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venerdì 1 gennaio 2016

Arash Azizi parla di suo padre, detenuto a Teheran

Milano, BookCity 2015. L' Associazione per i Diritti Umani e Novel Rights hanno avuto il piacere di ospitare Arash Azizi, figlio di Mostafa Azizi, scrittore e produttore cinematografico, detenuto nella prigione di Evin a Teheran.
L'incontro presentato a BookCity dalle due associazioni si intitola "Il potere della letteratura e i diritti umani", ringraziamo tutti i nostri ospiti e pubblicheremo, per voi,  altre clip importanti sulla tavola rotonda.
Ringraziamo anche la nostra interprete, Silvia Bolzoni.



giovedì 31 dicembre 2015

Un anno: Islam, Medioriente e Occidente

Per ricordare, simbolicamente, quello che è accaduto durante il 2015 nel mondo, l'Associazione per i Diritti Umani ripubblica, per voi, il video di un incontro organizzato nel gennaio scorso.

I temi: rapporto Occidente e Medioriente, Islam e politica, terrorismo, il genocidio della popolazione siriana, le migrazioni e molto altro.
Ma soprattutto il nostro pensiero va a Padre Paolo Dall'Oglio e a tutti coloro che sono stati rapiti e di cui non si hanno notizie.

Ringraziamo il giornalista Shady Hamadi e il Prof. Camille Eid




mercoledì 23 dicembre 2015

Burundi e Nigeria: tra Passato e Presente




Burundi
Mancato impegno dei governi africani nella gestione della crisi in Burundi


L'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) esorta i governi africani a impegnarsi maggiormente per una soluzione politica della crisi in Burundi e per la tutela della popolazione civile dalle violazioni dei diritti umani. Non mancano certo gli appelli alla pace e al dialogo delle organizzazioni non governative e dei singoli politici, ma sia l'Unione Africana (UA), sia la Comunità dell'Africa orientale (EAC) sia la Conferenza Internazionale sulla regione dei grandi laghi sembrano muoversi con troppa esitazione, senza molte idee e con poca coerenza. Gli interessi nazionali , la concorrenza tra di loro e la mancante neutralità così come la mancanza di volontà politica e la divergenza di opinioni in questioni basilari intralciano ogni tentativo di trovare una soluzione politica per la crisi in Burundi. I governi africani hanno perso un'occasione per mostrare responsabilità in una situazione di crisi.

Il fallimento dell'EAC è probabilmente l'esempio più eclatante della mancata assunzione di responsabilità dei governi africani. Nel vertice dell'EAC previsto per lo scorso 30 novembre 2015 la presidenza dell'organizzazione sarebbe dovuta toccare al Burundi. Per evitare discussioni interne e non urtare il discusso governo del Burundi scegliendo un altro paese per la presidenza, l'EAC ha semplicemente rimandato il vertice a data da definire. L'atteggiamento con cui si è scelto di mettere la testa nella sabbia piuttosto che affrontare i problemi, certamente non può contribuire in modo costruttivo alla risoluzione della grave crisi che scuote il Burundi.

Anche l'Unione Africana (UA) ha per mesi mantenuto una posizione di attesa. Il presidente ugandese Yoweri Museveni incaricato dall'UA di mediare per un dialogo in Burundi sembra invece essere occupato più con la propria campagna elettorale che con la crisi in Burundi e la sua non sembra essere una posizione neutra. Il dialogo in questo modo non fa progressi. Inoltre nei colloqui finora tenuti sulla crisi in Burundi non si è mai tenuto conto della situazione della popolazione civile. Nonostante l'UA abbia deciso delle sanzioni contro il Burundi e il Consiglio di Sicurezza dell'Unione Africana abbia in ottobre 2015 proposto di prepararsi a un intervento delle truppe di pace africane, tale intervento rischia di creare maggiori tensioni per la mancata neutralità dei paesi vicini del Burundi. Inoltre non è chiaro se la missione di pace africana voglia far impiegare le truppe dell'"African Capacity for Immediate Response to Crises (ACIRC)" o dell'"African Standby Force (ASF)". Non manca certo il sostegno finanziario a entrambe le truppe, ma loro efficienza in situazioni di crisi è più che dubbia.


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IL DOCUMENTARIO “DEVIL COMES TO KOKO” al MUDEC di Milano






DEVIL COMES TO KOKO”, che si terrà all'Auditorium del Mudec mercoledì 23 dicembre 2015 alle ore 19.00.


Il Mudec - Museo delle Culture - presenta “Devil comes to Koko”, il documentario prodotto da Fabrica - centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group - nell’ambito del programma di eventi a cura del Forum della Città Mondo.
Il documentario si concentra su due brutali episodi avvenuti in Nigeria, visti attraverso lo sguardo di Alfie Nze, regista teatrale nigeriano trasferitosi in Italia negli anni novanta.
Il film narra della sanguinosa invasione inglese di Benin City del 1897 e dello scandalo dei rifiuti tossici scaricati nel 1987 nel porto della città di Koko.
A partire dai due eventi drammatici, il regista percorre un viaggio alla ricerca di radici, di complessità intime, visioni oniriche e corto circuiti tra comunità locali e politiche internazionali.
La direzione creativa del progetto è di Alfie Nze, regista alla sua prima opera e già vincitore nel 2013 del Premio Mutti Amm, premio dedicato ai registi migranti attivi in Italia, e Cineteca di Bologna.
Prodotto da Fabrica, da sempre luogo di sperimentazione, di confronto, di crescita culturale e attento all'espressione libera di ogni arte.

La proiezione, della durata di circa 50 minuti, sarà ad
ingresso libero fino ad esaurimento posti, con prenotazione attraverso la piattaforma eventbrite al seguente link:


http://www.eventbrite.com/e/devil-comes-to-koko-proiettato-al-mudec-tickets-20033760517


martedì 15 dicembre 2015

America latina: i diritti negati. Che cosa fare?



di Mayra Landaverde



In questi giorni di cortei, presidi e riunioni ho notato che tanti compagni si chiedono se davanti a tutte queste tragedie sia davvero utile continuare nella lotta. La lotta contro il razzismo, la corruzione, l'indifferenza ecc.

I risultati sono spesso scarsi o nulli. La stanchezza si fa molto presente fra noi.

Ieri, durante un corso, una partecipante ha chiesto al relatore cosa fare.

Sì, cosa fare? Andare in manifestazione? Realizzare uno striscione? Fare uno sciopero della fame? Incatenarsi davanti a qualche palazzo istituzionale?

Io non credo che nessun attivista o nessun docente abbia una risposta concreta.

E anche a me viene una stanchezza terribile quando vedo al nostro presidio per i nuovi desaparecidos - ogni giovedì - la gente che passa e non si ferma, non ci guarda e tante volte non accetta nemmeno il nostro volantino.

Sono tutti impegnati a faregli acquisti di Natale.

Come potrebbero essere interessati a dei ragazzi che ormai sono morti e sepolti in fondo al Mediterraneo? A chi potrebbe mai interessare la sorte di migliaia di centroamericani dispersi da qualche parte in Messico? Chi vorrebbe mai sapere di tutti i messicani che muoiono abbandonati nel deserto o annegati nel Río Bravo per attraversare la frontiera con gli Stati Uniti?

Non interessa a nessuno. Perché non li vedono. Perché sono numeri, cifre da telegiornale. Statistiche.

Allora, chiedono i compagni. Che cosa fare?

Facciamoglieli vedere. Proprio davanti ai loro occhi. Portiamoli qui nel centro città.

Il 25 aprile scorso , come Rete per i Nuovi Desaparecidos, abbiamo deciso di creare cartelli con le foto dei ragazzi algerini e tunisini dispersi nel Mediterraneo. Poche volte nella mia vita mi sono commossa in questo modo. La gente ha cominciato ad applaudire mentre noi camminavano in silenzio con i cartelli e quei volti appesi al collo , volti di persone di cui non si sa più nulla da anni.

Sono spariti, sono desaparecidos.

Noi li stiamo cercando! Vogliamo sapere dove sono. Non li portiamo per fare qualsiasi cosa.

Li portiamo perché le loro famiglie li cercano ma non possono essere qui. Perché ci hanno affidato questo grandissimo impegno e noi lo abbiamo accettato. Io l'ho accettato perché sono madre e non riesco nemmeno a immaginare la disperazione del non sapere dove sia finito mio figlio.

Che cosa fare chiedono i compagni.

Bene, prendete una di queste foto e cercateli con noi.

Ieri, 14 dicembre 2015, giornata importante a Milano, mentre si ricordava la strage di Piazza Fontana, abbiamo deciso di continuare ancora col nostro presidio, ma non da soli. Ora ci sono anche Torino, Palermo e Roma. E la stanchezza si sente già meno.

Facciamoci contagiare dai movimenti dell'America Latina. Noi siamo stanchi, ormai è da giugno che organizziamo questo presidio.

La carovana di madri centroamericane in cerca dei loro figli e figlie dispersi in Messico lo fanno da 11 anni. Saranno stanche anche loro, certo.

Ma stanno cercando i loro cari e vanno avanti, nessuno le ferma, neanche il governo messicano che ci ha provato in tutti i modi, negando il loro ingresso nel paese. Nessuno le ha fermate. Nemmeno quando trovano i propri figli. Emeteria Martínez cercò per 21 anni sua figlia. E continuò ad accompagnare le altre mamme anche dopo aver trovato la figlia.

Questo movimento ha trovato finora 200 persone e soltanto quest'anno ne sono già stati ritrovati altri quattro.

Ecco cosa fare.

Facciamoci contagiare da loro, dalla loro inesauribile voglia di cambiare il mondo.


lunedì 30 novembre 2015

29 novembre: Giornata Internazionale di solidarietà con il popolo palestinese

di Monica Macchi


Il 29 novembre 1947 con la risoluzione 181, l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato il Piano di partizione della Palestina con cui si stabiliva la creazione di due Stati, uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sotto regime internazionale speciale….una delle tante risoluzioni mai implementate.





 
Situato a est di Qalqilia, Kufr Qaddum è un villaggio palestinese di circa 4000 abitanti con una superficie di 24.000 donum: in base agli Accordi di Oslo è stato suddiviso in “area B” (circa 8.384 dunum dove l’Autorità Nazionale Palestinese ha il controllo sulle questioni civili, e Israele continua ad avere la responsabilità della sicurezza) e “area C” dove Israele ha il pieno controllo sia sulla sicurezza che sulla gestione amministrativa sia di questa area che degli insediamenti illegali che la circondano (Kedumim, Kedumim Zefon, Jit Mitzpe Yisha, e Giv'at HaMerkaziz che costituiscono la colonia di Ariel Kedumim abitata da circa 3000 coloni).

Attorno al villaggio c’è il muro di Separazione (che Israele chiama “Barriera di Sicurezza) che isola 7.175 dunum (38,2% della superficie totale) e impedisce ai contadini di accedere alle loro terre (il 70% degli abitanti lavorano anzi lavorerebbero nell’agricoltura!) e ci sono molte bypass road (strade costruite dagli israeliani per collegare gli insediamenti in Cisgiordania a Israele). De iure secondo gli accordi di Oslo, i palestinesi avevano il permesso di utilizzare queste strade ma dopo lo scoppio della Seconda Intifada, Israele ne ha chiuso l’accesso ai palestinesi per “ragioni di sicurezza” ossia per proteggere insediamenti e coloni. Questo ha creato moltissimi problemi sia per l’economia (l’agricoltura è in ginocchio) sia per la libertà di movimento per i lavoratori, gli studenti e anche i malati, costretti ad andare all’ ospedale di Darweesh Nazzal a una trentina di chilometri o negli ospedali di Nablus a una ventina… su percorsi alternativi e di fortuna su stradine non asfaltate continuamente interrotte da check-point anche improvvisati.

Così il 1 luglio 2011 è iniziata una resistenza popolare, sotto forma di una marcia pacifica dopo la preghiera del Venerdì per rivendicare il diritto e la libertà di movimento chiedendo la riapertura delle strade che collegano direttamente Kufr Qaddum agli altri villaggi palestinesi. Da allora ogni venerdì tutto il villaggio, compresi attivisti stranieri e pacifisti israeliani marciano non solo perchè le strade sono rimaste chiuse ma anche per denunciare il taglio di acqua ed elettricità che Israele usa come forma di punizione collettiva per fiaccare la resistenza.

 

Ed ecco con le parole di Murad Shtaiwi coordinatore dei movimenti popolari di resistenza non violenta, la situazione di Kufr Qaddum:


 




sabato 21 novembre 2015

L'urlo contro il regime: gli antifascisti italiani in Tunisia tra le due guerre





L'urlo contro il regime: gli antifascisti italiani in Tunisia tra le due guerre è l'ultimo saggio di Leila el Houssi, docente presso l'Università di Firenze e coordinatrice organizzativa del Master Mediterranean studies presso la Facoltà di Scienze Politiche. In questo suo ultimo lavoro
affronta il tema dell'antifascismo italiano in Tunisia tra le due guerre mondiali e rimette in discussione il luogo comune secondo cui la numerosa collettività italiana presente nel paese nordafricano fosse totalmente schierata col regime fascista. In realtà, contro la dittatura di Mussolini e la sua propaganda sorse una corrente di opposizione i cui protagonisti furono membri dell'élite borghese liberale di appartenenza massonica, militanti del movimento anarchico, esponenti della classe operaia organizzata nei partiti della sinistra socialista e comunista e aderenti a Giustizia e Libertà. Nacque così un dinamico laboratorio politico animato da giovani italo-tunisini che vide nei primi anni Trenta la costituzione della sezione tunisina della Lega italiana dei diritti dell'uomo (LIDU) e, in seguito, l'apporto di personalità politiche come Velio Spano e Giorgio Amendola inviati dal Centro estero del PCI per dare respiro internazionale al movimento antifascista di Tunisia. Le vicende di questo nucleo antifascista sono state ricostruite attraverso l'analisi della stampa, della memorialistica e di una vasta documentazione reperita negli archivi tunisini, italiani e francesi.  
 
 
L'Associazione per i Diritti umani ha intervistato, per voi, Leila el Houssi e la ringrazia molto per queste sue parole.


Lei appartiene a due culture, quella tunisina e quella italiana. Quali sono le differenze e i punti di contatto?

Sono più numerosi i punti di contatto rispetto alle differenze. Sono entrambi Paesi mediterranei, sono vicini geograficamente e la cultura, quindi, è simile. Io non voglio vedere le differenze neanche a livello di popoli, forse sono altri che vogliono coglierle.
 
In che modo la comunità italiana si è integrata in Tunisia nel Passato? E, oggi, qual è il rapporto tra italiani e tunisini?
La comunità italiana si è storicamente inserita nel tessuto sociale tunisino già secoli fa e si tratta di un primo radicamento da parte di una immigrazione regionale (livornesi e siciliani) con delle peculiarità interessanti: i livornesi, ad esempio, erano di origine ebraica-sefardita ed erano una comunità nella comunità, mentre i siciliani – alla fine dell'800, a causa della povertà di un'Italia appena costituita – emigrarono in Nord Africa, in Libia e anche in Tunisia.
Nel corso del 1900 l'integrazione si è verificata anche a livello culturale, non solo territoriale: in molti testi, infatti, si racconta di come alcune comunità di siciliani parlassero una lingua mista di siciliano, arabo e francese.

Bourgiba e Ben Ali: è cambiato qualcosa, in termini di migrazione italiana, sotto questi regimi?

All'indomani dell'indipendenza tunisina, ottenuta nel '56 con Bourgiba, molti italo-tunisini dovettero emgrare verso la Francia. Negli ultimi vent'anni c'è stata un'immigrazione più legata ad aspetti economici: molti italiani, per esempio, hanno investito capitali in aziende tunisine oppure si sono trasferiti nel Paese alla fine della carriera professionale (questo è un fenomeno recente).

Cosa sta cambiando in Tunisia a livello sociale e culturale,a nche a seguito dei due attentati al Museo del Bardo e a Sousse?

Dal 2011 la Tunisia è cambiata molto: il Paese sta ancora percorrendo una transizione democratica perchè si tratta di un processo molto lungo e non facile: il processo è sottoposto a vari tentativi di destabilizzazione, pensiamo anche agli attentati politici del 2013, quando due esponenti sindacalisti sono stati assassinati. Ma è anche vero che la società civile sta lavorando per non essere vittima di queste destabilizzazioni; questo popolo ha vissuto anni e anni di dittatura, repressione e paura e non credo che voglia ritornare a vivere in quella situazione. Ormai la paura è stata spazzata via.

Come commenta l'assegnazione del Nobel per la Pace al quartetto tunisino?

Sono davvero molto felice. Credo che sia un riconoscimento importante perchè questo premio dà al popolo tunisino quella visibilità che merita perchè, per primo, ha rivoluzionato il proprio assetto politico in maniera tranquilla; e poi perchè è anche un riconoscimento, da parte della comunità internazionale, agli sforzi e ai sacrifici fatti per diventare anche un modello per l'intera area nord-africana e preservare tutto quello che è stato ottenuto fino ad ora.






lunedì 16 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI



Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



il saggio “Egitto, democrazia militare”

di Giuseppe Acconcia



 
 


mercoledì 18 NOVEMBRE, ore 19

presso



BISTROT DEL TEMPO RITROVATO

Via Foppa, 4 (MM Sant'Agostino) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del saggio il saggio “Egitto, democrazia militare” di Giuseppe Acconcia, Exòrma edizioni.



Il saggio:

L'incoronazione dell'ex generale Abdel Fattah al-Sisi come nuovo presidente egiziano ha chiuso tre anni rivoluzionari che hanno cambiato il Paese. Il racconto dal basso delle rivolte di piazza descrive un Egitto straordinario, diviso tra modernità e tradizione, dalla repressione di migranti e minoranze, alla punizione collettiva delle tribù del Sinai, dagli operai delle fabbriche di Suez al massacro di Rabaa al-Adaweya.




Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani





venerdì 13 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI



Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



il saggio “Egitto, democrazia militare”

di Giuseppe Acconcia





mercoledì 18 NOVEMBRE, ore 19

presso



BISTROT DEL TEMPO RITROVATO

Via Foppa, 4 (MM Sant'Agostino) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del saggio il saggio “Egitto, democrazia militare” di Giuseppe Acconcia, Exòrma edizioni.







Il saggio:

L'incoronazione dell'ex generale Abdel Fattah al-Sisi come nuovo presidente egiziano ha chiuso tre anni rivoluzionari che hanno cambiato il Paese. Il racconto dal basso delle rivolte di piazza descrive un Egitto straordinario, diviso tra modernità e tradizione, dalla repressione di migranti e minoranze, alla punizione collettiva delle tribù del Sinai, dagli operai delle fabbriche di Suez al massacro di Rabaa al-Adaweya.





Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani





sabato 17 ottobre 2015

Book City: il potere della letteratura e i diritti umani





Milano, 25 ottobre 2015

Novel Rights, "Il Potere della Letteratura e i Diritti Umani", in collaborazione con “Associazione per i Diritti Umani” e con “Amnesty International” Sezione Italiana, presenta in Italia una serie di eventi con un gruppo di esperti, che discutono attorno al problema dei Rifugiati, e alla crisi globale che ne deriva.

DOMENICA 25 OTTOBRE 2015, dalle 19:00 alle 21:00 presso la CAMERA DEL LAVORO (Corso di Porta Vittoria 43) Milano

Argomenti di discussione: di cosa necessita un autore /cosa dovrebbe fare per aiutare a risolvere la crisi del rifugiato? Può la letteratura avere un ruolo in qualche modo influente o contribuire ad offrire una soluzione? Che ruolo può avere un autore nel mondo attuale in continuo cambiamento? Possono gli autori dare un significato diverso alla parola rifugiato?

L'evento che chiuderà Bookcity sarà la presentazione di un'opera che fa parte di una mostra – già allestita in occasione di Expo 2015 – dell'artista Ivana Olimpia Belloni . L'opera offre ai visitatori un'esperienza unica di attivismo che coinvolge arte, letteratura e diritti umani



I relatori

Roma Tearne, autrice britannica di origini singalesi

Il suo ultimo romanzo, "L'ultimo molo" (Nova, 2015) è basato sulla storia vera di una nave passeggeri britannica, la SS Arandora Star, che durante la II Guerra Mondiale, mentre compiva la traversata per trasportare 800 internati italiani e tedeschi da Liverpool al Canada, è stata silurata da un sottomarino tedesco. La storia ci racconta che, nell’agosto del 1940, sulla costa irlandese, il mare restituì 213 corpi.

I membri di alcune famiglie italiane coinvolte nel disastro ci onoreranno della loro presenza durante l'evento.



Il nuovo romanzo di Roma, sempre in forma di ebook, dal titolo “Non spaventate i bambini” e ispirato ad Aylan Kurdi, verrà ufficialmente presentato durante l’evento.



Ava Homa, scrittrice, giornalista e docente universitaria curdo-canadese. È una delle poche scrittrici curde al mondo

Molto apprezzata dalla critica, Ava Homa ci parlerà dell’ immaginazione, antidoto all'apatia

Il breve racconto digitale di Ava "Ninnananna" (Novel Rights, 2012) tradotto in italiano


specificamente per questa occasione, sarà disponibile per l’acquisto al termine dell’evento

così come il romanzo digitale di Roma Tearne



Altri relatori

 

Vered Cohen Barzilay è fondatrice e direttore di Novel Rights, un movimento letterario globale, a favore dei diritti umani. Da più di un decennio, Vered analizza l'impatto della letteratura sull'attivismo riguardante i diritti umani ed ha sviluppato il concetto di “letteratura dei diritti umani”, decidendo di fondare Novel Rights con l'obiettivo di esplorare l'impatto della letteratura sull'attivismo dei diritti umani. Novel Rights pubblica storie in formato digitale che parlano di diritti umani e promuove eventi globali a favore del legame tra letteratura e diritti umani



Alessandra Montesanto: Vicepresidente dell'”Associazione per i Diritti Umani” di Milano, un'associazione culturale che organizza incontri di approfondimento, presentazioni di libri e film, sulle tematiche legate ai diritti umani, e propone spunti di riflessione attraverso il sito www.peridirittiumani.com.

Riccardo Noury: Portavoce di Amnesty International Italia, blogger per Il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e Articolo 21

Ruggero Gabbai: regista, fotografo e Presidente della Commissione Consigliare EXPO 2015


L'evento inizierà con un minuto di silenzio in memoria dei rifugiati che hanno perso la vita nel tentativo di trovare un posto più sicuro dove vivere, e la cui storia non è stata mai raccontata e si concluderà con uno straordinario incontro con il figlio di Mostafa Azizi. Mostafa Azizi, scrittore e regista iraniano, è rinchiuso nella prigione Evin di Teheran dall’inizio di febbraio di quest’anno. Suo figlio, insieme ad altri autori, sta conducendo una vasta campagna per liberarlo.


L'artista italo-francese, Ivana Olimpia Belloni darà un contributo all’evento con uno dei suoi dipinti, creato appositamente per quest’occasione. Accanto al suo lavoro, in occasione della sua mostraper Expo2015, ha scritto: Vered mi ha dato l'opportunità e l'onore di rappresentare il senso della pace nel mondo che noi adulti possiamo e dobbiamo dare ai deboli ed agli indifesi proprio attraverso il rispetto dei diritti umani. Le impronte mie della mia nipotina, Giulia, stanno a significare proprio questo.







giovedì 15 ottobre 2015

I muri di Tunisi: la Tunisia prima e dopo la rivoluzione


Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



il saggio “I MURI DI TUNISI. Scritti e immagini di un Paese che cambia”, di Luce Lacquaniti

ed. Exòrma

 




giovedì 22 OTTOBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

(Piazza Carrara 17.1 (ang Via G. da Cermenate,2 MM Romolo) Milano





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del saggio “I MURI DI TUNISI. Scritti e immagini di un Paese che cambia”, di Luce Lacquaniti

ed. Exòrma



Il saggio, a partire dai graffiti realizzati sui muri della città di Tunisi, permette di fare un viaggio in un Paese in grande via di trasformazione politica, culturale e sociale. Si parlerà della Tunisia anche alla luce dell'attacco terroristico e del Premio Nobel per la pace.



Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani



sabato 26 settembre 2015

Rifugiati in Tunisia: tra detenzione e deportazione

Premessa

Negli ultimi mesi abbiamo assistito al tentativo di rilanciare il progetto di esternalizzazione delle frontiere europee. Un piano di esternalizzazione su piú fronti, che sulla carta riguarderebbe sia le politiche di controllo e di intercettazione dei migranti diretti in Europa, -con la firma del processo di Karthoum il 28 novembre 2014 ma già in parte preannunciato nella Task Force per il Mediterraneo partita nel novembre 2013 - sia le politiche di asilo, secondo quanto proposto dal Ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano durante il Consiglio “Giustizia e Affari Interni” dell’Unione europea del 12 marzo 2015. La Tunisia, insieme a Egitto, Marocco, Niger e Sudan, viene presentata come uno dei primi “laboratori” in cui dovrebbero venire attivati i progetti di esternalizzazione dell’asilo attraverso l’apertura di campi di “accoglienza” finanziati dall’Unione europea. E la Tunisia sarebbe anche uno dei due paesi, insieme all’Egitto, a cui l’Europa chiederà di impegnarsi in attività di sorveglianza marittima e di Search and rescue. Se così fosse, le imbarcazioni di migranti provenienti dalla Libia verrebbero intercettate dalla Garde Nationale tunisina e i migranti verrebbero trasferiti sul territorio tunisino dove le autorità tunisine verrebbero coadiuvate da OIM e UNHCR nelle procedure di esame delle domande di asilo e nella gestione dei potenziali rifugiati. Obiettivo che, in fondo, l’Unione europea aveva in parte provato a raggiungere nel marzo del 2014, ottenendo la firma della Tunisia sul partenariato di mobilità che tuttavia per il momento resta in fase di negoziazione. Certamente, gli accordi bilaterali tra Tunisia e stati europei, primo tra tutti l’Italia che nel giugno 2014 ha ulteriormente rafforzato i rapporti con la Tunisia in materia di migrazioni, non costuiscono affatto una novità; e, tuttavia, l’attuale progetto di cooperazione con i Paesi terzi sul controllo dell’immigrazione e per l’esternalizzazione dell’asilo, che vede la Tunisia tra i primi stati-laboratorio, sembra indicare un cambio di marcia nella costruzione di uno spazio di pre-frontiere europee. Mentre l’Unione europea sta dunque progettando di rafforzare le proprie pre-frontiere, umanitarie e non, esternalizzando politiche di controllo, campi di detenzione e meccanismi di protezione, alcuni dei rifugiati “diniegati” di Choucha sono ancora al campo, chiuso ufficialmente da UNHCR nel giugno 2013, da ormai quattro anni, chiedendo all’Europa di essere reinstallati in un luogo sicuro.

Il dossier che presentiamo racconta quanto sta accadendo ai migranti e ai rifugiati in Tunisia, in particolare rispetto a coloro che vengono imprigionati nel Centro di detenzione per stranieri di Al Wardia, in un quartiere della periferia di Tunisi.

Dossier sulla situazione del Centro di detenzione per stranieri a Al Wardia, Tunisi (Glenda Garelli, Federica Sossi, Martina Tazzioli)

La situazione del Centro di detenzione per stranieri di Al Wardia è particolarmente allarmante. Sappiamo che ogni mese vi vengono detenuti centinaia di migranti, senza alcuna possibilità di un sostegno legale e giuridico e, per questo, in totale balia dei poliziotti che gestiscono il Centro. I prigionieri con cui siamo riuscite a entrare in contatto telefonico ci hanno descritto una situazione molto critica, dovuta all’assenza di possibili contatti con il mondo esterno, al sovraffollamento delle celle, alla pressione da parte dei poliziotti e ai ricatti subiti per ogni domanda, alla carenza di vere cure mediche, alla situazione di scarso igiene e allo scarso cibo distribuito. Ma il fatto più preoccupante è l’assenza di ogni forma di assistenza giuridica, di modo che tutto ciò che avviene durante la detenzione e dopo è sul piano dell’illegalità. I migranti detenuti a Wardia hanno due possibilità di uscire. La prima consiste nel pagare loro stessi il biglietto per il loro rimpatrio. Segnaliamo, inoltre, che nel Centro vengono imprigionati anche i rifugiati siriani, che, non potendo evidentemente rientrare nel loro paese, sono obbligati a pagarsi un biglietto per la Turchia. Nel Centro, vengono inoltre detenuti anche rifugiati a cui l’Unhcr ha riconosciuto lo status in altri paesi. La seconda possibilità di uscire dal Centro è quella di essere deportati in Algeria. Ogni settimana, infatti, ci sono delle deportazioni durante la notte o nelle prime ore del mattino: i migranti vengono condotti in un posto di frontiera vicino alla città di Kasserine e lasciati dall’altra parte, in una zona desertica. Spesso ci sono casi di morte, perché i migranti si perdono prima di arrivare in un luogo abitato. Siamo venute noi stesse a conoscenza della morte di due migranti di origine somala, con cui eravamo in contatto durante la loro detenzione a Al Wardia e che in seguito erano stati deportati insieme ad altre persone. I sopravvissuti a questa deportazione ci hanno chiamate da una città algerina per raccontarci di questa vicenda. Vicino alla prigione per gli uomini c’è anche un luogo di detenzione per le donne e i bambini. Con questo Centro non siamo riuscite a stabilire un contatto diretto, ma siamo a conoscenza della sua esistenza attraverso le testimonianze dei rifugiati siriani con cui abbiamo potuto parlare e le cui famiglie erano detenute nei locali di quest’altro Centro. Abbiamo tali informazioni perché durante il mese di novembre 2014 siamo state contattate da un rifugiato diniegato del campo di Choucha che era stato imprigionato a Wardia e che avevamo conosciuto in occasione di una nostra visita al Campo. Abbiamo dunque potuto parlare con lui e con altre persone presenti al Centro a più riprese, sebbene ogni volta, dopo le nostre conversazioni al telefono, i migranti siano stati minacciati dai poliziotti. Abbiamo potuto anche mantenere i contatti dopo i loro rimpatri o le loro deportazioni. Abbiamo così raccolto diverse testimonianze di cui qui pubblichiamo quelle che abbiamo potuto registrare e trascrivere.

Intervista a A. dopo il suo rimpatrio (gennaio 2013)

D : Ci puoi descrivere la prigione di Tunisi in cui sei stato ? Vorremmo cercare di capire se sia possibile fare qualcosa per denunciare la situazione e per le altre persone che vi sono ancora detenute.

R: I poliziotti tunisini arrestano le persone straniere per la strada e poi le obbligano a pagare il biglietto per il loro rimpatrio.

D : Nel Centro di Al Wardia ci sono dunque solo migranti, alcuni che sono stati arrestati per strada e altri che arrivano direttamente dalla prigione?

R: Sì. Ci sono stranieri, perché è un Centro per gli stranieri, ci sono i rifugiati siriani che arrivano in Tunisia e anche alcuni rifugiati di Choucha, come me per esempio. All’interno, devi pagare per ogni cosa, se vuoi avere il cellulare, devi pagare 200 dinari. C’è soprattutto un commissario della polizia di frontiera che lavora con la Garde Nationale, è lui che organizza le cose. Dopo essere state nel Centro, le persone vengono deportate verso l’Algeria e vengono abbandonate verso mezzanotte nel deserto, nei pressi della città di Tebessa.

D : Quanti prigionieri c’erano al Centro quando sei arrivato lì?

R : C’erano continuamente nuovi arrivi, i nuovi arrivano il giovedì e la domenica.

D: Ma dove vengono deportati esattamente, in quale città dell’Algeria?

R : Per quanto riguarda l’Algeria non lo so esattamente, so che per quanto riguarda la Tunisia passano dalla città di Kasserine. So che in Algeria li lasciano vicino a una piccola città, subito dopo la frontiera.

D: Ma c’è un accordo tra la Tunisia e l’Algeria per le deportazioni?

R : No, non c’è un accordo, li lasciano lì clandestinamente. Gli danno una bottiglia d’acqua, una baguette e li abbandonano lì.

D: E’ quello che è successo anche ai somali che erano in prigione con te? E dopo che cosa è successo?

R : Alcuni si sono persi nel deserto e sono morti, mentre i nigeriani che erano con loro hanno camminato molto ma alla fine si sono ritrovati di nuovo in Tunisia, con i poliziotti tunisini. Quanto i somali che erano nella mia stessa cella sono stati deportati, i poliziotti mi hanno fatto molta pressione dicendomi che se non avevo i soldi per comperare il biglietto di rimpatrio mi avrebbero deportato in Algeria come avevano già fatto con i miei compagni di cella.

D: Quanto tempo sei rimasto a Al Wardia?

R: Due mesi. A Al Wardia c’erano circa 100 persone, ma bisogna tener conto anche delle persone che sono negli altri quattro Centri. Non so esattamente dove si trovino, io conosco quello di Alaouina ; e per tutti i Centri c’è un unico medico, così, se sei malato, ti dicono che devi aspettare il tuo turno, perché il medico deve andare anche negli altri Centri.

D : Ma nel Centro è possibile avere contatti con l’esterno ? potete tenere il cellulare?

R : Sì, ma bisogna pagare. Nel periodo in cui ero a Al Wardia un mio amico ha avuto la possibilità di avere un avvocato, quando vi aveva contattato e voi l’avevate messo in contatto con un avvocato. Nessuno prima di lui aveva avuto questa possibilità. Il poliziotto gli ha detto che aveva avuto una grande fortuna perché, appunto, nessuno prima di lui aveva avuto un avvocato. L’avvocato che è entrato al Centro ha fatto delle domande e il direttore gli ha risposto che il paese è di tutti, ma che bisogna rispettare le regole. Hanno minacciato l’avvocato, dicendogli che gli avrebbero potuto creare problemi nel caso in cui avesse continuato ad occuparsi del mio amico. Poi, quando l’avvocato se n’è andato, la polizia è venuta nella cella per minacciare il mio amico proprio perché aveva un avvocato e delle persone in Italia che si occupavano di lui e che lo aiutavano. Non riuscivano a capire, gli hanno fatto un sacco di domande rispetto a ciò, sia rispetto al fatto che conoscesse degli italiani sia rispetto al fatto che avesse un avvocato. L’hanno interrogato varie volte, e infine gli hanno detto che doveva comperare il suo biglietto d’aereo, e di farlo in fretta, perché non volevano che un avvocato e altre persone si occupassero di questa cosa. Gli hanno detto che doveva andarsene il prima possibile, perché altrimenti l’avrebbero deportato in Algeria; è per questo che aveva paura e che vi ha chiesto di aiutarlo a comperare il biglietto.

D: Quante persone sono state deportate in Algeria durante il periodo in cui sei stato lì.

R: 26 persone, perché non avevano assistenza giuridica o i soldi per comperarsi il biglietto per il rimpatrio.

D : Solo uomini ?

R: Per quanto riguarda le donne, non lo so, perché erano in un Centro vicino ma io non riuscivo a vederle. Ma per quanto riguarda gli uomini sono sicuro, la Tunisia non è un paese accogliente.

D: E per quel che concerne i rifugiati siriani, che viaggio fanno per arrivare in Tunisia?

R : Arrivano dalla Turchia con l’aereo.

D: E’ per questo che al Centro di detenzione gli chiedono di ritornare in Turchia?

R: Alcuni arrivano dall’Egitto passando attraverso il Libano, oppure arrivano in Libia con la barca. Qui, in generale, i visti hanno una validità di tre mesi, e quando il tuo visto scade bisogna pagare 100 dinari al mese per avere una carta provvisoria. Se sei al Centro di detenzione, per il rimpatrio ti chiedono di pagare l’intera somma che non hai pagato a partire dalla data di scadenza del tuo visto. Per questo l’Oim non riesce a organizzare i rimpatri, perché anche l’Oim secondo le autorità tunisine deve pagare l’intera somma, non solo quella del biglietto. Per quanto ci riguarda, noi di Choucha, che siamo in Tunisia da molto tempo e che adesso non abbiamo i documenti, siamo quasi obbligati a cercare di prendere la barca per andare in l’Italia. Io ho potuto vedere a Zarzis quanto guadagnano quelli che organizzano i viaggi, ho fatto anche dei video nei luoghi di partenza, e ho potuto rendermi conto di quanti soldi guadagnano. Ho scattato foto e ho fatto dei video, e scrivevo. Sono stato anche a Zwara per vedere i contrabbandieri. Di fatto, i giovani partivano. Ma tutti i miei video e le mie foto, ed anche la mia apparecchiatura, sono rimasti nella mia camera a Tunisi. Ero lì quando c’è stato il naufragio di 250 persone, tra cui molti rifugiati di Choucha. Quando le autorità tunisine hanno dichiarato che il campo di Choucha era stato chiuso e che non esisteva più, mentre noi rifugiati diniegati eravamo ancora lì, l’Unhcr non si è più occupata di noi. Siamo a Choucha dal 2011, ma i documenti che ci sono stati dati dall’Unhcr ci creano problemi se incontriamo la Garde Nationale. Ci ritirano i documenti e ci mettono in prigione.

D : L’Unhcr vi diceva di andare in Libia ?

R : No, non ci dicevano proprio nulla. Ci dicevano solo che non potevamo rimanere lì, e che dovevamo organizzarci per rientrare nei nostri paesi.

D : Hai dei contatti con le persone che sono state deportate in Algeria ?

R: Conosco i somali che sono stati deportati e anche un ragazzo che si chiama T. Lui mi aveva chiamato e mi aveva spiegato che in Algeria i poliziotti li mettono in prigione e dopo sei mesi li portano nel deserto tra l’Algeria e il Niger. Una volta arrivati lì, hanno 15 giorni per lasciare l’Algeria, se non se ne vanno di propria iniziativa e a proprie spese allora vengono deportati. Ma ci sono altre persone che vi possono raccontare meglio di me, due nigeriani che erano a Ben Guerdane. Uno di loro, O., può dirvi quello che succede perché loro due erano stati arrestati dalla polizia tunisina perché non avevano il passaporto e sono stati deportati in Algeria con i somali che erano nella mia stessa cella a Al Wardia. Hanno camminato a lungo, e mentre alcuni dei somali sono morti, loro si sono ritrovati di nuovo in Tunisia. La polizia tunisina li ha presi di nuovo, ma ora penso che siano a Ben Guerdane.

D : Dunque, per ritornare a questo episodio, sappiamo che due persone sono morte, ma in quale modo ?

R : Sono morte di sete nel deserto. Se si va da quelle parti con quelli della Mezzaluna rossa, si può trovare il punto in cui sono morti.

D: Ci sono altre persone, oltre ai somali, che sono morte nel deserto ?

R : Sì, molte. Quello delle deportazioni in Algeria è un sistema in atto da molto tempo, ben prima che io fossi portato in prigione. Prima della guerra, le deportazioni venivano effettuate verso la Libia, ma ora, con i problemi in Libia, deportano verso l’Algeria. Le persone deportate vengono lasciate dalla polizia dalla parti del monte Chaambi, il punto in cui ci sono i salafiti e la polizia che li combatte. Il monte Chaambi è vicino alla città di Kasserine.

D: C’erano dei medici nella prigione?

R: C’era un medico che si occupava delle donne e dei bambini. Se hai qualcosa di grave, ti portano direttamente all’ospedale.

D : E né l’Unhcr né l’Oim sono mai venuti a parlarvi ?

R: Mai. C’erano alcuni giovani che chiamavano continuamente Alessandra dell’Oim, ma quelli dell’Oim dicevano che non avevano soldi e quindi che non potevano aiutarli. Io ho il numero di telefono di Alessandra dell’Oim di Tunisi, sul mio cellulare.

D : E quindi voi eravate in contatto solo con la polizia ? Ma chi era in prigione tra le persone di Choucha?

R : Io avevo i documenti dell’Unhcr, il documento che ci hanno dato a Choucha quando siamo arrivati lì.

D : Che cosa si può fare secondo te per denunciare quello che sta accadendo ?

R : Bisogna denunciare quello che fanno, dire che fanno dei rastrellamenti per la strada, e che, dopo, portano le persone nel deserto e li condannano a morire lì. Questo non è possibile, tutti hanno il diritto a vivere. Ho dato le foto che avevo al giornale “Jeune Afrique”, perché conosco qualcuno che vi lavora e ho domandato di pubblicarle. Ho collaborato con Lorena Lando dell’Oim per cercare di capire come si organizzano le persone che vanno in Libia; ad Alessandra dell’Oim di Tunisi ho raccontato tutti i dettagli dei viaggi verso l’Italia e le morti in mare, e lei mi ha risposto che era troppo complicato.

D : Puoi raccontarci meglio com’è la situazione in prigione ?

R : A volte la polizia era violenta nei nostri confronti. A volte ci davano lo stesso cibo per l’intera giornata, e spesso riso cotto male, oppure fagioli con la carne. Sempre le stesse cose. A mezzogiorno riso e la sera couscous, o viceversa. A volte pasta senza carne. Avevo sempre la mia acqua. Non ci lasciano mangiare, non ci danno il bagnoschiuma o il sapone per la doccia. I bagni sono terribili, non vengono puliti mai e le persone possono prendersi delle malattie.

D : Ma le celle sono diverse nel caso in cui qualcuno paghi ?

R : Le persone che devono essere rimpatriate in settimana pagano i poliziotti per avere condizioni migliori e per poter stare in una cella migliore, come ha fatto, per esempio, il signore del Gambia con cui avete parlato.

D : Queste persone hanno il soldi per poter avere una cella migliore ?

R : Se gli dai dei soldi ti mettono in una cella migliore.

D : Ma sempre nella stessa prigione ?

R: Se hai i soldi puoi andare nelle celle migliori, ma solo per una settimana. Quando acquisti il biglietto d’aereo ti mettono in una di queste celle per due settimane sino al momento della partenza. Le persone che vengono arrestate (per esempio, una persona che aveva una ditta e che quindi aveva un po’ di soldi, o i siriani che hanno un po’ di soldi) possono pagare per avere migliori condizioni di detenzione, e vengono spostate in una caserma vicina.

D : Ma sempre nella stessa struttura?

R: Sempre a Al Wardia, ma non nello stesso edificio. Le celle sono nello stesso complesso, ma in un altro edificio, una caserma. Una parte dell’edificio è per la Garde Nationale, e poi c’è un altro edificio. Inoltre: dal momento che i siriani hanno un po’ di soldi, la polizia aumenta il prezzo e così devono pagare di più, e devono farlo in dollari, non in dinari. Ai siriani gli fanno pagare 300 dollari. Nel periodo in cui sono stato lì ci sono state le seguenti deportazioni: 240 siriani deportati in Algeria e 180 in Turchia; dunque, più di 300 persone in totale – dopo cerco il foglio in cui l’avevo scritto e vi dico esattamente.

Grazie mille e grazie per il tuo aiuto. Cercheremo di fare qualcosa. Comunque, restiamo in contatto.

*** Intervista con D.  (febbraio 2013)

D : Conosci dei rifugiati con lo status che sono stati imprigionati a Wardia ?

R : Sì, certo. C’era anche una persona di Choucha con lo status di rifugiato che, a un certo punto, aveva deciso di andare in Libia per partire per l’Italia perché non c’erano soluzioni per la sua reinstallazione. La barca è stata intercettata dalle autorità italiane e dopo la Garde Nationale ha portato i migranti al porto di Sfax. Poi, questo rifugiato di Choucha, B., è stato messo nella prigione di Al Wardia. D : Quando è successo ? R : Non ricordo con precisione, ma verso marzo o aprile 2014.

D : Sei rimasto in contatto con lui mentre era in prigione ?

R : Sì, ho anche contattato l’Unhcr per chiedergli di aiutarlo, dal momento che era un rifugiato. Ma le persone dell’ufficio dell’Unhcr mi hanno risposto che non potevano fare nulla, dal momento che il mio amico aveva fatto una cosa irregolare (prendere la barca dalla Libia per partire come clandestino) e dunque non potevano aiutarlo. L’Unhcr ci tratta come clandestini, anche se non abbiamo altra scelta che quella di andare in Libia e partire con la barca.

D : E cosa è successo nel suo caso ?

R : Nemmeno l’Oim poteva aiutarlo a lasciare il paese, e allora ha chiesto soldi ai suoi amici e ha comperato il biglietto di ritorno, per poter rientrare nel suo paese. Era un rifugiato e tuttavia l’Unhcr non ha fatto nulla per lui.

D: Conosci altri migranti che sono stati imprigionati a Al Wardia ?

R : Sì, anche dei siriani, perché i miei amici che sono lì in prigione mi hanno detto che ci sono i siriani e anche le loro famiglie. Una volta una donna siriana ha messo su facebook la foto di suo figlio che era anche lui in prigione, poi, verso mezzanotte, è arrivata la polizia e non si sa dove li abbiano portati. Anche noi rifugiati ora abbiamo paura, perché si sa che se si viene fermati dalla polizia e portati a Al Wardia dopo si viene deportati in Algeria. Prima la polizia deportava in Libia, ma ora deporta in Algeria. Qualche giorno fa ero all’ufficio immigrazione di Tunisi e la polizia mi ha chiesto il passaporto; ho mostrato il documento di rifugiato, quello dell’Unhcr, ma mi hanno detto che per la Tunisia quel documento non vale nulla e che potevo gettarlo nella spazzatura. Così, siamo in una situazione di totale insicurezza, possiamo essere arrestati dalla polizia in ogni momento.

Intervista con R., rifugiato eritreo soccorso dalla Garde Nationale tunisina (luglio del 2013)

D : quando sei arrivato in Tunisia?

R: Sono arrivato nel luglio del 2013. Sono partito dalla Libia in barca con altri eritrei, dalla città di Zhwara e poi la nostra imbarcazione dopo qualche ora ha cominciato ad avere dei problemi. Siamo rimasti sette giorni in mare, nessuno è venuto a salvarci. Abbiamo chiamato l’Italia, le autorità italiane ma nessuno è venuto. Il settimo giorno siamo stati salvati dalla Garde Nationale tunisina che ci ha portato a Zarzis.

D : E poi cosa è successo? Quante persone erano con te sulla barca?

R: Eravamo 94 persone, tutti eritrei. Quando siamo arrivati la Garde Nationale ci ha trasferito per qualche ore in un luogo a Zarzis, non mi ricordo dove. E poi, dopo forse un giorno, 60 di noi sono stati trasferiti nella prigione di Ouardia. Q: E gli altri? R: Non so, penso a Medenine. Sì, a Medenine.

D: E perchè ti hanno portato insieme a altri a Ouardia e gli altri in un altro luogo?

R: Non lo so, ci hanno diviso in due gruppi ma non conosco il criterio.

D : Eri già un rifugiato quando sei arrivato in Tunisia?

R: Sì avevo ricevuto lo status di rifugiato in Sudan. E anche altre delle persone sull’imbarcazione erano rifugiati come me.

D : Qunto sei rimasto a Ouardia?

R: Piú o meno un mese. Poi, ho chiamato l’UNHCR dicendo che sono un rifugiato e alla fine, dopo un mese, sono riusciti a liberarmi. Penso che tutti siano stati liberati ma io sono l’unico a essere ancora in Tunisia. Gli altri sono tornati in Libia e alcuni di loro sono adesso in Italia.

D : Che cosa ha fatto la polizia a Zarzis?

R: Mi hanno solo chiesto nome e cognome, tutto qui. E hanno portato le prime 60 persone del gruppo, me incluso, a Ouardia.

D : Quindi adesso hai il certificato di rifugiato rilasciato dall’UNHCR?

R: Sì, guarda, è questo documento. Ma non serve a niente in questo paese. Vivo qui in un quartiere periferico di Tunisi, consapevole che la polizia mi può arrestare in ogni momento. Non hai nessun diritto qui in Tunisia come rifugiato. Quando l’UNHCR mi ha aiutato ad uscire da Ouardia, poi mi hanno detto: è meglio se vai via perchè qui non puoi fare niente. Q: Ti hanno detto di tornare in Libia? R: No, non hanno detto questo. Ma hanno detto che devo costruire la mia vita autonomamente, dal momento che il documento da rifugiato qui non mi dà niente.

sabato 19 settembre 2015

La repressione dei crimini internazionali in Africa: il caso Habré




di Veronica Tedeschi




Ho passato quattro anni in prigione, nelle peggiori condizioni. Per sette mesi sono rimasto curvo al suolo. Mi si sono staccate le gengive, non riuscivo neanche a mangiare riso cotto. Ciò che mi ha segnato in questi quattro anni è che sono stato obbligato insieme a dei miei compagni a seppellire chi moriva per malattie causate da questo trattamento inumano (…). Il mio sogno è di vedere Hissène Habrè dietro le sbarre. Quel giorno danzerò”

- Abaifouta, vittima ciadiana della macchina repressiva di Habré. -




Quello che abbiamo vissuto è inimmaginabile. Ci volevano uccidere se non eseguivamo i loro ordini, ci impedivano di curarci, di fare sapere alle nostre famiglie dove fossimo. E io che ora sono davanti a voi, sappiate che quando mi hanno arrestato venivo dall’ospedale, il 2 ottobre 1998, non ho rivisto più l’ospedale fino al dicembre 2010.

In qualsiasi posto del mondo i prigionieri sono curati, ma noi non potevamo. Ci davano da mangiare cose che se le date al vostro cane le rifiuta, volevano aiutarci a morire con il cibo che ci davano”

- Dichiarazione rilasciata da Souleymane Guengueng durante la conferenza stampa fatta in occasione dell’apertura delle Camere Africane Straordinarie. Guengueng è membro dell’Associazione delle vittime dei crimini di guerra del regime di Hissène Habrè e del comitato di pilotaggio per il processo e lui stesso una delle vittime scampate alla morte del dittatore. -



Il 7 settembre è ripreso a Dakar, in Senegal, il processo contro l’ex presidente del Ciad, Hissène Habré, accusato di crimini di guerra, tortura e crimini contro l’umanità. Il processo si era riaperto il 20 luglio, ma era stato sospeso per 45 giorni per consentire agli avvocati di aggiornarsi sul procedimento. La situazione è critica, Habrè rifiuta di parlare con i suoi avvocati e non si è presentato al processo, al quale è stato condotto con la forza.

La vicenda giudiziaria di Habré si era conclusa nel 2012, anno in cui fu creata una giurisdizione penale ad hoc, in seno alle corti senegalesi, incaricata di perseguire i responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani avvenute nel Ciad nel periodo compreso tra il 7 giugno 1982 e il 1 dicembre 1990 (arco di tempo che comprende la dittatura di Habré). Il dittatore è sospettato di essere responsabile della morte di migliaia di persone, il numero esatto è sconosciuto. Nel novembre 1990 circa 300 detenuti politici sono stati giustiziati e questo è solo un esempio tra i tanti di dissidenti giustiziati durante la sua dittatura. Venne accusato di crimini contro l’umanità e tortura ma l’azione penale presentata contro di lui incontrò molte difficoltà, dal difetto di giurisdizione proclamato dalle autorità senegalesi alla possibile violazione del principio di non retroattività.

Questo processo rappresenta un segno di svolta vista la creazione, per la prima volta nel continente africano, di una giurisdizione penale ad hoc volta a giudicare i crimini commessi da Habré nel periodo della sua dittatura. È stato sotto la nuova presidenza di Macky Sall che la situazione in Senegal si è finalmente sbloccata: dopo aver stretto un accordo con l’Unione Africana, il 19 dicembre 2012 il governo senegalese ha votato una legge per istituire le quattro Camere Africane Straordinarie richiesta dall’istituzione africana “con lo scopo di perseguire e giudicare i principali responsabili dei crimini e delle gravi violazioni di diritto internazionale commesse sul territorio ciadiano durante il periodo dal 7 luglio 1982 al 1 dicembre 1990”. Il Senegal doveva agire anche in nome delle Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 che aveva ratificato e che lo obbligava, quando una persona era accusata di atti di tortura ed era sotto la sua giurisdizione, a giudicarlo o estradarlo. Qualcuno vide male la creazione di Camere ad hoc ma queste furono create per rispondere alla giurisdizione internazionale, così come il Tribunale speciale per il Ruanda rispondeva agli standard delle Nazioni Unite.

E’ la prima volta che l’Unione Africana costituisce un tribunale ad hoc internazionale. Siamo i primi a rivendicare un processo giusto ed equo e ne va anche della credibilità dell’Africa” commenta Assane Dioma Ndiaye, avvocato senegalese delle vittime di Habrè. Tali camere si prestano, quindi, ad essere qualificate come “mixed tribunal” o “hybrid tribunal”; in altri termini, questo nuovo organo giurisdizionale presenta taluni aspetti che permettono di assimilarlo ad un tribunale statale ed altri che, invece, ne consentono l’inquadramento tra i tribunali internazionali.



Per quanto riguarda il coinvolgimento del Senegal nella repressione di crimini commessi in Ciad, ciò che sorprende non è la circostanza che a procedere alla repressione sia uno Stato diverso da quello nel quale i crimini sono stati perpetrati, poiché in tal senso deporrebbe il principio della giurisdizione universale affermatosi proprio con riguardo alla repressione dei crimini internazionali. La cosa che fa pensare è che per la prima volta si assiste all’istituzione di un tribunale penale misto per perseguire finalità diverse da quelle che hanno giustificato in precedenza l’istituzione di simili organi giurisdizionali.

Infatti, le precedenti esperienze mostravano l’esigenza di far fronte alle inefficienze se non al collasso degli apparati giudiziari nazionali dello Stato nel cui territorio i crimini erano stati perpetrati, alla quale si affianca l’obiettivo più generale di contribuire ad un processo di riconciliazione nazionale dopo periodi di guerra civile.

Diversamente, la scelta del Senegal di procedere alla punizione dei responsabili dei crimini commessi in Ciad è legata alla volontà di tale Stato di rispettare quanto disposto dalla Corte di Giustizia dell’ECOWAS e di adempiere all’obbligo di giudicare sancito nella Convenzione delle Nazioni Unite conto la tortura e ribadito nella citata sentenza della Corte Internazionale di Giustizia nel caso Belgio c. Senegal.

La riapertura del processo contro l’ex dittatore del Ciad, ci fa sperare in una giustizia possibile. Il Senegal ha dimostrato di voler condannare i responsabili della commissione di crimini internazionali tanto gravi e la punizione di Habré porterà ad una soddisfazione morale più che economica ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime cadute sotto la dittatura di Hissène Habré.
 
 
 


venerdì 11 settembre 2015

Il coraggio di Jafar Panahi nel raccontare l'Iran di oggi







Taxi Teheran è il titolo della nuova pellicola del regista persiano Jafar Panahi. Il regista de Il palloncino bianco, Il cerchio, Offside, Pardè e This is not a film – film vincitori dei maggiori premi in campo cinematografico – ha sempre raccontato le contraddizioni dell'Iran, denunciando la mancanza di libertà civili e universali attraverso poetiche metafore concettuali e visive. 

Panahi non ha mai taciuto le proprie posizioni politiche ed è sceso in piazza per protestare contro la rielezione di Mahmud Ahmadinejad: a causa di quelle manifestazioni di protesta gli è stato intimato di non girare più film, di non concedere interviste alla stampa straniera e di non abbandonare il Paese. Se avesse violato queste direttive sarebbe stato condannato a vent'anni di carcere. Grazie ad una rete di amici e colleghi, Panahi ha continuato a lavorare e torna nelle sale con Taxi Teheran, che si è aggiudicato l'Orso d'oro all'ultima edizione del festival di Berlino. Girato clandestinamente come le sue ultime due opere, il film è una docu-fiction in cui si compone un affresco della società iraniana. Salgono su un taxi, guidato dallo stesso regista, persone di tutti i tipi, età e professioni: donne, uomini, giovani, bambini, professionisti, persone semplici, persone note e comuni. In una scena significativa, il regista scende per pochi minuti dalla vettura per andare a prendere la sua nipotina all'uscita di scuola: anche lei, “armata” di videocamera, racconta di dover preparare una ricerca sulle attività scolastiche, ma che la ricerca deve conformarsi strettamente ai precetti dell'Islam ed evitare il “realismo nero”. Di cosa si tratta? Eccolo spiegato dal mezzo cinematografico e dalla creatività di Panahi: mentre lui e la bambina chiacchierano all'interno del taxi, sullo sfondo viene inquadrato un ragazzino che scava nella spazzatura e ruba del denaro a una coppia di giovani sposi. Sul suo taxi sale, inoltre, Nasrin Sotudeh, l'avvocatessa e attivista per i diritti umani, anche lei impossibilitata ad esercitare la professione dal 2011. Tra i tanti temi trattati, infatti, vi si trova anche quello che riguarda la condizione femminile, un argomento caro all'autore; e poi artisti e persone comuni che anelano alla libertà e, quando riconoscono il regista alla guida del mezzo, si stupiscono e poi si mettono a ridere. Sì, perchè la cifra che contraddistingue questo lavoro è l'ironia, un'ironia graffiante che dimostra quanto la censura non possa nulla contro la volontà. Una piccola cinepresa nascosta dell'abitacolo, riprende e registra (quasi sempre ad inquadratura fissa e in primo piano o mezzo busto) i volti e le espressioni delle persone: proprio come uno specchio che riflette e rimanda parole, immagini, situazioni che parlano dell'Iran contemporaneo. Il finale del racconto è terribile ed è accompagnato da un testo che sostituisce i titoli di coda: “Il ministero dell'orientamento islamico dà l'autorizzazione per i titoli di coda dei film che vengono distribuiti. Con mio grande rammarico quindi non ha titoli di coda. Esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno sostenuto. Senza la loro preziosa collaborazione, questo film non avrebbe visto la luce”. Auguriamo a Panahi di poter tornare alla luce della libertà dato che, coraggiosamente, continua a vivere con la famiglia a Teheran e sotto minaccia costante da parte del regime.