, cosa succede?

Una volta fuori, queste persone rischiano semplicemente di non essere ancora identificate e di essere riportate dentro. Mentre giravo la storia a Torino ci è stato spiegato che - siccome i detenuti non riescono a dare un senso a quello che succede, non sanno quando verranno rilasciati o se verranno riportati a casa - non riescono a dorire di notte e , quindi, chiedono i calmanti. I calmanti, però, vengono dati molto facilmente perchè servono anche a mantenere la calma all'interno del Cie; vengono usati per sedare la rabbia. Quando facevo le interviste per telefono, capivo che dall'altra parte c'era una persona che non riusciva a parlare perchè intontita dai farmaci.

Nel terzo corto, attraverso la storia di Kabbour e Tareq, padre e figlio, si affronta il tema del “principio del bilanciamento”, riconosciuto dalla Corte europea di Giustizia: di cosa si tratta?

Il principio del bilanciamento dice che spetta al giudice dare la priorità all'interesse del minore oppure a quello dello Stato. Se il soggetto è stato considerato un “pericolo sociale” ma ha un figlio, è lo Stato che decide a chi o a cosa dare la priorità, ma non esiste una normativa precisa riguardo a queste situazioni. Kabbour è uno di quelli che sono riusciti a vincere la causa e da circa due mesi è ritornato in Italia.



lunedì 11 novembre 2013

Dove accogliere i migranti




All'inizio del mese di ottobre erano 52 i migranti di origine somala, eritrea e nigeriana arrivati in Sicilia, in Italia per chiedere asilo politico e in cerca di salvezza a causa delle guerre civili e della violenza che regnano nei loro Paesi di provenienza.
Oggi sono più di 180. E sono stati “parcheggiati” all'interno del Pala Nebiolo dell'Annunziata, a Messina. Non si esclude che, nei prossimi giorni o nelle prossime ore, arrivino altri immigrati per cui le autorità stanno valutando l'ipotesi di preparare una tendopoli nel campo da baseball accanto alla palestra.

Questa decisione ha fatto scattare la protesta di molte associazioni, oltre che di una buona parte della società civile. Durante lo scorso week end è stato, quindi, organizzato un sit-in davanti alla Prefettura ed è stata scritta una lettera aperta indirizzata al sindaco, Renato Accorinti, nella quale si legge: “ Una prima valutazione sul Pala Nebiolo attiene alla sua natura giuridica. E' stato creato un centro di accoglienza per richiedenti protezione internazionale, senza decreto ministeriale e senza i requisiti minimi di legge. Il prefetto Stefano Trotta, ha inoltre, emanato il 30 ottobre un avviso pubblico per nominare l'ente gestore del Pala Nebiolo o di altra struttura, che scadrà il 12 novembre, e il 1 novembre ha diramato un comunicato per evidenziare la ricerca di aree pubbliche, dove allocare una tendopoli. Le caratteristiche di non-luogo permangono anche nella scelta di non definire la natura giuridica del centro nell'avviso pubblico: non è chiaro se verrà istituito un CRA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) o un Centro ai sensi della legge Puglia che dovrebbe, invece, avere carattere di temporaneità e provvisorietà”.
Il 15 ottobre scorso il governo, con il decreto legge n.120, ha garantito 210 milioni di euro da destinare alle esigenze straordinarie connesse ai flussi migratori: le associazioni e l'amministrazione comunale di Messina hanno proposto che queste risorse vengano impegnate nell'inclusione sociale dei migranti e nel welfare; i richiedenti asilo potrebbero, così, anche accedere allo SPRAR, il sistema di accoglienza e protezione gestito dai Comuni italiani.
Intanto l'Arci afferma che, attraverso il suo sportello SOS, gli operatori hanno riscontrato: “ la mancanza di consapevolezza tra le persone incontrate sul proprio status giuridico e la presenza di minorenni per i quali abbiamo chiesto l'accertamento dell'età alla questura”. L'Arci ha denunciato, inoltre, la presenza “di malattie infettive come la scabbia, persone con abbigliamento inadeguato al clima autunnale, brandine senza materassi, insufficienti impianti igienici e livelli di pulizia”.


Per concludere, le associazioni hanno chiesto di “fermare l'istituzionalizzazione di un centro dove sono stati trasferiti, negli ultimi giorni, migranti che, intercettati in mare da “Mare Nostrum”, sembrerebbero essere arrivati direttamente dallo sbarco. Un luogo, quindi, dove attendere anche un probabile rimpatrio coatto”: bisogna, invece, continuare a cercare un luogo di accoglienza idoneo, dal punto di vista della sicurezza e in cui si seguano tutti i princìpi legati all'ospitalità e al rispetto della dignità umana.

mercoledì 18 settembre 2013

Padre Puglisi e la sua lotta per la legalità




E' stato un sacerdote e diventerà beato, ma Padre Giuseppe Puglisi era, prima di tutto, un uomo. Un uomo che è stato ucciso il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, il 15 settembre di venti anni fa.
Nel 1990 don Pino viene nominato parroco a San Gaetano, nel difficile quartiere Brancaccio di Palermo, e, nel '93, inaugura il centro “Padre Nostro”, aiutato da un gruppo di suore, dal vice Gregorio Porcaro e da un gruppo di persone laiche legate all'Associazione Intercondominiale; questo piccolo gruppo riesce a indirizzare i bambini e i ragazzi di Brancaccio verso il centro e verso la legalità, invece di farli rimanere, abbandonati a se stessi, per strada e nelle mani delle cosche.
Un bel ritratto dell'attività e della personalità di Padre Puglisi è stato fatto nel film di Roberto Faenza, dal titolo Alla luce del sole: in una scena, il prete entra in una scuola e, in classe davanti agli studenti stupiti, inizia a saltare su scatoloni di cartone, dicendo: “Dobbiamo rompere le scatole”: perchè questo faceva don Pino, “rompeva le scatole” ai mafiosi e a quelli collusi con la criminalità; “rompeva le scatole” alle famiglie che avevano paura e a coloro che si chiudevano nell'omertà. E proprio per questo è stato ammazzato.
Ed è morto “alla luce del sole”: nel piazzale sotto casa sua, di giorno, probabilmente davanti a tanti testimoni che hanno fatto finta di non vedere e di non sentire, trincerandosi dietro alle persiane abbassate.
A distanza di 20 anni Maria Pia Avara, vicepresidente del centro “Padre Nostro”, dice: “ Non si può arretrare nemmeno di un millimentro in quartieri a rischio come Brancaccio. Le cose da fare sono ancora molte perchè questo è un territorio molto difficile. Certamente in tutti questi anni è cambiato molto. Oggi lavoriamo in sinergia con altre realtà come la scuola Puglisi, la chiesa e la circoscrizione per migliorare tanti aspetti del territorio”. Meno ottimista Maurizio Artale, presidente del centro: “ Fino a poco tempo fa il luogo dell'uccisione di don Puglisi era un parcheggio per le auto. A nulla valevano le targhe e le commemorazioni...Poco è cambiato. Anche in questi giorni è stata rubata una moto a un nostro volontario, proprio davanti al centro dove si stava svolgendo un incontro per il ventennale della morte di Padre Pino. La gente non cambia, soprattutto quella onesta che è rimasta apatica e indifferente alla morte e al sacrificio di un uomo speciale”.
E' difficile scardinare una mentalità incentrata sulla violenza e sulla sopraffazione, ma il lavoro continuo e capillare degli operatori del centro e delle altre associazioni è importante per riaffermare i concetti di giustizia e di onestà, in particolare tra i più giovani che rappresentano la speranza di un cambiamento per il bene di tutti.

Padre Puglisi nel ricordo di Pino Martinez


lunedì 16 settembre 2013

Milano contro la violenza sulle donne




Presentazioni di libri, dibattiti, performance teatrali, incontri con rappresentanti di associazioni e centri specializzati: Milano, dal 14 settembre al 27 ottobre, dice NO alla violenza sulle donne.
L'iniziativa si intitola proprio “No al silenzio! Basta violenza sulle donne” e si terrà nelle 25 biblioteche comunali diffuse su tutto il territorio cittadino dove saranno esposte le vignette di Furio Sandrini, alias Corvo Rosso, che affrontano con ironia il drammatico tema della violenza di genere. “Questa è una delle iniziative che mi rende orgoglioso di far parte di questa Amministrazione perchè ha avuto il coraggio di affrontare questo tema scottante e drammatico usando il più antieroico degli strumenti: la satira. E' la prima volta che un'intera città affronta questo tema, coinvolgendo tante realtà, associazioni ed energie sociali, invadendo lo spazio urbano con un programma multidisciplinare e molto ricco per cercare di eliminare i fatti, le conseguenze e i presupposti, soprattutto culturali, della violenza di genere”: queste le parole dell'Assessore alla Cultura, Filippo Del Corno. E Pierfrancesco Majorino, Assessore alle Politiche sociali, ha aggiunto: “ Questa rassegna rafforza il lavoro che già facciamo rispetto alla violenza di genere: dal protocollo di intesa con la rete dei centri che accolgono donne vittime di abusi, alle azioni di prevenzione nelle scuole fino agli incontri nelle zone. Un lavoro che proseguiremo nonostante il Governo abbia annunciato il taglio dei finanziamenti ai centri anti violenza presenti in città. Un provvedimento gravissimo su cui ancora attendiamo una risposta definitiva. Ed è vergognoso che non sia ancora arrivata”.
Tra i tanti appuntamenti si segnalano :la presentazione del progetto artistico di Alina Rizzi “ La coperta delle donne”, un progetto che nasce come stimolo alla fantasia delle donne, alla loro abilità più antica – il cucito e la manipolazione di lana, fili, tessuto - e alla solidarietà. Solidarietà tra donne, che lavorano ad un progetto comune, e solidarietà verso chi usufruirà di eventuali ricavati economici ottenuti dall’esposizione dell’oggetto artistico; l'intervento della giornalista ed ex parlamentare Souad Sbai sulla negazione dei diritti umani nei confronti delle donne che hanno preso parte alle primavere arabe; la presentazione del libro “I serial killer dell'anima” di Cinzia Mammoliti; l'incontro con la Casa di accoglienza di donne maltrattate.



Per il programma completo e il calendario: www.corvorosso.it e www.comune.milano.it



Per chi volesse denunciare maltrattamenti o violenze:
02-55032489 (per violenza sessuale)
02-55038585 (per violenza domestica)  e il call center 1522 

Associazione telefono donna (per sostegno psicologico)
Associazione donna aiuta donna (per assistenza legale)
Casa di accoglienza per le donne maltrattate