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venerdì 25 settembre 2015

Per Donatella Colasanti e tutte le donne vittime di violenza


Si chiamava Donatella come me”




di Monica Macchi

Dedicato a Donatella, a Rosaria, Mariacarmela, Valentina

e a tutte le donne vittime di violenza”




Battiamoci per la verità

Donatella Colasanti







29 settembre 1975: Rosaria Lopez e Donatella Colasanti arrivano con Gianni Guido e Angelo Izzo a Villa Moresca a San Felice Circeo, di proprietà della famiglia di Andrea Ghira che li raggiungerà poco dopo. Le due ragazze vengono rinchiuse in bagno, drogate, torturate, seviziate, violentate in un crescendo di odio sia misogino che classista. Dopo diverse ore, Rosaria viene annegata nella vasca da bagno e Donatella riesce a sopravvivere fingendosi morta. La sera successiva i tre ragazzi, giovani neofascisti della “Roma bene”, caricano le due ragazze nel baule dell’automobile, tornano in città e vanno a mangiare in trattoria. Un metronotte sente le urla di Donatella dall’auto parcheggiata in via Pola e nel giro di poche ore Izzo e Guido vengono arrestati (Izzo è stato fotografato mentre esibisce spavaldamente le manette ai polsi, sorridendo), mentre Ghira, grazie a una soffiata, non verrà mai catturato e si dice che sia morto in Spagna anche se l’identità della salma non è mai stata affermata in maniera incontrovertibile. La Colasanti ha seguito tutte le fasi del processo che ha dato un contributo fondamentale nella formulazione della nuova legge contro lo stupro che viene ora considerato un reato contro la persona e non più contro la morale e nel 2005 muore a soli 47 anni per un tumore al seno.



26 settembre alle 20,30 e 27 alle 19,00 presso il Csoa Spartaco di via Selinunte a Roma, va in scena “Si chiamava Donatella come me”, uno spettacolo teatrale di Donatella Mei, che si è sempre occupata di storie di donne (nel 2013 scrive “Desdemona, Ofelia, Giulietta e le altre (ovvero se Shakespeare fosse stato femminista)” e nel 2015 la trilogia su Dora Maar, Tina Modotti e Camille Claudel). Uno spettacolo di denuncia a livello personale e politico ed insieme una riflessione sui meccanismi relazionali fra uomini e donne ma soprattutto un viaggio nell’anima della protagonista in cui ogni tappa è scandita dalla storia giudiziaria e dal destino diverso e paradossale dei tre colpevoli. Uno spettacolo tragicamente attuale.


domenica 20 ottobre 2013

Lea Garofalo: un'eroina contemporanea



E' Denise che ci invitati qui per dire Ciao alla sua mamma, e a lei vogliamo dare un forte abbraccio”, queste le parole di Don Ciotti in occasione del funerale civile per Lea Garofalo,
una cerimonia laica per la testimone di giustizia, ammazzata brutalmente il 24 novembre 2009 dal suo ex compagno e boss mafioso, Carlo Cosco.
Il corpo della donna fu ritrovato in un campo vicino a Monza, a novembre dello scorso anno e la figlia, Denise - ora in un luogo sconosciuto perchè soggetta ad un regime di protezione - ha voluto che il funerale fosse celebrato nella città di Milano perchè è qui che Lea si era rifatta una vita, scappando da Petilia Policastro (in provincia di Crotone) dove la sua famiglia gestiva gli affari della 'ndrangeta.
Le parole e le note delle canzoni di Vinicio Capossela, di Rino Gaetano, di Vasco Rossi; le bandiere colorate con il volto di questa eroina contemporanea; i cartelli che inneggiano alla giustizia e alla legalità: questi simboli e segnali di riconoscenza hanno abbracciato la salma della donna insieme a tantissime persone, di tutte le età, che hanno voluto darle l'ultimo saluto. E poi le letture, impressionanti, che restano come testamento morale e come mònito per tutti, come quella pagina di diario, datata 18 agosto 1992, in cui Lea scriveva: “ Non ho mai avuto affetto e amore da nessuno. Sono nata nella sfotuna e ci morirò. Oggi però ho la speranza per andare avanti e si chiama Denise. Avrà tutto quello che non ho mai avuto nella vita”.

Durante il funerale, che si è svolto ieri, sabato 19 ottobre 2013 in Piazza Beccaria, sono stati distribuiti dei segnalibri perchè, ha spiegato il sacerdote fondatore di Libera: “ Vogliamo riaffermare il potere dei segni contro i segni del potere. Il segnalibro riafferma l'importanza della cultura contro la mentalità mafiosa”. Il sacerdote, alla fine dell'incontro e con le lacrime agli occhi, ha gridato: “ Non basta parlare di verità, dobbiamo cercarla...Abbiamo tanto dolore dentro perchè non ce l'abbiamo fatta a salvarla” , ma sabato abbiamo preso tutti un impegno che è quello di non lasciare mai sola Denise e di ripartire per cercare di riaffermare non solo la verità, ma per combattere la “mafiosità” che, a volte, è anche dentro di noi, e troppo spesso si trova intorno a noi.
La voce di Denise rieccheggia nella piazza, una voce spezzata dal pianto che dice: “ Per me,oggi, è un giorno molto difficile, ma la forza me l'hai data tu, mamma. Se è successo tutto questo è solo per il mio bene e non smetterò mai di ringraziarti”.

sabato 13 luglio 2013

Un convegno a Montecitorio dal titolo “La verità necessaria - I processi di riconciliazione dei Paesi delle Primavere arabe”


La pace e la riconciliazione dei popoli dilaniati dalle guerre passano per la verità, particolarmente sulla drammatica questione delle violenze sessuali come strumento bellico o nelle situazioni post-conflitto contro donne, ma anche bambini e uomini...Ricordare è un esercizio molto doloroso. Non tutte le vittime ce la fanno...Ma i racconti possono contribuire a incamminarsi verso il futuro, per gli individui, ma anche per le comunità e le società. Solo raccontando la verità possono tornare pace e riconciliazione”: così la Presidente della Camera, Laura Boldrini, ha aperto il convegno intitolato “La verità necessaria - I processi di riconciliazione dei Paesi delle Primavere arabe”, che si è tenuto martedì 2 luglio presso la sala Mappamondo di Palazzo Montecitorio. Un'iniziativa voluta dalla Camera dei deputati, che si è avvalsa del patrocinio del Ministero degli Affari Esteri ed è stata organizzata in collaborazione con la Ong Ara Pacis Initiative e con l'associazione libica Observatory for Gender in Crisis. La prima testimonianza è stata, infatti, quella intensa e drammatica di un padre che è riuscito a portare via il proprio figlio da una prigione libica dov'era stato brutalmente torturato. Ma la testomonianza, se possibile, ancora più forte è stata quella di una donna con il volto e il corpo coperti dal niqab, l'abito islamico che lascia scoperti solo gli occhi, indossato, in questa occasione, per mantenere l'anonimato. Con voce tremante la donna racconta di stupri, sevizie e scosse elettriche che le hanno fatto prima perdere il bimbo che aspettava, poi l'hanno resa sterile. E' stata arrestata dopo che lei ed alcune amiche erano state riprese da Al Jazeera mentre invitavano le altre studentesse a scendere in piazza contro Gheddafi: ''Mi hanno arrestata, e tenuta nuda per tutto il tempo. Gli stupri erano continui, poi le scariche elettriche. Chiedevo che chiudessero la porta almeno quando dormivo. Le mie amiche, non le ho piu' viste. E la mia famiglia che mi dice, se non ti fossi messa a fare i proclami oggi non ti sarebbe successo nulla''.
Al convegno sono intervenuti: Souhayr BELHASSEN, Presidente onoraria della Fédération
Internationale des Droits de l’Homme (FIDH), Ayman AL SAYYAD, Direttore del mensile egiziano Weghat Nazar ed ex Consigliere del Presidente Morsi, Burhan GHALIOUN, Professore di sociologia politica alla Sorbonne, ex Presidente e oggi membro dell’organo esecutivo del Consiglio nazionale siriano, Hajer EL GAID, Parlamentare e membro della Commissione per i Diritti umani del Congresso generale nazionale della Libia, Maria Nicoletta GAIDA, Presidente dell’Ara Pacis Initiative, Annick COJEAN, giornalista de Le Monde ed autrice de
Le prede: nell’harem di Gheddafi, Lina TIBI, poetessa e attivista per i diritti delle donne siriane e Marta DASSÙ, Viceministro degli Affari esteri a cui sono state affidate le conclusioni dei lavori.
La giornalista Laura Goracci ha moderato l'incontro e lo ha presentato dicendo: “In alcuni dei Paesi delle Primavere arabe sono in atto – pur tra difficoltà e battute d’arresto – importanti processi di riconciliazione, che si inseriscono in una fase di profonda trasformazione di tutta la regione mediterranea. In tali contesti, alla pacificazione interna ed alla giustizia transizionale si affianca la necessità di dare voce alle vittime dei conflitti, premessa indispensabile per la costruzione di società democratiche e libere. L’iniziativa intende promuovere una maggiore sensibilizzazione sul tema della verità e della riconciliazione nei Paesi delle Primavere arabe, nonché contribuire a fornire alcuni esempi di buone prassi che potrebbero essere applicate laddove le violenze non sono ancora cessate”. Tra le proposte vi è quella, in discussione in Libia, per equiparare le vittime di violenze sessuali durante il regime di Gheddafi alle vittime di guerra, con diritto a compensazioni e ad assistenza.



 Riportiamo anche una riflessione dell' 'On. Khalid Chaouki , pubblicato dall' Huffington Post il 6 luglio 2013 e intitolato:

Primavere arabe nonostante tutto. La sofferenza delle donne

C'è un libro forte e coraggioso, un libro scritto da Annick Cojean, giornalista di Le Monde che squarcia il velo sull'harem di Gheddafi. Si chiama "Le prede" e racconta un personaggio che ha fatto dello stupro un'arma 'politica' per rafforzare la sua dittatura. Lo fa prendendo le parti delle vittime.
Una tematica delicata quella degli stupri negli scenari di guerra e post-conflitto, un dramma perdurante, una ferita che ancora fa male. Questo il tema del convegno che ho avuto l'onore di aprire insieme alla Presidente della Camera Laura Boldrini alla Camera dei Deputati; un incontro forte, importante, che ha toccato le corde più profonde dei presenti.
Le vittime e i loro liberatori sono intervenuti per raccontare le violenze e i soprusi subiti dai regimi dei paesi delle primavere arabe. Hanno rotto il silenzio sull'harem di Gheddafi che ha violentato e umiliato molte donne e giovanissime ragazze. Un tiranno che ha banchettato con tanti, uomini di Stato e personalità illustri e che, non tanti anni fa, ha piantato le tende sul suolo italiano, accolto dall'allora presidente del consiglio Berlusconi con tutti gli onori.
Ecco, quel che è emerso chiaramente nella giornata di oggi è che non è possibile un processo di riconciliazione senza la verità, e che la verità reclama giustizia, e la reclama a gran voce.
La mia speranza è che nei paesi della sponda sud del mediterraneo, in particolare in Siria ed Egitto, si riprenda lo spirito delle Primavere arabe. Io voglio continuare a chiamarle così, e continuare a sognare un futuro di libertà e democrazia per questi Paesi che hanno fatto già diversi passi in avanti.

Per questo c'è bisogno di un'Europa unita e di un'Italia più attiva su questo fronte, per recuperare il dialogo con questi paesi e costruire un linguaggio nuovo con i popoli della sponda sud, un linguaggio intessuto di verità di responsabilità reciproca, un dialogo che preveda una sana autocritica, necessaria per migliorare.



venerdì 1 febbraio 2013

Iran: 40 giornalisti in arresto

A meno di quattro mesi dalle elezioni presidenziali, in Iran arriva una "retata" ai danni di almeno quaranta giornalisti, tra cui l'umorista Pouria Alami.
Agenti in borghese, appartenenti ai servizi di sicurezza iraniani, hanno messo in atto un vero e proprio blitz, perquisendo - nello scorso week end - le sedi di alcuni giornali riformisti, a Teheran: ovvero, le redazioni dei quotidiani "Sharg", "Bahar", "Etemad" e "Arman", di un settimanale e dell'agenzia semi-ufficiale Ilna.
Le persone arrestate sono sette uomini e quattro donne, accusate di aver scritto articoli critici nei confronti del regime e, quindi, di essere vicini all'opposizione. Alcuni giorni fa, infatti, il portavoce del Ministero della Giustizia, Gholam-Hossein Mohseni Ejei, aveva dichiarato: "Secondo informazioni certe, purtroppo, alcuni giornalisti cooperano con i media occidentali ostili e con gli antirivoluzionari".
Ancora una volta la dittatura iraniana mette in atto una "caccia alle streghe", accusando i mezzi di informazione e i loro professionisti di spionaggio e collaborazionismo. Molti giornalisti e reporters avevano già trascorso lunghi periodi a Evin - il carcere di massima sicurezza più famoso della capitale iraniana - per gli articoli antiregime, come detto, ma anche per quelli in difesa delle donne.
Dal 2000 ad oggi si contano 120 testate chiuse e decine di giornalisti imprigionati: per aver espresso le proprie opinioni e per aver scritto la verità.