venerdì 7 novembre 2014

Farian Sabahi racconta le donne iraniane (e non solo)



Oggi, cari lettori, pubblichiamo per voi il video dell'incontro che l'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato con la presentazione dei saggi di Farian Sabahi: Noi donne di Teheran e Il mio esilio.



Questo incontro e questo video sono dedicati a Reyhaneh Jabbari, condannata a morte e poi impiccata nel carcere di Teheran per l'uccisione, nel 2009, dell'uomo che tentò di stuprarla.



Oggi, 7 novembre, è la giornata mondiale contro la violenza di genere. Ricordiamo che il numero italiano per denunciare o segnalare casi di violenza è il 1522.











Se apprezzate il nostro lavoro e i nostri incontri pubblici, potete sostenerci con una piccola donazione anche di 2 euro. Basta cliccare, in alto a destra, sulla dicitura “Sostienici” ed effettuare la donazione con Paypall o bonifico, è facile e sicurissimo. Grazie!

giovedì 6 novembre 2014

Perez.




Da poco uscito nelle sale cinematografiche italiane, Perez. narra, senza illusioni, la deriva di oggi.

Un uomo grigio in una grigia città. Si chiama Demetrio Perez ed è un avvocato d'ufficio che da tempo ha perso di vista l'etica della sua professione. Perez, infatti, difende delinquenti e quei perdenti come lui che ha visto fallito anche il suo matrimonio e che ha un rapporto conflittuale con la figlia Tea.

Tea si innamora di Francesco Corvino, figlio di un pregiudicato e sarà la relazione pericolosa della ragazza a spingere l'avvocato verso il tentativo di riscatto. Accetta uno scambio, o meglio il ricatto di un boss della camora: questi gli chiede aiuto per recuperare una partita di diamanti nascosti nel ventre di un toro e lui troverà la maniera di incastrare Corvino. Perez viene a patti con la sua coscienza pur di salvare Tea, accetta la proposta del boss e da quel momento la sua vita cambierà in maniera radicale.



Un film italiano di genere, un noir urbano, una scelta che strizza l'occhio a Martone e Sorrentino, ma efficace per discutere di etica e legalità. Perez.è il secondo lungometraggio di Edoardo De Angelis, dopo Mozzarella stories, in cui l'autore cambia totalmente registro, non fa sconti alla sua città e al Paese intero, narrando una storia di derive morali, di dubbi, di scivolamenti nell'ambiguità tra giusto e sbagliato.Non ci sono più barriere o differenze, siamo tutti coinvolti in quella mancanza di coraggio per essere onesti e non accettare compromessi e ricatti.

Non c'è pace, nel film di De Angelis, e c'è poca speranza. Il titolo del film vede recitare solo il cognome del protagonista, seguito da un punto: il nome non è importante perchè quel conognome rappresenta un simbolo, una categoria umana che non ha quasi più possibilità di salvezza; spesso ripreso di spalle (come un uomo qualunque, privo di umanità e di un'identità), Demetrio Perez si sfoga, parla da solo e la sua voce fuori campo ci fa entrare nella sua mentalità, stretta tra le regole codificate dallo Stato e le regole codificate dall'Uomo. Le sue azioni si svolgono in quell'area del capoluogo campano a cui si erano affidate le aspettative di una rinascita economica, culturale e sociale e che, col tempo, si è rivelata nella sua tragicità, con il suo fallimento in tutti i settori.

Nel genere noir, si sa, non c'è mai una distinzione netta tra personaggi “buoni” e “cattivi”: i cattivi qui ci sono e sono, chiaramente, i camorristi. Ma quelli che dovrebbero rappresentare i valori positivi sono ammantati di pavidità: l'avvocato corrotto, i giudici e i poliziotti superficiali e poco attenti. E nemmeno l'unica figura femminile non riesce a illuminare le coscienze, ma trascina coloro che ha attorno a sè in un baratro sempre più oscuro. Ecco perchè, il sole fa fatica a sorgere: anche la fotografia del film, ben curata, sottolinea la fatica di una resurrezione etica e morale.


mercoledì 5 novembre 2014

Si torna a parlare di caporalato





Abbiamo ricevuto, cari lettori, questa comunicazione e questo invito che vi giriamo.




Si torna a parlare di caporalato e sfruttamento dei lavoratori migranti, in prevalenza indiani sikh, nelle campagne pontine in provincia di Latina. Dopo la visita dello scorso 14 giugno quando, insieme ad altri colleghi parlamentari, mi recai a Sabaudia e d’intorni per incontrare i braccianti, dopo l’interrogazione parlamentare che ne seguì ( e che trovate qui di seguito), venerdì 7 novembre affronteremo la questione in un convegno organizzato dalla Caritas diocesana di Latina.

Khalid Chaouki
 
 
Lavoro nero: tra sfruttamento e caporalato nelle campagne pontine
Latina - Venerdì 7 Novembre 2014 ore 17,00
Curia Vescovile, Piazza Paolo VI, via Sezze 16
Convegno organizzato dalla Caritas Diocesana di Latina - Terracina - Sezze – Priverno e dall’associazione Progetto Diritti
Intervento di apertura
Mariano Crociata Vescovo di Latina - Terracina - Sezze – Priverno
Proiezione tratta dal documentario "Padrone bravo" prodotto dalla Cooperativa Parsec, sulla condizione di sfruttamento dei migranti nell'Agro pontino
Introduce la tavola rotonda Elio Zappone, Sportello legale Immigrati della Caritas Diocesana di Latina - Terracina - Sezze - Priverno, gestito in collaborazione con Progetto Diritti
Modera Arturo Salerni: Comitato Singh Mohinder per la tutela dei lavoratori stranieri vittime di infortuni sul lavoro
Partecipano:
Khalid Chaouki: Commissione Esteri della Camera dei Deputati
Rita Visini: Assessore della Regione Lazio alle Politiche Sociali
Daria Monsurrò: Sostituto Procuratore della Repubblica di Latina
Mario Angelelli: Presidente di Progetto Diritti
Eugenio Siracusa: Segretario organizzativo Flai Latina
Saverio Viola: Direttore Provinciale Coldiretti Latina
Marco Omizzolo: Direttore editoriale di ISTISSS - Responsabile scientifico dell'associazione “In Migrazione”
È stato invitato Filippo Bubbico Vice Ministro dell’Interno
Sono stati invitati il Prefetto di Latina, il Questore di Latina, il Presidente della Provincia di Latina, i Sindaci dei Comuni della Provincia, il Dirigente dello Sportello Unico Immigrazione.


 
 

Una tragica testimonianza




Riceviamo questa testimonianza diretta, dura ed eblematica che vi chiediamo di far circolare. Grazie.



Ho ricevuto ora una testimonianza da un ragazzo Eritreo adir poco agghiacciante. Questo ragazzo insieme ad altri 110 Africani di cui 4 eritrei compreso lui sono partiti a bordo di un gommone il 20 settembre notte fonda dopo circa 4 ore di viaggio hanno avuto problema che il gommone comincia a sgonfiarsi, ma continuano il loro viaggio in tanto lanciano lo Sos, gli dicono tra poco veniamo, ma nessuno arriva, la domenica 21 settembre circa alle 14:00pm vedono una grande nave con la scritta Malta, prima la superano vanno oltre, poi visto il rischio concreto di affondare tornano verso la nave, tra le 15-16.00pm dalla nave gli dicono di avvicinarsi, cosi accostano poi qualcuno dalla nave getta una corda, nel tentativo di prendere la corda si rovescia il gommone a causa anche delle onde che produce una nave in movimento, tutti finiscono in acqua, il personale della nave maltese, restano a guardare e fotografare la scena senza intervenire per circa un ora e mezza, in tanto in questo lasso di tempo muoiono 55 persone tra cui uno dei 4 eritrei, dopo di che il personale della nave decidono di trarre in salvo solo quelli che sono riusciti a resistere mettendo giù delle scialuppe con motore veloci nel movimento hanno raccolto i superstiti solo 55 persone, quindi la metà sono morti sotto gli occhi di tutti, su questa nave c'erano molte persone in divisa rossa, una specie di camice da medico ma rosso. Uno dei superstite e il fratello dell'unico ragazzo eritreo morto di questo gruppo e io con loro ci chiediamo, perché il personale della nave ha voluto mettere in pericolo la vita di queste persone chiedendo di avvicinarsi alla nave sapendo che l'onda che muove gli avrebbe ribaltato il gommone, poi avendo delle scialuppe ben equipaggiate perché non hanno mandato quelle per soccorrere le persone? perché hanno atteso per un ora e mezza prima di intervenire una volta rovesciato il gommone che si sono limitati a guardare chi riusciva a stare a galla? a fare foto. Bisogna chiedere spiegazione alle autorità maltese, chi sa quanti altri casi simili ci sono nel mediterraneo, questo è un omissione di soccorso, 55 persone morte perché qualcuno ha preferito stare a guardare per 1:30 min mentre i poveri annegavano. Il testimone di questa vicenda ora è in Germania, ora lui cercare di rintracciare anche gli altri due eritrei sopravvissuti a questa tragica vicenda, per dare la loro testimonianza.



Fr. Mussie Zerai
Chairman of Habeshia Agency
Cooperation for Development
E-mail:
agenzia_habeshia@yahoo.it

http://habeshia.blogspot.com
Phon
+39.3384424202
Phon:
+41(0)765328448

martedì 4 novembre 2014

Meno male che è lunedì: il lavoro dentro e fuori dal carcere




Meno male che è lunedì è il titolo del documentario del giornalista e regista Filippo Vendemmiati, già vincitore del Premio David di Donatello per il suo lavoro filmico sulla storia di Federico Aldrovandi, E' stato morto un ragazzo.

Meno male che è lunedì è stato presentato, con successo, all'ultima edizione del Festival di Roma. Girato nelle stanze del carcere di Bologna della Dozza, in presa diretta racconta la quotidianità dei detenuti che lavorano nella ex palestra dell'istituto di pena, ora trasformata in officina. I racconti intrecciano storie di vita passata con il presente e permette un'interessante riflessione sul valore della dignità e sul tema della giustizia.




Abbiamo intervistato per voi Filippo Vendemmiati che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.



Ci racconta, brevemente, in cosa consiste il progetto “ L'Officina dei detenuti”?



In estrema sintesi: tre aziende emiliane, leader nel settore degli imballaggi (medicinali, alimentari, sigarette) GD, Ima, Marchesini Group, hanno costituito una società, la F.I.D. (Fare impresa in Dozza) che ha aperto un’officina all’interno del carcere della Dozza di Bologna, nel capannone dove prima c’era una palestra. Dopo un corso di formazione professionale sono stato assunti a tempo indeterminato con contratto metalmeccanico di secondo livello 13 detenuti che lavorano fianco a fianco con una decina di ex operai, altamente specializzati, oggi in pensione, provenienti dalle tre stesse aziende che hanno promosso il progetto. Si lavora secondo il principio dell’isola di montaggio, le lavorazioni sono ad alto contenuto tecnologico. La F.I.D. non fa assistenza, tanto meno beneficienza. Ha un proprio bilancio a cui rispondere e produce utili. Una volta scontata la pena c’è l’impegno a riassumere i detenuti nell’indotto esterno del settore, è già avvenuto in quattro casi. I “detenuti liberati” sono reintegrati da altri che scontano la loro pena nel carcere della Dozza. In genere provengono tutti dal reparto penale, con pene definitive superiori a 5 anni.



Per quanto tempo ha seguito la quotidianità delle persone - libere e non – che vediamo nel film? E che tipo di relazioni si instaurano tra loro?



Siamo stati con troupe e telecamere circa un mese nel carcere della Dozza. 4 settimane non consecutive per lasciare soprattutto a noi il tempo di assorbire e rielaborare emozioni e punti di vista molto potenti e coinvolgenti. Abbiamo tentato in tutti i modi di non essere invasivi, di non far pesare la nostra presenza. E’ stato molto meno difficile del previsto. La realtà dell’officina si è aperta come d’incanto e ci è parsa subito uno spazio di libertà. Il rapporto con tutor e detenuti è stato profondo e senza ostacoli tanto da farmi scattare subito una domanda, forse ambiziosa e presuntuosa, e che sta alla base del film. Mi sono chiesto: è possibile parlare di carcere come un luogo di vita, seppur temporaneamente reclusa, un luogo abitato da persone e non da reclusi? Persone che sognano, che parlano e scherzano tra loro, perché condividono l’appartenenza ad un progetto collettivo che li fa uscire dalle gabbie dell’individualismo in cui la segregazione li rinchiude?



E' stata anche l'occasione di ascoltare le loro storie: cosa sperano per il presente e per il futuro?



Abbiamo parlato a lungo con i detenuti. Nello spogliatoio dell’officina, tra un caffè e una sigaretta durante i minuti di pausa, ci hanno parlato a lungo di loro stessi, ci hanno in alcuni casi consegnato i loro racconti scritti. Questo è avvenuto con grande spontaneità, quasi naturalmente, senza che nessuno di noi glielo abbia mai chiesto direttamente. Ognuno di loro apre una finestra diversa, sarebbe stato un film nel film, o meglio un altro film. Perché in realtà ho scelto di non raccontare in modo approfondito la storia di ogni detenuto. Non mi interessavano i motivi e gli errori che li hanno portati in carcere. Come con grande realismo racconta un operaio: -Se sono qua, qualcosa avranno fatto, ma a me non interessa. Per me in officina sono dei colleghi e basta-. Il film ci racconta della dimensione umana delle persone, del rapporto che cresce attorno al lavoro e in parallelo al manufatto che mani sapienti insieme costruiscono. Qualcuno ha detto che questo film parla più di lavoro come valore che del carcere come luogo chiuso. L’uomo non è solo quello che ha commesso e se in carcere si entra colpevoli, a meno che non si sia vittime di errori giudiziari, si deve uscire innocenti. Questo prescrive la nostra costituzione e l’esempio virtuoso dell’officina dei detenuti indica che è possibile applicarla.



Come avete vissuto l'esperienza della realizzazione del documentario e del festival ?



La sceneggiatura è nata dopo un lungo lavoro di selezione delle tante ore di materiale girato e durante il montaggio. Solo in questa fase mi sono reso conto anche della forza espressiva che un racconto così costruito avrebbe potuto avere. Durante le riprese non tutto era chiaro, avevamo forti emozioni e qualche idea, ma nulla di precostituito. Tutte le scene che compaiono nel film sono state riprese dal vivo, nessuna è stata preparata a tavolino. E quando qualcosa ci è sfuggito perché in quel momento eravamo disattenti o semplicemente altrove. Abbiamo scelto di non rifare, ci avrebbe rimesso la spontaneità del film. Il festival di Roma per noi tutti è stata una grande festa. Avevo personalmente promesso a Roberto, un detenuto oggi in permesso lavorativo esterno, di portarlo sul red-carpet. Non ero stato molto convincente e non mi aveva creduto, ma in fondo allora non ci credevo neppure io. Portarlo al Festival di Roma insieme a Fathim, a Mirko e ad una decina di operai, farli sfilare tutti insieme davanti a decine di fotografi, là dove passano le star del cinema, è stata una gioia indescrivibile. Noi in corteo, fischietti in bocca, dietro allo striscione Meno male è Lunedì, il titolo del film, eravamo lì a dire siamo gli evasi, quelli che evadono dai luoghi comuni per invitare tutti, anche il cinema, ad essere meno evasivo sui temi che attengono ai diritti umani e ai diritti delle persone.



La detenzione può e deve essere riabilitativa?



La risposta è scontata, ma io non voglio incorrere nell’errore di passare per uno esperto di problematiche carcerarie. C’è chi da anni se ne occupa, lavora duramente all’interno degli istituti di pena e si scontra quotidianamente con muri culturali, burocratici e legislativi. Io ho fatto solo un film e ho tentato di raccontare quello che ho visto. Posso solo dire che ho una formazione culturale, che non pretendo sia condivisa, che mi porta ad essere contrario all’ergastolo, alla “pena di morte viva”, sono contrario alle carceri e alle detenzioni speciali. Come diceva il cardinal Carlo Maria Martini una società civile non cerca pene alternative, ma alternative alle pene.


L'Associazione per i Diritti Umani dedica questa intervista a Stefano Cucchi e alla sua famiglia.

lunedì 3 novembre 2014

Alla mia età mi nascondo ancora per fumare: il teatro, l'attualità, le donne



di Monica Macchi








Samia: “Stare qui così con voi mi fa sentire forte come un uomo”
Fatima: “Come una donna, Samia, forte come una donna!”








 di Rayhana
traduzione di Mariella Fenoglio
regia Serena Sinigaglia
scene Maria Spazzi
costumi Federica Ponissi
attrezzeria MariaPaola Di Francesco
luci Roberta Faiolo
con Anna Coppola, Matilde Facheris, Mariangela Granelli, Annagaia Marchioro, Maria Pilar Pérez Aspa, Arianna Scommegna, Marcela Serli, Chiara Stoppa



coproduzione ATIR Teatro Ringhiera e Theater tri-buhne Stuttgart





Nove destini tra ribellione, sogno o sottomissione in un hammam ad Algeri mentre fuori cadono le bombe e si aggirano i barbuti: il corpo femminile considerato un campo di battaglia e di conquista metafora della stessa violenza politica, sociale e sessuale che subisce l’Algeria, colpita da corruzione, povertà, attentati e lotte per la sopravvivenza quotidiana. L’hammam diventa così il luogo in cui mettere a nudo l’anima e non solo il corpo, unico spazio tutto al femminile che, protetto ed accogliente, permette di confidarsi e confrontare le rispettive strategie di resistenza.

Ma quel giorno accade un fatto inatteso: infatti mentre Fatima, prima di iniziare a lavorare, si concede il suo bagno di vapore e poi una sigaretta, quel piacere colpevole che dà il titolo allo spettacolo, arriva una ragazza incinta il cui fratello è tornato apposta dalla Francia (per tutta la pièce indicata, a volte in tono sincero ed altre ironico, come “Terra Promessa”) per ucciderla e lavare così col sangue l’oltraggio all’onore. Fatima senza esitazione la nasconde nella dispensa, mentre via via arriva la massaggiatrice che sogna di sposarsi e poi le clienti che a poco a poco in uno spettacolo corale rivelano i loro destini individuali, a ruota libera sotto forma di stati d'animo, segreti, sogni, rabbia, gioia, piccole meschinità e colpi bassi, storie che hanno segnato non solo loro ma l’intera storia dell’Algeria.



Rayhana, attrice ed autrice del testo, scritto in francese, è stata costretta a lasciare l’Algeria dopo che due registi con cui aveva lavorato (Azzedine Medjoubi, direttore del Teatro Nazionale algerino e Ali Tenkhi) sono stati uccisi dai fondamentalisti. E’ vissuta nascosta per quasi un anno finchè nel 2000 grazie all’aiuto di Ariane Mnouchkine, direttore del Théâtre du Soleil, è arrivata in Francia. Nel 2010 quando a Parigi era in scena questo spettacolo, viene insultata, aggredita e cosparsa di benzina: l’aggressore le ha gettato in faccia una sigaretta accesa che fortunatamente non ha preso fuoco. Nonostante le condanne unanime dei politici (il sindaco di Parigi Bertrand Delanoe si è detto “scioccato da questo terribile evento” e Fadela Amara, segretario di Stato francese “inorridito dall’intollerabile aggressione”) il colpevole non è mai stato trovato.



 PS In Francia questo spettacolo ha riscosso così tanto successo da spingere Costa-Gravas a farne un film.


sabato 1 novembre 2014

Tutti diversi, tutti uguali



D(i)RITTI AL CENTRO

TUTTI DIVERSI, TUTTI UGUALI

sabato 29 novembre 2014 - ore 19,00

presso

CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. da Cermenate, 2 – Milano (MM2 Romolo)





In occasione della Giornata internazionale del disabile la curatrice del progetto “DIVERSO DA CHI? Per una nuova cultura del rispetto” , Eva Schwarzwald, esperta in educazione ai media, introdurrà la proiezione di alcuni cortometraggi adatti alle scuole e alle famiglie.



Quindici racconti sulla disabilità, sui sentimenti e sul rispetto della vita delle persone con bisogni speciali, una guida per gli insegnanti ed attività didattiche complementari compongono il DVD, offrendo la possibilità, attraverso i film, di imparare, capire e combattere gli stereotipi sulla disabilità.




Agli insegnanti che prenotano la propria partecipazione alla serata verrà consegnato in omaggio una copia del dvd per la loro scuola!



Per informazioni e prenotazioni: peridirittiumani@gmail.com