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venerdì 1 gennaio 2016

Arash Azizi parla di suo padre, detenuto a Teheran

Milano, BookCity 2015. L' Associazione per i Diritti Umani e Novel Rights hanno avuto il piacere di ospitare Arash Azizi, figlio di Mostafa Azizi, scrittore e produttore cinematografico, detenuto nella prigione di Evin a Teheran.
L'incontro presentato a BookCity dalle due associazioni si intitola "Il potere della letteratura e i diritti umani", ringraziamo tutti i nostri ospiti e pubblicheremo, per voi,  altre clip importanti sulla tavola rotonda.
Ringraziamo anche la nostra interprete, Silvia Bolzoni.



venerdì 11 settembre 2015

Il coraggio di Jafar Panahi nel raccontare l'Iran di oggi







Taxi Teheran è il titolo della nuova pellicola del regista persiano Jafar Panahi. Il regista de Il palloncino bianco, Il cerchio, Offside, Pardè e This is not a film – film vincitori dei maggiori premi in campo cinematografico – ha sempre raccontato le contraddizioni dell'Iran, denunciando la mancanza di libertà civili e universali attraverso poetiche metafore concettuali e visive. 

Panahi non ha mai taciuto le proprie posizioni politiche ed è sceso in piazza per protestare contro la rielezione di Mahmud Ahmadinejad: a causa di quelle manifestazioni di protesta gli è stato intimato di non girare più film, di non concedere interviste alla stampa straniera e di non abbandonare il Paese. Se avesse violato queste direttive sarebbe stato condannato a vent'anni di carcere. Grazie ad una rete di amici e colleghi, Panahi ha continuato a lavorare e torna nelle sale con Taxi Teheran, che si è aggiudicato l'Orso d'oro all'ultima edizione del festival di Berlino. Girato clandestinamente come le sue ultime due opere, il film è una docu-fiction in cui si compone un affresco della società iraniana. Salgono su un taxi, guidato dallo stesso regista, persone di tutti i tipi, età e professioni: donne, uomini, giovani, bambini, professionisti, persone semplici, persone note e comuni. In una scena significativa, il regista scende per pochi minuti dalla vettura per andare a prendere la sua nipotina all'uscita di scuola: anche lei, “armata” di videocamera, racconta di dover preparare una ricerca sulle attività scolastiche, ma che la ricerca deve conformarsi strettamente ai precetti dell'Islam ed evitare il “realismo nero”. Di cosa si tratta? Eccolo spiegato dal mezzo cinematografico e dalla creatività di Panahi: mentre lui e la bambina chiacchierano all'interno del taxi, sullo sfondo viene inquadrato un ragazzino che scava nella spazzatura e ruba del denaro a una coppia di giovani sposi. Sul suo taxi sale, inoltre, Nasrin Sotudeh, l'avvocatessa e attivista per i diritti umani, anche lei impossibilitata ad esercitare la professione dal 2011. Tra i tanti temi trattati, infatti, vi si trova anche quello che riguarda la condizione femminile, un argomento caro all'autore; e poi artisti e persone comuni che anelano alla libertà e, quando riconoscono il regista alla guida del mezzo, si stupiscono e poi si mettono a ridere. Sì, perchè la cifra che contraddistingue questo lavoro è l'ironia, un'ironia graffiante che dimostra quanto la censura non possa nulla contro la volontà. Una piccola cinepresa nascosta dell'abitacolo, riprende e registra (quasi sempre ad inquadratura fissa e in primo piano o mezzo busto) i volti e le espressioni delle persone: proprio come uno specchio che riflette e rimanda parole, immagini, situazioni che parlano dell'Iran contemporaneo. Il finale del racconto è terribile ed è accompagnato da un testo che sostituisce i titoli di coda: “Il ministero dell'orientamento islamico dà l'autorizzazione per i titoli di coda dei film che vengono distribuiti. Con mio grande rammarico quindi non ha titoli di coda. Esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno sostenuto. Senza la loro preziosa collaborazione, questo film non avrebbe visto la luce”. Auguriamo a Panahi di poter tornare alla luce della libertà dato che, coraggiosamente, continua a vivere con la famiglia a Teheran e sotto minaccia costante da parte del regime.

venerdì 7 novembre 2014

Farian Sabahi racconta le donne iraniane (e non solo)



Oggi, cari lettori, pubblichiamo per voi il video dell'incontro che l'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato con la presentazione dei saggi di Farian Sabahi: Noi donne di Teheran e Il mio esilio.



Questo incontro e questo video sono dedicati a Reyhaneh Jabbari, condannata a morte e poi impiccata nel carcere di Teheran per l'uccisione, nel 2009, dell'uomo che tentò di stuprarla.



Oggi, 7 novembre, è la giornata mondiale contro la violenza di genere. Ricordiamo che il numero italiano per denunciare o segnalare casi di violenza è il 1522.











Se apprezzate il nostro lavoro e i nostri incontri pubblici, potete sostenerci con una piccola donazione anche di 2 euro. Basta cliccare, in alto a destra, sulla dicitura “Sostienici” ed effettuare la donazione con Paypall o bonifico, è facile e sicurissimo. Grazie!

lunedì 7 aprile 2014

Sakineh: un simbolo contro la lapidazione e contro ogni violenza



Sakineh Mohammadi Ashtiani, Iran. Nel 2006 la donna era stata condannata alla lapidazione per adulterio e per il suo presunto coinvolgimento nell'uccisione del marito. “Presunto” perchè, un anno dopo l'accaduto - dal braccio della morte del carcere di Tabriz in cui era detenuta - la donna aveva rilasciato una confessione che, secondo i familiari e gli attivisti, le era stata estorta con la forza. 


Quell'intervista produsse un effetto dirompente, soprattutto nel mondo occidentale: Stati Uniti, Unione europea e Vaticano, infatti, misero in atto una fortissima campagna di sensibilizzazione contro la lapidazione (e la pena di morte). Tale mobilitazione indusse la autorità di Teheran, in un primo momento, a sospendere la sentenza. Lo scorso 19 marzo è arrivata la notizia della liberazione.

“ Sakineh Ashtiani è stata amnistiata e rimessa in libertà”: queste le parole dell'Avvocato Bruno Malattia che da anni segue il caso della donna e che lo ha patrocinato davanti al Parlamento europeo insieme al Comitato internazionale contro la pena di morte e la lapidazione.
La notizia è stata poi confermata anche dal Segretario Generale del consiglio Superiore iraniano per i diritti umani, Mahamd Javad Larijani, ed è stata diffusa dalla stampa governativa iraniana. L'Avvocato Malattia ha voluto, però, precisare che: “Anche se le autorità e la stampa iraniane hanno cercato di attribuire la decisione all'equità e alla magnanimità del sistema giudiziario di quel Paese, il felice epilogo della vicenda che ha coinvolto Sakineh è dovuto alla campagna internazionale contro l'ingiusta condanna alla lapidazione pronunciata dal Tribunale islamico”.

Sakiheh, di etnia azera come l'ayatollah Khamenei, di umili origini e quasi analfabeta, è diventata simbolo di tutte le donne vittime della violenza e di un sistema che sancisce la pena di morte. La sua liberazione è considerata un atto di clemenza, quando la “clemenza” , secondo la religione islamica, è una delle più lodate prerogative di Dio: in questo caso anche degli Uomini.




Per approfondire molti temi riguardanti la cultura iraniana, soprattutto in relazione alle donne, vi riproponiamo l'intervista che abbiamo fatto alla Prof.ssa Farian Sabahi in occasione del suo libro intitolato “Noi donne di Teheran"




 

"La città di Teheran, del suo popolo e dell'intero Paese. Una città in cui le donne, oggi come ieri, sono ricchezza umana e c
Il libro è dedicato a suo figlio, Atesh. Qual è il significato di questo nome e perchè ha voluto scrivere per lui proprio questo saggio?

Atesh vuol dire “fuoco”, è un nome che appartiene alla tradizione zoroastriana e quindi alle origini dell'Iran, prima dell'invasione arabo-musulmana. Non ho scritto “Noi donne di Teheran” per lui, ma ho pensato di dedicarglielo per dargli uno strumento per abbattere, fin da ragazzino, gli stereotipi sul nostro paese d'origine.

Attraverso i racconti, i proverbi e le vicende di alcune persone – intellettuali e non – fa compiere, al lettore, un viaggio nella Storia e, in particolare, nella città di Teheran. Cosa rappresenta, per lei, la sua città ?

Qual è la mia città? Non so, ho vissuto in tanti posti diversi. Teheran è la città in cui è nato e cresciuto mio padre, poi emigrato a Torino. E non era in realtà nemmeno la città di mia nonna Mariam, di cui parlo verso la fine del testo: lei era nata a Baku, nell'odierna Repubblica dell'Azerbaigian. Poi, alla fine degli anni Venti del Novecento, è stata obbligata a varcare la frontiera, con la famiglia, cercando scampo in Iran. Il Medio Oriente e il Caucaso sono da sempre mondi complessi, e certe latitudini emigrare è spesso stata una scelta obbligata: per motivi legati alle persecuzioni politiche, per studiare, per il desiderio di conoscere altri luoghi ed emanciparsi dall'amore delle famiglie.

Ed è' vero che Teheran si può accostare all'archetipo femminino?

“Donna è Teheran”, dico in questo testo che nasce per il teatro e ha un diverso registro di scrittura rispetto ai miei saggi accademici e ai reportage giornalistici. La città, declinata al femminile, diventa pretesto per raccontare la storia di un Paese, le sue similitudini rispetto al Sud Italia e le tante, tantissime contraddizioni. Per esempio religiose: a Teheran cristiani, ebrei e zoroastriani hanno i loro luoghi di culto, mentre i sunniti (musulmani pure loro, come gli sciiti) non hanno moschee tutte per loro. Ma non solo: niente omosessuali a Teheran, aveva dichiarato il presidente Ahmadinejad, ma a Teheran sono consentite (e incoraggiate) le operazioni chirurgiche per cambiare sesso. Questioni complesse, cui cerco di dare risposta.

Quali sono gli stereotipi confermati, ancora oggi, in Occidente sul popolo iraniano?

Principalmente quelli sulle donne, percepite sempre e comunque come coperte dal chador e quindi oppresse. Nel testo racconto che le iraniane hanno ricevuto il diritto di voto nel 1963, per gentile concessione dell'ultimo scià di Persia. 1963, ovvero cinquant'anni fa e quindi prima delle svizzere. Ma il diritto di voto non basta a fare una democrazia. E ancora, stereotipi sull'istruzione: non tutti sanno che a Teheran due matricole su tre sono donne. Che scelgono sempre e comunque (tranne un'esigua minoranza) materie scientifiche. Perché con una laurea in Lettere finisci tutt'al più a fare l'insegnante.

Perchè, nel suo libro, parla di “schizofrenia culturale” degli iraniani?

Prendo a prestito questa espressione dal filosofo iraniano Dariush Shayegan. Schizofrenia culturale perché Teheran non è né Oriente né Occidente. Teheran è una città con due anime. Viviamo sospesi, appunto tra Oriente e Occidente, tra modernità e tradizione. Siamo cittadini di una Repubblica... islamica, e la nostra dovrebbe essere una democrazia... religiosa, ma in realtà è una oligarchia di ayatollah e pasdaran. Mescoliamo Oriente e Occidente. Per esempio quando mangiamo la pizza: con il gormeh sabzi (un nostro piatto tipico). E al zereshk polo, un altro piatto tipico, qualcuno aggiunge il ketchup.

E, invece, cosa intende quando parla di “mondo iranico”?

I confini dell'Iran attuale sono ridimensionati rispetto a quelli dell'antico impero persiano. Mondo iranico è lo spazio culturale che va dall'est dell'Iraq all'India del Nord passando per l'Asia centrale. Un mondo ancora intriso di cultura persiana. In cui la poesia è una seconda lingua madre. Anche quando dobbiamo combattere gli integralismi. Perché spesso tiriamo in ballo un poeta antico, contemporaneo di Dante: il nostro Hafez.

Nella seconda parte del saggio, elenca nomi di donne che – attraverso il loro operato – si sono affermate nel mondo dell' Arte, della cultura, della politica e molte di loro hanno lottato per affermare diritti umani e civili. Nel 1907, in Iran, viene fondata la prima scuola femminile: sono gli stessi anni che vedono protagoniste, in Europa, le suffragette.

C'è così tanta differenza tra le donne iraniane e quelle occidentali, italiane in particolare?

Non più di tanto. In “Noi donne di Teheran” l'elenco di donne in gamba è lungo, anche se ovviamente non esaustivo. In un primo momento pensavo di accorciarlo. E nella lettura teatrale salto a piè pari quel lungo elenco di nomi. Ma resta la frase finale di quella parte: quando pensare a noi riflettere sul nostro coraggio, sulla forza di noi donne di Teheran. Perché, come recita un proverbio persiano, se cerchi la luna guarda il cielo, non lo stagno.


lunedì 25 novembre 2013

Un appello per Omid Kokabee



Durante un incontro della manifestazione di Bookcity, che si è tenuta dal 21 al 24 novembre a Milano, incontro di cui vi parlaremo a breve, ci è stato consegnato il seguente appello, che abbiamo deciso di pubblicare nella sua interezza e in inglese, così come è stato scritto.


Omid Kokabee was born in 1982 and is an Iranian experimental laser physicist at the University of Texas in Austin. He was arrested in Iran after returning from the United States to visit his family in February 2011. He was charged with “communicating with a hostile government” and “illegitimate/illegal earnings”, and was sentenced to ten years in prison.

Kokabee is from Iran's Turkmen ethnic group, the majority of whom are Sunni Muslim, a religious minority in Iran. He was ranked 29th in the Iranian universities' entrance exam, which is held annualy with more than one million partecipants. He entered Sharif University of Tecnology in Teheran in 2000 and completed a double major undergraduate program in applied physics and mechanical engineering.
He later obtained his Master's degree in photonics at the Polytechnic University of Catalonia and his PhD at the Institute oh Photonic Sciences, ICFO, in Barcelona. Omid started his second PhD at the University of Texas in Austin in 2010. He has published more than twenty collaborative papers including seven journal publications.

During winter break in 2011, Kokabee traveled to Iran to visit his family. He was arrested at Imam Khomeini International Airport on his return trip to the United States in February 2011. he was subject to solitary confinement for 36 days after his arrest. In an open letter, Kokabee wrote that the authorities were trying to obtain his collaboration for the Iranian nuclear program by threatening him and his family.

After 15 months of detention without trial and postponement of two trials in July and October 2011, kokabee was put in trial in Teheran in May 2012. According to his lawyer, Saeed Khalili, Kokabee was charged with having relations with a hostile country and receiving illegitimate funds. Kokabee was tried before judge Abolghasem Salavati with a group of 10 to 15 others in the same sassion, under the collective charge of collaborating with Israeli authorities. While other prisoners confessed to their guilt in a TV broadcast, Kokabee consistently denied all charges and did not speak in court. He was sentenced to 10 years in prison. The sentence was confirmed in an appeal trial in August 2012.

Several physics associations, including the American Physical Society, the International Optics Society SPIE, the Otical Society of America, and the European Optical Society, have protested his imprisonment by writing open letters to Iran's Supreme Leader, Ayatollah Ali Khamenei. In its letter, the American Physical Society states that:

“Mr. Kobabee has no training in nuclear physics, is not politically active, and is not associated with any political movement in Iran. Rather, his primary concerns were his science studies in the field of optics. This area of physics has essentially no overlap with nuclear technology”.

In a letter written in March 2013 from Section 350 of Evin Prison, Kokabee writes that he was asked to collaborate with the military before and during his detention but has always refused.

On september 23, 2013, the American Physical Society, the principal professional society of physicists in the United States, announced that Kokabee has been selected as a co-recipient of its 2014 Andrei Sakharov Prize, which recognizes outstanding leadership of scientists upholding human rights. He was cited for “his courage in refusing to use his physics knowledge to work on projects that he deemed harmful to humanity in the face of extreme physical and psychological pressure”.

Omid is not in good health. He suffers from kidney and stomach problems, which he had from childhood but have severely worsened in prison. His requests to be sent to a hospital outside of the prison have been denied.

Omid teaches English, Spanish and French to his cellmates and has translated two books from English to Persian in the prison. Recently, he submitted a paper on laser to Iran's annual physics conference and, after acceptance, he was invited for an oral presentation, but the prison authorities did not allow him to attend the conference.

Please help bring Omid home by writing a letter to Iran's Justice Minister, Mostafa Pour-Mohammadi, at this address:

Mostafa Pour-Mohammadi
Minister of Justice
Valie asr Avenue, north of Pastor Intersection
Bonbaste Azizi 4
Theran, Iran

martedì 18 giugno 2013

Noi donne di Teheran: il nuovo saggio di Farian Sabahi



"La verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio e andato in frantumi: ogni pezzo restituisce a chi lo tiene, una parte di verità", queste sono i versi del poeta sufi Rumi. La poesia, per i persiani, è la seconda lingua madre e dal teatro e dalla poesia, veicoli di verità profonde, nasce il nuovo saggio di Farian Sabahi intitolato Noi donne di Teheran, pubblicato in e-book, nella collana I corsivi del Corriere delle Sera.
Un testo oggi più che mai importante, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali in Iran e alle quali non è stata ammessa nemmeno una delle trenta donne candidate.
Farian Sabahi, docente di Storia dei Paesi islamici all'università di Torino e giornalista, riesce a coniugare leggerezza e ironia in un testo che affronta argomenti seri, quali: la condizione femminile, il divorzio, la dicotomia tra islamismo e modernità, il senso della democrazia, i diritti degli omosessuali musulmani e molto altro ancora.
Numerose citazioni letterarie e cinematografiche intrecciano Passato e Presente, Storia e attualità per raccontare, come una Sherazade contemporanea, gli aspetti chiaro-scuri della città di Teheran, del suo popolo e dell'intero Paese. Una città in cui le donne, oggi come ieri, sono ricchezza umana e culturale e potrebbero essere il motore del cambiamento verso una maggiore libertà e garanzia dei diritti, per tutti.


Abbiamo intervistato Farian Sabahi


Il libro è dedicato a suo figlio, Atesh. Qual è il significato di questo nome e perchè ha voluto scrivere per lui proprio questo saggio?

Atesh vuol dire “fuoco”, è un nome che appartiene alla tradizione zoroastriana e quindi alle origini dell'Iran, prima dell'invasione arabo-musulmana. Non ho scritto “Noi donne di Teheran” per lui, ma ho pensato di dedicarglielo per dargli uno strumento per abbattere, fin da ragazzino, gli stereotipi sul nostro paese d'origine.

Attraverso i racconti, i proverbi e le vicende di alcune persone – intellettuali e non – fa compiere, al lettore, un viaggio nella Storia e, in particolare, nella città di Teheran. Cosa rappresenta, per lei, la sua città ?

Qual è la mia città? Non so, ho vissuto in tanti posti diversi. Teheran è la città in cui è nato e cresciuto mio padre, poi emigrato a Torino. E non era in realtà nemmeno la città di mia nonna Mariam, di cui parlo verso la fine del testo: lei era nata a Baku, nell'odierna Repubblica dell'Azerbaigian. Poi, alla fine degli anni Venti del Novecento, è stata obbligata a varcare la frontiera, con la famiglia, cercando scampo in Iran. Il Medio Oriente e il Caucaso sono da sempre mondi complessi, e certe latitudini emigrare è spesso stata una scelta obbligata: per motivi legati alle persecuzioni politiche, per studiare, per il desiderio di conoscere altri luoghi ed emanciparsi dall'amore delle famiglie.

Ed è' vero che Teheran si può accostare all'archetipo femminino?

“Donna è Teheran”, dico in questo testo che nasce per il teatro e ha un diverso registro di scrittura rispetto ai miei saggi accademici e ai reportage giornalistici. La città, declinata al femminile, diventa pretesto per raccontare la storia di un Paese, le sue similitudini rispetto al Sud Italia e le tante, tantissime contraddizioni. Per esempio religiose: a Teheran cristiani, ebrei e zoroastriani hanno i loro luoghi di culto, mentre i sunniti (musulmani pure loro, come gli sciiti) non hanno moschee tutte per loro. Ma non solo: niente omosessuali a Teheran, aveva dichiarato il presidente Ahmadinejad, ma a Teheran sono consentite (e incoraggiate) le operazioni chirurgiche per cambiare sesso. Questioni complesse, cui cerco di dare risposta.

Quali sono gli stereotipi confermati, ancora oggi, in Occidente sul popolo iraniano?

Principalmente quelli sulle donne, percepite sempre e comunque come coperte dal chador e quindi oppresse. Nel testo racconto che le iraniane hanno ricevuto il diritto di voto nel 1963, per gentile concessione dell'ultimo scià di Persia. 1963, ovvero cinquant'anni fa e quindi prima delle svizzere. Ma il diritto di voto non basta a fare una democrazia. E ancora, stereotipi sull'istruzione: non tutti sanno che a Teheran due matricole su tre sono donne. Che scelgono sempre e comunque (tranne un'esigua minoranza) materie scientifiche. Perché con una laurea in Lettere finisci tutt'al più a fare l'insegnante.

Perchè, nel suo libro, parla di “schizofrenia culturale” degli iraniani?

Prendo a prestito questa espressione dal filosofo iraniano Dariush Shayegan. Schizofrenia culturale perché Teheran non è né Oriente né Occidente. Teheran è una città con due anime. Viviamo sospesi, appunto tra Oriente e Occidente, tra modernità e tradizione. Siamo cittadini di una Repubblica... islamica, e la nostra dovrebbe essere una democrazia... religiosa, ma in realtà è una oligarchia di ayatollah e pasdaran. Mescoliamo Oriente e Occidente. Per esempio quando mangiamo la pizza: con il gormeh sabzi (un nostro piatto tipico). E al zereshk polo, un altro piatto tipico, qualcuno aggiunge il ketchup.

E, invece, cosa intende quando parla di “mondo iranico”?

I confini dell'Iran attuale sono ridimensionati rispetto a quelli dell'antico impero persiano. Mondo iranico è lo spazio culturale che va dall'est dell'Iraq all'India del Nord passando per l'Asia centrale. Un mondo ancora intriso di cultura persiana. In cui la poesia è una seconda lingua madre. Anche quando dobbiamo combattere gli integralismi. Perché spesso tiriamo in ballo un poeta antico, contemporaneo di Dante: il nostro Hafez.

Nella seconda parte del saggio, elenca nomi di donne che – attraverso il loro operato – si sono affermate nel mondo dell' Arte, della cultura, della politica e molte di loro hanno lottato per affermare diritti umani e civili. Nel 1907, in Iran, viene fondata la prima scuola femminile: sono gli stessi anni che vedono protagoniste, in Europa, le suffragette.
C'è così tanta differenza tra le donne iraniane e quelle occidentali, italane in particolare?

Non più di tanto. In “Noi donne di Teheran” l'elenco di donne in gamba è lungo, anche se ovviamente non esaustivo. In un primo momento pensavo di accorciarlo. E nella lettura teatrale salto a piè pari quel lungo elenco di nomi. Ma resta la frase finale di quella parte: quando pensare a noi riflettere sul nostro coraggio, sulla forza di noi donne di Teheran. Perché, come recita un proverbio persiano, se cerchi la luna guarda il cielo, non lo stagno.

 
Farian Sabahi (www.fariansabahi.com)

L'iran e le elezioni



In Iran qualcosa sta cambiando. Nella giornata di venerdì 14 giungo sono state aperte le urne per votare il nuovo presidente che, in realtà, ha un potere relativo in un Paese in cui il vero capo è la Guida suprema. Ma ci sono un paio di segnali positivi.
Innanzitutto, l'affluenza è stata del 70%: un buon risultato, ottenuto grazie anche ai ripetuti appelli che i sei candidati hanno fatto ai cittadini per incitarli a recarsi a votare e, probabilmente, grazie anche al fatto che gli elettori hanno potuto esprimere la loro preferenza anche all'estero (i seggi sono stati allestiti a Dubai, a Londra e negli Stati Uniti; e si deve considerare che l'Iran non autorizza la presenza di osservatori esterni).
In secondo luogo, sembra essere in testa, nei risultati parziali, il candidato moderato-riformista Hassan Rohani, 64 anni, l'unico religioso fra gli altri candidati laici, che veramente laici non sono. Rohani avrebbe superato la soglia assoluta, con il 50,4, al termine dello scrutinio in più di un quinto dei seggi: questo è ciò che emerge dai dati diffusi dalle reti della Tv di Stato iraniana.
Interessante ricordare che, il fulcro tematico su cui si è svolta la campagna elettorale, riguarda il nucleare e le possibili sanzioni e che, anche su questo punto, la popolazione ha epresso chiaramente la propria posizione: il nuovo presidente e il suo establishment dovranno cambiare politica.
Le code ai seggi nelle principali città, in particolare a Teheran e a Mashad, e il primo risultato elettorale fanno sperare in una rinascita del movimento riformista, a distanza di quattro anni dall' “onda verde” sulla quale il governo attuò una durissima repressione.

venerdì 1 febbraio 2013

Iran: 40 giornalisti in arresto

A meno di quattro mesi dalle elezioni presidenziali, in Iran arriva una "retata" ai danni di almeno quaranta giornalisti, tra cui l'umorista Pouria Alami.
Agenti in borghese, appartenenti ai servizi di sicurezza iraniani, hanno messo in atto un vero e proprio blitz, perquisendo - nello scorso week end - le sedi di alcuni giornali riformisti, a Teheran: ovvero, le redazioni dei quotidiani "Sharg", "Bahar", "Etemad" e "Arman", di un settimanale e dell'agenzia semi-ufficiale Ilna.
Le persone arrestate sono sette uomini e quattro donne, accusate di aver scritto articoli critici nei confronti del regime e, quindi, di essere vicini all'opposizione. Alcuni giorni fa, infatti, il portavoce del Ministero della Giustizia, Gholam-Hossein Mohseni Ejei, aveva dichiarato: "Secondo informazioni certe, purtroppo, alcuni giornalisti cooperano con i media occidentali ostili e con gli antirivoluzionari".
Ancora una volta la dittatura iraniana mette in atto una "caccia alle streghe", accusando i mezzi di informazione e i loro professionisti di spionaggio e collaborazionismo. Molti giornalisti e reporters avevano già trascorso lunghi periodi a Evin - il carcere di massima sicurezza più famoso della capitale iraniana - per gli articoli antiregime, come detto, ma anche per quelli in difesa delle donne.
Dal 2000 ad oggi si contano 120 testate chiuse e decine di giornalisti imprigionati: per aver espresso le proprie opinioni e per aver scritto la verità.